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Recensione: Tre ciotole, di Michela Murgia

Recensione: Tre ciotole, di Michela Murgia

Recensione: Tre ciotole, di Michela Murgia

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi di Michela Murgia (Mondadori). Inusuale, sperimentale, una raccolta di tasselli, emozioni e situazioni che perde mordente dopo i primi racconti e non lascia il tempo di empatizzare coi personaggi.

Inusuale, sperimentale; il primo racconto, ricalca le ultime interviste rilasciate dall’autrice e suona come autobiografico. Alla protagonista viene spiegata la situazione del suo tumore e delle sue metastasi e lei, a quel tumore, dà un nome in coreano.
Il resto no, con Michela Murgia non c’entra nulla, o per lo meno, non in modo immediato ed evidente in base a ciò che il lettore medio conosce di lei.

Alcuni personaggi sono connessi tra loro, altri invece sembrano piovere dal cielo.

Nessuno ha un nome né una conclusione e al lettore rimangono gli interrogativi.
Mi aspettavo che tra i vari capitoli ci fosse una concatenazione, che comparisse almeno un elemento di un altro racconto, ma il legame, talvolta molto blando, tra i diversi episodi, è meno sistematico di quanto ci si sarebbe attesi.
Il leitmotiv dello smottamento emotivo è evidente, anche il cancro accompagna molti momenti della narrazione.
Una spruzzata di erotismo in qualche scena, che l’editor le avrà detto che serviva per vendere.
Non impazzisco per le raccolte di racconti perché dopo un po’, nel tentativo di abbracciare un filo conduttore, le parti diventano ripetitive e smettono di sorprendere.

Anche Tre ciotole, tolti i primi capitoli, perde mordente e i personaggi si appiattiscono.

Ciò avviene pure a livello lessicale, con più frasi a effetto all’inizio, e poi sempre meno scoppiettante man mano che si prosegue.
Qualcuno si scandalizzerà per la donna che odia i bambini e intraprende una gestazione per altri, per fare un favore a un amico. Costei si scaglia senza pietà contro i minori di dodici anni, che urlano, che piangono, che corrono, che respirano, che esistono.
A me tutto sommato non ha fatto né caldo né freddo: in qualche passaggio l’ho trovata grottesca. Del resto la scrittura è un lavoro di immedesimazione, quasi teatrale. Murgia interpreta in quel capitolo un punto di vista molto comune e nemmeno del tutto sbagliato: condivido in pieno quando critica l’educazione di facciata, ipocrita, che si basa sulla paura delle punizioni anziché sul rispetto.

Tuttavia, i racconti scorrono così veloci che c’è troppa poca storia per empatizzare con i singoli protagonisti.

Anche i malati di cancro, che sono tanti, scivolano via senza coinvolgere il lettore. L’atmosfera generale è rarefatta.
Ma il topo innocente, morto ammazzato (male) da tre ragazzini annoiati, mi ha lasciato uno struggimento e un senso di rabbia che non riesco a contenere. Sono rimasta a lungo sottosopra dopo che ho letto.
La stessa Murgia che presta voce esplicita e furiosa al personaggio child-free e lo usa per dare una feroce stoccata ai genitori, con l’episodio del topo e dell’orrore gratuito su una creatura casuale e indifesa, predilige i non detti e i sottointesi. Il topo massacrato per evidenziare la ferocia innata di tre viziati a cui i genitori non hanno mai alzato le mani. Nonostante un’educazione pacifica, loro sono crudeli e violenti ugualmente. E nemmeno se ne rendono conto. La banalità e l’ordinarietà del male.
Sarà che io coi piccoli roditori simpatizzo dai tempi di Tom e Jerry. Quindi non ho apprezzato.

Può un singolo episodio rovinare il gusto di un libro intero? Può. È come mettere aceto al posto dell’olio sulla pasta.

Michela Murgia è una donna di intelligenza rara. Anche se non condivido tutte le sue posizioni, è una persona da stare a sentire. Ma non consiglierò caldamente la lettura di questo libro. Questa raccolta di tasselli, di emozioni, di situazioni, a mio parere, non è l’opera omnia che la sua mente acuta poteva partorire. Si legge in fretta, ma vedete voi.


Tre ciotole
Rituali per un anno di crisi

di Michela Murgia
Mondadori
Racconti
ISBN 978-8804774891
Ebook 10,99€
Cartaceo 18,00€

Quarta

S'innamorano di una sagoma di cartone o di un pretoriano in miniatura, odiano i bambini pur portandoseli in grembo, lasciano una donna ma ne restano imprigionati, vomitano amore e rabbia, si tagliano, tradiscono, si ammalano. Sono alcuni dei personaggi del nuovo libro di Michela Murgia, un romanzo fatto di storie che si incastrano e in cui i protagonisti stanno attraversando un cambiamento radicale che costringe ciascuno di loro a forme inedite di sopravvivenza emotiva. "Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita." A volte a stravolgerla è un lutto, una ferita, un licenziamento, una malattia, la perdita di una certezza o di un amore, ma è sempre un mutamento d'orizzonte delle tue speranze che non lascia scampo. Attraversare quella linea di crisi mostra che spesso la migliore risposta a un disastro che non controlli è un disastro che controlli, perché sei stato tu a generarlo. In stato di grazia, Murgia scrive per tutti noi un libro estremamente originale che rimanda a una costellazione di altri grandi libri: Il crollo di Fitzgerald, Lo zen e il tiro con l'arco di Herrigel e L'anno del pensiero magico di Didion.


Elena Genero Santoro
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Recensione: I figli che non voglio, di Simonetta Sciandivasci

Recensione: I figli che non voglio, di Simonetta Sciandivasci

Recensione: I figli che non voglio, di Simonetta Sciandivasci

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. I figli che non voglio, di Simonetta Sciandivasci (Mondadori). Più che di figli non voluti, un libro che parla, in modo frammentato e disomogeneo, di maternità.

