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Intervista a Desiria, dal chick-lit di Elena Genero Santoro

Intervista a Desiria, dal chick-lit di Elena Genero Santoro

Intervista a Desiria, dal chick-lit di Elena Genero Santoro

People A cura di Elena Genero Santoro. Intervista a Desiria, protagonista del chick-lit Desiria – Tutta colpa del cuore: «Ho un debole per i grandi sorrisi, ma sono fermamente convinta che gli uomini più fascinosi del globo provengano dal Sud America».

Molti la definirebbero una Bridget Jones orgogliosamente italiana, dotata di temperamento sanguigno eirresistibile autoironia. Desiria Concetta Pidò ha quarantadue anni, una folta chioma rossa e una fisicità "morbida" che lei stessa difende con fierezza contro i canoni estetici più rigidi.
Madre divorziata del giovane Maicol (scritto proprio così) e reduce da un improvviso licenziamento che l'ha privata della sua stabilità, Desiria ha affrontato con coraggio una serie di avventure rocambolesche scandite da infortuni fantozziani e sfide quotidiane. Cresciuta con il mito delle telenovele sudamericane e una passione smodata per il cioccolato, inizialmente cerca il grande amore tra le braccia di Carlos, un sinuoso maestro di ballo brasiliano. La vera svolta arriva però dal pianerottolo di casa, nei panni del nuovo, misterioso vicino Heiko...


Desiria
Tutta colpa del cuore

di Elena Genero Santoro
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Chick-lit | Rom-com
Copertina flessibile | 244 pag | formato tascabile
ISBN 9791257261252
cartaceo 16,00€
ebook 3,99€


Desiria… Hai un nome originale! Che origine ha?

Oh, guarda, non parlarmene. Mia madre mi ha sempre detto che Desiria era la protagonista di una telenovela che guardava quando era incinta di me. Purtroppo non sono mai riuscita a farmi dare altri dettagli. Anzi, mia madre è sempre molto vaga anche quando le faccio domande specifiche. Si è persino contraddetta: all’inizio diceva che la telenovela era argentina, poi venezuelana e infine brasiliana… Secondo me c’è qualcosa sotto.

Chi è Lucio?

Una grande delusione. È il mio ex marito, ci siamo separati dopo la nascita di Maicol, perché lui mi tradiva con Manuela, una volgare sciaquetta dall’abbigliamento troppo vistoso per i gusti di chiunque abbia buon senso. La peggiore punizione per lei è stata che se l’è tenuto e ci convive da dieci anni.

Cosa ti piaceva di lui?

Il sorriso marpione: da giovane era un bel ragazzo, con lo sguardo accattivante. Il problema è che ha continuato a regalare sorrisi accattivanti in giro e non a me, che ero sua moglie. Dopo di lui, però, ho cambiato target.

Chi è oggi il tuo uomo ideale?

Continuo ad avere un debole per i grandi sorrisi, ma sono fermamente convinta che gli uomini più fascinosi del globo provengano dal Sud America. Hanno il sole dentro, il ritmo nel sangue, tonnellate di energia… ecco, un tipo così per me sarebbe l’ideale. Se poi facesse il maestro di danza, assomigliasse a Miguel di “Tutta colpa del cuore” (la mia telenovela preferita) e si chiamasse Carlos, avrei tutto ciò che desidero.

Che ci dici della tua amica Patty?

Voglio bene a Patty, ma è un gufo. Porta proprio sfiga. Quando dice che qualcosa andrà storto, poi succede. Quando le ho confidato i miei sentimenti per Carlos, anziché essere contenta per me, mi ha dato della scema. Secondo me è un po’ invidiosa. Lei non è stata fortunata con gli uomini. È complessata e questo la rende cattiva. Non so come faccia a fare la psicoterapeuta. Forse si consola vedendo che c’è chi sta peggio di lei!

Parliamo di lavoro. Se non sbaglio "il Giampi" è il tuo capo...

Non nominarmi quel deficiente. Non mi ha rinnovato il contratto al supermercato. Non posso che odiarlo con tutte le mie forze. Anche lui di sfiga me ne ha portata parecchia. Ma un giorno riuscirò a vendicarmi. Oh, sì.

Poi però hai incontrato Callista. Come vanno le cose con lei?

Una vecchia pazza! È snob, è bizzarra, è imprevedibile, una ne fa, cento ne pensa. È impossibile capire quale sarà la sua prossima mossa, è come il cavallo degli scacchi, non sai mai dove andrà a parare. Dico io, non poteva toccarmi un’anziana come tutte le altre, di quelle a cui stirare i panni e preparare la minestrina in brodo? No, un’anziana professoressa cardiopatica - tutta colpa del cuore - con più idee che forza fisica, motivo per cui tocca a me galoppare!

Un’ultima domanda: chi è Heiko M.?

Ottima domanda. Vorrei saperlo anche io...


Elena Genero Santoro
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Intervista a Mondo, dai libri di Andrea Pistoia

Intervista a Mondo, dai libri di Andrea Pistoia

Intervista a Mondo, dai libri di Andrea Pistoia

People A cura di Andrea Pistoia. Intervista a Mondo, protagonista del romanzo sarcastico Ancora e mai più (nelle mutande): «Ho ventitré anni ma il cervello di un quindicenne. E come tutti i ragazzi della mia età, ho un pensiero fisso e costante nella testa».

Lo scrittore Andrea Pistoia, improvvisatosi giornalista d’assalto, intervista Mondo, il protagonista dei suoi romanzi Ancora e mai più (nelle mutande) (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto) e Di donne, di amori e di altre catastrofi (Youcanprint), il quale si mette a nudo davanti ai lettori (ma soprattutto alle lettrici).
Da questa chiacchierata l’intervistatore ne uscirà sempre più sconvolto…

Ancora e mai più (nelle mutande)

Ancora e mai più
(nelle mutande)

di Andrea Pistoia
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Umoristico
ISBN 979-1254581056
cartaceo 15,00€
ebook 2,99€


Innanzitutto, partiamo dalle presentazioni: chi è Mondo?

Mondo è l’abbreviazione di Edmondo. Potevo farmi chiamare “Ed” ma poi i lettori avrebbero pensato che i miei genitori avessero fatto uso di stupefacenti durante la scelta del nome (o che avessero seri problemi mentali, come coloro che, fan sfegatati di Beautiful, chiamano il figlio Ridge).

Qualcosa di più su di te?

Ho ventitré anni ma il cervello di un quindicenne (che a quest’età ci sta ancora, dai). La paura di mio padre è che io arrivi a quaranta mantenendo le capacità intellettive di un adolescente…
Poi, che dire? Ultimamente, come tutti i ragazzi della mia età, ho un pensiero fisso e costante nella testa… Ehm, no, non è sugli impressionisti francesi e le loro opere.

Parliamo di questo tuo “chiodo fisso”: pensi sia normale, ora che sei adulto? Non dovresti puntare a qualcosa di più… Maturo e profondo?

