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Garzanti
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Recensione: Avevano spento anche la luna, di Ruta Sepetys

Recensione: Avevano spento anche la luna, di Ruta Sepetys

Recensione: Avevano spento anche la luna, di Ruta Sepetys

Libri Recensione di Silvia Pattarini. Avevano spento anche la luna  di Ruta Sepetys (Garzanti). Un romanzo potente sul genocidio dei lituani che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.

Il romanzo di Ruta Sepetys è un importante documento storico, poiché si ispira a una storia vera, drammatica e dai risvolti tragici. Bisogna premettere che non solo gli ebrei furono deportati nei campi di concentramento ai tempi di Hitler, ma un’altra dittatura, non meno bestiale e cruenta, imperversava in Europa in quei tragici anni: il regime stalinista nella sconfinata Unione Sovietica.

Dopo aver occupato gli stati baltici di Lettonia, Estonia e Lituania, il Cremlino stilò dei lunghi elenchi riportanti i nomi di persone considerate ostili al regime, che in seguito furono deportate nei gulag, ovvero campi di lavoro in Siberia.

Questa tragica sorte tocca anche alla giovane Lina; nel giugno del 1941 viene deportata nei campi di lavoro (gulag) con la madre e il fratellino di undici anni, colpevoli solo di risultare iscritti in quei lunghi elenchi, insieme a centinaia di persone, senza nemmeno sapere il perché.
Stipati come sardine in un lurido treno merci, nella carrozza al cui esterno campeggia la dicitura “ladri e prostitute”, trattati come criminali, i deportati, in maggioranza lituani, iniziano il loro viaggio infernale verso l’ignoto.
Il prete alzò lo sguardo, spruzzò dell’olio e si fece il segno della croce mentre il nostro treno si allontanava sferragliando. Stava dando l’estrema unzione. Ruta Sepetys, Avevano spento anche la luna

Dopo diverse settimane il treno ferma nella remota regione dei Monti Altaj, in quello che per Lina, sua madre, il fratellino e tutti gli altri segnerà l’inizio della schiavitù.

Privati di ogni genere di conforto, costretti al duro lavoro nei campi e all'indigenza, a scavare fosse per guadagnarsi anche un solo tozzo di pane, i giorni sono interminabili. Lina trova rifugio nei suoi disegni: userà la sua arte per disegnare gli orrori che vive nel quotidiano, mentre cerca disperatamente di mettersi in contatto col padre, anche lui detenuto prigioniero dai sovietici in una ignota destinazione. Tutti i deportati sono costretti a subire maltrattamenti e angherie da parte della polizia sovietica, a patire il freddo e la fame.
Dopo qualche tempo Lina, la madre, il fratello e pochi altri vengono caricati a forza prima su un camion e poi imbarcati su un piroscafo, verso una nuova destinazione: Trofimovsk, in Siberia. Sulle sponde del Mar Glaciale Artico la notte dura mesi, è difficile scaldarsi e sopravvivere. Raccolgono le reti da pesca, dimenticate dai pescatori sulla battigia per coprirsi un po’. Molti si ammalano, altri muoiono di freddo e di malnutrizione, le possibilità di resistere fino al sorgere del nuovo sole sono remote. Lina s’aggrappa alla speranza e ai suoi disegni.

Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys è una lettura dolorosa, cruda, per lettori coraggiosi, strappa il respiro.

Le atrocità raccontate in certi punti sono difficili da sopportare: malvagità e disumanità s'intrecciano, lasciano il lettore indignato e con un nodo in gola e sorge spontanea la domanda: com'è potuto accadere? Verità sconcertanti, per troppo tempo taciute perché scomode, urlano il loro dolore, pesano come macigni, necessitano di uscire allo scoperto.
Solo in tempi recenti, qualcuno ha avuto il coraggio di raccontare gli abusi subiti. Come spiega l’autrice Ruta Sepetys in una nota a fine libro, ha svolto numerose ricerche, si è recata personalmente in Lituania dove ha incontrato i parenti dei deportati, alcuni superstiti dei gulag, nonché storici, psicologi e funzionari governativi. Qualcuno ha lasciato delle memorie scritte e dei disegni, ben celati in scatole di legno e poi interrate, nascoste ai sovietici per paura di ritorsioni. I sovietici hanno cercato di insabbiare il genocidio del popolo lituano, come del resto è già accaduto col genocidio degli ebrei da parte dei nazisti. Un libro che racconta una vergognosa e triste pagina di storia. Un romanzo da leggere, per riflettere sul valore della memoria, perché ricordare, tramandare e non dimenticare è il primo passo per evitare che il male possa di nuovo bussare alle nostre porte.



Avevano spento anche la luna

di Ruta Sepetys
Garzanti
Romanzo storico
ISBN 978-8811006022
Cartaceo 10,40€
Ebook 3,99€

Sinossi

Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell'università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all'arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno. Ma c'è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l'unico modo, se c'è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onorerà per mezzo dell'arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia. Ispirato a una storia vera, "Avevano spento anche la luna" spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Definito all'unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.

Gulag, 1930s | Photo-exhibition «International Women’s Day – History in Photos»
UNDP Ukraine

Silvia Pattarini

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Recensione: Cosa è mai una firmetta, di Andrea Vitali

Recensione: Cosa è mai una firmetta, di Andrea Vitali

Recensione: Cosa è mai una firmetta, di Andrea Vitali

Libri Recensione di Silvia Pattarini. Cosa è mai una firmetta di Andrea Vitali (Garzanti). Capace di strappare un sorriso a ogni piega del racconto con le sue fulminanti invenzioni, non risparmia lo scavo tra gli istinti primordiali dei suoi personaggi, fino a metterne a nudo il cinismo che li divora.

Ha tutta l’aria di assomigliare a una commedia di Egidio Carella, commediografo e poeta dialettale piacentino, Cosa è mai una firmetta, l’ultimo libro di Andrea Vitali. Grande senso di ironia che caratterizza tutto il romanzo, ambientato nell’anno 1956 e come spesso accade nei libri di Andrea Vitali, nella zona del lago di Lecco; da lì la trama si dipana ai paesi limitrofi. Il lago, però, non fa né da sfondo né da cornice, è una semplice macchia azzurra su una carta geografica e delimita il territorio.
Da cornice fa piuttosto la stazione, tratta Lecco-Bellano, Bellano-Lecco luogo di tribolati andirivieni per il protagonista, il perito industriale Augusto Prinivelli.

Dissacrando ogni libro di grammatica che si rispetti, Andrea Vitali, da buon lombardo sdogana l'articolo determinativo e lo antepone ai nomi propri, sia al maschile che al femminile.

È un gioco simpatico, quindi penso: “Se lo fa lui, posso azzardare anch’io?” nel mio caso sarei tacciata d’ignoranza, ma a lui, il maestro Dott. Vitali, come prima di lui Camilleri e Guareschi, ogni deroga alla grammatica e alla sintassi è concessa.

I personaggi sono tutti stereotipati e ben caratterizzati.

