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Le recensioni di Stefania Bergo
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Povere creature!, un film di Yorgos Lanthimos: la recensione

Povere creature!, un film di Yorgos Lanthimos: la recensione

Povere creature!, un film di Yorgos Lanthimos: la recensione

Cinema Recensione di Stefania Bergo. Povere creature!, l'ultimo film di Yorgos Lanthimos, adattamento del romanzo omonimo di Alasdair Gray. L'emancipazione femminile vista come riconquista del proprio piacere sessuale. Una pellicola visionaria dalle atmosfere gotiche, steampunk e wired, con una protagonista indimenticabile.

Povere creature! – disponibile in abbonamento su Disney+ – è il nuovo film di Yorgos Lanthimos, il regista greco di Dogtooth, The Lobster, Il sacrificio del cervo sacro e La favorita. In questa pellicola dominano atmosfere gotiche, steampunk e wired, con un uso espressivo delle ombre, del bianco e nero e un abbondante utilizzo dell'obiettivo fisheye per deformare lo spazio in modo grottesco e stimolare lo sguardo dello spettatore. La palette di riferimenti cinematografici e letterari è ampia, come Frankenstein di Mary Shelly, Metropolis di Fritz Lang o Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau.
Candidato a 11 premi Oscar, ha portato a casa quattro statuette, tra cui quella per la miglior attrice protagonista a Emma Stone e tre riconoscimenti tecnici che ben sottolineano la potenza visiva del film: miglior scenografia, trucco e acconciature e costumi.
La colonna sonora di Jerskin Fendrix – per cui era candidato all'Oscar – è il completamento naturale di questo film artisticamente ineccepibile, sottolineando con una successione di cacofonie l'entropia di scene, personaggi e temi trattati.

NB: in questo articolo è stato inserito un filtro "no spoiler" che rende sfocate alcune frasi; per leggerle basta passarci su con il mouse da pc o toccare lo schermo da mobile.

Povere creature! inizia col colore, nel primo frame, per poi virare subito verso il bianco e nero. Il colore e la sua assenza sono funzionali alla narrazione, sottolineano i vari momenti della crescita personale di Bella Baxter, interpretata da una splendida Emma Stone in stato di grazia.

Bella Baxter è il risultato dell'unione di una donna morta suicida e del suo bambino che portava in grembo ancora vivo – di cui non si fa menzione del sesso. Bella ha infatti il corpo della donna e il cervello del feto, è una donna-bambina che deve imparare a coordinare i movimenti, a camminare, a parlare, a pensare. Una strada in salita il cui lato positivo è l'innocenza, il non avere sovrastrutture, punto di partenza per un processo di formazione scevro da condizionamenti sociali.

È evidente il richiamo al Frankenstein di Mary Shelly, anche se in questo caso il vero "mostro", fisicamente parlando, è il creatore di Bella, il dottor Godwin Baxter, interpretato dall'eclettico Willem Dafoe.

Il suo volto è deformato e pieno di cicatrici dovute agli esperimenti che il padre ha condotto su di lui quando era piccolo, non per violenza gratuita ma per amor di scienza, dice lui. La violenza subita viene infatti raccontata in modo asettico, razionale, con il black humor che pervade tutto il film. E nello stesso modo Godwin, che Bella chiama semplicemente God, alleva la sua creatura, che ha fredde nozioni di anatomia e conosce le regole dettate dallo scienziato ma in lei non è ancora presente alcuno spunto emotivo.

Povere creature!
Povere creature!, un film di Yorgos Lanthimos: la recensione

Povere creature!

REGIA Yorgos Lanthimos
SOGGETTO Alasdair Gray
SCENEGGIATURA Tony McNamara
PRODUZIONE | PRODUTTORE Yorgos Lanthimos, Ed Guiney, Andrew Lowe, Emma Stone
DISTRIBUZIONE The Walt Disney Company
MUSICHE Jerskin Fendrix
FOTOGRAFIA Robbie Ryan
ANNO 2023
CAST Emma Stone, Margaret Qualley, Willem Dafoe, Mark Ruffalo, Christopher Abbott

All'inizio del film Emma Stone si muove, parla e pensa come avesse tre, quattro anni. Tutto è scoperta, pone domande spiazzanti, fa capricci.

La sua interpretazione è perfetta, riesce a sostenere ogni sfumatura del personaggio e a essere sempre credibile. Il suo sguardo riesce a replicare la meraviglia tipica dei bambini, come se vedesse tutto per la prima volta.
I suoi progressi vengono dettagliatamente annotati da Max McCandles, un collaboratore di Godwin che ha il compito di studiarne la crescita. Una crescita che all'improvviso diventa tumultuosa, quando Bella pretende di vedere cosa che c'è fuori l'enorme casa vittoriana in cui vive, circondata da creature nate da innesti bizzarri, protetta dal mondo esterno. Ma lei quel mondo lo vuole mettere in bocca, come fanno i bambini piccoli, è avida di conoscenza, brucia di curiosità.

L'epifania per Bella è l'esplorazione del suo corpo, la scoperta della masturbazione – «Bella ha scoperto felicità quando vuole».

Inizia a viverla con estrema naturalità, senza malizia, parlandone apertamente come un segreto svelato da condividere, sebbene le venga detto: «Smetti immediatamente di darti piacere! Nella buona società non si fanno certe cose».
Per tenerla ingabbiata in un mondo protetto ma chiuso, Godwin propone a Max di sposare Bella, con la clausola di abitare per sempre con lui. È l'avvocato incaricato di redigere il contratto matrimoniale a dare la svolta alla trama e colore alla pellicola. È con Dunkan Wedderburn, interpretato da Mark Ruffalo, che Bella scopre il sesso. Lui la irretisce come fa un manipolatore con la sua vittima, parlandole di libertà e offrendosi di portarla a scoprire il mondo. Vista la sua determinazione, Godwin non può che lasciarla andare «perché possiede il libero arbitrio». Ed è allora che finisce il bianco e nero e inizia l'emancipazione di Bella.

Il sesso come emancipazione femminile, conquista di consapevolezza.

Per i restanti tre quarti del film Bella esplora il suo corpo attraverso i piaceri del sesso con Dunkan – e non solo –, in un viaggio fisico e figurato attraverso l'Europa steampunk con ambientazioni che rievocano la Metropolis di Lang su un substrato vittoriano. E parallelamente all'aumentare della sua consapevolezza si palesano gli atteggiamenti possessivi dell'uomo, che inizia a decidere quanti dolcetti lei può mangiare, quando deve dormire, cosa può dire e come deve comportarsi in pubblico

Ma Bella non è addomesticabile.

Lei vuole ballare da sola e a modo suo – in un indimenticabile momento candidato a diventare cult alla stregua della danza di Mercoledì Addams o quella di Vincent e Mia in Pulp fiction. Lui impazzisce di gelosia e arriva a «intrappolarla» come un bagaglio per una destinazione apparentemente isolata dal mondo esterno. Eppure, proprio allora Bella prende coscienza non solo del suo corpo ma anche del suo intelletto, iniziando a leggere e disquisire di filosofia grazie all'interazione con personaggi minori, e della sua umanità, quando si scontra con l'ingiustizia sociale della povertà in una scena decisamente potente, teatrale, pervasa di giallo.

Povere creature! di Yorgos Lanthimos è un film femminista? Forse no, per essere un film femminista dovrebbe essere più universale, mentre questo è un percorso di emancipazione femminile personale.

Il percorso di Bella è palese, non retorico, ma forse si poteva approfondire il suo interesse per libri, filosofia, giustizia sociale e politica relegati a meri dettagli, invece di incentrare tutto sul sesso esplicito – cosa che tra l'altro non si evince dal trailer ma che dà un senso al fatto che sia VM 14. È vero che il corpo e il sesso delle donne sono quelli più sfruttati e giudicati, su cui viene esercitata la maggiore pressione sociale, ma davvero è questa la chiave dell'emancipazione femminile? O meglio, davvero è questo il modo per raccontarla? L'impressione è che questo sia frutto di una narrazione maschile che, per quanto aperta e solidale, cade ai margini in inevitabili stereotipi, esibendo a proprio uso e consumo un corpo di donna adolescente – senza peli né mestruazioni. Una donna che è ritenuta "speciale", non ordinaria. Un'eccezione. Una donna che inizialmente ha l'intelletto di una bambina e di fatto viene manipolata, abusata da uomini adultinel finale lo sviluppo cognitivo è invece in linea col corpo, lo si denota dal modo in cui si muove nello spazio, da come parla, dal fatto che prepari esami universitari complessi o esegua operazioni chirurgiche, che elabori una sua vendetta personale.
Ci sono comunque messaggi importanti, nella pellicola di Lanthimos.

Il percorso di formazione di Bella ben rappresenta il binomio patriarcato – emancipazione femminile.

All'inizio del film Bella è una donna attraente che non ragiona, non ha coscienza di sé, è facilmente manipolabile. Poi acquista consapevolezza, brama la libertà e la conoscenza, e allora fa paura, non va più bene. Va ricacciata nelle gabbie create per lei dagli uomini.
C'è poi il riferimento alla prostituzione, che apre un dibattito divisivo su chi la considera libertà dagli schemi patriarcali – «Questa cosa delle prostituzione mette in discussione il desiderio di proprietà degli uomini», dice Bella alla fine – e chi la vede perfettamente allineata ad essi. Bella inizia con «Potrei cercarmi un amante [...] che mi mantenga ma che potrebbe richiedere molte attenzioni, oppure venti minuti alla volta e il resto della giornata libera per studiare il mondo e il suo miglioramento» illudendosi di poter scegliere lei con chi fare sesso. Ma presto si rende conto che non è così, che, scevra della scelta cosciente, la prostituzione è solo uno stato di orrore – «Non preferireste che fossero le donne a scegliere? [...] Non avreste la vaga sensazione che fossimo in uno stato di orrore quando sobbalzate».

Il ritorno a casa è forzato dalla contingenza. Ma è anche il momento in cui Bella Baxter raggiunge la vera emancipazione, decidendo che fare del suo futuro.

Il finale ha un risvolto inaspettato che chiude il cerchio. Il tentativo di riportare Bella alla sua vita precedente, imprigionata in una relazione tossica – «Tu sei mia», dice lui, «Io non sono un territorio», risponde lei –, passa ancora una volta attraverso il sesso, questa volta la sua negazione, o meglio, attraverso la negazione del piacere femminile. E forse è questo il messaggio di Lanthimos cui si arriva alla fine, come se anche questo fosse un processo di formazione, questa volta dello spettatore: l'emancipazione delle donne non ha a che fare con la loro vagina ma con la clitoride, cioè col loro piacere. È su di esso che il patriarcato detiene il controllo da sempre, esclusivamente finalizzandolo a quello maschile. Che si faccia attraverso il sesso sfrenato o un percorso di studi – o entrambi – forse è questa l'emancipazione: riappropriarsi di sé, del proprio piacere, quasi fosse un potere che rende di fatto una donna sessualmente indipendente dagli uomini, e di conseguenza libera di scegliere da sola che posto occupare nella società.
Che ne pensate? Avete letto tra le righe lo stesso messaggio?





