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Recensione: X, di Valentina Mira

Recensione: X, di Valentina Mira

Libri Recensione di Stefania Bergo. X di Valentina Mira (Fandango Libri). Una confessione, una storia vera che viene vomitata su carta in forma epistolare, la banalità dello stupro narrato con stile crudo, onesto, a volte irriverente e spregiudicato come una bestemmia.

Un libro crudo, una confessione, una storia vera che viene vomitata su carta in forma epistolare. Per rimuovere, lasciando una cicatrice a forma di X, sassi dall'anima.
Valentina Mira esordisce rivolgendosi ai genitori, che sa non avrebbero mai voluto leggere certe pagine, e poi al fratello Fabio, che sa non leggerà mai quello che ha da dire. Perché in fondo lui lo sa già, in fondo lui il verdetto lo ha già emesso e teme non ci sia possibilità di replica, anche se la speranza c'è.

Valentina Mira, classe 1991, è laureata in giurisprudenza ma lavora come giornalista.

Ha fatto la rider, lavorato al call center e come cameriera mentre portava avanti la sua passione scrivendo per varie testate e siti online, tra cui Il manifesto e Il Corriere della Sera. Racconta anche questo, nel suo libro autobiografico. Racconta la difficoltà di inserirsi nel mondo del lavoro, l'esperienza scarsamente retribuita degli inizi che obbliga ad avere più impieghi per potersi permettere un appartamento che sappia di libertà, il precariato. E quanto il mondo del lavoro possa essere particolarmente insidioso se sei donna. Ancor più se sei bella

In tutto questo, come grido su un rumore di fondo, si inserisce lo stupro subìto a 19 anni.

Subìto da un amico del fratello, un «fascistello» abituato ad avere sempre quello che vuole, per attitudine storica – «Quanto racconterò ha anche a che fare con qualche fascista, ma soprattutto col fascista inconsapevole dentro ognuno di noi».
Avviene durante una festa cui partecipano Valentina e Fabio. Una festa che pare più uno sfoggio di mascolinità tossica di camerati – «L’uomo nero è l’amico bianco con la celtica al collo». Fiumi di alcol e canti da stadio. Valentina lo conosce, G., è un amico di casa. È carino. Chiacchierano, bevono. Poi si chiudono in una stanza. Si baciano. Ma ad un certo punto Valentina dice «No», non vuole andare oltre. Lo dice chiaramente, quel no. Non lo grida, perché non dovrebbe essere necessario, dovrebbe bastare anche solo un sussurro – «Un no, certe volte, è molto di più di una parola. È una barriera. Una resistenza». Entrambi sono ubriachi, ma G. penetra mentre Valentina viene penetrata – «Sono un involucro, come il preservativo che lui non ha usato» – lasciando una macchia di sangue sulle lenzuola come prova della violenza subita.

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Cosa accade dopo? Dopo uno stupro come si reagisce? Come si sopravvive?

Soprattutto quando lo stupratore è amico di tuo fratello – o è il tuo ragazzo, un tuo famigliare, il tuo datore di lavoro.
Dicevo, cosa accade dopo? Nelle ore successive, nelle settimane successive.
La narrazione di Valentina Mira è scandita da step consecutivi. Il primo è prendere atto di quanto accaduto. Ed è talmente difficile che la parola stessa diviene violenza.
Stupro? È questa, la parola che cerco. Ma è troppo forte e io non mi sono mai sentita più debole di così. [...] Stupro. Già la parola è sgradevole, sembra un invito a non pronunciarla: s-t-u-p-r-o. Ha un suono forte, forse troppo – sa di lacerazione. E poi c’è quel tu in mezzo, s-tu-pro; quel tu che sembra un dito puntato e non si capisce mai se, mentre la dici, lo stai puntando addosso a un altro o a te stessa, accendendo un riflettore che non volevi, che nessuna vorrebbe mai. Valentina Mira, X

Una volta preso atto dello stupro, Valentina ne vorrebbe parlare in famiglia.

“Aho, che c’hai Valenti’?” Eh. Che c’ho. C’ho un buco nero dentro la pancia, ecco che c’ho. C’ho Eva che ha morso la mela – sennò il serpente chissà che le faceva, ma tanto la sua versione non interessa a nessuno, non la sappiamo, è incognita –, c’ho le streghe che bruciano di hangover, c’ho un senso di colpa che non dovrei avere perché non è colpa mia ma nessuno me l’ha detto né me lo dirà e quindi eccolo qui, il senso di colpa ancestrale, eccolo che fa bisboccia nella pancia insieme a Eva e alle altre streghe nell’inferno della mia vergogna senza nome. Valentina Mira, X
Ma di fronte ha un padre che, sebbene amorevole, pensa che sia più disturbante la cicatrice di una pallonata in faccia che la lacerazione di uno stupro. E una madre iper-cattolica per cui il sesso è una colpa a prescindere, anche se consensuale – «Il suo sguardo interlocutorio sembra chiedere: Dov’è la mia bambina? È morta, mamma. L’hanno pugnalata nella fica ieri notte, e ora non c’è e non ci sarà mai più». E un fratello che crede nella sua amicizia con lo stupratore, ne è plagiato, e finge di non accorgersi che Valentina è ormai «rancore che cammina». E allora la reazione, dopo la consapevolezza, diviene arrendevole – «Per me è stata la vittoria del silenzio sul rumore, ma soprattutto del nulla sul tutto».