Tripolina, l’ottantenne zia materna, incarna alla perfezione il ruolo di vecchietta un po’ ingenua, poco avvezza alle novità e alle nuove tecnologie, come il telefono, oggetto d’avanguardia che guarda con sospetto. É il mio personaggio preferito e mi ha ricordato certe vecchine in abito nero che ho conosciuto anni fa.
La moglie dell’Augusto, Bazzi Birce, due canne bucate al posto del naso, ha le idee molto chiare, sa ciò che vuole e come ottenerlo. Con un marito che è un eterno indeciso, tocca a lei decidere come fare e quando fare, visto che c'è di mezzo l'interesse.
Al contrario del marito, sa il fatto suo il padre della Bazzi Birce, tale Bazzi Vinicio, imprenditore che non ama perdere tempo. Un affare o si conclude subito, o si passa a un altro affare.
Nella rosa dei protagonisti anche la madre di Bazzi Birce, nonché suocera del Prinivelli e moglie del Bazzi Vinicio: la Sapienza Domestica, dispensa consigli alla figlia, anche non richiesti.
E poi la fantastica Gemma giunta da Colico, vedova, 38 anni ben portati, astuta e portatrice sana di equivoci, fa perdere la testa a molti uomini, e col protagonista... be’ non posso anticipare di più.
Tanti i protagonisti secondari che si avvicendano in divertenti siparietti, rivelando sentimenti, cinismo e istinti primordiali. Degni di nota i loro nomi che l'autore pare aver cucito su misura in base al ruolo: il Cassa da Morto, è il titolare delle pompe funebri, per esempio.

La trama scorre via che è un piacere, capitoli brevi, alcuni brevissimi, che permettono al lettore di concedersi qualche pausa caffè, tra una pagina e l'altra.

Quando si inizia a leggere, è un’onda in piena che ti travolge e non vorresti più staccare gli occhi dal libro, risate comprese tra vocaboli in dialetto lombardo e modi di dire piuttosto coloriti.
«La prima cosa che colpisce Bazzi Birce e l’Augusto ancora sulla soglia di casa, mentre la Tripolina già piange, è un odore di brucio.
C’è qualcosa che brucia.
È la Birce a dirlo.
Il caffè, risponde l’Augusto e scatta a spegnere il gas e a scottarsi le dita con la moka ormai da buttare via. Andrea Vitali, Cosa è mai una firmetta
Perché crocifiggere il discorso diretto tra pompose virgolette o appuntite caporali come vorrebbe l’ortografia?, meglio liberare le parole e lasciarle scorrere, fluire, così il lettore un po’ distratto potrà tornare indietro, sforzarsi e rileggere la frase che non ha capito bene, partecipare attivamente al gioco creato dall'autore per il lettore.
Un libro divertente che consiglio a chi è in cerca di leggerezza e ha voglia di passare qualche ora piacevole in un contesto d’altri tempi.


Cosa è mai una firmetta

di Andrea Vitali
Garzanti
Narrativa
ISBN 978-8811003083
Cartaceo 17,67€
Ebook 9,90€

Quarta

Di stare a Bellano il venticinquenne Augusto Prinivelli, perito industriale, non ne può più. Sogna un’altra vita, sogna la città. Così ha cercato e trovato lavoro a Lecco presso la Bazzi Vinicio-minuterie metalliche. E non è finita. Quando l’anziana zia Tripolina, con cui vive da che è rimasto orfano, dovesse morire, venderà il putrido caseggiato di quattro piani di cui lei è proprietaria, manderà al diavolo quei morti di fame che sono in affitto e tanti saluti. Ma l’Augusto non ha fatto i conti col destino. La mattina di mercoledì 8 febbraio 1956, infatti, irrompe sulla scena Bazzi Birce. È la figlia di Bazzi Vinicio, il titolare dell’azienda, ed è colpo di fulmine. Corteggiamento, brevissimo; fidanzamento, un amen; nozze. E per il futuro? No, niente figli, piuttosto, il caseggiato… Venderlo? Alt! Un momento. Lo sa l’Augusto cosa ne verrebbe fuori rimettendolo a posto? No? Lo sa lei, la Birce, imbeccata dal padre, che per certe cose ha il fiuto giusto. E poi non si può stare ad aspettare che la zietta muoia, perché a dispetto di tutto e di tutti pare un tipo coriaceo. Non si potrebbe invece farle mettere una firmetta su un atto di cessione? Cosa sarà mai! Andrebbe tutto a posto in un niente. Oltretutto bisognerebbe arginarla la zietta, perché morta la vicina ha già trovato una nuova affittuaria. È una giovane vedova trasferita da Colico che la notte sembra lamentarsi spesso, forse avrebbe bisogno di un dottore. Sì, ma di che tipo? In questo Cosa è mai una firmetta, l’estro narrativo di Andrea Vitali sperimenta nuovi percorsi. L’osservazione del paesaggio umano che abita il suo mondo letterario si fa ancora più tagliente e impietosa. Capace di strappare un sorriso a ogni piega del racconto con le sue fulminanti invenzioni, non risparmia lo scavo tra gli istinti primordiali dei suoi personaggi, fino a metterne a nudo il cinismo che li divora.


Silvia Pattarini

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Recensione: Cercando Virginia, di Elisabetta Bricca

Recensione: Cercando Virginia, di Elisabetta Bricca

Recensione: Cercando Virginia, di Elisabetta Bricca

Libri Recensione di Maria Civita D'Auria. Cercando Virginia di Elisabetta Bricca (Garzanti). Donne in cerca di emancipazione, in un club letterario dedicato a Virginia Woolf.

Cercando Virginia è il secondo libro di Elisabetta Bricca, già autrice, traduttrice e copywriter per diverse agenzie pubblicitarie.
È ambientato a Cortona nella Toscana del 1976.
A differenza del suo primo libro, Il rifugio delle ginestre, dove la protagonista è alla ricerca del padre e dei suoi cari, in Cercando Virginia l'autrice affronta il tema dell'emancipazione femminile.

La protagonista è Emma, una ragazza forte ma anche sensibile che ama leggere, studiare, conoscere. In quanto donna, però, non può frequentare la scuola perché si deve dedicare ai lavori domestici per servire, in futuro, il proprio marito.


Lo hanno deciso i suoi genitori, piccoli proprietari terrieri che vivono nell'ignoranza, inariditi dalle fatiche quotidiane.
Suo padre è anche un uomo violento. Alza le mani spesso e volentieri sulla figlia e la moglie, appena si azzardano ad aprire bocca per contestarne le decisioni.
Un personaggio, quest'ultimo, che esercita il suo potere e considera la moglie e i figli, solo bocche da sfamare.
La madre è completamente soggiogata dal marito, ed Emma non ha alcuna voglia di somigliarle. È invecchiata sotto il peso della fatica e della tirannia del padre.

In famiglia l'unica persona per cui Emma nutre un affetto profondo, è il fratello Settimio.

Anche lui ama leggere, soprattutto autori russi. Lo nasconde a suo padre, il quale pensa che un uomo debba lavorare, portare a casa i soldi e mantenere la famiglia.
Per questo, il genitore gli ha negato gli studi classici e imposto ragioneria: suo figlio deve tenere la contabilità della piccola tenuta di famiglia.
Settimio ed Emma condividono le stesse passioni ma anche gli stessi problemi famigliari.
Quando Emma subisce una violenza, è il fratello Settimio ad aiutarla a scappare di casa.
L'accompagna da una signora aristocratica che si fa chiamare Dalloway.

Insieme alla signora Dalloway, che ormai è un mentore, oltre che un'amica fidata, fondano un club letterario femminile in onore di Virginia Woolf, cui partecipano le donne che lavorano in fabbrica, sfruttate e molestate dal proprio datore di lavoro, le casalinghe, le ragazze nubili, le mogli annoiate.

Parlano di diritti, di parità, indipendenza, di aborto, di figli, di mariti, tutte alla ricerca della propria emancipazione.
Cercando Virginia è un libro che ho gradito molto poiché parla di donne coraggiose. Pur se ambientato alla fine degli anni settanta, non può che ricondurre ad attuali situazioni in cui la donna è ancora soggetta a discriminazioni e dispone di opportunità lavorative e di vita meno favorevoli rispetto all'uomo. Lo stile consente di leggere questo libro senza alcuna difficoltà perché è molto fluido e scorrevole ma curato nei dettagli, come quello di aprire ciascun capitolo con una citazione tratta dalle opere della Woolf.
È un libro che consiglio di leggere, un invito a conoscere e approfondire la figura di Virginia Woolf, autrice che ha rappresentato una profonda innovazione della letteratura inglese e non solo. In fondo, se è riuscita a salvare la nostra protagonista, perché non potrebbe salvare anche qualcun'altra di noi?


