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The Plastic Detox: un documentario Netflix original

The Plastic Detox: un documentario Netflix original

The Plastic Detox: un documentario Netflix original

Cinema Di Elena Genero Santoro. The Plastic Detox: microplastiche nel corpo umano, un documentario Netflix original che riprende gli studi della dottoressa Shanna Swan sul legame tra inquinamento chimico e calo della fertilità.

Quando qualche anno fa ho scritto Plasticamente, in cui parlavo della sovrabbondanza di plastica intorno a noi, e dei modi in cui, ognuno a casa propria, poteva impegnarsi a ridurla, avevo molto chiaro il problema dell'invasione dei mari, del fatto che la plastica ci ritornasse nel piatto attraverso gli animali di cui ci nutriamo.
Tuttavia, Plasticamente aveva un taglio molto orientato alla riduzione dell'inquinamento, all'ambiente. Leggevo che nel mare finiscono ogni anno dalle cinque alle undici tonnellate di plastica e mi sembrava spaventoso. Le magagne che la plastica poteva causare agli organismi umani e animali era stato da me appena accennato.

Plasticamente

Plasticamente
Le materie plastiche e le scelte ecofriendly

di Elena Genero Santoro
PubMe - Gli scrittori della porta accanto HOWTO
Manuale pratico
ISBN 979-1254582497
Cartaceo 14,00€
Ebook 5,99€

Di recente mi sono imbattuta in uno studio della dottoressa Shanna Swan per poi scoprire che era alla base di un documentario Netflix uscito di recente, The Plastic Detox.

La dottoressa Swan, che da anni si occupa di salute riproduttiva, ha esaminato centinaia di studi scientifici e condotto i suoi: tutti indicano che il numero di spermatozoi sta diminuendo a livello globale negli ultimi 50 anni osservati a un tasso dell'1%, con un calo che supera il 2,6% osservando studi dopo l'anno 2000. In pratica la fertilità nel mondo è diminuita del 50% negli ultimi quattro decenni.
Qualcuno potrebbe dire che è un bene, visto che siamo più di otto miliardi di persone. Poi, però, c'è chi vorrebbe figli e non riesce ad averne.
Per completezza di narrazione, è giusto dire che altri studi hanno imputato il calo della fertilità anche al cambiamento climatico. Laddove ci siano cambiamento climatico e sostanze chimiche, l'effetto è sinergico e aumentato.

Tornando agli studi di Swan, il declino degli spermatozoi è associato all'utilizzo di sostanze chimiche.

Gli ftalati e i bisfenoli sono degli interferenti endocrini, e significa che condizionano gli ormoni delle persone che ne vengono a contatto.
Gli ftalati hanno un effetto antiandrogenico che abbassa il testosterone. Di conseguenza, possono eliminare l'ondata di testosterone in utero, con impatti sullo sviluppo genitale del feto maschio che nascerà con dimensioni minori della distanza ano-genitale (AGD) e testicoli non discesi.
Il BPA imita l’estrogeno, l’ormone femminile, quindi può indurre nel corpo cambiamenti simili a quelli prodotti da tali ormoni e anch'esso inibisce la fertilità.

E dove si trovano ftalati e bisfenoli? Nella plastica. Elementare, Watson.

Gli ftalati sono dei plastificanti che in Unione Europea sono già stati pesantemente vietati, alcuni ovunque, altri nei giocattoli.
Il bisfenolo si usa sia come monomero di reazione del policarbonato (avete presente i biberon di plastica?) sia come monomero per la produzione delle resine epossidiche, molto usate in edilizia, ma anche nell'arte. Il bisfenolo A in Unione Europea è vietato nella carta termica.
Negli Stati Uniti, dove la dottoressa Swan ha effettuato i suoi studi, queste sostanze non sono vietate.

Un dato che riportavo in Plasticamente è che la plastica che viene realmente riciclata al mondo è il 9%.

Il resto viene vomitato negli oceani.
Riciclare la plastica costa molto di più che produrla nuova. Il dato viene confermato dal documentario con una spiegazione: l'idea che la plastica fosse riciclabile è stata propagandata e diffusa proprio dai suoi produttori. Sembra controintuitivo, eppure ha un senso. Pensare che buttare la plastica di bottiglie e flaconi di detersivo non abbia un impatto sull'ambiente perché "tanto è riciclabile", è un abbaglio. Di fatto non lo è. Però alleggerisce la coscienza dei consumatori. Ma è un inganno.
E non stupisce nemmeno che in sede di Global Plastic Treaty – un'iniziativa globale per regolamentare la plastica – siano stati i Paesi col petrolio a fare arenare il progetto, opponendosi a una riduzione della produzione della plastica vergine.

Se utilizzare la plastica per usi tecnici e durevoli può avere un senso.

Può produrre un alleggerimento di una struttura, una maggior lavorabilità e molti vantaggi a seconda del caso, il fatto che ogni merendina che scartiamo sia imballata in una pellicola di plastica è aberrante. Siamo assuefatti, crediamo che sia normale, ma non è sano usare un materiale eterno per delle applicazioni usa e getta come quelle legate agli alimenti o alla cosmesi. Questo a prescindere.
Se a questo aggiungiamo che essere circondati dalla plastica può avere controindicazioni sono solo sull'ambiente ormai saturo, ma su chi fruisce di cibo confezionato e detergenti, c'è una ragione in più per dire basta.

L'ultimo studio peer-reviewed della dottoressa Swan è uno studio pilota che ha l'ha vista interagire con alcune coppie che non riuscivano a concepire figli o che avevano avuto degli aborti spontanei.

Queste coppie avevano una sterilità idiopatica, cioè: apparentemente non avevano nulla che non andasse.
Le coppie sono state sottoposte a una sperimentazione. Innazitutto, è stata ricercata la presenza, nelle urine e nello sperma, di biomarcatori quali bisfenolo urinario A (BPA), mono-n-butil ftalato (MBP) e monobenzile ftalato (MBzP). Il bisfenolo è stato designato come marcatore principale. All'inizio, nei soggetti in esame i biomarcatori sono risultati molto alti.

Dopodiché è stato imposto loro un percorso tanto semplice e poco invasivo quanto efficace: un cambiamento dello stile di vita legato alla presenza delle plastiche negli oggetti in casa.

