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Recensione: Non  chiamatelo amore, di Carolina Bertolaso

Recensione: Non chiamatelo amore, di Carolina Bertolaso

Recensione: Non  chiamatelo amore, di Carolina Bertolaso

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Non chiamatelo amore di Carolina Bertolaso (HarperCollins). Un saggio prezioso che scardina l’idea che in una relazione abusante quella problematica sia la vittima e fornisce strumenti per riconoscere l'abuso narcisistico e le tecniche di manipolazione.

Confesso che quando è uscito il libro di Carolina Bertolaso, Non chiamatelo amore, mi sono domandata se valesse la pena leggere un altro trattato sul narcisismo e relazioni abusanti. Vanto, infatti, già una nutrita serie di letture in tema e una pregressa relazione con un narcisista patologico diagnosticato. Siccome seguo la psicologa e criminologa Carolina Bertolaso su Instagram e ho imparato a stimarla, ho deciso di dare al libro almeno un'occhiata.
Ebbene, nonostante la parola "narcisismo" sia usata e abusata sia sui social sia nella letteratura, la pubblicazione questo nuovo saggio, con una visione più moderna e attuale, era assolutamente necessaria.

Non chiamatelo amore, di Carolina Bertolaso, è un libro di facile lettura e comprensione.

Adatto a tutti, scorre in fretta. Eppure, è il libro di cui avevamo bisogno, per scardinare definitivamente l’idea infondata che in una relazione abusante quella problematica sia la vittima: personalità fragile, dipendente, in cerca di conferme. Un inciso: le relazioni abusanti possono essere di varia natura, Non chiamatelo amore si focalizza solamente su quelle di coppia.

La dottoressa Carolina Bertolaso smonta la narrazione obsoleta e colpevolizzante per la vittima, eppure ancora applicata.

Quando mille anni fa, a cavallo della mia relazione abusante, avevo letto Donne che amano troppo di Robin Norwood (che Bertolaso mai menziona nel suo trattato) ero uscita depressa e con la netta percezione di essere io quella in difetto, incapace di trovare un partner adatto a me. Robin Norwood, adesso posso dirlo a voce alta, ha fatto un mare di danni.
Carolina Bertolaso, con dati aggiornati e trattati di neuroscienze alla mano, spiega che nessuno è immune dalla possibilità di imbattersi in un individuo narcisista/psicopatico.

La persona abusante, che può avere un disturbo di personalità del cluster B, ha una carenza costituzionale di empatia e di senso morale.

Pertanto mette in atto, una dietro l’altra, una serie di manipolazioni in cui si premura di distruggere l’autostima della vittima in modo da averla sempre a disposizione per trarre nutrimento per il proprio ego.
Il saggio di Carolina Bertolaso, pur fruibile al pubblico in generale, è molto tecnico, con capitoli che illustrano le fasi di una relazione abusante, dal love bombing – quel corteggiamento martellante troppo bello e troppo veloce per essere vero – all’inizio della svalutazione che mette in crisi la vittima che, da quel momento, non riesce più a ottenere la considerazione di cui godeva durante il love bombing. Ed ecco lo scarto, in cui la vittima viene allontanata in malo modo, magari le viene sbattuta in faccia una nuova relazione, una nuova vita fantastica da cui lei è esclusa. Infine la "ricattura", con tutte le promesse in cui l’abusante si prodiga pur di riportare la vittima nella propria orbita. Per poi ricominciare il ciclo da capo.

Si potrebbe andare avanti all’infinito se la catena non venisse spezzata.

