Gli scrittori della porta accanto

The week: focus sugli eventi tra il 25 e il 31 luglio

The week: focus sugli eventi tra il 25 e il 31 luglio

The week Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo tra il 25 e il 31 luglio? Il possibile viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan, le condanne a morte degli oppositori in Myanmar, il conflitto ucraino e l’interferenza russa nella campagna elettorale.

Questa settimana scrivo sugli sviluppi politici nello Sri Lanka e in Myanmar e sul possibile viaggio della speaker della Camera statunitense, Nancy Pelosi, a Taiwan, che ha provocato l’irritazione cinese. Nella seconda parte tratto del conflitto in Ucraina, facendo il punto della situazione, e spazio su argomenti collegati in modo diretto o indiretto alla guerra. Riguardo ad altri temi, come il tour africano di Lavrov e i fermenti tunisini, tornerò nelle prossime settimane.



Sri Lanka, Myanmar, Taiwan

  1. In Sri Lanka, il parlamento ha esteso lo stato d’emergenza di un altro mese, attribuendo maggiore potere alle forze di sicurezza.

    La polizia ha già arrestato due attivisti, accusati di aver capitanato i raduni illegali, e l’esercito ha ora la possibilità di detenere i cittadini.
    Le scorse settimane ho accennato ad alcune ragioni della crisi economica nel Paese, in cui un ruolo importante è rivestito dai crediti della Cina e dalle scelte scellerate del governo sull’agricoltura. Pechino ha già mostrato il suo interesse nell’inserire l’ex-Ceylon nel piano Belt and Road Initiative, ovvero la nuova Via della Seta. Principale creditore dello Sri Lanka, la Cina ha prestato dodici miliardi di dollari, di cui si sono approfittati gli speculatori, i corrotti e la famiglia governante Rajapaksa.

    Il risultato va oltre la crisi economica, perché la Cina ha già reagito pignorando le infrastrutture realizzate con i suoi crediti.

    Un esempio è il porto di Hambantota, che ora è in concessione ai cinesi per novantanove anni, secondo una clausola del contratto. La Cina insomma – come ricorda Federico Rampini sul Corriere – non si mostra diplomatica come il vituperato Fondo Monetario Internazionale.
    Inoltre, l’aumento del prezzo dei cereali ha solo esasperato una crisi incipiente. Affidandosi a metodi biologici in àmbito agricolo e vietando l’importazione di fertilizzanti chimici sull’isola, la produttività è crollata. Se Rampini segue questa linea, Francesco Sottile su Repubblica attribuisce le colpe non al passaggio all’agricoltura biologica, ma ai governanti che non avrebbero seguito i “protocolli” per la transizione. Visto come i Rajapaksa hanno gestito i prestiti cinesi, non è difficile credere che abbiano ascoltato poco e male i consigli degli esperti: il punto su cui Sottile esagera è nel generalizzare il tema, collegandolo agli attuali incendi europei, alla desertificazione e alla siccità, lasciando intendere un legame che non sussiste. Dunque: il discorso va preso cum grano salis, ricordando inoltre che un’economia arretrata non può essere paragonata alle capacità di rinnovamento di una avanzata.

    Al momento, il parlamento dello Sri Lanka ha eletto presidente Ranil Wickremesinghe, che dovrà affrontare un lavoro ciclopico.

    L’anziano premier, ormai al suo sesto mandato (nessuno dei quali portato a termine), è considerato vicino alla famiglia Rajapaksa e questo ha già provocato critiche tra i manifestanti. La sua esperienza lo rende però un interlocutore noto al FMI, in vista della negoziazione di un piano di salvataggio, per aggredire i cinquanta miliardi di dollari di debito.
    Wickremesinghe ha fatto appello all’unità, rivolgendosi all’opposizione, ma al contempo ha rafforzato i poteri di esercito e polizia e non ha ancora agito per perseguire i reati dei Rajapaksa. I manifestanti stanno abbandonando i luoghi del potere che avevano occupato o incendiato, cercando di riportare la protesta su un piano pacifico. La disperazione e l’insofferenza della popolazione potrebbero però condurre a una nuova violenta escalation. Sullo Sri Lanka – ansa.it, aljazeera.com, bbc.com e ispionline.it

