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Dicembre ai tropici: viaggio in famiglia nelle Filippine

Dicembre ai tropici: viaggio in famiglia nelle Filippine

Dicembre ai tropici: viaggio in famiglia nelle Filippin

Mamme in viaggio Di Sonia Borrini. Un viaggio che intreccia caos urbano e mare, storia coloniale e presente. Madre e figlia pre-adolescente nelle Filippine a dicembre, tra jet lag, clima tropicale, vita quotidiana a Manila, tradizioni natalizie, piatti tipici e incontri familiari.

Io e la mia pre-adolescente atterriamo a Manila dopo un lunghissimo (e costoso) viaggio con Cathay Pacific, la compagnia di Hong Kong. Oltre al jet lag, ci aspetta subito uno shock climatico: arriviamo dall’inverno europeo a un clima tropicale, caldo e umido, con temperature intorno ai 28–30 gradi anche a dicembre.
Sappiamo che il jet lag sarà duro da gestire, ma non immaginavo così tanto: sette ore di differenza che il corpo si rifiuta di accettare, nonostante l’assunzione di melatonina. Il primo giorno, semplicemente, dormiamo. Manila può aspettare.

Quando finalmente usciamo, Manila si presenta per quello che è: una metropoli enorme, caotica, viva.

Metro Manila, l’area metropolitana che comprende Manila e le città circostanti, conta oltre 13 milioni di abitanti, che diventano più di 24 milioni se si considera l’intera area urbana allargata. Grattacieli, quartieri residenziali, mercati, un traffico quasi costante e una quantità impressionante di centri commerciali: qui i mall non sono solo luoghi per fare acquisti, ma veri spazi di vita sociale, climatizzati e onnipresenti.

Manila

I mezzi di trasporto sono un capitolo a parte e mi affascinano da subito.

Il più iconico è il jeepney, coloratissimo e rumoroso, nato dai veicoli militari americani lasciati dopo la Seconda Guerra Mondiale e trasformato in mezzo di trasporto pubblico. Poi ci sono i tricycle (una moto con una sorta di carrozzino laterale coperto), le pedicab e le habal- habal, moto adattate per portare più passeggeri possibile. Un sistema informale, creativo e decisamente affascinante, anche se non sempre intuitivo per chi arriva da fuori.

Mezzi di trasporto

Alloggiamo dalla nostra amica Camilla e dalla sua famiglia a Pasig, in una delle tante gated communities residenziali della capitale.

È dicembre e ovunque ci sono luci natalizie: qui il Natale è una cosa seria. Scopriamo che le decorazioni iniziano già a settembre e vanno avanti fino a gennaio. Il periodo natalizio più lungo del mondo, dicono. E ci credo.
Non possiamo non fermarci per un bubble tea, anche se non ne vado matta. Nato a Taiwan negli anni ’80, il bubble tea è passato da bevanda locale a vera moda mondiale, oggi diffusa in ogni continente. Nelle Filippine è parte integrante della vita urbana, soprattutto nei mall. È quasi un rito.

Original bubble tea

A Natale realizzo un’altra cosa: i filippini, a tavola, sono peggio degli italiani!

Si mangia dalle sei di sera fino a mezzanotte.
La cucina è molto importante qui. Il riso è ovunque, a ogni pasto, anche a colazione: riso con cioccolata calda (champorado) e, per fortuna opzionale, con pesciolini fritti.
Tutto tende al dolce, sorprendentemente dolce: anche la lasagna. Mia adora la cucina filippina e, fin dal primo pasto, ammette che non se ne andrebbe più. Io, da vegetariana, quello che ho apprezzato di più è stata la frutta – i mango soprattutto.
BOX CUCINA
Tra i piatti più iconici delle Filippine c’è l’adobo, spesso considerato il piatto nazionale non ufficiale. È una preparazione semplice e profondamente identitaria, presente in innumerevoli varianti familiari in tutto l’arcipelago.
L’adobo è a base di carne (di solito pollo o maiale) brasata lentamente in una salsa sapida e leggermente acidula fatta di aceto, salsa di soia, aglio, foglie di alloro e grani di pepe. Viene quasi sempre servito con riso bianco.
La preparazione prevede una prima rosolatura della carne, seguita da una lunga cottura nel liquido aromatizzato fino a renderla tenerissima. Spesso la salsa viene poi ridotta, per concentrare i sapori e ottenere una consistenza più ricca.
L’uso dell’aceto non è casuale: oltre al gusto, garantisce una lunga conservazione, caratteristica fondamentale nella cucina tradizionale filippina prima dell’era della refrigerazione. Ogni famiglia ha la sua versione: più o meno acida, più secca o più brodosa, con varianti che includono zucchero, latte di cocco o peperoncino.