Il giorno dopo, G. arriva sotto casa per parlarle, forse semplicemente per accertarsi di come lei abbia percepito quanto accaduto.

Cioè come un eccesso di desiderio sfuggitogli di mano per colpa dell'alcol. Si scusa dei modi bruschi ma esclude di essere uno stupratore, perché quanto accaduto non ritiene sia uno stupro, lo sanno tutti che le donne dicono no ma intendono sì – «Il nemico si sente riconosciuto come tale e come tale inizia a comportarsi».
«Certo che questa cosa del femminismo a voi donne vi è proprio sfuggita di mano. [...] Non hai testimoni, Fabio è mio amico. Denunciami, dai. Provaci. Subito però ti denuncio io per diffamazione, poi vediamo a chi danno retta.» Valentina Mira, X
E la resa di Valentina diventa totale, si sente sconfitta, «un agnello che ha osato immaginarsi tigre, ma forse era troppo presto, o forse non è proprio roba sua». Così, la rabbia si mescola alla necessità di mettere a tacere il proprio dolore, alla voglia di essere invisibile, non attraente, per mettersi al sicuro. Valentina inizia a ferirsi le cosce, tagli nascosti alla famiglia ma ben visibili a chiunque tenti di entrale nuovamente dentro, nella speranza che rappresentino un deterrente più potente del «No».

Lotta contro se stessa nel dubbio se denunciare o meno G.

A tratti non si sente nemmeno una donna stuprata rispetto ai tanti racconti dei media – «Forse non è neanche uno stupro, mi dico. Nessun punto di sutura» – che parlano di stupro solo quanto è estremamente violento o quando è funzionale alla persecuzione dello stupratore – «I nostri corpi, le nostre vite diventano propaganda».


Ma, come Valentina Mira tiene a precisare nelle interviste e nel suo libro, la maggior parte delle volte – più di 40.000 casi l’anno solo in Italia – si tratta "semplicemente" di sesso non consensuale: lei ha detto «No» e lui lo ha fatto lo stesso. Eppure è la dinamica meno denunciata – solo il 10% delle donne lo fa. Perché all'esterno non ci sono segni di violenza subita. O perché si tratta di situazioni che nemmeno le donne riescono a riconoscere, quelle in cui hanno l’impressione del consenso quando in realtà non è così.
[...] lui non mi ha mica picchiata. Non mi ha mica minacciata con un coltello, né con una pistola. Non mi ha filmata, non mi ha trascinata per i capelli, non ha promesso di ammazzarmi. E poi sì, ha approfittato di una differenza di stazza, ma è anche vero che avrei potuto – se fossi stata preparata, con i riflessi pronti, se mi fossi allenata tutti i giorni dalla nascita a difendermi da cose così –, io avrei potuto prendere un oggetto contundente qualsiasi (quale?) e spaccarglielo in testa o da qualche altra parte. Sarei potuta scappare. (Sarei davvero potuta scappare?) Il fatto che gli articoli di giornale sembrino stare dalla parte delle donne stuprate solo quando sono morte o quasi morte porta le vive a non denunciare? Forse sì. Per me è stato così. Valentina Mira, X

In un Paese in cui una donna stuprata deve stilare una lista dei pro e dei contro se denunciare o meno la violenza, c'è qualcosa che non va.

Contro.
Se lo dico, è reale. Non solo: se lo dico, quella cosa continuerà nell’aula di un tribunale e durerà anni. Il momento dello stupro si dilaterà fino a diventare la mia vita. Se vinco, sarò per sempre quella che è stata stuprata. La vittima. Se perdo, sarò quella che si è inventata tutto. Valentina Mira, X
Pro. Denunciando può accadere – anche se non è certo – la sua verità diventi la verità, al di là di ogni ragionevole dubbio.


Alla fine Valentina Mira decide di denunciare il suo stupratore.

