Gli scrittori della porta accanto

The week: focus sugli eventi tra il 12 e il 25 settembre

The week: focus sugli eventi tra il 12 e il 25 settembre

The week Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo tra il 12 e il 25 settembre? Il funerale della regina Elisabetta II, la violazione dei diritti umani in Ungheria e la protesta delle donne in Iran contro il regime.

Questo The Week si apre con la ripresa del finale dell’ultimo appuntamento, parlando del funerale della regina Elisabetta II. Con alcuni flash, delineo poi la situazione della guerra ucraina, le tensioni tra Azerbaigian e Armenia, il rapporto tra UE e Ungheria, l’alluvione nelle Marche. In chiusura, mi concentro sulle proteste in Iran, seguite alla morte di Mahsa Amini.



Funerale reale, diplomazia internazionale

Lunedì 19 si è svolta la cerimonia funebre della regina Elisabetta II: cerimonia, non solo funerale, dal momento che l’intero rito ha attraversato alcuni luoghi chiave della City, prima di concludersi nella cripta del castello di Windsor.
Il corteo era formato da militari, dal SSN, da personalità al servizio della regina e dalla famiglia reale. La prima processione è giunta all’abbazia di Westminster, dove si è svolto il servizio funebre; la seconda ha condotto il feretro a Wellington Arch, dove un carro ha preso in carico la bara fino a Windsor. Qui si è tenuta una cerimonia nella Cappella di San Giorgio.
Uno dei momenti più toccanti è stato il canto dell’inno nazionale, con re Carlo III visibilmente emozionato, seguito dalle notte di un solitario suonatore di cornamusa, che ha dato al finale a Westminster un tocco di sincera poesia. Ora, viene da chiedersi perché questo dovrebbe toccare noi italiani. Il discorso è ampio e si può forse sintetizzare nel rispetto per un popolo in lutto, unito nonostante tutto intorno alla propria tradizione e alla corona, che ne è parte fondamentale.

Il funerale è stato anche il modo per saggiare in maniera (quasi) informale i rapporti diplomatici internazionali.

Centinaia di reali e capi di Stato stranieri hanno presenziato alla messa a Westminster. Tra i reali, esponenti da Monaco, Spagna, Marocco, Qatar, etc., oltre all’imperatore giapponese Naruhito e alla consorte Masako, nel loro primo viaggio all’estero dall’ascesa al trono nel 2019. Tra i capi di Stato, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, per l’Italia il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per la Cina il vicepresidente Wang Qishan.
Rispetto a Stati con cui sussistono delle tensioni, il Regno Unito ha scelto di invitare solo gli ambasciatori: così per Iran, Nicaragua e Corea del Nord. Ci sono stati anche Paesi esclusi: Russia, Bielorussia, Myanmar, Siria, Venezuela e Afghanistan. Sul funerale della regina – bbc.com, bbc.com, nytimes.com e cnn.com | Sugli aspetti diplomatici del funerale – theguardian.com e cnbc.com


Quattro flash dal mondo: Ucraina, Azerbaigian, Ungheria, Italia

  1. In merito alla guerra, ha fatto discutere l’annuncio del presidente russo Vladimir Putin di avviare una “mobilitazione parziale” dei riservisti, segno che in effetti l’esercito invasore sia provato dalla controffensiva ucraina e che i suoi soldati siano, in molti casi, allo sbando.

    Putin ha anche avviato una serie di referendum per annettere quattro regioni ucraine (Luhans’k, Donec’k, Zaporož’e, Kherson), occupate in parte dall’esercito russo: facendo ciò, quei territori verrebbero riconosciuti dalla Federazione come suolo nazionale e, in tal caso, il presidente russo ha già annunciato, non troppo velatamente, che potrebbe mettere mano all’arsenale nucleare. Bluff o reale minaccia? Difficile dirlo, in uno scenario che è diventato critico e incerto da febbraio: l’unica speranza è che coloro che detengono le “chiavi” dell’arsenale si rifiutino di approvare l’impiego del nucleare tattico.
    Nel frattempo, uno dei più noti oppositori del regime, Aleksej Naval’nyj, ha fatto circolare un videomessaggio dal carcere, attraverso i suoi avvocati, parlando dell’immane tragedia a cui stanno andando incontro i cittadini russi.

    Putin ha parlato di mobilitazione “parziale” come passaggio intermedio verso una mobilitazione di massa che spaventa i russi, ai quali per mesi era stato raccontato che l’operazione militare speciale stava andando a gonfie vele.