Ma quante *beep* che stai sparando! Ascolta: sono giovane e appena uscito (stra-scottato) da una storia seria… Ma cosa ti aspetti? Che mi chiuda in un monastero Zen alla ricerca del senso della vita o che, peggio ancora, mi ributti in una storia seria col rischio di soffrire di nuovo come un cane? Io ho un cuore (anche se qualcuno può pensare che ce l’abbia sotto la cintola) che ha deciso di prendersi una meritata vacanza. Ciò che resta è una “potencia de fuego” sessuale. Vogliamo sprecare tutto ‘sto ben di Dio?

La tua reazione è comprensibile. Ma non credi che sia un po’ troppo esagerato vestire i panni del ragazzo cinico che vuole una cosa sola dalle donne? Col tuo esempio non stai inevitabilmente dipingendo in modo negativo il genere maschile? Qualche donna potrebbe restare offesa da certi tuoi atteggiamenti e pensieri…

Ma, per Me Medesimo (ebbene sì, sono megalomane: a volte mi sento il creatore del cielo e della terra), siamo onesti: cosa ti aspetti da un ragazzo appena uscito dall’adolescenza? Noi siamo una generazione cresciuta a pane e youporn (più youporn che pane). Ogni ulteriore commento è superfluo, non credi?

Ok, lo capisco. Però sei diventato un po’ troppo spietato con le donne. Dicci la verità: lo sei sempre stato? Perché, da come ti poni, sembra che tu abbia avuto traumi affettivi mica da ridere nella tua infanzia…

Ciccio (permettimi questa confidenza amichevole in quanto, non so perché, mi stai proprio simpatico), guarda che ho avuto un’infanzia più che felice! Semplicemente sono passato da una vita di marmocchio fatta di pappa-cacca-nanna ad una di adolescente tutto pappa-ragazze-cacca-ragazze-nanna-sogni pieni di donne nude che bramano il mio corpo.

Peccato che, a causa di questo tuo linguaggio schietto, qualcuno inevitabilmente ti accusi di essere troppo volgare e scurrile.

Senti un po’, sapientino, ribadisco: cosa ti aspetti da un ventitreenne? La differenza tra me e un “bravo ragazzo” è che io dico le cose senza peli sulla lingua (e se li ho, sono certamente di una donna…) mentre l’altro se le tiene per sé. Credi veramente che i ragazzi quando vedono una Belen Rodriguez in TV pensino: “Ma che ancestrale creatura, che fata dei sogni! Vorrei sfiorare le sue labbra, dolci petali di rosa, sotto questo cielo stellato, offrendole un bacio delicato e sfuggente”? Figurati! Pensano: “Vieni qua che insieme realizzeremo il Kamasutra versione 2.0, con tanto di inserti speciali, approfondimenti e posizione di difficoltà dieci, che manco gli acrobati del Cirque du Soleil riuscirebbero a riprodurre!”.

Sarà anche vero, ma così passi da ragazzo superficiale. Ergo, non puoi aspettarti di star simpatico alle donne…

Chiariamo: non è che io sia superficiale a 360°. Ho mille sfaccettature, come ogni altro essere umano. Semplicemente, in questo momento della mia vita sono come mi vedi: un’adorabile canaglia. Ora come ora la mia priorità è divertirmi. Punto. Possibilmente con qualche bella ragazza maggiorata (perché, si sa, sotto la terza potrà anche essere sesso da Guinness dei Primati, da raccontare ai propri nipoti nei tempi a venire, ma non sarà mai vero amore).
Poi magari cambierò idea su tutto e deciderò di diventare un adulto responsabile, ovvero con una moglie che mi costringerà a passare interi week end al centro commerciale e con un adorabile pargoletto che darà di corpo proprio quando gli sto cambiando il pannolino… Insomma, una di quelle vite al cui confronto una supposta formato XXXXL spinta di prepotenza (e senza vaselina) nel mio deretano è un piacevole toccasana per corpo e spirito!

Eppure, pur adottando un atteggiamento alquanto discutibile, dalle tue avventure notturne si evince che riesci comunque a fare colpo su qualche ragazza… Anche se puntualmente si dimostra essere sciocca, superficiale, arrogante o piena d’insicurezze. Possibile?

Che ti posso dire? Si vede che attiro ciò di cui ho bisogno in questo momento (lo Zen è sempre un’ottima soluzione per spiegare ogni cosa, vero?) o è destino. O, più semplicemente, ho una sfiga cosmica (quella stessa che incombe quando vieni colpito da una diarrea lancinante allo Stadio San Siro e scopri che tutti i bagni nel raggio di un chilometro sono chiusi per manutenzione. A quel punto non puoi far altro che accettare il tuo inevitabile destino: diventare un’arma di distruzione di massa).

Vuoi dire ancora qualcosa ai lettori?

Ricordatevi: c’è sempre un piccolo Mondo in ognuno di voi.

Che culo!

Puoi dirlo forte!


Andrea Pistoia

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Intervista a Claudio Secci, scrittore e fondatore di CSU

Intervista a Claudio Secci, scrittore e fondatore di CSU

Intervista a Claudio Secci, scrittore e fondatore di CSU

People A cura di Elena Genero Santoro. Intervista a Claudio Secci, scrittore e fondatore di CSU: «Ho iniziato a scrivere per sfogare un intenso e spasmodico momento di sofferenza». Ora gestisce «il gruppo di autori emergenti più grande d’Italia».

Oggi è qui con noi Claudio Secci, un autore poliedrico che ho avuto modo di apprezzare in numerose occasioni, e come scrittore di grande sensibilità, e come organizzatore impeccabile. Ma partiamo dall’inizio.
Claudio Secci è un informatico di professione. Nel tempo libero è autore di romanzi. Dal 2009 scrive e pubblica almeno un libro all’anno. Il suo portfolio è composto da dieci libri di genere sempre diverso. Ama viaggiare, e nelle sue opere traspare molto di questa sua passione che ha contribuito ad espandere enormemente il suo bagaglio d’ispirazione. Nel suo percorso artistico, ha organizzato e svolto più di cento presentazioni in tutta Italia, compresi oltre trenta laboratori negli istituti scolastici in occasione dei due libri contro il bullismo e la ludopatia. Amante delle location prestigiose ha sempre riposto massima attenzione ai minimi dettagli in ogni evento personale o comunitario. Numerosi i media che hanno dedicato omaggi alle sue opere e la critica nel tempo ha dato sempre più attenzione ai suoi romanzi. È stato socio SEU dal 2014 al 2018, poi ideatore e fondatore di CSU, il Collettivo Scrittori Uniti.

Sei nel folle mondo dei libri da molti anni. Questa passione per la scrittura come e quando affonda le radici? Quando hai scritto il tuo primo romanzo? So che è accaduto dopo un turbamento emotivo...

