Gli scrittori della porta accanto
La Nave di Teseo
La Nave di Teseo
Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Libri Recensione di Davide Dotto. Che succede a Baum? di Woody Allen (La nave di Teseo). Il primo romanzo di Woody Allen, tra cinema, nevrosi autoriali e una satira fuori dal nostro tempo. Un Sisifo senza il mito, un alter ego dell'uomo moderno.

Che succede a Baum, pubblicato alla soglia dei novant'anni, è il primo romanzo di Woody Allen. Arriva, però, da un autore da sempre riconosciuto come “scrittore”: lo testimoniano decenni di sceneggiature, racconti e l’autobiografia A proposito di niente.
Nelle pagine del libro riaffiorano così tanti richiami a film, scene e battute del suo cinema, echi shakespeariani, che si è quasi tentati di farne un inventario, o di leggerlo come un omaggio a sé stesso.



Baum, un Sisifo senza il mito, un alter ego dell'uomo moderno.

Le vicende e le confessioni di Baum rievocano in modo esplicito il mito di Sisifo, ma senza la figura di Sisifo: non l’impresa titanica, bensì la condizione umana che riguarda ciascuno di noi. Baum non è una macchietta, ma un alter ego dell’uomo moderno: incarna le paure di Allen e lo stile inconfondibile del regista newyorkese, trascendendo l’idea pura per abbracciare il dubbio e l’ossessione delle grandi domande.



Il controllo del regista: quando il limite diventa sostanza.

Non è del tutto chiaro se prevalga un certo fatalismo, o se esso non sia piuttosto il risultato di una comprensione profonda — e disincantata — della natura umana. È come se ci si limitasse a osservare l’esistenza entro un contesto “stilizzato”, sottraendola alle sue asperità reali per restituirla in una forma che non pretende di risolverla, ma la rende intelligibile.
C’è uno stratagemma narrativo che, almeno all’inizio, può disorientare il lettore: il brusco cambiamento di punto di vista. All’improvviso, infatti, si inserisce un’altra voce — un dialogo con sé stesso, un miscuglio di prima e terza persona — quasi che il racconto si trasformasse in un film e la confessione di Baum diventasse un colloquio con l’autore, con un regista immaginario o, forse, con la propria anima. Si tratta, però, di un espediente coerente, perché sappiamo da dove proviene: l’ingerenza autoriale è inevitabile. Woody Allen è iconico, possiede un dizionario e una grammatica completamente suoi, elementi che rendono riconoscibile ogni sua frase e che, proprio per questo, impediscono qualunque imitazione. Nel senso che, se un altro autore ricorresse allo stesso espediente, il risultato non sarebbe affatto garantito.
A ciò si aggiunge un altro aspetto significativo.

Che succede a Baum è scritto senza stacchi, in un continuum narrativo che sembra adottare un strumento consolidato, quello del flusso di coscienza.

Un continuum narrativo che, in questo caso, si fa addirittura duplice quando interviene il dialogo con sé stesso, creando una corrente che si divide, si confronta e si ricompone. Una scelta che amplifica la sensazione di assistere sia a un monologo sia a una mise en scène dove la mente di Baum e la voce dell’autore condividono lo stesso spazio scenico.
Baum non possiede alcuna vita interiore strutturata: non dialoga davvero con sé stesso, ma con la realtà che lo assedia e lo pervade. Il suo non è un confronto spirituale, bensì una reazione continua agli stimoli del mondo, alle sue paure e ai suoi fantasmi quotidiani. La quiete appartiene solo a chi racconta, all’autore che osserva le vicende dall’esterno e ne orchestra il ritmo. La sorte di Baum è tutt’altra cosa: un moto perpetuo, un’inquietudine che non concede tregua e che lo spinge verso un dialogo incessante con ciò che gli accade, non con ciò che egli è. Proprio da questa distanza (tra l’autore e il suo personaggio) si apre una fessura da cui filtra l’ironia, il paradosso, la nevrosi.

Baum finisce per rispecchiare le paure più profonde di Allen, comprese quelle squisitamente creative.

Il timore, ad esempio, di faticare "a creare personaggi che troppo spesso erano solo veicoli per le sue idee". Ma la densità psicologica conferita è tale da far dimenticare ogni strumentalità.
Woody Allen ne è pienamente consapevole: «Ci vuole un grande scrittore per infondere vita a tutte quelle domande senza risposta». Eppure, con la consueta spietatezza, lascia che da Baum emergano solo compitini moralistici, quasi a voler denunciare l’impossibilità di risolvere letterariamente l’enigma dell’esistenza.
E lo fa con lucida intenzione. Baum deve rassegnarsi al proprio destino nel momento esatto in cui cerca di rompere l'incanto narrativo restituendo al mondo la cruda realtà, priva di filtri ironici o schermi protettivi. È un desiderio postumo di autenticità che si scontra con il limite invalicabile della sua natura letteraria: simile a un farmaco con le sue controindicazioni, è filtrata da una messinscena che trasforma il dolore in una posa stilizzata, rendendo la sua ribellione un ultimo, tragico atto di satira.
Se un simile espediente fosse usato da un altro autore, gli si contesterebbe immediatamente un problema di focalizzazione o un'eccessiva ingerenza autoriale. Qui il limite diventa sostanza: significa non smettere i panni del «regista», esercitando una forma di controllo che non concede autonomia al personaggio, ma lo costringe entro il perimetro di una visione precisa.

Una satira fuori dal tempo.

L’esistenza viene esorcizzata, senza doverle attribuire per forza un senso e anzi ci si libera proprio dalla necessità di trovarne uno (come in Un giorno di pioggia a New York). Al massimo si consente — entro certi limiti — un accomodamento tra sogno e realtà (tema centrale anche in La ruota delle meraviglie). E se casomai questa risposta venisse trovata non potrebbe essere  rivelata.
La narrazione — letteraria o cinematografica — non dà un senso, lo sostituisce o persino lo copre per la necessità disperata di un compromesso. Trasforma la vita in struttura, l’angoscia in ritmo, il nonsense in ironia. È questo il modo in cui l'esistenza viene resa maneggiabile: non perché illuminata da un significato, ma perché filtrata dall’atto stesso del raccontare (come accade nel suo cinema più personale, da Interiors in avanti).

Si è parlato di realtà: ma qual è quella descritta? Paradossalmente è fuori dal tempo.

Il linguaggio è lo stesso da decenni, immutabile, e in queste pagine – come nei suoi film – non compaiono tablet, né cellulari, né social. È il mondo sospeso delle sceneggiature e della macchina da scrivere con la quale è stata scritta persino questa storia.
La New York che si vede è astratta e riconoscibile allo stesso tempo, evocata da Gershwin nel celebre incipit di Manhattan, e in cui è ancora possibile esercitare una satira contro la morale piccolo borghese, forse proprio perché oggi non lo si può essere più, “piccolo borghesi”.
Si pone quindi un problema narrativo tutt’altro che secondario: esiste per Allen una linea temporale che non può essere varcata e che lo tiene al riparo dalle dinamiche contemporanee. Al di là di quella soglia – il linguaggio, la tecnologia, il nuovo – Woody Allen non risuonerebbe più. La sua poetica vive in una dimensione laterale, anacronistica e protetta.