    I riservisti russi si attestano intorno ai due milioni e la Russia si prepara a chiamarne trecentomila: si tratta di persone che hanno compiuto il servizio militare obbligatorio, ma che non sono militari di professione. Il ministro della Difesa russo, Sergej Šojgu, ha riferito che gli studenti non saranno convocati.
    L’avanzata ucraina è stata talmente dirompente da costringere le stesse fonti russe ad ammettere le difficoltà. Solo negli ultimi giorni, gli invasori si sono ritirati da Izyum, dopo la riconquista ucraina di Kupiansk, cruciale snodo ferroviario per i rifornimenti. In alcuni settori, gli ucraini sono persino giunti in prossimità del confine russo, riducendo a un quinto il territorio ancora occupato. L’esercito invasore è demoralizzato e molti soldati stanno cercando di tornare alle proprie case, dal momento che tanti di loro sono semplicemente sotto contratto. La cautela è comunque d’obbligo: la guerra non è finita e questa potrebbe essere solo una delle sue tante fasi. Certo la controffensiva ucraina ha dimostrato che il gigante russo non è affatto l’invincibile avversario che molti – russi inclusi – ritenevano che fosse. Sembra averlo capito anche il leader ceceno Ramzan Kadyrov, che in un messaggio audio, ripreso dalla testata russa indipendente Meduza, ha affermato che se non cambierà la strategia, verranno tratte le conclusioni, definendo la situazione “infernale”.

    In questi giorni, si è riunita anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

    All’incontro hanno parlato diversi leader, tra cui il premier italiano Mario Draghi, che in quei giorni ha ricevuto il premio di miglior statista dell’anno dall’Appeal of Conscience Foundation, organizzazione interreligiosa che opera nel campo della libertà religiosa e dei diritti umani.
    Il presidente ha ribadito che ogni referendum russo in Ucraina violerebbe ancora il diritto internazionale: ha inoltre detto che l’Italia, anche dopo le elezioni del 25 settembre, rimarrà attivamente dalla parte dell’Ucraina e della NATO. Draghi ha aggiunto che bisogna continuare a ricercare le condizioni per la pace, partendo dall’esempio dell’intesa sul grano per passare alla demilitarizzazione dell’area intorno alla centrale di Zaporož’e. Citando un discorso del 1988 di Michail Gorbačëv, recentemente scomparso, Draghi ha parlato della necessità di intensificare la cooperazione, puntando sul valore del multilateralismo. Sulla guerra in Ucraina – bbc.com, bbc.com, ansa.it e ispionline.it
  2. Ucraina. Storia, geopolitica, attualità

    Ucraina
    Storia, geopolitica, attualità.

    di Argyros Singh
    PubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
    Saggio
    ISBN 979-1254581933
    Saggio
    ebook 4,99€
    Cartaceo 15,00€
  3. In questi mesi ho scritto dei tentativi di molti partner della Russia di approfittare della debolezza del Cremlino per perseguire i propri interessi: così il Kazakhstan, la Turchia e l’Azerbaigian.

    Al confine tra quest’ultimo Stato e l’Armenia sono scoppiati degli scontri armati, che hanno portato a poco meno di trecento morti tra militari e civili. Il Caucaso meridionale è da almeno dieci anni in un caos latente: l’Armenia ha accusato l’Azerbaigian di aver bombardato le città di Jermuk, Goris e Kapan come provocazione; l’accusato ha risposto di aver agito per la presunta mobilitazione di truppe armene e di mine al confine.
    Che cosa sta succedendo? Da anni, la Russia mantiene in stallo la situazione e anche in questo caso sembra che il Cremlino sia riuscito a mediare tra i due Paesi. Il ministero degli Esteri russo si è ugualmente detto molto preoccupato per l’escalation. Il vero punto di interesse risiede nello status del Nagorno-Karabakh, enclave interna all’Azerbaigian, popolata soprattutto da armeni e resasi indipendente negli anni Novanta. In una guerra di sei settimane, nel 2020, l’Azerbaigian aveva rivendicato ampie zone dell’enclave, ma l’intervento della Russia, che ha una base militare in Armenia, aveva portato a un accordo di pace.

    Per comprendere la falsità delle presunte intese tra russi e turchi, basti sapere che la Turchia, al contrario, supporta l’Azerbaigian a livello politico e militare.

    Il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha apertamente accusato gli armeni di aver provocato i combattimenti. In caso di un’aggressione azera su larga scala, la Russia sarebbe obbligata a intervenire in difesa dell’Armenia, nel rispetto dell’accordo di sicurezza che lega i membri del CSTO (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva). Da parte sua, l’Azerbaigian insiste affinché i russi lascino il territorio occupato dalle cosiddette “forze di pace” e che viene ritenuto a tutti gli effetti suolo azero.
    Al momento, solo il segretario di Stato statunitense Antony Blinken, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la Francia (ora presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU) stanno promuovendo un dialogo che riporti pace e stabilità nell’area. Sulle tensioni tra Azerbaigian e Armenia – theguardian.com, france24.com e corriere.it

  4. Vengo ora all’Ungheria. Ho avuto modo altre volte, qui su The Week, di parlare delle dichiarazioni aberranti del primo ministro ungherese Viktor Orbán: discorsi dichiaratamente razzisti, contrari alla libertà di parola e ostili ai diritti delle donne.