Innanzitutto il dato.
Secondo l’Istat, il 5% degli italiani non vuole figli. Non-vuole-figli-perché-no, a prescindere dalle condizioni al contorno o dalla situazione economica. Non li vuole e basta.
Il dato viene ripetuto in diversi capitoli del libro di di Simonetta Sciandivasci, e da qui l’equivoco: da un volume che si intitola I figli che non voglio mi aspettavo che venisse rappresentato questo 5% di italiani.
Invece no.

Ho già scritto di maternità non volute, di giustificazioni inutili e spesso urticanti che le persone, per lo più le donne, snocciolano per rendere tollerabile il fatto di non desiderare di avere prole.



Nel mio articolo precedente smontavo una a una tutte le motivazioni futili esposte da chi non riesce ad ammettere di - semplicemente - non volere figli. L’impossibilità di dedicarsi al pargolo h24, la difficoltà di dedicarsi alla carriera, l’idea che il figlio sia un problema esclusivamente della madre.
Terminavo con: «Chi vuole una cosa un modo lo trova, chi non vuole trova una scusa. Ma le ragazze non osano dire che non hanno desiderio di figli, perché in questa società la mancanza di questo desiderio è giudicata male e loro non si sentono libere di esprimerlo senza condirlo con qualche altra motivazione che possa apparire più accettabile. Mi dispiace, ragazze. Pensavo che la vostra generazione non avrebbe più incontrato questo tipo di problemi e di pregiudizi. Però, basta con le scuse. Non volete un figlio: va benissimo. Non dovete giustificarvi. Testa alta, portate avanti ciò in cui credete. Ma per favore, per far questo non gettate fango su esperienze che non avete mai assaporato. Altrimenti anche voi avete solo pregiudizi».

Quando mi sono trovata tra le mani I figli che non voglio di Simonetta Sciandivasci, giornalista di La Stampa e donna child-free, speravo di poter finalmente approfondire il punto di vista di chi non intende riprodursi e ha il coraggio di ammetterlo.

Sciandivasci inizia col proporre un proprio articolo, già uscito sul giornale, in cui spiega qualcosa in linea con ciò che avevo già intuito: il 5% dell’Istat è forse un dato sottostimato, nel senso che la percentuale di chi non-vuole-figli-perché-no è più alta, ma annegata in un mare di motivazioni secondarie: lo Stato che non aiuta, gli asili nidi che mancano, la baby-sitter che costa...
Ai sondaggisti si mente. Si mente perché non tutte le risposte stanno dentro un sì o un no o un forse, e pure perché ci si vergogna, o si ha fretta, o non si ha voglia. Ho perso il conto delle volte che ho sentito alcune amiche dire, in tavolate ampie, che non avevano intenzione di fare figli perché dove li metto, come li nutro, chi mi aiuta: erano le stesse che, sedute a tavoli assai più ristretti, ho sentito dire: meno male che non ho un figlio.
Sciandivasci ammette esplicitamente che, se fosse una questione economica o organizzativa, lei sarebbe tra quelle che potrebbero procreare anche subito, ma non lo fa perché non vuole.
Quel che segue nei restanti capitoli del libro, però, è deludente.

Una serie di articoli di altri scrittori, intellettuali, registi che portano avanti il dibattito. Si tratta di testimonianze, spaccati di vita, molte riflessioni basate sull’esperienza personale, che però, anziché focalizzarsi su chi non fa figli e perché, pontifica sulla maternità.

Maternità, paternità, bigenitorialità, chi ha fatto figli senza istinto e ora è contento lo stesso, chi prova uno struggimento perenne quando contempla i suoi pargoli, chi di bambini non ne ha, ma non si preclude la possibilità di averne.
E poi le separazioni, che alla fine vedono sempre la madre come genitore affidatario prevalente, il che può essere visto come un privilegio o una condanna, a seconda dei punti di vista.
Ma vogliamo parlare delle adozioni in Italia che per i single sono pressoché precluse? E di cosa significhi essere un genitore single?
Insomma, alla fine il risultato è un coacervo di esternazioni che sono tutte il contrario di tutto e che vanno fuori tema rispetto alla promessa del libro.
Alcune singole testimonianze sono pure interessanti, talvolta toccanti, benché per lo più autocentrante, ma il variopinto bouquet non convince.

Le uniche donne che hanno contribuito con un netto «non voglio figli perché no», sono solo due: Flavia Gasperetti, della quale avevo letto Madri e no tempo addietro, e Giorgia Soleri.

La prima ormai ha un’età per cui si sente di poter dire «non ho avuto figli». La seconda, che non fa mistero di essere già ricorsa all’aborto volontario, in teoria potrebbe ancora cambiare idea, ma si sente sempre più orientata a non procreare mai.
Soleri era convinta che fare figli fosse «una tappa imprescindibile della vita di una donna e chiunque si fosse ritrovato fuori dalle mura della maternità avrebbe pagato il caro prezzo dell’infelicità perpetua».
Ma poi si è liberata di questo condizionamento: «Quella presa di coscienza è stata spaventosa, a tratti agghiacciante, eppure non c’era mai stata tanta luce nella stanza della mia vita: io non voglio diventare madre».

A parte Gasperetti e Soleri, tutti gli altri articolisti parlano di figli. I loro. I figli che, con percorsi differenti, alla fine hanno voluto eccome.