Stefania Bergo
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Recensione: Bianca Utopia, di FraSté

Recensione: Bianca Utopia, di FraSté

Recensione: Bianca Utopia, di FraSté

Libri Recensione di Stefania Bergo. Bianca utopia, la mia più bella cosa mai successa, di FraSté (Infuga Edizioni). Un tema carico di elementi dolorosi, la maternità negata, trattato con leggerezza, senza ombra di commiserazione. Una favola per adulti il cui lieto fine è l'esortazione a guardare alle proprie delusioni per trasformale in bellezza.

Bianca utopia, la mia più bella cosa mai successa è il romanzo d'esordio di FraSté, il suo secondo libro, dopo la raccolta di poesie illustrate Dai graffi del cuore nascono parole. Una raccolta di versi umettanti che sono serviti all'autrice per asciugare le sue ferite, quei graffi di cui parla, riempiendole di parole così come si fa con l'oro nella tecnica giapponese del Kintsugi. Quei graffi di cui va fiera, perché le hanno permesso di essere chi è oggi. E Bianca Utopia lo definisce il suo graffio più grande. Il rimpianto per non essere riuscita a diventare madre.

La protagonista di Bianca Utopia è Nives, alter ego dell'autrice, che pure invita i lettori a indovinare quali parti del romanzo siano pura opera di fantasia e quali siano invece la sua storia.

Nives ha 45 anni, è una professionista affermata che puntualmente catalizza "casi umani" con cui intreccia relazioni destinate a non durare mai a lungo. Mentre lei spera sempre di trovare l'uomo perfetto, non tanto per lei, quanto per suo figlio o figlia. E più passa il tempo, più il suo bisogno perde la connotazione di aspettativa per il futuro e assume i contorni sfocati del sogno.
Fino a quando la nascita della nipotina Bianca – secondo figlio di sua sorella – non salda i lembi della frattura.

L'arrivo di Bianca ricongiunge Nives al suo desiderio di maternità, che diventa rimpianto per quella figlia mai nata cui dà pure un nome: Utopia.

Prima di allora mai lo aveva sentito così vicino, nemmeno quando ancora lo aspettava. Tantomeno mai aveva avvertito il bisogno di dargli un nome tutto suo, o forse, inconsciamente, aveva semplicemente scelto di evitarlo. FraSté, Bianca Utopia
Riesce addirittura a scorgere il suo sguardo negli occhi della nipote, complice il suo essere in qualche modo madre di Bianca, sempre in bilico tra la realtà del ruolo di zia e il bisogno di realizzare il suo sogno più grande. Diventa più indulgente con se stessa, si affievolisce il senso di colpa e pur restando vivo il rimpianto, come un graffio che ancora brucia, decide di far pace col passato, quando ancora pensava che prima o poi suo figlio sarebbe arrivato.
È allora che FraSté introduce l'elemento fantastico nel romanzo, l'espediente che farà incontrare Nives e la sua Utopia.

Accade tutto quando Nives decide di ripescare dalla soffitta un vecchio orsacchiotto di peluche.

Ovviamente di grossa taglia, vistoso, ingombrante, con un fiocco al collo cui, il giorno che le è stato regalato, lei ha appeso un post-it con un promemoria: "A mio figlio che verrà". Un messaggio dal passato che diventa un ponte comunicativo tra lei e Utopia. Perché il testo del post-it comincia a cambiare, a "parlare" con lei. E chi le parla non è Uto, l'orso, ma la figlia.
Finalmente, anche se solo nella dimensione onirica, le due si incontrano dopo essersi attese a lungo. Utopia le racconta come funzionano le cose in quella dimensione in bilico tra realtà paranormale e sogno – a tal punto che viene da chiedersi: sarà tutto vero o sarà solo uno scherzo della mente? Le due potranno continuare a incontrarsi solo finché Nives si addormenterà con Uto. E in quello spazio carico di interrogativi Utopia avrà l'età di cui la madre ha bisogno, quella più adatta a conoscersi caratterialmente, a perdonarsi reciprocamente per non essere riuscite ad aiutarsi a vicenda per realizzare il loro comune sogno: Utopia vuole nascere e Nives vuole darla alla luce. Ma questo può accadere solo se Nives incontrerà la persona giusta...

Il romanzo di FraSté, al secolo Francesca Stefania Rizzo, tratta un tema carico di elementi dolorosi: la maternità negata.

L'autrice riesce a farlo con delicatezza, perché proprio questo è il suo intento. Scopre il suo graffio più grande, senza ombra di commiserazione. Ma forse il suo bisogno di leggerezza – sia personale sia rivolto al lettore come cortesia – rende meno emozionale di quanto avrebbe potuto essere il racconto, sebbene ci siano momenti in cui la lettura si fa intensa e commuove fino alle lacrime. A mio avviso manca un po' di introspezione, complici anche i dialoghi frequenti e serrati che lasciano poco spazio al non detto e all'approfondimento psicologico dei personaggi. Si ha l'impressione che il dolore dell'autrice non sia ancora sedimentato abbastanza da poterlo rigurgitare senza timore, che non sia ancora maturo. Ma anche che sia solo questione di tempo...

C'è anche molta ironia, in Bianca Utopia. Anzi, di autoironia, caratteristica intrinseca del carattere spumeggiante dell'autrice.

Ho adorato il taglio femminista del romanzo, niente affatto contrapposto a quello romantico. Nives insegue il suo sogno più grande, insegue l'amore, ma non per cercare salvezza – «[...] ognuno di noi dovrebbe scoprire che siamo proprio noi il vero e unico principe azzurro capace di salvarci».
Bianca Utopia inizia con una toccante poesia e ogni capitolo si apre con un haiku che ne racchiude in pochi versi il senso e l'emozione, a testimoniare che per l'autrice la poesia sa essere più catartica della narrativa e le poche parole acquistano il potere deflagrante di una granata nell'anima.
Tu che con te hai portato via
Quando ho dovuto lasciarti andare
Sfumature di cielo e profumi di mare
Ogni piccolo sentore di dolce e di sale
Mio unico rimpianto
Miaimmensa rinuncia
Mia piccola dolcissima Utopia. FraSté, Bianca Utopia
Tra le pagine, non solo come mero riempimento, troviamo anche dei post-it in bianco per il lettore: FraSté ci invita a pensare alla nostra più grande delusione, come punto di partenza per trasformarla nella «più bella cosa mai successa». E in questa empatia sta il vero lieto fine del romanzo.


Bianca utopia
La mia più bella cosa mai successa

di FraSté
Infuga Edizioni
Narrativa
ISBN 979-1280624833
Cartaceo 17,10 €

Quarta

Nives, architetto milanese alle soglie dei cinquanta, si ritrova davanti all’ennesimo fallimento amoroso. Per lei è giunta l’ora di fare i conti con le sue scelte che l’hanno portata negli anni a dover rinunciare al suo desiderio più grande: quello di diventare mamma. Per fortuna che a rallegrarla ci pensa la nipotina Bianca, un autentico uragano di emozioni. Con il suo arrivo in famiglia, infatti, Nives non vi scorge il riflesso dei propri rimpianti, ma l’opportunità, per la prima volta, di essere mamma a suo modo. Per questo un giorno decide di rispolverare un vecchio peluche conservato in cantina per oltre vent’anni in attesa di regalarlo al suo futuro bimbo: un orsacchiotto mai dimenticato con un post-it attaccato sul fiocco. Il quale, sorprendentemente, da quel momento in poi, si rivela per Nives il lasciapassare per qualcosa di davvero speciale: un contatto tra lei e… la sua bimba mai nata. Tra messaggi che compaiono e scompaiono sul post-it e notti in cui i sogni sembrano diventare realtà, ecco la storia di una mamma “speciale” e della sua Utopia, in un rapporto che ha il sapore della magia e che porterà Nives a scoprirsi e riscoprire il gusto bello della vita…




Stefania Bergo
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Recensione: Francesca, di Maurizio Spano

Recensione: Francesca, di Maurizio Spano

Recensione: Francesca, di Maurizio Spano

Libri Recensione di Stefania Bergo. Francesca, di Maurizio Spano (PubMe). Una protagonista indimenticabile, una storia d'amore giovanile, a tratti ingenuamente romantica, a tratti travagliata, in una cornice splendida, Venezia, in un tempo in cui si pensava solo alle molteplici possibilità, gli anni '80.

Non si giudica un libro dalla copertina. Ma in questo caso è un ottimo punto di partenza per definire l'ultimo romanzo di Maurizio Spano pubblicato con PubMe nella Collana Gli Scrittori della Porta Accanto. È rappresentata una ragazza nuda su un letto, le mani che coprono il volto, in modo che non si riesca a darle un'età precisa. Non guarda l'obiettivo, l'interlocutore, ma la luce che entra dalla finestra. Guarda oltre – verso un ipotetico futuro? C'è un alone che permea il tutto, lo sfoca, come accade nei sogni o nei ricordi. E in alto, in un colore sfacciato come il rosso, il suo nome: Francesca, protagonista indiscusso. Esattamente come lei, che si prende la scena e catalizza l'osservatore – così come accadrà al lettore.
L'essenza del romanzo è tutta qui.

Chi ha scattato la foto? Maurizio, l'altro protagonista di questa storia d'amore giovanile.

Dà l'idea di una foto rubata, un attimo prezioso fissato su pellicola, un ricordo indelebile in una miriade di altri ricordi.
È proprio così che inizia Francesca di Maurizio Spano. Ripescando un ricordo grazie a un profumo a una sensazione che lo riporta a galla. È lui a narrare in prima persona il suo incontro fortuito con Francesca, una mattia di maggio.
Maurizio fa parte della polizia ferroviaria, appena arrivato al presidio di Mestre, lei è una studentessa di Treviso che deve prendere il treno per andare a Venezia, dove studia architettura. Lui rimane folgorato dalla sua bellezza ma non si crea alcuna aspettativa, se non quella di sperare di rivederla nei giorni seguenti e magari scambiarci qualche parola.

Il destino pare metterci lo zampino e i due si incontrano di nuovo. Cominciano a frequentarsi.