    Ora, l’Unione Europea ha avviato un’indagine per stabilire se l’Ungheria stia rispettando alcuni diritti fondamentali, su cui si fonda l’Unione stessa. Quella stessa UE da cui Orbán ha ricevuto miliardi di finanziamenti per il proprio Paese, salvo criticarla a priori in qualsiasi occasione pubblica, in un equilibrismo opportunista tra Bruxelles e Mosca.
    Nel concreto, di che cosa si parla? Dal 2010, Orbán ha nominato persone di fiducia nei tribunali, nell’ufficio del procuratore capo e tra le personalità mediatiche. Con una nuova costituzione, ha limitato la democrazia e la tutela di minoranze come la comunità Rom e LGBTQ+. A guerra ucraina in corso, ha ricattato l’UE con il suo veto per ottenere un’esenzione dalle sanzioni, importando più gas russo.

    Il Parlamento europeo ha così approvato una risoluzione per cui l’Ungheria non risulta più una democrazia funzionante.

    Già nel 2018, era stata avviata un’indagine che valutasse l’effettivo stato di diritto ungherese: un nuovo procedimento del 2020 consentirebbe ora all’Unione di tagliare i finanziamenti qualora venissero meno le condizioni di adesione.
    L’UE non può valutare nel merito le dichiarazioni di Orbán o la limitazione dei diritti delle minoranze, ma ha attivato, già ad aprile, il meccanismo di condizionalità, che tiene conto di fattori come l’indipendenza della magistratura. Questo è importante: Orbán si difende accusando l’UE (l’Occidente?) di voler realizzare cambiamenti culturali che gli ungheresi rifiuterebbero, ma l’UE si sta invece concentrando su un fattore – la corruzione – che è quantificabile e universalmente (almeno nelle democrazie) condannato.
    Lo scorso 18 settembre, in aggiunta, l’UE ha sospeso 7,5 miliardi di dollari di finanziamenti, appellandosi proprio ai problemi di corruzione e di favoritismi nella magistratura. Non solo: la contestazione coinvolge la scelta del governo ungherese di prolungare lo stato di emergenza a tempo indeterminato, governando per mezzo di decreti legge e indebolendo il parlamento. Infine, sussistono problemi nell’esercizio della libertà di comunicazione, con giornalisti, media e comuni cittadini, critici del governo e per questo tenuti sotto sorveglianza con lo spyware Pegasus. Ora, entro novembre, l’Ungheria dovrà attuare misure correttive per poter accedere ancora ai fondi europei. Sull’Ungheria – washingtonpost.com, euronews.com e ilpost.it

  5. Ultimo flash, relativo alle Marche. Nella regione del centro Italia, nella notte tra il 15 e il 16 settembre, si è scatenata una devastante alluvione, che ha provocato undici morti.

    Tra i comuni più colpiti c’è Senigallia, dove l’esondazione del fiume Misa ha allagato gran parte del centro.
    Da giorni Protezione Civile, Vigili del Fuoco e volontari stanno ripulendo le strade e sono alla ricerca di una signora dispersa, dopo il ritrovamento, a tredici chilometri di distanza, del corpo di un bambino, trascinato via dal fiume di fango.
    Non sono mancate le polemiche e sono state aperte tre inchieste, da parte della procura di Ancona, di Urbino e di Pesaro: si cercherà di determinare la possibilità di prevedere eventi del genere, attribuendo le eventuali responsabilità. Sembrerebbe infatti che non fosse giunta alcuna allerta da parte della regione, né dalle autorità locali. La procura di Ancona ha aperto un fascicolo contro ignoti, con l’ipotesi di omicidio colposo plurimo e di inondazione colposa. Le procure di Urbino e di Pesaro hanno invece aperto un’inchiesta con l’ipotesi di reato di inondazione colposa. Sull’alluvione nelle Marche – ilpost.it e anconatoday.it

La protesta del velo per la dignità

Il 16 settembre, la polizia religiosa iraniana ha preso in custodia la ventiduenne curda Mahsa Amini, colpevole di aver indossato il velo in maniera inappropriata: alcune ore dopo, la donna è morta per le percosse ricevute dalla polizia. I media di Stato hanno riportato la notizia che Amini avesse avuto un infarto durante la custodia, ma la famiglia ha riferito che la giovane non soffrisse di alcun problema di salute.
La sua morte ha fatto scoppiare proteste in tutto l’Iran, represse duramente dalle forze di sicurezza: almeno trenta le vittime degli scontri – secondo fonti statali iraniane – ma la cifra sembra destinata a crescere. Le forze di sicurezza sparano ad altezza uomo e picchiano con bastoni; l’accesso a internet è stato limitato in alcune aree del Paese, anche per nascondere le violenze: gli Stati Uniti hanno annunciato che faciliteranno la possibilità dei giganti high-tech di favorire l’accesso all’informazione in Iran. Come in Ucraina, Elon Musk ha già messo a disposizione i suoi satelliti Starlink per sostenere la connessione alla rete dei manifestanti.

