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Fast fashion: quando la moda non è sostenibile

Fast fashion: quando la moda non è sostenibile

Lifestyle Di Elena Genero Santoro. Fast fashion: una moda usa e getta a basso costo non sostenibile e non etica, tra le principali cause di inquinamento dei fiumi. Cosa possiamo fare noi consumatori per aiutare il pianeta?

Riverblue è un nome che evoca qualcosa di magnifico: un fiume azzurro, la natura, mi spingo a dire: un’atmosfera new age.
Ma dopo aver guardato il documentario omonimo di un’ora e mezzo su Vimeo, in inglese, Riverblue assume tutto un altro significato.

Si parte dal Bangladesh, dall’India e dalla Cina. I protagonisti assoluti sono i fiumi.

L’acqua fluviale, dolce, è il 2% di quella del pianeta. Tutto il resto è oceano. Con quel 2% dobbiamo fare tutto ciò che ci serve per vivere, invece ci sono luoghi al mondo in cui i fiumi vengono devastati dall’inquinamento e diventano coacervi di batteri e metalli pesanti, portatori di disastri ecologici su larga scala.
Ed è per questo che, quando si parla di fiumi, soprattutto di certi fiumi in Asia, non si può prescindere dal parlare anche dell’industria tessile. La storia dei fiumi e dell’industria tessile e del pellame si intrecciano in modo stretto.


In Bangladesh la concia viene effettuata senza nessuna sicurezza, in luoghi malsani, invivibili.

I lavoratori non godono della benché minima tutela e in genere sono ragazzi giovani che presto si ammalano, spesso di cancro, e muoiono, venendo subito sostituiti da altri giovani.
Il Gange, in India, è il fiume più venerato. Gli induisti ci si immergono per compiere i loro riti di purificazione. Non ci rinunciano nemmeno in epoca di Covid. Peccato che il Gange, anche prima della pandemia, fosse uno dei fiumi più inquinati del globo, e sperare nelle sue capacità naturali di rigenerazione non è sufficiente.

Inquinamento, ecosistemi sballati, condizioni di lavoro infernali e non protette, problemi concatenati uno più grave dell’altro che si ripercuotono in prima battuta sulla popolazione locale, ma in seguito su tutto il pianeta: ma perché tutto questo?

Alla base di tutto c’è la Fast Fashion: la moda veloce, quella delle grandi catene che a ogni stagione, anzi, a ogni mese, immettono sul mercato merce sempre nuova, di qualità e a basso costo. I marchi dei centri commerciali, che ci inducono a comprare, a riempirci gli armadi, anche quando non si tratta di stretta necessità.

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Ma se noi comuni cittadini paghiamo venti euro per una maglia e trenta per un paio di jeans, chi copre il resto del valore? Chi paga?

Pagano i lavoratori sfruttati, che non vengono retribuiti adeguatamente, né protetti. Paga l’intero pianeta, fiaccato da ampi ecosistemi in crisi.
Primo inciso ingegneristico. L’altro giorno spiegavo ai miei figli che quando in edilizia ci sono delle strutture particolarmente ariose, leggere, come le cattedrali gotiche che svettano in alto o il vetro strutturale trasparente e futuristico, non si devono fare ingannare: la struttura portante che si sobbarca la fatica c’è, è solo ben nascosta. Nelle cattedrali gotiche i contrafforti sono fuori. Il vetro strutturale è sorretto da una robusta intelaiatura d’acciaio.
Qui è la stessa cosa. Chi paga non è visibile.


Nel momento in cui scrivo è il 23 aprile. Ieri era la giornata della Terra. E oggi siamo ancora in piena Fashion Revolution Week.

Dal 19 al 25 aprile si sta svolgendo una settimana incentrata sulla consapevolezza per una moda sostenibile che non violi né i diritti umani né l’ambiente. Numerosi sono gli eventi online in merito, per insegnare ai consumatori a comprare meno e a comprare meglio.
Il settore tessile è uno dei più inquinanti al mondo. La fast fashion ha preso piede alla fine degli anni ottanta e da quando gli abiti sono diventati caramelle da scartare gli sprechi di risorse sono diventati vertiginosi. La quantità di abiti che finisce al macero senza motivo anche.
Un indumento incredibilmente impattante è il jeans: i litri d’acqua impiegati per produrre il tessuto e per conferire a un paio di pantaloni l’effetto usato, con pieghe e zone sbiadite, è da capogiro. In Cina i jeans vengono prodotti quasi artigianalmente, le sabbiature fatte a mano.

Riverblue è un documentario del 2017, da allora qualcosa ha iniziato a cambiare.

Da qualche anno si parla ormai di economia circolare e sostenibile, includendo nella sostenibilità sia il rispetto del lavoro che quello delle risorse naturali. Alcuni grandi marchi hanno iniziato a prestare attenzione alla sostenibilità globale.
Ma già nel documentario ci sono dei segnali di speranza, che arrivano proprio da quell’Europa che qualche decennio fa, insieme agli Stati Uniti, ha spostato le proprie produzioni locali nei paesi in via di sviluppo per contenere i costi e l’inquinamento in loco.
Secondo inciso ingegneristico: quando studiavo acquedotti e fognature al Politecnico, più di vent’anni fa, seppi che l’affluente del Po che passa per il mio comune vantava il record di essere il più inquinato del Nord Italia. In effetti aveva sempre una nuance tra il rosso e il marrone, frutto dei liquami delle aziende tessili. Ora invece è più limpido. Dov’è finito quel colorante?

Jeans e fast fashion

Luigi Caccia, di Italdenim, ha provato in Italia a produrre del tessuto per jeans senza l’utilizzo di tinture chimiche impattanti, ma impiegando chitosano, una sostanza naturale che si ricava dai granchi scartati dalle catene di ristorazione, in ottica di circolarità.

Ho cercato Italdenim su internet, ho letto che nel 2018 è fallita, ma adesso Luigi Caccia dirige Puredenim, nata da una costola della precedente impresa. Spero che gli affari ora vadano meglio, è triste pensare che chi vuole fare le cose per bene debba rimanere penalizzato.
In Spagna invece Jeanologia ha messo a punto dei sistemi di trattamento innovativi col laser che permettono di lavorare i jeans senza sabbiature e senza acqua.
Insomma, le alternative più salutari ci sono e la ricerca deve continuare in quella direzione.

Nel frattempo noi, come consumatori, possiamo influenzare il mercato informandoci su ciò che stiamo per acquistare.

Abbiamo il potere e il diritto di farlo. E speriamo che in un prossimo futuro certe realtà non debbano più esistere. Che – come spiegato in Riverblue – per sapere quale sarà il colore di moda della stagione seguente non basti guardare di che colore è l’acqua del fiume in India, Cina o Bangladesh.

Elena Genero Santoro

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