Che succede a Baum è un racconto che non coincide con quello in cui viviamo, ma con quello in cui lo scrittore/sceneggiatore/regista può ancora esistere come autore.

Nel romanzo riaffiora anche una satira a tratti feroce, accompagnata da un cinismo che sfiora il macabro. Sono elementi che, letti oggi, possono risultare meno efficaci — complice la presenza di riferimenti non esattamente “a prova di cancel culture”. Ma in fondo è forse proprio questa loro dissonanza a preservarne il valore: ciò che oggi “non funziona” continua a testimoniare uno stile, una firma inconfondibile.
Lo si avverte in una frase che racchiude forse la postura etica più segreta del romanzo: «Gli sembrava l’ennesima ingiustizia in questa esistenza ingrata che cerca di spacciare per indifferenza quella che invece è malvagità pura e semplice».
È un’intuizione profonda: la malvagità quotidiana, che diventa normale per inerzia. È contro questo male minimo — e perciò pericoloso — che la satira si fa feroce. È la percezione di chi, nato negli anni Trenta, ha vissuto con la convinzione che il mondo potesse davvero finire.

Che succede a Baum non propone una divisione morale, né invita a schierarsi dalla “parte giusta”. 

Lo sguardo è universale, quasi antropologico: non giudica, osserva. I soliloqui di Baum non conducono a una crescita, né a un percorso spirituale, perché non c’è nulla da raggiungere; c’è piuttosto un affresco dell’esistenza, una fotografia di piccole meschinità e autoinganni. In altre parole: la spiritualità affiora come sintomo, malattia da curare: qualcosa che non guida, bensì che va contenuto.
Se proprio si volesse tracciare una linea di demarcazione, non sarebbe tra innocenti e colpevoli, ma tra chi rischia — e ha successo — e chi invece “rosica”, imprigionato in una inettitudine da cui vorrebbe uscire, anche a costo di ribaltare le certezze e il mondo di cui fa parte.
Non si può parlare di un “grattare via la vernice nella vita degli altri”. Allen non è un autore che smaschera o che penetra il lato nascosto delle persone: preferisce osservare la superficie attraverso il filtro delle proprie nevrosi. Non indaga, riflette. I personaggi non vengono rivelati, ma rispecchiati: diventano specchi che amplificano il caos interiore. È da questa distanza che emergono la caricatura, l’assurdo e la dimensione grottesca.


Che succede a Baum?


di Woody Allen
La nave di Teseo
Romanzo
ISBN: 978-8834621967
Cartaceo 19,00€
Ebook 11,99€

Quarta

Asher Baum sta perdendo la testa. Come biasimarlo? È un giornalista ebreo di mezza età, diventato romanziere e drammaturgo e consumato dall’ansia per qualsiasi cosa, i suoi ampollosi libri filosofici ricevono recensioni tiepide e il suo prestigioso editore newyorkese lo ha scaricato. Il suo terzo matrimonio è in crisi, teme che la moglie, laureata ad Harvard, sia stata sedotta da suo fratello minore, bello e vincente, mentre sospetta anche del loro vicino in Connecticut. In più, lo mette molto a disagio il legame che sua moglie ha con il figlio, uno scrittore più affermato di lui. Come se non bastasse, in un attimo di follia ha cercato di baciare una giovane e attraente giornalista durante un’intervista, che lei sta per rendere pubblica. C’è da stupirsi che Baum abbia iniziato a parlare da solo? Gli sconosciuti che lo incrociano per strada scuotono la testa e lo evitano. Nel frattempo, però, Baum ha scoperto un segreto esplosivo: meglio tenerlo per sé, o rivelarlo e mandare all’aria il suo matrimonio? Che succede a Baum? è il primo romanzo di Woody Allen ed è tutto ciò che ci si aspetterebbe da lui, e molto di più. Il ritratto di un intellettuale paralizzato dalle nevrosi sulla futilità e il vuoto della vita; uno sguardo irriverente sui miti dell’editoria newyorkese; soprattutto, una storia divertente, dalla trama serrata e dalla scrittura impeccabile, da uno dei più grandi e versatili talenti cinematografici e letterari americani. Un romanzo che farà tremare il mondo letterario.



Davide Dotto
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Recensione: Confessioni di un giovane romanziere, di Umberto Eco

Recensione: Confessioni di un giovane romanziere, di Umberto Eco

Recensione: Confessioni di un giovane romanziere, di Umberto Eco

Libri Recensione di Davide Dotto. Confessioni di un giovane romanziere di Umberto Eco (La nave di Teseo). La sottile frontiera tra "finzione" e "realtà" di un professore di mestiere e di un romanziere per diletto.

Confessioni di un giovane romanziere di Umberto Eco offre uno sguardo esaustivo sulla vasta erudizione di un autore che ha dedicato la sua vita all’insegnamento accademico (professore per mestiere) e alla narrativa (romanziere per diletto), abbracciando molte aree dei media e della comunicazione, incluse tecnologia e intelligenza artificiale.
Le due anime non possono essere separate, poiché la vocazione narrativa, evidente nei saggi, ha conferito alla stessa tesi di laurea (Il problema estetico in Tommaso d’Aquino) il ritmo dell’indagine poliziesca.

Confessioni di un giovane romanziere raccoglie e riprende argomenti chiave affrontati in conversazioni e interviste.

Ma anche nelle Postille al nome della rosa, nelle Sei passeggiate nei boschi narrativi o nella Vertigine della lista. Ciò a dimostrare come il pensiero e la produzione di Umberto Eco siano un “cantiere aperto” in cui i temi che permeano saggi e romanzi vengono investigati a fondo.
Ma questo lo sapevamo già; qui c’è molto di più. Il titolo “Confessioni” suggerisce l'introspezione profonda nel processo creativo dell'autore, ma richiama alla mente quelle di sant’Agostino. E di sant’Agostino, più di una volta, Eco ha citato il punto della De doctrina christiana, in particolare il concetto secondo cui:
Ogni interpretazione di una certa parte di un testo può essere accettata se è confermata – e deve essere respinta se è contestata – da un’altra parte dello stesso testo. In questo senso, la coerenza testuale interna controlla gli slanci (altrimenti incontrollabili) del lettore. Umberto Eco, Confessioni di un giovane romanziere 

Questi slanci, però, come ogni esperienza artistica, si rivelano necessari e alla lunga fanno la differenza. Se l’arte non è un mestiere (ma diletto), al mestiere si presta comunque, a condizione che trovi il modo di disciplinarsi e darsi una forma.

