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Speciale The Week: Indonesia e Filippine

Speciale The Week: Indonesia e Filippine

Speciale The Week: Indonesia e Filippine

The week Di Argyros Singh. Il reportage sugli eventi che hanno segnato la geopolitica e l'attualità del Sudest asiatico nell'ultimo anno: Indonesia e Filippine.

Questo speciale di The Week si concentrerà sull’importanza del Sudest asiatico nella contesa USA-Cina, ma verranno citate situazioni importanti nella più vasta area dell’Indo-pacifico, utili a evidenziare alcuni punti chiave. Le fonti specifiche sono citate alla fine di ogni capitolo, ma per l’impostazione generale mi sono affidato al saggio di Sebastian Strangio, All’ombra del dragone. Il Sudest asiatico nel secolo cinese, Add, Torino, 2022.

  1. Indonesia
  2. Filippine


Indonesia

Il nazionalismo indonesiano presenta storicamente tratti populisti legati a una forte identità islamica, che ha conosciuto nel tempo un sentimento anti-cinese. Non a caso la prima organizzazione politica di massa del Paese, il Sarekat Islam, fu fondato nel 1911 da mercanti di batik javanesi che si sentivano minacciati dalla concorrenza dei contrabbandieri cinesi. L’impronta dell’organizzazione si fece sentire anche dopo il 1949, quando la creazione della Rpc, improntata all’ateismo militante, venne percepita come un pericolo per la religione islamica.
Benché negli ultimi decenni l’Indonesia si sia aperta agli investimenti cinesi, la resistenza all’influsso del Dragone resta elevata. D’altra parte, con quasi 274 milioni di abitanti, un’economia da un trilione di dollari e un vasto territorio austronesiano, l’Indonesia è in grado di controbilanciare i cinesi. È il principale produttore mondiale di nichel e sta lavorando per diventare il secondo produttore di cobalto, minerali fondamentali per le batterie dei veicoli elettrici.
Al contempo, però, è anche un Paese che appare incapace di proiettarsi sullo scenario internazionale e di difendere il controllo dello Stretto di Malacca, che collega gli oceani Indiano e Pacifico.

L’Indonesia è concentrata sul difficile compito di unificare le numerose componenti interne, attraversate da tendenze scissioniste: sul suo migliaio di isole abitate, vi sono ben milletrecento gruppi etnici e settecento lingue parlate.

Il 90% degli abitanti è accomunato dalla religione islamica, ma in quel 10% si trovano ben 245 religioni native e uno Stato laico.
Appare già un miracolo che il Paese sia rimasto unito dalla dichiarazione di indipendenza dall’Olanda dopo la seconda guerra mondiale. Forse proprio per la sua diversità interna, ha avuto successo la via democratica: nel 1998, il presidente Haji Mohammad Suharto, al potere dalla fine degli anni Sessanta, si dovette dimettere nel corso della crisi economica asiatica.
Nonostante i crescenti rischi per la tenuta democratica, a causa anche di una forte corruzione, l’economia indonesiana è cresciuta a tal punto che la Banca Mondiale considera il reddito pro capite della popolazione medio-alto. Lo sviluppo economico è stato però troppo veloce e questo ha diviso l’Indonesia tra ricche metropoli e campagne povere, dove sono assenti gli impianti idraulici o le strade asfaltate.

In merito alla politica estera, si ripetono le analogie con altri Stati della regione.

La Cina è il principale partner commerciale indonesiano e ha investito miliardi di dollari in progetti come la linea ferroviaria ad alta velocità che collegherà Jakarta e Bandung. L’Indonesia però contesta le rivendicazioni cinesi marittime e ad agosto 2022 si è unita all’esercitazione militare Super Garuda Shield, a guida statunitense, con ben cinquemila soldati da quattordici nazioni.
La popolazione indonesiana non nutre grande fiducia né negli Stati Uniti (che sostennero Suharto in chiave anticomunista), né nella Cina.
L’amministrazione Biden si è però impegnata a riscrivere i rapporti diplomatici con l’Indonesia e sia il presidente che il segretario alla Difesa Lloyd Austin hanno visitato il Paese a novembre 2022, spingendo per la cooperazione in settori come l’antiterrorismo, la sicurezza marittima e informatica, la transizione energetica.

L’Indonesia rimane cauta, in equilibrio tra le due potenze, ma collabora per esempio con Washington nel tentativo di ripristinare la democrazia in Birmania.

Il Paese si è anche aperto ad altri partner dell’area, così l’Ins Sindhukesari, sottomarino convenzionale indiano di classe Kilo, ha attraccato a Jakarta tra il 22 e il 24 febbraio 2023.
Il punto più meridionale delle isole Andamane e Nicobare dell’India include le Sea Lines of Communication (Sloc), zone di strozzatura che vedono il transito del 60% del commercio marittimo mondiale. Sono territori a poche miglia nautiche dall’isola indonesiana di Aceh, e per questo l’India si è mossa in chiave bilaterale. Nel 2018, i due Paesi hanno elevato i loro legami a un partenariato strategico globale e hanno introdotto una nuova esercitazione navale denominata Samudera Shakti.
La partnership tra la prima e la terza più grande democrazia del pianeta costituisce quindi un fattore di stabilità e di deterrenza verso la Cina nell’Indo-pacifico. L’Indonesia è interessata a questa cooperazione anche per poter promuovere le cause del Sud del mondo, dato che l’India è membro centrale dei Brics, dell’Sco (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai) e del Cica (Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia).

Filippine

Le Filippine hanno uno storico rapporto con gli Stati Uniti: dopo la conquista americana, divennero – nel corso della guerra fredda – un perno della strategia statunitense nella regione. Negli ultimi anni, però, sono nati parecchi screzi e incomprensioni.
In particolare, nel gennaio 2019 la polizia filippina dichiarò l’uccisione di oltre cinquemila «soggetti legati alla droga». Gli oppositori del presidente Rodrigo Duterte parlarono invece di cifre quadruplicate, che includevano civili innocenti. La guerra alla droga era stata talmente violenta da aver provocato la morte del triplo delle persone uccise in quasi dieci anni di legge marziale, sotto la dittatura di Ferdinand Marcos, tra gli anni Settanta e Ottanta.
Duterte si era inoltre distinto per una violenta critica pubblica agli americani e aveva messo in discussione la presenza delle storiche basi statunitensi sul territorio filippino. Questa politica si accompagnava a un’apertura verso la Cina, ma il populismo del presidente finì per rivolgersi anche contro le ingerenze cinesi, reali e immaginate, creando scetticismo anche su quel fronte.

Le ultime tensioni si sono registrate a febbraio 2023, quando Manila ha accusato una nave di pattugliamento della Guardia costiera cinese di aver minacciato con un laser una motovedetta dell’omologo filippino.