La cucina racconta anche la storia del Paese: la colonizzazione.

Dopo oltre 300 anni di colonizzazione spagnola, restano piatti come la tortilla e la paella.
Gli spagnoli hanno anche portato una forte impronta cattolica: le Filippine sono infatti il Paese asiatico con la più grande popolazione cattolica e una delle poche nazioni asiatiche a maggioranza cattolica.
Anche la lingua riflette questa eredità, con moltissime parole spagnole entrate nel tagalog (o filipino): nei giorni della settimana, nei cibi e nei saluti: “Come stai?” diventa "Kumusta?" (da “¿cómo está?”). Una lingua affascinante, musicale, piena di influenze. "Grazie" è "Salamat", "Buongiorno" è "Magandang umaga". L’inglese è lingua ufficiale e molto diffusa, tanto che molti studenti dal Giappone e da altri Paesi asiatici vengono qui proprio per studiarlo.
Accanto all’eredità spagnola si sentono forti anche le influenze giapponesi e americane, soprattutto nel cibo, nell’educazione e nella cultura pop. Basta notare il business intorno ai manga.

Un’altra curiosità affascinante riguarda la bandiera filippina.

Ideata nel 1897 durante la lotta per l’indipendenza, è l’unica al mondo che viene esposta con i colori invertiti in tempo di guerra, con il rosso sopra il blu – una disposizione utilizzata storicamente per l’ultima volta, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Con la nostra “famiglia filippina adottiva” partiamo per qualche giorno a tre ore a sud di Manila, nella provincia di Batangas.

Alloggiamo al Palm Beach Resort di Laiya. Una fuga dalla capitale fatta di mare, snorkeling e attività acquatiche. Scopro che anche qui è arrivato il padel, oltre allo sport nazionale del badminton e al sempre più popolare pickleball.
A pochi metri dalla spiaggia incontriamo anche un piccolo Nemo, tra mille pesci di forme e colori diversi. Passerei ore ad ammirarli.

Rientrati a Manila, continuiamo a fare i turisti con una visita a Intramuros.

È la città murata costruita dagli spagnoli nel XVI secolo, dove un tempo vivevano esclusivamente famiglie spagnole. Strade acciottolate, mura imponenti, chiese storiche come San Agustin e un giro in calesse, la carrozza trainata da cavalli, che sembra riportarti indietro nel tempo, lontano dal traffico della città moderna. La visita guidata e il giro in calesse ci sono costati circa 1000 pesos in totale (poco più di 14 euro, considerando un cambio di circa 69 pesos per euro).
Visitiamo anche Fort Santiago, con le sue fortificazioni di epoca spagnola, le prigioni sotterranee e il santuario dedicato all’eroe nazionale José Rizal, celebrato proprio il giorno della nostra visita, il 30 dicembre. Entriamo anche in un museo curioso, con ricostruzioni in Lego degli edifici storici di Intramuros durante il periodo coloniale.

Town and sea

Ci tenevamo anche a visitare Binondo.

Storicamente il cuore della comunità Chinoy (da Chinese + Pinoy, filippino) ed è considerata la Chinatown più antica del mondo, fondata nel 1594. Un labirinto di strade affollate, insegne colorate, templi cinesi incastrati tra palazzi, negozi di erboristeria e ristoranti storici. Un concentrato di rumore, odori e vita, dove la cultura cinese si mescola da secoli con quella filippina.



Il Capodanno lo festeggiamo in casa.