È, questa esigenza, o pretesa, la quadratura del cerchio in cui si gioca tutto e il suo contrario, e dove anche un’opera saggistica può fare da esempio del bello scrivere.
La ricerca di una coerenza interna in un testo è sempre messa a dura prova, qualunque ne sia l'oggetto o l'argomento. Se poi ci si incammina tra finzione e realtà, la consapevolezza che entrambe le dimensioni si influenzano a vicenda (contribuiscono a modellare la nostra comprensione del mondo) rende il compito snervante, ma allo stesso tempo apre la strada a nuove esplorazioni.
In altre parole, la complessità e la molteplicità della realtà rendono difficile una definitiva catalogazione, poiché essa può assumere forme inaspettate che solo il romanzo è in grado di districare. Al massimo si coglie un momento, un istante nel suo complesso fluire e scorrere, ma non la legge (o un chilometrico algoritmo) che la riassuma una volta per tutte.

Eppure il lavoro del romanziere e del saggista è proprio questo: una ricerca ardita nel cuore di tale complessità, nel tentativo di svelare significati nascosti nel tessuto del reale.

Il romanziere chiaramente va oltre poiché va a caccia di questo significato anche a costo di far aderire in tutto e per tutto la realtà al modello proposto dalla sua finzione. Ma non diversamente rischiano di fare il filosofo, lo storico o in generale il saggista, nell'adattare il mondo alla teoria al fine di sostenerla.
La finzione quindi rincorrerà la realtà nel suo inesauribile fluire. In questo contesto, un'opera di finzione come Il nome della rosa, per esempio, imita la realtà fino al punto in cui le conclusioni – per ciò che rimane di inesplicabile e sfuggente – si sgretolano di fronte alla cocente sconfitta di frate Guglielmo da Baskerville.
Ciononostante, anche le affermazioni enciclopediche hanno dei limiti. Sono pur sempre soggette a revisione, poiché la scienza, per definizione, è sempre pronta a riconsiderare le proprie scoperte. Umberto Eco, Confessioni di un giovane romanziere


L’intento di fondo è sistematico, combinatorio, in breve enciclopedico; mira a distinguere per poi ricomporre il tutto in un disegno via via diverso.

Esso può assumere la forma del discorso di un saggio o costituire la trama di un romanzo, in ogni caso tappa di un percorso che solo in apparenza conduce a “un vicolo cieco”. Ossia alla constatazione che di nulla si potrà mai dire qualcosa di definitivo. Ogni soluzione, fosse anche una legge fisica, è destinata a infinite riformulazioni. E anche la migliore talvolta si mescola al rumore di fondo, passa inosservata, oppure confonde vieppiù le acque poiché spiegando tutto spiega troppo, dissolvendosi tra le mani come polvere.
E così deve essere: la realtà nelle sue sfaccettature, per essere abbracciata nel suo insieme, deve mostrare le sue incoerenze e le sue ambiguità. E la finzione (l'opera narrativa) vi si adegua.




Confessioni di un giovane romanziere

di Umberto Eco
La nave di Teseo

ISBN 978-8834615683
Cartaceo 19,00€
Ebook 11,99€

Quarta

Umberto Eco ha pubblicato il suo primo romanzo, Il nome della rosa, nel 1980, quando aveva 48 anni. In queste “confessioni”, nate in occasione delle Richard Ellmann Lectures nel 2008 – un prestigioso ciclo di conferenze tenuto per la Emory University ad Atlanta – ha alle spalle una lunghissima carriera di studioso, ma una carriera di narratore di “soli” ventotto anni: “pertanto mi considero un romanziere molto giovane,” dice in apertura del volume, “e, spero, promettente, che ha sinora pubblicato solo cinque romanzi e molti altri ne pubblicherà nei prossimi cinquant’anni.” In Italia La nave di Teseo pubblica ora per la prima volta questo libro, continuando ad approfondire l’autobiografia intellettuale di Eco, sotto altri aspetti (quelli legati alla filosofia) raccontata nel volume La filosofia di Umberto Eco. Qui l’attenzione è portata sul rapporto tra Eco e la scrittura. Il lettore trova così il racconto di come Eco ha iniziato a scrivere, fin dai quaderni della scuola, con gli inizi di romanzi poi incompiuti; la descrizione di come ha costruito i suoi complessi universi narrativi; il suo sguardo consapevole sul rapporto fra invenzioni romanzesche e teoria narrativa; e poi le sue grandi ossessioni, come la passione per elenchi e liste. A distanza di anni dalla sua pubblicazione originaria negli Stati Uniti, esce tradotto anche in Italia uno dei libri più personali di Eco – l’unico in cui racconta il suo processo creativo di narratore.



Davide Dotto
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Recensione: Il nome della rosa, di Umberto Eco

Recensione: Il nome della rosa, di Umberto Eco

Recensione: Il nome della rosa, di Umberto Eco

Libri Recensione di Davide Dotto. Il nome della rosa, il primo romanzo di Umberto Eco (La nave di Teseo). Una grande e complicata quaestio, la cronaca di incontrovertibili e immodificabili eventi avvenuti intorno a un’abbazia nell'arco di sette giorni.

Cos'è un nome? Nulla. Un suono che chiama un corpo, un campanello che ti aggioga. Ricevere un nome è la prima prova che siamo in balia degli altri. Non avere nome significa fuggire: pochi hanno il coraggio di andarsene dal nome che hanno fino al nome che sono.
Antonella Anedda, Salva con nome

Il Nome della rosa è il primo romanzo di Umberto Eco.

A tutti gli effetti è un giallo, in cui si inseriscono altri generi quali la gothic novel, il romanzo storico, il thriller. La lettura è agevole, perché ci si muove entro schemi codificati e riconoscibili, nonostante la presenza di dispute teologiche. In esse si segue lo schema della quaestio medievale:
  1. Il maestro propone o assume una questione (quaeritur)
  2. Elenca alcune obiezioni (videtur quod)
  3. Enuncia la soluzione (sed contra)
  4. Ne dà la trattazione (respondeo)
  5. Risolve a una a una le varie obiezioni prima avanzate (ad primum, ad secundum, …)
Le quaestiones sono liste di obiezioni, di soluzioni, citazioni a sostegno di tesi contrapposte.

Nel romanzo le dispute si chiudono bruscamente lasciando spazio ad altro. Non giungono quindi ad alcuna conclusione.

Isomma: Gesù rideva o non rideva, era o non era proprietario delle vesti che indossava? Il lettore non è tenuto a seguirle, può sorvolarle. È importante che ci siano, perché contribuiscono a creare l'atmosfera.
Il nome della rosa è scritto interamente così, è una grande e complicata quaestio: «Nulla vi è di più meraviglioso dell’elenco», della raccolta e della classificazione, di un inventario nel quale si spera di intravedere un ordine.
L’ordine dell’elenco è anche il rassicurante ordine dell’Universo? Questo il dilemma amletico di Guglielmo da Baskerville, monaco investigatore del XIV secolo.