Francesca è uno spirito libero, una folata di vento caldo che entra improvvisa in una stanza e manda all'aria una pila di fogli ordinati sulla scrivania. Maurizio è il classico bravo ragazzo, provinciale, onesto e vero, che con lei vorrebbe restarci tutta la vita. E allora, tra dialoghi e non detti, Francesca mette in chiaro che lei vuole solo vivere il presente, senza preoccuparsi del futuro – sebbene i suoi studi e le sue aspettative la stiano in qualche modo proiettando in una certa direzione...
Maurizio, sebbene continui a coltivare la speranza di invecchiare insieme a lei, decide di vivere l'attimo e cogliere solo il meglio.

Ne esce una storia d'amore giovanile, a tratti ingenuamente romantica, a tratti travagliata, in una cornice splendida, Venezia, in un tempo in cui si pensava solo alle molteplici possibilità, gli anni '80.

Oltre alle differenti aspettative, c'è un divario sociale a separarli e incrinare a volte il rapporto. Maurizio è un ragazzo semplice di provincia, nato e cresciuto in una cittadina nel cuore del basso Polesine, Francesca è ricca di famiglia, cresciuta in un ambiente gravido di possibilità. La differenza si percepisce, non solo per la cerchia di amici e i luoghi frequentati, ma inevitabilmente anche per il modo in cui i differenti substrati hanno condizionato la loro apertura mentale. Maurizio più pratico e ancorato alla terra, Francesca eterea e proiettata in avanti.
Ma l'amore riesce, sebbene per poco tempo, a livellare ogni differenza e a farli incontrare sempre, anche dopo essersi allontanati per questo o quel contrasto. Un amore perfetto, idealizzato, come lo sono quelli mai davvero vissuti.

Un tratto caratteristico dei romanzi di Maurizio Spano è la memoria, spesso la sua è una narrazione che si svolge su due piani temporali ma malgrado si percepisca l'alone ovattato del ricordo che idealizza eventi e persone, i suoi personaggi sono sempre concreti e perfettamente delineati.

Francesca è una protagonista indimenticabile, caratterizzata nell'aspetto fisico – percepito perfetto dall'occhio innamorato del narratore – e nelle sue fragilità, perennemente in bilico tra l'ostentare sicurezza e l'essere bisognosa di empatico conforto. Spano riesce a farla emergere dalle pagine, senza timore di farla apparire a volte insopportabile al lettore, capricciosa come una bambina viziata e fragile come una donna combattuta tra la voglia di restare e il bisogno di andare.
Maurizio è più defilato, appare timido e riservato, anche raccontando lascia la scena e lei e spesso si pone come mero spettatore. È pacato, fermo nella sua posizione sebbene in balia degli sbalzi d'umore di Francesca, in bilico tra la rassegnazione, l'orgoglio e il desiderio.

Il racconto è emozionale, si sofferma sui dettagli, sulle zone in ombra, come farebbero un pittore o un fotografo – del resto, anche l'autore lo è – per catturare l'essenza di un attimo senza didascalie.

Uno show don't tell che a Maurizio Spano riesce sempre molto bene.
Il finale si riallaccia al presente della storia, chiudendo il cerchio. E come sempre, l'autore lascia entrare la luce nei suoi fermoimmagine conclusivi, come se, inevitabilmente, non riuscisse a celare la sua romantica visione della vita.


Francesca

di Maurizio Spano
PubMe - collana Gli scrittori della porta accanto
Romance
ISBN 979-1254583395
ebook 2,99€
cartaceo 16,00€

Quarta

«Mi tratti come una ricca, stupida borghese. Adesso sei tu che costruisci barriere. Pensi forse che io me ne freghi di tutto e tutti? Sono nata in un mondo diverso dal tuo, e allora? Se fosse successo a te, cosa avresti fatto? Come puoi giudicare chi ha qualcosa che tu non hai, ma che vorresti avere? Hai forse il coraggio di affermare che a te questo mondo non piace?»

Anni ‘80. Maurizio è un poliziotto, un bravo ragazzo dall’animo romantico, con una vita ordinaria. Francesca una studentessa universitaria, ricca, bellissima e misteriosa. Provengono da mondi completamente diversi, ma ciò non impedirà loro di vivere l’avventura più bella della loro vita. Un’attrazione magnetica, un amore intenso, passionale, a volte contrastato ma sempre emozionante, che sconvolgerà le loro anime e i loro corpi.
Causalità o destino? Cosa serve per far incontrare due anime complici?
Nella romantica Venezia, Maurizio e Francesca si cercano e si respingono, tra la gioia dei sensi e la paura del domani che un grande amore porta con sé, con la tipica leggerezza dell’animo giovanile, travolti da emozioni che non finiscono mai di stupire e commuovere i protagonisti e chi leggerà la loro storia.


Stefania Bergo
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Recensione: Strega, di Johanne Lykke Holm

Recensione: Strega, di Johanne Lykke Holm

Recensione: Strega, di Johanne Lykke Holm

Libri Recensione di Stefania Bergo. Strega, di Johanne Lykke Holm (NN Editore). Una favola gotica, un'allegoria del mondo patriarcale, un romanzo di gesti e percezioni, forse troppo ermetico e faticoso da leggere. Un puro esercizio di stile, con una struttura impalpabile.

Strega di Johanne Lykke Holm, candidato al Premio Strega Europeo, fa parte di una serie di libri pubblicati da NN Editore denominata Le Fuggitive. Si tratta di romanzi che parlano, appunto, di donne in fuga dagli stereotipi e dai ruoli imposti dalla società patriarcale.


Strega è stato definito una favola gotica, un'allegoria del mondo patriarcale.

Ma, forse per mio limite, non sono riuscita a coglierne l'essenza.
Mi è parso un delirio onirico in cui si sono innestate frasi ad effetto per parlare di femminismo, patriarcato e violenza sulle donne senza una vera trama in mente. Lo stile è oltremodo artificioso, rende la lettura un esercizio difficile, stancante, il linguaggio è pieno di simbolismo, un flusso di coscienza che a volte toglie il fiato e distrae dal messaggio, non lasciando alle parole il tempo di sedimentare. Una lunga allucinazione, il racconto a tratti inquietante di quello che succede nella realtà onirica della protagonista, che pare avere più spessore di ciò che le accade intorno, impalpabile, marginale.
Questa è stata la mia percezione. Sono comunque arrivata alla fine e ho trovato un'interpretazione che mi ha aiutato a dar valore al libro, nel tentativo di allinearlo con le mie – altissime – aspettative.

Un gruppo di ragazze, raccontate da Rafa, la protagonista, si reca in un hotel isolato tra le montagne, nel paese di Strega, come fossero le custodi dell'Overlook Hotel di Shining.

Le ragazze fanno parte del personale della struttura che deve prepararla per l'arrivo dei clienti. Solo a tratti Johanne Lykke Holm pare raccontare di rituali e iniziazioni che preparano le ragazze all'età adulta, tentando di trasformale in obbedienti signorine programmate per accogliere l'uomo, servirlo e procreare. O forse è l'interpretazione che se ne deve dare.
Per la maggior parte del tempo le ragazze lavorano, si ritrovano in camerata a fumare, leggere, chiacchierare, passeggiano per i boschi circostanti, si concedono qualche visita al paese. Non c'è un approfondimento psicologico delle singole figure, a parte Rafa, manca la caratterizzazione dei personaggi. Ma forse è voluto.

Le ragazze iniziano a vivere in simbiosi – «Ci trattavano come un corpo unico, quindi diventammo un corpo unico. Ognuna dimenticò le proprie caratteristiche e responsabilità individuali».

La narrazione passa continuamente dalla prima persona singolare alla prima persona plurale, fondendo Rafa con le altre donne che con lei vivono lo stesso sogno/incubo. Un io collettivo che ben identifica il genere femminile, spesso accomunato dalle stesse lotte quotidiane, dagli stessi stereotipi di cui sono vittime.
È il substrato cui appartengono tutte le donne che forgia questa fusione: la società patriarcale che trova la sua massima espressione nella violenza sulle donne. Anche se in questo romanzo pare esserci cacciata a forza nelle frasi buttate lì tra un capitolo e l'altro.
Sapevo che la vita di una donna può trasformarsi da un momento all'altro nella scena di un crimine. Non avevo ancora capito che vivevo già in quella scena del crimine, che la scena del crimine non era il letto, ma il corpo, e che il crimine era già avvenuto. Johanne Lykke Holm, Strega

I clienti non arrivano mai e le ragazze non sanno perché. A guidarle sono tre donne con nomi di uomo: Rex, Toni e Costas.

Insensatamente severe, incorruttibili, nemmeno fosse un luogo di detenzione.
Si intuisce che nessuna di loro voglia stare a Strega, sebbene ci siano andate liberamente, scegliendo di lavorare in quell'hotel, presentato da una brochure patinata come un'occasione di vita – ma forse il senso è proprio rappresentare il limitato ventaglio di scelte che una donna ha a disposizione, il dover seguire una strada ben delineata, che a lungo andare la soffoca, come una prigione da cui evadere. Si avverte il senso di inquietudine del collegio di Suspiria di Dario Argento – ad un certo punto spuntano anche degli iris...
A circa metà romanzo i clienti arrivano, percepiti tutti come «assassini», perché nella vita di ogni donna ce n'è uno, Vive in volti diversi, uno che si presenta nell'infanzia, un altro nell'adolescenza, un altro ancora nell'età adulta. Senza scampo – «Nella vita di ogni donna c'è qualcuno che aspetta al varco. Siamo tutte candidate, ma solo alcune vengono selezionate».
Si parla di una festa in cui, come rito di iniziazione, una delle ragazze, Cassie, dovrà esibirsi in un balletto, alternandosi sulla scena con una bambola. Fino a diventare lei stessa la bambola. Per poi sparire. Di lei non si saprà più nulla. E per Rafa la sua ricerca diventa ossessione. È tutto un piatto susseguirsi di ricerche e ritrovamenti di oggetti appartenuti a Cassie, quasi fossero brandelli del suo corpo.
Il finale ha il respiro di un'evasione trionfale. Ma poi tutto si contrae in un deludente epilogo ermetico.

Lo stile è onirico, dicevo, psichedelico, artificioso. Sensoriale. È un romanzo di gesti e percezioni.

Johanne Lykke Holm trasmette sensazioni, più che emozioni. Il tutto è soprattutto incentrato sull’atmosfera. Colori, odori, consistenze. Manciate di descrizioni buttate alla rinfusa in un sacchetto, poi pescate e accostate senza troppo ordine, con un uso esasperato di anafore, litote e sinestesie.
Ne esce un romanzo troppo ermetico e faticoso da leggere, quasi senza dialoghi, se non i pochi riportati dalla narratrice. Una scrittura che incanta ma alla lunga stanca, annoia. Un puro esercizio di stile, con una struttura impalpabile. L’intera storia è sottesa da eventi inverosimili, visioni a tratti inquietanti.
Probabilmente non sono riuscita a trovare la giusta chiave di lettura. Peccato.


