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In primo piano

Anteprima: Elena Genero Santoro racconta "Gli angeli del bar di fronte", nell'intervista di Silvia Pattarini


GLI ANGELI DEL BAR DI FRONTE 
0111Edizioni link d'acquisto 
Mainstream
ISBN 9788863078114 

Chiara, italiana e Paula, rumena. Due giovani voci in una Torino autunnale e desolata. Due ragazze che vivono di lavori umili. Chiara serve ai tavoli di un bar malfamato, Paula fa la badante in nero. Tra di loro, un gruppo di ragazzi rumeni che ha tutta l’aria di essere una banda. Una sera, quello che pare essere il capo, Vic, salva Chiara da un tentativo di stupro da parte di due di loro. Chiara vorrebbe sporgere denuncia, ma Vic, che è tanto affascinante quanto ambiguo, le chiede di non farlo, in cambio della sua protezione. Nel frattempo l’ingenua Paula sogna l’amore, ma ripone tutte le sue speranze nell’uomo più sbagliato che ci possa essere. Un romanzo contro i pregiudizi e contro la violenza, che ha il sapore di una fiaba moderna.


L'autore racconta...

Ciao Elena e bentornata nel nostro caffè letterario. Abbiamo già avuto modo di conoscerti nell’intervista precedente, ma oggi sei qui a parlarci esclusivamente del tuo ultimo romanzo.
Vuoi raccontarci il perché di questo titolo? Chi sono “gli angeli” del Bar di Fronte?
Ciao Silvia e grazie per avermi ospitata ancora. È sempre un piacere chiacchierare con te.
Partiamo dal Bar di Fronte, che ha nome alquanto bislacco per essere un bar. (La domanda sorge spontanea: Bar di Fronte a che?) Già nelle prime pagine viene spiegata la scelta di tale nome da parte del suo criptico gestore Armando: lui intende il Bar di Fronte al tiglio più bello della città, a suo dire. Ovviamente nessuno può intuire il suo complicato retro-pensiero, ma “Bar di Fronte” suona anche come il nome di un luogo che ciascuno può immaginare molto vicino a sé. Dunque, è il bar ordinario, modesto e un po’ spoglio che tutti potremmo avere sotto casa.
E poi ci sono gli Angeli, che sono angeli completamente laici, nel senso che nel libro non accade nulla di paranormale. Gli angeli del mio romanzo compaiono in molte forme: c’è un personaggio che si chiama Anghel e ha un ruolo protettivo, poi c’è Istrate che viene definito “bello e cattivo come un angelo caduto”, ma è ad un certo punto della narrazione che il titolo viene svelato del tutto: i protagonisti si trovano coinvolti in una situazione che richiede mutuo soccorso e diventano angeli protettori gli uni degli altri. E scoprono che qualcuno già vegliava su di loro.

In questi tempi in cui la stragrande maggioranza dei romanzi è ambientata in grandi metropoli come New York e Parigi, tu perché hai preferito Torino e dintorni? Hai voluto rendere omaggio alla tua città o la scelta è stata casuale?
Ho ambientato altri libri o parti di essi in posti diversi dall’Italia (Londra, Barcellona, l’Irlanda del Sud, Boston, Praga) e tutti gli ambienti “esotici” che descrivo sono stati da me visitati almeno una volta nella vita. Tuttavia il limite di una scelta del genere, per chi come me non ci ha mai vissuto, è che a tali luoghi si può concedere solo uno sguardo turistico. Insomma, sono stata diverse volte a Londra, ma anche informandomi su internet non potrei scendere nel dettaglio di chi invece assapora quotidianamente le gioie e i disagi di tale metropoli. Peraltro, devo dire, non amo seguire le mode e dunque non ambienterei mai un racconto o un romanzo in un posto solo perché è trendy.
Però sì, volendo dirla tutta, mi piace omaggiare Torino, la mia città, e farla conoscere al mondo (okay, lo ammetto, anche di Torino a volte parlo in termini un po’ turistici per attirare visitatori!). Torino è una città elegante, urbanisticamente ben strutturata, con una storia millenaria alle spalle. Ha una tradizione culturale di mostre ed eventi che meritano di essere resi noti. All’università ho studiato la sua architettura in tutte le salse e la trovo interessantissima. Quindi adoro condividere almeno alcuni di questi dettagli anche con i miei lettori. E in questo romanzo ho esteso lo stesso intento anche ad un’altra zona più rurale del Piemonte, la Valle Grana, in provincia di Cuneo, non proprio a due passi da Torino. È un’area che merita una visita per le sue tradizioni gastronomiche e culturali.