Ciao Elena e grazie dell’invito. In realtà il tutto nacque, come raccontato nella mia autobiografia Sto meglio al buio nel ’98, quando a causa di alcune delusioni sentimentali e lavorative ho iniziato a scrivere poesie e saggi decisamente duri, acerbi nello stile e spietati. Ho iniziato a pubblicare quel primo saggio, dal titolo Il profumo del sentimento nel 2008, e da quel momento, almeno un romanzo all’anno. Quindi, come accaduto per i più grandi autori (sebbene io non lo sia minimamente) tutto è nato per sfogare un intenso e spasmodico momento di sofferenza.

A distanza di anni, di crescita personale e tecnica, come percepisci i tuoi primi romanzi? Li guardi con tenerezza o, col senno di poi, li riscriveresti da capo?

Questa è una bella domanda. Sì, li vedo con tenerezza ma anche grande imbarazzo. Per quanto non mi definisca un autore ancora finito nello stile, rileggere quelle righe dense di istinto, immaturità e improvvisazione, senza lo straccio di una programmazione, di uno schema, di una visione generale della storia, mi fa quasi sorridere e di alcuni mi sono anche un po’ vergognato. Ma perché rinnegare il nostro passato? Fa parte di noi, alla fine… e qualsiasi cosa siamo oggi, deriva anche da quegli sbagli, quegli sfoghi, quelle esperienze, quei tentativi di arrivare a qualcuno con gli stessi disagi.

Come autore hai un’esperienza notevole. Come è cambiato per te il panorama editoriale in questi anni? Come lo percepisci adesso?

Quando ho iniziato a pubblicare era modus applicare gli adesivi argentati Siae su ogni copia, cosa che oggi non esiste più. Mi sento vecchio a dire “quando ho iniziato” ma è pur vero che, 15 anni fa or sono, senza la liquefazione editoriale che c’è adesso e senza l’eccessiva liberalizzazione nelle pubblicazioni, ahimè troppo spesso senza la minima selezione sulla qualità dello scritto, scrivere assomigliava ancora a un mestiere. Eravamo molti meno a farlo e il sudore e il privilegio del pubblicare assumeva un sapore decisamente diverso da oggi, dove chi pubblica spesso lo spesso un po’ per “sfizio”, per avere qualcosa la sua storia (la più interessante del mondo che sarà sicuramente un bestseller mondiale) nelle librerie.

Claudio, sei un autore che spazia tra generi diversi. Cito qualcosa di ciò che ho letto di tuo, ma la produzione è molto più ampia. Nella trilogia “A piedi nudi” esplori l’animo di una ragazza orfana e ti immedesimi in una giovane donna che, di primo acchito, si direbbe un personaggio lontanissimo da te. Con Reset: L’alba dopo il lungo freddo e Il supervisore dei suicidi ti sei dato alla fantascienza. Reset è un romanzo post apocalittico per il quale ti sei documentato moltissimo; con Il supervisore dei suicidi, di cui sto aspettando con ansia il sequel, l’umanità si sposta addirittura su un altro pianeta. Infine La stanza dell’acqua grigioverde è un poliziesco ambientato a Torino con tutti i sacri crismi. Sono storie molto diverse per ambientazione e genere, ma tutte accomunate da una grande sensibilità e immedesimazione nei tuoi personaggi. Qual è la scintilla che ti dà l’input per un nuovo romanzo? C’è una storia a cui sei particolarmente legato?

Ognuna di queste richiederebbe pagine per la risposta. Partiamo dalla scintilla: assolutamente e troppo spesso frutto di casualità. Ad esempio, per A piedi nudi, ho sognato per un mese intero una ragazzina scalza in vestaglia che attraversava un corridoio scuro, ed è nato il personaggio di Gisèle. Il libro della mia bibliografia al quale sono particolarmente affezionato è Le rose di Eusebia per la sua costruzione a intreccio di tre storie su binari temporali differenti assolutamente sperimentale. Il libro che ha riscosso più affetto e attaccamento è forse stato proprio Sto meglio al buio, nel quale ho raccontato pagine di intenso dolore e dal quale sono nate, come ben sai, alcune delle canzoni del mio EP Oltre il Battito, pubblicato in ottobre 2023. In quei quattro brani miei sono la musica e il testo delle canzoni, e tutto è iniziato dal fischiettio di alcune melodie da me inventate quanto ero adolescente. Quindi la mia autobiografia è sicuramente una delle pubblicazioni alle quali sono più legato.

La domanda a questo punto è necessaria: vuoi anticiparci i tuoi progetti in uscita nel 2024? I kibiani torneranno sulla Terra?

Certamente sì. Il 2024 vedrà l’uscita del seguito de Il supervisore dei suicidi, e credo che a livello personale sarà il mio traguardo più importante dell’anno. Poi la cura del progetto Space Land, la prima antologia di Fantascienza targata Land Editore, è qualcosa che mi sta senz’altro impegnando molto. Ho scritto anche diversi racconti per diversi progetti e contest, con destinazioni diverse, e quasi tutti di fantascienza. Vi aggiornerò nel corso dell’anno sulle loro destinazioni ovviamente.

E adesso veniamo all’altro Claudio Secci, l’organizzatore impeccabile, che però è intrinsecamente legato al Claudio autore. Ci siamo conosciuti all’interno dell’associazione SEU (Scrittori Emergenti Uniti) sulle cui ceneri hai fondato il Collettivo Scrittori Uniti che oggi è una realtà intorno alla quale ruotano centinaia di scrittori da tutta Italia. Il Collettivo Scrittori Uniti non è un’associazione ma un gruppo di autori, guidato da un direttivo di volontari che, senza fini di lucro coordina la partecipazione a eventi importanti, organizza presentazioni, mette in contatto tra loro le diverse voci dell’editoria: autori, pubblico, editori. Cosa ti spinge a dedicarti a quest’opera di volontariato? Quanto conta per te la cooperazione tra autori? 

Diciamo che sono passato dal lavorare artisticamente solo per me stesso allo spendermi prevalentemente per gli altri, in maniera molto intensiva e sempre più professionale e strutturata. Da una mission nata per continuare a fare il Salone del libro di Torino in modo sostenibile, nel giro di sei anni dalla fondazione siamo diventati il gruppo autori emergenti più grande d’Italia, con quasi 400 autori frequentatori e soltanto sette nel direttivo a far da motore. Il nostro primo obiettivo era organizzare fiere per dare spazio ad autori orfani di case editrici che non potevano partecipare ai grandi eventi o ai self, ma oggi in realtà ci dedichiamo anche a tante altre attività. Da qualche mese, infatti, abbiamo anche fondato un magazine che ha subito avuto grande successo: l’aperiodico Spazio lettura, attraverso il quale promuoviamo gratuitamente operatori culturali di vario tipo, autori e case editrici.