Mi domando il motivo per cui questo libro è stato assemblato in questo modo e provo a ipotizzarne qualcuno.
  1. Pur di portare a termine una operazione editoriale avviata, si sono usati i contributi pervenuti, meglio se di personaggi conosciuti. Non è una prospettiva lusinghiera, ma il dubbio che questa sia la ragione mi ha pervasa.
  2. Quelli che procreano sono ancora in numero superiore a quelli che non lo fanno, quale che sia la ragione. Chi non vuole figli è in numero statisticamente minore e quindi anche meno rappresentato nelle testimonianze.
  3. Molte persone, come già ipotizzato, non riescono ad ammettere apertamente la loro contrarierà a diventare genitori, quindi non si esprimono e non avrebbero il coraggio di scrivere un articolo onesto come quelli di Gasperetti e Soleri.
  4. In fondo non c’è nulla da dire e il fatto di volerne parlare ci riconduce a quello che è l’ennesimo tentativo di giustificazione, mentre in realtà ognuno dovrebbe essere libero di autodeterminarsi senza vergogna.
In generale, comunque, I figli che non voglio di Simonetta Sciandivasci è ancora una volta un libro che parla, in modo frammentato e disomogeneo, di maternità, ma nelle sue 200 pagine per quanto mi riguarda contiene poche rivelazioni e spunti di riflessione significativi.


I figli che non voglio

di Simonetta Sciandivasci
Mondadori
Racconti
ISBN 978-8804763307
Ebokk 9,99€
Cartaceo 17,10€

Quarta

Inverno demografico: e davanti a noi si stendono pianure infeconde e ghiacciate da far impallidire Il Trono di Spade, nella mente risuonano echi di tragedie shakespeariane. In Italia non si fanno più figli, dove andrà a finire la nostra civiltà, ma soprattutto: chi pagherà le nostre pensioni? Ma che senso ha insistere a credere che l'unico modo per tenere in piedi il sistema sia procreare, anche laddove le donne – per la precisione una minoranza di donne quantificata dall'Istat nel 5 per cento – pur essendo nelle condizioni di fare figli, non li vuole? Rispetto al tema della maternità spesso vincono gli schematismi e le donne si trovano rappresentate o come vittime di un Paese in cui fare figli è un privilegio – la precarietà del lavoro, gli stipendi bassi, gli asili inaccessibili, lo stato sociale che non provvede come dovrebbe –, o come un manipolo di ciniche, superficiali, carrieriste e future pentite destinate a una vecchiaia solitaria e amareggiata dal rimpianto di non essersi riprodotte. Tra questi due poli ci sono le persone vere, a cui danno voce gli interventi raccolti in questo libro. Tante donne, ma anche alcuni uomini, che hanno raccolto la sfida lanciata da Simonetta Sciandivasci con lucidità e ironia sulle pagine dello "Specchio", inserto culturale della "Stampa", una sfida a interrogarsi sui motivi per cui si diventa genitori oppure no, a ragionare sulle diverse possibili fisionomie di una famiglia. C'è chi si dichiara fautrice dell'agnosticismo procreativo, perché diventare genitore è qualcosa di così intimo e personale da rendere impossibili posizioni di principio, chi insiste sulla necessità di rendere più semplice l'adozione per i genitori single, chi accusa il peso dei condizionamenti del passato e chi prova a sostenere le ragioni dell'incoscienza. Chi valuta il congelamento degli ovuli prima di intraprendere un percorso di transizione da donna a uomo, chi sostiene che i padri siano ben felici di non avere la parità genitoriale e chi patisce l'onnipotenza delle madri in caso di separazione. Ci sono donne che chiedono più rispetto per la scelta di non essere madri, uomini che provano a smontare i narcisismi, le fragilità, le contraddizioni dell'essere padre. E poi ci sono doti che attendono pazienti nei bauli, nonne e madri che attendono nipoti da figlie che con noncuranza varcano la soglia dei trentacinque anni... Una carrellata di interventi non ortodossi, pieni di intelligenza e senso critico, un vademecum fondamentale per chiunque sia interessato all'argomento. Un dibattito che ci fornisce ottimi strumenti per "smettere di pensare che l'inverno demografico sia una questione morale o economica: è, invece, una questione di prospettiva, che impone nuove lenti; è una questione di geografia politica e riorganizzazione del mondo secondo nuovi criteri".


Ringrazio Mondadori per avermi gentilmente inviato una copia del romanzo.


Elena Genero Santoro
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Recensione: Dieci storie quasi vere, di Daniela Gambaro, Premio Campiello Opera Prima 2021

Recensione: Dieci storie quasi vere, di Daniela Gambaro, Premio Campiello Opera Prima 2021

Recensione: Dieci storie quasi vere, di Daniela Gambaro, Premio Campiello Opera Prima 2021

Libri Recensione di Stefania Bergo. Dieci storie quasi vere di Daniela Gambaro (Nutrimenti), vincitrice del Premio Campiello Opera Prima 2021. Racconti al femminile, di maternità onesta, spaccati di vita in cui spesso nulla accade se non la vita stessa.

Sono dieci racconti. Dieci storie che potrebbero uscire dal vicinato di ognuno di noi. È come affacciarsi sul pianerottolo di un condominio e sbirciare negli appartamenti attraverso uno spioncino. Da fuori a dentro. È quello che fa Daniela Gambaro in questa sua raccolta d'esordio che ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2021 e ricevuto una menzione speciale al Premio Calvino 2019.
Daniela Gambaro è un'autrice polesana. Nata e cresciuta ad Adria, facevamo pattinaggio artistico insieme. Ora vive a Roma dove lavora come sceneggiatrice per cinema e televisione.
E questo suo lavoro si avverte tra le pagine di questa raccolta.

Le dieci storie – quasi vere – sembrano la sceneggiatura di una serie corale al femminile non-fiction.