Coi 28 membri della super accogliente famiglia di Camilla. C’è tantissimo da mangiare. Sono stati invitati anche alcuni studenti del seminario (fondato da un prete di Messina) per cantare. C’è il tradizionale gioco delle monete: si lanciano a terra e i bambini corrono a raccoglierne il più possibile, come augurio di prosperità. I filippini amano i fuochi d’artificio, forse fin troppo. Festeggiamo con le mascherine per il fumo e mi raccontano che anni fa ci si svegliava il primo gennaio con il naso nero.

Noi, come se non bastasse, abbiamo prenotato un volo alle 5.45 del mattino del primo gennaio.

Direttamente dalla festa all’aeroporto. Per poi passare 16 ore di scalo a Hong Kong – ma questa è un’altra storia, e magari un altro articolo. Una follia, sì, dalla quale ancora ci stiamo riprendendo.
Una sola settimana, nella quale molto tempo lo abbiamo passato in famiglia. Ma con le Filippine è solo un arrivederci: speriamo la prossima volta di visitare vulcani e le isole più belle. In ogni caso, sono abbastanza sicura che Mia si ricorderà di questo viaggio per tutta la vita.


© Sonia Borrini

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Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Libri Recensione di Davide Dotto. Che succede a Baum? di Woody Allen (La nave di Teseo). Il primo romanzo di Woody Allen, tra cinema, nevrosi autoriali e una satira fuori dal nostro tempo. Un Sisifo senza il mito, un alter ego dell'uomo moderno.

Che succede a Baum, pubblicato alla soglia dei novant'anni, è il primo romanzo di Woody Allen. Arriva, però, da un autore da sempre riconosciuto come “scrittore”: lo testimoniano decenni di sceneggiature, racconti e l’autobiografia A proposito di niente.
Nelle pagine del libro riaffiorano così tanti richiami a film, scene e battute del suo cinema, echi shakespeariani, che si è quasi tentati di farne un inventario, o di leggerlo come un omaggio a sé stesso.



Baum, un Sisifo senza il mito, un alter ego dell'uomo moderno.

Le vicende e le confessioni di Baum rievocano in modo esplicito il mito di Sisifo, ma senza la figura di Sisifo: non l’impresa titanica, bensì la condizione umana che riguarda ciascuno di noi. Baum non è una macchietta, ma un alter ego dell’uomo moderno: incarna le paure di Allen e lo stile inconfondibile del regista newyorkese, trascendendo l’idea pura per abbracciare il dubbio e l’ossessione delle grandi domande.



Il controllo del regista: quando il limite diventa sostanza.

Non è del tutto chiaro se prevalga un certo fatalismo, o se esso non sia piuttosto il risultato di una comprensione profonda — e disincantata — della natura umana. È come se ci si limitasse a osservare l’esistenza entro un contesto “stilizzato”, sottraendola alle sue asperità reali per restituirla in una forma che non pretende di risolverla, ma la rende intelligibile.
C’è uno stratagemma narrativo che, almeno all’inizio, può disorientare il lettore: il brusco cambiamento di punto di vista. All’improvviso, infatti, si inserisce un’altra voce — un dialogo con sé stesso, un miscuglio di prima e terza persona — quasi che il racconto si trasformasse in un film e la confessione di Baum diventasse un colloquio con l’autore, con un regista immaginario o, forse, con la propria anima. Si tratta, però, di un espediente coerente, perché sappiamo da dove proviene: l’ingerenza autoriale è inevitabile. Woody Allen è iconico, possiede un dizionario e una grammatica completamente suoi, elementi che rendono riconoscibile ogni sua frase e che, proprio per questo, impediscono qualunque imitazione. Nel senso che, se un altro autore ricorresse allo stesso espediente, il risultato non sarebbe affatto garantito.
A ciò si aggiunge un altro aspetto significativo.

Che succede a Baum è scritto senza stacchi, in un continuum narrativo che sembra adottare un strumento consolidato, quello del flusso di coscienza.