In pratica, queste coppie hanno applicato molti dei consigli eco-bio che io stessa, un lustro fa e in tempi non sospetti, avevo suggerito nel mio Plasticamente. Io che, nauseata da tutti i rifiuti di plastica domestica che si buttano quotidianamente, avevo già cercato soluzioni alternative. Detersivi in foglietti, shampoo solido, assorbenti lavabili, spugne di cocco o di luffa, indumenti di tessuti naturali. Non ho inventato nulla di rivoluzionario, beninteso. Ho solo raccolto una lista di micro-soluzioni. Io, che ormai mi sono riprodotta e non ho più nei piani di ripetere l'esperienza, sto continuando ad applicare le regole che mi ero data. I miei detersivi non si trovano nella grande distribuzione, per gli abiti che acquisto evito come la peste acrilico e poliestere. Tollero solo basse percentuali di poliammide (nylon) ed elastan. Unica deroga: i giacconi per l'inverno.
E adesso, dopo aver letto lo studio peer-reviewed della dottoressa Swan e aver visto il documentario su Netflix, scopro che tutto sommato non ho fatto male. Ne ha beneficiato l'ambiente, ma anche la mia salute.

Lo studio della dottoressa Swan si conclude così.

Dopo che le coppie hanno eliminato dalle loro abitazioni e dai loro armadi la plastica di cui erano circondati, i loro valori di bisfenolo e ftalati si sono abbassati notevolmente. E successivamente hanno avuto dei figli.
Ma è la dottoressa Swan la prima a frenare gli entusiasmi: il campione di persone analizzato è troppo piccolo per trarre conclusioni definitive. Ripete: si tratta di uno studio pilota.
Però, ragazzi, fa davvero ben sperare.





Elena Genero Santoro
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Squid Game: la  potente allegoria della società contemporanea

Squid Game: la potente allegoria della società contemporanea

Squid Game: la  potente allegoria della società contemporanea

Serie TV Di Angelo Gavagnin. Squid Game: disponibile su Netflix la terza e ultima stagione, ancora più violenta, irrazionale e disumana, potente allegoria dei meccanismi spietati che regolano la società contemporanea.

La terza e ultima stagione di Squid Game è uscita su Netflix il 27 giugno 2025in abbonamento sono disponibili tutte e tre le stagioni. Io le ho viste tutte e tre. La prima, una novità assoluta.
Tutti ormai sappiamo di cosa stiamo parlando: persone indebitate senza nessuna possibilità di pagare, che decidono (sono spinte), a mettere in gioco loro stesse, ciò che sono. La speranza e promessa è di un guadagno enorme e veloce, risolutore di tutti i problemi. Quello che non sanno fino all’inizio dei giochi, è che uno solo può vincere e tutti gli altri moriranno.
Naturale che questo scateni l’istinto di sopravvivenza e provochi inaudita violenza anche in chi non sospettava nemmeno di esserne capace.

Si vede subito che ci sono personaggi inclini al sotterfugio, abituati a mentire e a raggirare gli altri.

Infatti, all’inizio sono proprio i più buoni e umani che soccombono. Non avere la minima empatia nei riguardi di nessuno è una qualità che salva i peggiori durante i giochi.
Leggere i rapporti sociali con questo genere di lenti è davvero deprimente, ma forse, con meno violenza fisica e qualche regola che non possiamo certo superare, la tendenza nelle moderne società dei guadagni e dei consumi a ogni costo, è proprio questa. Non sono certo i più buoni a farcela, non c’è un’etica per cui se sei empatico, aiuti gli altri, ti comporti bene e sei incline a volere che il tuo prossimo sia felice quanto te, allora la tua vita sarà un successo e avrai tutto ciò che ti serve perché sei onesto. Purtroppo non è così. Raggiungere il successo è più facile per i cinici, quelli che possono anche truffare (nel senso più ampio del termine) senza sensi di colpa o semplicemente sfruttano l’umanità che hanno intorno.

Mors tua vita mea: in Squid Game ogni morte aumenta il montepremi ai sopravissuti.

È sconvolgente perché è così chiaro come non lo è mai stato, è la fine di ogni fiducia negli altri, anche i più buoni per sopravvivere devono adeguarsi alla cattiveria imposta come regola sociale di sopravivenza. Ogni partecipante si rende conto chiaramente che quelli che riescono a sopravvivere ai giochi sono i peggiori esseri che abbiano mai incontrato, loro hanno le qualità per vincere.

Come in tutte le fiabe, c’è sempre “uno sciocco” che ha la crisi di coscienza.

È il protagonista numero 456 Gi-Hun, che dopo aver vinto il premio in denaro alla prima stagione, decide di usarlo per rientrare nel gioco con l’intento di distruggerlo.
Non aggiungo altro perché si entra nella terza stagione che molti probabilmente ancora non hanno visto. Posso solo dire che, la terza e ultima stagione, è ancora più violenta delle due precedenti e che i protagonisti si trovano ad affrontare situazioni sempre più irrazionali e disumane.
L’orrore è nei giochi ma ancora di più in una società che li rende plausibili.

Squid Game è una potente allegoria dei meccanismi spietati che regolano la società contemporanea.

Dietro tutto ciò, ci sono solo dei ricchi annoiati e in cerca di emozioni forti che si possono comprare, che godono a vedere dei poveracci che calpestano i loro stessi principi per guadagnare tanti, tanti soldi: è ciò che hanno fatto da sempre, ma senza rischiare la loro vita.



Mi è capitato di fare la comparsa al trailer girato a Venezia in occasione dell'uscita della seconda stagione.

Comparse al trailer girato a Venezia in occasione dell'uscita della seconda stagione



Angelo Gavagnin
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Il caso di Laci Peterson, una mini docuserie  Netflix

Il caso di Laci Peterson, una mini docuserie Netflix

Il caso di Laci Peterson, una mini docuserie  Netflix

Serie TV Di Elena Genero Santoro. Il caso di Laci Peterson, una docuserie Netflix in tre episodi ispirata a un caso di omicidio del 2002: la vittima e il mostro dall'atteggiamento mite e cordiale che potrebbe essere il nostro vicino di casa, quello gentile che salutava sempre.