Daniela Gambaro si sofferma sui dettagli delle scene, descrive il momento, l'emozione che scaturisce, i rumori, gli odori, come un fermoimmagine.
I racconti sono brevi e sembrano non terminare con il punto fermo dell'ultima riga. La fine del racconto non è un epilogo, non riprende il tema narrato, non è una frase d'effetto da giocarsi in un meme. È solo la conclusione di una giornata qualunque, apparentemente banale, monotona, insignificante, è come quando chiacchieri con un amico e perdi il filo del discorso, lasci cadere quello che stavi dicendo senza arrivare al dunque – in realtà il dunque lo hai già sviscerato – e inizi con qualcosa di nuovo. Si resta spiazzati a voltare pagina e trovare un racconto diverso. Ma in realtà quella che si chiude non è una storia, è solo la finestra su quelle vite. Il meccanismo trasla, cambia casa, tempo, personaggi, e riparte, a testimoniare la vita che scorre senza che noi, la maggior parte delle volte, ce ne rendiamo conto.

La scrittura di Daniela Gambaro è deliziosa. Diretta, schietta, non si può dire semplice perché lo è solo in apparenza, di sicuro è vera.

La particolarità dei racconti è il loro narrare temi profondi come commenti a margine di quella che pare essere la struttura principale ma che, in realtà, è solo lo scheletro narrativo in cui incastrare altro, quell'altro che spesso si leva come un grido improvviso dal brusio di fondo: un evento, una confessione, un ricordo, un'emozione.
Perché così è la vita, così sono le storie – vere – delle persone che ci vivono a fianco. Così è anche la nostra.
Tutti pensiamo di avere la situazione sotto controllo finché gli eventi non dimostrano il contrario, facendosi beffe della nostra presunzione.
Daniela Gambaro, Dieci storie quasi vere

Le protagoniste sono le donne, sempre gravate da un senso di colpa che spesso ha il sopravvento. Storie di una maternità onesta.

Donne che si perdono, si ritrovano, riallacciano i lembi scuciti della loro maternità, tra l'apparire e l'essere. Tra le pagine si trovano madri che devono tornare al lavoro, che avvertono il periodo trascorso a casa come un isolamento, un essere scivolate fuori dal contesto; donne che madri avrebbero voluto esserlo o non lo sono più, per scelta, per caso, perché fagocitate dal ritmo intenso della vita; donne tradite, convinte di esserselo meritato perché non in grado di avere un figlio; donne che fanno i conti con la depressione post-partum o che devono imparare a respirare di nuovo, anche se in modo diverso, magari attraverso le branchie.
Una volta saputo quello che mi era successo, mi fece un'iniezione e mi prescrisse altre benzodiazepine, di cui avevo bisogno perché la mia scorta stava per finire.
"Però non dovrebbe prenderle per un periodo troppo lungo", mi disse.
"Solo finché sto in giro", gli risposi. "Il tempo del viaggio".
"Di solito si prendono solo per pochi giorni".
"Di solito non si dimenticano i figli in macchina".
Daniela Gambaro, Dieci storie quasi vere

Alcuni racconti sono spaccati di vita in cui nulla accade se non la vita stessa.

Apparentemente ordinaria, ritmica. Ma la verità è che ogni giorno, sebbene appaia banale, ha dentro una luce che illumina il buio. Anche se poi questa luce si spegne. Perché la vita è una stanza in più di cui non sai che fare, un'azione ripetitiva senza conseguenze, un film che rivedi ancora e ancora e nessuno sa perché, una tartaruga che schiacci sotto le ruote dell'auto e non lo puoi raccontare, l'illusione di saper fare qualcosa e l'amara constatazione della tua mediocrità, un dolore che gli altri giudicano superabile, uno sciacquone che rimette in ordine i tuoi cocci come una cascata zen, un barattolo di popcorn al cinema da cui non puoi attingere.
Se ti dicono che non potrai più avere figli, si presume che il tuo dolore dovrebbe essere relativo, se ne hai già due, bellissimi e sani. La tua sfortuna è circoscritta. La tua delusione tollerabile. Il tuo lutto superabile.
Daniela Gambaro, Dieci storie quasi vere

Sia chiaro, non ci sono solo donne, in queste storie, ci sono anche uomini.

Ma sempre come figli, amici, compagni che devono prendere decisioni irrimediabili. Esistono in quanto esistono le donne, in questi racconti che pulsano, si contraggono nei dettagli e dilatano in visioni d'insieme, scorrono avanti e indietro nel tempo.
Mi sono soffermata a chiedermi a chi si possa essere ispirata l'autrice per dar vita ai suoi personaggi. Un po' perché ognuno di noi può dire di conoscere qualcuno che assomigli loro, un po' perché si avverte l'influenza della sua città natale, come se avesse pescato a piene mani dal suo passato.
Non conoscevo Daniela Gambaro in questa veste, quella di scrittrice di vite, di storie quasi vere. E ammetto che le dona molto.


Dieci storie quasi vere

di Daniela Gambaro
Nutrimenti
Racconti
ISBN 978-8865947791
Ebook 7,99€
Cartaceo 14,25€

Sinossi

Dieci racconti che attraverso i propri personaggi, credibili e reali in ogni parola e ogni gesto, riescono a ricostruire un mondo fatto di maternità, perdite, legami familiari complessi, ossessioni e conquiste. Un esordio solido e profondo, capace di generare in chi lo legge vicinanza ed empatia per queste storie quasi vere, così tanto che potrebbero essere le nostre.
La raccolta è stata finalista e ha ottenuto la menzione speciale al Premio Calvino 2019.
Un posto fresco e nascosto, dove vanno a finire tutti i palloni e i segreti d’infanzia. La ricerca di una tartaruga nel giardino di una famiglia pronta al trasloco. Un bambino che col primo sorriso sceglie a chi assomiglierà da grande. Un altro bambino nato così piccolo che sua mamma sogna le verrà ricucito nella pancia, fino a diventare maturo. Una donna che dimentica la figlia in automobile e va al lavoro, e non sa che le tartarughe piangono. Una babysitter che mangia solo pollo fritto, vuole diventare suora e dimentica il gas acceso, così disastrosa da essere tenera. Una stanza in più, dove di certo non può dormire un figlio, che nasconde qualcosa di pesante, qualcosa destinato forse a far crollare la casa intera. Due genitori che usano un inglese d’invenzione per parlare tra grandi e non farsi capire dai bambini. Una madre che ha perso un figlio e non si accontenta della logica e del buon senso, della matematica e della vita. E poi, una bambina luminosa, che attira le zanzare e non può mangiare i popcorn al cinema.
Dieci storie possibili, dieci sguardi sul quotidiano di famiglie, coppie, madri, bambini. Dieci racconti scritti con una penna leggera e precisa, capace di narrare anche le cose più difficili, quelle terribili e scomode che sono così reali, da essere quasi vere.

