Gli scrittori della porta accanto
Gli angeli del bar di fronte
Gli angeli del bar di fronte
Elena Genero Santoro presenta: Gli angeli del Bar di Fronte

Elena Genero Santoro presenta: Gli angeli del Bar di Fronte

Elena Genero Santoro presenta: Gli angeli del Bar di Fronte - Intervista

Presentazione libri Intervista a cura di Silvia Pattarini. Gli angeli del Bar di Fronte, di Elena Genero Santoro, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni, 2018. La seconda edizione di un romanzo contro i pregiudizi e la violenza, che ha il sapore di una fiaba moderna.


Gli angeli del Bar di Fronte

di Elena Genero Santoro
Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni
Mainstream
ISBN 9788828320920
ebook 1,49€
Chiara, italiana, e Paula, rumena. Due giovani voci in una Torino autunnale e desolata. Due ragazze che vivono di lavori umili. Chiara serve ai tavoli di un bar malfamato, Paula fa la badante in nero. Tra di loro un gruppo di ragazzi rumeni che ha tutta l’aria di essere una banda. Una sera, quello che pare essere il capo, Vic, salva Chiara da un tentativo di stupro da parte di due di loro. Chiara vorrebbe sporgere denuncia, ma Vic, che è tanto affascinante quanto ambiguo, le chiede di non farlo, in cambio della sua protezione. Nel frattempo l’ingenua Paula sogna l’amore, ma ripone tutte le sue speranze nell’uomo più sbagliato che ci possa essere. Un romanzo contro i pregiudizi e contro la violenza, che ha il sapore di una fiaba moderna.



L'autore racconta



Benvenuta a Elena Genero Santoro e bentornata nel nostro caffè letterario. Abbiamo già avuto modo di conoscerti in altre interviste precedenti, ma oggi sei qui a parlarci esclusivamente del tuo romanzo Gli angeli del Bar di Fronte, in seconda edizione per Gli Scrittori della Porta Accanto. Vuoi raccontarci il perché di questo titolo? Chi sono “gli angeli” del Bar di Fronte?

Ciao Silvia e grazie per avermi ospitata ancora. È sempre un piacere chiacchierare con te.
Partiamo dal Bar di Fronte, che ha nome alquanto bislacco per essere un bar (la domanda sorge spontanea: Bar di Fronte a che?)
Già nelle prime pagine viene spiegata la scelta di tale nome da parte del suo criptico gestore Armando: lui intende il Bar di Fronte al tiglio più bello della città, a suo dire. Ovviamente nessuno può intuire il suo complicato retro-pensiero, ma “Bar di Fronte” suona anche come il nome di un luogo che ciascuno può immaginare molto vicino a sé. Dunque, è il bar ordinario, modesto e un po’ spoglio che tutti potremmo avere sotto casa.
E poi ci sono gli Angeli, che sono angeli completamente laici, nel senso che nel libro non accade nulla di paranormale. Gli angeli del mio romanzo compaiono in molte forme: c’è un personaggio che si chiama Anghel e ha un ruolo protettivo, poi c’è Istrate che viene definito “bello e cattivo come un angelo caduto”, ma è ad un certo punto della narrazione che il titolo viene svelato del tutto: i protagonisti si trovano coinvolti in una situazione che richiede mutuo soccorso e diventano angeli protettori gli uni degli altri. E scoprono che qualcuno già vegliava su di loro.


In questi tempi in cui la stragrande maggioranza dei romanzi è ambientata in grandi metropoli come New York e Parigi, tu perché hai preferito Torino e dintorni? Hai voluto rendere omaggio alla tua città o la scelta è stata casuale?

Ho ambientato altri libri o parti di essi in posti diversi dall’Italia (Londra, Barcellona, l’Irlanda del Sud, Boston, Praga) e tutti gli ambienti “esotici” che descrivo sono stati da me visitati almeno una volta nella vita. Tuttavia il limite di una scelta del genere, per chi come me non ci ha mai vissuto, è che a tali luoghi si può concedere solo uno sguardo turistico. Insomma, sono stata diverse volte a Londra, ma anche informandomi su internet non potrei scendere nel dettaglio di chi invece assapora quotidianamente le gioie e i disagi di tale metropoli. Peraltro, devo dire, non amo seguire le mode e dunque non ambienterei mai un racconto o un romanzo in un posto solo perché è trendy.
Però sì, volendo dirla tutta, mi piace omaggiare Torino, la mia città, e farla conoscere al mondo (okay, lo ammetto, anche di Torino a volte parlo in termini un po’ turistici per attirare visitatori!). Torino è una città elegante, urbanisticamente ben strutturata, con una storia millenaria alle spalle. Ha una tradizione culturale di mostre ed eventi che meritano di essere resi noti. All’università ho studiato la sua architettura in tutte le salse e la trovo interessantissima. Quindi adoro condividere almeno alcuni di questi dettagli anche con i miei lettori. E in questo romanzo ho esteso lo stesso intento anche ad un’altra zona più rurale del Piemonte, la Valle Grana, in provincia di Cuneo, non proprio a due passi da Torino. È un’area che merita una visita per le sue tradizioni gastronomiche e culturali.

Attraverso la voce dei protagonisti il lettore ha modo di ritrovarsi a percorrere alcune vie della città, in cui pare che la magia, nera e bianca, da secoli a questa parte, si celi negli angoli più nascosti e ancora lanci i suoi incantesimi. Queste voci hanno un fondamento storico, sono leggende metropolitane o, semplicemente sono frutto della tua fantasia?

Sono storie note alla tradizione, se siano vere o inventate non spetta a me dirlo. Io ne ho sentito parlare per la prima volta in terza media quando la professoressa di educazione artistica ci condusse in giro per la città mostrandoci i mascheroni grotteschi di certi edifici e fontane (esempi: i palazzi di via Arsenale, piazza San Carlo e palazzo Carignano). Alcuni di questi mascheroni hanno fattezze demoniache. Comunque sono stati pubblicati diversi libri su Torino come città magica ed energetica in quanto punto di confluenza di più fiumi. Torino come polo, a zone alterne, di magia bianca e magia nera. E il giro turistico della Torino magica di cui Vic parla a un certo punto è reale: iscrivendosi si può effettuare un tour del centro mirato a visitare le aree indicate come cariche di magia bianca e quelle intrise di magia nera.

Il tema trattato ne Gli angeli del Bar di Fronte è sempre molto attuale, si parla di immigrazione e sei riuscita a farlo attraverso le vicende di due protagoniste femminili: Chiara, la ragazza italiana, e Paula, la ragazza rumena. In questo modo il lettore percepisce molto chiaramente i due punti di vista, quello degli italiani e quello degli stranieri. Ci racconti qualcosa del carattere di queste due ragazze? E che lavoro svolgono?

Esatto, in Gli angeli del Bar di Fronte ho contrapposto le voci di due ragazze quasi coetanee che, pur non conoscendosi all’inizio del romanzo, hanno qualcosa in comune: un amore per lo studio, un’ambizione di “elevarsi” a una condizione migliore e, contemporaneamente, una situazione familiare disagiata che le costringe a dover lavorare per auto-mantenersi. Chiara è la cameriera del Bar di Fronte e Paula fa la badante ad un anziano non autosufficiente. Accomunate dalla lotta per la sopravvivenza sono però separate dalla loro origine: Chiara è appunto italiana, quindi gioca in casa, vive la sua situazione “dal di dentro” e deve combattere contro i propri pregiudizi; Paula è rumena, catapultata in una realtà in cui cerca di integrarsi, e sente, “dal di fuori” il pregiudizio che grava su di lei. Entrambe credono nella legalità, entrambe perseguono il rispetto delle regole, con la differenza che Chiara desidererebbe trasparenza solo da parte di Vic, mentre la candida e ingenua Paula (soprannominata Biancaneve) deve destreggiarsi tra consuetudini ben poco legali che rischieranno di stritolarla e rovinarle la vita.