Cercando Virginia

di Elisabetta Bricca
Garzanti
Narrativa
ISBN 978-8811675532
Cartaceo 15,39 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Cortona, 1976. La luce è flebile, ma a Emma, rannicchiata nel fienile, basta per immergersi nelle pagine dei libri che è costretta a leggere di nascosto. Lontano dagli occhi del padre che la vorrebbe impegnata nelle faccende domestiche. Finora è riuscita a proteggere il suo segreto. Ma quando si rende conto di non poter più continuare, preferisce andarsene e accettare un posto da cameriera offertole da una ricca aristocratica di origini inglesi che si fa chiamare “signora Dalloway”. Per Emma quel lavoro rappresenta l'occasione unica di conquistare l'indipendenza. Ciò che non si aspetta è di trovare nella signora Dalloway un mentore, oltre che un'amica fidata. Fin dai primi giorni di servizio, la donna si accorge della curiosità che accende l'animo di Emma. È per questo che decide di proporle delle ore di lettura condivisa alla scoperta di una delle prime scrittrici femministe della storia: Virginia Woolf. Così, sfogliando "Una stanza tutta per sé", "Le tre ghinee", "Diario di una scrittrice", Emma si nutre delle parole illuminate di Virginia e inizia a coltivare il sogno di una vita in cui è lei a scegliere il proprio destino. Ma per realizzarlo deve prima combattere contro chi tenta in ogni modo di ostacolarla e tenerla lontano dai libri. Solo così potrà davvero trovare la sua personale Virginia e, in lei, la voce per esprimere ciò che sente dentro. Elisabetta Bricca ci consegna un romanzo di formazione che è un inno al potere salvifico della letteratura. E insieme un elogio al coraggio di tutte le donne che sono disposte a sacrificare anche gli affetti e la stabilità di un'esistenza convenzionale per combattere l'ingiustizia e vedere riconosciuti e rispettati i propri diritti.
Maria Civita D'Auria

Maria Civita D'Auria
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Recensione: Becoming. La mia storia, di Michelle Obama

Recensione: Becoming. La mia storia, di Michelle Obama

Recensione: Becoming. La mia storia, di Michelle Obama

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Becoming. La mia storia di Michelle Obama (Garzanti). Politicamente molto corretto, raffinato, una propaganda a posteriori cui ognuno sceglierà di credere o meno, la vita della prima first lady nera a fianco del presidente che nessuno si aspettava.

Ebbenesì, prima o poi doveva capitare e quest’anno è capitato: durante queste vacanze estive, anziché divorare la solita caterva di libri, ne ho letto solo uno. E che libro, però. Bello corposo. Trattasi infatti dell’autobiografia di Michelle Obama, che è composta da tre parti ognuna delle quali fa già un libro da sola. A questo si aggiunga che un’autobiografia non può avere il respiro e il ritmo di un romanzo, et voilà, l’estate è finita, nonostante il fatto che Michelle Obama scriva molto bene. Ha uno stile molto descrittivo e usa anche espressioni felici, benché talvolta rimarchi alcuni concetti in modo un po’ ripetitivo.
Ovviamente un libro del genere, istruttivo più che di intrattenimento, piacerà molto di più a chi negli anni ha simpatizzato per Barack Obama, perché il punto di vista è totalmente di parte. Michelle Obama declama tutte le doti del marito, dalla prima all'ultima e ne dà una visione splendida. È una propaganda a posteriori a cui ognuno sceglierà di credere o meno. Posso dirvi che nonostante la descrizione patinata di questo libro, io alla buona fede degli Obama ho sempre creduto.

Ma partiamo dall’inizio. Michelle Obama, nata Robinson, insieme al fratello maggiore Craig ha trascorso la sua infanzia nel South Side, il quartiere povero di Chicago.

Nella casa che i genitori Marian e Fraser dividevano con Robbie, la zia di sua madre. Il padre di Michelle era ammalato di sclerosi multipla, e quella che all’inizio era una quasi invisibile difficoltà di deambulazione è diventata poi un’invalidità sempre più elevata che ha infine condotto l’uomo alla morte quando la figlia aveva ventisette anni. Michelle però parla di suo padre come di un uomo con una dignità assoluta, che non si lamentava mai, un operaio che non si è mai assentato un solo giorno dal lavoro. I suoi genitori infatti avevano un unico scopo: fare sì che i figli guadagnassero una posizione migliore della loro, che si laureassero, avessero una vita agiata. Centellinavano ogni spesa, ma non lesinavano mai per la scuola. Scuola: stiamo parlando del mondo anglosassone, dove per fare accedere i figli al college le famiglie ancora oggi iniziano a risparmiare molti anni prima e dove c'è un enorme business di prestiti e restituzioni delle rette dopo la laurea.

Per contro, Michelle era una bambina non solo studiosa e diligente, ma con una caparbietà davvero fuori dal comune. Voleva essere la prima in tutto, dimostrare di potercela fare. 

La sua maggiore ambizione era convincere gli altri della propria bravura. «Sono abbastanza brava?» era il suo dubbio ricorrente. «Sì, lo sono». Così, dopo anni di sacrifici, le superiori dall’altro lato della città, raggiunte con un’ora di autobus tutti i giorni, poi l’ammissione al college di Princeton e infine la scuola di legge, Michelle ce la fa e diventa un’avvocata.
E qui il primo equivoco. Dall’esordio della narrazione il lettore è indotto a credere una cosa: Michelle Obama è diventata first lady per via della sua enorme determinazione. Da quando si descrive a quattro anni intenta a studiare pianoforte con l’obiettivo di diventare l’allieva migliore della prozia Robbie, o quando da adolescente dà il benservito a una serie di fidanzati per privilegiare lo studio, è facile pensare: voleva diventare first lady, ha fatto carriera, ha trovato l’uomo giusto e ci è riuscita. Michelle Robinson è la tipica donna nera e arrabbiata che ha lavorato sodo finché non è arrivata al potere? Non è andata proprio così. La determinazione è servita solo in parte. La strada che Michelle descrive è stata più tortuosa e porta il lettore a provare più empatia per la protagonista.
Torniamo al racconto.

Michelle viene assunta in un prestigioso studio legale e diventa associata junior. Ottiene tutto ciò per cui aveva sempre lottato. 

La famiglia, gli amici, il mondo intero non può che riconoscerle la sua bravura: Michelle è una professionista con un buono stipendio. Può acquistare dei bei vestiti e un’auto, il periodo delle ristrettezze è lontano. Eppure non è felice. Anzi, è una repressa, che si è sempre negata la felicità, il rapporto con gli uomini, l’ascolto di se stessa. È fragile. Lei, che si descrive come super organizzata e maniaca del controllo, per la prima volta si rende conto di aver vissuto solo per essere all’altezza delle aspettative degli altri. Ma tutte quelle sterili pratiche legali in cui deve immergersi per intere giornate, non fanno per lei. Lei vorrebbe occuparsi di qualcosa di no profit, le piacerebbe orientarsi verso il sociale. Lei, che non dimentica il luogo in cui è nata e cresciuta, vorrebbe far sì che altri studenti meritevoli ma con pochi mezzi possano avere le possibilità che ha avuto lei. Questo diventerà lo scopo della sua vita, ma non subito.

È proprio nello studio legale che Michelle conosce Barack Hussein Obama, un tirocinante con tre anni più di lei che le viene affiancato per un periodo e che le stravolgerà l’esistenza.