  2. Per la prima volta dal 1988, in Myanmar sono state eseguite quattro condanne a morte.

    Gli oppositori avevano sostenuto la resistenza alla giunta militare, che nel febbraio 2021 ha eseguito un colpo di Stato. Il generale Min Aung Hlaing aveva posto agli arresti domiciliari la storica leader birmana Aung San Suu Kyi, eletta presidente in modo democratico.
    Il processo ai quattro attivisti si è svolto a porte chiuse ed è solo il più tragico esito di questa dittatura, che ha già portato a oltre quattordicimila oppositori arrestati e a oltre duemila uccisioni. La stessa Suu Kyi rischia cento anni di carcere nel processo in corso. Tra i quattro giustiziati, Phyo Zeyar Thaw, già esponente della Lega nazionale per la democrazia, e Kyaw Min Yu, attivista già ai tempi della repressione del 1988 e delle proteste del 2007.

    Anche in Myanmar la mancanza di cibo sta devastando le famiglie, sempre più indebitate e costrette all’elemosina, a causa di una crisi economica iniziata nell’estate del 2020 e aggravatasi lo scorso febbraio, con la svalutazione della moneta nazionale, il kyat, e la perdita di posti di lavoro.

    Esiste comunque un governo ombra di unità nazionale (NUG), che continua a lottare per la democrazia. L’Associazione di assistenza ai prigionieri politici (AAPP) si occupa invece di supervisionare gli esiti della repressione: da questo ente provengono i numeri che ho citato.
    Dal colpo di Stato, l’esercito sta combattendo una guerra civile contro la popolazione, organizzata militarmente nella People’s Defence Force. Le quattro condanne a morte sono state rese note proprio dalla giunta militare, ma è significativo che l’esecuzione non sia stata spettacolarizzata a fini propagandistici, segno che la popolazione potrebbe insorgere, provata non solo dalla crisi, ma anche dalle violenze del regime.

    Il Tatmadaw, l’esercito birmano, nega le aggressioni e le giustifica come lotta al terrorismo, secondo un modello che era stato già impiegato nel 2017 per massacrare la minoranza mussulmana Rohyngya, allora sotto il governo di Suu Kyi.

    Una macchia nera sulla storia della precaria democrazia birmana, che una volta di più evidenzia il peso preponderante del potere militare.
    Sulla situazione si sono espressi anche gli Stati Uniti, tramite il portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price, che ha esortato chiunque a fare qualcosa di più per il Myanmar, a partire dalla Cina, che secondo Washington avrebbe maggiore influenza sulla giunta. Pechino ha però respinto ogni responsabilità, affermando che il Myanmar dovrà risolvere le proprie divergenze in base alle sue leggi. Dunque, principio di non interferenza, perlomeno nelle dichiarazioni. Gli Stati Uniti si stanno comunque impegnando affinché il regime birmano non ottenga equipaggiamenti militari. Sul Myanmar – ilpost.it, avvenire.it, savethechildren.it, bbc.com, arabnews.com e saudigazette.com

  3. Il viaggio a Taiwan della speaker della Camera, Nancy Pelosi, era previsto da tempo ed era stato rimandato per varie ragioni, tra cui la positività al Covid di Pelosi ad aprile.

    Al momento non è stata ufficializzata alcuna data, ma le voci su un possibile incontro a Taipei ha scatenato la reazione diplomatica di Pechino. I piani per garantire la sicurezza della speaker hanno allarmato la Cina, poiché le azioni aeree americane potrebbero provocare un intervento cinese.
    D’altra parte la visita avrebbe un certo peso politico, poiché l’ultima volta accadde venticinque anni fa, a opera del repubblicano Newt Gingrich. Da parte sua, Pelosi era stata in visita a Pechino già nel 1991, da neoeletta alla Camera, per sostenere coloro che erano morti per la democrazia ai tempi delle proteste di piazza Tiennanmen (1989). All’epoca fu trattenuta dalle autorità cinesi. Nel 2019, si era espressa a favore delle proteste di Hong Kong.