Vic è il protagonista maschile attorno al quale ruota l’intero romanzo. Personaggio ambiguo, che aiuterà Chiara, ma al contempo amico di quattro brutti ceffi rumeni perdigiorno, che si ubriacano al Bar di Fronte e ne combinano di cotte e di crude. Sarà anche fonte di pregiudizi, la stessa Chiara, nonostante nutra una forte simpatia per lui, non riesce tuttavia a fidarsi di quel ragazzo dall’aria perbene, ma alquanto misterioso. Come sei riuscita a costruire il suo personaggio, per altro in maniera impeccabile, ti sei ispirata a qualcuno in particolare o a qualche fatto di cronaca?

Vic mi ha letteralmente rovinato il sonno per mesi e mesi! Perché renderlo ambiguo, al contempo gentile con Chiara ma mascalzone per quanto riguardava i suoi “affari” non è stato per niente semplice. Vic è cortese ma freddo e distaccato, quasi lo stereotipo del piemontese “falso e cortese”, pur essendo rumeno. La sua storia è complicata, lui è nato in Romania ma è vissuto sempre a Torino, quindi anche il suo background è ambiguo o per lo meno ibrido. E che cosa è uscito fuori da questo incrocio di culture e di eventi? Un personaggio pieno di contraddizioni, frutto di una infanzia difficile e di traumi che lo hanno condotto a frequentare cattive persone. Insomma, Vic mi ha fatto impazzire perché è evidente che nasconde qualcosa, ma questo qualcosa non deve essere svelato se non da un certo punto in poi.
Per creare l’ambiente in cui Vic si muove mi sono ispirata ai numerosi fatti di cronaca che quotidianamente sentiamo in tv e sui giornali. Per quanto riguarda Vic posso dire che la sua fisicità e la sua innata eleganza appartengono a una persona che mi sta molto, molto vicina…(e che conosce questo retroscena).

I quattro rumeni portano nomi devo dire molto azzeccati, ti sei ispirata a qualcuno che conosci?

Tutti i rumeni del mio libri portano nomi appartenenti alla tradizione rumena che ho trovato tramite ricerche. Non conosco rumeni con tali nomi, conosco invece altri rumeni molto più tranquilli e integrati dei miei personaggi. Non avrei mai battezzato i quattro debosciati del mio libro con i nomi dei miei amici proprio per non dare adito all’equivoco di essermi ispirata a persone realmente esistenti che per fortuna non c’entravano nulla con la storia degradante che racconto.

Il Bar di Fronte, è un locale che esiste davvero a Torino?

Il Bar di Fronte non esiste. Come dicevo prima, è un luogo più emblematico che reale, collocato in una zona degradata di Torino dove c’è ricchezza di un certo tipo di immigrazione.

Anche i personaggi minori, come Carla e Giovanni alla fine rivelano il loro vero carattere, che è l’opposto di quello che lasciano trasparire. Ci racconti qualcosa di loro?

Carla e Giovanni sono persone depresse e compresse dalla situazione personale in cui versano. Carla è una disoccupata incinta e senza prospettive. Giovanni un cassaintegrato ipocondriaco che non fa che rimuginare morbosamente sulla propria salute. Apparentemente sono molti diversi (lei giovane, carina e tatuata, lui un cinquantenne che porta male la sua età), ma entrambi bivaccano al Bar di Fronte perché sentono di non avere valide alternative, prigionieri del proprio stato mentale e delle loro stesse paure. Ma alla fine tireranno fuori il meglio di sé e si riveleranno estremamente utili alla degna conclusione della vicenda. L’exploit che li costringerà ad uscire dal loro impasse cambierà loro la vita e li libererà almeno in parte dalla propria apatia.

C’è qualcosa di Elena Genero Santoro nelle protagoniste femminili, qualcuna di loro ti assomiglia in qualcosa o non ti ci ritrovi per nulla?

Mi ci ritrovo poco, onestamente. Ci accomunano solo alcuni punti: il tentativo di vivere legalmente, la passione per lo studio delle lingue e l’ambizione di parlarle bene. Con Chiara poi condivido lunghi anni di studio in una facoltà scientifica e conosco la fatica di terminare una tesi di laurea quando, dopo numerosi esami, la testa ormai è altrove. Tutto qua, però. Per fortuna.

Per finire, credi che per i giovani che intendano trovare lavoro, l’Italia possa offrire ancora qualche opportunità o bisognerà tornare ad emigrare come facevano i nostri nonni?

Sulle opportunità che offre l’Italia ai giovani non so che dire, ma attualmente la quantità di persone che emigra è superiore a quella che entra qui da noi e questo vorrà significare pure qualcosa. Spesso anche io ho immaginato di potermene andare, nel Nord Europa per esempio. I miei amici e conoscenti che sono emigrati non sono mai più tornati indietro. Di fatto io sono ancora qua e temo che resterò finché ho un lavoro e anche perché non sono più così giovane e un cambiamento a quarant’anni probabilmente è meno soft che a venticinque… Non so come sarà il futuro per i giovani, e tuttavia sono pronta anche a seguire i miei figli se tra qualche anno decideranno di cercare fortuna altrove. La scelta lavorativa però sarà la loro, non la mia.


Per concludere ci tengo a sottolineare che l’epilogo è davvero sorprendente, ma non è mia intenzione svelarlo al lettore e ci tengo a ribadire che non è per nulla scontato, perché da come è stata impostata la trama, difficilmente il lettore percepisce quello che potrebbe essere un possibile finale. Per questo devo farti i miei complimenti personali. Elena Genero Santoro, e... che dirvi cari lettori, se volete saperne di più e scoprire cosa si cela dietro il fenomeno dell’immigrazione, capire il punto di vista degli italiani (che già immaginiamo) e quello degli immigrati, se siete alla ricerca di qualche spunto di riflessione sull’argomento, allora non perdetevi questo bellissimo romanzo.

Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Diplomata in ragioneria, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
Leggi >
Gli angeli del Bar di Fronte, di Elena Genero Santoro: incipit

Gli angeli del Bar di Fronte, di Elena Genero Santoro: incipit

Gli angeli del Bar di Fronte, di Elena Genero Santoro: incipit

Incipit #164 Padronanza assoluta. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel movimento. Quelle tre palline rosse nelle sue mani avevano catturato la mia attenzione.