Strega

di Johanne Lykke Holm
NN Editore
Narrativa
ISBN 979-1280284846
Cartaceo 18,00€
Ebook 8,99€

Quarta

Rafaela ha diciannove anni quando raggiunge la città di Strega, sulle Alpi, per lavorare all’hotel Olympic come cameriera. I giorni sono scanditi da una ferrea routine dettata da Rex, Toni e Costas, le tre istitutrici, che insegnano a Rafaela e alle altre ragazze a lavare, cucinare e preparare le camere. Ma gli ospiti tardano ad arrivare, e l’albergo rimane vuoto. Nell’attesa, le ragazze si prendono cura l’una dell’altra mentre camminano nel bosco, fumano di nascosto e ammirano le montagne, ma nel loro addestramento si insinuano regole sempre più rigide che condizionano gesti, comportamenti e desideri. Rafa e le altre cominciano a sentirsi un solo corpo, ad avere tutte gli stessi incubi. Finché l’arrivo dei primi ospiti fa precipitare gli eventi: Cassie, una delle ragazze, scompare e l’atmosfera a Strega diventa sempre più inquietante per Rafa, che insieme all’amata Alba inizia a meditare la fuga. Strega è una moderna fiaba gotica, un’inquietante allegoria della cultura patriarcale, fatta di riti e sacrifici tramandati da una generazione all’altra. Con una scrittura suggestiva e sensuale, Johanne Lykke Holm racconta della violenza che si insinua nella vita delle giovani donne, e del coraggio necessario per spezzare quella catena di sottomissione e ritrovare la libertà.



Stefania Bergo
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Recensione: X, di Valentina Mira

Recensione: X, di Valentina Mira

Recensione: X, di Valentina Mira

Libri Recensione di Stefania Bergo. X di Valentina Mira (Fandango Libri). Una confessione, una storia vera che viene vomitata su carta in forma epistolare, la banalità dello stupro narrato con stile crudo, onesto, a volte irriverente e spregiudicato come una bestemmia.

Un libro crudo, una confessione, una storia vera che viene vomitata su carta in forma epistolare. Per rimuovere, lasciando una cicatrice a forma di X, sassi dall'anima.
Valentina Mira esordisce rivolgendosi ai genitori, che sa non avrebbero mai voluto leggere certe pagine, e poi al fratello Fabio, che sa non leggerà mai quello che ha da dire. Perché in fondo lui lo sa già, in fondo lui il verdetto lo ha già emesso e teme non ci sia possibilità di replica, anche se la speranza c'è.

Valentina Mira, classe 1991, è laureata in giurisprudenza ma lavora come giornalista.

Ha fatto la rider, lavorato al call center e come cameriera mentre portava avanti la sua passione scrivendo per varie testate e siti online, tra cui Il manifesto e Il Corriere della Sera. Racconta anche questo, nel suo libro autobiografico. Racconta la difficoltà di inserirsi nel mondo del lavoro, l'esperienza scarsamente retribuita degli inizi che obbliga ad avere più impieghi per potersi permettere un appartamento che sappia di libertà, il precariato. E quanto il mondo del lavoro possa essere particolarmente insidioso se sei donna. Ancor più se sei bella

In tutto questo, come grido su un rumore di fondo, si inserisce lo stupro subìto a 19 anni.

Subìto da un amico del fratello, un «fascistello» abituato ad avere sempre quello che vuole, per attitudine storica – «Quanto racconterò ha anche a che fare con qualche fascista, ma soprattutto col fascista inconsapevole dentro ognuno di noi».
Avviene durante una festa cui partecipano Valentina e Fabio. Una festa che pare più uno sfoggio di mascolinità tossica di camerati – «L’uomo nero è l’amico bianco con la celtica al collo». Fiumi di alcol e canti da stadio. Valentina lo conosce, G., è un amico di casa. È carino. Chiacchierano, bevono. Poi si chiudono in una stanza. Si baciano. Ma ad un certo punto Valentina dice «No», non vuole andare oltre. Lo dice chiaramente, quel no. Non lo grida, perché non dovrebbe essere necessario, dovrebbe bastare anche solo un sussurro – «Un no, certe volte, è molto di più di una parola. È una barriera. Una resistenza». Entrambi sono ubriachi, ma G. penetra mentre Valentina viene penetrata – «Sono un involucro, come il preservativo che lui non ha usato» – lasciando una macchia di sangue sulle lenzuola come prova della violenza subita.

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Cosa accade dopo? Dopo uno stupro come si reagisce? Come si sopravvive?

Soprattutto quando lo stupratore è amico di tuo fratello – o è il tuo ragazzo, un tuo famigliare, il tuo datore di lavoro.
Dicevo, cosa accade dopo? Nelle ore successive, nelle settimane successive.
La narrazione di Valentina Mira è scandita da step consecutivi. Il primo è prendere atto di quanto accaduto. Ed è talmente difficile che la parola stessa diviene violenza.
Stupro? È questa, la parola che cerco. Ma è troppo forte e io non mi sono mai sentita più debole di così. [...] Stupro. Già la parola è sgradevole, sembra un invito a non pronunciarla: s-t-u-p-r-o. Ha un suono forte, forse troppo – sa di lacerazione. E poi c’è quel tu in mezzo, s-tu-pro; quel tu che sembra un dito puntato e non si capisce mai se, mentre la dici, lo stai puntando addosso a un altro o a te stessa, accendendo un riflettore che non volevi, che nessuna vorrebbe mai. Valentina Mira, X

Una volta preso atto dello stupro, Valentina ne vorrebbe parlare in famiglia.

“Aho, che c’hai Valenti’?” Eh. Che c’ho. C’ho un buco nero dentro la pancia, ecco che c’ho. C’ho Eva che ha morso la mela – sennò il serpente chissà che le faceva, ma tanto la sua versione non interessa a nessuno, non la sappiamo, è incognita –, c’ho le streghe che bruciano di hangover, c’ho un senso di colpa che non dovrei avere perché non è colpa mia ma nessuno me l’ha detto né me lo dirà e quindi eccolo qui, il senso di colpa ancestrale, eccolo che fa bisboccia nella pancia insieme a Eva e alle altre streghe nell’inferno della mia vergogna senza nome. Valentina Mira, X
Ma di fronte ha un padre che, sebbene amorevole, pensa che sia più disturbante la cicatrice di una pallonata in faccia che la lacerazione di uno stupro. E una madre iper-cattolica per cui il sesso è una colpa a prescindere, anche se consensuale – «Il suo sguardo interlocutorio sembra chiedere: Dov’è la mia bambina? È morta, mamma. L’hanno pugnalata nella fica ieri notte, e ora non c’è e non ci sarà mai più». E un fratello che crede nella sua amicizia con lo stupratore, ne è plagiato, e finge di non accorgersi che Valentina è ormai «rancore che cammina». E allora la reazione, dopo la consapevolezza, diviene arrendevole – «Per me è stata la vittoria del silenzio sul rumore, ma soprattutto del nulla sul tutto».

Il giorno dopo, G. arriva sotto casa per parlarle, forse semplicemente per accertarsi di come lei abbia percepito quanto accaduto.

Cioè come un eccesso di desiderio sfuggitogli di mano per colpa dell'alcol. Si scusa dei modi bruschi ma esclude di essere uno stupratore, perché quanto accaduto non ritiene sia uno stupro, lo sanno tutti che le donne dicono no ma intendono sì – «Il nemico si sente riconosciuto come tale e come tale inizia a comportarsi».
«Certo che questa cosa del femminismo a voi donne vi è proprio sfuggita di mano. [...] Non hai testimoni, Fabio è mio amico. Denunciami, dai. Provaci. Subito però ti denuncio io per diffamazione, poi vediamo a chi danno retta.» Valentina Mira, X
E la resa di Valentina diventa totale, si sente sconfitta, «un agnello che ha osato immaginarsi tigre, ma forse era troppo presto, o forse non è proprio roba sua». Così, la rabbia si mescola alla necessità di mettere a tacere il proprio dolore, alla voglia di essere invisibile, non attraente, per mettersi al sicuro. Valentina inizia a ferirsi le cosce, tagli nascosti alla famiglia ma ben visibili a chiunque tenti di entrale nuovamente dentro, nella speranza che rappresentino un deterrente più potente del «No».

Lotta contro se stessa nel dubbio se denunciare o meno G.

A tratti non si sente nemmeno una donna stuprata rispetto ai tanti racconti dei media – «Forse non è neanche uno stupro, mi dico. Nessun punto di sutura» – che parlano di stupro solo quanto è estremamente violento o quando è funzionale alla persecuzione dello stupratore – «I nostri corpi, le nostre vite diventano propaganda».


Ma, come Valentina Mira tiene a precisare nelle interviste e nel suo libro, la maggior parte delle volte – più di 40.000 casi l’anno solo in Italia – si tratta "semplicemente" di sesso non consensuale: lei ha detto «No» e lui lo ha fatto lo stesso. Eppure è la dinamica meno denunciata – solo il 10% delle donne lo fa. Perché all'esterno non ci sono segni di violenza subita. O perché si tratta di situazioni che nemmeno le donne riescono a riconoscere, quelle in cui hanno l’impressione del consenso quando in realtà non è così.
[...] lui non mi ha mica picchiata. Non mi ha mica minacciata con un coltello, né con una pistola. Non mi ha filmata, non mi ha trascinata per i capelli, non ha promesso di ammazzarmi. E poi sì, ha approfittato di una differenza di stazza, ma è anche vero che avrei potuto – se fossi stata preparata, con i riflessi pronti, se mi fossi allenata tutti i giorni dalla nascita a difendermi da cose così –, io avrei potuto prendere un oggetto contundente qualsiasi (quale?) e spaccarglielo in testa o da qualche altra parte. Sarei potuta scappare. (Sarei davvero potuta scappare?) Il fatto che gli articoli di giornale sembrino stare dalla parte delle donne stuprate solo quando sono morte o quasi morte porta le vive a non denunciare? Forse sì. Per me è stato così. Valentina Mira, X

In un Paese in cui una donna stuprata deve stilare una lista dei pro e dei contro se denunciare o meno la violenza, c'è qualcosa che non va.

Contro.
Se lo dico, è reale. Non solo: se lo dico, quella cosa continuerà nell’aula di un tribunale e durerà anni. Il momento dello stupro si dilaterà fino a diventare la mia vita. Se vinco, sarò per sempre quella che è stata stuprata. La vittima. Se perdo, sarò quella che si è inventata tutto. Valentina Mira, X
Pro. Denunciando può accadere – anche se non è certo – la sua verità diventi la verità, al di là di ogni ragionevole dubbio.