In precedenza, una nave cinese aveva anche ostruito ai filippini l’accesso a Second Thomas Shoal, un’isola occupata da Manila. Non si tratta di casi isolati o fortuiti. Solo nel 2022, le Filippine hanno presentato quasi duecento proteste diplomatiche contro le azioni di Pechino. D’altra parte, in questi anni la Cina non ha mantenuto le promesse nemmeno sul piano della partnership commerciale, spendendo solo il 3% dei ventiquattro miliardi di dollari annunciati per le Filippine.
Secondo i sondaggi del Pew Research Center, nonostante le tensioni dell’epoca di Duterte, non esiste una nazione al mondo che guardi tanto in positivo agli Stati Uniti come le Filippine, con l’83% di favore, una percentuale che non viene raggiunta nemmeno negli stessi Usa. In effetti, ci fu un momento in cui gli statunitensi discussero la possibilità di rendere le Filippine uno Stato americano, e furono solo le circostanze storiche a far prendere una strada diversa ai due Paesi.

Anche per questa affinità, l’attuale presidente Ferdinand Marcos Jr. ha ripristinato i buoni rapporti con gli Usa, e di recente ha concesso ai militari statunitensi l’accesso a quattro nuovi siti di difesa filippini.

Sono stati ripristinati i pattugliamenti congiunti nel Mar Cinese Meridionale, che Manila aveva sospeso per sei anni. Marcos ha poi dichiarato che se scoppiasse un conflitto per Taiwan, le Filippine si sentirebbero parte in causa, dato che l’isola più settentrionale del Paese, Itbayat, dista solo novantatré miglia da Taiwan.
Le Filippine stanno infine discutendo di ripristinare la concessione di Subic Bay, un tempo la più grande base militare statunitense fuori dai confini nazionali. La Baia di Subic è strategica, perché consente l’accesso diretto al Mar Cinese Meridionale e al Canale di Bashi. Al momento, la società americana di private equity Cerberus Capital Management ha rilevato un cantiere navale sull’isola, nonostante l’interesse cinese, a rimarcare la volontà filippina di recuperare i rapporti difensivi con gli americani. Al supporto alla modernizzazione dell’esercito filippino hanno preso parte attiva anche Giappone e Corea del Sud.
I sondaggi pubblici nel Paese parlano chiaro: secondo l’ultima rilevazione di dicembre 2022, realizzata dal think tank dell’analista Victor Andres Manhit, l’84% dei filippini preferisce gli Usa alla Cina come partner per la sicurezza. In altri sondaggi pubblici, risulta che nove filippini su dieci si aspettano che il governo faccia valere i propri diritti sul Mar Cinese Meridionale, in quell’area che loro definiscono Mar Filippino Occidentale.

Sull’Indonesia – washingtonpost.com e thejakartapost.com | Sulle Filippine – v.vnexpress.net, thejakartapost.com e startmag.it

Reportage: Il Sudest asiatico



Argyros Singh
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Speciale The Week: Singapore e Malesia

Speciale The Week: Singapore e Malesia

Speciale The Week: Singapore e Malesia

The week Di Argyros Singh. Il reportage sugli eventi che hanno segnato la geopolitica e l'attualità del Sudest asiatico nell'ultimo anno: Singapore e Malesia.

Questo speciale di The Week si concentrerà sull’importanza del Sudest asiatico nella contesa USA-Cina, ma verranno citate situazioni importanti nella più vasta area dell’Indo-pacifico, utili a evidenziare alcuni punti chiave. Le fonti specifiche sono citate alla fine di ogni capitolo, ma per l’impostazione generale mi sono affidato al saggio di Sebastian Strangio, All’ombra del dragone. Il Sudest asiatico nel secolo cinese, Add, Torino, 2022.

  1. Singapore
  2. Malesia


Singapore

La diplomazia cinese a Singapore riprende spesso la figura dell’esploratore Zheng He, che con le sue “flotte del tesoro” muoveva ricchezze, in modo pacifico, a Sud del vasto Impero. In realtà, le navi di Zheng erano parte di una politica di espansione avviata dall’imperatore Yongle nella prima metà del XV secolo. Allora le truppe cinesi invasero il Vietnam settentrionale e colonizzarono lo Yunnan da poco conquistato.
Oggi, la Cina è tornata a rivendicare territori a meridione, tra cui la “linea dei nove tratti” nel Mar Cinese Meridionale. Questa volta, però, ci sono state rimostranze da parte di Malesia, Brunei, Filippine, Indonesia e Singapore. L’area infatti interessa a molti, comprendendo enormi riserve sottomarine di gas e di petrolio.

Tra i Paesi nominati, la piccola Singapore è una città-Stato che è costretta a venire a patti con la Cina, con cui condivide la medesima origine etnica, benché presenti una storia ben diversa.

Così, negli affari Singapore tratta con i cinesi, ma in merito alla sicurezza si appoggia agli Stati Uniti, mantenendosi in equilibrio tra le due potenze.
Nel settembre 2019, Usa e Singapore hanno rinnovato per altri quindici anni un accordo del 1990 in merito all’utilizzo di strutture difensive sul territorio da parte degli americani. Eppure, mesi prima Singapore, in qualità di presidente dell’Asean, aveva coordinato la prima esercitazione navale congiunta tra la Cina e i Paesi dell’associazione. Anche in questo caso, l’ambiguità e il pragmatismo singaporiano appaiono inevitabili: a differenza della Birmania, a contare non sono i chilometri di confine con la Cina, ma la sproporzione di forze.

Malesia

Dopo la caduta del muro di Berlino, il presidente Mahatir Mohamad revocò le limitazioni ai viaggi in Cina e da quel momento ripresero le relazioni commerciali tra i due Paesi. L’esito di questo processo è l’Iskandar Malaysia, una Zona economica speciale (Zes) istituita nel 2006, nello Stato di Johor. Al suo interno si trova Forest City, un centro urbano che imita la Zona economica del Delta del Fiume delle Perle, in Cina, sede del gigante high-tech Shenzhen. La fine dei lavori è prevista per il 2035 e la zona include aree commerciali e di svago, scuole internazionali e attenzione allo sviluppo della vegetazione verticale.
Rispetto ai conflitti etnici della Birmania, la Malesia ha trovato una relativa unità tra le sue componenti etniche. Rimane comunque molto scetticismo nei confronti della popolazione di origine cinese, in passato pesantemente perseguitata dai malesi. Il nuovo approccio della Cina rispetto ai connazionali all’estero potrebbe risvegliare quell’odio.

Sul piano geopolitico, i principali attriti tra i due Paesi si concentrano sul Mar Cinese Meridionale, in dodici affioramenti dell’arcipelago delle Spratly.