Gli angeli del Bar di Fronte

di Elena Genero Santoro
Mainstream
Gli Scrittori della Porta Accanto
ebook 2,99€



Quell’artista di strada, accovacciato per terra, su un giaciglio improvvisato, non si stava esibendo. Stava solo giocherellando a tempo perso. Forse aveva già tenuto il suo numero, quella sera, e ora bivaccava stanco, in attesa di qualcosa. Tuttavia i suoi gesti erano perfetti e misurati. Quelle tre palline appartenevano alle sue mani e avrebbero compiuto qualunque fluttuazione lui avesse loro imposto.
Continuavo a osservarlo rapita. Lui non pareva farci caso. Attorno a noi una fiumana di gente che andava e veniva. C’era la Sagra del Peperone a Carmagnola. Era un evento che durava una decina di giorni: nel centro storico venivano allestiti stand fieristici, padiglioni, attrazioni varie, musica nelle principali piazze, luci ovunque e intrattenitori dappertutto. Carmagnola era un grosso paesone dove in genere non accadeva nulla di nulla. Diceva la mia amica Noemi, i cui nonni vivevano lì, che i locali commerciali erano tutti in mano a una mafia, per cui aprire anche solo una pizzeria era un’impresa impossibile. In effetti, la sera c’era il coprifuoco: Piazza Sant’Agostino deserta, non girava un’anima, per le strade non c’era nessuno. Ma in quei dieci giorni di fiera tra la fine agosto e l’inizio di settembre cambiava tutto. Il mondo intero confluiva lì. In Piazza Sant’Agostino allestivano un palco e veniva inscenato uno spettacolo, di musica o di cabaret, diverso ogni sera. Di sabato ingaggiavano pure qualcuno di conosciuto. Altrimenti si esibivano professionisti meno noti e le viuzze del centro storico si popolavano di pagliacci, trampolieri e acrobati. Quell’anno mi ero fatta coinvolgere da Noemi e dal suo fidanzato, Simone, e mentre attendevo che quest’ultimo comprasse gelato al peperone per tutti, mi ero lasciata incantare per caso dalle mani di quel ragazzo che continuava a lanciare per aria e ad afferrare le tre palline rosse. Non riuscivo nemmeno a distinguere bene il suo viso, perché si era dipinto la faccia di bianco come i clown ed era malamente illuminato dalla luce giallognola del lampione. Finché, a un certo punto, il giocoliere non fu distratto da qualcosa, distolse lo sguardo, e una delle palline gli scappò via, rotolando fino ai miei piedi. In quel momento Simone, col gelato in mano, mi chiamò. Mi voltai e lo raggiunsi, non senza aver prima ricevuto uno spintone da un passante. Poi cercai di nuovo il ragazzo con lo sguardo, ma non c’era più, doveva essersene andato. Mi resi conto in quell’istante che in quelle mani sicure avevo lasciato un pezzo del mio cuore.

Settembre 2013
Chiara

Alzarsi al mattino era sempre più dura. La notte facevo spesso le tre e poi ero stanca morta. No, non mi dedicavo ai bagordi. Magari avessi avuto di che festeggiare. Lavoravo, invece. In un malfamato bar di Torino, di quelli che aprivano più tardi al mattino, ma che poi la sera andavano avanti a oltranza, situato dalle parti di Porta Palazzo. Il nome del locale era “Il Bar di Fronte”, ed era sottointeso, a detta del gestore, che quel nome intendesse “il bar di fronte al tiglio più bello del controviale”. Dovevo convenire che c’era una pianta parecchio imponente, nel raggio di pochi metri, ma da lì ad affermare che il significato del nome del bar fosse così scontato, ce ne passava.
Mio padre era morto l’anno prima e a casa i soldi iniziavano a scarseggiare. Un tempo eravamo benestanti, ma poi con la crisi, il decesso del babbo e la depressione di mia madre c’era stato qualche problema. Mia sorella Eleonora oramai si era sposata, viveva a Milano, non la vedevamo di frequente. Di sicuro stava molto meglio di noi. In casa, un ampio alloggio di un edificio dalla facciata eclettica situato in via Cibrario, ormai c’eravamo solo io e la mamma, anche se lei viveva rintanata nella sua stanza, dormiva tutto il giorno e si nutriva di antidepressivi. Averci a che fare non era piacevole e stavo meditando di trasferirmi dalla mia amica Anna, per lo meno per un po’, anche se questo avrebbe implicato ulteriore esborso di denaro. Eppure stavo valutando l’idea, se non altro perché dovevo terminare gli studi, concludere una volta per tutte, e invece non ne venivo a capo. Mi mancava poco, dovevo finire di scrivere la tesi e trovare il tempo di discuterla, ma, da quando avevo iniziato a lavorare al bar, ero sempre distrutta e non avevo mai né la concentrazione né la voglia di accendere quel dannato computer e applicarmici. Il professore si stava seccando. Sperava di vedermi un po’ più presente nella Facoltà di Fisica, per lo meno nei laboratori, dove avevo il materiale da analizzare. La verità era che a lui i miei dati servivano, con urgenza per giunta, perché doveva rivenderseli il più in fretta possibile e trarne del lustro, ma io ormai ero nell’impasse più inerte e seguitavo a non dargli alcuna soddisfazione.
Comunque, al mattino cincischiavo abbastanza e mi trascinavo fino al primo pomeriggio quando era ora di prendere servizio. Quando arrivavo, trafelata perché il tram era sempre in ritardo, Armando, il proprietario, era già lì. E poco dopo il bar si popolava di alcuni individui, sempre più o meno gli stessi, che di fatto erano i cosiddetti “clienti fissi”. A lungo mi ero stupita della fedeltà di quei figuri, che incuranti del fatto che il bar fosse una vera bettola non avevano mai tradito Armando con il suo dirimpettaio, solo un po’ più decente, al di là del viale. Magari erano in cerca di un surrogato di famiglia, e con Armando si sentivano a casa. Ciò di cui avevo avuto modo di rendermi conto era che Armando era un ottimo ascoltatore: discreto, molto empatico, insomma, alla gente piaceva. Un barista nato, dunque, almeno secondo i miei canoni.
Chissà perché allora non dava al suo locale un tono più trendy, e continuava invece a lasciare che fosse un bugigattolo dall’arredamento spartano e dall’aspetto mai troppo pulito, per quanto io mi spezzassi la schiena a fregare i pavimenti dopo la chiusura. Evidentemente ad Armando conveniva mantenere quell’assetto. Forse la sua era una scelta economica. Comunque di soldi ne faceva. E poi teneva anche le macchinette, quelle che alcuni clienti con il vizio del gioco foraggiavano quasi ogni giorno.

Tra i clienti fissi c’era Giovanni, un uomo di circa cinquant’anni portati malissimo.

Su Giovanni, come sugli altri, Armando non esprimeva giudizi, ma io ero abbastanza sicura che quel poveretto, cassa integrato da mesi, fosse ipocondriaco. Non era chiaro se l’assenza di lavoro fosse la causa o l’effetto del suo disagio, ma ogni giorno arrivava a farsi il suo cicchetto tenendo in mano un referto medico e poi ci tediava tutti con l’esito della più recente colonscopia, o della tac alla colonna vertebrale. Nell’ultimo periodo, diceva, gli era venuto mal di schiena, e bisognava capire se il problema fosse un’ernia che gli era uscita, o il colon irritabile. Era stato seguito da diversi medici, e nessuno di loro sembrava dello stesso parere: chi propendeva per l’ernia, chi per l’intestino. Io non sapevo se credere a tutto ciò che raccontava e pensare, come lui, che il servizio sanitario nazionale fosse composto da una manica di incompetenti, oppure se propendere per la mia idea iniziale: tutte quelle analisi, tutti quegli esami, non erano frutto dell’incompetenza dei medici, ma delle sue continue richieste. Dunque Giovanni poteva essere un malato immaginario. Certo era, però, che soffriva.
Poi, come sempre, quel giorno arrivò Carla. Carla era una disoccupata sulla trentina e oltre, piccola, magra, scura di pelle, con un taglio di capelli da dura, alcuni tatuaggi disseminati lungo il corpo e una gravidanza in stato avanzato. Del padre del nascituro, un maschio, non c’era traccia e lei non ne parlava mai. Di solito entrava e si accomodava al bancone, che ormai toccava con la pancia, e chiedeva da bere. In genere prendeva una bibita gassata, ma qualche volta si concedeva pure qualcosa di alcolico. Ogni tanto si sedeva alle macchinette e faceva qualche puntata, perdendo tutte le volte qualche decina di euro. Non avevo idea di come campasse, visto che non aveva un reddito fisso, e nemmeno poteva impiegarsi in lavoretti saltuari di impatto fisico, dato che era incinta. Ipotizzavo che potesse essere depressa per trascorrere le sue giornate con un bicchiere in mano in un bar dall’aspetto discutibile e frequentato da gentaglia. E pensare che, a vederla così, mi sembrava una donna dall’intelligenza vivace e dalle molte risorse. Comunque, in effetti, non la conoscevo a sufficienza per poter avere su di lei un’idea precisa.
E poi c’erano i rumeni. Il bar di Armando aveva come clienti fissi un gruppo di perdigiorno provenienti dall’est Europa, che si incontravano sempre allo stesso tavolino, si riempivano la pancia di birra e spendevano ore e ore fino a tarda sera discutendo di qualcosa nella loro lingua d’origine. Il bar di Armando era territorio loro, a differenza di quello di fronte che era popolato da nordafricani: marocchini, magrebini, algerini, non avrei saputo distinguerli. A me i nordafricani parevano tutti uguali, anche se immagino fossi io che non riuscivo a coglierne le differenze. Parlavano un italiano approssimativo mangiandosi sempre le vocali.