Elena Genero Santoro

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Intervista ad Andrea Cabassi, da manager a viaggiatore e life coah

Intervista ad Andrea Cabassi, da manager a viaggiatore e life coah

Intervista ad Andrea Cabassi, da manager a viaggiatore e life coah

People A cura di Andrea Pistoia. Intervista ad Andrea Cabassi, autore di Non so se mi spiego: da manager a Dubai a viaggiatore in Sudamerica a life coach.

Andrea Cabassi, era manager di multinazionale con esperienza specifica in Project Management. È tecnologo alimentare e da sempre viaggi, cambiamento e curiosità lo appassionano. Ha recitato a teatro, suonato, creato oggetti d’arredamento, fotografato, scritto.
Dal 1998 soffre di rettocolite ulcerosa, malattia autoimmune cronica intestinale catalogata tra le cosiddette “invalidità invisibili”.
Nel 2015, a 40 anni, con una carriera ben avviata e una vita che rientrava nei parametri di una felice normalità, ha scelto di salire su un aereo e seguire l'istinto, trasferendosi a Dubai, come racconta nel suo primo libro Permettimi d’insistere.
Dopo un periodo di lavoro ha preso la decisione di mollare tutto e, con i risparmi accumulati, viaggiare in Sudamerica, interamente attraversata da Nord a Sud in 299 giorni a piedi, in autostop e con i mezzi pubblici, come racconta nel suo secondo libero Non so se mi spiego.
Ora vive in Portogallo e, dopo aver frequentato una scuola di coaching, è ora life project manager.

Ciao Andrea.

Ciao a te, Andrea. 😊

Innanzitutto, dopo il tuo libro Permettimi d’insistere hai deciso di cimentarti in questa nuova prova letteraria. Cosa ti ha spinto a farlo?

Nel mio percorso di cambiamento ho acquisito una visione più moderna della vita, in linea con le mie nuove, stravolte, priorità e incentrata sulla vera ricchezza del terzo millennio: il mio tempo. È stato difficile ed entusiasmante. Pura vida!
Lungo il percorso mi sono sempre sentito sulla strada giusta e ho deciso di condividerlo in Non so se mi spiego perché, per il mio modo di essere, ciò che ho vissuto è stato strepitoso. Mi piace pensare che, farlo, possa spingere altri a mettere in discussione loro stessi e il sistema che controlla le nostre vite.
Ti invito di nuovo a cena per raccontarti anche questa storia dato che, come il mio precedente libro, anche Non so se mi spiego è scritto sotto forma di un invito a cena, in cui ogni portata rappresenta una fase della mia storia.


Perché hai intitolato il tuo romanzo Non so se mi spiego?

Non so se mi spiego è la citazione di una frase ricorrente – divenuta tormentone tra noi studenti – di Giancarlo Stevani, mio professore d’italiano nei primi anni delle superiori. Insegnante vecchio stampo e assai pittoresco che durante le temutissime interrogazioni, partendo da otto, sottraeva un punto per ogni risposta sbagliata. Tre errori e arrivava l’insufficienza. Al tempo lo consideravo un grattacapo, oggi è un affettuoso ricordo.
E poi, oltre a essere stilisticamente coerente con Permettimi d’insistere, fa coppia col sottotitolo Da manager a Dubai a viaggiatore in Sudamerica. Come dire a un amico per tirarmela un po’: “Marco, non so se mi spiego, sono passato da manager a Dubai a viaggiatore in Sudamerica!”.
Non so se mi spiego

Non so se mi spiego
Da manager a Dubai a viaggiatore in Sudamerica

di Andrea Cabassi Autopubblicato
Narrativa di viaggio | Memoir
ISBN 979-1220044332
Cartaceo 17,90€
Ebook 8,99€

Veniamo adesso alla tua esperienza on the road: perché hai scelto proprio l’America Latina e non l’Africa o l’Asia?

Perché il Sudamerica è una terra che da sempre mi attraeva. Da un lato per il fatto di avere parenti in Argentina – come la maggior parte degli italiani del resto – dall’altro per i colori, la musica e, non ultimo, la lingua. Parlando fluentemente spagnolo, immaginavo – i fatti l’hanno confermato – che sarebbe stato più facile entrare in relazione con gli autoctoni rispetto ad altre zone di mondo.
E poi, dal punto di vista turistico, ero particolarmente attratto dalla Patagonia.

Qual è stato l’ostacolo maggiore che hai dovuto superare quando hai deciso di mollare la tua vecchia vita da manager per gettarti in questa avventura?

Dal punto di vista interiore, quello di cambiare la mia identità, passare da manager a viaggiatore prima, quindi autore e coach in seguito. Dal punto di vista pratico invece, gestire il fatto e l’emotività di non avere, per un certo periodo, uno stipendio certo alla fine di ogni mese.

E durante il viaggio?

Non ci sono stati ostacoli particolari durante il viaggio, a parte una serie di imprevisti che però ho sempre considerato parte dell’avventura. Senza dubbio sono stato facilitato dal possedere un passaporto italiano, uno dei più potenti che esistono, visto che permette di entrare nella maggioranza dei Paesi senza bisogno di chiedere un visto e, laddove ne serve uno, normalmente ci viene concesso senza diventare matti.
È stato quindi per me faticoso digerire il fatto che, per altri viaggiatori dal passaporto meno gradito (es. giordani, siriani, pakistani, …), attraversare confini fosse un vortice burocratico se non addirittura proibito. Se il Covid ci ha tolto parecchie libertà, non è comunque che prima fossimo messi benissimo. Pochi se ne accorgono…

Parlando di problemi, dal 1998 vivi con una malattia difficile da gestire: la rettocolite ulcerosa… Quali sono state le problematiche maggiori, riscontrate in quei paesi, con un “compagno di viaggio” simile?

Ho avuto una sospetta recidiva quando mi trovavo in Argentina, per gestire la quale ho dovuto trovare un gastroenterologo. È stato semplice e ho ricevuto l’assistenza di cui avevo bisogno. Per il resto, tutto è filato più o meno liscio, tra alti e bassi, normale amministrazione per un intestino bisbetico come il mio.

Qual è stato il luogo che ti ha dato più emozioni, nel bene e nel male?

Dal punto di vista paesaggistico, la Patagonia – sia quella argentina che quella cilena – mi ha stregato con i suoi ghiacciai, vulcani, laghi, fiordi, corsi d’acqua, boschi, montagne. Una tempesta di colori – complice l’autunno australe – e luoghi piuttosto remoti, dove il turismo di massa per fortuna non è ancora arrivato. Percorrere con mezzi pubblici e autostop gran parte dei 1.200 km della carretera Austral – strada cilena perlopiù sterrata che corre da Villa O’Higgins a Puerto Montt – è stata una benedizione.
Dal punto di vista umano invece, argentini e colombiani mi sono entrati nel cuore. I quartieri difficili di Bogotá e Medellin, visitati sotto la guida – e la protezione – di ex gangster, mi hanno messo di fronte a una triste realtà che in Europa non conosciamo.

E l’esperienza più sconvolgente?