Pechino li reclama nella sua “linea dei nove tratti”, ma la Malesia ne ha occupati cinque, tra cui la Swallow Reef, un rinomato resort turistico.
A un’ottantina di chilometri dalle coste malesi, nella Zee malese, Pechino rivendica inoltre la James Shoal come punto più a sud del proprio territorio. Le esercitazioni militari cinesi intorno all’area, tra il 2013 e il 2014, hanno spinto la Malesia ad annunciare la costruzione di una base navale a Bintulu, sulla costa del Sarawak. Proprio al largo di queste coste, nel 2013 la Cina ha iniziato a pattugliare con la guardia costiera le Luconia Shoals, zone che si presumono ricche di riserve di petrolio e di gas, ma anche sede di importanti barriere coralline.
Sotto questa pressione, la Malesia ha sostenuto la presenza militare degli Usa in Asia e le navi da guerra statunitensi entrano periodicamente nei porti malesi. Cinque dei sei comandanti in capo del Paese hanno studiato allo US Naval War College di Newport, Rhode Island: gli Usa hanno anche fornito apparecchi radar per decine di milioni di dollari, dichiarandolo materiale a supporto della “guerra al terrore”.

Non solo Usa.

Di recente, la Malesia ha firmato con la Corea del Sud un contratto per l’acquisto di diciotto aerei da combattimento FA-50, per un totale di 910 milioni di dollari. Un passo considerevole, se si considera che Kuala Lumpur è tra i membri dell’Asean che spende meno in difesa in base al Pil.
Malesia e Corea stanno diventando buoni alleati, con una spesa malese di quasi due miliardi di dollari di attrezzature militari tra il 2018 e il 2021, secondo un rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute. Sulla scia di questi accordi, anche Thailandia e Filippine si sono avvicinate alla Corea, che ormai è tra i principali venditori di armi al mondo, vendendo anche in Medio Oriente e in Ue. La Polonia, per esempio, ha chiesto quasi mille carri armati K2, di cui ottocento da realizzare in Polonia, sfruttando la capacità sudcoreana di contenere i costi a fronte di un alto livello tecnologico.

Il cambio di rotta malese sta avvenendo sotto la presidenza di Anwar Ibrahim, che ha spinto per risolvere i problemi cronici di approvvigionamento delle forze armate del Paese.

La Malesia sta inoltre rafforzando la partnership strategica con Singapore, Indonesia e Brunei. L’anno scorso, Indonesia e Singapore hanno risolto una controversia sullo spazio aereo e hanno firmato un accordo che regoli le estradizioni. Singapore ha rafforzato i buoni rapporti anche con la Malesia, sospendendo a maggio 2022 le attività di sviluppo su un’isola contesa, sebbene la Corte internazionale di giustizia avesse stabilito, nel 2008, la sovranità singaporiana. I due Paesi si stanno ora confrontando in cerca di un punto di incontro.

Su Singapore – ft.com e straitstimes.com | Sulla Malesia – asia.nikkei.com e bloomberg.com

Reportage: Il Sudest asiatico

Nelle prossime puntate del reportage:
  1. Vietnam e Cambogia
  2. Laos, Thailandia e Birmania
  3. Singapore e Malesia
  4. Indonesia e Filippine



Argyros Singh
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Speciale The Week: Laos, Thailandia e Birmania

Speciale The Week: Laos, Thailandia e Birmania

Speciale The Week: Laos, Thailandia e Birmania

The week Di Argyros Singh. Il reportage sugli eventi che hanno segnato la geopolitica e l'attualità del Sudest asiatico nell'ultimo anno: Laos, Thailandia e Birmania.

Questo speciale di The Week si concentrerà sull’importanza del Sudest asiatico nella contesa USA-Cina, ma verranno citate situazioni importanti nella più vasta area dell’Indo-pacifico, utili a evidenziare alcuni punti chiave. Le fonti specifiche sono citate alla fine di ogni capitolo, ma per l’impostazione generale mi sono affidato al saggio di Sebastian Strangio, All’ombra del dragone. Il Sudest asiatico nel secolo cinese, Add, Torino, 2022.

  1. Laos
  2. Thailandia
  3. Birmania


Laos

Il Laos è una terra di mezzo: manca di uno sbocco sul mare ed è attraversato da montagne, a esclusione di una sottile linea fertile lungo il Mekong. Storicamente, il Laos è sempre stato schiacciato dai vicini: Cina a Nord, Vietnam a Est, Siam e Birmania a Ovest.
Negli anni Novanta dell’Ottocento, i francesi “idearono” questo Paese, pensandolo come un cuscinetto tra i territori di loro interesse (Vietnam) e quelli di interesse britannico (Siam, Birmania). Oggi resta ancora evidente l’artificiosità di questa creazione sulla mappa, essendoci più abitanti di etnia lao nel nordest della Thailandia che nello stesso Laos.

Rispetto alla Cina, i rapporti sono ambigui.

C’è un forte sentimento anti-cinese, ma il governo del Partito Rivoluzionario del Popolo Lao (Prpl) mantiene in sordina le tensioni. Come in Cambogia, tuttavia, alcuni nodi stanno venendo al pettine. Diversi progetti infrastrutturali hanno un costo ingente per le comunità laotiane. La popolazione ottiene denaro in cambio delle proprie terre, sfruttate dai cinesi per costruire dighe e zone economiche speciali. Migliaia di laotiani sono stati sfrattati dalle proprie abitazioni e le monocolture intensive importate dai cinesi prevedono l’uso massiccio di pesticidi, che stanno inquinando le riserve idriche del Paese.

Nel 2016, il nuovo governo guidato da Thongloun Sisoulith ha avviato una campagna contro la corruzione e gli eccessi dei membri del partito.

Ha inoltre proibito la creazione di nuove piantagioni di banane, cercando di diversificare la produzione. In politica estera, Sisoulith ha costruito nuovi rapporti con i membri dell’Asean, con il Giappone e con gli Usa, allentando quelli stretti in precedenza con la Cina.
I collegamenti infrastrutturali con quest’ultima rendono però il Laos molto fragile nella sua parte settentrionale. Solo nel meridione predominano le storiche influenze vietnamita e thailandese: proprio con la Thailandia rimangono vive le comuni radici religiose e culturali.

Con l’inizio del nuovo anno, l’inflazione laotiana su base annua continua a salire, raggiungendo a febbraio il 41,3%.

Secondo l’Ufficio statistico del Paese, l’impennata è dovuta all’aumento del prezzo dei trasporti (+47,4% rispetto a febbraio 2022). Aumentano anche i prezzi dei farmaci (42,4%), i servizi alberghieri e di ristorazione (36,2%), il costo di alloggi, acqua ed energia (28,3%).
Il governo ha abbassato i tassi di interesse e ha limitato l’uso delle riserve valutarie per l’importazione di beni essenziali, ma il Laos non può fare a meno dell’import. L’obiettivo è quindi implementare la lotta alla corruzione, abbandonare il modello economico basato su infrastrutture finanziate a debito e ampliare la base imponibile.

Il Laos sconta non solo problemi interni, ma anche le conseguenze della pandemia.

Il 2023 dovrebbe però fornire ossigeno al Paese attraverso il turismo: il governo prevede per l’anno 1,4 milioni di visitatori, tra cui 368mila cinesi. Nel 2024, inoltre, il Laos ricoprirà la presidenza di turno dell’Asean e conta di accrescere l’attenzione su di sé, tornando a sognare il record di 4,8 milioni di visitatori raggiunto nel 2019.