Invece da Armando c’erano i rumeni.

All’inizio non li avevo focalizzati bene, tuttavia ogni giorno erano almeno in quattro o cinque. Dopo un po’ avevo iniziato a riconoscerli e avevo pure imparato i loro nomi. C’era Constantin, che era alto, segaligno, con i capelli scuri. Poi c’era Ciprian, che invece era biondo con gli occhi azzurri. Sarebbe stato un bel ragazzo, se non fosse stato troppo grosso, con una gran pancia che si gonfiava ulteriormente non appena ci buttava dentro litri e litri di birra. Ogni tanto poi faceva la sua apparizione Gogu, che era mingherlino, bruno e aveva un’aria scaltra. Meno frequente era la presenza di Istrate, biondissimo e parecchio arrogante. Aveva i capelli ricci di un angelo, ma uno sguardo strafottente e irritante. Istrate non veniva spesso, ma, quando c’era, era impossibile non accorgersene: a volte persino Armando, con la sua aria flemmatica e il suo fare sempre bonario, aveva dovuto riprenderlo e chiedergli di darsi un contegno e di togliere i piedi dal tavolo. I rumeni erano sempre abbastanza chiassosi e la loro presenza si notava. Quando c’erano loro, non era inusuale che gli altri presenti mostrassero fastidio o pagassero la consumazione in fretta per uscire al più presto. Ero abbastanza sicura che Armando avrebbe dovuto vietare loro l’ingresso, perché gli facevano perdere clienti, ma forse lui si era fatto bene i suoi conti e aveva valutato che le birre dei rumeni compensavano i caffè di altri ospiti di passaggio. E poi Porta Palazzo era una zona alquanto degradata: non stavamo nella Torino bene, non c’era clientela snob da quelle parti.
Solo uno dei rumeni si distingueva per la sua presenza silenziosa. Il suo nome era Victor...


Quarta di copertina
"Gli angeli del Bar di Fronte" di Elena Genero Santoro, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni, 2018.

Chiara, italiana, e Paula, rumena. Due giovani voci in una Torino autunnale e desolata. Due ragazze che vivono di lavori umili. Chiara serve ai tavoli di un bar malfamato, Paula fa la badante in nero. Tra di loro un gruppo di ragazzi rumeni che ha tutta l’aria di essere una banda. Una sera, quello che pare essere il capo, Vic, salva Chiara da un tentativo di stupro da parte di due di loro. Chiara vorrebbe sporgere denuncia, ma Vic, che è tanto affascinante quanto ambiguo, le chiede di non farlo, in cambio della sua protezione. Nel frattempo l’ingenua Paula sogna l’amore, ma ripone tutte le sue speranze nell’uomo più sbagliato che ci possa essere. Un romanzo contro i pregiudizi e contro la violenza, che ha il sapore di una fiaba moderna.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


Leggi >
Recensione: Gli angeli del bar di fronte, di Elena Genero Santoro

Recensione: Gli angeli del bar di fronte, di Elena Genero Santoro

Recensione: Gli angeli del bar di fronte, di Elena Genero Santoro

Libri Recensione di Samantha Terrasi. Gli angeli del bar di fronte di Elena Genero Santoro (StreetLib – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Integrazione e immigrazione in una favola moderna positiva, sullo sfondo di una Torino magica.

La sera sul ponte del Po: Magnifico! Al di là del bene e del male!
Friedrich Nietzsche
Siamo a Torino. La Torino magica, la Torino dei viali paralleli e ampi, la Torino dei Portici ma anche la Torino di periferia. E proprio qui il locale Il Bar di Fronte apre le sue porte. Assomiglia al palco di un teatro dove i personaggi si scambiano le loro energie, si raccontano attraverso gesti e tazzine vuote. Il bar diventa il fulcro della narrazione nel quale Elena Genero Santoro, autrice de Gli Angeli del Bar di fronte, 0111 Edizioni, fa scorrere i suoi personaggi.
È un romanzo corale a due voci dove Chiara, studentessa di Fisica, si intervalla con Paula, badante rumena. Entrambe le ragazze subiscono la morsa di eventi che le stritola. L’integrazione di Paula, è un filo non così sottile che pervade tutta la narrazione. Costretta a lavorare e a umiliarsi, sogna l’amore romantico. Chiara invece è strozzata dalla depressione della madre, da un rapporto con il fidanzato Luigi, distante e da una sorella che è capace solo di criticare le sue scelte.
All’inizio le due voci sembrano confondersi, perché le due donne sembravano vivere lo stesso disagio. Accomunate da un senso di ansia e frustrazione ognuna di loro si ritrova a dover fare i conti con la propria famiglia.
Quando entrai nel santuario, percorsa una breve scalinata, mi resi conto che la mia mente tornava laggiù, e che qualunque appiglio era buono per farla orientare in basso, verso l’inferno della mia vita reale.
Elena Genero Santoro, Gli angeli del bar di fronte

Famiglie che per prime emarginano. 

Chiara si ritrova a fare da genitore a sua madre dopo la morte del padre. Chiara non ce la fa e la sua morsa aumenta. Paula vive invece incastrata in una situazione lavorativa difficile con una madre che irrompe a Torino e nella sua vita. Famiglie come isole chiuse dove approdare, sembra essere pericoloso. E se la famiglia fosse lo spunto per parlare di integrazione? Il matrimonio della cugina di Paula, Daniela, apre una grande finestra sul significato di diverse culture.
Integrazione e immigrazione saranno il collante che unirà le storie delle due ragazze. Non mancheranno i colpi di scena e un uomo enigmatico, Vic che saprà formare una rete di protezione per entrambe.
Certo, non lo sai? Torino è un polo di magia nera, insieme a Londra e San Francisco, e anche di magia bianca, insieme a Praga e Lione. Costituisce il vertice di due triangoli! Torino è un luogo altamente energetico, prova ne sia che nasce sulla confluenza di più fiumi!.
Elena Genero Santoro, Gli angeli del bar di fronte

E gli angeli dove sono? 

Per chi crede alla magia non tarderanno ad arrivare, non hanno ali o se ce l’hanno non si vedono. Perché gli angeli in fondo sono persone il cui unico scopo è aiutare gli altri perché Elena Genero Santoro ha dato uno spessore al disagio senza dimenticarsi la volontà dei personaggi che continuano a cercare risposte navigando tra il bene e il male.
È una favola moderna che lascia un senso di positività e una gran voglia di conoscere Torino da vicino. E come ogni favola, i sogni sono il motore che spinge i personaggi al riscatto.
L’autrice riesce a tenere con il fiato sospeso fino all’ultima battuta o meglio all’ultima tazzina del Bar di fronte.