Un continuum narrativo che, in questo caso, si fa addirittura duplice quando interviene il dialogo con sé stesso, creando una corrente che si divide, si confronta e si ricompone. Una scelta che amplifica la sensazione di assistere sia a un monologo sia a una mise en scène dove la mente di Baum e la voce dell’autore condividono lo stesso spazio scenico.
Baum non possiede alcuna vita interiore strutturata: non dialoga davvero con sé stesso, ma con la realtà che lo assedia e lo pervade. Il suo non è un confronto spirituale, bensì una reazione continua agli stimoli del mondo, alle sue paure e ai suoi fantasmi quotidiani. La quiete appartiene solo a chi racconta, all’autore che osserva le vicende dall’esterno e ne orchestra il ritmo. La sorte di Baum è tutt’altra cosa: un moto perpetuo, un’inquietudine che non concede tregua e che lo spinge verso un dialogo incessante con ciò che gli accade, non con ciò che egli è. Proprio da questa distanza (tra l’autore e il suo personaggio) si apre una fessura da cui filtra l’ironia, il paradosso, la nevrosi.

Baum finisce per rispecchiare le paure più profonde di Allen, comprese quelle squisitamente creative.

Il timore, ad esempio, di faticare "a creare personaggi che troppo spesso erano solo veicoli per le sue idee". Ma la densità psicologica conferita è tale da far dimenticare ogni strumentalità.
Woody Allen ne è pienamente consapevole: «Ci vuole un grande scrittore per infondere vita a tutte quelle domande senza risposta». Eppure, con la consueta spietatezza, lascia che da Baum emergano solo compitini moralistici, quasi a voler denunciare l’impossibilità di risolvere letterariamente l’enigma dell’esistenza.
E lo fa con lucida intenzione. Baum deve rassegnarsi al proprio destino nel momento esatto in cui cerca di rompere l'incanto narrativo restituendo al mondo la cruda realtà, priva di filtri ironici o schermi protettivi. È un desiderio postumo di autenticità che si scontra con il limite invalicabile della sua natura letteraria: simile a un farmaco con le sue controindicazioni, è filtrata da una messinscena che trasforma il dolore in una posa stilizzata, rendendo la sua ribellione un ultimo, tragico atto di satira.
Se un simile espediente fosse usato da un altro autore, gli si contesterebbe immediatamente un problema di focalizzazione o un'eccessiva ingerenza autoriale. Qui il limite diventa sostanza: significa non smettere i panni del «regista», esercitando una forma di controllo che non concede autonomia al personaggio, ma lo costringe entro il perimetro di una visione precisa.

Una satira fuori dal tempo.

L’esistenza viene esorcizzata, senza doverle attribuire per forza un senso e anzi ci si libera proprio dalla necessità di trovarne uno (come in Un giorno di pioggia a New York). Al massimo si consente — entro certi limiti — un accomodamento tra sogno e realtà (tema centrale anche in La ruota delle meraviglie). E se casomai questa risposta venisse trovata non potrebbe essere  rivelata.
La narrazione — letteraria o cinematografica — non dà un senso, lo sostituisce o persino lo copre per la necessità disperata di un compromesso. Trasforma la vita in struttura, l’angoscia in ritmo, il nonsense in ironia. È questo il modo in cui l'esistenza viene resa maneggiabile: non perché illuminata da un significato, ma perché filtrata dall’atto stesso del raccontare (come accade nel suo cinema più personale, da Interiors in avanti).

Si è parlato di realtà: ma qual è quella descritta? Paradossalmente è fuori dal tempo.

Il linguaggio è lo stesso da decenni, immutabile, e in queste pagine – come nei suoi film – non compaiono tablet, né cellulari, né social. È il mondo sospeso delle sceneggiature e della macchina da scrivere con la quale è stata scritta persino questa storia.
La New York che si vede è astratta e riconoscibile allo stesso tempo, evocata da Gershwin nel celebre incipit di Manhattan, e in cui è ancora possibile esercitare una satira contro la morale piccolo borghese, forse proprio perché oggi non lo si può essere più, “piccolo borghesi”.
Si pone quindi un problema narrativo tutt’altro che secondario: esiste per Allen una linea temporale che non può essere varcata e che lo tiene al riparo dalle dinamiche contemporanee. Al di là di quella soglia – il linguaggio, la tecnologia, il nuovo – Woody Allen non risuonerebbe più. La sua poetica vive in una dimensione laterale, anacronistica e protetta.

