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In primo piano

[Inediti d'autore] Racconto: "Risveglio nel passato" di Claudia Gerini

Inediti-Racconto-Claudia-Gerini

Mi sveglio come ogni giorno alle 7 in punto. «Andreaaaa!!!», la mamma ha dovuto chiamarmi almeno una decina di volte stamattina e fare su e giù per le scale prima che mi decidessi ad aprire gli occhi. 

Mi alzo con un occhio chiuso e uno aperto e, ancor prima di realizzare chi sono e dove sono, allungo la mano sul comodino per controllare i messaggi sul cellulare. Non si sa mai, stanotte qualcuno potrebbe aver scritto qualcosa. Ma... Dove diavolo è? Con la mano picchietto qua e là, ma non trovo nulla. Eppure ieri sera era là. Scendo le scale tutto di corsa.
«Mammaaaa! Dove hai messo il mio telefono?».
«Quale telefono? È lì, sul mobile all'ingresso, almeno che non abbia deciso di metter su le scarpe e fare due passi schiocchino».
Ma che ha fatto colazione con il prosecco stamattina? Il telefono sul mobile? Mah! C'è qualcosa di strano in casa, qualcosa che non riconosco. All'ingresso c'è sul serio un mobiletto di legno marrone con sopra uno strano coso grigio e bianco, con una tastiera tonda e una cornetta sopra. Sembra davvero una specie di telefono. Penso a dove possa aver trovato la mamma quell'aggeggio antidiluviano e, nel frattempo, cerco ancora il mio telefono. Potrei morire senza. Chissà quante notifiche appariranno non appena lo trovo! Passo davanti al televisore e la mia attenzione è attirata da quello scatolone nero e grigio che sembra una tv ma che io non ho mai visto prima. E quei tasti al lato dello schermo? Cerco con lo sguardo il telecomando che di solito è sempre sul divano. Niente, neanche l'ombra. Ma che sta succedendo? Inizio a sudare freddo e il cuore mi batte forte. E come lo cambio canale ora senza il telecomando? Non dovrò mica alzarmi dal divano nel mezzo di un bel film? Non esiste proprio!
«Mammaaaa.... Che fine ha fatto la tv? Si è rotta? L'hai portata a riparare vero?».
«Macchè rotta Andrea. Che cosa hai stamani? Sembra che tu non sia mai stato in casa tua».
Mah! Sarà anche vero ma oggi mi sembra tutto strano forte! Decido di fare colazione per schiarirmi le idee, magari dopo tutto torna normale. Prendo il pacco dei biscotti e vado nello studio, se il telefono non si trova almeno dò un occhiata a Facebook. Quasi mi va di traverso il biscotto appena entro nella stanza. Sulla scrivania al posto del pc c'è un vaso di fiori freschi che tra l'altro hanno un profumo che nemmeno mi piace. Ok. No panic! Mi guardo intorno alla ricerca disperata di un monitor e una tastiera. Penso che la mamma abbia spostato il computer per spolverare la scrivania. Niente, in giro non c'è assolutamente niente. L'ansia cresce prepotente dentro di me. Ma che sono diventati tutti matti?
«Oh mammaaaaa! Ma che succede stamani? E prima il telefono, e poi la tv e ora il pc! Ma che fine hanno fatto?».
«Andrea ma che c'hai te stamani? Sembra che sei nato ieri! Ma quale computer? Ora, perché ogni tanto a scuola ti fanno vedere come si accende, non ti sarai mica montato la testa?».
Va bene, è ufficiale. O mia madre ha bevuto di prima mattina o io sono impazzito o sto facendo un incubo tremendo. Scelgo la prima opzione. Sicuramente la mamma è un tantino alticcia e si diverte a farmi uno scherzetto fuori stagione, nemmeno fossimo il primo di aprile. E poi, mammina mia, non sarai un po' cresciutella per farmi gli scherzi?

Una cosa è certa, mi sembra di aver viaggiato nel tempo. Rifletto. Prima era davvero così? Ma come diavolo facevano a sopravvivere così fuori dal mondo? 