Avete presente l'omicidio di Giulia Tramontano che tanto ha sconvolto l'opinione pubblica? Una donna incinta, in fase avanzata della gravidanza, uccisa dal compagno nonché padre del bambino. Nel raccontare la vicenda si sono scomodate tutte le teorie, si è menzionato il patriarcato, gli abusi domestici, la cattiva educazione dei giovani d'oggi (e dove andremo a finire), finché i criminologi non hanno sentenziato che la misoginia in questa vicenda c'entra poco o nulla. Alessandro Impagnatiello, condannato all'ergastolo, è semplicemente uno psicopatico, un narcisista maligno con una carenza strutturale di empatia che si è macchiato di un duplice omicidio per futili motivi: non voleva più quel bambino e nemmeno quella fidanzata (Roberta Bruzzone gli ha dedicato due puntante nella sua serie Nella mente di Narciso, disponibile su Rai Play).

Il caso di Laci Peterson è una mini docuserie Netflix in tre episodi su un caso di omicidio del 2002 simile a quello di Giulia Tramontano.

Laci Peterson, una ragazza solare e piena di amici, era una giovane sposa incinta all'ottavo mese che la sera della vigilia di Natale 2002 è scomparsa nel nulla a Modesto, in California, dove viveva. Il marito, Scott, di ritorno da una giornata in barca, non l'ha trovata a casa, quindi ha chiamato la suocera chiedendo se la giovane fosse da lei e, appreso che non c'era, ne ha denunciato la sparizione. Ma appena gli investigatori hanno iniziato a scavare, è emersa una verità agghiacciante: il responsabile della scomparsa era proprio il marito. E quando, qualche settimana dopo, il corpo della donna e del piccolo Conner che portava in grembo sono riemersi dalle acque, l'accusa è diventata di duplice omicidio.

Le analogie con il caso di Giulia Tramontano, accaduto in Italia due decenni dopo, sono davvero notevoli.

La gravidanza in stato avanzato, il compagno che commette il reato e poi lancia l'allarme dopo aver cercato di occultare goffamente il corpo senza riuscirci. La presenza di una amante inconsapevole, con cui l'assassino intratteneva una relazione parallela basata sulla menzogna. Guardare il documentario su Laci Peterson mi ha fatto rivivere i momenti di cronaca intorno alla scomparsa di Giulia Tramontano. La dinamica delle due storie corre in parallelo.

Scott Peterson era un ragazzo brillante, dallo sguardo sornione.

Uno di quelli che piacevano proprio a tutti. Laci era davvero innamorata di lui. Le amiche di Laci, che testimoniano nel documentario, non riportano di abusi subiti dalla vittima durante il matrimonio o di episodi spiacevoli che potrebbero far pensare a Scott come a un misogino, o a un soggetto manipolatore che inducesse Laci a fare cose che lei non voleva. Laci era felice con Scott. Se Scott fosse stato geloso o controllante, non è dato di sapere, ma da quel che viene detto nei tre episodi, non sembrerebbe affatto. Questo però, oggi come oggi, possono saperlo solo Laci e Scott. Scott piaceva anche molto alla madre di Laci, aveva conquistato tutta la famiglia. La madre di Laci era tranquilla: vedeva la figlia contenta ed era serena anche lei. Non riporta, nelle sue testimonianze, campanelli d'allarme che le avrebbero fatto prevedere un tale epilogo.

Poco prima di scomparire, però, Laci si lamenta con le amiche perché il marito le pare un po' distaccato. Distacco: questa è la parola chiave.

La famiglia di origine di Scott ancora crede nella sua innocenza. Sarebbe troppo doloroso per le sue sorelle e le sue cognate ammettere che la realtà giudiziaria non è derivata da un malinteso.
Cosa porta dunque un uomo ben voluto a commettere un crimine tanto deprecabile?
Termini come "narcisismo" e "psicopatia" nella miniserie Netflix non vengono menzionati mai.
Eppure Scott viene inchiodato proprio per una mancanza strutturale di empatia che emerge man mano che passano i giorni e viene notata e sottolineata dagli investigatori nella docuserie. Il motivo per cui i detective si concentrano su di lui è perché, di fronte alla scomparsa della moglie, lo vedono prima impassibile, poi privo di qualunque angoscia e infine disinteressato. Distaccato, appunto.

Non è solo una questione di atteggiamento, di manifestazione o meno delle emozioni.

Scott viene tradito da ciò che fa: riempie la camera del nascituro di paccottiglia sua. Gli oggetti di Laci vengono buttati. Lui è pronto per vendere la casa. Insomma, Scott Peterson non prova sentimenti e non riesce neppure a fingere di provarne. Nelle sue azioni si legge in trasparenza tutto il disinteresse per la famiglia che si stava creando.
Inoltre, ha una presunzione di sé scollata con la realtà dei fatti. Intimamente è convinto di poter ricominciare una vita altrove, appena calmate le acque. Crede che presto polizia e giornalisti si dimentichino semplicemente della scomparsa di Laci, come se questo fosse possibile.

La sua supponenza traspare anche dagli errori grossolani che commette nell'organizzare l'omicidio.

Non mette in conto che qualcuno possa notare le sue incongruenze e le strane coincidenze verificatesi durante i giorni precedenti. La sua tracotanza lo acceca. E per questo cade e viene catturato.
La pianificazione dell'omicidio è anche un elemento chiaro che lo rende degno compare di Impagnatiello. Un omicidio compiuto senza rabbia, non d'impeto o al culmine di una lite (che non sarebbe una giustificazione, ma solo il sintomo di un altro tipo di problema), ma come mezzo per disfarsi di quello che da Scott/Alessandro viene vissuto come un impiccio, un fastidio. Il che è un tratto tipico di chi viene definito "psicopatico" dai criminologi. Un vero mostro, dall'atteggiamento mite e cordiale, che potrebbe essere il nostro vicino di casa, quello gentile che salutava sempre.
Scott Peterson è stato condannato a morte in prima battuta, in seguito la pena è stata commutata in ergastolo. Sulla base di quanto indicato nel documentario, per un uomo del genere non pare possibile alcuna possibilità di recupero morale. Se il modo in cui Scott Peterson è stato rappresentato corrisponde al vero, spero che non esca mai più di prigione.