Alla fine Valentina Mira decide di denunciare il suo stupratore.

Indossa jeans e felpa – «la mia divisa casual per nascondermi. Perché nessuno potesse dirmi, mai, che “me l’ero cercata”» – e va al commissariato, dove inevitabilmente le vengono poste domande di rito che offendono, con un'unica vibrazione, ogni donna stuprata: «Avete bevuto? E quanto avete bevuto? Avete fatto uso di stupefacenti? Com’era vestita? Che rapporto avevate prima di quella sera? Siete stati insieme, eravate amici?». Domande che sono attenuanti, che contribuiscono a farla sentire non creduta, come se stesse raccontando il falso. Frutto di una persecuzione millenaria che ha sempre posto la vittima sul banco degli imputati trasformandolo in gogna, in un rogo dove sono state bruciate streghe mai esistite, facendo la metà dei morti nei campi di concentramento.
E la sua denuncia, come spesso accade, finisce per essere fonte di altro dolore, un oscuro dolore invisibile, un senso di colpa, di sporcizia – «Sono io che sono sbagliata, che sono una puttana».

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La scrittura di Valentina Mira è cruda, diretta, onesta, a volte scomoda, irriverente e spregiudicata come una bestemmia.

Il modo che ha di affrontare il suo stupro, la sua urgenza narrativa, è frutto di maturazione, di consapevolezza, di determinazione, del coraggio di mettersi totalmente a nudo confessando anche dettagli che avrebbe potuto omettere. Ma in tal caso il risultato non sarebbe stato altrettanto potente.
Infine: perché X? X è il tatuaggio che ha sull'anulare per nascondere lo stesso neo che ha il fratello, per cancellare l'idea di lui, che le ha fatto male al pari di G. allontanandosi, lasciandola sola, non credendole. «X è il tabù, il rimosso», lo stupro di cui non si parla, un tabù che agli stupratori conviene, perché così non vengono denunciati, perché così possono continuare impunemente a stuprare.

Una violenza che si autoalimenta da sempre, sistemica. La violenza misogina del patriarcato.

Fatta di ferite che hanno bisogno di punti di sutura, di richieste di sesso in cambio di un posto di lavoro, di regole imposte sull'aspetto, sul comportamento, di sangue versato sulla terra o coagulato attorno alle labbra, di paura del buio o del dubbio che tutto sottintenda un secondo fine. La violenza che insegna che "quando la donna dice no intende sì", formando gli uomini a insistere e «le donne al fatto che i loro no non valgono nulla» o che debbano essere motivati. La violenza di pensare che anche liberazione femminista sia ad uso e consumo dell'uomo, fraintendendola con la disinibizione.
Valentina Mira racconta, parafrasando Hannah Arendt, la banalità dello stupro, senza pietistico dolore, senza emozioni se non la rabbia, che è quello che resta dopo la violenza. Ma non solo. C'è tanto in X, tocca temi attuali come il neofascismo, la discriminazione di genere, la giustizia, il precariato di una generazione a metà del guado che deve decidere da che parte stare. Al limite gli si potrebbe rinfacciare che manchi uno stile narrativo ricercato, ma forse gli avrebbe conferito più artificiosità che valore.


X

di Valentina Mira
Fandango Libri
Non fiction
ISBN 978-8867904303
Cartaceo 14,25€
ebook 9,99€

Quarta

X è un romanzo e una lettera. Valentina scrive al fratello con cui non parla da anni per raccontargli quello che ne è stato di lei e soprattutto quello che non ha avuto il coraggio di dirgli in passato. Torna all’estate del 2010, l’estate della sua maturità. C’è una festa, alcol e nelle casse la musica degli ZetaZeroAlfa, band di riferimento di CasaPound. La musica l’ha messa G., amico di tutti lì, anche di Valentina, ottimo studente della scuola cattolica nonostante la celtica al collo (è pur sempre una croce, del resto, e in quell’ambiente non è grave quanto un orecchino indossato da un ragazzo). G. quella notte diventa uno stupratore. Uno stupratore normale in un quartiere normale di un paese normale: nessun mostro, nessuna martire, nessun livido, solo un po’ di sangue sul letto. Valentina non lo denuncerà mai. Esattamente come il novanta per cento delle donne che sono state violentate, quel danno resta taciuto per anni. Con un’unica eccezione, un solo confidente, suo fratello che tuttavia non le crede. Al contrario, si allontana da lei e rimane amico di G., lo stupratore. Dopo quasi dieci anni Valentina decide di riprendersi la propria storia, di spezzare l’omertà e ribaltare la vergogna, dalla violentata al violentatore, restituendola a lui. È questo che ci racconta Valentina Mira in X: il tabù e lo stigma che accompagnano lo stupro, la violenza che porta a sentire il proprio corpo come estraneo. La necessità di una reazione. Scrive un canto di Natale per il fratello che non le ha creduto, lo porta indietro con sé in quella festa di molti anni prima, e poi nel presente in cui nulla funziona perché la violenza è sistemica e non una sfortunata eccezione, infine in un futuro che vede nel diritto a difendersi e ad aggredire l’unica via.




Stefania Bergo
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Recensione: A casa, di Sandrine Martin

Recensione: A casa, di Sandrine Martin

Recensione: A casa, di Sandrine Martin

Libri Recensione di Stefania Bergo. A casa di Sandrine Martin (Tunuè). Ispirato a un progetto antropologico, un graphic novel che parla di immigrazione e maternità, dell'incontro tra due donne – due mondi – che diviene mutuo soccorso.

A casa è un graphic novel di Sandrine Martin. Si ispira a un progetto antropologico diretto da Vanessa Grotti, antropologa sociale dell’Università di Bologna, sulle relazioni umane tra due universi che si incontrano: quello delle migranti incinte e quello del personale sanitario che se ne occupa nelle zone di frontiera, come Atene, al centro di questo graphic novel, ma anche Melilla, Lampedusa, la Guyana francese e Mayotte.

A casa si basa sullo studio condotto tra il novembre del 2016 e il luglio del 201 da Cynthia Malakasis su cinque donne siriane in merito alle cure mediche fornite alle migranti ad Atene.

Mona, rifugiata siriana in Grecia, è dunque la combinazione di elementi emersi dalle narrazioni di queste cinque donne. Vive ad Atene, in una tendopoli allestita dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'UNHCR, in un vecchio aeroporto in disuso. Divide la tenda con Suleiman, il suo compagno, e l'aeroporto con altre decine e decine di famiglie. E oltre ad attendere il permesso di poter finalmente andare in Germania dove, in qualità di rifugiata, avrà diritto a una vera casa e a un lavoro, attende anche un figlio.
Monika è un'ostetrica greca e lavora al Centro Medici del Mondo. Nella sua vita da precaria, stressante e ripetitiva, l'incontro con Mona è quasi una salvezza, seguire la sua gravidanza le ricorda perché ama il suo lavoro. Questo stimolo rinnova la sua volontà di lavorare in proprio per supportare le immigrate, gestendo il parto in modo più empatico, mettendo al centro le future madri, tenendo conto dei background differenti. Ha una bambina piccola, la suocera invadente se ne occupa quando lei è al lavoro, mentre il marito Christos è intento a cercarne uno nuovo in un campo, l'edilizia, che sta conoscendo un grave periodo di crisi.

Al consultorio le due donne si incontrano e le loro vite si incrociano, si incrociano i loro sogni, le loro difficoltà.

Mona ha studiato ingegneria civile a Damasco, ma sognava di fare la scrittrice o la pittrice. Il padre voleva solo che si laureasse, la madre che diventasse medico. E così lei si è cristallizzata in una bolla di fumo, conscia che da fuori nessuno la conosca davvero. Tutto questo in un Paese in cui la guerra corrode le possibilità e le aspettative. Un Paese da cui riesce ad andarsene, in un viaggio provante, lo stesso che la maggior parte dei migranti compie: il passaggio delle frontiere di notte, le soste in attesa degli scafisti, gli arresti, il mare grosso, i morti cui devi passare accanto senza vederli, l'accoglienza dall'altra parte, le settimane a Lesbo al Campo profughi di Morira, tra fame, miseria, rabbia, promiscuità, attesa, l’arrivo ad Atene, la tendopoli, il trasferimento in un edificio occupato, l’eterno sogno della Germania.

Il percorso che ha portato Mona ad Atene è lungo.

La sua storia passata la conosciamo immagine dopo immagine, con un tratto in blu e rosso che fa pensare ai colori della matita a due punte con cui si sottolineano gli errori o le cose importanti da ricordare. È lei che narra la sua storia, in prima persona, tra un discorso diretto e l'altro, riferendosi a suo figlio fin dal concepimento. Mentre Monika narra la sua, con altri colori: blu e arancione. Donne differenti ma con tratti, anche cromatici, in comune. Le loro storie sono simili, le unisce molto più di quello che le divide. Ognuna è protagonista della propria, la racconta così come la guida attraverso le pagine e il tempo.

Mona e Suleiman inseguono ogni possibilità per iniziare una nuova e dignitosa vita in Germania in cui far nascere loro figlio.

Non più un'esistenza di rifugiati precari ma una gravida di promesse e possibilità – quella cui tutti avrebbero diritto. Lo fanno dapprima secondo le regole burocratiche, ma di appuntamento in appuntamento, di funzionario in funzionario, vengono rimbalzati nello spazio e nel tempo. Arrivando a ridosso del parto con un nulla di fatto.
Monika si distacca dal marito, con cui ha sempre meno in comune – Christos non comprende le sue esigenze professionali e personali –, affronta di petto l'invadenza di una suocera che non rispetta il suo ruolo di madre, inizia a lavorare in un suo ambulatorio di assistenza alle madri straniere. Mona diventa la sua interprete. Si cementa così la loro amicizia.

Sandrine Martin ci racconta l'immigrazione con pastelli leggeri ma allo stesso tempo intensi, marcati, laddove le emozioni si fanno tangibili e sembra di sentire i pensieri, le ansie, le aspettative di Mona e Monika.

Ma protagonista è anche la maternità. Al di là della gravidanza di Mona, con Monika e il corollario di altri personaggi si snoda la narrazione di una maternità che sembra non appartenere alle madri. C'è chi decide per loro – cesareo o parto naturale? – chi dispensa consigli che paiono ordini, giudizi di idoneità, e questo accade anche senza barriere linguistiche, anche senza precarietà.
C'è molto, in questo graphic novel. Soprattutto il bisogno di casa: di un luogo a cui tornare e da cui ripartire, di uno stato mentale che ci fa sentire al sicuro. Casa è accoglienza e prospettiva, è radici e futuro in movimento. E comncia ad esserlo quando sappiamo di essere arrivati nel posto giusto.