Indossa jeans e felpa – «la mia divisa casual per nascondermi. Perché nessuno potesse dirmi, mai, che “me l’ero cercata”» – e va al commissariato, dove inevitabilmente le vengono poste domande di rito che offendono, con un'unica vibrazione, ogni donna stuprata: «Avete bevuto? E quanto avete bevuto? Avete fatto uso di stupefacenti? Com’era vestita? Che rapporto avevate prima di quella sera? Siete stati insieme, eravate amici?». Domande che sono attenuanti, che contribuiscono a farla sentire non creduta, come se stesse raccontando il falso. Frutto di una persecuzione millenaria che ha sempre posto la vittima sul banco degli imputati trasformandolo in gogna, in un rogo dove sono state bruciate streghe mai esistite, facendo la metà dei morti nei campi di concentramento.
E la sua denuncia, come spesso accade, finisce per essere fonte di altro dolore, un oscuro dolore invisibile, un senso di colpa, di sporcizia – «Sono io che sono sbagliata, che sono una puttana».

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La scrittura di Valentina Mira è cruda, diretta, onesta, a volte scomoda, irriverente e spregiudicata come una bestemmia.

Il modo che ha di affrontare il suo stupro, la sua urgenza narrativa, è frutto di maturazione, di consapevolezza, di determinazione, del coraggio di mettersi totalmente a nudo confessando anche dettagli che avrebbe potuto omettere. Ma in tal caso il risultato non sarebbe stato altrettanto potente.
Infine: perché X? X è il tatuaggio che ha sull'anulare per nascondere lo stesso neo che ha il fratello, per cancellare l'idea di lui, che le ha fatto male al pari di G. allontanandosi, lasciandola sola, non credendole. «X è il tabù, il rimosso», lo stupro di cui non si parla, un tabù che agli stupratori conviene, perché così non vengono denunciati, perché così possono continuare impunemente a stuprare.

Una violenza che si autoalimenta da sempre, sistemica. La violenza misogina del patriarcato.

Fatta di ferite che hanno bisogno di punti di sutura, di richieste di sesso in cambio di un posto di lavoro, di regole imposte sull'aspetto, sul comportamento, di sangue versato sulla terra o coagulato attorno alle labbra, di paura del buio o del dubbio che tutto sottintenda un secondo fine. La violenza che insegna che "quando la donna dice no intende sì", formando gli uomini a insistere e «le donne al fatto che i loro no non valgono nulla» o che debbano essere motivati. La violenza di pensare che anche liberazione femminista sia ad uso e consumo dell'uomo, fraintendendola con la disinibizione.
Valentina Mira racconta, parafrasando Hannah Arendt, la banalità dello stupro, senza pietistico dolore, senza emozioni se non la rabbia, che è quello che resta dopo la violenza. Ma non solo. C'è tanto in X, tocca temi attuali come il neofascismo, la discriminazione di genere, la giustizia, il precariato di una generazione a metà del guado che deve decidere da che parte stare. Al limite gli si potrebbe rinfacciare che manchi uno stile narrativo ricercato, ma forse gli avrebbe conferito più artificiosità che valore.


X

di Valentina Mira
Fandango Libri
Non fiction
ISBN 978-8867904303
Cartaceo 14,25€
ebook 9,99€

Quarta

X è un romanzo e una lettera. Valentina scrive al fratello con cui non parla da anni per raccontargli quello che ne è stato di lei e soprattutto quello che non ha avuto il coraggio di dirgli in passato. Torna all’estate del 2010, l’estate della sua maturità. C’è una festa, alcol e nelle casse la musica degli ZetaZeroAlfa, band di riferimento di CasaPound. La musica l’ha messa G., amico di tutti lì, anche di Valentina, ottimo studente della scuola cattolica nonostante la celtica al collo (è pur sempre una croce, del resto, e in quell’ambiente non è grave quanto un orecchino indossato da un ragazzo). G. quella notte diventa uno stupratore. Uno stupratore normale in un quartiere normale di un paese normale: nessun mostro, nessuna martire, nessun livido, solo un po’ di sangue sul letto. Valentina non lo denuncerà mai. Esattamente come il novanta per cento delle donne che sono state violentate, quel danno resta taciuto per anni. Con un’unica eccezione, un solo confidente, suo fratello che tuttavia non le crede. Al contrario, si allontana da lei e rimane amico di G., lo stupratore. Dopo quasi dieci anni Valentina decide di riprendersi la propria storia, di spezzare l’omertà e ribaltare la vergogna, dalla violentata al violentatore, restituendola a lui. È questo che ci racconta Valentina Mira in X: il tabù e lo stigma che accompagnano lo stupro, la violenza che porta a sentire il proprio corpo come estraneo. La necessità di una reazione. Scrive un canto di Natale per il fratello che non le ha creduto, lo porta indietro con sé in quella festa di molti anni prima, e poi nel presente in cui nulla funziona perché la violenza è sistemica e non una sfortunata eccezione, infine in un futuro che vede nel diritto a difendersi e ad aggredire l’unica via.




Stefania Bergo


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