Attraverso la voce dei protagonisti il lettore ha modo di ritrovarsi a percorrere alcune vie della città, in cui pare che la magia, nera e bianca, da secoli a questa parte, si celi negli angoli più nascosti e ancora lanci i suoi incantesimi. Queste voci hanno un fondamento storico, sono leggende metropolitane o, semplicemente sono frutto della tua fantasia?
Sono storie note alla tradizione, se siano vere o inventate non spetta a me dirlo. Io ne ho sentito parlare per la prima volta in terza media quando la professoressa di educazione artistica ci condusse in giro per la città mostrandoci i mascheroni grotteschi di certi edifici e fontane (esempi: i palazzi di via Arsenale, piazza San Carlo e palazzo Carignano). Alcuni di questi mascheroni hanno fattezze demoniache. Comunque sono stati pubblicati diversi libri su Torino come città magica ed energetica in quanto punto di confluenza di più fiumi. Torino come polo, a zone alterne, di magia bianca e magia nera. E il giro turistico della Torino magica di cui Vic parla a un certo punto è reale: iscrivendosi si può effettuare un tour del centro mirato a visitare le aree indicate come cariche di magia bianca e quelle intrise di magia nera.

Il tema trattato nel tuo libro è sempre molto attuale, si parla di immigrazione e sei riuscita a farlo attraverso le vicende di due protagoniste femminili: Chiara, la ragazza italiana e Paula la ragazza rumena. In questo modo il lettore percepisce molto chiaramente i due punti di vista, quello degli italiani e quello degli stranieri. Ci racconti qualcosa del carattere di queste due ragazze? E che lavoro svolgono?
Esatto, in questo libro ho contrapposto le voci di due ragazze quasi coetanee che, pur non conoscendosi all’inizio del romanzo, hanno qualcosa in comune: un amore per lo studio, un’ambizione di “elevarsi” a una condizione migliore e, contemporaneamente, una situazione familiare disagiata che le costringe a dover lavorare per auto-mantenersi. Chiara è la cameriera del Bar di Fronte e Paula fa la badante ad un anziano non autosufficiente. Accomunate dalla lotta per la sopravvivenza sono però separate dalla loro origine: Chiara è appunto italiana, quindi gioca in casa, vive la sua situazione “dal di dentro” e deve combattere contro i propri pregiudizi; Paula è rumena, catapultata in una realtà in cui cerca di integrarsi, e sente, “dal di fuori” il pregiudizio che grava su di lei. Entrambe credono nella legalità, entrambe perseguono il rispetto delle regole, con la differenza che Chiara desidererebbe trasparenza solo da parte di Vic, mentre la candida e ingenua Paula (soprannominata Biancaneve) deve destreggiarsi tra consuetudini ben poco legali che rischieranno di stritolarla e rovinarle la vita.

Vic è il protagonista maschile attorno al quale ruota l’intero romanzo. Personaggio ambiguo, che aiuterà Chiara, ma al contempo amico di quattro brutti ceffi rumeni perdigiorno, che si ubriacano al Bar di Fronte e ne combinano di cotte e di crude. Sarà anche fonte di pregiudizi, la stessa Chiara, nonostante nutra una forte simpatia per lui, non riesce tuttavia a fidarsi di quel ragazzo dall’aria perbene, ma alquanto misterioso. Come sei riuscita a costruire il suo personaggio, per altro in maniera impeccabile, ti sei ispirata a qualcuno in particolare o a qualche fatto di cronaca?
Vic mi ha letteralmente rovinato il sonno per mesi e mesi! Perché renderlo ambiguo, al contempo gentile con Chiara ma mascalzone per quanto riguardava i suoi “affari” non è stato per niente semplice. Vic è cortese ma freddo e distaccato, quasi lo stereotipo del piemontese “falso e cortese”, pur essendo rumeno. La sua storia è complicata, lui è nato in Romania ma è vissuto sempre a Torino, quindi anche il suo background è ambiguo o per lo meno ibrido. E che cosa è uscito fuori da questo incrocio di culture e di eventi? Un personaggio pieno di contraddizioni, frutto di una infanzia difficile e di traumi che lo hanno condotto a frequentare cattive persone. Insomma, Vic mi ha fatto impazzire perché è evidente che nasconde qualcosa, ma questo qualcosa non deve essere svelato se non da un certo punto in poi.
Per creare l’ambiente in cui Vic si muove mi sono ispirata ai numerosi fatti di cronaca che quotidianamente sentiamo in tv e sui giornali. Per quanto riguarda Vic posso dire che la sua fisicità e la sua innata eleganza appartengono a una persona che mi sta molto, molto vicina…(e che conosce questo retroscena).