Indubbiamente la cerimonia sciamanica dell’ayahuasca, alla quale ho partecipato nell’Amazzonia peruviana. Letteralmente “liana degli spiriti” o “liana dei morti” in lingua quechua, trattasi di un infuso psichedelico in grado di indurre un effetto visionario e purgante in chi lo assume. Faccenda seria insomma, non da prendere a mero scopo ricreativo. Partecipai al rito perché in Amazzonia è qualcosa di sacro, tant’è che nel mio caso avvenne in un ospedale sciamanico.
Secondo le spiegazioni che ricevetti, scavando nel mio inconscio l’ayahuasca mi avrebbe mandato le sue risposte attraverso visioni, emozioni, sensazioni e intuizioni. Uno a uno, lo sciamano, ci convocò al suo cospetto e, con un solenne rituale simile a una benedizione, ci somministrò un bicchierino di pozione.
Mezz’ora più tardi si manifestò la più incredibile esperienza della mia vita. Per raccontartela dovrei dilungarmi troppo. All’interno di Non so se mi spiego ho descritto tutto nei minimi dettagli, sia emotivi che fisici.

In questo tuo anno sabbatico hai incontrato molte persone. C’è stata qualcuna che ti ha colpito in particolar modo?

Janis McDavid, giovane viaggiatore tedesco senza braccia e senza gambe conosciuto nell’Amazzonia peruviana. Una coppia di amici lo portavano a scoprire il mondo, accompagnandolo a fare bisogni, trasportandolo all’interno di uno zaino durante i trekking e su una sedia a rotelle negli spostamenti su asfalto. Rimasi senza parole. Mi venne da “ridere” dei miei stravolgimenti intestinali, una barzelletta in confronto a quel desueto terzetto.
Trascorremmo quattro giorni insieme, conversammo a lungo del senso della vita. Ero stupefatto dalla sorprendente agilità con la quale scriveva con invidiabile grafia, si nutriva e perfino riusciva a effettuare brevi spostamenti. Una storia strepitosa, un inno alla forza di volontà, un calcio in culo ai limiti, che per davvero sono quasi sempre solo all’interno della nostra testa. Il fatto che si trovasse lì perché qualcuno ce l’aveva portato non lo rendeva meno straordinario. Ovvio che non poteva arrivarci da solo. Quel che conta è che, invalido al 100%, come noi esplorava la giungla amazzonica su sentieri creati dalla nostra guida a colpi di machete. Dormiva come noi sotto una zanzariera a proteggerci da vedove nere, scarafaggi e chissà quali altri mostri. Non aveva mica scelto un resort a quattro stelle di Gabicce Mare.
Anche di questo incontro si trovano molti più dettagli all’interno del secondo libro. In ogni caso, da quel giorno, quando desidero fare qualcosa ma penso di non essere in grado, penso a Janis e mi faccio su le maniche.

Dopo l’America Latina sei stato in Asia. Stai già pensando di scrivere un libro a riguardo o hai altri progetti letterari per il futuro? Ci puoi dare un’anticipazione?

I 9 mesi e mezzo in Asia, interrotti dall’avvento del Covid, il successivo lockdown in Portogallo, quindi il cammino di Santiago de Compostela di fine 2020 sarebbero contenuti perfetti per un terzo libro. Al momento mi godo i primi due, ci penserò a tempo debito.

Attualmente sei un life coach. Parlaci un po’ di questa tua nuova attività.

Combino project management e intelligenza emotiva per aiutare i visionari a far succedere le cose che desiderano.
Il coaching (o affiancamento e guida) è una metodologia di crescita personale nella quale una guida (detta coach) supporta una persona (detta coachee) nell’individuare e raggiungere uno specifico obiettivo personale, professionale o sportivo. Non è un servizio psicologico, tanto meno una terapia.
In pratica, nel mio caso, si tratta di una sequenza di incontri 1-a-1 online – generalmente un massimo di 10 – su Zoom, durante i quali si lavora concretamente verso il raggiungimento di ciò che desideri ottenere. Sia durante le sessioni che tra una sessione e la successiva, ci fanno anche esercizi pratici.
In tutti i casi quindi il punto di partenza è rappresentato dalla definizione dell’obiettivo del percorso di coaching.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe seguire le tue orme, ovvero mollare tutto e girare il mondo (o, più in generale, seguire i propri sogni)?

Due cose.
La prima. Prendere atto che tutto dipende da noi, nel bene e nel male. Se da un lato ciò significa che dobbiamo proattivamente fare ciò che serve per andarci a prendere ciò che desideriamo – dato che difficilmente qualcuno ce lo regalerà – dall’altro nessuno, se non la nostra mente, ce lo può impedire. Ovviamente c’è qualche eccezione, a conferma della regola.
La seconda. Sognare con metodo. Fare le necessarie valutazioni – finanziarie e non – per evitare di fare il passo più lungo della gamba.

Grazie dell’intervista. Vuoi lasciare un saluto speciale a tutti i nostri lettori?

La pandemia Covid, prima ancora di dividere tra pro e contro le decisioni dei governanti, ha da subito distinto l’umanità occidentale – mi riferisco ai Paesi ricchi come il nostro per intenderci – tra chi si è messo in attesa che qualcuno trovasse una soluzione per “tornare a vivere” e chi ha colto l’opportunità per fermarsi, guardarsi dentro, e mettersi al lavoro per cambiare il necessario della propria vita. Auguro a tutti di far parte del secondo gruppo.
Un abbraccio e buona vita.

Andrea Pistoia
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Rifò: moda etica made in Italy

Rifò: moda etica made in Italy

Rifò: moda etica made in Italy

People A cura di Elena Genero Santoro. Intervista a Niccolò Cipriani, fondatore di Rifò, brand di moda etica made in Italy.

Rifò è un marchio di moda etica nato a Prato nel 2018 da un'idea di Niccolò Cipriani: economia circolare e sostenibile applicata al settore dell'abbigliamento. Tramite piattaforma online si occupa di raccogliere indumenti vecchi di cashmere e cotone per poi selezionarli e sfilacciarli per trasformarli in nuovi filati con cui confezionare nuovi capi di abbigliamento, utilizzando un processo meccanico e artigianale nato a Prato più di 100 anni fa, che consente di trasformare gli scarti di tessuto in nuovi vestiti conservando la stessa qualità dei prodotti originali, riducendo la quantità di acqua, pesticidi e prodotti chimici utilizzati normalmente nell'industria tessile.
Rifò è un’inflessione toscana del verbo “rifare”. Abbiamo scelto questo nome “a KM 0” perché rappresentasse la toscanità e il modo di parlare degli artigiani che hanno inventato, più di cento anni fa, il metodo di rigenerazione dei vecchi indumenti per produrre un nuovo filato: i cosiddetti “Cenciaioli”. Inoltre, Rifò perché “rifacciamo” un mestiere della tradizione che negli ultimi anni stava scomparendo.