    Provo, in estrema sintesi, a spiegare la situazione a chi non la conoscesse.

    Gli USA hanno riconosciuto la diplomazia di Pechino, trasferendola da Taipei, nel 1979. In forma ufficiale, gli Stati Uniti riconoscono l’unico legittimo governo nella Cina, ma al contempo mantengono stretti rapporti con Taiwan. Nello stesso anno, infatti, fu siglato il Taiwan Relations Act, che stabilisce una vaga determinazione statunitense a difendere l’isola in caso di invasione cinese. La virata autoritaria di Jinping ha spinto Taiwan verso gli USA e questi sfruttano l’occasione per contenere l’ascesa cinese nell’area.

    Dopo momenti di tensione, i presidenti Joe Biden e Xi Jinping si sono sentiti al telefono per una chiamata di oltre due ore.

    Jinping ha ribadito l’opposizione al separatismo dell’isola e ha ammonito chiunque volesse interferire con l’integrità territoriale cinese. Secondo Jinping, è responsabilità delle due maggiori potenze mantenere la sicurezza globale. Biden ha ripetuto che la politica dell’Unica Cina non sia cambiata e che gli USA intendano mantenere la stabilità sullo Stretto. A parole, sembrerebbero entrambi d’accordo, ma la tensione rimane e l’equilibrio si gioca su un dialogo che deve essere tenuto aperto. Washington teme però che Jinping voglia aprire un focolaio a Taiwan per distrarre l’opinione pubblica interna e per mostrare forza in vista del XX Congresso del Partito comunista, in autunno, che dovrà accordargli altri cinque anni di potere. La visita di Pelosi, senza attuare reazioni, verrebbe vista come uno smacco all’autorità del leader. Peraltro, proprio ad agosto, i vertici cinesi si incontreranno alla località balneare di Beidaihe, per un consueto conclave annuale, in cui discutere a porte chiuse di politica.

    Il gigante orientale ha conosciuto un rallentamento nell’economia, con il secondo trimestre chiuso con +0,4% di incremento del PIL, allontanando l’obiettivo del 5,5% per quest’anno.

    Con la crescita in diminuzione, sono aumentati i disoccupati, soprattutto tra i laureati nelle grandi città.
    Un altro elemento di crisi è dato dalla politica Zero Covid, che si spiega con la necessità di non pesare su un sistema sanitario debole. I cosiddetti Dabai (“grandi bianchi”), operatori sanitari e vigilanti in strada, hanno avviato scioperi in alcune regioni, per lamentare le condizioni di lavoro e il ritardo nei pagamenti.
    Il tema della stabilità sociale è al centro degli obiettivi del governo. Infatti ci sono state anche altre proteste, per esempio da parte dei piccoli risparmiatori, i cui conti sono stati congelati, e da migliaia di cittadini della classe media, che hanno boicottato il pagamento delle rate dei mutui su appartamenti non finiti, a causa della mancanza di credito dei costruttori.

    Certo nemmeno gli Stati Uniti stanno affrontando un buon momento a livello socio-economico.

    E non a caso, nella chiamata tra i due presidenti, si è discusso anche dei dazi voluti dall’amministrazione Trump, in vista, forse, di una negoziazione. A ogni modo, il senato statunitense ha approvato il Chips and Science Act: 280 miliardi di dollari per liberarsi dalla dipendenza dei semiconduttori asiatici, attraverso finanziamenti alle aziende del settore, incentivi fiscali e fondi per la ricerca scientifica. Su Taiwan e Cina – ilpost.it, ansa.it, corriere.it, ilsole24ore.com, cnn.com, cnn.com, ispionline.it, ispionline.it e formiche.net


Il conflitto ucraino, l’interferenza russa nella campagna elettorale

Raggiunto un accordo sul passaggio del grano ucraino sul Mar Nero (ne parlavo la scorsa settimana), la Russia ha continuato l’offensiva, bombardando con rinnovata intensità grandi città come Odessa e Kyïv. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha sottolineato che l’intesa sul grano non aveva niente a che fare con una tregua militare.