Elena Genero Santoro
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Qui non è Hollywood, la miniserie Disney+ sull’omicidio di Sarah Scazzi

Qui non è Hollywood, la miniserie Disney+ sull’omicidio di Sarah Scazzi

Qui non è Hollywood, la miniserie Disney+ sull’omicidio di Sarah Scazzi

Serie TV Di Elena Genero Santoro. Qui non è Hollywood, la miniserie Disney+ ispirata alla storia vera dell’omicidio di Sarah Scazzi a opera della cugina Sabrina Misseri. Una fiction che merita di essere vista, anche se poteva essere snellita un po’.

Quando ho visto la locandina, non mi è piaciuta per niente. L’immagine mi pareva grottesca. È vero che un libro non si giudica dalla copertina, ma la prima presentazione mi faceva presagire una narrazione morbosa. In realtà, avendo avuto la curiosità di guardare Qui non è Hollywood, di morboso ho trovato poco.

Qui non è Hollywood è la storia, che tutti conosciamo, dell’omicidio della piccola Sarah Scazzi a opera della cugina Sabrina Misseri.

La miniserie, disponibile in abbonamento su Disney+, è divisa in quattro episodi in ciascuno dei quali c’è un punto di vista prevalente. Si alternano, nell’ordine, Sarah, Sabrina, Michele e Cosima.
Mentre guardavo la serie sono stata spinta dalla curiosità di capire quanto ci fosse di realistico e quanto invece fosse stato ricamato dalla fantasia del regista. Ho scoperto che la serie, a parte qualche licenza narrativa, è molto accurata: non solo si basa su fatti di cronaca, ma anche molti dettagli sono reali, magari desunti dalle interviste rilasciate dai protagonisti nel corso degli anni. Il finale coincide con verità giudiziaria. La tesi sposata dal regista è che la colpevole sia Sabrina, come è stato dimostrato nei tre gradi di processo che si sono svolti in questi anni e che hanno condannato Sabrina e sua madre Cosima all’ergastolo. Non ci sono colpi di scena, teorie complottiste o rivelazioni dell’ultimo minuto.

Altrettanto accurato è stato il look dei protagonisti, che beneficia di adeguato trucco e di straordinaria immedesimazione degli attori.

Giulia Perulli è dovuta ingrassare ventidue chili per interpretare Sabrina ed è strabiliante come riesca riprodurne le movenze, le espressioni, il sorriso. Vanessa Scalera, che di anni ne ha quarantasette, è dovuta diventare la canuta Cosima dalle forme matronali. Paolo De Vita è più che convincente nei panni di un incerto e fragile Michele Misseri.

Nel primo episodio abbiamo Sarah: viene rappresentata la realtà in cui vive, in cui è nata ed è cresciuta.

Una madre, Concetta, completamente assorbita dalla setta dei testimoni di Geova e talmente fanatica della sua religione da non riuscire a mettere al primo posto le normali esigenze di sua figlia: abbracci e feste di compleanno. Le feste di compleanno sono addirittura qualcosa di anti-religioso, vanno assolutamente evitate. Il padre e il fratello Claudio lavorano nel Nord Italia come muratori. Il padre è una figura defilata, incapace di esprimersi, ai limiti della disabilità cognitiva.
Sarah viene descritta come una ragazzina bramosa di affetto, che cerca ovunque, principalmente a casa della zia Cosima, la sorella di sua madre, e tra le braccia della cugina più grande Sabrina, che in parte cerca di emulare. Sarah dice persino alla zia Cosima che vorrebbe che fosse lei sua madre, perché la zia Cosima, figura ieratica, apparentemente imperturbabile, le garantisce quella idea di famiglia tradizionale che a lei manca. Lo zio Michele, marito della zia Cosima, parla solo in dialetto stretto e trascorre la maggior parte del suo tempo nel suo garage dove dorme su una brandina. Pare vivere in un mondo tutto suo, si mostra come molto devoto alla Madonna, il suo limite linguistico diventa un limite comunicativo che si manifesterà in tutte le situazioni.

Nel primo episodio i rapporti familiari filtrati dagli occhi di Sarah risultano complessi e ambivalenti.

Sembra quasi di essere in un libro di Elena Ferrante, tipo La figlia oscura o la saga di L’amica geniale. Dietro l’attaccamento biologico si nasconde sempre un sentimento di invidia, talvolta di ferocia, di cattiveria. Ogni relazione è permeata da una sorta di amore-odio, nessun moto di affetto è cristallino e la disfunzionalità familiare è evidente sia nel nucleo dei Misseri che nel nucleo della famiglia Scazzi. Ma Sarah è talmente affamata e assettata di amore che non trova di meglio che la famiglia di Cosima con la quale trascorre molto tempo. Si pone sotto l’ala protettrice di Sabrina la quale, però, man mano che passa il tempo, si scopre sempre più gelosa di quella cuginetta carina, bionda e soprattutto magra. Sarah pare avere una spigliatezza e delle probabilità di successo che a lei, estetista di paese sovrappeso, mancano del tutto.

I rapporti diventano sempre più intricati quando Ivano, l’interesse amoroso di Sabrina, per il quale quest’ultima nutre una vera e propria ossessione, si mostra gentile con Sarah.

Sarah si prende una cotta per Ivano e non la nasconde nemmeno, ma Ivano ha ventisette anni e probabilmente la vede come una sorellina più piccola. Ivano non assume mai un comportamento ambiguo o inappropriato verso Sarah; per contro Ivano si stanca presto di Sabrina, e questo non fa che aumentare il rancore di Sabrina verso Sarah. Peraltro Sarah, ingenua e forse un po’ sciocchina, racconta in giro che Ivano ha rifiutato sessualmente Sabrina, sottoponendo la cugina a un’umiliazione di troppo.
Nel primo episodio vengono presentati tutti i protagonisti e nessuno di loro ispira veramente simpatia. L’unico che sembra avere la testa sulle spalle è Claudio, il fratello maggiore di Sarah, che però riparte per tornare a lavorare al nord prima che l’omicidio si compia.

Il secondo episodio si apre a omicidio ormai avvenuto.