Gli angeli del bar di fronte

di Elena G. Santoro
StreetLib – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
ISBN 978-8828323884
Ebook 2,99€
Cartaceo 12,99€

Sinossi

Chiara, italiana e Paula, rumena.
Due giovani voci in una Torino autunnale e desolata. Due ragazze che vivono di lavori umili.
Chiara serve ai tavoli di un bar malfamato, Paula fa la badante in nero.
Tra di loro, un gruppo di ragazzi rumeni che ha tutta l’aria di essere una banda. Una sera, quello che pare essere il capo, Vic, salva Chiara da un tentativo di stupro da parte di due di loro. Chiara vorrebbe sporgere denuncia, ma Vic, che è tanto affascinante quanto ambiguo, le chiede di non farlo, in cambio della sua protezione.
Nel frattempo l’ingenua Paula sogna l’amore, ma ripone tutte le sue speranze nell’uomo più sbagliato che ci possa essere.
Un romanzo contro i pregiudizi e contro la violenza, che ha il sapore di una fiaba moderna.
Samantha Terrasi

Samantha Terrasi
Vivo tra Torino e Roma, dove sono nata. Mia nonna avrebbe voluto che mi chiamassi Maria Concetta, ma per fortuna mio padre di ritorno da un viaggio negli States mi ha chiamato Samantha, rigorosamente con la h. Formazione scientifica, una laurea in biologia molecolare per poi scegliere di tramandare il mio sapere agli studenti. Sono una professoressa di matematica e scienze senza occhiali e quando non mi trovo tra equazioni e studenti, scrivo.
Parole nel vento, Aletti Editore, 2012.
Ti aspetto, Lupo Editore.
Leggi >
Intervista a Elena Genero Santoro, a cura di Samantha Terrasi

Intervista a Elena Genero Santoro, a cura di Samantha Terrasi

Intervista a Elena Genero Santoro - Foto scrittrice

Un caffè con Elena Genero Santoro, in tutti gli store online con il suo romanzo Gli angeli del bar di fronte, una storia di donne, una favola moderna, che parla anche di integrazione e violenza di genere.

Benvenuta Elena, grazie per essere qui con noi. Tu sei nata e cresciuta in una città che io reputo una tra le più eleganti d’Italia. Torino. Ho vissuto lì un anno per lavoro e ho passeggiato per i portici, gustato la golosità della gianduia. Tu che sei nata e cresciuta nella Torino magica, cosa ami di questa città?
Ciao Samantha e grazie per questa intervista. Sono nata a Torino, ma abito in provincia, proprio a pochi chilometri. Durante la mia infanzia Torino l’ho frequentata poco, il mio ricordo più angosciante riguarda le visite da una pediatra tanto snob quanto odiosa da cui mia madre mi portava per dei controlli periodici in via Valperga Caluso. Poi però, crescendo, da via Valperga Caluso ho cominciato a passarci tutti i giorni perché frequentavo il Politecnico ed è dunque da quando avevo diciannove anni che a Torino ci vado quotidianamente.

Il tuo luogo preferito?
I luoghi a cui sono affezionata sono tanti e non necessariamente turistici o appartenenti alla Torino magica. Ne cito solo alcuni: i giardini del Fante davanti al Politecnico, dove ho trascorso numerose pause pranzo e ore buche tra una lezione e l’altra in compagnia dei miei compagni. Palazzo Bricherasio e Palazzo Cavour dove in passato venivano organizzate interessanti mostre di pittura, ora dirottate su altre location (per esempio su GAM, la Galleria di Arte Moderna). La stazione di Porta Nuova che è un crocevia importante e ora anche un centro commerciale. L’8 Gallery, dentro il Lingotto, (che è un edificio storico di interesse notevole), che ospita il cinema e tanti negozi: l’ideale per un’uscita tra amiche. E ovviamente in Quadrilatero Romano, la parte più antica di Torino, che è anche il centro della Movida e ricco di locali interessanti.

Elena Genero Santoro
La crisi ha messo a dura prova molte città, come ha risposto Torino, secondo te? Cosa è cambiato?
Torino negli ultimi anni, crisi o non crisi, è cambiata molto. Dopo le Olimpiadi Invernali del 2006, che hanno dato una grossa spinta verso il rinnovamento, la città è stata riqualificata e si è riconvertita sotto una veste turistica che prima non aveva. In molti dall’estero l’hanno riscoperta e pare che ora sia una delle mete più ambite. Mi domando perché ci abbiano messo così tanto, perché le cose da vedere da noi sono tante. Io poi ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare i molti angoli di Torino inclusi nei programmi dei vari esami di storia dell’architettura e dell’urbanistica che ho avuto all’università. Non sto parlando solo della Mole Antonelliana e del Museo Egizio, tanto per fare due nomi illustri. Torino è interessante da scoprire per l’aria che si respira, per la struttura degli ampi viali di impostazione sabauda, per i palazzi dalle facciate regolari e i portici. Torino era una città operaia e adesso è una città culturale, con vari eventi e opportunità. Molti quartieri sono stati riqualificati: San Salvario era il centro della criminalità e dello spaccio, ora è un nuovo polo di locali e movida. Porta Nuova è stata rinnovata e ammodernata. Ora abbiamo finalmente una linea della metropolitana, la costruzione della quale per decenni era stata rimandata, cosa anomala per una città delle dimensioni di Torino. Certo il lavoro è ancora lungo. Per esempio trovo tremendo che la terza città italiana abbia un aeroporto così piccolo e poco collegato. Purtroppo Torino risente del confronto con Milano, come si è visto con la recente polemica per il Salone del Libro. Il problema nel caso del Salone del Libro è che si trattano i libri come una qualunque altra merce, dimenticando che i libri sono molto di più, sono cultura, sono tradizione. E che Milano poteva potenziare i suoi saloni del libro (ne aveva già un paio, mi pare) senza rubare il marchio a Torino. Milano e Torino sono due città molto diverse per tante ragioni, ognuna dovrebbe coltivare i suoi punti di forza, non rivaleggiare con l’altra.

La crisi si dice abbia colpito anche il mondo dell’editoria. Troppi emergenti, troppi romanzi, troppa scelta. Secondo te esiste davvero la crisi in questo campo?

La crisi c’è. Siamo in tanti a scrivere. Non voglio dire in troppi, ma quasi. Il self-publishing ha reso la pubblicazione più democratica e meno elitaria, ha aperto la strada a chiunque pensasse di aver qualcosa da dire (anche alla sottoscritta, che dal self-publishing ha iniziato). Questo è stato un bene, da un certo punto di vista, ma adesso non c’è più selezione e il mercato è decisamente saturo.

Cosa rappresenta per te scrivere?
Scrivere per me è analizzare la realtà che mi circonda e alla fine cambiarla in modo da renderla migliore. Quando scrivo dipano i pensieri, do un senso alle cose e trovo le soluzioni che mi mancavano. E naturalmente per crearmi un mondo in cui evadere quando la realtà diventa troppo pesante.

Il tesoro dentro, Gli angeli del bar di fronte, Un errore di gioventù. Tre romanzi. Quale ti rappresenta di più?
Faccio una doverosa premessa: “Un errore di gioventù” è il nono libro di una serie di dieci romanzi di cui sono stati pubblicati anche i primi due: “Perché ne sono innamorata” (Montag Edizioni) e “L’occasione di una vita” (Lettere Animate). Prima o poi pubblicherò anche i sei romanzi in mezzo e l’ultimo. Ma ho deciso di dare la priorità a “Un errore di gioventù” per un motivo personale: il libro parla della pena di morte ed è dedicato a Martin Eddie Grossman, mio penfriend dal 2002 fino al 2010, quando è stato giustiziato nel carcere della Florida in cui era detenuto. La storia che ho raccontato io, intrecciata ad altre trame, non è reale, ma ovviamente è ispirata alla sua.
Invece in “Il tesoro dentro” c’è uno scrittore danese poliglotta che sceglie di vivere a Torino. Ovviamente la storia che gli ho attribuito è completamente di fantasia, ma lo scrittore danese poliglotta che sceglie di vivere a Torino esiste davvero e io l’ho conosciuto, la qual cosa mi riempie di orgoglio campanilista.