Michelle descrive il suo futuro marito come una persona di intelligenza ben superiore alla media e con un background diverso dal suo. Barack è un giovane di ventotto anni con una cultura sterminata, che ha trascorso la vita a leggere libri di filosofia politica. Studia legge ad Harvard. Per lavoro si occupa di organizzare e motivare le comunità, tipo quelle parrocchiali. È disordinato, lascia gli abiti in giro, il suo letto è un materasso sul pavimento. Arriva sempre in ritardo agli appuntamenti. È un inguaribile ottimista, non conosce l’ansia. Suo padre, Barack Obama sr, defunto, era un keniota, sua madre, Ann Dunham è una bianca americana. Il padre ha avuto altri figli in Kenya, dei quali Auma è quella a cui Barack è più legato. La madre si è risposata in Indonesia e ha avuto un’altra figlia, Maya. Lui ha trascorso la gioventù alle Hawaii dai nonni materni. Dunque la sua famiglia è completamente diversa da quella classica, ordinata, parsimoniosa di Michelle. Lui, mulatto, ha dei fratelli e delle sorelle africani molto più neri di lui e una sorella per metà americana e per metà asiatica. Eppure in quella famiglia dispersa in tre continenti lui è cresciuto bene, circondato d’amore. E adesso è un giovane uomo che la notte sta sveglio perché cerca una soluzione ai problemi economici del paese.

Michelle è abituata all’approccio della propria famiglia di origine, che ha sempre cercato di migliorare la propria condizione in un contesto sociale ritenuto immutabile. Barack invece vorrebbe cambiare il mondo, vorrebbe adattare la società alle esigenze della gente.

E mentre Michelle lascia il lavoro nello studio legale per occuparsi di cause no profit, Barack matura la decisione di darsi alla politica, iniziando dall’elezione in Senato, fino alla campagna per la presidenza.
Michelle Obama parla del marito come di un idealista: non è mai stato attaccato al denaro, non voleva diventare ricco, ma era pervaso dal desiderio di trovare soluzioni per il suo Paese e lasciare il segno con grandi progetti di miglioramento. Non il potere economico, ma un’altra gloria. Questa è stata dunque la vera, genuina motivazione per la quale Barack Obama è diventato presidente: quasi una missione umanitaria. E lei che all'inizio è persino spaventata all'idea di dover sacrificare la loro vita privata per il Paese, alla fine appoggia il marito nella sua decisione perché, afferma, se c'era un uomo in grado di fare bene il presidente era lui.
A sentirlo così pare incredibile. Noi italiani, che siamo abituati alla politica nostrana, dove i protagonisti del nostro parlamento sono avvinghiati come polpi alla loro poltrona, potremmo pensare che si tratti di un bluff. Eppure Barack Obama è stato il presidente che nessuno si aspettava. Non aveva alle spalle una famiglia potente, come quella dei Kennedy o dei Bush. Anche la moglie era di umili origini: i suoi antenati erano schiavi. E lui, Barack, era nero.

Questo è un punto su cui Michelle Obama insiste molto spesso. Il colore della pelle in America conta. Le differenze razziali hanno un peso. 

Nel ventunesimo secolo il simbolo del potere è incarnato da un maschio bianco e ricco. Barack non era ricco ed era nero. E Michelle non era ricca, era nera ed era donna. E a volte si è trovata nelle stanze del potere ad essere l’unica nera e l’unica donna: quindi non poteva mai permettersi di sbagliare.
L’America, che Michelle afferma di amare, è un paese ricchissimo di opportunità ma anche di contraddizioni e di stereotipi. Il nero non può essere un vincente, «Deve essere bravo il doppio per ottenere la metà».
Inizia con queste premesse la campagna elettorale di Barack, estenuante anche per Michelle che intanto era diventata madre di due bambine e che per sostenere il marito si mette a viaggiare su e giù per l’America a tenere comizi. Man mano che Barack si fa strada nella corsa alla Casa Bianca, a lei vengono assegnate più risorse, compreso un aereo privato per essere in tre stati diversi nello stesso giorno e riuscire a tornare a casa in tempo per mettere a letto le figlie.

Michelle Obama si dilunga nel raccontare le proprie difficoltà di conciliare la sua vita privata con quella pubblica che diventava sempre più pressante.

Michelle Obama si dilunga nel raccontare le proprie difficoltà di conciliare la sua vita privata con quella pubblica che diventava sempre più pressante. 

Dopo averci emozionato descrivendo com’era nata la sua storia d’amore con Barack, com’era stata la proposta di matrimonio quando non erano che dei nessuno, si immerge nel cambiamento lento eppure radicale di quello che diventa il suo secondo lavoro: promuovere la causa di suo marito e gestire i difficili equilibri familiari, cercando di preservare la vita delle figlie dall’esposizione mediatica e facendole vivere come bambine normali.
Come tutti sappiamo, contro ogni probabilità iniziale, Barack viene eletto. Ed è qui che la vita degli Obama viene nuovamente stravolta. Dall’attimo dell’elezione, la famiglia presidenziale diventa praticamente ostaggio della security. Nessuno di loro sarà più libero di muoversi senza guardie del corpo intorno. Le figlie non potranno più decidere di andare a prendere un gelato con gli amici. Il presidente degli Stati Uniti è l’uomo più protetto della terra. Dove c’è lui c’è sempre un elicottero e mezzo esercito nelle vicinanze. La limousine presidenziale viene detta “la Bestia”: «un carro armato di sette tonnellate mascherato da veicolo di lusso, equipaggiato con cannoni lacrimogeni nascosti, gomme a prova di foratura e un sistema di ventilazione a tenuta stagna che avrebbe dovuto mettere Barack al sicuro in caso di attacco biologico o chimico». Michelle impara presto che alla Casabianca, una specie di albergo a loro completa disposizione, le finestre, tutte coi vetri blindati, non si possono mai aprire.

In un contesto del genere, in una tale prigione dorata, vivere in modo normale diventa complicato. Ed è a quel punto che per Michelle si apre una nuova sfida: ritagliarsi il suo ruolo da first lady, la prima first lady nera. 

Si rende conto di essere sotto i riflettori, persino i suoi outfit vengono osservati e vagliati dalla stampa. Lei non ha la stoffa della politica; mentre Barack è sempre ottimista e impermeabile alle critiche, anche quelle palesemente tendenziose, lei ci soffre. Sceglie dunque di non competere con i politici, ma inizia progetti di sensibilizzazione che man mano diventeranno sempre più importanti e coinvolgenti. Si rivolge alle multinazionali dell’alimentazione per promuovere uno stile di vita sano (iniziando con l’orto che ha istituito alla Casa Bianca). Non cerca mai il conflitto. Incoraggia le studentesse, soprattutto quelle nere, o appartenenti a minoranze, a non mollare mai, e crea progetti per loro. Aiuta i reduci di guerra, si interessa delle famiglie dei militari. E come sempre continua a fare la madre, segue lo studio e le amicizie delle figlie.
Nel frattempo Barack si carica dei problemi del paese e capisce presto che sono davvero complicati. Si scontra con il parlamento, con la coalizione dei repubblicani – maschi, bianchi, ricchi, conservatori, attaccati al potere e non al bene della nazione – che tentano di farlo cadere. Michelle parla del marito come di un uomo pieno di senso di responsabilità, genuino nel suo intento di risolvere i guai dell’America, al di fuori di ogni possibile tornaconto personale. Barack Obama, un uomo puro.

Obama non riesce in tutti i progetti che aveva in mente. Viene boicottato dai repubblicani. 