Sabrina, Cosima e Michele sono intorno al corpo della povera Sarah. Quindi tutti sanno, tutti sono collusi a prescindere da chi abbia materialmente compiuto il gesto.
Da questo momento il punto di vista non può più essere quello di Sarah. La visione dei personaggi dopo l’omicidio è stata una scelta interessante, ma purtroppo ha penalizzato un po’ la visione globale dei rapporti e degli eventi che si sono susseguiti.
La prima protagonista è Sabrina, che viene subito identificata come l’assassina materiale. Sarah compare ancora, in alcune visioni di Sabrina (e in seguito di Michele e di Cosima), ma in Sabrina non si manifesta mai un sentimento di pentimento o un senso di colpa. Anzi, l’estetista di paese inizia a prenderci gusto quando i giornalisti la intervistano. Una sorta di narcisismo, di vanità, si impossessa di lei, che si espone spesso coi media: finalmente qualcuno l’ha notata, è riuscita a fare parlare di sé. I suoi complessi si sgonfiano. In seguito Sabrina sembra persino confortata quando scopre nei diari segreti di Sarah la conferma che la cuginetta aveva una cotta per il suo amato Ivano.

Con l’uscita della miniserie, il vero Michele Misseri, ormai scarcerato, ha ricominciato a proclamarsi unico colpevole del delitto.

Nella fiction appare come l’unico dei Misseri con un barlume di coscienza. Avendo seppellito la piccola Sarah in un pozzo, si preoccupa che la ragazzina, non avendo ricevuto il battesimo, non possa accedere al paradiso. È questa l’ossessione che a un certo punto lo fa crollare e lo porta a fare ritrovare il corpo affinché Sarah riceva un degno funerale.

Purtroppo la serie perde di mordente negli ultimi due episodi.

Il terzo ruota attorno alle ansie di Michele, alla sua devozione semplice e incondizionata per la Vergine, ai suoi tentennamenti. Michele appare come un indeciso, un timoroso, tuttavia non riesce mai a fare la cosa giusta e il coinvolgimento di Sabrina nelle indagini appare più come un errore di valutazione che come un atto dovuto per amore di verità.

Infine c’è Cosima, la figura più enigmatica.

È quasi sempre calma, composta, controllata. Viene dipinta come una madre amorevole, a suo modo. Cuce bambole per le sue figlie. Cerca di difendere sia Valentina (tornata a casa dopo l’omicidio) che Sabrina. Incarna appieno l’ambivalenza dei rapporti familiari che si è notata nel primo episodio. Amava Sarah? Probabilmente. Ma non abbastanza da difenderla. È il deus ex machina degli avvenimenti principali. Vorrebbe controllare le parole di Michele davanti agli inquirenti e quando capisce che ormai il dado è tratto, si rassegna a rimanere accanto a Sabrina. Nella serie non viene nemmeno specificato il suo reale coinvolgimento al momento dell’assassinio. Ha contribuito in modo materiale? Era presente? Ha solo cercato di coprire Sabrina? Sappiamo che la vera Cosima Serrano è stata condannata all’ergastolo, ma nella serie il peso delle sue colpe si intravede appena.
Nella realtà Sabrina e Cosima non hanno mai ammesso la loro colpevolezza e di conseguenza non hanno mai mostrato un pentimento o un ravvedimento. Anche nella serie non vi è nessun riscatto.

Qui non è Hollywood è una fiction che merita di essere vista anche se poteva essere snellita un po’.

La psicologia dei protagonisti, con tanto di primi piani ed espressioni intense, è l’aspetto predominante. Non ci sono scene macabre o irrispettose e anche lo sviluppo delle indagini rimane in secondo piano rispetto ai sentimenti incarnati da Sarah, Sabrina, Michele e Cosima.
Sullo sfondo, un’Avetrana invasa dai giornalisti, una città di provincia vicino al mare in cui le giornate scorrono lente e tutte uguali fino a quando le telecamere non montano un caso nazionale sulla sparizione di un’adolescente.



Elena Genero Santoro

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Baby Reindeer: la serie Netflix che fa discutere e riflettere

Baby Reindeer: la serie Netflix che fa discutere e riflettere

Baby Reindeer: la serie Netflix che fa discutere e riflettere

Serie TV Di Elena Genero Santoro. Baby Reindeer, la miniserie Netflix ispirata alla storia vera di Richard Gadd, vittima di molestie sessuali e stalking, che fa riflettere sulla dipendenza della vittima da chi ne abusa.

Non si placano le polemiche su Baby Reindeer, miniserie di Netflix in sette episodi, scritta e interpretata dallo scozzese Richard Gadd che si è ritagliato il ruolo del protagonista.
La serie è breve, veloce, si beve in un sorso, ma lascia un’inquietudine che rimane incollata addosso.
È la storia di uno stalking diverso da ciò a cui siamo abituati a sentire.

Donny Dunn è un barman scozzese che lavora in un pub di Camdem e ha il sogno di diventare un cabarettista.

La sua vita viaggia su binari di sicura e confortevole mediocrità finché un giorno nel pub entra una donna dall’aria infelice e lui, che è empatico e sensibile, si intenerisce e le offre una tazza di tè.
È l’inizio di un incubo.
La donna, Martha, che si presenta come improbabile avvocata, trova l’indirizzo di posta elettronica di Donny e inizia a tempestarlo di email sgrammaticate piene di allusioni sessuali.
Se ricevere centinaia di email al giorno manderebbe fuori di testa chiunque, ancora più allucinante è per Donny accorgersi che Martha interpreta ogni episodio avvenuto tra di loro, anche il più insignificante, come il tassello di una relazione promettente e se all’inizio Donny pensa che sia sufficiente chiarire la situazione, chiedere a Martha di smettere, prometterle amicizia, ma niente di più, dopo un po’ si rende conto che Martha è indomabile, ingestibile, che alterna momenti di allegria, tenerezza, sconforto a episodi di rabbia e azioni distruttive.

Martha è una donna sovrappeso, più vecchia di Donny, il quale non prova per lei alcuna attrazione fisica.

L’attrice che è stata scelta per interpretarla, Jessica Gunning (che in realtà ha solo tre anni più di Richard Gadd ed è stata invecchiata e imbruttita nella serie), ricorda in alcune espressioni Annie Wilkes di Kathy Bates in Misery non deve morire. Peraltro, Baby Reindeer, Piccola Renna (il soprannome che Martha ha dato a Donny), è stata accostata al romanzo di Stephen King.