Sul tema del buon vicinato, nel 2022 è ricorso il sessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Vietnam e Laos e il quarantacinquesimo anniversario della firma del Trattato di amicizia e cooperazione Vietnam-Laos.

A gennaio 2023, i premier Pham Minh Chinh e Sonexay Siphandone hanno firmato una serie di accordi di cooperazione. Rispetto al 2021, l’anno scorso il fatturato commerciale dei due Paesi ha visto un aumento del 24% e le esportazioni vietnamite in Laos hanno raggiunto i 656 milioni di dollari (+10,4%).
Il Laos è il primo Paese in cui finiscono gli investimenti diretti esteri (Ide) vietnamiti, che superano al momento i 5,34 miliardi di dollari Usa. Il Vietnam esporta in Laos soprattutto i prodotti petroliferi e dell’industria agricola, tra cui i fertilizzanti. Il Laos è invece uno dei principali esportatori di gomma naturale al mondo e le aziende vietnamite la impiegano per pneumatici e prodotti in gomma industriale. Le foreste del Paese sono inoltre famose per il teak, il palissandro e altri legni duri. Nel 2022, i due Stati hanno celebrato l’Anno della Solidarietà e dell’Amicizia: il loro obiettivo dichiarato è di raggiungere una crescita commerciale stabile del 10-15% annuo.

Thailandia

Nel secondo Novecento, grazie ai capitali giapponesi e statunitensi, il Paese si era ammodernato e in qualche misura occidentalizzato. Molti giovani thailandesi si erano formati nelle università americane e Washington era definita “grande amica” (maha mitr).
Oggi, però, la Cina è diventata il primo partner commerciale della Thailandia, superando nel 2007 gli Usa e nel 2014 il Giappone. L’attenzione di Pechino per il Paese ha ragioni strategiche: per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca, la Cina ha bisogno di aprirsi una via diretta tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale tramite il canale di Kra. A ostacolare questo obiettivo, le divisioni interne thailandesi, con una regione meridionale in cui serpeggia il separatismo mussulmano.
La Thailandia non ha comunque voltato le spalle agli Usa e agli storici alleati. Per tradizione, il Paese attua una diplomazia della “canna di bambù”, oscillando tra le potenze per trarne vantaggi personali, senza mai esporsi troppo a una specifica influenza.

In merito agli ultimi aggiornamenti, il 20 marzo il re Maha Vajiralongkorn ha approvato un decreto per lo scioglimento del parlamento, in vista delle elezioni di maggio.

Il confronto è avvenuto tra un gruppo di partiti d’opposizione e l’establishment sostenuto dai militari, che ruota intorno alla famiglia miliardaria Shinawatra, i cui partiti vincono le elezioni dal 2001.
Il Pheu Thai Party è il principale partito d’opposizione, con un sostegno popolare – secondo i sondaggi pre-elezioni – del 38,2%. Al governo dal 2014, in seguito a un colpo di Stato, si trovava invece lo United Thai Nation Party, guidato dal generale Prayut Chan-o-cha, alla vigilia in forte calo nei sondaggi del National Institute of Development Administration (Nida).
Domenica 14 maggio si sono tenute le elezioni, che a sorpresa hanno visto vincere il partito riformista e democratico Move Forward, con l’ottenimento di 151 seggi su 500. Il leader, Pita Limjaroenrat, ha escluso una collaborazione con i militari, ma si è aperto agli altri partiti d’opposizione, tra cui il più importante, il Pheu Thai, che ha ottenuto 141 seggi. Per svincolarsi dai militari, Limjaroenrat dovrà comporre una coalizione che arrivi almeno a 376 seggi. Argyros Singh, The week: focus sugli eventi tra l'8 e il 22 maggio

Birmania

La Birmania ha sempre mal sopportato l’eccessiva dipendenza dalla Cina, che sembra però inevitabile con una frontiera lunga ben duemiladuecento chilometri. Anche per questo il ruolo dei militari non è mai stato secondario. Nello scorso secolo, l’esercito Tatmadaw aveva combattuto i ribelli comunisti sostenuti da Pechino, per questo la svolta del 1988 venne vista con scetticismo. In quell’anno, gli accordi tra i due Paesi portarono beni di consumo cinesi in Birmania, ma questo mise in crisi la produzione interna. Dallo Yunnan provenivano migranti economici, mentre la Birmania esportava giada, minerali e tronchi di teak. L’anno successivo il Partito comunista birmano perse il potere, che finì nelle mani di ben quattro milizie etniche, con cui presto Pechino strinse rapporti.

Sul piano strategico, i cinesi sono interessati alla Birmania perché essa consente l’accesso al Golfo del Bengala e all’Oceano Indiano.

Inoltre, la migrazione di lavoratori permette alla Cina di ridurre la povertà delle sue province nell’entroterra.
Come in altri Stati della regione, anche qui i magnati di etnia cinese concentrano la ricchezza nelle proprie mani, per esempio con una delle più grandi società birmane, la Asia World. Questa, nel 1998, si occupò di allargare e riasfaltare la Strada di Birmania, principale infrastruttura stradale del Paese, che oggi tuttavia versa in pessime condizioni.

La Birmania è un Paese multietnico, con una distribuzione del potere eterogenea, che ruota intorno a pochi leader, in genere di estrazione militare.

I principali conflitti interni nascono per ragioni etniche e rispecchiano una geografia sociale confusa, frutto della storica suddivisione britannica.
Ad agosto 2017, nella zona litorale dello Stato Arakan, una regione della Birmania occidentale, scoppiarono le violenze. L’esercito birmano, con l’aiuto dei vigilantes della popolazione arakanese buddhista, cominciò lo sterminio dei rohingya, un gruppo etnico a maggioranza mussulmana.
Arakanesi e nazionalisti birmani dell’esercito non avevano buoni rapporti, ma entrambi consideravano i rohingya come clandestini provenienti dal confinante Bangladesh, che minacciavano l’identità buddhista del Paese. I rohingya vengono così chiamati bengalesi o kala, un termine spregiativo per definire le persone con fisionomia indiana.

Sull’onda di queste e altre tensioni, la Birmania è finita nell’isolamento internazionale e la Cina ne ha approfittato, spingendo per la ripresa dei lavori sulle opere rimaste in sospeso dal 2017.

I due Paesi hanno inoltre firmato il China-Myanmar Economic Corridor (Cmec), un’estensione della Bri per collegare lo Yunnan al mare.
In merito alla difficile gestione dei conflitti interni, la Cina ha favorito gli accordi di pace per tutelare i propri confini, ma ha poi sfruttato il legame con alcuni gruppi etnici armati per fare pressioni sul governo di Naypyidaw. In particolare, i cinesi sostengono la principale forza ribelle birmana, lo United Wa State Army (Uwsa), dislocata nello Stato Shan con un totale di trentamila uomini.
Una nuova svolta è arrivata con il colpo di Stato del 1° febbraio 2021, con cui l’esercito birmano ha rovesciato il governo della National League for Democracy (Nld), ponendo in arresto l’ex presidente Aung San Suu Kyi, il presidente Win Myint e altri parlamentari neoeletti. Il comandante in capo del Tatmadaw, Min Aung Hlaing, ha parlato dei brogli che, a suo dire, avevano interessato le elezioni del novembre 2020.