Valentina Gerini intervista live Daniela Gambaro venerdì 4 giugno alle ore 19:00 sul profilo Instagram @gliscrittoridellaportaaccanto.


Stefania Bergo
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Recensione: Candido, di Voltaire

Recensione: Candido, di Voltaire

Recensione: Candido, di Voltaire

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Candido ovvero l'ottimismo di Voltaire, nell'edizione curata da Riccardo Campi (Foschi). Avventure e disavventure di un ragazzotto ingenuo attraverso il mondo, in polemica con Leibniz e il suo "migliore dei mondi possibili".

La storia di Candido offre a Voltaire la possibilità di disquisire di filosofia e affrontare in modo diretto e puntuale la destrutturazione del pensiero leibniziano.
Voltaire scrisse Candido sotto anonimato, ma il romanzo fu ben presto attribuito a lui, perché «l’incomparabile esprit de Voltaire non poteva essere più dissimulato, poiché una ormai vasta produzione letteraria ed epistolare lo aveva reso celebre in tutta Europa», come scrive Riccardo Campi nella premessa dell'edizione curata per i tipi di Foschi.
Ma anche perché il modo di scrivere dell’autore è definito e netto, arguto e sagace che si riconosce subito. Condorcet nel suo Vie de Voltaire del 1791, scrive su Voltaire: «Ha la sfortuna di sembrare facile, invece esige un talento raro, quello di saper esprimere in una battuta, in un lampo di fantasia, o attraverso gli avvenimenti stessi del romanzo, i risultati di una profonda filosofia, senza smettere di essere naturale, senza smettere di essere vero… Si deve essere filosofo, e non sembrarlo».

Voltaire attacca l’approccio filosofico che “tutto è bene”.

Dopo il disastroso terremoto di Lisbona del 1755 egli «cristallizzò nei freddi alessandrini in rima baciata del Poème sur le dèsastre de Lisbonine, nel quale, in un profluvio di vocativi e domande retoriche, egli esprimeva i propri dubbi sulla fondatezza dell’ottimismo metafisico di Leibniz e di Alexander Pope».
L’autore quindi, con il suo arguto stile ironico, contro il quale nessuna coerenza sembra poter resistere, attacca l’intero sistema filosofico (incarnato dalla figura di Pangloss) trasformando in macchietta la filosofia leibniziana che, di fronte alle sciagure, trasforma la realtà in ottimistica convinzione grazie a slogan che appaiono in tutta la loro componente grottesca: «Egli così può colpire in effige i pregiudizi e la stupidità».

A chiusura di tutte le avventure di Candido arriva alla soluzione che «Bisogna coltivare il proprio giardino».

Infatti, proprio come indicato da Riccardo Campi: «Sono queste forse le uniche parole del romanzo che non celano alcuna venatura ironica». Darsi da fare, insomma, in operosità.
La forza di questo romanzo è tutta qui, come le parole di Campi sottolineano.
Forse per la prima, e certamente per l’ultima volta nella storia della filosofia e delle letteratura, si è ricorsi in Candide alla più aperta comicità per affrontare uno dei temi meno ridicoli e divertenti che abbiano inquietato le indagini dei filosofi: la inconcepibile presenza del male in un mondo creato da un Dio benigno.
Riccardo Campi, Premessa a Candido

Candido è una figura ingenua e un po’ bambinesca. Grazie a lui, Voltaire fa una critica feroce verso l’immancabile fatalismo nell’approccio con le difficoltà della vita.

Ho visto, nei paesi che la sorte mi ha fatto percorrere e nelle osterie dove ho servito, un’enorme quantità di persone che esecravano la propria esistenza; ma ne ho viste soltanto dodici metter fine volontariamente alla loro miseria; tre negri, quattro inglesi, quattro ginevrini e un professore tedesco chiamato Robeck.
Voltaire, Candido
Le avventure di Candido sono esilaranti, a tratti spietate e di incredibile ferocia, ma nonostante tutto il protagonista arriva alla conclusione della sua storia con la stessa ingenuità con cui è partito.
La cattiveria degli uomini gli si mostrava in tutta la sua bruttura; si nutriva solo di idee tristi.
Voltaire Candido

E, finalmente, Candido trova la risposta alla sua domanda: per vivere bene occorre darsi da fare, perché il lavoro è il solo mezzo per rendere la vita sopportabile e, forse, occupare il tempo per farsi meno domande!

Dovete avere, disse Candido al turco, una vasta e magnifica terra. – Ho soltanto venti jugeri, li coltivo con i miei figli; il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.
Candido, tornando alla fattoria, fece profonde riflessioni sulle parole del turco. Disse a Pangloss e a Martino: “Mi pare che quel buon vecchio abbia un destino migliore di quello dei sei re con i quali abbiamo avuto l’onere di cenare. [...] So anche, disse Candido, che bisogna coltivare il nostro giardino. – (…) Lavoriamo senza discutere, disse Martino, è il solo mezzo per rendere la vita sopportabile.
Voltaire Candido
Godibilissimo. Da leggere, soprattutto se amate la filosofia e la buona letteratura!