Che succede a Baum è un racconto che non coincide con quello in cui viviamo, ma con quello in cui lo scrittore/sceneggiatore/regista può ancora esistere come autore.

Nel romanzo riaffiora anche una satira a tratti feroce, accompagnata da un cinismo che sfiora il macabro. Sono elementi che, letti oggi, possono risultare meno efficaci — complice la presenza di riferimenti non esattamente “a prova di cancel culture”. Ma in fondo è forse proprio questa loro dissonanza a preservarne il valore: ciò che oggi “non funziona” continua a testimoniare uno stile, una firma inconfondibile.
Lo si avverte in una frase che racchiude forse la postura etica più segreta del romanzo: «Gli sembrava l’ennesima ingiustizia in questa esistenza ingrata che cerca di spacciare per indifferenza quella che invece è malvagità pura e semplice».
È un’intuizione profonda: la malvagità quotidiana, che diventa normale per inerzia. È contro questo male minimo — e perciò pericoloso — che la satira si fa feroce. È la percezione di chi, nato negli anni Trenta, ha vissuto con la convinzione che il mondo potesse davvero finire.

Che succede a Baum non propone una divisione morale, né invita a schierarsi dalla “parte giusta”. 

Lo sguardo è universale, quasi antropologico: non giudica, osserva. I soliloqui di Baum non conducono a una crescita, né a un percorso spirituale, perché non c’è nulla da raggiungere; c’è piuttosto un affresco dell’esistenza, una fotografia di piccole meschinità e autoinganni. In altre parole: la spiritualità affiora come sintomo, malattia da curare: qualcosa che non guida, bensì che va contenuto.
Se proprio si volesse tracciare una linea di demarcazione, non sarebbe tra innocenti e colpevoli, ma tra chi rischia — e ha successo — e chi invece “rosica”, imprigionato in una inettitudine da cui vorrebbe uscire, anche a costo di ribaltare le certezze e il mondo di cui fa parte.
Non si può parlare di un “grattare via la vernice nella vita degli altri”. Allen non è un autore che smaschera o che penetra il lato nascosto delle persone: preferisce osservare la superficie attraverso il filtro delle proprie nevrosi. Non indaga, riflette. I personaggi non vengono rivelati, ma rispecchiati: diventano specchi che amplificano il caos interiore. È da questa distanza che emergono la caricatura, l’assurdo e la dimensione grottesca.


Che succede a Baum?


di Woody Allen
La nave di Teseo
Romanzo
ISBN: 978-8834621967
Cartaceo 19,00€
Ebook 11,99€

Quarta

Asher Baum sta perdendo la testa. Come biasimarlo? È un giornalista ebreo di mezza età, diventato romanziere e drammaturgo e consumato dall’ansia per qualsiasi cosa, i suoi ampollosi libri filosofici ricevono recensioni tiepide e il suo prestigioso editore newyorkese lo ha scaricato. Il suo terzo matrimonio è in crisi, teme che la moglie, laureata ad Harvard, sia stata sedotta da suo fratello minore, bello e vincente, mentre sospetta anche del loro vicino in Connecticut. In più, lo mette molto a disagio il legame che sua moglie ha con il figlio, uno scrittore più affermato di lui. Come se non bastasse, in un attimo di follia ha cercato di baciare una giovane e attraente giornalista durante un’intervista, che lei sta per rendere pubblica. C’è da stupirsi che Baum abbia iniziato a parlare da solo? Gli sconosciuti che lo incrociano per strada scuotono la testa e lo evitano. Nel frattempo, però, Baum ha scoperto un segreto esplosivo: meglio tenerlo per sé, o rivelarlo e mandare all’aria il suo matrimonio? Che succede a Baum? è il primo romanzo di Woody Allen ed è tutto ciò che ci si aspetterebbe da lui, e molto di più. Il ritratto di un intellettuale paralizzato dalle nevrosi sulla futilità e il vuoto della vita; uno sguardo irriverente sui miti dell’editoria newyorkese; soprattutto, una storia divertente, dalla trama serrata e dalla scrittura impeccabile, da uno dei più grandi e versatili talenti cinematografici e letterari americani. Un romanzo che farà tremare il mondo letterario.