Ancora una volta, laddove i vicini e gli occidentali hanno preso le distanze e hanno introdotto delle sanzioni, come al tempo dello sterminio dei rohingya, la Cina ha deciso di stringere rapporti con la nuova giunta militare, arrivando persino a fornire al Tatmadaw un sottomarino.

La scelta cinese si è basata su un calcolo cinico e pragmatico, ma che ha portato a un significativo deterioramento dell’immagine del Paese nel Sudest asiatico. Nel sondaggio annuale dell’Iseas-Yusof Institute di Singapore, è risultato che nel 2021 il 26,3% degli intervistati birmani non nutrisse alcuna fiducia nella capacità cinese di contribuire alla pace e alla sicurezza globali. Nel 2022, a seguito del colpo di Stato, la percentuale di scettici era salita al 77,1%, con un 87,3% che si dichiarava preoccupato per la crescente influenza economica cinese nel Paese.

Sul Laos – thediplomat.com e vietnam-briefing.com | Sulla Thailandia – bloomberg.com e bangkokpost.com | Sulla Birmania – irrawaddy.com, jamestown.org e aljazeera.com

Reportage: Il Sudest asiatico

Nelle prossime puntate del reportage:
  1. Vietnam e Cambogia
  2. Laos, Thailandia e Birmania
  3. Singapore e Malesia
  4. Indonesia e Filippine



Argyros Singh
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Speciale The Week: Vietnam e Cambogia

Speciale The Week: Vietnam e Cambogia

Speciale The Week: Vietnam e Cambogia

The week Di Argyros Singh. Il reportage sugli eventi che hanno segnato la geopolitica e l'attualità del Sudest asiatico nell'ultimo anno: Vietnam e Cambogia.

Questo speciale di The Week si concentrerà sull’importanza del Sudest asiatico nella contesa USA-Cina, ma verranno citate situazioni importanti nella più vasta area dell’Indo-pacifico, utili a evidenziare alcuni punti chiave. Le fonti specifiche sono citate alla fine di ogni capitolo, ma per l’impostazione generale mi sono affidato al saggio di Sebastian Strangio, All’ombra del dragone. Il Sudest asiatico nel secolo cinese, Add, Torino, 2022.

  1. Vietnam
  2. Cambogia


Vietnam

La Cina ha governato il Vietnam settentrionale a partire dal 938, per circa un millennio, trattando l’area come una propaggine diretta dell’Impero. Per secoli i re vietnamiti hanno dovuto respingere le periodiche invasioni cinesi. L’ultimo grande scontro risale all’epoca contemporanea. Al tempo di Pol Pot, la Cambogia aveva compiuto una serie di incursioni in terra vietnamita, nel tentativo di riconquistare i territori khmer nel Vietnam meridionale. Hanoi rispose nel dicembre 1978, invadendo la Cambogia e rimpiazzando i khmer rossi con comunisti cambogiani meno radicali. Con un proposito “rieducativo”, il 17 febbraio 1979 oltre duecentomila soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese attraversarono il confine sino-vietnamita.
A oggi, per ragioni di real politik, quella guerra è stata volutamente dimenticata, ma le tensioni tra i due Paesi non sono venute meno. A sud delle Paracelso, Cina e Vietnam si contendono le isole Spratly: nel 1988, l’esercito cinese allontanò i vietnamiti dal Johnson South Reef, stabilendo una propria base. Morirono sessantaquattro genieri vietnamiti, disarmati. Da allora, molti scogli sono stati trasformati in isole artificiali con porti, stazioni radar e piste d’atterraggio: il Vietnam conserva ormai solo una piccola parte fortificata dell’arcipelago.

Nonostante gli attriti con Pechino, il governo vietnamita è tutt’altro che democratico, e gode di un monopolio nella politica interna.

Questo porta alla repressione dei dissidenti con l’accusa di “abuso di libertà democratica”. Tale aspetto non tocca i cinesi, abituati a trattare con chiunque, ma rende scomodi i rapporti con l’Occidente.
Il nazionalismo vietnamita anticoloniale ha una storia ben definita e i cimiteri di guerra parlano dei soldati-martiri che hanno combattuto con francesi e statunitensi. Quando però ci si riferisce ai caduti nella guerra sino-vietnamita, la spiegazione è che sono morti “difendendo il confine” (bao ve bien gioi). Da chi, rimarrebbe un mistero, se non si chiedesse ai parenti dei defunti.
In realtà, i rapporti con gli Usa sono migliorati notevolmente negli ultimi decenni. Gli Stati Uniti sono persino il principale mercato per le esportazioni vietnamite, e da anni i leader di Hanoi visitano Washington sotto ogni nuova amministrazione.

Nel 2013, con la visita del presidente Truong Tan Sang, Vietnam e Usa hanno innalzato il loro rapporto ad “alleanza generale”, sottoscrivendo il reciproco impegno a «rispettare il sistema politico della controparte».

L’anno seguente scoppiava la crisi con la Cina intorno a una piattaforma petrolifera delle Spratly, che avvicinò ulteriormente il Vietnam agli Stati Uniti. Nel 2015, il segretario generale del Partito comunista vietnamita (Pcv), Nguyen Phu Trong, venne accolto da Obama nello studio ovale, un gesto diplomatico di grande valore. A maggio dello stesso anno, seguì l’annuncio dell’abolizione dell’embargo sulle armi, per garantire al Vietnam la possibilità di difendersi in modo efficace.
Secondo i sondaggi relativi al Sudest asiatico, è in Vietnam (e nelle Filippine) che gli Stati Uniti godono di un notevole favore da parte della popolazione. La Cina risponde rinsaldando i rapporti con il Pcv, per contrastare la cosiddetta “evoluzione pacifica” promossa dagli Usa – secondo i due partiti – attraverso i social network. Nel 2017, un alto funzionario cinese dichiarava così che Cina e Vietnam erano uniti dall’interesse comune a preservare il governo comunista.

Tra le ultime notizie che giungono dal Paese, il 19 marzo 2023 si è tenuto a Hanoi l’annuale Vietnam Business Forum, collaborazione tra il governo guidato da Pham Minh Chinh, la Banca mondiale, l’International Finance Corporation e la Vietnam Business Forum Alliance.