Rifò produce capi e accessori di alta qualità, realizzati con fibre tessili rigenerate e rigenerabili. Con l'aiuto di artigiani locali trasformiamo i vecchi indumenti in un nuovo filato con il quale realizziamo a km 0 morbidi e soffici prodotti.
Cos’è che rende Rifò un brand di moda sostenibile? Il fatto che vediamo sempre nuovi limiti da superare e nuove sfide davanti a noi per produrre capi realizzati rispettando il lavoro e la tradizione, attraverso materiali sostenibili e cercando di restituire qualcosa alla società.
Rifò, circular fashion made in Italy

Ciao Niccolò, benvenuto nel nostro spazio virtuale. Innanzitutto devo dirti che io ho già ricevuto alcuni capi di Rifò: uno scialle di cotone rigenerato e un paio di maglie fatte con jeans rigenerato! Sono indubbiamente prodotti originali, è la prima volta che vedo il filo recuperato dal jeans diventare un vero maglione. Come è nata l’idea di attingere dal jeans?

Mi fa piacere che i nostri capi siano stati apprezzati, l’idea è nata dopo un confronto con un’azienda del nostro territorio che realizzava già questo filato nel nostro distretto e da lì c’è venuta l’idea di utilizzarlo e di valorizzarlo integrandolo nella nostra linea di maglieria estiva.

Che significato hanno per voi parole come “economia circolare” e “sostenibilità”? L’idea di concepire un nuovo modo di consumare e di cercare risorse in ciò che prima ritenevamo rifiuti è una necessità dovuta alla precarietà del nostro pianeta o è anche un’opportunità e un’ispirazione?

Per noi queste parole significano “sapere utilizzare le risorse che il nostro pianeta ci offre nella maniera più efficiente e efficace possibile”, valorizzare “rifiuti” non è soltanto una necessità ma sicuramente anche un’opportunità perché può portare dei benefici e dei vantaggi economici a un’azienda nel lungo termine.

Rifò, circular fashion made in Italy

Sostenibilità non è solo risparmio di risorse e riduzione dell’inquinamento, ma anche condizioni etiche di lavoro. Quanto conta per voi valorizzare le risorse sul nostro territorio?

Per noi è fondamentale, non esiste sostenibilità ambientale senza sostenibilità sociale, il collegamento con il nostro territorio è forte e vogliamo che lo sia sempre di più cercando in futuro di poter realizzarvi progetti di impatto sociale.

Ci racconti la storia della vostra azienda? Quando è stata fondata Rifò Lab? Qual è stato il primo prodotto “storico” che avete immesso sul mercato? Qual è il target di clienti e utenti che vi proponete di conquistare?

L’azienda è nata nell’inverno 2017, ero appena tornato dal Vietnam e mi ero deciso di fare una campagna di crowdfunding di accessori invernali (cappelli, guanti, sciarpe) realizzati qui nel distretto e riprendendo la tradizione dei cenciaioli. Il crowdfunding è andato bene, abbiamo ricevuto 290 pre-ordini e il progetto è partito. La nostra clientela è a prevalenza femminile, di età dai 25 ai 40 anni, con interesse verso la nutrizione, sport all’area aperta e ai viaggi all’estero.

Vendete maglie recuperate da jeans e altri prodotti di cotone recuperato, ma anche capi di cashmere. Cosa vi fa orientare su certi tessuti piuttosto che su altri? Come nasce l’idea di utilizzare un certo tipo di scarto? E come la sviluppate fino a ottenere un prodotto di qualità? Quante volte si può riciclare un tessuto?

Dalla disponibilità e dalla facilità a rigenerarli, riprendiamo una tradizione quindi ci colleghiamo all’expertise presente già sul nostro territorio. La qualità del prodotto finale dipende fondamentalmente dalla qualità del capo da cui si parte, la fase di selezione è quella più importante. Un tessuto si può riciclare almeno una volta nel caso del cotone, 2-3 nel caso della lana e del cashmere.


Dove vi approvvigionate per avere materiale a disposizione? Se un privato volesse donare i suoi capi vecchi affinché voi li recuperiate, a chi si potrebbe rivolgere?

Il cashmere e la lana provengono soprattutto dagli Stati Uniti mentre il jeans dal mediterraneo, un privato può donarci i suoi vecchi maglioni di cashmere e lana compilando direttamente il form presente sul nostro sito mentre i vecchi jeans li possono portare ai negozi NaturaSì aderenti all’iniziativa Rethink your Jeans.

Ci vuoi anticipare qualcosa dei vostri futuri progetti e degli obiettivi che vi proponete?

Ci piacerebbe rafforzare i nostri servizi di raccolta diretta e creare nuovi progetti di sensibilizzazione sulle tematiche dello slow fashion, della moda responsabile e moda etica.

Ringraziamo Niccolò Cipriani, il fondatore di Rifò, per essere stato con noi!

Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
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Intervista al team dell'agenzia letteraria Maple Agency

Intervista al team dell'agenzia letteraria Maple Agency

Intervista al team dell'agenzia letteraria Maple Agency

People A cura di Ornella Nalon. Intervista ad Alessandra Caligaris, Marzia Patti, Paola Di Martino e Tea Pecunia, team di lavoro dell'agenzia letteraria Maple Agency: punto d'incontro tra autori e case editrici.

Maple Agency nasce in un pomeriggio di fine estate quando un gruppo di amiche scrittrici, giornaliste appassionate di letteratura, si ritrovano con il desiderio comune di mettere la loro passione e professionalità al servizio degli scrittori esordienti e non, che sentono la necessità di essere letti e valutati prima di approcciare nel grande vortice dell’editoria.
Alessandra Calligaris, agente letterario, è fondatrice dell'Agenzia letteraria Maple Agency, di cui fanno parte anche Paola di Martino, agente letterario e responsabile editoriale, Marzia Patti, agente letterario e responsabile Ufficio Stampa, e Tea Pecunia, consulente editoriale.
Conosciamole meglio.

Benvenute e grazie per avere accettato la nostra intervista. Vi presentate brevemente ai nostri lettori?

Ciao a tutti e un grazie speciale a Gli Scrittori Della Porta Accanto per questa intervista. Il nostro team è composto da: Alessandra Caligaris, agente letterario e fondatrice, Marzia Patti, agente letterario e responsabile Ufficio Stampa, Paola Di Martino, agente letterario e responsabile editoriale, e infine Tea Pecunia, consulente Editoriale.

Siete le fondatrici di Maple Agency. Ci raccontate com'è sorta l'idea di creare un'agenzia letteraria e perché avete scelto questo nome, magari spiegandoci anche il suo significato?