A casa

A casa

di Sandrine Martin
Tunué
Graphic novel
ISBN 978-8867904303
Cartaceo 16,60€

Quarta

Il graphic novel scritto da Sandrine Martin, racconta la vita di due donne: Mona, profuga siriana che, appena approdata ad Atene, scopre di essere incinta, e Monika, ostetrica che lavora al centro d'accoglienza al quale si è rivolta la donna siriana. La narrazione si sviluppa lungo tutta la durata della gravidanza di Mona, iniziando ad Atene – dove lei e suo marito sono approdati dopo esser scappati dalla Siria – e concludendosi a Berlino, meta dei due coniugi, dove raggiungeranno la sorella di Mona. Tra le due si sviluppa una forte empatia che le porterà, nel corso della storia, ad instaurare una solida amicizia. Il racconto a fumetti è ispirato al progetto EU Border Care, condotto da un'equipe di antropologhe dirette da Vanessa Grotti – antropologa sociale dell'Università di Bologna – nei principali snodi di flussi migratori, quali Atene, Melilla, Lampedusa, la Guyana Francese e l'Isola Mayotte. EU Border Care è l'acronimo di un progetto di ricerca quinquennale finanziato da un ERC Starting Grant (2015-2020). Si tratta di uno studio comparativo delle politiche sulla maternità tra migranti privi di documenti nelle periferie dell'Unione Europea. Lo scopo di EU Border Care: A differenza di altre categorie di migranti, le donne incinte e senza documenti sono un fenomeno in crescita, ma vi sono pochi studi di scienze sociali o sulla salute trattano l'assistenza alla maternità per migranti all'interno dell'Unione Europea. Questo argomento tuttavia ha delle implicazioni urgenti: i recenti eventi geopolitici del Nord Africa e del Medioriente hanno scatenato un notevole aumento di donne in gravidanza che entrano nell'Unione Europea con situazioni irregolari e presentando una serie di problematiche che i servizi di maternità in prima linea sulle frontiere dell'Unione Europea devono affrontare, spesso con poca preparazione o poco supporto da parte delle autorità nazionali o internazionali. Come funziona EU Border Care: EU Border Care si pone come obiettivo quello di tracciare una rete di servizi di assistenza alla maternità nelle periferie europee che si trovino ad affrontare un incremento di flussi migratori. Il team del progetto si impegna ad analizzare il tema della maternità migrante attraverso tre prospettive di ricerca interconnesse: le donne migranti, il personale sanitario e le agenzie istituzionali regionali.




Stefania Bergo
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Recensione: La cura dell'acqua, di Sophie Mackintosh

Recensione: La cura dell'acqua, di Sophie Mackintosh

Recensione: La cura dell'acqua, di Sophie Mackintosh

Libri Recensione di Stefania Bergo. La cura dell'acqua un romanzo di Sophie Mackintosh (Einaudi). Una prosa poetica, cruda, concreta, essenziale, visionaria, una metafora sul dolore delle donne, sulla sorellanza come salvezza, molto più protettiva di un luogo sicuro.

La cura dell'acqua di Sophie Mackintosh non cattura fin dalle prime pagine, non si riesce subito a decifrarlo. Ci si innamora lentamente della storia, che ha i tratti sfocati del romanzo distopico, psicologico e della favola noir – come l'ha definita Margaret Atwood. Sicuramente è intriso di spunti di riflessione e si presta a più chiavi di lettura, del tutto personali. Quella che segue è ovviamente la mia.

Grace, Lia e Sky sono tre sorelle, allevate da Mamma e King su un'isola protetta, lontana dal mondo infetto.

Grace, la più grande, ha sperimentato il mondo esterno da bambina, mentre Lia è arrivata sull'isola in fasce e Sky è nata lì, tutto quello che sanno sulla sua tossicità è stato loro tramandato.
Solo proseguendo con la lettura si delimitano i contorni dell'infezione che pare aggredire l'aria e renderla pericolosa per le donne. Se ci si sofferma a cercare un dove, un quando e un perché si fatica a continuare. Perché risposte a queste domande non ce ne sono. Tutto il libro è una metafora che diventa nitida solo alla fine.
Parte di ciò che rendeva il vecchio mondo così terribile, così propenso alla distruzione, era una totale mancanza di preparazione per le energie personali spesso chiamate sentimenti. Mamma ci ha parlato di questo tipo di energie. Pericolose soprattutto per le donne, essendo i nostri corpi già così vulnerabili, in modi in cui i corpi maschili non lo sono. Sophie Mackintosh, La cura dell'acqua

Terra, aria e soprattutto acqua: degli elementi naturali manca solo il fuoco. Sostituito dal sangue.

È la cura dell'acqua che viene principalmente utilizzata da Mamma e King con le donne ferite, intossicate, convalescenti, che si rifugiano sull'isola in cerca di salvezza, in un vecchio hotel abbandonato adibito a clinica – un po' come in L'albergo delle donne tristi di Marcela Serrano. Oltre a vari altri rituali e prove, cui vengono sottoposte anche le figlie, allo scopo di irrobustire il loro corpo e soprattutto la loro volontà, aumentando la resilienza e il controllo di emozioni e istinti che le farebbero dipendere dagli uomini.
I sentimenti forti ti indeboliscono, ti aprono il corpo come una ferita. [...] Nel corso degli anni abbiamo imparato come smorzarli, come esercitare e rilasciare l'emozione solo in condizioni controllate, come padroneggiare il nostro dolore. Posso tossirlo nella mussola, intrappolarlo nelle bolle sott'acqua, farlo gocciolare via dal sangue. Sophie Mackintosh, La cura dell'acqua
Prove che arrivano a togliere letteralmente l'aria, strizzano i polmoni come spugne tra le dita, spingendo al limite della sopravvivenza le donne. Prove cui si sottopongono volontariamente, reduci da un tempo in cui il fiato veniva tolto loro da mani maschili, da situazioni asfittiche che hanno lasciato i segni dell'intossicazione.
Ma sull'isola non c'è spazio per il mondo oltre confine, tenuto lontano con filo spinato e boe di sicurezza. Tutto quello che rischia di infettare il paradiso – animali morti o relitti che arrivano sulla spiaggia – viene cosparso di sale e affidato alla terra, sepolto, nascosto. Per dimenticare o non vedere.

La cura dell'acqua di Sophie Mackintosh è suddiviso in tre sezioni. Nella prima si susseguono i capitoli alternando la voce di tutte e tre le sorelle – un collettivo "noi" – con il racconto personale di Lia o Grace.

Mancano le voci di Mamma e King, manca quella della sorella minore Sky, ancora bambina, mancheranno anche quelle degli uomini che giungeranno casualmente sull'isola in seguito a un naufragio. Lia e Grace sono le narratrici della storia, di quella presente e di quella passata, che si dipana più lentamente ma che, goccia dopo goccia, svela ogni cosa.
Raccontano le privazioni, l'isolamento, le prove quotidiane che le allenano a un eventuale incontro col male, gli uomini, che spargono «le tossine in modo sconsiderato». In un tempo in cui ormai non ci sono altre donne ferite di cui occuparsi – se ne sono andate tutte. Nel momento in cui King sparisce senza lasciare traccia, solo una scia di domande irrisolte, e Grace partorisce un figlio.
Le prove sono inutilmente crude ma rassicuranti, come lo sono tutti i rituali in cui ci si può rifugiare come unica certezza contrapposta all'incognita di un futuro sempre in allerta. La cura dell'acqua, il rituale dei ferri – per rinsaldare la sorellanza –, il sacco dello svenimento, la lettura del Libro di Benvenuto – cui le donne affidano i loro traumi, la violenza subita dagli uomini, perché «mettere le cose su carta era meglio che lasciar uscire le parole nell'aria, cosa che sarebbe equivalsa a diffondere il contagio» –, i bicchieri di acqua salata e i secchi in cui vomitarla insieme al dolore, la terapia del ghiaccio «per estirpare il calore del sentimento».

Nella seconda parte, compaiono gli uomini.

Arrivano a contaminare il paradiso portati come relitti dal mare: due fratelli adulti e un bambino.
Ora è solo la voce di Lia a raccontare. Racconta le diffidenze e la pure iniziali, il suo risentimento verso il genere, il suo cedimento – «Mi giro per vedere se individuo zanne, artigli, armi, ma non c'è nulla che suggerisca un pericolo». Sente di essersi irrimediabilmente infettata. Ma poi smette di opporsi ai suoi sentimenti. E finisce con l'aspettarsi qualcosa. Perché per le donne la disponibilità fisica maschile è disponibilità al legame, così come per gli uomini la passività fisica femminile è consenso – anche se un "io non ti ho mai promesso nulla" ha un peso notevolmente diverso da un "io non ti ho mai detto sì": l'uno vale come autodifesa, l'altro non vale affatto.

Nella terza parte è la voce di Grace a chiudere il cerchio, lei che ha sperimentato davvero il male del mondo oltre i confini. E non solo.

Solo alla fine ogni dettaglio avrà un valore e una spiegazione. Anche se su alcuni aspetti non viene spontaneo interrogarsi proprio per la natura del romanzo stesso: quando tutto è metafora, l'inspiegabile e il grottesco hanno comunque senso, perché cercarne uno razionale?
Perché quello di cui parla Sophie Mackintosh non è un male distopico, è reale, attuale. Con la sua prosa poetica, cruda, concreta, essenziale, sublime, visionaria, ci racconta la tossicità di un amore sbilanciato: da un lato la fragilità delle donne, il loro bisogno, così diverso da quello maschile, la loro irritante «disperazione patologica»; dall'altra l'insofferenza degli uomini, la loro tendenza a farle vergognare di quel bisogno. Racconta la violenza con cui gli uomini spesso le sopraffanno, in tutti i modi in cui è possibile farlo. Anche quando si celano sotto spoglie rassicuranti, quasi fosse la loro ineluttabile natura.

Non ci sono paradisi a proteggere dal dolore, dunque? L'isola si rivelerà un'utopia fallita?