Il racconto nel suo insieme è la cronaca di incontrovertibili e immodificabili eventi avvenuti intorno a un’abbazia nell'arco di sette giorni.

Adso, il narratore, ci presenta lo scriptorium del monastero e chi vi lavora.
L’elenco potrebbe continuare e nulla vi è di più meraviglioso dell’elenco, strumento di mirabili ipotiposi.
Umberto Eco, Il nome della rosa
L’elenco che più seduce Guglielmo è il codice che contiene il catalogo della biblioteca.
Nel rievocare gli anni difficili vissuti da Salvatore, un monaco che nella sua deformità richiama il Quasimodo di Notre Dame de Paris, inizia una lista di quasi due pagine:
Dal racconto che mi fece me lo vidi associato a quelle bande di vaganti che poi, negli anni che seguirono, sempre più vidi aggirarsi per l’Europa: falsi monaci, ciarlatani, giuntatori, arcatori, pezzenti e straccioni, lebbrosi e storpiati, ambulanti, girovaghi, cantastorie, chierici senza patria, studenti itineranti, bari, giocolieri, mercenari invalidi, giudei erranti, scampati agli infedeli con lo spirito distrutto, folli, fuggitivi colpiti da bando, malfattori con le orecchie mozzate, sodomiti, e tra loro artigiani ambulanti, tessitori, calderai, seggiolai, arrotini, impagliatori, muratori, e ancora manigoldi di ogni risma, bari, birboni, baroni, bricconi, gaglioffi, guidoni, trucconi, calcanti, protobianti, paltonieri e canonici e preti simoniaci e barattieri…
Umberto Eco, Il nome della rosa

È un inventario anche quello di Jorge da Burgos – monaco cieco, eminenza grigia dell'abbazia – nel ribattere contro la necessità dei bestiari – «Ogni immagine è buona per ogni virtù?» – sui quali si ha il sospetto che in gioventù avesse perso del tempo, ricordandoli così bene.

…l’asino che suona la lira, l’allocco che ara con lo scudo, i buoi che si attaccano da soli all’aratro, i fiumi che risalgono le correnti, il mare che s’incendia, il lupo che si fa eremita, le civette che insegnano grammatica, orbi che guardano i muti e muti che domandano pane, la formica che partorisce un vitello, polli arrosto che volano…
Umberto Eco, Il nome della rosa
In tali sequenze l’autore non raggiunge i livelli di Victor Hugo, capace di costruire liste di nomi e di vie lunghe dieci o quindici pagine – per esempio in Novantratré – nelle quali ci si perde. Ma l'intenzione è proprio questa: Eco stesso nel trattato vertigine della lista dimostra la tendenziale infinitezza di alcuni elenchi. Più che nella ricerca di un ordine, ci si affanna o ci si sofferma nella semplice enumerazione.

Questo è il punto cruciale: se gli indizi, i segni sono infiniti, a quando la ricerca delle leggi generalissime, dell'ordine che esprimono?

«Il massimo di confusione [può raggiungersi] col massimo di ordine» come in un labirinto.
Un elenco può dire tutto, ma anche nulla. Non è necessario dica nulla perché se esso si apre all’infinito, compie alla perfezione la sua funzione. Ecco l'incubo, l'ipotesi raccapricciante che si profila nella mente di Guglielmo.
Guglielmo è già consapevole della problematicità della ricerca, dell’inevitabile disfatta. Ci sarà sempre qualcosa che sfugge.
In fondo l’investigatore riesce il più delle volte ad assicurare l’assassino alla giustizia per un’intuizione, certo, ma anche per il sopravvenire di un elemento nuovo, che si aggiunge strada facendo.
L’indagine di Guglielmo non fa eccezione. Arriva comunque al risultato, anche se per vie traverse. Tra l’altro questo è lo stesso motivo per il quale non esiste il delitto perfetto: anche l’assassino non potrà mai prevedere tutto, qualcosa gli sfuggirà. Gli antagonisti, perciò, si battono ad armi pari.

Sembra non del tutto giustificato il senso di profondo scoramento che afferra nel finale il monaco investigatore. Ciò che è stato colpito non è il modo di procedere e di ragionare, quanto la vanità intellettuale.

Guglielmo cede alla vanità della mente, e non tiene conto dei moniti che qua e là sopravvengono, come per esempio quello paterno di Ubertino da Casale: «Ma ti ho detto anche la superbia, la superbia della mente, in questo monastero consacrato all’orgoglio della parola, alla illusione della sapienza…»
Guglielmo da Baskerville vedrà contraddette una a una le piste fino a ora seguite.
Io procedo come se l’assassino ragionasse come me. Ma se seguisse un altro disegno? E se, soprattutto, non ci fosse un assassino?
Umberto Eco, Il nome della rosa

Guglielmo da Baskerville è pur sempre un uomo del suo tempo. 

L'esito dell'indagine è devastante per le conclusioni – teologicamente non ortodosse – alle quali è costretto a giungere, sorpreso da un dubbio amletico: «…nessun ordine nell’universo, forse nemmeno una volontà superiore che regga il tutto, esiste…».
Si tratta di una conclusione di per sé nichilista che coinvolgerà nelle ultime pagine la stessa voce narrante – e quasi eretica –, Adso da Melk.

A proposito di nomi. 

Guglielmo di Baskerville, oltre a rievocare Sherlock Holmes, richiama anche il filosofo del Trecento Guglielmo di Ockham, esponente del nominalismo.
Il primo atto compiuto da Adamo è quello di attribuire un nome alle creature che gli sfilano davanti, imitando a suo modo il verbo creatore. Non per nulla il romanzo inizia con le parole di Giovanni:
In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere con salmodiante umiltà l’unico e immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità.
Umberto Eco, Il nome della rosa
Adamo, con ciò, ripete attraverso i nomi l’unico e immodificabile evento della creazione, in modo che egli stesso apra gli occhi e la mente a qualcosa cui non era presente, rendendosene tuttavia partecipe.
Dietro a quest’atto può nascondersi l’insidia dell'Essere che tanto tormenta le pagine di Jean-Paul Sartre.

Nelle intenzioni originarie dare il nome alle cose, oltre a esprimere la libertà dell’uomo, testimoniava l'appartenenza a qualcosa, l'essere – a immagine e somiglianza di…

La caduta aspettava fulminea dietro l’angolo. Sostituire all’essere la dimensione dell’avere, del possedere o dell'apparire,  sia pure attraverso l’apposizione dei nomi, il passo è breve. La divinità caccia la sua creatura dall’Eden, dalla sua creatura la Verità stessa si ritrae per sempre.
Cadendo nella trappola, si ritiene che attribuire il nome alle cose garantisca su di esse un potere, permetta di impossessarsi, senza comprenderlo a fondo,  del mondo circostante.