Non posso resistere un minuto di più. Prendo lo zaino con i libri cercando nella tasca esterna il mio mp4, che naturalmente non trovo. Già, che stupido che sono, figurati se oltre al cellulare, la tv e il pc, non doveva sparire anche quello. Con che cosa l'ascoltavano la musica prima sul bus? Confuso più che mai mi metto il cappellino sulla testa.
«Mamma io vado. Se dopo rimango a studiare da Paolo ti chiamo. Ah già, e con che cosa ti chiamo? Coi segnali di fumo?».
«Come sei spiritoso stamani amore! Se ti manca un gettone telefonico prendilo nella mia borsa. Me ne sono avanzati un paio».
Me ne vado perplesso pensando che durante la notte forse hanno messo un telefono nella lavanderia a gettoni dietro l'angolo. Camminando piano piano, non sia mai che mi venga il fiatone, mi dirigo verso la fermata del bus e ripenso agli strani avvenimenti di questa mattina. Io non ci capisco proprio niente. E tentare di capire è un dispendio di energie inutile quindi ci rinuncio ancor prima di cominciare e mi metto a canticchiare sottovoce aumentando il passo perché ho davvero paura di perderlo l'autobus. Arrivato alla fermata con ben cinque minuti di anticipo noto che anche Ale non ha nelle orecchie le cuffie dell'Ipod. Mah! Strano. Forse gli si è rotto. Pensa che sfiga. Certo io nemmeno lo trovo più. Ripensandoci non so chi dei due sia il più sfigato.
«Bella fra'... Sono arrivato a puntino! Ma che? Hai perso anche tu il tuo Ipad o che?».
Ale mi guarda di traverso, con gli occhi socchiusi, come se stesse guardando contro luce. In realtà penso si sia svegliato da almeno dieci minuti e gli occhi ancora fanno fatica ad aprirsi.
«Bella che!? Andre che c'hai stamattina? Cosa avrei perso? Se non mi davo una mossa l'unica cosa che potevo perdere era il pullman!».
Io lo guardo storto. Evidentemente oggi é una giornata no in generale. Sarò io che mi son svegliato male. Oppure è proprio il mondo che gira all'incontrario. Mi sento confuso. Mi metto di fianco ad Ale in religioso silenzio e aspetto il bus. Che arriva come sempre con i suoi dieci minuti di ritardo e un po' mi rincuoro: allora non è poi tanto diverso dalle altre mattine. Poi però lo vedo in lontananza: un pullman tutto scassato, arancio che non avevo mai visto prima. Salgo dopo Ale, e mi guardo intorno. Le facce sono quelle di sempre. Assonnate, stanche, annoiate. Ma il bus ha qualcosa di strano. Qualcosa di... mhm forse di vecchio. I sedili sono di metallo disposti in fila a due a due, sanno di "antico" e il tutto è accompagnato da un rumore assordante, come se il motore facesse fatica a muoversi. Pensa che sfortuna stamani, pure il pullman vecchio. Deve essere un residuo di guerra! Arriveremo a scuola che la campanella sarà già suonata da un pezzo. E questa volta non sarà per colpa mia. Il professore non ci crederà mai. Invece con mia grande sorpresa arriviamo in orario, come sempre. L'autista deve aver premuto sull'acceleratore per rifarsi dei minuti di ritardo. Eppure non avrei scommesso un centesimo su di lui e il suo mezzo.

Entrando in corridoio mi guardo intorno, non sembra che ci sia niente di strano a scuola. 

Certo non è che ieri fosse stata poi così diversa rispetto ad adesso. Il grosso portone di legno scuro ha ancora tutte le sue scritte al suo posto, le crepe sui muri sono lì tranquille tranquille, non si sono spostate durante la notte. E questo mi rincuora un pochettino. Mentre cammino a testa bassa verso la mia classe sento Ale che di fianco a me sta chiacchierando ma non lo sto veramente ad ascoltare. Ripenso invece agli avvenimenti di questa strana mattina e cerco di dare una spiegazione al fatto che mi sento un alieno e che ogni cosa intorno a me sembra essere differente da come me la ricordo. Ma forse sono io che sto esagerando. Ma allora che fine ha fatto il mio cellulare? Se è stata la mamma a nasconderlo è stata davvero brava. Alla fine ha messo in pratica tutte le sue minacce di gettarlo via e farlo sparire quando ogni volta che mi chiede di fare qualcosa  mi trova col telefonino in mano. La mattinata in classe si svolge tranquilla, io in realtà non sono molto presente. Con la testa, ripenso a quello che è successo fino a quel momento e mi sento molto, molto confuso. Ale, seduto di fianco a me, invece di intrattenersi, come suo solito, con le cuffiette del lettore nelle orecchie, è lì tutto intento a fare dei girigogoli sul quaderno di scienze. La cosa che sicuramente non è cambiata è il fatto che non stia ascoltando la lezione. Dietro di me è seduta Silvia, bella da morire. Tutte le mattine è lei a catturare la mia attenzione, appena entro in classe la prima cosa che cerco è il suo sorriso che mi dà la carica per affrontare le cinque ore che mi dividono dalla campanella. Oggi devo dire che è ancora più bella del solito. Sento il suo profumo e mi ritrovo a sorridere pensando che anche se non avesse quel buon odore a me farebbe impazzire lo stesso. Perso in questi pensieri mi accorgo appena della pallina di carta che atterra sul mio banco. La blocco con la mano e, nascosto sotto il banco, spiego quel piccolo foglietto di carta:
Alle 16 al parco. Ti aspetto, S.
Non ci credo. Davvero Silvia mi ha mandato questo bigliettino? O può essere lo scherzo cretino di Ale che ha approfittato del fatto che sono distratto per prendermi in giro? Mi volto e Silvia mi guarda dritto negli occhi facendomi l'occhiolino. Non ci sono dubbi. Il biglietto è suo per davvero. Mi giro di nuovo, strappo un angolo del quaderno di scienze e scrivo frettolosamente un ok tremolante, faccio una pallina con il pezzo di foglio e lo lascio cadere sul banco di Silvia.