Forse. Di sicuro, non saranno rituali purificatori di acqua e sale a salvare le donne. Sarà semmai la sorellanza, quell'amore che va oltre il sangue e il luogo – «Sarà sempre una donna a salvarci, adesso lo sappiamo».
La cura dell'acqua di Sophie Mackintosh è una favola noir che riserva anche qualche colpo di scena che stupisce senza sconvolgere, si accoglie come logica conseguenza di tutto quanto letto in precedenza, come se si rimettessero semplicemente in ordine delle tesserine sparse sul tavolo e si percepisse finalmente tutto il disegno. Vi consiglio di andare oltre le prime pagine, fare vostro lo stile dell'autrice che inizialmente può apparire inopportuno ma poi diventa caro, fluente come acqua fredda sulla pelle accaldata.
È il nostro messaggio per chiunque possa venire su questi lidi. Il messaggio è Non è posto per voi. Il messaggio è Vaffanculo. Speriamo che lo vedano e raccontino ad altri che qui ci sono donne pericolose che hanno scoperto un modo per salvarsi.
Donne nuove e fulgide. L'amore ci fa luccicare dalla testa ai piedi. Ne abbiamo i segni impressi sul corpo. Non possiamo rinunciare a tutto questo. E non vorremmo neanche, nonostante i modi in cui siamo state cambiate. L'amore risplende ancora al centro del nostro essere. Sophie Mackintosh, La cura dell'acqua


La cura dell'acqua

di Sophie Mackintosh
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806255381
Cartaceo 18,50€
Ebook 10,99€

Quarta

Tre ragazze, tre sorelle. Grace, Lia e Sky vivono in un luogo da sogno, un'isola di pace dove splende sempre il sole. Al sicuro. Perché oltre il mare, oltre l'orizzonte, si nascondono insidie mortali: gli uomini. È dalle loro tossine che i genitori hanno sempre protetto le figlie, sottoponendole a duri allenamenti quotidiani per scongiurare quella terribile minaccia che incombe su ogni donna. Sono forti, Sky, Lia e Grace, ma con l'arrivo inatteso di tre naufraghi tutte le loro certezze vacillano. Le sorelle possiedono davvero l'antidoto per quel temibile veleno?

«Che avvincente favola nera» (Margaret Atwood).

King, il padre, ha pensato a tutto: il territorio delimitato con il filo spinato, le boe al largo. È proibito sfidare quei limiti, nessuno deve oltrepassare il confine – in un senso e nell'altro. Proteggere le tre figlie è la priorità assoluta: insieme alla loro madre, King si impegna perché l'ambiente in cui vivono sia puro, libero dalle tossine che infettano l'aria al di là del mare, sulla terraferma. Una foresta in cui cercare un po' d'ombra ogni tanto, la spiaggia tutta per loro, un grande hotel in disuso che è diventato casa. Solo qui, in questa necessaria segregazione, Sky, Lia e Grace sono al sicuro. Ma il confinamento non basta. Da tutta la vita le tre sorelle si allenano quotidianamente per scongiurare la minaccia che incombe su di loro, e su ogni donna. Del resto, per quanto duri, gli esercizi imposti dai genitori sono un sacrificio più che accettabile: le sorelle ricordano bene tutte quelle donne ferite che si rifugiavano lì per farsi curare. Ricordano i segni, sui corpi e nell'anima, e quanto era difficile, anche con le premure di King e Mamma, anche con la cura dell'acqua, eliminare le tossine con cui gli uomini le avevano contaminate. Grace, Lia e Sky hanno piena fiducia nei genitori, ed è per questo che ogni giorno rinnovano la loro volontà di non allontanarsi, di non fare e non farsi domande, di ubbidire alle regole di quel paradiso rovesciato. Ma un giorno King sparisce misteriosamente e l'autorità materna comincia a incrinarsi sotto il peso della perdita. Poi, all'improvviso compaiono tre naufraghi che con la loro presenza rendono tangibile il pericolo paventato per tutta una vita. E minano ogni certezza di quel mondo in cui le sorelle hanno sempre creduto.




Stefania Bergo
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Recensione: Una coppia davvero perfetta o una perfetta bugia?, di Jeckie Kabler

Recensione: Una coppia davvero perfetta o una perfetta bugia?, di Jeckie Kabler

Recensione: Una coppia davvero perfetta o una perfetta bugia?, di Jeckie Kabler

Libri Recensione di Stefania Bergo. Una coppia davvero perfetta o una perfetta bugia? un thriller di Jeckie Kabler (Newton Compton Editori). Un caso editoriale inglese che non mantiene le promesse: lo stile di scrittura cattura l’attenzione e mantiene alto il climax di suspense, ma la trama originale in alcuni punti scricchiola.

Una coppia davvero perfetta o una perfetta bugia?, di Jeckie Kabler, è stato appena pubblicato in Italia da Newton Compton, caso editoriale inglese da un milione di copie vendute in due anni.
Con una premessa del genere le aspettative non possono che essere alte.

La trama è intrigante, al di là di qualche forzatura. Ma la narrazione è talmente incalzante che il lettore non si ferma a farsi domande.

Danny, esperto informatico, e Gemma, giornalista freelance, sono novelli sposi, dopo un fidanzamento lampo di appena tre mesi, da poco trasferitasi da Londra a Bristol.
Gemma rientra a casa dopo due giorni della sua prima trasferta di lavoro e non trova suo marito ad aspettarla come da lui comunicato via mail la sera precedente. La casa odora di candeggina, tutto è pulito, le lenzuola profumano di bucato, il frigorifero ha lo stesso contenuto di quando è partita – tutto questo non le instilla subito qualche plausibile dubbio, no, propende più per lo zelo del marito con cui, di comune accordo, si dividono le pulizie di casa. Non riesce a rintracciarlo, perché lui non ha un cellulare – la motivazione per cui non ce l’ha (ai giorni nostri, non negli anni ’90) scricchiola ma ce la facciamo bastare, se la fa bastare pure lei: Danny è in attesa del cellulare aziendale del nuovo lavoro, nel frattempo comunica solo via mail con la moglie... E con nessun altro.
Dopo 48 ore capisce che forse qualcosa non va e decide di rivolgersi alla polizia per denunciare la scomparsa.

Alla polizia cercano di tranquillizzarla minimizzando la cosa, ma allo stesso tempo sono propensi a collegare la sparizione di Danny agli omicidi di un serial killer.

Un serial killer che uccide non solo con lo stesso modus operandi ma anche uomini con la stessa fisionomia di Danny – in questo sta l'originalità e la quota intrigante del romanzo. Suo marito potrebbe quindi essere la terza vittima?
Parallelamente, sergente e ispettrice capo iniziano a sospettare di Gemma, imputandole addirittura tutti i casi di omicidio – che nel frattempo sono diventati quattro, riesumando due casi irrisolti a Londra – e quello presunto di Danny, dal momento che lei non riesce a produrre alcuna prova oggettiva, se non la sua parola, della sua esistenza nelle ultime tre settimane, da quando si sono trasferiti a Bristol. Pare che nessuno lo abbia visto. Nemmeno al lavoro. Non solo, tutte le mail scambiate con la moglie e le foto fatte nella casa nuova, sono sparite da cellulare e pc.

Lo stile di scrittura cattura l’attenzione e mantiene alto il climax di suspense.

I capitoli alternano i due narratori. Gemma racconta la sua angoscia, in una sorta di diario, inseguendo le sue congetture, scoprendo da sola o con l'aiuto della sua migliore amica Eva, giornalista d'assalto, alcuni lati oscuri della vicenda. Parallelamente, un narratore super partes narra le indagini della polizia e l’accanimento dell’ispettrice capo nei confronti di Gemma nel ritenerla capace di essere una serial killer.
Il tutto, però, è prevedibile, troppi sono gli elementi che il lettore ha a disposizione fin da subito e che può unire da sé per arrivare alla conclusione, anche se non nei minimi dettagli – manca solo la motivazione, l'ultimo tassello, che arriverà solo nei capitoli conclusivi. Tuttavia la curiosità di arrivare a una spiegazione che possa sconvolgere tale conclusione è tale per cui si divora comunque il libro con avidità.

Comunque non lo definirei thriller "psicologico".

Manca pathos, la sensazione di asfissia del protagonista, il dubitare di se stesso, della propria percezione della realtà. Gemma è sicura, non vacilla, in alcuni momenti alza la voce ma non si mette mai in dubbio.
Resta comunque un buon libro, sebbene personalmente sia rimasta delusa dall’epilogo, per la modalità con cui il mistero viene svelato e per il mistero stesso.
Il finale da romanzo rosa è poi stato decisivo per farmi propendere per la valutazione finale.
Forse sto diventando troppo esigente?


Una coppia davvero perfetta o una perfetta bugia?

di Jeckie Kabler
Newton Compton Editori
Thriller
ISBN 978-8822772657
Cartaceo 9,40€
Ebook 0,99€

Quarta

Una coppia davvero perfetta... o una perfetta bugia?
Un grande thriller.
Dopo un viaggio di lavoro, Gemma non desidera altro che riabbracciare l’adorato marito Danny e godersi un po’ di riposo. Ma quando torna a casa, a Bristol, l’aspetta una brutta sorpresa: di Danny non c’è traccia. Nessun biglietto, nessuna chiamata, nessun messaggio. È come se si fosse volatilizzato. Spaventata, Gemma si rivolge alla polizia. Tuttavia, l’incubo è appena iniziato: alla centrale scopre infatti non solo che c’è un serial killer a piede libero in città, ma anche che le vittime somigliano tutte in modo inquietante a Danny. Si tratta di una coincidenza oppure suo marito potrebbe essere caduto nella rete dell’assassino? Mentre le indagini prendono il via, la polizia comincia a dubitare di Gemma: perché nelle ultime settimane nessun altro, a parte lei, ha visto suo marito? Perché nel loro appartamento ci sono pochissime tracce della presenza dell’uomo? Mentre cerca disperatamente di rintracciare Danny, Gemma è anche costretta a difendersi da terribili sospetti…

Il caso editoriale inglese. Oltre due anni nella classifica dei bestseller. Un’autrice da 1 milione di copie.
«Un thriller psicologico intrigante e avvincente, che ti tiene sulle spine fino all’ultima pagina.»
«Intrighi, misteri e colpi di scena a non finire. Geniale!»
«Quando pensi di aver capito dove la storia va a parare, ecco che ti sorprende e ti sconvolge di nuovo.»




Stefania Bergo
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Recensione: La Malnata, di Beatrice Salvioni

Recensione: La Malnata, di Beatrice Salvioni

Recensione: La Malnata, di Beatrice Salvioni

Libri Recensione di Stefania Bergo. La malnata l'esordio letterario di Beatrice Salvioni (Einaudi). Un incipit maestoso, un finale troppo affrettato, una storia di formazione piena di luci e ombre nell'Italia fascista, raccontata con notevole consapevolezza narrativa.

La Malnata è l'esordio letterario di Beatrice Salvioni, diplomata alla scuoa Holden, edito da Einaudi e uscito in contemporanea anche in altre lingue. Un caso letterario, si direbbe, questa volta non uscito da Wattpad ma da una prestigiosa scuola di scrittura. E presto sarà anche una serie TV.