Passa la sua legge di riforma sanitaria, le truppe dal Medio Oriente vengono ritirate in gran parte. L’occupazione torna a salire. Eppure Obama può fare poco contro il mercato facile delle armi. A lui tocca più volte l’ingrato compito istituzionale di portare cordoglio dopo intere stragi di bambini e ragazzi nelle scuole.
Alla fine anche il secondo mandato volge al termine, ma finisce male, con l’elezione di Donald Trump e Michelle si domanda se tutto quello che loro hanno fatto per l’America, per le minoranze, per quelli con meno possibilità, resterà.

Becoming. La mia storia è politicamente molto corretto. I giudizi che Michelle Obama esprime per le persone di cui fa il nome sono tutti positivi. A volte anche troppo e sembra persino una forzatura. 

Spende anche parole buone per Laura e George W. Bush, che nonostante la distanza politica erano stati molto carini e solerti nel passaggio di consegne. Anzi, avevano mostrato solidarietà e comprensione per i nuovi POTUS and FLOTUS (President of the United States and First Lady of the United States). In fondo erano gli unici che davvero potessero capire in che razza di guaio si stavano cacciando.
C’è un’unica persona per cui Michelle Obama non esprime mai alcuna simpatia: Donald Trump, il maschio bianco, misogino, razzista, foraggiato dal mercato delle armi e senza nessun vero interesse per il paese. L'opposto di Barack. A Michelle Obama ancora si torce lo stomaco quando vede cosa combina quell’uomo che incarna lo stereotipo del potere in America.

Il libro termina con Trump appena salito al potere e ancora oggi lo è. La situazione politica americana rimane in divenire.

Eppure, proprio nel giorno in cui sto scrivendo, mi è capitato sotto mano un articolo di giornale di aprile che parlava della nuova sindaca di Chicago, la città di Michelle Obama. Lei è Lori Lightfoot: donna, afroamericana, lesbica, madre adottiva di una bambina insieme alla moglie. Ha iniziato il mandato il 20 maggio 2019, è la prima donna sindaca di una grande città americana. Incarna tutto ciò che a Trump potrebbe scatenare un attacco di orticaria. E allora, forse, Michelle, c’è ancora speranza per l’America.


Becoming
La mia storia

di Michelle Obama
Garzanti
Saggio | Biografia
ISBN 978-8811149866
Cartaceo 21,25€
Ebook 11,99€

Sinossi

Quando era solo una bambina, per Michelle Robinson l’intero mondo era racchiuso nel South Side di Chicago, dove lei e il fratello Craig condividevano una cameretta nel piccolo appartamento di famiglia e giocavano a rincorrersi al parco. È stato qui che i suoi genitori, Fraser e Marian Robinson, le hanno insegnato a parlare con schiettezza e a non avere paura. Ma ben presto la vita l’ha portata molto lontano, dalle aule di Princeton, dove ha imparato per la prima volta cosa si prova a essere l’unica donna nera in una stanza, fino al grattacielo in cui ha lavorato come potente avvocato d’affari e dove, la mattina di un giorno d’estate, uno studente di giurisprudenza di nome Barack Obama è entrato nel suo ufficio sconvolgendole tutti i piani. In questo libro, per la prima volta, Michelle Obama descrive gli inizi del matrimonio, le difficoltà nel trovare un equilibrio tra la carriera, la famiglia e la rapida ascesa politica del marito. Ci confida le loro discussioni sull’opportunità di correre per la presidenza degli Stati Uniti, e racconta della popolarità vissuta – e delle critiche ricevute – durante la campagna elettorale. Con grazia, senso dell’umorismo e una sincerità non comune, Michelle Obama ci offre il vivido dietro le quinte di una famiglia balzata all’improvviso sotto i riflettori di tutto il mondo e degli otto anni decisivi trascorsi alla Casa Bianca, durante i quali lei ha conosciuto meglio il suo Paese, e il suo Paese ha conosciuto meglio lei. Becoming ci conduce in un viaggio dalle modeste cucine dell’Iowa alle sale da ballo di Buckingham Palace, tra momenti di indicibile dolore e prove di tenace resilienza, e ci svela l’animo di una donna unica e rivoluzionaria che lotta per vivere con autenticità, capace di mettere la sua forza e la sua voce al servizio di alti ideali. Nel raccontare con onestà e coraggio la sua storia, Michelle Obama lancia una sfida a tutti noi: chi siamo davvero e chi vogliamo diventare? MICHELLE ROBINSON OBAMA è stata la first lady degli Stati Uniti dal 2009 al 2017. Laureatasi alle università di Princeton e Harvard, inizia la sua carriera da avvocato a Chicago nello studio Sidley & Austin, dove incontra il futuro marito Barack Obama. Sempre a Chicago ha lavorato in seguito per gli uffici del sindaco, l’università e l’ospedale della stessa istituzione. Ha inoltre fondato la sezione locale di Public Allies, un’organizzazione per la formazione dei giovani alla carriera nei settori pubblico e non profit. Michelle e Barack vivono attualmente a Washington e hanno due figlie, Malia e Sasha.

Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, PubMe Collana Gli Scrittori della Porta Accanto (terza edizione).
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.
Ovunque per te, PubMe.
Claire nella tempesta, Leucotea.
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Recensione: Un caso speciale per la ghostwriter, di Alice Basso

Recensione: Un caso speciale per la ghostwriter, di Alice Basso

Recensione: Un caso speciale per la ghostwriter, di Alice Basso

Libri Recensione di Davide Dotto. Un caso speciale per la ghostwriter, di Alice Basso (Garzanti). L'ultimo romanzo della serie dedicata a Silvana Sarca, detta Vani.

Gli occhi di tutti i silenziosissimi presenti nella sala mi stanno ancora seguendo, dai tavoli, mentre marcio verso l’uscita. Mi volto e allargo le braccia, ed esclamo in inglese: «Cosa c’è? Volevate Alice? E invece stasera vi siete beccati il Cappellaio Matto!» Dopodiché imbocco le scale, in uno svolazzare di impermeabile.
Sarà anche stata una serata di merda, ma almeno ho fatto la miglior uscita di scena della mia vita.
Alice Basso, Un caso speciale per la ghostwriter
Con Un caso speciale per la ghostwriter di Alice Basso si conclude la serie di romanzi (cinque)  dedicati a Silvana Sarca, detta Vani. Ben conosciamo, ormai, il talento innato di immedesimarsi nei panni e – soprattutto – nella penna altrui. Sono doti da profiler che sin dall’inizio ne fanno una preziosa collaboratrice della polizia, in particolare del commissario Romeo Berganza.
Questa volta protagonista del mistero è Enrico Fuschi, datore di lavoro di Vani, capo delle «bicentenarie e prestigiose edizioni L'Erica» e, quindi, alto papavero dell’editoria italiana.
Interamente consacrato alla sua professione, non sembra aver coltivato relazioni sentimentali di sorta. Se ne ha avute, non hanno lasciato traccia. Sul suo passato regna l'assoluto riserbo e un ostinato silenzio. Enrico è invitato ad abbandonare «le proprie zone di sicurezza» e  dimensioni esistenziali fin troppo anguste. Magari riguadagnando gli archetipi celati nelle letture di infanzia di un tempo.
Degli altri personaggi sappiamo molto di più. Persino di quelli minori che, di romanzo in romanzo, si sono conquistati, alla bell'e meglio, il proprio spazio nel mondo.


Tra le pagine di Un caso speciale per la ghostwriter di Alice Basso gli affecionados trovano conferma della vitalità coinvolgente, dei chiaro-scuri della scrittura.