Il ministero dell’Interno iraniano ha ordinato un’indagine sulla morte di Amini, su richiesta del presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi.

L’alto commissario ad interim per i diritti umani delle Nazioni Unite, Nada Al-Nashif, ha chiesto un’indagine indipendente, affinché la famiglia possa ricevere giustizia e verità. Il comandante della polizia di Tehran ha però lanciato benzina sul fuoco, dicendo che la donna non indossava l’hijab corretto e che nel furgone della polizia aveva fatto battute su quella situazione. Come a volersi schermare con il classico: «Se l’è cercata».
In Iran, l’abbigliamento tradizionale è obbligatorio dalla rivoluzione del 1979: negli ultimi anni, sotto il regime di Raisi, la condizione delle donne è divenuta ancora più invivibile. Le manifestazioni di questi giorni hanno visto donne e anche uomini radersi i capelli a zero, e bruciare i veli in roghi improvvisati per le strade. In verità, almeno nella capitale, non è neppure mancata una contromanifestazione ultraconservatrice, che alla difesa dei valori tradizionali islamici ha affiancato la consueta accusa di interferenza degli americani.

Gli iraniani che protestano contro il regime lo fanno sia per le gravi violazioni dei diritti delle donne, sia per l’insofferenza verso l’arroganza della polizia morale, che agisce da banda violenta con il beneplacito del regime.

Nel The Week del 23 – 29 maggio 2022, scrivevo della condizione delle donne sotto il potere talebano in Afghanistan, analoga per molti aspetti a quella dell’Iran. In quell’occasione avevo consigliato la lettura della graphic novel di Marjane Satrapi, Persepolis (Lizard, 2009), scritta da una donna iraniana sulla base delle proprie esperienze di vita. In maniera speculare, ora che si parla di Iran, suggerisco gli scritti di una poetessa afghana, Nadia Anjuman, morta a soli ventiquattro anni.
Anjuman crebbe sotto l’autorità talebana, ma riuscì a entrare nella Golden Needle Sewing School, un circolo di cucito dove alcuni professori universitari, ostili al regime, offrivano lezioni in gran segreto. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan e, caduti i talebani, Anjuman poté laurearsi in Letteratura a Herāt, pubblicando il suo primo libro di poesia in lingua farsi, Gul-e-dodi (Fiore rosso scuro). All’università, la donna aveva conosciuto un ricercatore, che divenne suo marito e, nel 2005, il suo assassino. La colpa di Anjuman consisteva nell’aver recitato in pubblico le proprie poesie rivoluzionarie: l’omicida venne assolto e il tribunale sancì che la donna si fosse suicidata col veleno.

I testi di Nadia Anjuman sono molto difficili da reperire, ma di recente Maria Grazia Calandrone ha curato un’antologia poetica al femminile che la include: si tratta di Versi di libertà. Trenta poetesse da tutto il mondo (Mondadori, 2022).

Quelli che seguono sono i versi di Anjuman ne Il diritto di gridare:
Non ho voglia di aprire la bocca
per cantare cosa, poi…?
Io, disprezzata dalla vita stessa.
Cantare e non cantare? Non c’è differenza.
Perché dovrei parlare di dolcezza
quando provo solo amarezza?
Oh, il diletto dei tiranni
ha colpito la mia bocca
se non ho un compagno nella mia vita
a chi dovrei dare il mio affetto?
Non c’è differenza fra parlare, ridere,
morire, esistere.
Io e la mia solitudine forzata.
Insieme al dispiacere e alla tristezza.
Sono nata per il nulla.
Le mie labbra dovrebbero essere sigillate.
Oh, cuore mio, lo senti che è primavera
ed è tempo di festa.
Cosa posso fare con un’ala intrappolata
che mi impedisce di volare?
Sono stata zitta per troppo tempo,
ma non ho dimenticato la melodia,
perché continuo a bisbigliare
le canzoni del mio cuore profondo,
per ricordare a me stessa
che un giorno distruggerò questa gabbia,
e volerò via dalla solitudine
e canterò, con la mia malinconia.
Io non sono come un debole pioppo
che si piega al vento.
Io sono una donna afghana,
e questo è il mio lamento.

Sulle situazione iraniana – ilpost.it, corriere.it e washingtonpost.com



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