L’evento ha permesso al primo ministro di sottolineare come il Paese si stia impegnando nell’àmbito della green economy, nella trasparenza sull’accesso alle risorse, nella protezione dei diritti legali e degli interessi delle imprese.
Il Vietnam può contare su notevoli investimenti esteri, cresciuti del 13,5% nel 2022 rispetto al 2021. Lo scorso anno, ha raggiunto i quattrocento miliardi di dollari di Pil, con un tasso di crescita dell’8,02% e 732 miliardi in import-export. Nel promuovere la transizione energetica e digitale, il Vietnam può contare sugli investimenti europei, statunitensi, coreani e giapponesi.
Sul tema della disputa nel Mar Cinese Meridionale, Vietnam e Indonesia hanno raggiunto, a dicembre 2022, un accordo sulla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive. Il testo arriva al termine di un confronto durato ben dodici anni e si fonda sui princìpi espressi dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), messa in discussione dai cinesi. Se gli Stati dell’Asean dovessero estendere tra loro questo genere di accordi basati sul diritto internazionale, potrebbero imporre la loro linea pacifica nel far rispettare un altro documento analogo, il Codice di condotta nel Mar Cinese Meridionale.

Cambogia

Per lungo tempo il Vietnam è stato protettore della Cambogia, fino all’inglobamento vietnamita dei territori dei khmer sul delta del Mekong. Da allora, la diffidenza tra i due Paesi non è mai venuta meno e ha trovato espressione nel leader Hun Sen, che ha spinto la Cambogia nelle braccia della Cina.
L’afflusso di capitali cinesi è però avvenuto troppo in fretta in un Paese impreparato a gestire il passaggio repentino alla modernità. Questo ha portato a un notevole aumento dei prezzi di qualsiasi merce, dal settore alimentare (olio, manghi, peperoncini, etc.) alla benzina e all’edilizia. Per quest’ultimo caso, è emblematica la catastrofe di Sihanoukville. Nel giugno del 2019, un condominio in costruzione crollò, uccidendo ventotto muratori cambogiani. Dalle indagini emerse che il proprietario cinese aveva intrapreso l’opera di costruzione senza permessi e ignorando l’ordine di sospensione dei lavori.
Questi incidenti allarmano la popolazione, ma i capitali cinesi risultano per ora indispensabili. La prossima grande infrastruttura dovrebbe essere completata a marzo 2023 e si tratta dell’aeroporto di Siem Reap, a cinquanta chilometri dal tempio di Angkor, meta turistica cambogiana. Dell’aeroporto si è occupato lo Yunnan Construction and Investment Holding Group, che beneficia di contratti finanziati in forma diretta dallo Stato cinese in tutto il Sudest asiatico. Tra i lavori del gruppo ci sono, per esempio, il porto di Kyaupkyu e un’autostrada tra Vientiane e Vangvieng, in Laos.

Mentre la Cina fa affari secondo i propri interessi, in Cambogia monta la polemica intorno al generale Hun Manet, figlio maggiore del premier Hun Sen e possibile leader futuro del Paese.

Il Cambodia Daily l’ha infatti accusato di essere complice nel commercio illegale di legname: il premier ha chiesto le prove di queste accuse e si teme la censura del giornale, dopo che il mese scorso era stato chiuso Voice of Cambodia, una delle ultime voci indipendenti.
Il disboscamento interesserebbe il Nord della Cambogia e sarebbe opera della società Tsmw, che opererebbe per “Okhna Chey”, un’espressione con cui i residenti indicano un misterioso “magnate”. Gli abitanti che vivono lungo il fiume Sekong, nella provincia di Stung Treng, hanno affermato che, dopo la costruzione di una strada tra marzo e aprile 2022, decine di camion attraversano il fiume di notte trasportando legname. Per disboscare la zona sarebbe necessario il permesso del governo; inoltre, parte del territorio è inserito in un’area protetta, sotto la gestione del Ministero dell’Ambiente. Secondo l’inchiesta, “Okhna Chey” corrisponderebbe al generale Meuk Saphannareth, vicino al premier e a suo figlio. Per l’attivista Ouch Leng, il governo, in previsione delle elezioni di luglio, sosterrebbe le attività illegali dei magnati in cambio del loro sostegno al Partito popolare cambogiano.

Sul Vietnam – biengioibiendao.vietnamplus.vn, ansa.it e treccani.it | Sulla Cambogia – nationathailand.com, startmag.it e asianews.it

Reportage: Il Sudest asiatico

Nelle prossime puntate del reportage:
  1. Vietnam e Cambogia
  2. Laos, Thailandia e Birmania
  3. Singapore e Malesia
  4. Indonesia e Filippine



Argyros Singh
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Speciale The Week: il Sudest asiatico

Speciale The Week: il Sudest asiatico

Speciale The Week: il Sudest asiatico

The week Di Argyros Singh. Uno speciale sugli eventi che hanno segnato la geopolitica e l'attualità del Sudest asiatico nell'ultimo anno, con particolare riferimento alle tensioni tra Usa e Cina.

La presidenza di Barack Obama ha dato avvio al pivot to Asia, la svolta verso Oriente, teatro di una generale crescita economica, demografica e militare. All’epoca il riequilibrio non poté realizzarsi a pieno a causa del prolungamento dei conflitti in Medio Oriente, ma Hillary Clinton diede comunque un segnale, visitando le dieci nazioni dell’Asean (Association of South-East Asian Nations), associazione per cui venne nominato un ambasciatore speciale. Era la prima volta che un segretario di Stato statunitense mostrava tale premura. Obama si impegnò poi a migliorare i rapporti diplomatici con Vietnam, Singapore, Filippine e Birmania.
Il suo successore, Donald Trump, ha rallentato il processo di riequilibrio, nel nome di un neo-protezionismo statunitense. La guerra dei dazi e delle sanzioni e controsanzioni ha però costituito un elemento di continuità, poi ripreso dallo stesso Joe Biden. Con la presidenza di quest’ultimo, le tensioni tra Usa e Cina hanno conosciuto un picco mai raggiunto, segno che i nodi tra le due potenze stanno per venire al pettine.
Questo speciale di The Week si concentrerà sull’importanza del Sudest asiatico in questa contesa, ma verranno citate situazioni importanti nella più vasta area dell’Indo-pacifico, utili a evidenziare alcuni punti chiave. Le fonti specifiche sono citate alla fine di ogni capitolo, ma per l’impostazione generale mi sono affidato al saggio di Sebastian Strangio, All’ombra del dragone. Il Sudest asiatico nel secolo cinese, Add, Torino, 2022.

  1. Il punto di vista statunitense
  2. Il punto di vista cinese


Il punto di vista statunitense

Nel maggio 2022, l’amministrazione Biden ha introdotto l’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity, tentativo di rilanciare la presenza statunitense in un’area trascurata da Trump, ma centrale per l’economia globale. Il progetto mira a delineare delle linee guida per i partner: la lotta al cambiamento climatico; lo sviluppo economico; l’aderenza ai valori democratici liberali e alle regole dell’ordine internazionale, promulgate da enti come l’Onu.
Il riposizionamento americano ha portato gli Stati più piccoli a doversi districare tra le due superpotenze, denunciando spesso come gli interessi strategici di Cina e Usa mettano in secondo piano i loro particolari interessi. Chiare in tal senso le parole del premier delle Figi, Frank Bainimarama, che nel 2022, alla vigilia della visita del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, dichiarò che il posizionamento geopolitico significava meno di niente per quelle comunità che stavano scivolando sotto il livello del mare.