Abbiamo la conferma della profonda unità tra personaggi e intreccio, tanto da domandarci che storia leggeremmo se davanti a noi si muovessero altri attori o, che è lo stesso, cosa accadrebbe se Vani Sarca e Romeo Berganza si muovessero sulla scena di un qualsiasi giallo di Agatha Christie, o passeggiassero tra Regent's Park e Baker Street (possibilmente in prossimità del civico 221b) nella Londra della Regina Vittoria.
La serie è riuscita per il modo con cui i personaggi interagiscono tra loro, insieme alle rispettive microstorie che arricchiscono il quadro senza disperderlo. Per chiudere il cerchio, insomma, mancava proprio lui: Enrico Fuschi, del quale fino a ora era arduo stabilire il karma.
Occorrerà in ogni caso una vera e propria terapia d'urto: lo scontro finale tra le forze del male,  quelle del “lato sbagliato” (più che di quello Oscuro), e coloro che tenteranno di porre un freno alla svolta pro vanity press intesa a snaturare la missione originaria delle Edizioni L'Erica.
Solo allora Enrico, epigono di Severus Piton, uscirà fuori dalla sua boccia di vetro.
Complice l'insondabilità delle relazioni umane, le suggestioni di Pippi Calzelunghe e Alice delle Meraviglie, pure Vani uscirà dal suo involucro dark in tutto il suo splendore.

Un caso speciale per la ghostwriter

di Alice Basso
Garzanti
Narrativa
ISBN 978-8811602620
Cartaceo 15,21€
Ebook 9,99€

Sinossi 

Per Vani le parole sono importanti. Nel modo in cui una persona le sceglie o le usa, Vani sa leggere abitudini, indole, manie. E sa imitarlo. Infatti Vani è una ghostwriter: riempie le pagine bianche di scrittori di ogni genere con storie, articoli, saggi che sembrino scaturiti dalla loro penna. Una capacità innata che le ha permesso di affermarsi nel mondo dell'editoria, non senza un debito di gratitudine nei confronti dell'uomo che, per primo, ha intuito la sua bravura: Enrico Fuschi, il suo capo. Non sempre i rapporti tra i due sono stati idilliaci, ma ora Vani, anche se non vorrebbe ammetterlo, è preoccupata per lui. Da quando si è lasciato sfuggire un progetto importantissimo non si è più fatto vivo: non risponde al telefono, non si presenta agli appuntamenti, nessuno sa dove sia. Enrico è sparito. Vani sa che può chiedere l'aiuto di una sola persona: il commissario Berganza. Dopo tante indagini condotte fianco a fianco, Vani deve ammettere di sentirsi sempre più legata all'uomo che l'ha scelta come collaboratrice della polizia per il suo intuito infallibile. Insieme si mettono sulle tracce di Enrico. Tracce che li porteranno fino a Londra, tra le pagine senza tempo di Lewis Carroll e Arthur Conan Doyle. Passo dopo passo, i due scoprono che Enrico nasconde segreti che mai avrebbero immaginato e, soprattutto, che ha bisogno del loro aiuto. E non solo lui. Vani ha di fronte a sé un ultimo caso da risolvere e fra le mani, dalle unghie rigorosamente smaltate di viola, le vite di tutte le persone cui ha imparato a volere bene.

Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Recensione: Ascesa e declino dell'Europa nel mondo, di Emilio Gentile

Recensione: Ascesa e declino dell'Europa nel mondo, di Emilio Gentile

Recensione: Ascesa e declino dell'Europa nel mondo, di Emilio Gentile

Libri Recensione di Davide Dotto. Ascesa e declino dell'Europa nel mondo, 1898 - 1918 di Emilio Gentile (Garzanti). Una sintesi che fa luce sulle ragioni profonde di quanto avvenuto (e avviene) nei decenni successivi alla Prima Guerra Mondiale.

Stiamo giungendo alla fine di un lungo anniversario: considerando l'inizio, lo svolgimento e la sua conclusione, tra il 2014 e il 2018 sono trascorsi cento anni dalla Prima Guerra Mondiale. Il 2019 è il centenario del Trattato di Versailles, a mezzo del quale si è tentato di risolvere numerose e antiche questioni che hanno provocato il conflitto appena cessato e, in quanto irrisolte, avrebbero dato origine a quello seguente (oltre al Nazionalsocialismo e al Fascismo).

La sintesi di Emilio Gentile fa luce sulle ragioni profonde di ciò che sarebbe avvenuto nei decenni successivi all'attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914. 

È, infatti, con tale episodio che si infrange definitivamente il precario equilibrio internazionale che ha mostrato, qua e là, ben più di una crepa. Da questo momento l'Europa intera precipita nell'abisso.
È stata data la colpa a molte cose, per esempio al socialismo, all'Illuminismo e al Romanticismo, al farsi strada delle ideologie estreme che conosciamo. È Fernand Braudel a dire che:
L’Europa era sull’orlo del socialismo, ma anche della guerra, e in pochi giorni cadde nel baratro.
Luciano Canfora, 1914 (Sellerio)
Non è agevole discutere di cause prime, le quali nel loro insieme precedono di gran lunga il 1914, anno col quale si vorrebbe fare iniziare il Novecento, secolo breve per antonomasia.
L’intervallo temporale preso in esame (1898 – 1918) è convenzionale fino a un certo punto. Non si allontana più di tanto da sintesi analoghe. Norman Stone nel libro La grande Europa prende come riferimento il periodo tra il 1878 e il 1919; Mario Silvestri, ne La decadenza dell’Europa occidentale vol I Gli anni del trionfo  valuta quello tra il 1890 e il 1918. Per non parlare del saggio di Eric J. Hobsbawm L'età degli imperi, (1875-1914).
Nulla vieterebbe di tenere a mente, come termine a quo, il 1871, a conclusione della guerra franco-prussiana da cui prende avvio il sistema bismarckiano e tutta una serie di questioni territoriali e diplomatiche di enorme impatto in occasione del Trattato di Versailles. Significativa, a riguardo, una nota tratta dal diario di Silvio Crespi (7/11/1918):
I francesi lanciano l’idea che Versailles sia la sede delle trattative di pace: Versailles dove nel 1871 fu proclamato l’impero germanico.
Silvio Crespi, Alla difesa d'Italia in guerra e a Versailles (Mondadori)

Le analisi dei testi sopra citati si concentrano sull’ascesa e il trionfo inusitato dell’Europa a fronte di un declino e di una decadenza drammatici, di cui hanno sofferto i grandi imperi del passato: al momento di massimo splendore e massima espansione territoriale (apogeo) subentra la fine, il crollo (perigeo). Mario Silvestri non a torto ricorreva all'efficace immagine della supernova. Si deve solo precisare che si trattava, in questo caso, di un unicum nel suo genere:
Nessun impero nel passato aveva mai esteso tanto il proprio dominio.
Emilio Gentile, Ascesa e declino dell'Europa nel mondo, 1898 - 1918

Dal 1898 in poi si pone su scala mondiale un eurocentrismo senza precedenti. L'Europa domina il mondo in quella che è un'effettiva globalizzazione. 

Essa opera su moltissimi piani. In primis, la civiltà europea fa valere la supremazia morale idealizzata dagli Illuministi del Settecento (sul punto rimando a Federico Chabod, Storia dell'idea di Europa).
Attraverso di essa l'Europa si arroga il diritto di conquistare e sottomettere le civiltà "inferiori", consolidando i suoi già vasti possedimenti coloniali.
Il primato è totale: militare, politico, economico, commerciale, finanziario. Per non parlare della supremazia scientifica (grazie alla fisica quantistica di un Max Planck, 1900, e alla teoria della relatività di un Einstein, 1905).
Volendo sono i frutti che si raccolgono da quanto seminato nel c.d. secolo meraviglioso (il XIX), conclusosi con la Seconda industrializzazione caratterizzata dal connubio – mai accaduto prima – di scienza e tecnologia.