A quale dei tre sei più affezionata?
Non c’è un romanzo a cui sono più affezionata. Sarebbe come dover scegliere tra i miei figli.

Se dovessi andare a un ballo e presentarli che vestito sceglieresti per ognuno di loro?
Questi miei tre libri affrontano tutti dei temi sociali, quini credo che potrei presentarli tutti con lo stesso vestito: magari un bell’abito blu di organza, con la gonna ampia che prenda sotto di sé e ripari tutti i miei protagonisti dalle ingiustizie alle quali sono soggetti.

Gli Angeli del bar di fronte, una favola moderna, è un romanzo corale a due voci. Chiara, una ragazza italiana torinese e Paula, rumena. Entrambe si alternano in una Torino che fa da cornice. Come sono nati i tuoi personaggi?

Sono nati per contrapposizione. Volevo alternare le due voci. Due ragazze che non si conoscono, simili per età, per lavoro e per ambizioni, ma molto diverse per background. Chiara, proveniente da una famiglia in origine benestante, abituata agli agi, alle vacanze in località di grido. Paula fuggita alla povertà e alle superstizioni della Romania più desolata. Eppure hanno in comune più di quanto possano immaginare.

Nel romanzo si parla spesso di integrazione e immigrazione. Due concetti che alla luce dei fatti moderni, spaventano ancora. L’immigrazione è un flusso costante che attraversa il nostro paese, pensi che le nostre città siano preparate?
L’immigrazione è antica come il mondo, c’è sempre stata in varie forme. Solo chi si adatta sopravvive, a questo come ad altri fenomeni. Ovviamente le città italiane dovranno adattarsi, ma anche gli immigrati dovranno metterci del loro. Voglio dire, le città sono preparate nella misura in cui chi arriva lo fa pacificamente. L’integrazione – lo dice la parola stessa – deve essere completamento, arricchimento. Se chi arriva da fuori lo fa con una disposizione di scambio reciproco (economico, culturale), i vantaggi non possono essere che molteplici. Se lo straniero che arriva ci considera solo dei dannati infedeli da sterminare tutti, allora è chiaro che le città dovranno ristrutturarsi completamente perché sì, abbiamo un problema, e in questo senso no, le città non sono proprio preparate. Ovviamente mi riferisco agli ultimi eventi drammatici che riguardano il terrorismo e mi rammarico per come le schegge impazzite che perseguono il fondamentalismo e l’estremismo (religioso e non) rischiano di fomentare l’odio e la diffidenza di noi europei verso tutti gli immigrati pacifici, che sono la maggior parte.

La nostra cultura è così aperta quando si parla di integrazione o è solo una parola come tante? C’è integrazione a scuola, nel mondo del lavoro, nelle strade?
Bella domanda. L’integrazione è un’aspirazione alla quale voglio credere, ma che purtroppo a volte riserva brutte sorprese. Ho scritto diversi articoli in un recente passato sull’integrazione nei paesi del Nord Europa in cui andavo spesso per lavoro, in particolare il Belgio e la Germania. Lassù mi sono sempre sembrati più avanti di noi nel processo di integrazione. Un esempio: vicino a Francoforte ho visto negozi di moda per donne musulmane integrati nel tessuti urbano, insieme a tutti gli altri e non ghettizzati in qualche borgo specifico. Gli stranieri sono tanti, in percentuale molto più che da noi, vivono lì da più tempo e provengono da ogni parte del globo. E che dire di Londra che ha eletto un sindaco di origini pakistane? È meraviglioso! Bruxelles, Londra, sono città cosmopolite e affascinanti in cui mi sarebbe sempre piaciuto abitare. Camminare per strada e avere tutto il mondo a propria disposizione. Ma posti del genere si rivelano sempre realtà più complicate, frammentate e controverse di quanto si possa immaginare. E quando l’autore di un atto terroristico si scopre essere un immigrato di seconda generazione, nato e cresciuto lì in una famiglia ordinaria e devota al lavoro, rimane sempre l’amara sensazione di aver allevato una serpe in seno. In momenti come quelli l’integrazione appare un concetto molto più fragile e superficiale di quanto si pensasse. Che peccato. Perché poi chiedo a mia figlia, che ha finito la seconda elementare: “Tu hai una compagna rumena e un altro compagno nordafricano, vero?” E lei mi risponde: “Boh, che ne so?” E questo è un buon segno, perché significa che non ha percepito alcuna differenza. Così come non percepisce la differenza quando al parco giochi trova una famiglia di nordafricani con tre bambini che si esprimono correntemente in arabo con la madre e in perfetto italiano con vago accento piemontese con tutti gli altri.

Gli Angeli del Bar di Fronte si sofferma più volte su questo concetto, sollevando molte domande, come mai hai voluto porre l’accento su questa condizione? C’è un episodio che ha fatto scattare la molla?

Per scrivere “Gli Angeli del Bar di Fronte” mi è bastato guardarmi intorno. Non c’è un episodio che abbia fatto scattare la molla, piuttosto tanti frammenti che messi tutti insieme mi hanno permesso di raccontare una storia organica. Aggiungo che nel libro parlo sì di immigrazione, ma considero solo la comunità rumena che è quella che conosco meglio. Un episodio che ha un’ispirazione reale è quello del matrimonio tra un italiano e una rumena, che nel libro è sfondo per altri eventi. Mi è capitato di assistere a un matrimonio del genere. C’erano due tavolate, quella italiana e quella rumena, che festeggiavano ognuna a modo suo. Non fu un grande esempio di integrazione e il matrimonio, peraltro, finì molto male dopo pochi mesi. E che dire delle badanti e delle colf rumene? Chi di noi non ne ha una che accudisce un anziano o che ci fa i lavori di casa?
(Hai ragione anche mia nonna ne ha una)
Ci tolgono dai guai e molte volte fanno un gran lavoro. Abbiamo bisogno di loro, perché noi facciamo una vita infame, chiusi in ufficio per dodici ore al giorno. Ci accudiscono bisnonni e figli piccoli, perché nemmeno i nonni, che non riescono più ad andare in pensione, possono badare ai nipoti, ormai. Per quanto riguarda le badanti (rumene e non): tutti abbiamo bisogno di loro, molti le odiano e preferirebbero assumere un’italiana (a trovarla). Le trovano ambiziose, attaccate al denaro. Magari quelle poverette nel loro paese erano ingegneri nucleari, invece sono qua costrette a disinfettare piaghe da decubito o a pulire il sedere a qualche vecchio sporcaccione. Insomma, tutto è relativo e il gioco di equilibri è assolutamente precario. Nel libro cerco di dare voce a tutti.