In questi giorni impazza la polemica sui veri personaggi a cui la serie si è ispirata.

L’avvocata Fiona Harvey, a cui il personaggio di Martha pare ispirarsi, è uscita allo scoperto per ribadire che sì, è vero che lei e Richard Gadd si sono conosciuti in un pub di Camdem, ma che tutte quelle email sconce e quella persecuzione non ci sono mai state.
Chiosa asserendo che Richard Gadd è uno psicotico. Se Fiona Harvey è davvero come Martha Scott, avremmo una ragione in più per non crederle.

Ma non ci interessa sapere quanto Richard Gadd abbia inventato e quanto si basi su eventi reali.

Si sa che gli autori attingono dal vero e poi ci ricamano sopra.
Non ci interessa saperlo, intanto perché si valuta la storia raccontata su Netflix (che abbiamo visto), non quella accaduta (che non conosciamo).
E poi perché, con buona pace dell’avvocata Fiona Harvey, il protagonista in Baby Reindeer non è la sociopatica Martha, ma è la vittima Donny.

Di Martha lo spettatore vede cosa fa, ne coglie la lucidità nonostante le contraddizioni.

Le motivazioni profonde rimangono sullo sfondo, si intuisce che Martha abbia avuto dei traumi, ma non è la sua psiche a essere indagata. Da un canto, peccato, perché uno stalking al femminile è qualcosa di meno comune e forse per molti non sarebbe neppure credibile. Invece accade e anche la vicenda, come narrata, pare verosimile. Persino la polizia non scava nella vita di Martha, tende a crederle quando lei si mostra accondiscendente, quando acconsente a partecipare a degli incontri riabilitativi. Invece Martha è subdola, minaccia, ricatta, ferisce con le mani e con le parole.

Il mattatore è Donny, che con i suoi occhioni azzurri sgranati e la sua aria da eterno sfigato un po’ intenerisce, un po’ muove a compassione, un po’ fa prudere le mani dalla rabbia perché davvero non ne azzecca una.

Io mi auguro vivamente che Richard Gadd, nonostante l’ispirazione iniziale, non abbia una storia sovrapponibile a quella di Donny Dunn, perché Donny Dunn è una vittima co-dipendente da chi abusa di lui.
Baby Reindeer è stato paragonato a Misery non deve morire, ma c’è una differenza sostanziale: lo scrittore Paul Sheldon (nel film) non prova alcun sentimento di empatia per la sua rapitrice Annie Wilkes. Nel momento in cui realizza che Annie è matta da legare, ha un unico obiettivo: sfuggire alle sue grinfie con ogni mezzo possibile.

Donny invece nutre un ventaglio di sentimenti per Martha che sono molto più variegati, che vanno dalla pena a una sorta di attrazione mentale.

Perché, lo ammette lui stesso, in uno dei momenti clou della serie, in fondo essere cercato da Martha lo lusinga. Perché Donny non si è mai sentito importante, Donny si è sempre odiato, Donny non ha mai saputo vivere appieno i suoi momenti felici. Soprattutto dopo che è stato abusato la prima volta (non da Martha). Da allora Donny, dice, è diventato carta moschicida per i soggetti abusanti, è entrato in confusione, si è rotto in tanti pezzi, non ha più capito nulla di se stesso e Martha ha trovato terreno fertile nella sua empatia, nella sua fragilità. Ha messo in dubbio persino i propri gusti sessuali.
E l’abuso, soprattutto il primo, viene descritto nel dettaglio, con tutti i sentimenti che si porta dietro: incredulità, senso di colpa della vittima, non immediato riconoscimento che si tratti di una violenza.
E ad abuso è seguito un altro abuso.

Che sia chiaro: le vittime non sono colpevoli delle molestie che subiscono. I colpevoli sono i sociopatici che le perpetrano.

Donny incarna una tipologia di vittima di molestia e abuso, è anche un dipendente affettivo, che presumibilmente era già così prima del primo abuso e poi, dopo il primo trauma, non ha trovato la via della guarigione. Le cose sono solo peggiorate.
Come dice Marie-France Hirigoyen nel libro Molestie morali, le vittime non sono mai simpatiche, non piacciono a nessuno. Devono essere complici del carnefice, deboli, pappemolli, se non lo sono, se diventare vittima è un fatto aleatorio e non porta con sé una colpa, allora chiunque di noi può diventarlo e questo è spaventoso.
La vittima ideale è una persona coscienziosa, naturalmente propensa a colpevolizzarsi. In psichiatria fenomenologica questo tipo di comportamento è conosciuto e descritto, […] come un carattere predepressivo, il typus melancolicus. Sono persone che tendono all’ordine, sia in campo lavorativo sia nelle relazioni sociali, che si dedicano a quanti stanno loro vicino e accettano raramente piaceri dagli altri. Marie-France Hirigoyen, Molestie morali
Sembra la descrizione di Donny.

La miniserie Baby Reindeer non pare aver in programma un seguito.

Il che da un certo punto di vista è un peccato, perché il finale è abbastanza amaro. Donny risolve una parte dei problemi, ma non tutti.
Lui prende coscienza delle proprie fragilità.
Tuttavia le ossessioni, la co-dipendenza non sono risolti.



Elena Genero Santoro

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L’infermiera: la miniserie Netflix ispirata a Christina Aistrup Hansen

L’infermiera: la miniserie Netflix ispirata a Christina Aistrup Hansen

L’infermiera: la miniserie Netflix ispirata a Christina Aistrup Hansen

Serie TV Di Elena Genero Santoro. L’infermiera, la miniserie Netflix che racconta la storia di Christina Aistrup Hansen, l'infermiera danese condannata per aver ucciso tre pazienti.

Curioso che dopo aver trascorso una parte degli ultimi mesi in ospedale mi sia venuta voglia di farmi impressionare da una miniserie, tratta, pare fedelmente, da una storia vera, che parla di un’infermiera assassina.
Il titolo, L’infermiera, lascia spazio alla prima riflessione: chi è la protagonista che dà il nome alla serie?
Christina Aistrup Hansen, che uccideva i pazienti, o Pernille Kurzmann, la collega che l’ha scoperta e denunciata?