I quattro rumeni portano nomi devo dire molto azzeccati, dove li hai scovati? Conosci davvero qualcuno che si chiama come loro?
Tutti i rumeni del mio libri portano nomi appartenenti alla tradizione rumena che ho trovato tramite ricerche. Non conosco rumeni con tali nomi, conosco invece altri rumeni molto più tranquilli e integrati dei miei personaggi. Non avrei mai battezzato i quattro debosciati del mio libro con i nomi dei miei amici proprio per non dare adito all’equivoco di essermi ispirata a persone realmente esistenti che per fortuna non c’entravano nulla con la storia degradante che racconto.

Il Bar di Fronte, è un locale che esiste davvero a Torino?
Il Bar di Fronte non esiste. Come dicevo prima, è un luogo più emblematico che reale, collocato in una zona degradata di Torino dove c’è ricchezza di un certo tipo di immigrazione.

Anche i personaggi minori, come Carla e Giovanni alla fine rivelano il loro vero carattere, che è l’opposto di quello che lasciano trasparire. Ci racconti qualcosa di loro?
Carla e Giovanni sono persone depresse e compresse dalla situazione personale in cui versano. Carla è una disoccupata incinta e senza prospettive. Giovanni un cassaintegrato ipocondriaco che non fa che rimuginare morbosamente sulla propria salute. Apparentemente sono molti diversi (lei giovane, carina e tatuata, lui un cinquantenne che porta male la sua età), ma entrambi bivaccano al Bar di Fronte perché sentono di non avere valide alternative, prigionieri del proprio stato mentale e delle loro stesse paure. Ma alla fine tireranno fuori il meglio di sé e si riveleranno estremamente utili alla degna conclusione della vicenda. L’exploit che li costringerà ad uscire dal loro impasse cambierà loro la vita e li libererà almeno in parte dalla propria apatia.

C’è qualcosa di autobiografico nelle protagoniste femminili, qualcuna di loro ti assomiglia in qualcosa o non ti ci ritrovi per nulla?
Mi ci ritrovo poco, onestamente. Ci accomunano solo alcuni punti: il tentativo di vivere legalmente, la passione per lo studio delle lingue e l’ambizione di parlarle bene. Con Chiara poi condivido lunghi anni di studio in una facoltà scientifica e conosco la fatica di terminare una tesi di laurea quando, dopo numerosi esami, la testa ormai è altrove. Tutto qua, però. Per fortuna.

Nel romanzo c’è un accenno a “Speak up” il mensile per migliorare il tuo inglese. Anche tu lo leggi o ascolti i cd allegati, o entrambe le cose? Credi che per i giovani che intendano trovare lavoro l’Italia possa offrire ancora qualche opportunità, o bisognerà tornare ad emigrare come facevano i nostri nonni?
Ascolto e leggo Speak Up tutti i mesi per migliorare il mio povero inglese da italiana e con accento tremendamente italiano. Trovo che sia una rivista non solo utile per la lingua ma anche per i suoi contenuti: è un magazine di attualità che offre molti spunti e racconta e spiega molte cose, a partire dalle differenze culturali che noi italiani abbiamo con il mondo anglosassone e che per lo più beatamente ignoriamo.
Sulle opportunità che offre l’Italia ai giovani non so che dire, ma attualmente la quantità di persone che emigra è superiore a quella che entra qui da noi e questo vorrà significare pure qualcosa. Spesso anche io ho immaginato di potermene andare, nel Nord Europa per esempio. I miei amici e conoscenti che sono emigrati non sono mai più tornati indietro. Di fatto io sono ancora qua e temo che resterò finché ho un lavoro e anche perché non sono più così giovane e un cambiamento a quarant’anni probabilmente è meno soft che a venticinque… Non so come sarà il futuro per i giovani, e tuttavia sono pronta anche a seguire i miei figli se tra qualche anno decideranno di cercare fortuna altrove. La scelta lavorativa però sarà la loro, non la mia.

Per concludere ci tengo a sottolineare che l’epilogo è davvero sorprendente, ma non è mia intenzione svelarlo al lettore e ci tengo a ribadire che non è per nulla scontato, perché da come è stata impostata la trama, difficilmente il lettore percepisce quello che potrebbe essere un possibile finale. Per questo devo farti i miei complimenti personali e, che dirvi cari lettori, se volete saperne di più e scoprire cosa si cela dietro il fenomeno dell’immigrazione, capire il punto di vista degli italiani (che già immaginiamo) e quello degli immigrati (che a volte devono esserci ma al contempo risultare “invisibili”), se siete alla ricerca di qualche spunto di riflessione sull’argomento, allora non perdetevi questo bellissimo romanzo.




Silvia Pattarini
Diplomata in ragioneria, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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1 commenti:

  1. Dopo questa bella presentazione, non mi resta che provvedere all'acquisto del libro! Complimenti a intervistata e intervistatrice.

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