Candido
Ovvero l'ottimismo

di Voltaire
Mondadori
Racconto
ISBN Ebook 2,99€
Cartaceo 9,00€ con testo francese a lato

Attraverso le incredibili disavventure di un giovane inguaribilmente ottimista Voltaire (1694-1778) demolisce ironicamente la dottrina del filosofo Leibniz, che vedeva realizzato nell'universo "il migliore dei mondi possibili".
Scritto a ridosso di eventi tragici che sconvolsero l'Europa, "Candido" è una ironica meditazione sul destino umano, sul senso della storia e sulla ricerca della felicità, diventato fin dal suo primo apparire, nel 1759, uno di quei libri - come il "Don Chisciotte" o i "Saggi di Montaigne"- su cui si è formata la coscienza moderna. Sintesi di un'acutissima intelligenza critica e di una consumata maestria stilistica, "Candido" riesce a mantenersi in miracoloso equilibrio tra l'avventura e la parabola, tra il mito e il pamphlet, tra il ritmo frenetico della comica e l'elegante grazia rococò, tra la risata liberatoria e l'amaro sarcasmo della disperazione. Con un saggio di Roland Barthes.


Loriana Lucciarini
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Recensione: L'ultima estate di Hiroshima, di Hara Tamiki

Recensione: L'ultima estate di Hiroshima, di Hara Tamiki

Recensione: L'ultima estate di Hiroshima, di Hara Tamiki

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. L'ultima estate di Hiroshima. L'uomo sopravvissuto all'atomica di Hara Tamiki (Marotta & Cafiero). Tre racconti indipendenti dello scrittore morto suicida: il periodo prima della bomba, l’esplosione e ciò che è seguito.

Questo libro è un caos, anzi, è il caos.
L’ultima estate di Hiroshima, composto da tre parti, quasi tre racconti indipendenti, descrive il periodo prima della bomba, l’esplosione e ciò che è seguito.
Hara Takimi, l’autore, era un sopravvissuto alla strage ed è considerato forse il più significativo narratore dell’atomica.

Il primo racconto, “Preludio alla devastazione” è scritto in terza persona con narratore onnisciente che sposta spesso il punto di vista.

I protagonisti sono tre fratelli, una sorella, una cognata e vari figli, in un intrecciarsi di parentele complicato come la situazione che stanno vivendo. Sono una famiglia giapponese di Hiroshima nel 1944, alle prese con le prove di evacuazione, l’attesa di indicazioni, gli allarmi bomba, i bambini trasferiti in luoghi più sicuri. I personaggi hanno dei nomi e il loro muoversi sulla scena in direzioni opposte e contraddittorie ingenera nel lettore una grande inquietudine. L’atmosfera è cupa, c’è una tensione di sottofondo, l’ansia che qualcosa stia per accadere – nonostante l’esercito confidi di poter affrontare qualunque situazione, con la giusta strategia, cosa che a posteriori appare quasi ironica. Eppure Hiroshima era sempre stata risparmiata dai bombardamenti, fino a quel momento.

Ignoro quanto del primo racconto abbia una base autobiografica, ma la stessa storia prosegue nei capitoli successivi, “Fiori d’estate” e “Dalle rovine”, dove la narrazione passa alla prima persona e il protagonista diventa lui, il narratore che potrebbe coincidere con l’autore.

Gli altri personaggi perdono i loro nomi, vengono indicati con il grado di parentela, ma i richiami al capitoli precedenti sono molteplici: i fratelli, le sorelle, il nipotino morto sul colpo con l’esplosione.
Di certo una mossa così da parte degli americani non se la poteva aspettare nessuno. Settanta mila morti subito, dicono le cronache.
Il protagonista era in bagno, in una casa a un chilometro da Hiroshima. Per questo non gli è immediatamente chiaro cosa ha significato quel bagliore. Lo scopre camminando verso la città, incontrando persone - corpi - sempre più devastati man mano che si avvicina. Uomini e donne con vistose ustioni, o anche in apparenza sane, che chiedono aiuto e si riversano vicino al fiume per bere, arsi dalla sete. Il protagonista si trova immerso in uno scenario apocalittico.

E poi c’è il dopo, quello che nessuno poteva prevedere.

Non bastavano le vittime straziate dall’esplosione. La bomba continua a colpire con effetto ritardato. È come un virus (e noi di virus in questo momento ce ne intendiamo), anche se non è contagioso.
Chi ha subito radiazioni ha iniziato ad ammalarsi. Ha perso i capelli. Si è messo a sanguinare dal naso. Si è ritrovato deturpato. E poi è morto. Anche persone rimaste in apparenza illese hanno continuato a fare i conti con Little Boy, il mostro all’uranio che è esploso a sessantamila gradi centigradi, dieci volte la temperatura del sole. Le cronache dicono che pochi mesi dopo l’atomica, i morti erano diventanti centomila e nel 2002 se ne stimavano duecentottantacinquemila.

Come si può sopravvivere davvero a un crimine contro l’umanità di tale portata? Non si può.

Hara Tamiki, come Primo Levi, si è tolto la vita qualche anno dopo, una volta sicuro di aver fissato sulla carta la sua testimonianza. Dopo essersi sincerato che quell’incertezza, quella mancanza di punti di riferimento, spazzati via dalla bomba, arrivassero anche a noi. Dopo aver pennellato il vagare perpetuo e inquieto dei protagonisti su uno scenario di devastazione, alla ricerca dei dispersi.
Hara Tamiki aveva perso la moglie per una lunga malattia pochi mesi prima dello scoppio della bomba. Non si era ancora ripreso. Si è tolto la vita nel 1951, con la dichiarazione della guerra con la Corea. Non poteva sopportare altro dolore.
Grazie a Marotta & Cafiero e a Rosario Esposito La Rossa per aver raccolto le sue parole.