A trionfare, però, è un'Europa vecchio stampo, ancora ottocentesca. 

Nella corsa all'ascesa non ha modo di adeguare il proprio pensiero. Su troppi fronti è impreparata e difetta dell'opportuna lungimiranza. Sull'orlo delle guerre mondiali (che non ha voluto nessuno, prodotte sull'onda di automatismi e ingranaggi diplomatici fuori controllo), il conflitto più sanguinoso che si ricordasse era quello franco-prussiano del 1870. Le stesse rivendicazioni italiane durante (col Patto di Londra) e dopo la Grande Guerra (concepita come la quarta guerra d'indipendenza) avevano ancora carattere risorgimentale.



Le contraddizioni erano assai profonde.

Il miglioramento senza precedenti delle condizioni di vita si unisce a una timida attenzione per i diritti umani, anche se non si è maturi per il principio di eguaglianza. Si dovrà attendere, per questo, la dichiarazione universale del 1948. Manca, tra i principi che si faranno strada, il ripudio della guerra per la risoluzione delle controversie internazionali, sebbene si senta l'esigenza di «lenirne i mali per quanto consentissero le necessità militari». Se la guerra era ineliminabile, almeno la si umanizzasse «con regole che tutti dovevano impegnarsi a rispettare».
I presupposti di un progresso senza fine aprono le porte al benessere e, ci si illude, alla pace tra i popoli. L'Esposizione Universale di fine secolo a Parigi è l'entusiastico inno alle promesse della modernità.

I paradossi che si sono via via creati hanno alimentato un circolo vizioso che avrebbe condotto alle guerre mondiali.

L'indiscusso primato europeo si accompagna, suo malgrado, a un'accesa competizione tra i singoli stati. Ciascuno non rinuncia a ritagliarsi il proprio spazio e divenire un altrettanto indiscusso protagonista. Così la Francia, l'Inghilterra, la Germania, l'Italia. Nel frattempo si completa l'esplorazione del mondo conosciuto,  sempre più piccolo ed affollato.
L'altra faccia del progresso (scientifico-tecnologico) rendeva non auspicabile il conflitto tra le nazioni, considerando la conquista dei cieli e la forza distruttiva delle nuove armi a disposizione. A parlare nello specifico di guerre mondiali era la letteratura distopica del tempo, ma non solo:
Pittori e poeti d'avanguardia furono affascinati dalle visioni di una imminente grande guerra, con l'epicentro in Europa e ripercussioni su tutta l'umanità.
Emilio Gentile, Ascesa e declino dell'Europa nel mondo, 1898 - 1918
È del 1898 il libro La guerre future di Jan Gotlib Bloch che, si dice, impressionò lo zar Nicola II, a tal punto da spingerlo a organizzare la conferenza di pace dell'Aja.

Tutto questo rinforzava la fiducia nel primato europeo, da cui il diritto (o persino il dovere) di civilizzare gli altri popoli. 

Le argomentazioni a corredo alla fine erano assai deboli e prive di fondamento, come risulta quella adoperata durante le trattative di pace, al fine di sottrarre alla Germania le sue colonie:
I vincitori per giustificare la spoliazione delle colonie sostengono che il popolo tedesco non è civilizzatore, perché distrugge le popolazioni anziché educarle, e citano esempi di massacri organizzati di intere tribù.
Silvio Crespi, Alla difesa d'Italia in guerra e a Versailles (Mondadori).
Difficile dire qualcosa di diverso negli altri casi.
L'imperialismo europeo, altrettanto inevitabile della guerra, è l'elemento propulsore del progresso. Finché non fosse venuta meno la politica coloniale era impensabile si facessero strada principi con essa incompatibili.

Ad emergere invece, fino a ricevere una pretesa validità scientifica, fu il mito della superiorità della razza. 

È del 1853 la pubblicazione dell' Essai sur l'inégalité des races humaines del conte Joseph Arthur de Gobineau, alla base di successivi testi del medesimo genere e a fondamento delle future leggi razziali:
Fenomeno propriamente moderno, il razzismo aveva origine dalle prime teorie sulle differenze fra le razze elaborate nella cultura illuminista, con l'adozione di una interpretazione delle differenze in termini di superiorità e inferiorità all'interno di una gerarchia genetica delle razze umane.
Emilio Gentile, Ascesa e declino dell'Europa nel mondo 1898 - 1918.
Come si vede il quadro che si profila è assai complesso e parte da lontano. È tale da produrre chiare implicazioni nel tempo presente: si pensi alla guerra jugoslava, solo per fare un esempio. Non tutte le questioni che si ponevano sul piatto ben cento anni fa si sono risolte: alla base vi è il mito del progresso senza fine che non mancò (e non manca) di corrodere l'Europa ottocentesca (e quella dei nostri  giorni), portando alla crisi modelli ritenuti consolidati e irrinunciabili. Al suo interno, poi, vi era (e vi è) il lavorio incessante di interessi fin troppo contrapposti, uniti a gruppi di pressione, partiti, emergenze che, a vario titolo, si fecero, si fanno e si faranno sentire. Non ultimo, a distanza di cento anni, lo spettro del ritorno di ideologie che non avrebbero ragion d'essere, eppure fomentano ai nostri giorni cultura e spiriti.


Ascesa e declino dell'Europa nel mondo
1898 - 1918

di Emilio Gentile
Garzanti
Saggio storico
ISBN 978-8811149675
Cartaceo 18,70€
Ebook 14,99€

Sinossi

Ci fu un tempo in cui l'Europa era il centro del mondo. La sua supremazia si estendeva su tutto il pianeta, in ogni campo del sapere e dell'agire. Accadeva cento anni fa, all'apice di un'ascesa iniziata quattro secoli prima, con la scoperta del Nuovo Mondo e la circumnavigazione dei continenti da parte di intrepidi navigatori. All'inizio del Novecento la guerra appariva un rischio evitabile con la diplomazia, dopo oltre quarant'anni di pace e di progresso che sembravano destinati a durare e a diffondersi nel mondo. Improvvisamente, con la Grande Guerra, l'ottimismo crollò e l'Europa mondiale naufragò nella tempesta che essa stessa aveva scatenato. Con verve narrativa e affascinante erudizione, Emilio Gentile ricostruisce l'apogeo dell'Europa e il ruolo di vero e proprio laboratorio che l'Italia giocò in quegli anni: il nostro fu uno dei paesi in cui si manifestarono i primi segnali della crisi di un intero continente e i sintomi del crepuscolo di una civiltà di cui ancora oggi, a distanza di un secolo esatto, viviamo le conseguenze. Ricostruire quel che accadde in quella stagione può aiutare a comprendere quel che succede oggi nel mondo del terzo millennio, in un momento in cui l'Europa, sempre più indecisa, rischia di scivolare verso una definitiva e pericolosa marginalità.
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Recensione: Siamo tutti profughi, di Malala Yousafzai

Recensione: Siamo tutti profughi, di Malala Yousafzai

Recensione: Siamo tutti profughi, di Malala Yousafzai

Libri Recensione di Davide Dotto. Siamo tutti profughi di Malala Yousafzai (Garzanti). Storie di donne obbligate ad abbandonare la propria terra d’origine. «Non ho lasciato la mia patria per mia volontà, ma per mia volontà ci sono tornata».