In realtà la Maple Agency nasce tre anni fa quando, spinte dall’amore e dalla passione per il cinema e le serie tv, abbiamo deciso di unire i nostri sogni e con determinazione abbiamo dato vita alla “Maple Event”, un’organizzazione culturale che si occupa di organizzare eventi nazionali e internazionali. Nel tempo abbiamo capito che un’altra cosa che ci accomunava era la passione per la letteratura e da qui l’idea di espanderci anche sul campo dell’editoria. Il nome è stato inventato da Alessandra, nonché fondatrice della Maple Agency, giornalista e con un’esperienza di quasi 20 anni nell’organizzazione di eventi, e deriva dall’unione delle iniziali dei nostri nomi, nonché dal significato dell’oroscopo celtico che vuole dire “indipendenza della mente”.

Senza voler smorzare in alcun modo il vostro entusiasmo e le vostre giuste aspettative, non credete di avere avuto un bel po' di coraggio a iniziare un'attività di questo tipo, considerando quali sono le condizioni di difficoltà che sta attraversando l'editoria italiana?

Si, senza dubbio abbiamo sempre tenuto conto purtroppo delle condizioni critiche che stanno attraversando un po' tutti i settori lavorativi ma siamo state sempre determinate nel seguire i nostri sogni e con coraggio, positività e speranza, siamo sicure che questo sarà l’inizio di un importante e bel percorso.

Quali sono le consulenze che offre la vostra agenzia?

La Maple Agency segue l’autore in tutto il suo iter letterario, dalla lettura e valutazione del testo, all’editing al fine di rendere migliore il manoscritto da poter poi presentare in ottime condizioni alle varie case editrici con cui collaboriamo. Un aspetto importante che ci contraddistingue è che seguiamo e supportiamo l’autore anche nel post-pubblicazione offrendo importanti e validi servizi Ufficio Stampa e realizzando presentazioni, firmacopie, ecc anche attraverso i nostri eventi.

Quali sono esattamente i vostri ruoli? Per l'espletamento della vostra attività, immagino vi avvaliate anche di altro personale e, in questo caso, con quali altre figure collaborate?

Alessandra essendo la fondatrice si occupa della parte amministrativa e organizzativa dell’agenzia, Paola come responsabile editoriale, lavora a stretto contatto con le editor e con gli autori seguendoli nel loro percorso letterario, Marzia si occupa della gestione e realizzazione dei servizi ufficio stampa collaborando con le agenzie stesse e infine Tea, essendo nostra consulente editoriale, collabora alle nostre proposte letterarie. Ci avvaliamo quindi anche della collaborazione di altre editor, traduttrici e vari Uffici Stampa per offrire servizi migliori.

Se dovesse esistere un autore ideale che volesse ricorrere ai vostri servizi, quale sarebbe? Invece, passando a una prospettiva più pratica, quali dovranno essere le sue caratteristiche e, naturalmente, quelle della sua opera, per essere preso in considerazione da voi?

In realtà non cerchiamo una determinata tipologia di autore e di genere letterario, puntiamo sulla scoperta di nuovi talenti e di autori che hanno nuove e originali storie da raccontare.

Quali sono le case editrici a cui proponete i migliori manoscritti?

Collaboriamo con più di 20 grandi marchi dell’editoria italiana tra cui Mondadori, Feltrinelli, Giunti, Bompiani, Cairo Editore e molti altri, tutti di alto livello, per cui puntiamo sicuramente a delle proposte di manoscritti che siano veramente forti e all’altezza di tali realtà.

Ammesso che dobbiate convincermi di scegliervi tra tutte le Agenzie del panorama letterario italiano, cosa mi direste?

Sicuramente ciò che caratterizza la Maple Agency, oltre alla possibilità di poter accedere a grandi realtà editoriali, degli ottimi servizi che offriamo e che potete visionare sul nostro sito, è la lealtà, la trasparenza e la garanzia di essere seguiti a 360° nell’intero percorso letterario.

Bene, ora che mi avete convinta, non mi resta che ringraziarvi per essere state con noi e farvi un grosso in bocca al lupo per tutto.

Ornella Nalon - Gli scrittori della porta accanto

Ornella Nalon
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Intervista ad Alessandra Nitti e Fabiola Falcone, fondatrici della rivista online Nuove Donne

Intervista ad Alessandra Nitti e Fabiola Falcone, fondatrici della rivista online Nuove Donne

Intervista ad Alessandra Nitti e Fabiola Falcone, fondatrici della rivista online Nuove Donne

People A cura di Ornella Nalon. Intervista ad Alessandra Nitti e Fabiola Falcone, fondatrici della rivista online Nuove Donne, dedicata alle ragazze di oggi, quelle che si reinventano, che non hanno timori, che sanno prendere in mano la loro vita e il loro destino.

Fabiola Falcone è un'insegnante di yoga certificata 500h YTT, life coach, consulente di Ayurveda, una sognatrice che della felicità e della libertà ha fatto uno stile di vita. Scrive per blogs, ha pubblicato alcuni racconti ed è fondatrice della pagina web www.freehappysoul.com
Alessandra Nitti Alessandra è una nomade digitale, scrittrice di narrativa e di articoli di viaggio. Con Arpeggio Libero Editore ha pubblicato la trilogia “L’amuleto di giada” e la novella “Faust-Cenere alla Cenere.” I suoi articoli sono comparsi su Latitudes Magazine, Turisti per Caso e Gli scrittori della Porta accanto.

Diamo il benvenuto ad Alessandra Nitti e Fabiola Falcone. È un piacere avervi nostre ospiti, vi potete presentare ai nostri lettori?

Alessandra Nitti – Ciao a tutti :) forse qualcuno di voi mi conosce già perché scrivo su Gli scrittori della Porta accanto di libri e di tematiche inerenti alla Cina! Oggi però sono qui in veste di co-fondatrice della rivista Nuove Donne con Fabiola Falcone. Inoltre sono una scrittrice di romanzi e di viaggi e insegno italiano agli studenti cinesi. Insomma, mi dedico a tutto ciò che ruota intorno al vocabolario del nostro bellissimo idioma.

Fabiola Falcone – Un piacere essere qui. Mi presento, sono Fabiola, anche io cofondatrice del progetto. Mi definisco una sognatrice che della felicità e della libertà ne ha fatto uno stile di vita. Sono istruttrice di yoga e consulente/praticante ayurveda. A 23 anni ho lasciato l'Italia all'avventura, per inseguire un sogno; oggi, a distanza di sei anni, ho costruito una vita come volevo io, semplice, ma ricca di buoni momenti, sull’isola di Mallorca.

Come è nata l'idea di creare una rivista on-line? Chi delle due ci ha pensato per prima?

Alessandra Nitti – Credo di essere stata io. Era autunno e stavo facendo un viaggio nell’Ucraina Occidentale con il mio compagno. Mentre l’autobus faceva su e giù per i Carpazi e osservavo le zucche affollarsi nei cortili delle case tra le galline, ho avuto una fulminazione. È proprio vero che quando si esce dalla routine vengono fuori le idee migliori. In quel momento ho scritto a Fabiola che mi ha preso in parola.