L'ultima estate di Hiroshima. L'uomo sopravvissuto all'atomica

L'ultima estate di Hiroshima
L'uomo sopravvissuto all'atomica

di Hara Tamiki
Marotta & Cafiero
Narrativa | Racconti
ISBN 978-8831379144
Cartaceo 12,35€

Sinossi

Hara Tamiki si trovava a 1,5 km dall’epicentro della bomba atomica di Hiroshima. Miracolosamente si è salvato e ha raccontato la sua città prima, durante e dopo Enola Gay. Una fortissima testimonianza. Uno spaccato di non vita. Una foto su carta. 3 racconti: "Preludio alla devastazione" che dipinge Hiroshima un secondo prima dell'inferno, "Fiori d’estate" che ci porta nel calore più forte di quello del sole generato da Little Boy e infine "Dalle rovine" un tour tra le macerie umane, tra gli scheletri di palazzi e non solo.

Elena Genero Santoro
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Recensione: Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi

Recensione: Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi

Recensione: Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi (Pav Edizioni). Donne con la valigia, che portano cuciti addosso i pezzi della propria vita, i profumi di casa, i ricordi del prima.

Donne expat, lontane dall’Italia.
Donne all’estero. Donne con la valigia, che partono con un bagaglio speciale di forza e preparazione professionale, portandosi cuciti addosso i pezzi della propria vita, per avere dentro i profumi di casa, i ricordi del prima.
Partire leggeri: solo l’indispensabile.
Indispensabile che, a volte, è racchiuso in una valigia vuota, piena di sospiri, emozioni, attimi cullati nella memoria che si tengono stretti per non farli fuggire via. I panni stesi al sole, il profumo di limoni, la voce della mamma che chiamava dalle scale, il rumore dell’auto del nonno o l’aroma del ragù di sugo, quello buono della domenica.
L’indispensabile come l’amore della propria famiglia che, da presenza costante si trasforma in assenza colma di affetto, capace di adattarsi ai tempi dei social network pur di esserci sempre, anche nella distanza, come ci spiega bene il testo di Caterina Donzelli.
Partire leggeri: solo una valigia.
La valigia diventa simbolo della vita da expat e, come scrive Anna Fresu, si trasforma in casa, con «pareti che cambiano, che si dilatano che si restringono. […] La mia casa a volte è piena, a volte vuota. Piena delle memorie e dei giorni, vuota del tempo che resta e di tutte le assenze. La mia casa ho spazzato di tutti i rimpianti e a volte anche di speranze.»

Partire, per trovare cosa?

Per trovare silenzi e stanze vuote. A volte diffidenza, opposizione, risate sugli stereotipi comuni degli italiani. Altre volte per trovare accoglienza, sorrisi e, quando capita, anche porte sbattute in faccia, sfondate poi a suon di forza di coraggio. Per alcune promozioni e ambizioni raggiunte, successi. Per altre invece, la consapevolezza di aver trovato il posto giusto per sé.
Le donne di Parole migranti vorrebbero un sorriso in più, figlio della comprensione; o uno sguardo più lungo del solito, di chi vede per davvero. Vorrebbero essere capite nella difficoltà di ragionare con due cervelli diversi, che parlano e riflettono in due lingue. Desidererebbero essere comprese, nella difficoltà di accettare il nuovo e nel bisogno di tenere anche il vecchio. Vorrebbero essere supportate nella fatica di mettersi alla prova e scardinare stereotipi, per dimostrare chi sono e quanto valgono.
Il racconto Lettera a un’amica di Maria Filì rende chiaro il bisogno di sentirsi accolte e comprese, soprattutto da chi vive la stessa esperienza da expat.

Parole migranti: poesie, racconti, diari e lettere.

All’interno dell’antologia troverete le poesie di Barbara Gabriella Renzi, Grazia Fresu, Maria Filì, Viviana Fiorentino, Anna Fresu, Eliana Leshaj, i racconti di Amazona Hajdaraj, Emma Fenu, Maria Filì, Anna Fresu, Barbara Gabriella Renzi, Paola Casadei, i diari e le lettere di Maria Filì, Caterina Donzelli, Maria Luisa Malerba, Laura Saija, Giovanna Pandolfelli, Laura Cavalcante, Silvia Lazzarini.
Introduzioni di Francesca Cappelli, Mara Onasch, Barbara Gabriella Renzi
Postfazione di Ramona Parenzan.
Una raccolta di voci e parole condensate in pagine piene di emozioni: Parole migranti arriva dentro l’anima con ondate di marea, portandoci i profumi e i colori del nostro Bel Paese per restituirci un’identità collettiva che troppo spesso manca.
Consiglio questo libro perché, proprio come scrive nella prefazione poetica Barbara Gabriella Renzi, è «un libro da indossare e da sentire tra i capelli».


Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi

Parole Migranti

a cura di Barbara Gabriella Renzi
Pav Edizioni
Antologia
EAN 9791280126115
Cartaceo 12,00 €

Sinossi 

"La migrazione cambia. Le culture, come le persone, si incontrano e si scontrano e gli intrecci di vita, spazio e geografia ci modificano in modi impensati. Sono variazioni a cui a volte siamo impreparate. E che a volte ci aspettiamo. Noi donne, qui, in questa antologia, esprimiamo gli incontri e gli scontri in forma di poesie, lettere e brevi storie, in forma di abbracci, lasciati alle parole, di lacrime e di gioia che si trasformano in segni sulla carta. Un'antologia questa composita, costituita da generi diversi, perché siamo donne diverse con modalità d'espressione nostre, differenti le une dalle altre: troverete poesie, lettere e racconti brevi di donne migranti che vivono in diverse parti d'Europa e del Sud-America e in Africa. È un'antologia multiforme come la vita; è un ponte di parole che collega voi e noi e unisce le nostre mani nell'intreccio dell'esistenza".