Il romanzo parla anche di donne. Due, le protagoniste. Esistono nella realtà Chiara e Paula? E soprattutto esiste il Bar di Fronte?
Paula e Chiara non esistono, così come non esiste il Bar di Fronte. Il Bar di Fronte è un luogo più emblematico che reale, collocato in una zona degradata di Torino dove c’è ricchezza di un certo tipo di immigrazione. Ha nome alquanto bislacco per essere un bar. La domanda sorge spontanea: Bar di Fronte a che? Già nelle prime pagine viene spiegata la scelta di tale nome da parte del suo criptico gestore Armando: lui intende il Bar di Fronte al tiglio più bello della città, a suo dire. Ovviamente nessuno può intuire il suo complicato retro-pensiero, ma “Bar di Fronte” suona anche come il nome di un luogo che ciascuno può immaginare molto vicino a sé. Dunque, è il bar ordinario, modesto e un po’ spoglio che tutti potremmo avere sotto casa.



Tutti possiamo avere il nostro Bar di fronte così.
Sì, mentre Chiara e Paula sono due donne che vivono storie di donne e in cui qualche lettrice potrà immedesimarsi. Ma non dimentichiamo che tutto nel libro ruota intorno al misterioso Vic, il vero protagonista del romanzo. È il perno, anche se non è uno dei narratori e il suo punto di vista si scopre solo alla fine.


Nei ringraziamenti del tuo libro ho letto che hai due figli. Con quali favole sono cresciuti? Sono le stesse che ti leggevano da bambina?

No, i miei figli hanno a disposizione miriadi di libri e di storie. L’offerta al giorno d’oggi è vastissima anche per i bambini. Accanto alla fiabe classiche ci sono mille libri più moderni, studiati apposta per la loro formazione. Per loro, quando erano più piccolini, ho comprato diversi volumi di Babalibri, uno dei quali, per esempio, aiuta il piccolo lettore a prendere coscienza della propria rabbia (e a domarla). E vogliamo parlare dei romanzi brevi scritti appositamente per loro? Solo ieri ho acquistato a mia figlia due libri per bambini dai sette anni in su: uno mirato all’accettazione del diverso, l’altro alla realizzazione dei propri sogni. Con questo non voglio denigrare tutte le letture della mia infanzia, anzi. Proprio qualche sera fa mia madre ha ritrovato in cantina il mio libro preferito: Ranuncolina. È una delle varie trasposizioni di Riccioli d’Oro e i Tre orsi. Non mi piaceva solo la trama, di quel libro amavo pazzescamente le illustrazioni colorate. Comunque, lo conoscevo a memoria. L’ho letto ai miei figli e ancora ricordavo le parole e le espressioni. La trama, a grandi linee, i miei figli l’avevano già sentita.

Elena preferisce l’inverno e la neve o l’estate e il mare?
Assolutamente l’estate e il mare. Detesto la neve per molte ragioni e pur abitando ai piedi delle montagne non ho mai provato a sciare in vita mia.

I sogni sono sempre stati la parte più eterea di una persona che si concretizzano fino a diventare realtà tangibili. Qual è il sogno di Elena?
Il mio rapporto coi sogni è cambiato negli anni. A vent’anni vedevo i sogni come un mondo a parte, contrapposto alla realtà e li rifiutavo. Mi sembravano una perdita di tempo. Ora penso che i sogni siano l’unico modo per realizzare qualcosa, anche di impensato e improbabile. Ma da buona piemontese scaramantica, li tengo tutti per me, altrimenti non si realizzano.

Siamo curiosi e non possiamo non chiedertelo, quali sono i tuoi progetti futuri? Ci sarà un nuovo romanzo?
Sto lavorando su due manoscritti. Il primo è una storia drammatica, in linea con quello che ho pubblicato finora. Il secondo è una cosa completamente diversa, umoristica, con personaggi vagamente caricaturali. La protagonista è una specie di Bridget Jones all’italiana, forse un po’ più trash, ma mai volgare. Non so se potrà piacere, ma nella vita bisogna sperimentare.

Nella vita bisogna sperimentare e io ti faccio un grosso in bocca al lupo. In gamba, neh!



Samantha Terrasi

Samantha Terrasi
Vivo tra Torino e Roma, dove sono nata. Mia nonna avrebbe voluto che mi chiamassi Maria Concetta, ma per fortuna mio padre di ritorno da un viaggio negli States mi ha chiamato Samantha, rigorosamente con la h. Formazione scientifica, una laurea in biologia molecolare per poi scegliere di tramandare il mio sapere agli studenti. Sono una professoressa di matematica e scienze senza occhiali e quando non mi trovo tra equazioni e studenti, scrivo.
Parole nel vento, Aletti Editore, 2012.
Ti aspetto, Lupo Editore.
Leggi >
"Gli angeli del bar di fronte" di Elena Genero Santoro, recensione di Nicolò Maniscalco

"Gli angeli del bar di fronte" di Elena Genero Santoro, recensione di Nicolò Maniscalco


"Gli angeli del bar di fronte" di Elena Genero Santoro, Zerounoundici Edizioni, 2014, l'amore e l'immigrazione al di là degli stereotipi.

Sono convinto che sia riduttivo classificare “Gli angeli del bar di fronte” semplicemente come romanzo mainstream perché ci sono almeno due aspetti che lo avvicinano molto al thriller. il primo è la dose di suspense che si percepisce in lunghi tratti e, il secondo, è il mistero che circonda il personaggio di Victor fin dalle prime righe.
Il romanzo tratta il tema dell’immigrazione ma non è trattato con gli stereotipi ai quali siamo abituati ogni qualvolta si tocchi l’argomento. Gli immigrati del romanzo hanno storie personali diverse; c’è quella della protagonista rumena, una ragazza diplomata costretta a fare la badante per sbarcare il lunario e ci sono quelle di altri immigrati, alcuni onesti e altri perditempo, fino ad arrivare a delinquenti comuni e stupratori.
Non manca la storia d’amore che rende il romanzo più vero. Ci sono donne innamorate, insicure, tradite e traditrici.
Insomma, è uno spaccato della vita nelle nostre città. La storia è ambientata a Torino e in altre location piemontesi, ma potrebbe essere collocata in una qualunque delle nostre metropoli. Per coloro che, come me, conoscono i luoghi frequentati dai protagonisti, la lettura è piacevole.
Le protagoniste sono due donne: Paula, la ragazza rumena e Chiara una laureanda, ex benestante, che fa la barista per pagarsi l’università. Le loro storie in qualche modo s’intrecciano ma non dirò di più per non rovinare quella suspense prima citata.
La lettura è molto scorrevole. Un libro da leggere.

di Elena G. Santoro 
0111 Edizioni 
Mainstream 
ISBN  978-88-6307-811-4 
cartaceo 15,50€ |  Acquista
ebook 3,99€ |  Acquista     

Chiara, italiana e Paula, rumena. 
Due giovani voci in una Torino autunnale e desolata. Due ragazze che vivono di lavori umili. 
Chiara serve ai tavoli di un bar malfamato, Paula fa la badante in nero. 
Tra di loro, un gruppo di ragazzi rumeni che ha tutta l’aria di essere una banda. Una sera, quello che pare essere il capo, Vic, salva Chiara da un tentativo di stupro da parte di due di loro. Chiara vorrebbe sporgere denuncia, ma Vic, che è tanto affascinante quanto ambiguo, le chiede di non farlo, in cambio della sua protezione. 
Nel frattempo l’ingenua Paula sogna l’amore, ma ripone tutte le sue speranze nell’uomo più sbagliato che ci possa essere. 
Un romanzo contro i pregiudizi e contro la violenza, che ha il sapore di una fiaba moderna.

Nicolò Maniscalco
L'infinita quantità dei suoi hobbies li rende assolutamente non tutti elencabili, tra questi: l'Agility Dog, che pratica con i suoi amati Border Collie, e la lettura di libri e fumetti.
Dopo anni d’indecisione, inizia a scrivere un po' per gioco un po’ per mettersi alla prova.
Il Labirinto della Memoria, Zerounoundici Edizioni.
Nucleo operativo A5, Selfpublished.