Davide Dotto
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Recensione: È stata tutta vita, di Valentina Mastroianni

Recensione: È stata tutta vita, di Valentina Mastroianni

Recensione: È stata tutta vita, di Valentina Mastroianni

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. È stata tutta vita – Cesare, il viaggio che ci ha cambiato il cuore di Valentina Mastroianni (De Agostini). Un memoir che è una discesa agli inferi: il congedo di una madre da suo figlio a causa di una malattia rara che lo ha portato via in tenera età.

Ci sono storie che non dovrebbero mai esistere. Sono contro l’ordine naturale delle cose. Un bambino che si ammala in tenerissima età per poi lasciare questo mondo all’inizio della prima elementare suona come un errore del creato. Non è giusto che un bambino muoia. Non è giusto nemmeno che trascorra la maggior parte della sua vita soffrendo. Non è giusto in nessun modo la si guardi. Eppure, talvolta, accade.

La storia di Cesare – Cece – Zambon è nota a molti.

Io stessa ne sono venuta a conoscenza, nelle ultime fasi, seguendo la pagina di Instagram La storia di Cesare gestita dalla madre Valentina Mastroianni.
Cesare era un bel bambino biondo e allegro, amante della musica, a cui a pochi mesi, nel 2018, era già stata diagnosticata la neurofibromatosi di tipo 1, una malattia genetica rara che sarebbe potuta persino rimanere silente. Invece a diciotto mesi Cesare aveva già perso la vista, a causa di un glioma sul chiasmo ottico.

È stata tutta vita è il terzo libro in cui Valentina Mastroianni parla di Cesare, questa volta per raccontarne il congedo.

La storia inizia otto mesi prima della morte del bambino quando la famiglia di Cesare, col padre Federico e i fratelli Alessandro e Teresa, a metà del 2024 si trasferisce dalla provincia di Trieste a Genova dove, tra le altre cose, c’è l’ospedale Gaslini, un’eccellenza per la cura dei minori.
Per qualche anno il tumore di Cesare è stato tenuto sotto controllo e il piccolo ha imparato a convivere con la cecità; lui e la sua famiglia hanno dovuto inventarsi una vita a misura di disabilità e ci sono anche riusciti.
La situazione cambia nell’estate del 2024 quando si evidenzia che i farmaci chemioterapici che Cesare assume di continuo gli hanno compromesso i reni e allora vanno sospesi, la terapia va ricalibrata, tutto si sballa di nuovo. Ogni equilibrio, già precario, salta, a questo punto Valentina comincia a intuire di essere arrivati al punto di non ritorno. Cesare perde mordente, lentamente si spegne, non è più lo stesso.

L’argento vivo del bimbo biondo e vivace sfuma.

Valentina, prima di tutti gli altri in famiglia, in un continuo braccio di ferro tra cuore e cervello, tra speranza e tristi presagi, deve metabolizzare l’idea con cui nessuna madre vorrebbe mai dover fare i conti: suo figlio presto la lascerà. Suo figlio non tornerà più quello di prima, suo figlio morirà e lei dovrà accettarlo e lasciarlo andare, anche perché le sofferenze costanti con cui il piccolo combatte ogni giorno non renderebbero accettabile la sua qualità di vita.

Da un punto di vista umano, fisico, il libro è una discesa agli inferi.

Si parte da una situazione di relativa stabilità per rotolare sempre più giù, verso una condizione straziante. I momenti di svago per Cesare diventano sempre meno numerosi, le sue risate sempre più rare, e per questo sempre più preziose: Valentina e Federico sono determinati ad afferrare e a vivere in pienezza ogni piccola gioia. A cercare normalità e amore in ogni piega positiva della giornata.
Ma poi il tracollo di Cesare è inevitabile, gli ultimi giorni verranno trascorsi al Guscio, una specie di hospice, quasi una casa, all’interno del Gaslini, per i malati terminali.