Il nome della rosa

di Umberto Eco
La nave di Teseo
Thriller storico | Gothic novel
ISBN 978-8834603000
Cartaceo 17,10 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Un’abbazia medievale isolata. Una comunità di monaci sconvolta da una serie di delitti. Un frate francescano che indaga i misteri di una biblioteca inaccessibile. In una edizione con i disegni e gli appunti preparatori dell’autore, il romanzo che ha rivelato il genio narrativo di Umberto Eco: tradotto in 60 paesi con oltre 50 milioni di copie vendute, Il nome della rosa ha vinto il premio Strega nel 1981 e ha ispirato un film e una serie tv di successo mondiale. “ I disegni e le annotazioni manoscritte del futuro autore del Nome della rosa testimoniano il minuzioso lavoro preparatorio prima della stesura del romanzo. A conferma di quanto affermato da Eco nelle ‘Postille’ (1983): ‘Per raccontare bisogna anzitutto costruirsi un mondo il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari.’ E che cosa ci racconta o, meglio, ci anticipa di questo mondo il materiale visivo qui riprodotto? Innanzi tutto l’identità, la fisionomia dei principali protagonisti, con il tipico tratto veloce, arguto dell’autore, che ne giustificherà l’invenzione ‘per sapere quali parole mettere loro in bocca.’ Poi profili e piante di abbazie, castelli, labirinti, in una piena immersione nella cultura anche materiale del Medioevo.” Mario Andreose


Davide Dotto
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Recensione: Il colibrì, di Sandro Veronesi, Premio Strega 2020

Recensione: Il colibrì, di Sandro Veronesi, Premio Strega 2020

Recensione: Il colibrì, di Sandro Veronesi, Premio Strega 2020

Libri Recensione di Davide Dotto. Il colibrì di Sandro Veronesi (La nave di Teseo). Vincitore del Premio Strega 2020, è il racconto estenuante di un'umanità fragile e disorientata che si inventa stratagemmi e riti per non soccombere.

Qualcuno lamenta che sia “un romanzo a tesi” e, come tale, “troppo costruito”. Può essere. 
Sostenere però che sia “banale” o “noioso” non gli rende giustizia.
È un romanzo da centellinare, esige lentezza per essere metabolizzato; non va letto tutto d'un fiato.  Oppure sì, a condizione si parta sin da subito col piede giusto.
Colibrì di Sandro Veronesi, vincitore del Premio Strega 2020, è un testo narrativo e letterario. Per struttura, sviluppi e considerazioni è un “romanzo mondo”. Entra in gioco non solo l’universo “borghese”, ma la ricerca ossessiva di un senso, se non di un ordine, proprio dove non è dato trovarne. A meno di individuarne uno nel mondo delle illusioni certificato da una etichetta, da un’idea, una forma mentis, una cultura e milioni di altre simili denominazioni.

Marco Carrera è il colibrì del titolo per più di una ragione. 

Sembra non accorgersi di nulla, vive un’infanzia serena solo perché non vede quello che avviene in casa, né le avvisaglie che porteranno allo sfaldamento del proprio matrimonio e, a cascata, di tutto il resto.
Se chi gli sta intorno si agita, stila minuziosi inventari (il fratello Giacomo), scrive la storia dei propri genitori attraverso i numeri mancanti della collezione Urania (sempre il fratello Giacomo), fa il conto di responsabilità e colpe per l’addebitamento della separazione (la moglie Marina), lui no.
Non coglie l’insieme, forse perché non lo insegue, o pretende di afferrarlo “al volo”, tutto in una volta, quando e se gli si presenterà come una rivelazione. Di sicuro non si aspetta quella dello psicanalista di sua moglie, che lo mette sull'avviso di molte cose, scoperchiando l’inferno che da sempre ha abitato, lui e tutti gli altri, nessuno escluso.

Se tutto crolla intorno, il movimento vorticoso del colibrì gli permette di restare ancorato nel medesimo punto dello spazio e del tempo.

Non immobile, ma inamovibile. È una forma di “resistenza” che si tramuterà in una fede tutta particolare, balsamo contro i dolori devastanti che la vita offre un po’ a tutti. Poco importa si tratti di una qualche “utopia”.
E questo chiaramente porta a cambiare, nel corso del romanzo, ogni giudizio o pregiudizio nei suoi confronti.
Marco entra in conflitto con le proprie colpe innumerevoli, talvolta fasulle. Intuisce forse che quanto vissuto e avvenuto, sarebbe avvenuto ugualmente se si fossero mossi altri ingranaggi.

Cosa interessante è che Marco, il colibrì, nel suo infaticabile e inavvertito moto dell’anima, è ingranaggio egli stesso.

Lo comprenderà a tempo debito, quando emozioni e reazioni cesseranno di essere (o sembrare) riflessi incondizionati, simili al movimento vorticoso delle ali del colibrì che rappresenta.
Allora smetterà di porsi tante e inutili domande che paiono decisive, ma non contemplano alcuna risposta, e presuppongono, invece, il vagare qua e là come un’anima in pena. Ciò che ottiene o otterrebbe sono solo giustificazioni postume che nulla possono.
Irene, la sua sfortunata sorella, di domande ne pone molte meno e però vede le cose come sono. Che si è come foglie trasportate dal vento quando ragionano sulla direzione del vento stesso.

Colibrì è il racconto estenuante di un’umanità fragile e disorientata che si inventa teorie e stratagemmi, riti per non soccombere.

È, questa, una regola ferrea, confermata dall’eccezione di un colibrì che, comunque vada, rimane imperterrito nella propria posizione aggrappandosi a qualsiasi cosa: ad altre illusioni, a una utopia qualsiasi, alla teoria dell’occhio del ciclone, a quello della pietra sull’acqua, in una parola: alla inesauribile, determinata e disperata propria ragion sufficiente.

Il colibrì

di Sandro Veronesi
La nave di Teseo
Narrativa
ISBN 978-8834600474
Cartaceo 19,00 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Marco Carrera è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d'arresto della caduta - perché sopravvivere non significhi vivere di meno. Intorno a lui, Veronesi costruisce un mondo intero, in un tempo liquido che si estende dai primi anni settanta fino a un cupo futuro prossimo, quando all'improvviso splenderà il frutto della resilienza di Marco Carrera: è una bambina, si chiama Miraijin, e sarà l'uomo nuovo.
Davide-Dotto

Davide Dotto
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Recensione: A proposito di niente, di Woody Allen

Recensione: A proposito di niente, di Woody Allen

Recensione: A proposito di niente, di Woody Allen

Libri Recensione di Davide Dotto. A proposito di niente di Woody Allen (La Nave di Teseo): «Gente, state leggendo l'autobiografia di un misantropo ignorante e patito di gangster».