L’ambasciatore australiano negli Usa, Kevin Rudd, ha inoltre evidenziato come alla dichiarazione dei princìpi statunitensi non corrisponda un investimento economico abbastanza rilevante da poter competere con i progetti cinesi.

Come ricordato da Rudd, gli Usa sembrano più attenti a gestire una cooperazione militare e sulla sicurezza, mentre gli strumenti economici si limitano a incidere sul tema delle tariffe (per un approfondimento, cfr. Kevin Rudd, Usa – Cina. Una guerra che dobbiamo evitare, Rizzoli, Milano, 2023).
Per poter competere con la Cina, ci sarebbe bisogno di un maggiore accesso al mercato da parte degli Stati asiatici e del Pacifico, di un piano di investimenti mirati e di una riduzione delle barriere commerciali.

Già il presidente Theodore Roosevelt, un secolo fa, aveva affermato che il futuro americano sarebbe stato «più determinato dalla nostra posizione sul Pacifico di fronte alla Cina, che dalla nostra posizione sull’Atlantico di fronte all’Europa».

Dopo la limitata esperienza imperialista in Indonesia, gli Usa adottarono un approccio diverso dal classico colonialismo di stampo europeo. D’altra parte, gli Stati Uniti nascevano proprio dall’atto di ribellione di un gruppo di colonie e, durante la guerra fredda, sostennero l’indipendenza di Paesi come l’India e, appunto, l’Indonesia. Non mancò tuttavia il sostegno ai britannici in Malesia e ai francesi in Indocina, con il pesante strascico che condusse alla guerra del Vietnam. L’attenzione statunitense in Asia rientrava nella logica del contenimento globale del comunismo e da questo dipese, per esempio, l’intervento in Corea. Già allora, dunque, il principale interesse nella regione era di ordine militare, pur non mancando una componente economica di rilievo.
Gli Usa hanno permesso lo sviluppo dei Paesi asiatici e del Pacifico nel complesso delle regole del Gatt e dell’Omc e hanno finanziato organizzazioni come l’Asian Development Bank (assistenza nella formazione del capitale) e l’Usaid (assistenza umanitaria). L’idea alla base di questo progetto geostrategico era che il libero mercato potesse portare allo sviluppo economico e alla nascita di società democratiche liberali.

L’amministrazione Obama tentò di rilanciare il progetto con il Partenariato transpacifico (Tpp), a cui aderirono dodici Paesi, Cina esclusa.

Sotto la presidenza Trump, tuttavia, gli Usa si defilarono dall’accordo, che venne poi ridiscusso dai membri restanti e ribattezzato Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp). Il gruppo di Stati raccoglieva così il 13,4% del Pil globale.
L’amministrazione Biden ha cercato di recuperare il tempo perduto, partendo a ottobre 2021 con l’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef). A differenza degli analoghi accordi che questi Paesi hanno stipulato con la Cina, gli Usa hanno cercato di mantenere un equilibrio tra sviluppo economico e rispetto dei diritti. Così l’Ipef si doveva occupare di alti standard lavorativi e ambientali, in un flusso di dati digitali aperti all’interno del libero mercato. Nello specifico, però, il progetto non includeva impegni di accesso al mercato e questo lo ha reso debole alla nascita.

In modo analogo, la Blue Pacific Initiative doveva implementare gli investimenti nelle infrastrutture, nella salute e nel contrasto agli effetti del cambiamento climatico, ma i fondi stanziati sono stati molto inferiori alle aspettative.

Mentre gli Usa mostrano incertezza, la Cina è entrata nella Regional Comprehensive Economic Partnership, un patto commerciale che pone le basi per il dominio cinese nella regione e che include il 30% della popolazione mondiale. Per cambiare questa tendenza, gli Usa dovrebbero ripartire dall’adesione al Cptpp, che porterebbe anche un vantaggio diretto a imprese e lavoratori americani, ora esclusi da quei mercati. Nel maggio 2022, invece, Biden ha lanciato l’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity, con il risultato che, al momento, molti alleati si sono ritrovati in una posizione scomoda, in bilico tra Cina e Usa.

Il punto di vista cinese

Nel 2013 la Repubblica popolare cinese ha dato vita alla Nuova Via della Seta (Bri, Belt and Road Initiative), un massiccio piano di investimenti in Paesi esteri in settori come le infrastrutture (stradali, ferroviarie, portuali), l’energia (gasdotti, oleodotti) e la comunicazione (impianti di fibra ottica). L’area da coprire, da Vladivostok all’Atlantico, mira a uniformare la regione eurasiatica con la Cina al centro di un neo-nato impero.
Nel corso degli anni, la Bri è andata definendosi nel dettaglio e ha previsto nuove diramazioni e percorsi alternativi. In Occidente questa avanzata può essere letta come una minaccia all’ordine globale istituito dagli Usa, ma è da ricordare che è grazie a tale ordine che la Cina ha potuto trarre benefici per sé. Per questo non ha interesse a distruggere il sistema di regole costituito e che le ha garantito un’imponente crescita economica: intende semmai riformare le istituzioni internazionali, in modo tale che rispecchino la sua potenza.

Viviamo in un’epoca in cui molte nazioni stanno riscoprendo la loro storia nel tentativo di legittimare la propria sfera d’influenza.

La riscoperta di un’immaginaria identità cinese, russa o turca è un espediente utile a rinsaldare storiche amicizie o a fare pressione su un determinato territorio.
In epoca Ming (1368 – 1644), la Cina era in effetti al centro del mondo orientale e i territori circostanti, a partire dal Sudest asiatico, non potevano che ruotare intorno a quel perno.
Oggi però le cose sono cambiate. Da un lato, secoli di imperialismo occidentale hanno spezzato il dominio plurisecolare cinese; dall’altro, si è sviluppata un’identità nazionale. Nata come reazione al colonialismo, la sovranità di questi Paesi viene difesa anche dall’ingerenza cinese, benché con mezzi e intensità differenti.
Inoltre, nell’epoca imperiale cinese non c’erano vere alternative all’Impero: oggi, invece, esso si scontra con una moltitudine di concorrenti. Giappone, India, Australia, Ue e Usa sono solo i principali attori economici che, insieme, bilanciano il potere cinese. Il Giappone è la terza economia mondiale dopo Cina e Usa, la quarta per esportazioni. Gli investimenti giapponesi nel Sudest asiatico, negli scorsi decenni, hanno costituito un volano per l’economia della regione e ancora oggi il Paese del Sol Levante resta il primo investitore dell’Asean (102,3 miliardi di dollari nel periodo 2013-18, quasi il doppio degli investimenti cinesi).

Quando nacque la Repubblica Popolare Cinese (Rpc), molti Paesi confinanti percepirono una doppia minaccia: quella comunista e quella di un impero in ricostituzione.