Siamo tra il 2012 e il 2015 e Pernille, con la piccola Alberte, si è appena trasferita in un paese a sud della Danimarca per stare più vicina al padre di sua figlia, con cui ha dei rapporti amichevoli.

Contestualmente inizia a lavorare al Nykøbing Falster Hospital nel suo primo incarico da infermiera. Viene assegnata al Pronto Soccorso e le viene affiancata Christina, una donna grintosa, energica e una professionista molto stimata, che vive per il suo lavoro e lo sa fare bene. Anzi, sono in molti a ritenerla la migliore, in grado di tenere testa anche ai medici.
Pernille inizialmente ne è affascinata. Christina è in gamba, sa il fatto suo, riesce a motivare Pernille anche quando un paziente viene sciaguratamente a mancare. Christina seduce. C’è una scena in cui Christina e Pernille sono sul tetto e sembra che a momenti si debbano baciare. Si intravede quasi un inizio di tensione erotica.
Ma poi qualcosa inizia a stridere.

Prima ancora di immaginare di che cosa sia capace la sua collega, ci sono aspetti di Christina che non convincono Pernille.

Il suo volersi mettere al centro dell’attenzione quando c’è da intervenire su un paziente, il suo voler attirare l’attenzione con ogni mezzo, drammatizzando e ingigantendo tutto ciò che la riguarda, fino ad arrivare alla menzogna. Come quella volta che Christina racconta di avere avuto un incidente e aver distrutto la macchina, mentre Pernille nota che l’auto della collega non ha nemmeno un graffio. Dunque Christina è una che inventa.
E gli altri colleghi dell’ospedale che dicono?
In realtà tutti sanno che Christina è sempre teatrale, ma nessuno percepisce questo aspetto come un reale problema.
E quando Pernille solleva qualche debole dubbio viene trattata come una pettegola, una che non si adatta, che crea problemi sul lavoro per delle minuzie.

La miniserie Netflix L’infermiera, organizzata in quattro episodi da meno di un’ora ciascuno, ha le atmosfere di un thriller con tanto di resa dei conti finale.

L’ambientazione tra le camere del pronto soccorso è cupa come da copione.
Il pronto soccorso: è molto diverso da quelli a cui siamo abituati in Italia, con barelle ammassate in ogni angolo, pazienti abbandonati anche per una settimana e oss in burnout.
Nulla del genere al Nykøbing Falster Hospital: i pazienti possono permanere al pronto soccorso solo per un massimo di quarantotto ore a cui devono seguire le dimissioni o il trasferimento in un reparto. Inoltre ognuno ha una camera singola. Non so se questo contorno ovattato rispecchi la realtà danese o se sia un espediente cinematografico, ma in questa atmosfera scura, notturna, desolata come un quadro di Hopper, l’infermiera assassina di Netflix può agire indisturbata e somministrare ai pazienti i cocktail di morfina e diazepam che li mandano in arresto cardiaco.

Pernille inizia a nutrire sospetti su Christina come persona, prima ancora di notare che alcuni pazienti deceduti improvvisamente hanno avuto un aggravamento così repentino da risultare inspiegabile.

Ed è questa la bellezza di questa serie: il gioco psicologico.
Alla vera Christina Aistrup Hansen è stato diagnosticato, in fase di processo, un disturbo istrionico della personalità.
La serie Netflix non arriva a raccontare la fase processuale quindi la personalità di Christina viene mostrata, ma non etichettata, durante la visione degli episodi.
Può questa diagnosi spiegare perché Christina porta alla tomba i suoi pazienti?
A un certo punto la Pernilla cinematografica se lo domanda: perché lo fa? Non è un angelo della morte che vuole regalare un trapasso dolce a chi già versa in condizioni disperate. I ricoverati che Christina prende di mira sono talvolta persone che non hanno alcuna patologia grave.
Christina non risparmia energie quando deve fare un massaggio cardiaco, si impegna a fondo nel suo lavoro, compie imprese grandiose, quasi epiche, eppure…
Pare quasi contraddittorio.

In realtà la contraddizione è solo apparente. La professionalità e la prodigalità di Christina (della Christina raccontata nella serie) contro la sua crudeltà sono due facce della stessa medaglia.

Gli individui con disturbi di personalità, che vivono per farsi notare sono capaci di azioni notevoli e molto generose.
Per esempio uno come Ted Bundy, uno dei più famosi serial killer degli USA, ha anche salvato molte vite. Lavorava per il telefono amico, ha prevenuto diversi suicidi. Era uno psicopatico con un narcisismo irrefrenabile, era un seduttore, aveva modi teatrali ed è finito nel braccio della morte perché non è mai riuscito a tenere un profilo basso.
Fare opere buone, o anche eccezionali, non significa automaticamente essere delle brave persone.

Narcisisti, istrioni, psicopatici: sono individui che possono compiere indistintamente il bene o il male, perché non hanno un fine morale, ma solo quello di mettere al centro se stessi e qualunque mezzo è lecito.

Certo non tutti arrivano a uccidere, non tutti sono divorati da quella compulsione, non tutti hanno un tale abisso nero nell’anima, ma tutti bràmano ammirazione.
In questo senso alla Christina di Netflix viene un’interpretazione plausibile.
Nella storia reale, Christina Aistrup è stata condannata inizialmente all’ergastolo per tre omicidi e un tentato omicidio, poi la pena è stata ridotta a 12 anni perché non si possono escludere concause nei decessi.
Si stima che possa avere ucciso qualcosa come 120 persone (40 l’anno per tre anni) e pare che non abbia mai ammesso la sua colpa.




Elena Genero Santoro
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Stranger Things 4: finale al cardiopalma per la serie TV Netflix

Stranger Things 4: finale al cardiopalma per la serie TV Netflix

Stranger Things 4: finale al cardiopalma per la serie TV Netflix

Serie TV Di Loriana Lucciarini. Stranger Things, finale al cardiopalma per la IV stagione della celebre serie di Netflix. In attesa dell'ultimo capitolo previsto per il 2024.