Nel libro Siamo tutti profughi, Malala Yousafzai riunisce, insieme alla propria, preziose testimonianze di donne obbligate ad abbandonare la propria terra d’origine.
Non si deve nascondere che il fenomeno migratorio interessa da millenni e con modalità diverse le popolazioni umane. È, come chiariscono Valerio Calzolaio e Telmo Pievani in Libertà di emigrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così  (Einaudi), un dato strutturale della nostra stessa evoluzione.
Si emigra per molte ragioni: vi sono coloro che fuggono da una quotidianità di violenza, guerre, case distrutte (i richiedenti asilo), chi parte nella speranza di migliorare le proprie condizioni di vita divenute insostenibili (i migranti economici). A costoro si aggiunge la schiera dei rifugiati climatici o eco rifugiati, di fatto senza riconoscimento giuridico e adeguata tutela internazionale: ad assisterli sono chiamati i rispettivi governi nazionali, spesso non in grado di fare molto. Si tratta di situazioni che possono convergere, amplificando la complessità di un tema non privo di articolazioni.


Le testimonianze raccolte in Siamo tutti profughi da Malala Yousafzai colpiscono per ciò che vi è tra loro in comune. Non vi è nulla di discorde nella diversità della provenienza e delle esperienze vissute: la forza, la determinazione, il coraggio, la speranza del cambiamento.

Ciascuna protagonista si trova negli Stati Uniti, o in Canada, in Belgio, nel Regno Unito. Provengono dal Pakistan (Malala), dallo Yemen (Zaymab e Sabreen), dalla Siria (Muzoon), dall’Iraq (Najla) o dal Congo passando per lo Zambia (Marie Claire). Il loro è uno sguardo cosmopolita e planetario: abbracciano la realtà nel suo complesso mettendo insieme Occidente e quello che non lo è, fino a mutuare dalle rispettive culture quello che merita di essere preso in considerazione o emendato.
Prima di questo però ciascuna è stata messa di fronte alla necessità di lasciare la propria terra. Chi ha potuto permetterselo si è munita di passaporto e del visto richiesto. Le meno fortunate, pur di non arrendersi a rigidità burocratiche e a divieti insormontabili, si è affidata ad opzioni non prive di rischi. Ciò nell'impellenza di scappare da pericoli maggiori e da ciò che rende irriconoscibile e invivibile il proprio paese.
Si capisce, allora, quanto sia facile ricorrere a soggetti senza scrupoli che preparano "viaggi della speranza" a bordo di imbarcazioni inadeguate. 


L'immigrazione clandestina è l'inevitabile alternativa di chi non è nelle condizioni di attendere un visto che non arriverà mai. Si accetta un rischio non del tutto calcolato. 

Così si esprime per esempio Sabreen, in fuga dallo Yemen:
Mentre correvo verso la spiaggia, cercavo con lo sguardo la barca che avevo immaginato: una nave grande, bellissima, con cuccette per dormire e bagni. Invece, vidi solo tre piccole barche da pesca allineate lungo la riva.
Malala Yousafzai, Siamo tutti profughi
Una volta entrati nell'ingranaggio di gente collusa con la criminalità organizzata e con la tratta e lo sfruttamento di esseri umani, non si può tornare indietro. Il Mediterraneo - per chi riesce ad attraversarlo - è più di un banco di prova. A tal proposito rinvio alla lettura di Francesco Viviano e   Alessandra Ziniti: Non lasciamoli soli. Storie e testimonianze dall'inferno della Libia (Chiarelettere).

Chi parte non sta scegliendo nient'altro che una possibilità di sopravvivenza e di certo non lo fa a cuor leggero. 

È palpabile il dramma di chi è costretto ad abbandonare la patria, pure laddove essa sia devastata dalla guerra più feroce:
Dietro di me lascerei anche le rovine della mia anima [...] C'è forse una valigia così grande che possa portare via con me anche la mia anima?
Domenico Quirico, Succede ad Aleppo (Laterza)
A Malala mancano «i suoni della lingua pashtu e l’odore della terra dopo una forte pioggia nel villaggio di montagna dove vivono i suoi nonni».


Ovunque è arduo conquistare una parvenza di normalità. I paesi confinanti chiudono le frontiere e creano, a ridosso dei confini tra Stato e Stato, emergenze umanitarie difficilmente gestibili. 

Emblematico è il racconto di Marie Claire, che Malala Yousafzai incontra in Pennsylvania. Proveniente dal Congo, lei e la sua famiglia riparano in Zambia:
Gli abitanti dello Zambia non ci volevano. Per strada ci gridavano: «Tornatevene nel vostro paese! Perché siete qui?» I ragazzini a scuola insultavano me e i miei fratelli e sorelle, persino lanciando sassi e gridando: «Questo non è il vostro paese». Non lo era, ma non ne avevamo un altro in cui andare.
Malala Yousafzai, Siamo tutti profughi
La generazione che si esprime in queste pagine ha fiducia che le cose possano (e debbano) cambiare. In passato si è parlato dell'opera civilizzatrice della moderna e vecchia Europa, di esportare nel Middle East and North Africa (c.d. Stati MENA) la democrazia, e con essa un corredo filosofico-concettuale che non si dà più troppo per scontato. Accade ora una cosa inversa: da altrove, uno spirito rinnovato e giovane fa da apripista contro ataviche tradizioni che si scoprono non così impellenti.

Ognuna, da sola e ora facendo gruppo, attivista dei diritti civili in patria come in Occidente, è riuscita e riuscirà, a poco a poco, a strappare qualcosa. 

Non sarà affatto un rapporto di forza o uno scontro tra culture, ma uno scambio reciproco fruttuoso in cui ciascuno potrà e dovrà rivedere il proprio modo di essere e di pensare, colmare ciò di cui manca l'uno e di cui manca l'altro.
Che qualcosa si stia, appunto, muovendo è intuibile dal premio Nobel per la Pace di cui Malala Yousafzai nel 2014 è stata insignita.
È importante che sia una voce femminile a fare la differenza, a spingere verso una civilizzazione e umanizzazione profonde, fino a rendere inderogabili nel concreto i diritti universali dell'essere umano: quando vengono meno le conquiste civili, in primis è la donna a soffrirne.

Siamo tutti profughi di Malala Yousafzai

Siamo tutti profughi

di Malala Yousafzai
Garzanti
Reportage | Non-fiction
ISBN 978-8811604419
Cartaceo 10,96€

Sinossi
Dopo l'assassinio del padre, María è dovuta scappare insieme alla mamma nel cuore della notte. Zaynab non ha frequentato la scuola per due anni a causa della guerra, prima di riuscire a scappare in America. Sua sorella Sabreen è sopravvissuta a un viaggio straziante verso l'Italia. Ajida è sfuggita a terribili violenze, e ha poi dovuto lottare per tenere al sicuro la famiglia in un rifugio di fortuna. L'autrice vincitrice del premio Nobel per la pace Malala Yousafzai rende onore alla realtà nascosta dietro le fredde statistiche, ai visi e alle vicende personali dietro le notizie che leggiamo quotidianamente sui milioni di rifugiati nel mondo. Le visite ai campi profughi le hanno infatti dato modo di ripensare alla propria esperienza, prima di bambina rifugiata interna nel suo Pakistan, e oggi di attivista a cui è permesso di viaggiare ovunque tranne che per far ritorno nella patria che ama. In questo libro di memorie personali e racconti collettivi, Malala incrocia la sua esperienza con le storie delle coraggiose ragazze che ha incontrato nel corso dei suoi numerosi viaggi: giovani donne che hanno improvvisamente perso la propria casa, la propria comunità, il proprio posto nel mondo. In un'epoca di grandi migrazioni, di crisi, di guerre e di conflitti, "Siamo tutti profughi" è l'accorato appello di una delle più importanti attiviste dei nostri giorni, e ci esorta a non dimenticare che ciascuno degli attuali 68,5 milioni di profughi - per la maggior parte giovani - è una persona con i propri sogni e le proprie speranze, a cui è necessario riconoscere i diritti umani fondamentali, perché ogni abitante della Terra, nessuno escluso, deve poter vivere in un posto sicuro da chiamare casa.
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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