Leggi >
Solo un assaggio: "Gli angeli del bar di fronte" di Elena genero Santoro | #2

Solo un assaggio: "Gli angeli del bar di fronte" di Elena genero Santoro | #2


Me ne andai poco prima del solito, ma era già buio. Procedevo spedita nel marciapiede largo e sporco, ma ero stanca morta. Volevo solo tornare a casa e posare le mie ossa sul letto. Speravo che la mamma fosse già a dormire per non doverle parlare. Pregavo che il Tavor avesse già fatto il suo effetto. La fermata del 18 era a soli due isolati. L’auto non ce l’avevamo più. Mia madre non guidava, mio padre aveva un’Alfa Giulietta aziendale che, morto lui, avevamo dovuto restituire. A un tratto, mi sentii afferrare da dietro. Qualcuno aveva messo una mano intorno alla mia bocca e stava cercando di immobilizzarmi. Tentai di gridare ma mi fu impossibile. Cercai di divincolarmi, ma due braccia mi tenevano ferma. Provai a dare un calcio, ma mi feci male e ricevetti un ceffone. Capii che erano in due e volevano abusare di me. Volevano accedere alle mie gambe, al mio intimo. Ammisi che mia sorella, per quanto noiosa e saccente, avesse ragione. Quella era una zona malfamata e io non avrei dovuto essere lì. Pensai anche a Noemi e al suo intrallazzo clandestino. Che diritto avevo io di giudicare le sue frequentazioni, quando poi mi cacciavo in guai decisamente più seri? Mi sentii in colpa per essere in quel luogo in quel momento, come se quel tentativo di stupro ai miei danni me lo fossi cercato. Pregai che almeno non mi picchiassero, che facessero in fretta.
Invece di botto si fermarono. Una voce li aveva richiamati all’ordine. Era quella di Vic che, urlando contro i due alcune frasi in rumeno, li aveva costretti a lasciarmi andare. Ovviamente non compresi cosa aveva detto, ma tra i suoni mi parve di distinguere un “Istrate”. Mi voltai lentamente e riconobbi il mio cliente al bar, insieme a Constantin.
Vic si avvicinò a grandi passi. Puntò contro i miei due aggressori e li riprese con improperi per me incomprensibili. Ora che era più vicino, parlava a voce bassa, ma il suo tono era secco. Ancora ignoro cosa disse loro di preciso, ma dovette essere durissimo, perché Constantin si allontanò con l’aria di un cane bastonato e Istrate, con gli occhi rossi per via dell’alcol e dell’arroganza in circolo, dovette desistere e suo malgrado lasciarmi andare, non senza prima avermi dato uno spintone che mi fece inciampare. Per fortuna Vic mi sostenne con un braccio e non caddi.
Vic e Istrate ora erano uno contro l’altro e si guardavano in cagnesco. Vic era sulla difensiva, ma determinato a mantenere la sua posizione. Istrate aveva l’aria di chi cercava solo un pretesto per attaccare. Ero convinta che quest’ultimo, ubriaco e incontenibile al punto da usare violenza a me, potesse scaricare la stessa brutalità contro Vic durante una rissa. Ma per qualche ragione inspiegabile, la scintilla non scoccò e la rissa non iniziò.
Vidi Istrate allontanarsi con sdegno, se fosse dipeso da lui avrebbe reagito molto male, ma evidentemente Vic doveva essere davvero influente nella loro organizzazione, quale che fosse, perché nonostante la sbronza e la rabbia, Istrate si represse.
Ero ancora appoggiata a Vic quando cominciai a realizzare appieno ciò che mi era accaduto. Ma ero talmente arrabbiata e spaventata che me la presi con lui, che era quello che mi aveva salvata. Però era anche invischiato con quei delinquenti, e allora non poteva essere del tutto innocente.
«Che razza di amici hai?» gli sbraitai addosso, sconvolta e con i nervi a pezzi. «Io adesso chiamo la polizia o i carabinieri immediatamente!» urlai, e frugai nella borsa per trovare il mio cellulare.
«No, no, ti prego» replicò lui, sfilandomi delicatamente il telefono dalle mani. «Quei due sono stati… inqualificabili, ma ti giuro che un episodio del genere non si ripeterà mai più».

Titolo:  GLI ANGELI DEL BAR DI FRONTE
Editore:  0111 Edizioni
Genere: Mainstream
ISBN: 978-88-6307-811-4

Leggi >
Recensione: Gli angeli del bar di fronte, di Elena Genero Santoro

Recensione: Gli angeli del bar di fronte, di Elena Genero Santoro


"Gli angeli del bar di fronte" di Elena Genero Santoro, Zerounoundici Edizioni, 2014.

Cos’è il pregiudizio? Quanto si preclude ciascuno di noi nel momento in cui sceglie di fermarsi all’apparenza, di fare di tutta l’erba un fascio, incurante del fatto che dietro a una maschera si possa celare qualcosa di valore.
La Torino dei giorni nostri è più dei caffè storici e delle golosità gastronomiche, dei monumenti e delle piazze gremite di turisti. Una città di dove i giovani svolgono lavori umili e gli stranieri non sono tutti delinquenti. Questa la scelta dell’autrice che, attraverso una narrazione scorrevole e coinvolgente, racconta una quotidianità comune a tanti, fatta di sacrifici e stenti.
Due storie parallele che a un tratto si sfiorano e si intrecciano come le dita di due mani che per un momento non vogliono lasciarsi.
Chiara, studentessa universitaria e barista in una bettola di periferia, con una madre depressa da accudire e una sorella agli occhi della quale è soltanto una ragazza egoista e incapace.
Paula, giovane donna rumena dai sani principi morali che poco conosce la vita e le sue insidie. Badante e domestica presso diverse famiglie, sfruttata e mal considerata dai suoi familiari che vedono nel suo lavoro la possibilità di arricchirsi in modo non del tutto onesto. Perché se gli italiani sono i primi a non esserlo, nulla vieta di prendere loro ciò che spetterebbe di diritto…
Due drammi: uno alle spalle e uno nascosto, in agguato, oltre la porta di una stanza. Poi loro, il gruppo di uomini rumeni che frequentano il bar dove lavora Chiara; quel luogo anonimo ma animato da personaggi da scoprire senza giudicare. Vic: diverso, sfuggevole e contraddittorio.
Può una persona essere differente da come si mostra? L’etichetta vale per tutti, senza distinzioni? A noi la scelta: offrire una possibilità o nasconderci dietro a un dito.


di Elena G. Santoro 
0111 Edizioni 
Mainstream 
ISBN  978-88-6307-811-4 
cartaceo 15,50€ |  Acquista
ebook 5,99€ |  Acquista     

Chiara, italiana e Paula, rumena. Due giovani voci in una Torino autunnale e desolata. Due ragazze che vivono di lavori umili. Chiara serve ai tavoli di un bar malfamato, Paula fa la badante in nero. Tra di loro, un gruppo di ragazzi rumeni che ha tutta l’aria di essere una banda. Una sera, quello che pare essere il capo, Vic, salva Chiara da un tentativo di stupro da parte di due di loro. Chiara vorrebbe sporgere denuncia, ma Vic, che è tanto affascinante quanto ambiguo, le chiede di non farlo, in cambio della sua protezione. Nel frattempo l’ingenua Paula sogna l’amore, ma ripone tutte le sue speranze nell’uomo più sbagliato che ci possa essere. Un romanzo contro i pregiudizi e contro la violenza, che ha il sapore di una fiaba moderna.



Francesca Gnemmi
Leggi >
ARTICOLO PRECEDENTE >>
Post più vecchi
Home page