Avevamo lasciato la proiezione della IV stagione di Stranger Things, la serie TV disponibile in abbonamento su Netflix, con una certa curiosità e un profondo timore per le sorti dei nostri amati beniamini. La storia infatti si è complicata e loro, divisi in piccoli gruppetti sparsi, hanno dovuto fare i conti con avvenimenti tragici. Alcuni su uno sgangherato pulmino tra la polvere del deserto. Altri nelle lande desolate e sotto scacco del gelo in Russia. Undici da sola, in un laboratorio segreto con piani da rivedere e situazioni del passato da chiarire. I restanti ad Hawkins, tra case diroccate e oscuri segreti, con un mostro che trasforma in vittima chi è mangiato dai rimorsi, dalla solitudine e dal silenzio.
Undici ha dovuto affrontare i ricordi in un percorso doloroso, alla ricerca dei perduti poteri. Il dottor Brenner, dopo essere riapparso e aver nuovamente fatto ingerenza nella vita di sua figlia, abbandona la serie in una conclusione non scontata ma coerente. Max, tallonata da Vecna quale vittima prescelta, si è opposta a un finale già scritto e, anche se travolta da terribili sofferenze, ha provato a resistergli. Di sicuro Caro Billy, è stata la puntata più emozionante, prima del gran finale di stagione. Ricordate? Ve ne avevo già parlato.

Cosa è accaduto nelle ultime due puntate della serie?

Intanto vi anticipo che il ritmo a questo punto accelera e cresce e che il finale è da cardiopalma!
C’è tanto, tantissimo ma non tutto: il finale apre nuovi spiragli e bisognerà attendere il 2024 per la V stagione, l’ultima e conclusiva di Stranger Things, la serie Netflix tra le più viste.
I fratelli Duffer hanno il pregio di riuscire a costruire un finale di stagione organico, capace di portare alla ribalta i diversi protagonisti, dando a tutti il giusto spazio (tranne Jonathan e Mike, ancora troppo defilati e anonimi), evolvendo la storia con discreta attenzione, senza troppo infodump e senza scivoloni di trama o grossolani errori.
Le ultime puntate, della durata complessiva di oltre quattro ore, portano azione e suspense dove il ritmo si era un po’ allentato e hanno il pregio di portare a compimento eventi e dettagli, piani narrativi e indizi sparsi, che i fan della serie hanno atteso di veder chiarificati. Non tutto, però, eh, sarebbe stato troppo bello, ma è comprensibile…

C’è un grandioso colpo di scena in cui scopriamo chi è davvero Vecna e approfondiamo la sua genesi da antagonista.


NB: di seguito è stato inserito un filtro "no spoiler" che rende sfocate alcune frasi; per leggerle basta passarci su con il mouse da pc o toccare lo schermo da mobile.

Vecna è Henry. Henry è Uno. Uno è il primo dei ragazzi superdotati del laboratorio segreto di Hawkins. Il primo, e anche il più potente e ingestibile. Non conoscevamo la sua identità perché fin da subito tutti evitano di parlare di lui e Undici non lo ricorda. Il passato di Vecna apre spiragli sulla sua esistenza del prima, permettendo ai fan più attenti e accaniti di completare alcuni pezzi mancanti di puzzle. Undici bambina lo incontra sulla propria strada nel laboratorio, lo affronta e combatte, dando via all’intera vicenda.
Uno è dunque il punto Zero, la genesi, l’inizio. È infatti in questo scontro che si apre il varco nel Sottosopra in cui Uno rimane prigioniero, evolvendosi in Vecna e prendendo possesso delle energie e delle creature che lo popolano. Nell’adrenalinico confronto tra Uno e Undici scopriamo che non sono più così diversi. Tranne che per le differenti scelte che compiono.

Le scene più epiche vedono come protagonista la solita Undici opposta a Vecna, ma questa volta anche Max e Eddie diventano motori della storia, i pilastri che ci traghettano da una puntata all’altra.

Le loro vicende suscitano elevati livelli di partecipazione e commozione.
La dura battaglia finale contro Vecna, senza esclusioni di colpi e con dipartite importanti, ha un ritmo in crescendo e il climax ci toglie quasi il fiato. Poi, quando tutto sembra risolto, ecco che il nemico riappare – ferito sì ma non sconfitto – e il destino di Hawkins sembra segnato quando un terremoto scatena l’apocalisse. Nel dopo sisma osserviamo una città spazzata via, con i superstiti raccolti in una comunità operosa. A questo punto gli ultimi personaggi lontani raggiungono il gruppo, si è di nuovo tutti insieme. Tra gli abbracci e le lacrime l’inquadratura si concentra su un inquieto Will. Lui “sente” che tanto altro deve ancora accadere; dunque la fine è vicina ma non è adesso… Bisognerà aspettare, pazientemente, il 2024 per sapere come se la caverà Nancy Weeler tra le macerie della vita di Uno, a contatto con l’anima di Vecna e con la sua furia distruttrice. Per vedere se Undici recupererà totalmente i suoi poteri e se sarà in grado di fronteggiare il suo nemico. Se Max tornerà indietro dall’oblio che la tiene prigioniera.

Ma altre risposte si attendono.

Il Sottosopra potrà offrirci inaspettati sviluppi sulla sorte di Eddie, che abbiamo lasciato agonizzante, cibo per mostri volanti e pianto per morto? Rivedremo Otto, la sorella di Undici, che avevamo incontrato in passato e che sembra sparita dalla sceneggiatura? Il varco aperto sarà richiuso, oppure il destino del mondo è alla fine, con il dominio di Vecna esteso oltre la labile barriera spaziotemporale? Si salveranno i nostri eroi o ci saranno altri pianti dietro l’angolo?
La soluzione di alcuni indizi e l’incastro di piccoli dettagli, che ancora non hanno avuto collocazione nel grande dipanarsi della trama, è dunque probabile che troveranno risposta nella futura e ultima stagione. Una stagione in cui immaginiamo un ruolo cardine per Will – lui che fin qui è protagonista offuscato e sempre un passo indietro agli altri – magari grazie al suo “collegamento” con il Sottosopra e il Mindflyer.
Per conoscere l’epilogo di una storia che ha tenuto incollate al teleschermo milioni di appassionati in tutto il mondo bisognerà solo aspettare e incrociare le dita. Ma di una cosa sono certa: che i nostri beniamini saranno tutti pronti a dare battaglia e che i fratelli Duffer non ci deluderanno.
Ne vedremo delle belle!


Loriana Lucciarini
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