La comunicazione della propaganda russa è in parte cambiata in queste settimane.

Ora, i vertici si stanno concentrando sulla criminalizzazione della figura del presidente Zelens’kyj, additato per assurdo come “dittatore”, in un tentativo disperato di mutare l’opinione pubblica ucraina – provata da cinque mesi di conflitto – sul suo leader. E certo i toni del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, vanno in questa direzione, dopo aver definito Zelens’kyj un tossicodipendente e aver prospettato un «giorno del Giudizio» per l’Ucraina. Sembrerebbe che la Russia, a corto di soldati, stia a poco a poco convincendo l’opinione pubblica interna che la mobilitazione generale sia inevitabile.

A sua volta, Medvedev ha blandito polacchi, romeni e ungheresi, affinché si spartiscano ciò che resta dell’Ucraina.

Galizia e Volinia ai primi; Bucovina settentrionale e Vinnycja ai secondi; il resto ai terzi, escludendo la Bessarabia storica e includendo invece la Transcarpazia, abitata da una comunità magiara. Un gioco pericoloso, dal momento che si basa su un discorso storico in gran parte superato dagli eventi successivi e dal fatto che l’etnocentrismo russo covi in sé il caos per il variegato panorama dell’Europa orientale. Questa settimana, colgo l’occasione per consigliare la mia recente pubblicazione per PubMe, nella collana Gli scrittori della porta accanto, dal titolo Ucraina. Storia, geopolitica, attualità, proprio per comprendere meglio le vicende storiche legate al conflitto e spiegare le origini della determinazione ucraina alla libertà e all’effettiva indipendenza da Mosca.

Per concludere, ci tengo a riprendere il punto sull’Ungheria.

Perché forse le parole del presidente Viktor Orbán – in un'Italia smarrita nella sua campagna elettorale – non sono state sufficientemente comprese per la loro gravità. Il premier ungherese, ospite in Romania, è tornato a parlare del «pericolo della migrazione di massa», che comporta una «mescolanza di razze». Ha aggiunto: «I popoli dell’Europa occidentale ormai si mescolano con razze extra-europee, mentre gli ungheresi non vogliono mescolarsi. Entro il 2050 in Europa occidentale non esisteranno più nazioni, ma solo una popolazione incrociata. Noi, qui, nel bacino dei Carpazi, lottiamo contro un destino simile.»

Travolto da molte critiche, Orbán ha provato a giustificare l’ingiustificabile parlando di un suo punto di vista culturale, dicendo di essere stato frainteso.

A metterci una parziale pezza, i membri dell’Accademia ungherese delle Scienze, che in una petizione si sono detti scioccati per queste affermazioni: «La razza umana è una, quindi l’idea delle razze umane e della loro mescolanza è biologicamente viziata. Il riferimento politico a esse riporta a un’ideologia storicamente fallita e disastrosa. Troviamo inaccettabile che il primo ministro associ il futuro del popolo ungherese a una dottrina scientificamente insostenibile e a un’ideologia così pericolosa.»

Pur rifiutandomi di entrare nel merito della campagna elettorale italiana, vale la pena sottolineare l’affinità di tre fenomeni.

Orbán che parla di purezza razziale, con Medvedev che “suggerisce” ad alcuni Paesi dell’Est una facile espansione; Putin che in settimana taglia le forniture del gas all’Europa (Lettonia in testa) senza un giustificato motivo; il gruppo di mercenari russi Wagner, che in Libia controlla parte del traffico di migranti, tema tornato curiosamente in cima alle notizie dei media italiani. Non servono attacchi informatici, né prove delle relazioni tra la politica russa e alcuni partiti italiani: ci sono già altri modi per influenzare l’opinione pubblica italiana in vista delle elezioni. In fondo, chi ha la prova delle prove, in un mondo in cui anche i regimi definiscono “dittatore” un difensore del suo popolo? Sulle dichiarazioni di Medvedev e sulla guerra – limesonline.com, lastampa.it e ispionline.it | Sulle dichiarazioni di Orbán – ansa.it, ansa.it e luce.lanazione.it


Argyros Singh
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