Dal punto di vista fisico e umano è una sconfitta, non credo di fare spoiler perché gli eventi sono già noti ai più.

Cesare si spegne un mattino di febbraio del 2025, vicino al suo cane Joy che non lo ha mai abbandonato.
Però in un libro la trama e il finale non sono tutto: conta molto il modo in cui gli eventi sono raccontati. Valentina Mastroianni non si abbandona mai alla disperazione: lei celebra la vita. Sempre. E celebra l’amore. Dichiara, ben due volte, in questo libro, di non avere mai incontrato la fede. Tuttavia non esclude che alcuni eventi siano curiose coincidenze, che alcune scelte non siano venute per caso. Che sia stato Cesare a guidarli fino a Genova, dove era destino che iniziassero la loro nuova vita. Che alcuni sogni siano stati premonizioni di ciò che stava per accadere. E ci spiega che anche il viaggio con Cesare, per quanto drammatico, ha avuto un senso: ha cambiato il cuore di tutti quelli che ha avuto intorno. Li ha aperti all’amore. E l’amore rimane.

Nonostante tutto, Cesare è stato un immenso dono e non scomparirà mai, anche se ha concluso il suo cammino sulla terra.

Mi viene in mente una vecchia canzone dei Gen Rosso: "[Dio] ha nascosto amore dietro apparenze di morte e di dolore”.
La morte di un bambino, di un figlio, è straziante. Non dovrebbe accadere mai. Non sappiamo perché Dio, il Destino, la Vita, il Caso lo permettono. Eppure accade.
Solo l’Amore può trovare un senso.


È stata tutta vita
Cesare, il viaggio che ci ha cambiato il cuore

di Valentina Mastroianni
Memoir
DE AGOSTINI
ISBN 979-1221220728
Cartaceo 17,00€
Ebook 10,99€

Quarta

Dall'autrice che ha toccato il cuore di oltre 150.000 lettori, l'ultimo libro di Cesare:
 un racconto struggente di amore che continua oltre la fine.
Il tempo ha un suono diverso quando sai che sta per finire. Una mamma lo sa, lo sente. Gli ultimi mesi sono volati, scanditi da visite mediche, nuove sfide e momenti preziosi: Cesare ascolta in loop le sue canzoni preferite, esprime desideri. Vuole andare al parco, fare un giro in moto, poi in barca a vela. E mentre Valentina cerca un modo per restare aggrappata all'amore, ai ricordi di ogni risata, il suo Cece si sta spegnendo.
Sono momenti in cui tutto vacilla, il destino si fa crudele e tu puoi scegliere se chiuderti alla vita o prenderla per mano, anche quando fa più male, e lasciare che l'amore seminato continui a fiorire anche dopo. Perché anche se non puoi salvare tuo figlio, puoi salvare la dignità di quel tempo insieme, i momenti felici, la memoria. Puoi salvare te stessa e chi ti sta intorno, scegliendo di vivere e abbracciare la bellezza anche nel dolore. Come un amore che si espande, che non salva una vita, ma dà vita a tutto ciò che la circonda.
Così, Valentina torna a raccontare. Tra le corsie del Gaslini e il mare di Genova, tra le avventure in canoa e le gite in treno, questo libro celebra ciò che rimane quando la vita si trasforma. Racconta l'amore che continua a vivere in chi resta, il dolore che chiede di essere attraversato, ma soprattutto una storia di vita piena, intensa, bellissima.
Perché Cece ha combattuto contro una malattia rara e feroce, ma ha anche riso, cantato, amato con forza. E soprattutto, ha vissuto. Così tanto da insegnare a chiunque lo ha incontrato come si lotta e vive davvero, con coraggio, fino in fondo.
È stata tutta vita è un messaggio per chi non ha smesso di credere. Per chi, anche nel dolore, cerca la luce. Per non dimenticare che a volte i figli arrivano da altri pianeti e ci insegnano come si vola, anche quando vanno via.


Elena Genero Santoro
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