Beatrice Salvioni ci racconta la storia di Maddalena, la Malnata, e Francesca, due ragazzine appena adolescenti appartenenti a famiglie lontane per estrazione sociale e ideologia.

Eppure, nell'Italia fascista del 1935, un giorno diventano amiche.
Francesca appartiene a una famiglia borghese, è benestante e allevata a pane e apparenza, intrisa forzatamente di buone maniere e compostezza, educata a mantenere la voce bassa, ad essere decorosa e remissiva per non umiliare la famiglia, perché è questo che ci si aspetta da una donna. Le hanno insegnato a credere, prima che nella fede, nella colpa che marchia ogni volta che si esce dalle righe.
La Malnata è una ribelle indomita che gioca al fiume con "i maschi", sempre scalza e sporca di fango, colleziona escoriazioni come trofei, forse per dimostrare, prima di tutto a se stessa, che è abbastanza dura da sopportare il dolore, coraggiosa a tal punto di non aver paura di niente, come tiene sempre a dire con aria di sfida. Una ragazzina in chiaroscuro che esercita un fascino ammaliante e temibile in chi le sta accanto. Non tanto per la sua bellezza, quanto per le parole che pronuncia e l'aura che l'avvolge. C'è chi la segue e la ammira, come Matteo e Federico, il figlio della influente famiglia fascista dei Colombo, che con lei giocano sul Lambro e pendono dalle sue labbra. Chi ne ha paura, la giudica una menagramo, una strega che lancia anatemi, una ragazzina sconveniente da cui stare alla larga perché porta sulla cattiva strada addomesticando con le parole.
La Malnata camminava per le vie del centro strusciando i sandali consumati contro i ciottoli, il mento sollevato e, al fianco, due maschi più grandi di lei. Mentre passava le donne digrignavano un «diocenescampi» e si facevano un frenetico segno della croce; gli uomini invece sputavano a terra. Allora lei rideva forte e tirava fuori la lingua, poi faceva un inchino, come se di quelle offese fosse grata. Beatrice Salvioni, La Malnata

Anche Francesca, voce narrante, è attratta dalla Malnata.

Anche se il suo mondo ordinato ed educato stride con la sua voglia di essere come quei tre ragazzini che scendono dalle scarpate, giocano tra i sassi, vanno a caccia di lucertole sottraendole ai gatti e rubano le ciliegie al fruttivendolo. Lei vuole soprattutto essere amica di Maddalena, ammira il suo portamento fiero, ne imita davanti allo specchio la posizione del mento, l'atteggiamento sicuro.
L'amicizia tra la Malnata e Francesca prende forma nel corso delle pagine, diviene il punto di contatto tra mondi apparentemente lontani. Il padre di Francesca è un cappellaio che mestamente, senza lasciare il segno nei lettori, cerca profitto negli interessi economici e nelle raccomandazioni del fascismo, pur non abbracciando l'ideologia. L'architetto della sua fortuna è la moglie, grazie alla sua relazione extraconiugale con il capofamiglia dei Colombo. Una donna anaffettiva, emotivamente avvizzita in un matrimonio di convenienza, che ripete alla figlia come deve comportarsi per assicurarsi un futuro stabile da donna mantenuta di cui nessuno possa dir male – «mi preferiva ben educata anziché istruita». La famiglia Merlini, invece, vive in un quartiere popolare di Monza. La Malnata ha altri due fratelli, Edoardo, che per lei è come un padre, e Donatella, fidanzata con il figlio maggiore dei Colombo. Una famiglia indigente colpita dalle sciagure di cui Maddalena si sente responsabile, come la morte del fratellino Dario, che è caduto dalla finestra di casa, e l'incidente accorso al padre, che ha perso una gamba in un ingranaggio della fabbrica. Le accuse del popolo diventano il suo senso di colpa ma anche la sua forza: «La gente la chiama con un nome brutale [...] Lei l'ha indossato come un'armatura e adesso ne va fiera».

Con Maddalena Francesca impara ad aprire gli occhi, ad anelare la libertà, a ribellarsi alle piccole e grandi ingiustizie con cui convive.

Si accorge subito di quanto siano vane le maldicenze sul suo conto.
Nessuna tegola era caduta dal tetto rompendomi il cranio, nessuna costrizione dei polmoni a soffocarmi, nessun improvviso arresto del cuore. Avevo parlato con la Malnata, l'avevo fissata negli occhi e il demonio non mi aveva tirato fuori a forza l'anima dalle orecchie. Beatrice Salvioni, La Malnata
La Malnata diventa la sua forza, il suo punto di riferimento, la spinta vitale all'evoluzione personale. Sarà lei a raccontarle quello che accade al corpo femminile quando si diventa donne – «Noi femmine non ci dobbiamo schifare del sangue». Quel corpo che cambia ogni giorno, si espande all' esterno e attira attenzione, mentre lei vorrebbe solo farsi piccola e trasparente. D'altro canto, Maddalena grazie a Francesca torna a scuola, caldeggiata anche dal fratello Edoardo che ci tiene alla sua istruzione.
In questa dinamica di scambio d'affetto, conoscenze e sostegno, tra manifestazioni di lealtà e confidenze, prende vita una storia di formazione piena di luci e di ombre nell'Italia fascista, dove le donne sono relegate al focolare domestico e alla cura dei figli, chiamate a sostenere la Patria donando le loro fedi nuziali e procreando: «[...] l'unica cosa che devono imparare a fare le femmine è a darsi senza pretendere, proprio come le donne del duce».

La Malnata è senza dubbio la spina dorsale del romanzo, emerge potente e indimenticabile dalle pagine.

Trascina le vicende come ci si tira dietro tutto quello che c'è sulla tavola quando ci si aggrappa alla tovaglia. Anche Francesca lo fa, ma in modo meno appariscente. Tra i personaggi che gravitano loro attorno, oltre a Matteo e Federico, ci sono anche Tiziano, il fidanzato di Donatella, e Noè, il leale e sommesso figlio del fruttivendolo.
Lo stile narrativo di Beatrice Salvioni è raffinato, misurato ma ricco di figure retoriche tipiche di maestri della scrittura – «Mi scivolò per la spina dorsale una calma gelida, come un dito che stesse facendo la conta delle mie vertebre». Sa trasmettere le emozioni e descrivere gli eventi in modo da renderli realistici, figure in movimento davanti agli occhi.
Maddalena sapeva indossare la sua disobbedienza anche di nascosto. Ne andava fiera. [...] Da fuori sembrava irreprensibile e umile. Ma dentro coltivava una rivolta segreta. Beatrice Salvioni, La Malnata

Quello che mi ha lasciato perplessa è il periodo storico scelto come ambientazione della storia.

La storia di Maddalena e Francesca è attuale, anzi, senza tempo. Soprattutto il disagio adolescenziale delle ragazze nei confronti del proprio corpo che, quando comincia a prendere spazio, pare essere ad appannaggio dei ragazzi, una cosa pubblica e non più privata, generando quei sensi di colpa e vergogna su cui fa leva il patriarcato – «L'attenzione dei maschi mi faceva sentire in colpa». Non solo quello fascista. La sensazione è che sia stato scelto il fascismo solo per esprimere un'opinione personale – assolutamente condivisibile – su Mussolini, o per parlare del modo di porsi di fronte a una guerra lontana – quella in Etiopia –, seducente per l'animo maschile che confonde l'onore col saper uccidere, che non tocca, però, quanto un conflitto in casa propria e come tale viene idealizzato.
L'ideologia fascista non entra davvero nei personaggi e nelle vicende, se ne citano solo gli aspetti funzionali al romanzo, come la considerazione delle donne, l'obbedienza e l'esaltazione della difesa della patria.
«La guerra e alzare il braccio e dire quello che vogliono che diciamo e pensare quello che vogliono che pensiamo. E seguire le regole e fare le brave ragazze, – prese un respiro. – Mi ero stancata di ripetere solo le parole che volevano loro. Ernesto lo dice sempre: le parole sono importanti, Maddalena. Non si possono dire senza pensarci. Sono pericolose, sennò.» Beatrice Salvioni, La Malnata

L'incipit di La Malnata è maestoso, si avvinghia all'animo del lettore e lo conduce alla scoperta dell'intera vicenda per dare corpo al prologo.

C'è già tutto lì, la grande amicizia, lo spirito indomito di Maddalena, la paura paralizzante di Francesca, la violenza degli uomini che prendono ciò che vogliono, la vendetta che a volte si confonde con la giustizia ma che è l'unica alternativa quando non si ha voce per gridare la verità – «La verità a cui vogliono credere è l'unica che vale».
L'intero romanzo – che ha anche il grande pregio di avere un titolo perfetto per questo genere di storie – mantiene le promesse, con una consapevolezza narrativa che pare impossibile appartenere a un'esordiente giovanissima. Ricorda le atmosfere di L'Amica geniale di Elena Ferrante o di L'arminuta di Donatella Di Pietrantonio. Ma, a mio avviso, La Malnata pecca nel finale. Lascia un senso di incompiuto, come se mancasse l'ultimo capitolo o quanto meno un'indimenticabile chiusa. È compresso, affrettato come la corsa di Francesca. Che solo all'ultimo traduce l'esempio della Malnata in fatti e trova il coraggio di prendere parola di fronte all'ingiustizia. Perché è proprio quello, il vero potere di Maddalena, che «nella testa della gente ci entra per non uscirne più».


La malnata

di Beatrice Salvioni
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806253240
Cartaceo 17,50€
Ebook 9,99€
Audiolibro 2,95€

Quarta

Monza, marzo 1936: sulla riva del Lambro, due ragazzine cercano di nascondere il cadavere di un uomo che ha appuntata sulla camicia una spilla con il fascio e il tricolore. Sono sconvolte e semisvestite. È Francesca a raccontare in prima persona la storia che le ha condotte fino a lì. Dodicenne perbene di famiglia borghese, ogni giorno spia dal ponte una ragazza che gioca assieme ai maschi nel fiume, con i piedi nudi e la gonna sollevata, le gambe graffiate e sporche di fango. Sogna di diventare sua amica, nonostante tutti in città la considerino una che scaglia maledizioni, e la disprezzino chiamandola Malnata. Ma quella sua aria decisa, l’aria di una che non ha paura di niente, la affascina. Sarà il furto delle ciliegie, la sua prima bugia, a farle diventare amiche. Sullo sfondo della guerra di Abissinia, del dolore per la perdita e degli scompigli dell’adolescenza, Francesca impara con lei a denunciare la sopraffazione e l’abuso di potere, soprattutto quello maschile, nonostante la riprovazione della comunità.




Stefania Bergo
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