Fabiola Falcone – Io e Ale potremmo dire che ci completiamo. Quasi ogni giorno, da quando abbiamo fondato la pagina Facebook Nuove donne ci sentiamo, facciamo brainstorming, condividiamo idee, possibili progetti o iniziative. Abbiamo in comune la voglia di fare, la disciplina e la costanza. Siamo persone che davanti a un’opportunità colgono la palla al balzo e non ci pensano troppo per agire. Per quello quando ho ricevuto il messaggio di Ale non ho esitato e ci siamo messe subito all’opera.

Ci spiegate come nasce una rivista, ossia, quali sono i passi da seguire per realizzarla materialmente?

Alessandra Nitti – Innanzitutto bisogna avere tra gli ingredienti essenziali la capacità di usare bene l’italiano e di applicare un linguaggio ad hoc per il target di clienti. Bisogna anche avere collaboratori entusiasti e specializzati in una determinata branca. Senza gli articoli delle altre ragazze, non ci sarebbe nessuna rivista! Come secondo passo bisogna anche possedere delle abilità grafiche, per questo abbiamo coinvolto Fabrizio Falcone che fa il grafico di mestiere. Se la rivista è bella è merito suo, ma come faccia non saprei dirvelo, per me il design è magia. Infine, il tocco finale che diviene quello principale è la creazione della copertina: la foto è di Elisa Rapisarda, impaginata da Fabrizio e possiamo dire che ne siamo tutti molto fieri.

Fabiola Falcone – Oltre agli ingredienti essenziali che ha citato Ale, ci tengo ad aggiungere che ci vuole anche una buona dose di coraggio e entusiasmo. Nella rivista ci sono tanto cuore e dedizione, non solo nostri, ma anche di tutte le persone che hanno contribuito.

Quanto è stato impegnativo, sia di tempo che di energie, far nascere il primo numero? Quale cadenza temporale avrà?

La rivista sarà pubblicata a ogni stagione, ma non escludiamo la possibilità di qualche numero extra. Per il primo numero ci abbiamo messo più o meno quattro mesi, sentendoci praticamente tutti i giorni. È stato un vero e proprio lavoro! Abbiamo passato un sacco di tempo al telefono per capire i temi da affrontare, per scrivere gli articoli, per coinvolgere gente capace, per vedere, rivedere, editare, mettere a posto. Infine, anche l’impaginazione ha richiesto diverso tempo.

Non siete un po' spaventate dalla responsabilità che vi siete assunte con questa bellissima ma non certo semplice iniziativa?

Alessandra Nitti – Certo, ma il vero coraggioso non è colui che non ha timore di nulla, bensì colui che la affronta. La vita fa paura, sempre. Ma se dovessimo darle retta, rimarremmo sempre nello stesso posto. Il nostro compito in quanto umani è, invece, evolverci.

Fabiola Falcone – Nella vita nulla è semplice e le cose più belle e soddisfacenti si ottengono proprio quando si va oltre a ciò che ci spaventa, il mio motto è "buttarsi sempre". Credo che sia proprio quando la vita fa più paura che valga la pena viverla.

Ora parliamo del titolo: Nuove donne. Lascia intendere che vengono trattati prevalentemente gli argomenti al femminile; è così? Perché questa scelta?

Fabiola FalconeNuove donne è più un appellativo per le ragazze di quest’epoca, quelle che si reinventano, che non hanno timore, che hanno preso in mano la loro vita e il loro destino.
I temi sono vari e hanno come protagoniste le donne, ma non trattiamo solo argomenti femminili. Durante la pandemia io Alessandra ci siamo ritrovate, confrontate e riconosciute nella categoria di nuove donne. Avevamo in comune la passione per i viaggi, per la scrittura, per lo yoga e abbiamo pensato di poter dare un’immagine femminile diversa nella quale tante altre ragazze avrebbero potuto riconoscersi: abbiamo aperto anche una pagina Facebook, una community e un profilo Instagram proprio per dar voce a tutte coloro che si rivedono in questa categoria di donne forti, indipendenti e coraggiose.

Ho visto che vi avvalete di numerose collaborazioni, com'è naturale che sia, considerando la varietà di argomenti trattati. Come le avete reperite? Siete aperte a nuove cooperazioni e, nel caso, quali requisiti necessari dovrebbe avere il nuovo aspirante?

Come dicevamo prima, senza l’apporto delle altre ragazze la rivista non sarebbe la stessa. Abbiamo contattato donne di fiducia esperte nel loro campo di scrittura. Alessia è un’appassionata di storia, Chiara lavora come ricercatrice, Loriana è una scrittrice in gamba, Serena recensisce già da tempo, Elisa è una fotografa professionista, e Emma è la fondatrice di una bellissima associazione culturale. Siamo sempre aperte a nuove proposte di collaborazione da parte di giovani donne. I requisiti fondamentali sono tre: capacità di scrivere in un buon italiano, essere ferratissime in un determinato argomento ed essere persone serie, non cerchiamo gente che non rispetta gli impegni. Siamo sempre alla ricerca di storie avvincenti, ci piace leggere di donne che ce l'hanno fatta, che conquistano la propria vita ogni giorno.

Vi piacerebbe che anche gli uomini fossero attratti dal vostro webzine? Come potreste convincerli a seguirlo?

Alessandra Nitti – Ci piacerebbe davvero che anche gli uomini ci leggessero: potrebbero scoprire un sacco di cose che non sanno sul mondo femminile. Voglio sottolineare che la nostra rivista è culturale: trattiamo di grandi donne della storia, di donne scienziato, di stili di vita, libri, racconti, viaggi, tutto visto con occhi delle giovani. Abbiamo volutamente escluso i soliti argomenti etichettati come femminili, cioè il rapporto con l’altro sesso, la maternità e la cura dell’aspetto fisico perché ci sono abbastanza riviste che ne trattano.
Noi vogliamo dare voce e potere alle nuove donne che sanno reiventarsi ogni giorno, che sono libere, indipendenti e acculturate. E gli uomini dovrebbero iniziare a capire, e quindi ad apprezzare, questa nuova generazione rosa.

Nel complimentarmi con voi per l'entusiasmo e l'energia che si intuisce da ogni vostra risposta, voglio concludere con un'ultima domanda: quali obiettivi e quali risultati vi attendete da questa nuova avventura?

Alessandra Nitti – Se c’è una cosa che ho imparato, è quella di non  avere mai aspettative né di attaccarsi ai frutti dei propri sforzi. La vita è bellezza e le avventure si godono lungo il percorso. Quello che sarà sarà, noi saremo felici comunque vada, perché ne siamo felici adesso.

Fabiola Falcone – Ci lasciamo sorprendere, con il sorriso, dalle emozioni del cammino. Credo che in fondo quando le cose si fanno con il cuore, vada come vada, saranno un successo.
Potete leggere più su di noi su www.freehappysoul.com e www.alessandranitti.com
Ornella Nalon - Gli scrittori della porta accanto

Ornella Nalon
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