Gente, state leggendo l'autobiografia di un misantropo ignorante e patito di gangster.
[...]
Tutti i miei film ci guadagnerebbero a essere rigirati.
Woody Allen, A proposito di niente
Perché leggere A proposito di niente di Woody Allen?
Le motivazioni sono le più varie. In primis è un documento prezioso per chi già conosce il celebre cineasta e voglia definire il ritratto dell'uomo accanto a quello dell'artista.
Unica accortezza: maneggiare con cura. Non c'è infatti biografia o autobiografia la quale, scavando nel profondo, o pescando nel torbido, non tiri fuori gli aspetti più controversi, gli scheletri nell'armadio; in caso contrario, insegna l'esperienza comune, avremmo una agiografia, per definizione inattendibile.

Ciascuno ha un'idea precisa su Woody Allen, rinsaldata dall'immagine che egli stesso ha dato di sé, dai personaggi che ha interpretato, e portato sugli schermi in cinquant'anni di attività. 

C'è l'apparente discontinuità unita a una certa dose di pigrizia, il genio e la sregolatezza di chi ha un elevato QI e la stanza piena di fumetti. I libri arrivano verso i sedici, diciassette anni, insieme ai manuali di illusionismo, solo per far bella figura con le ragazze.
«Stendhal e Dostoevskij avrebbero sostituito il gatto Felix e Little Lulu»
Woody Allen, A proposito di niente
Si consolida in gioventù il ritratto più consueto, quello di «un nevrotico pieno di fobie e dalla vita emotiva disastrata, sempre sul punto di perdere l'autocontrollo, un misantropo solitario e claustrofobico, un impeccabilmente pessimista».
Il momento cruciale è l'accorgersi della finitudine di un universo che si dilata, quando Shakespeare, Beethoven e la Gioconda avrebbero cessato di avere un senso.



Sono pagine vivaci nelle quali si respira l'eco di un'infanzia serena anche se difficile, visti i tempi (gli anni Trenta e Quaranta).

Emerge con prepotenza il contributo che danno – nel corso della vita e della carriera – incontri cruciali (Diane Keaton, Mia Farrow, Soon Yi tra tutti).
«Sembrava che fossi circondato da persone meravigliose ma instabili come l'uranio.»
Woody Allen, A proposito di niente
Non cerca lo scontro ma il confronto, evita se può le contese legali per conservare – dove possibile – legami e amicizie decennali. Non è un rapace, ma non si può negare sia piuttosto combattivo. Sceglie lui le battaglie in cui cimentarsi senza darsi tregua.
L'indole si proietta nei rapporti con chi lavora davanti la cinepresa: «Rassicuro sempre gli attori che non devono dire nulla che non sentono loro. Possono recitare i miei dialoghi con le loro parole, non devono indossare vestiti o adottare pettinature che li mettano a disagio.»

Woody Allen parla delle sue opere (accenna a Rifkin's Festival, ultima fatica in ordine cronologico, considera la Ruota delle Meraviglie  a tutt'oggi il suo miglior film) senza raccontarne i dettagli tecnici. 

Per questi, volendo, c'è il recente contributo di Eric Lax.
L'autobiografia pubblicata da La Nave di Teseo non manca, tuttavia, di approfondire il punto di vista personale su pellicole che non avrebbe girato, o avrebbe diretto altrimenti.
È assodato che Ciao Pussycat (1965), per esempio, non faccia testo a riguardo. Allen ha scritto la scenografia, ma da parte di molti vi sono stati troppi rimaneggiamenti. Si può ben comprendere come, d'ora in avanti, Woody Allen abbia preteso e ottenuto il totale controllo delle sue opere, scoprendo allo stesso tempo la differenza che possono fare il talento, la fortuna, qualche volta il caso, la presenza dell'attore giusto al momento giusto, come una colonna sonora possa salvare o guastare il montaggio.


Paradossalmente aveva da ridire su Manhattan, tanto da promettere un film gratis se i produttori avessero rinunciato a distribuirlo.

Interrompe il filo del racconto una densa sezione dedicata allo scandalo che ha tenuto banco nelle cronache americane quasi trent'anni fa. 

Si tratta di accuse scandagliate nelle sedi più opportune, in quelli che nel nostro ordinamento sono gli incidenti probatori.
Rivelatesi non credibili, non circostanziate, insussistenti, si sono concluse con un nulla di fatto. Sul punto, la versione di Woody Allen non aggiunge granché alla verità ufficiale, né alla sua opera. Rimane forse una lezione amara: «basta essere infangati una volta per restarlo per sempre».
Non c'è dubbio che le accuse a lui rivolte assumerebbero il loro rilievo se fossero risultate fondate, contribuendo – loro malgrado – a completare il quadro e a renderlo più complesso da leggere. 
Non sembrano giustificati, quindi, la damnatio memoriae, i passi indietro dell'editore Hachette. Sennonché la cosa appare più complicata valutando contesto di riferimento, voci di dissenso, la sollevazione dei dipendenti della medesima casa editrice. Di qualunque genere si tratti, un prodotto commerciale è un investimento: sono comprensibili le resistenze di un produttore o di un editore timorosi del boicottaggio di spettatori e lettori.
In Europa si respira un'altra aria e, considerati i dati delle vendite, il pericolo appare decisamente scongiurato.
Non contribuiscono a sbrogliare la matassa le invettive di alcuni attori, pentiti di aver lavorato con lui, compreso il giovane Timothée Chalamet che abbiamo apprezzato in Un giorno di pioggia a New York. Altri, invero, contestano le accuse, difendendolo a spada tratta, compresa l'amica di sempre, Diane Keaton.


Tornando al libro, è evidente un innato talento narrativo. 

Nulla di diverso dalla voce che accompagna le disavventure di Virgil Starkwell in Prendi i soldi e scappa (1969), o dalla breve lezione sul modo di scrivere un incipit in Manhattan.
A chi consiglio di leggere la nuova autobiografia di Woody Allen "A proposito di niente"? Non solo ai cinefili, ma a tutti quelli che amano la grande letteratura. Perché Woody Allen è un vero scrittore.
Elisabetta Sgarbi

Altrettanto innata l'abilità di muoversi sul set quando nulla sapeva di «macchine da presa, obiettivi, luci e regia».

A essere pignoli, si deve riconoscere che la settima arte fa da catalizzatore delle passioni e innumerevoli inclinazioni coltivate negli anni da Woody Allen.
In conclusione: questo impeccabile pessimista quando vuole e quando può sa essere felice. Forse è questo l'autentico suo talento, anche quando le cose remano contro, e si vede costretto a cambiare timbro, voce, a prendere posizione e difendersi. E non solo, purtroppo, per l'universo che si dilata, o «un terribile ragnone nero dentro il bagno alle tre del mattino».