Loriana Lucciarini
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Recensione: Storie sbagliate, a cura di Ilaria Biondi, Ilaria Negrini, Maria Cristina Sferra

Recensione: Storie sbagliate, a cura di Ilaria Biondi, Ilaria Negrini, Maria Cristina Sferra

Recensione: Storie sbagliate, a cura di Ilaria Biondi, Ilaria Negrini, Maria Cristina Sferra

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Storie sbagliate a cura di Ilaria Biondi, Ilaria Negrini, Maria Cristina Sferra (Golem edizioni). Prosa e poesia, un'alternanza di voci per raccontare la violenza sulle donne, nel corpo e nell’anima.

Ferite profonde.
Lacerazioni d’animo.
Ricordi che non si vorrebbe mai doversi portare dentro.
Immagini che restano con noi, ci si stampano addosso.
È un bel progetto, Storie sbagliate. Ilaria Biondi e Ilaria Negrini lo hanno ideato nel ruolo di curatrici dell’opera. A loro si è aggiunta Maria Cristina Sferra. Successivamente per la scrittura dei testi e dei versi hanno dato il contributo Emma Fenu, Serena Pontoriero, Domizia Moramarco e Silvia Cappelli. Infine la casa editrice Golem lo ha scelto per il proprio catalogo.

Storie sbagliate è un bel progetto, dicevo, un progetto di donne per provare a dare voce ad altre donne che voce non hanno avuto, o non hanno più.

Un progetto che parla di violenza sulle donne, nel corpo e nell’anima e che, per farlo, unisce prosa e poesia con alternanza di voci, in modo da divenire contraltare alla violenza e dare un po’ di luce dopo aver graffiato con le parole.
Mi piace il concept dell’opera: una poesia che ispira un racconto e viceversa; i due modi differenti di narrare che partono dalla stessa storia. Le storie raccontate sono ispirate a fatti di cronaca, in alcune è anche indicato a chi è dedicato il brano.
Storie sbagliate, storie che non ci lasciano indifferenti, versi che portano nei moti dell’anima per uno sguardo ancora più profondo, più diretto.

Le parole di carta e inchiostro si trasformano in voce.

La voce di una bambina abusata, ingenuità stracciata in pulsioni sessuali deviate.
La voce di una donna stuprata, il corpo segnato da chi diceva di amarla.
La voce di una ragazza picchiata per un lavoro mal fatto, perché chi ha potere ama esercitarlo sul corpo degli altri, lasciando lividi e segni che diventano trofei della prepotenza.
La voce di un’anima, che non è solo corpo da possedere, da conquistare, da desiderare.
La voce di chi non riesce a fare i conti con il passato, perché anche se non tutte le donne violate e abusate muoiono, si muore dentro comunque.
Grazie a queste voci noi vibriamo.
Ci parlano, parlano al nostro cuore.
Le ritroviamo impigliate fra le ciglia, lacrime di dolore e sangue, morte e rabbia, ingiustizia.
Questo è Storie sbagliate, storie interrotte, fiori strappati alla vita, colori risucchiati nel buio della violenza. Un volume che consiglio di leggere in punta di piedi.


Storie sbagliate di a cura di Ilaria Biondi, Ilaria Negrini, Maria Cristina Sferra

Storie sbagliate

di a cura di Ilaria Biondi, Ilaria Negrini, Maria Cristina Sferra
Golem edizioni
Racconti | Non-fiction
ISBN 9788885785786
Cartaceo 11,40€

Sinossi 

Il titolo “storie sbagliate” rinvia alla “deviazione di rotta” dolorosa, lacerante quando non mortifera che subisce assistenza dei protagonisti di ogni storia. Storie di violenza psicologica e Fisica, declinata in molteplici e aberranti modalità: donne uccise da un maschio dominante, bambine vittime di violenza domestica, giovani figure trattate come meri oggetti sessuali dal branco, che le molesta e le viola, bambine mutilate nella loro femminile e innocenza, ragazzine costrette a subire indicibili angherie e violenze da donne che le considerano loro proprietà, donne nient’affatto tutele nei loro diritti alla maternità, vessate da un ambiente lavorativo persecutorio. L’adesione delle autrici al progetto in questione parte dalla condivisione di un principio fondamentale, vale a dire la fiducia nella forza della parola letteraria come strumento di denuncia, di divulgazione e di sensibilizzazione, come atto concreto suscettibile di scardinare o almeno aprire piccole, ma significative falle in meccanismi culturali, lavorativi e sociali, modi di vivere e forme del pensare permeati, spesso in modo subdolo e dissimulata, dalla violenza e dalla violazione dei diritti (femminili in primis). antologia è stata strutturata in modo speculare: ad ogni racconto (la maggior parte dei quali si richiamano a tragici fatti di cronaca) fa da contraltare una poesia, ad esso ispirata. Solo in un paio di casi le forme espressive si invertono ed è il racconto che prende ispirazione da una poesia. Due linguaggi diversi, ma complementari, che cercano ognuno a modo proprio di raccontare l’irraccontabile, l’indicibile che è sotteso a qualsivoglia forma di violenza.


Loriana Lucciarini
Impiegata di professione, scrittrice per passione. Spazia tra poesia e narrativa. Molte pubblicazioni self e un romanzo Il Cielo d'Inghilterra con Arpeggio Libero. È l'ideatrice e curatrice delle due antologie solidali per Arpeggio Libero, la prima di favole per Emergency Di favole e di gioia nonché autrice con la fiaba Si può volare senza ali e la seconda di 4 Petali Rossi – frammenti di storie spezzate, racconti contro il femminicidio per BeFree. È fondatrice e admin di “Magla-l'isola del libro”.
Una felicità leggera leggera, Le Mezzelane.
Ritrovarsi, Le Mezzelane.
Racconti di stelle al bar Zodiack, Le Mezzelane.
I legami dell'anima, PubMe Gli scrittori della porta accanto.
Doppio carico, Viaggio Maori Edizioni.
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