Strano però, questa cosa dei messaggini scritti sui pezzetti di carta mi emoziona parecchio. Certo molto di più degli anonimi messaggi su whatsapp che ci saremmo mandati se solo avessi avuto con me il mio telefono. 

Arriva finalmente il suono dell'ultima campanella. Mi dirigo velocemente all'uscita pensando che ho un sacco di cose da fare prima delle 16. Dovrò senz'altro rimandare la ricerca del mio cellulare a dopo, perché per questo appuntamento devo essere più che presentabile. Prima di tutto una bella doccia, poi devo scegliere con cura i vestiti da mettere e poi voglio passare dal giardino della nonna a cogliere almeno un paio di quelle rose rosse che ha nel vaso di fronte alla porta e che piaceranno un sacco a Silvia. Trovo, come sempre, la mamma indaffarata ai fornelli. Provo a buttargli là la domanda che mi frulla in testa dalla mattina: che fine ha fatto il mio telefono? La mamma mi guarda di traverso come se avessi detto una frase senza senso. A malapena mi risponde che no, quel coso che continuo a chiamare telefono lei non l'ha visto. Io ci rinuncio e vado direttamente in camera mia. Decido che posso fare a meno di mangiare e mi concentro sui preparativi. Apro l'armadio e tra le tante cose che tiro fuori decido di mettermi i pantaloni e la maglia che secondo me sono i più fighi in assoluto, quelli neri a cavallo basso che ho appena comprato e la felpa con le cerniere. Passo velocemente alla seconda fase dei preparativi, la doccia. Entrando in bagno avverto la mamma che mi ci vorrà un po' di tempo e che non venga a rompere come suo solito. Questa fase mi occupa gran parte del tempo rimasto a mia disposizione e mi ritrovo a vestirmi in fretta e furia e ad uscire di casa quasi correndo. Non ce la farò mai a passare dalla nonna per le rose. Ne dovrò far a meno. Arrivo al parco appena cinque minuti prima dell'orario dell'appuntamento, mi siedo sulla panchina proprio di fronte all'entrata e aspetto. Ecco, se avessi avuto il telefono con me quest'attesa non sarebbe di certo sembrata un'eternità. Avrei potuto fare una partitina a Pokemon Go o, meglio ancora, guardare un paio di video su Youtube. Invece sono qui che mi giro i pollici e mi guardo intorno sperando che Silvia non abbia deciso all'ultimo minuto di darmi buca. E invece eccola là. Silvia sta arrivando con quell'andatura che tanto mi fa impazzire. Io mi alzo per salutarla e lei, sorprendendomi, mi dà un bacio sulla guancia. Ci sediamo e cominciamo a parlare, o meglio é lei che inizia perché io sono così in imbarazzo che vorrei nascondermi dietro al cespuglio di fianco alla panchina. Se fosse stato un giorno normale probabilmente avrei avuto in mano il mio telefonino e non avrei fatto altro che controllare i messaggi, le notifiche, la posta o peggio ancora le avrei mostrato gli ultimi video che avevo visto di recente, perdendomi sicuramente ogni istante di questo momento. Invece, per la prima volta, sto quasi ringraziando il fatto di non avere il cellulare con me. Non ho distrazioni e mi posso concentrare completamente su Silvia. E direi che non è affatto male! Mentre parliamo mi prende la mano e me la stringe forte. Io ricambio e mi faccio coraggio. Mi avvicino lentamente e le do un bacio sulle labbra, lieve lieve. Questa volta è lei a ricambiare e io mi sento il ragazzo più fortunato e felice sulla terra. Anche senza il mio telefono. Che sia questa la felicità? Fino a ieri non lo avrei mai creduto!


Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere questo suo primo romanzo.

About Valentina Gerini

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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