A proposito di niente

di Woody Allen
La nave di Teseo
Autobiografia
ISBN 978-8834603345
Ebook 15,99€
Cartaceo

Sinossi 

A proposito di niente è la storia completa della vita, personale e professionale, di Woody Allen, attraverso il suo impegno nel cinema, a teatro, in televisione, nei nightclub e nella stampa. Allen racconta anche del suo rapporto con la famiglia, gli amici, e gli amori della sua vita. “Sono felice e onorata che Woody Allen abbia scelto La nave di Teseo per pubblicare la sua autobiografia, che attendevamo da molti anni; e che abbia scelto di continuare a lavorare con i suoi editori di sempre, primo fra tutti Umberto Eco, per noi una presenza viva, che per primo lo portò, come scrittore, in Italia.” Elisabetta Sgarbi, Publisher La nave di Teseo.
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Recensione: Adulterio, di Paulo Coelho

Recensione: Adulterio, di Paulo Coelho

Recensione: Adulterio, di Paulo Coelho

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Adulterio di Paulo Coelho (La nave di Teseo | Bompiani). Un romanzo realistico: i tumulti e i sensi di colpa del tradimento, gli incontri sessuali narrati senza filtri.

Ho letto praticamente tutti i libri di Coelho e ritengo che i suoi romanzi si possano raggruppare in due macro famiglie: quelli “da iniziati” e quelli di narrativa.
I primi (ricordiamo L’alchimista) sono intrisi di maestri, prove mistiche e insegnamenti spirituali, mentre i secondi (Undici minuti) sono storie di vita quotidiana in cui si scava nell’animo umano e nelle sue mille sfaccettature.
Tutto questo per dire che chi cerca un libro spirituale, resterà spiazzato se non deluso dalla lettura di Adulterio.
Ma a prescindere dalle aspettative del lettore, di che cosa parla?

Adulterio di Paulo Coelho parla di Linda, una mamma e moglie trentenne svizzera. Fa la giornalista, ha un marito premuroso e due figli adorabili. 

La sua appare una vita perfetta, eppure lei ha un malessere interiore che le toglie energia e voglia di vivere. In più, la sua monotona routine quotidiana non l’aiuta certo a uscire da questo tunnel depressivo. Anche il suo futuro sembra ormai scritto, fino a che non riappare un amore adolescenziale: Jacob, a sua volta sposato e politico di spicco.
L’incontro con l’uomo la spinge a osare, rischiare, rivalutare, fino a ribaltare, tutte le sue convinzioni e certezze. La conclusione per la donna non può che essere l’adulterio protratto per giorni e dominato dai sensi di colpa nei confronti del marito e dalla gelosia verso la moglie del proprio amante al punto da indurla a commettere un’azione illegale e rischiosa.

Il romanzo è sostanzialmente incentrato sui conflitti interiori di Linda.

Sul mostrare i tumulti di una persona immersa nella monotonia (di coppia ma anche esistenziale) e su ciò che la spinge a voler evadere dalla sua zona di confort facendo tabula rasa di tutto ciò che ha costruito fino ad allora pur di trovare ancora l’entusiasmo e la voglia di amare di un tempo. Proprio questo è il punto di forza del romanzo: è realistico, impregnato di tutti quei dubbi e conflitti che ogni persona prova commettendo un adulterio. Ecco perché il tradimento in sé non è visto come qualcosa di volgare, squallido, di criticabile ma solo quale richiesta di aiuto.
Non c’è quindi una crescita, diciamo, spirituale o mistica della protagonista ma è la storia di una donna persa nelle proprie incertezze e paure che annaspa per ottenere un nuovo equilibrio. Lo si evince dal fatto che, durante le esperienze quotidiane di Linda, Paulo Coelho puntualmente inserisce delle perle di saggezza spostando il discorso verso un concetto più profondo, dimostrando come anche durante la vita di tutti i giorni si possano trovare tracce di spiritualità (anche se, lo ammetto, certi discorsi “sopra le righe” li ho trovati un po’ fuori luogo, come se fossero stati inseriti a forza pur non avevano una ragione di essere in quel contesto).

Un altro punto a favore di Adulterio di Paulo Coelho è che si sviluppa da un lato in modo lineare e prevedibile ma dall’altro riserva delle sorprese.

(Infatti in certi momenti ero curioso di sapere come si sarebbe sviluppata la trama).
Ho apprezzato anche il fatto che fosse ambientato a Ginevra, fornendo un quadro così delizioso di questa città tanto vicina a noi quanto sconosciuta da indurmi persino ad andarla a visitare nelle settimane successive alla lettura di questo libro!
Ciò che invece mi ha lasciato perplesso sono alcuni episodi (in primis l’incontro con lo spacciatore “saggio”) e i continui rimandi alla Bibbia e a Dio (non ne capisco l’utilità, anche se Coelho ha sempre avuto il “vizio” di tirare in ballo la cristianità nei suoi libri, anche quando non ne era necessario... boh).

Ma la cosa che mi ha spiazzato di più è la volgarità senza filtri con cui Paulo Coelho ha narrato certi episodi. 

In special modo gli incontri amorosi tra Linda e Jacob. Con un linguaggio diretto e per nulla poetico descrive i rapporti sessuali dei due nei minimi particolari e usando espressioni volgari (che è a tratti sono irritanti, soprattutto quando a pronunciarli è Linda). Anche in questo caso, seppur supponendo la ragione che ha portato lo scrittore a narrarli in questo modo (la libertà di essere se stessa contro la sua solita vita ordinaria e conservatrice), mi ha spiazzato leggere certe scene scritte in maniera così cinica e senza filtri: sembra quasi inserite per cavalcare l’onda di Cinquanta sfumature di grigio.
A parte però queste mie perplessità, trovo sia un romanzo comunque interessante. Certo, per i miei gusti è lontano da capolavori iniziatici quali L’alchimista ma ciò non toglie che non mi pento di averlo letto. Poi, se consideriamo che Paulo Coelho arricchisce il tutto con qualche perla di saggezza di un certo livello, una lettura è d’obbligo.
In definitiva, un libro che la lettrice certamente apprezzerà, in quanto s’identificherà con i tumulti esistenziali della protagonista, e che un uomo leggerà per comprendere le ragioni profonde che spingono una donna a compiere una scelta estrema, quale tradire il proprio marito mettendo a repentaglio l’equilibrio famigliare che ha costruito negli anni.

Adulterio

di Paulo Coelho
La nave di Teseo | Bompiani
Narrativa
ISBN 978-8845279447
Cartaceo 12,35€
Ebook 3,99€

Sinossi 

Linda ha 31 anni e, agli occhi di tutti, la sua vita è perfetta: vive in Svizzera, uno dei paesi più sicuri del mondo, ha un matrimonio solido e stabile, un marito molto affettuoso, figli dolci e educati, e un lavoro da giornalista di cui non si può lamentare. Ma d'un tratto inizia a mettere in dubbio questa sua quotidianità, la prevedibilità dei suoi giorni. Non riesce più a sopportare lo sforzo che le richiede fingere di essere felice. Tutto questo cambia quando incontra per caso un suo innamorato degli anni dell'adolescenza: Jacob. È diventato un politico di successo e, durante un'intervista, finisce per risvegliare un sentimento che la donna non provava da ormai troppo tempo: la passione. Ora Linda sarà disposta a tutto per conquistare quell'amore impossibile, e dovrà esplorare fino in fondo tutte le emozioni umane per poter poi trovare la redenzione.