L’Asean nacque proprio per il timore dell’avanzata comunista. Tra i cinque Stati fondatori c’erano anche Indonesia e Singapore, che si rifiutarono di riconoscere la Rpc fino all’ultima fase della guerra fredda. E persino la relazione con il Vietnam, che grazie al sostegno cinese aveva affermato la rivoluzione comunista, si trasformò in un conflitto tra nazionalismi.
Un primo cambio di rotta avvenne nel 1991, quando la Cina divenne ospite consultivo dell’Asean e avviò un meccanismo di diplomazia pacifica con i vicini. Nel 2003, venne firmato l’Accordo di libero scambio (Acfta) tra l’associazione e la Cina, entrato in vigore nel 2010. Un punto di forza di Pechino consiste nel trattare con qualsiasi tipologia di governo, anche autoritario, in nome della sovranità statale assoluta. Questo rende più difficile per gli occidentali fare affari in quelle aree asiatiche non democratiche, poiché la questione dei princìpi e dei valori non viene percepita come prioritaria da diversi attori della regione.

Con il ritorno della Cina come protagonista nel Sudest asiatico, è riemerso anche un vecchio pomo della discordia.

Nei dieci Paesi che oggi costituiscono l’Asean, vivono oltre trentadue milioni di abitanti di etnia cinese. Ancora nel 1909, la dinastia Qing rivendicava la propria giurisdizione sui gruppi di etnia cinese all’estero, una posizione ereditata dalla Repubblica di Cina dopo il 1912.
Nel 1980, Pechino varò una legge che aboliva la doppia nazionalità, distinguendo per la prima volta tra huaqiao (cinesi residenti all’estero) e huaren (stranieri di origine cinese). La decisione rientrava in una politica di “buon vicinato”, che permise alla Cina di accedere a nuove risorse finanziarie. Era l’epoca delle riforme economiche di Deng Xiaoping, che aprì agli investimenti in Cina da parte degli imprenditori di origine cinese in Thailandia, Indonesia e Malesia.

Con Xi Jinping, però, il tema della popolazione di etnia cinese all’estero è tornato alla ribalta.

Nel marzo 2018, il Dipartimento per gli affari dei cinesi all’estero è passato sotto il controllo del Dipartimento del lavoro del fronte unico, estensione del Pcc che si occupa anche di stringere alleanze con i gruppi della diaspora. Ciò ha allarmato i vicini, in concomitanza con la presenza sempre più massiccia di lavoratori e di manager cinesi in ruoli chiave dell’economia dei Paesi del Sudest asiatico. Per non parlare del turismo di massa, che se da un lato porta notevoli introiti, dall’altro ha introdotto elementi di attrito tra turisti e popolazione locale.
Vi è poi una distinzione tra i migranti di vecchia generazione e quelli dell’ultima: a differenza dei predecessori, i nuovi migranti (xinyimin) provengono da tutta la Cina, non più solo dal meridione, e sono spinti dalla crescita economica e non più dalla povertà. Essi non si considerano semplici cinesi etnici o per cultura (huaren), ma cittadini di una nazione unita e potente (zhongguo ren). I migranti del passato parlavano diversi dialetti della Cina meridionale, tra cui il cantonese e l’hokkien, mentre i nuovi coloni parlano il putonghua, il cinese mandarino promosso dal governo.

Pechino sta attuando un’espansione verso i Tropici, con la provincia dello Yunnan come avamposto.

La città-capoluogo Kunming conta 6,6 milioni di abitanti ed è stata completamente modernizzata, con una rete infrastrutturale che raggiunge il Golfo del Siam e il Mare delle Andamane.
Sugli altopiani della Birmania e del Laos si trovano numerose comunità cinesi, che adottano una segnaletica in mandarino semplificato e appaiono come un prolungamento urbanistico e culturale della Cina. In Laos, esiste persino una Golden Triangle Special Economic Zone (Gtsez), un’enclave cinese del gioco d’azzardo, gestita dal gruppo Kings Romans, che attira ogni mese migliaia di visitatori dalla Cina continentale, dove il gioco d’azzardo è vietato (con l’eccezione di Macao). I turisti sfruttano in gran parte la nuova rete autostradale che arriva dallo Yunnan, o atterrano in Thailandia, per poi risalire il fiume Mekong sui motoscafi del casinò.
La Gtsez rappresenta un caso emblematico, perché lo Stato laotiano sembra non averne il controllo e detiene solo il 20% della quota dell’azienda. La zona è inoltre controllata da proprie forze dell’ordine e da un magnate, Zhao Wei, soprannominato l’“imperatore locale” (tu huangdi).

L’influenza politica cinese scende lungo il Mekong e assume spesso la forma di un ricatto.

Nel 2016, i Paesi del basso Mekong affrontarono una delle peggiori siccità della storia. In Thailandia, il governo prelevò dal fiume quarantanove milioni di metri cubi d’acqua per le coltivazioni; in Cambogia, il ritardo delle piogge monsoniche distrusse i raccolti di riso e manioca; in Vietnam, i livelli del delta del Mekong toccarono il punto minimo dal 1926.
Che cosa era successo, oltre agli effetti del cambiamento climatico? Anno dopo anno, Pechino aveva modificato il corso del fiume, allargando alcuni tratti con la dinamite, e costruendo dighe a Nord (finora se ne contano undici). Nel primo caso, si doveva favorire il transito di mercantili; nel secondo, fornire energia idroelettrica al processo di industrializzazione. In definitiva, la Cina sta sfruttando “a monte” il Mekong, lasciando che i Paesi a valle ne paghino le conseguenze ambientali.

Pechino mira però a un controllo più diretto.

Nel 2014, ha promosso la Lancang-Mekong Cooperation (Lmc), un meccanismo per promuovere la cooperazione nel basso Mekong e la diffusione di istituzioni cinesi nell’area. La Lmc è in concorrenza con istituzioni parallele come la Mekong River Commission (Mrc), fondata nel 1995, e la Lower Mekong Initiative (Lmi), creata nel 2009. Già nel 1954 si era formato un Comitato per il Mekong, uno strumento di matrice statunitense di contrasto al comunismo: la Cina era rimasta esclusa, mentre aveva scelto di non partecipare alla Mrc per non dover sottoporre a controllo le proprie dighe. Creando un suo meccanismo, la Cina ha voluto così imporre le proprie regole alla regione.
Al Mekong si interessa anche il Giappone, che nel 2007 ha fondato il Japan-Mekong Regional Partnership Program. Sotto l’allora governo di Shinzō Abe, sono stati costruiti ponti, autostrade e infrastrutture. Lo slogan era “Alleanza per infrastrutture di qualità”: un messaggio non troppo velato indirizzato alla Cina.

Sulla situazione generale – thediplomat.com, wsj.com, japantimes.co.uk, bernama.com, khmertimeskh.com, japantimes.co.jp e formiche.net

Reportage: Il Sudest asiatico

Nelle prossime puntate del reportage:
  1. Vietnam e Cambogia
  2. Laos, Thailandia e Birmania
  3. Singapore e Malesia
  4. Indonesia e Filippine



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