Andrea Pistoia
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Recensione: Il naufragio delle civiltà, di Amin Maalouf

Recensione: Il naufragio delle civiltà, di Amin Maalouf

Recensione: Il naufragio delle civiltà, di Amin Maalouf

Libri Recensione di Davide Dotto. Il naufragio delle civiltà di Amin Maalouf (La Nave di Teseo). Insieme alle responsabilità individuali, opera uno Zeitgeist che manda in crisi modelli tanto collaudati da non funzionare più, un veleno contro il quale opporre un appropriato e tempestivo antidoto.

È proprio qui il desolante paradosso di questo secolo: per la prima volta nella storia, abbiamo i mezzi per liberare la specie umana da tutte le piaghe che l’assalgono, per condurla serenamente verso un’era di libertà, di progresso senza macchia, di solidarietà planetaria e opulenza condivisa; ed eccoci qui, invece, lanciati a tutta velocità sul percorso opposto.
Amin Maalouf, Il naufragio delle civiltà
Il punto di vista è quello di un testimone silenzioso e vigile che tenta una sintesi tra un profilo storico-universale e quello personale-famigliare, a costo di fare emergere ogni sorta di contraddizioni, proprie e dell'epoca, ponendo però le domande giuste e azzardando qualche risposta.
Nei miei settant’anni di vita ho assistito, da vicino e da lontano, a una serie ininterrotta di avvenimenti. Oggi li abbraccio tutti con lo sguardo come se facessero parte dello stesso dipinto.
Amin Maalouf, Il naufragio delle civiltà
Amin Maalouf, nato in Libano nel 1949, contestualizza il tempo, lo spazio, le singole situazioni. Amplifica le vedute, riepiloga ciò che è accaduto, accade e sta accadendo a livello planetario.

È la storia di un desolante paradosso: da un lato l’evoluzione tecnologica e la conoscenza giunte ai massimi sviluppi, dall’altro la crisi di ogni forma di coesione. 

Non è un fatto nuovo, se si considera il crollo delle entità multietniche (gli imperi asburgico, russo e ottomano  un secolo fa), e le tensioni nate nel ridisegnare i confini territoriali in base al principio di nazionalità. Si pensi non solo alla situazione medio-orientale, ma alle complesse dinamiche dell’Est europeo.
Se l’Europa stenta nel «suo sogno di unione», l’Egitto è un paradiso perduto: «presentava per gli emigranti operosi dei benefici che non sono stati mai più eguagliati.»
Le prime a pagare, a essere espulse, sono le «popolazioni appartenenti a diverse etnie (allogene. I genitori di Maalouf, abbandonato l’Egitto di Nasser, non più sicuro, riparano in Libano.


Beirut riunisce molte comunità, «gioca a lungo il ruolo di terra d’asilo per gli indesiderati del Medio Oriente». Ma pure qui le cose precipitano. Quel che rimane della civiltà levantina naufraga, incamminandosi verso una guerra interminabile.

Cosa abbia scatenato a livello globale il declino, Amin Maalouf lo spiega concentrandosi su episodi legati da un comun detonatore, il conflitto arabo-israeliano (la guerra dei sei giorni del 1967).

Seguono in Oriente la rivoluzione islamica nell’Iran di Khomeini (1979), in Occidente, nello stesso anno, le svolte conservatrici di Margareth Thatcher e di Ronald Reagan, il tutto culminato nel 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle.
A concatenare eventi così cruciali, e in apparenza distanti, sono le derive ideologiche del Novecento, nate in Europa e trapiantate in Medio Oriente: la fine della guerra fredda, la caduta dei blocchi, la smonetizzazione di ideali dati per scontato. Insieme a responsabilità personali, opera uno Zeitgeist (spirito dei tempi) per il quale entrano in crisi modelli tanto collaudati da non funzionare più: rappresentano punti di rottura, il non plus ultra, forse troppo avanzati rispetto alle gravose sfide messe sul piatto.
Non è un caso che le derive denunciate siano partite dal cuore delle civiltà più evolute (occidentali e orientali). Non sono incidenti di percorso, costituiscono una fase, nemmeno transitoria, un veleno contro il quale opporre – al più presto – un efficace antidoto.
Quale esso sia non è facile dirlo, per una sorta di ambivalenza delle vicende e delle cose umane. Non c’è, infatti, azione o decisione, evento che non abbia effetti collaterali e, da qualche parte ripercussioni di segno contrario. In ciò si rispecchia una legge naturale per la quale il giorno segue la notte; yin (la notte, l’oscurità, il caos) è fatalmente allacciato a yang (la luminosità, la chiarezza, l’ordine) avendo in sé tracce dell’uno e dell’altro.
Lo stesso antidoto, quindi, qualora si trovasse, rimedierebbe a certe problematiche provocando i suoi strascichi e altri incidenti. È proprio questo, in fondo, l’esito e il ruolo giocato dalle ideologie novecentesche cui si contesta – e qui il cerchio si chiude – l’attuale e incontrovertibile stato di fatto.

Il naufragio delle civiltà

di Amin Maalouf
La Nave di Teseo
Saggio storico
ISBN 978-8893449274
Cartaceo 17,00€
Ebook 9,99€

Sinossi 

Amin Maalouf ha il potere di proporre intuizioni esatte quanto predizioni, indovinando i grandi cambiamenti della storia e della società molto prima che affiorino alla coscienza comune. In questo libro, con la lucidità cui ci ha da tempo abituati, spiega perché si sia arrivati alle soglie di un naufragio globale, che riguarda tutte le civiltà. L'America, per quanto resti una superpotenza, è sul punto di perdere ogni credibilità morale. L'Europa, che aveva promesso al suo popolo e a tutto il mondo il progetto più ambizioso e rassicurante della nostra epoca, sta per smembrarsi. Il mondo arabo-musulmano versa in una crisi profonda che lascia la sua popolazione nella disperazione e con ripercussioni spaventose ovunque. Grandi nazioni emergenti o in via di rinascita, come la Cina, l'India e la Russia, fanno irruzione sulla scena mondiale in un'atmosfera deleteria in cui vige la legge del più forte. Una nuova corsa agli armamenti sembra inevitabile, senza contare le minacce, gravissime, che pesano sul nostro pianeta - il clima, l'ambiente, la salute - e alle quali non potremo far fronte senza quella solidarietà globale che, appunto, ci manca. Da tanti anni, Amin Maalouf osserva e percorre il mondo, da Beirut a Teheran, dal Vietnam a Parigi. In questo libro, mescolando cronaca e riflessione, il grande romanziere e saggista racconta gli avvenimenti di cui si è trovato ad essere testimone privilegiato e, al tempo stesso, porta avanti una riflessione acutissima sulla storia e il destino dell'umanità.
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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