Ma questo girotondo di fasi altalenanti si traduce in alterazioni neurochimiche nel cervello della vittima. E qui Bertolaso spiega nel dettaglio i ruoli di dopamina, serotonina, ossitocina che si attivano nelle differenti fasi della relazione abusante.
C’è poi il capitolo in cui le tecniche di manipolazione vengono presentate in ordine quasi alfabetico. Le più famose sono il love bombing già menzionato, la triangolazione, il gaslighting, ovvero l’intento di minare le certezze e la sanità mentale della vittima stessa, di farla dubitare della propria intelligenza, del proprio istinto. La lista è lunga e nutrita e passa per il silenzio punitivo e per i discorsi senza senso volti a confondere.
Leggendo l’elenco, mi sono seriamente domandata se nell’aldilà, dove fabbricano i bambini prima di mandarli sulla Terra, i futuri psicopatici non vengano settati e con lo stesso chip, perché sembrano tutti identici, tutti i fratelli gemelli. Fanno tutti le stesse cose. Sembra che le studino sui libri. Ripensando al mio ex abusante, per ogni tecnica di manipolazione descritta nel saggio, potrei citare almeno un esempio di qualcosa che lui ha fatto uguale a me.

E poi c’è l’elenco speculare, quello delle caratteristiche della "vittima ideale".

Ebbene la vittima ideale non è debole, non è instabile, anzi, è forte, è determinata; è una persona leale ed empatica, che, ragionando con un criterio di moralità, non concepisce che ci siano persone che agiscono senza alcuna coscienza.
Infine, la guarigione, processo possibile ma lungo e doloroso. Ma la guarigione da cosa, esattamente? Dalla dipendenza affettiva? No, dall'abuso narcisistico, che non è ancora entrato nel DSM-5 (c'è il disturbo narcisistico di personalità nel DSM-5 ma non l'abuso), ma l'Ordine degli Psicologi inizia a riconoscerlo.
Il Consiglio Nazionale dell'ordine degli psicologi, nell'estate del 2022 ha pubblicato un articolo specificamente dedicato all'abuso narcisistico. È stata la prima volta che un organo ufficiale della professione psicologica in Italia ha riconosciuto pubblicamente e formalmente questo concetto, affrontandolo come un tema clinico. Un svolta importante, che testimonia quanto la consapevolezza stia maturando non solo nel dibattito culturale, ma anche all'interno delle istituzioni professionali.

L'abuso narcisistico «si manifesta con modalità diverse, che spesso si sovrappongono, si intrecciano e si rafforzano tra loro all'interno di una relazione patologica».

«E possono essere suddivise oin cinque categorie principali: violenza emotiva, violenza psicologica, violenza fisica, violenza economica e isolamento coercitivo».
Bertolaso si scaglia con particolare vigore su una categoria di terapeuti che, non essendo in grado di riconoscere una relazione abusante, fanno diagnosi sbagliate: personalità borderline, disturbo bipolare, dipendenza affettiva. E attaccano a scavare nel passato della vittima, nei traumi subiti in precedenza, dove per trauma psicologico si intende, nel DSM-5: «L’esposizione a morte reale o minaccia di morte, grave lesione o violenza sessuale». Provano a invitare la vittima a trovare una mediazione col partner, a comunicare in modo efficace. Di fatto mettono vittima e carnefice sullo stesso livello come pari, confondendo una relazione patologica con una relazione problematica. I danni per la vittima sono enormi.
Questa è una mentalità vecchia che ci auguriamo tutti che prima o poi venga cancellata. Anzi, che i terapeuti siano formati a riconoscere un abuso e a capire che la persona che hanno di fronte non è bipolare, ma soffre di una forma di disturbo postraumatico da stress. Questa è una nota molto dolente (spoiler: molti terapeuti non riconoscono l’autismo, figuriamoci l’abuso).

Se nemmeno i terapeuti capiscono che cosa hanno di fronte diventa davvero difficile che una potenziale vittima si renda conto di essere caduta nella tela di una personalità abusante.

Non lo capiscono i terapeuti, talvolta non lo capiscono gli assistenti sociali quando, in caso di separazione, si dà colpa all’altro genitore se un bambino rifiuta di vedere il padre o la madre. Ancora si parla di alienazione parentale, come se i genitori fossero sullo stesso piano, mentre magari uno dei due sta mettendo in atto una forma di abuso che in alcuni casi è anche sfociato in omicidio. Eppure i bambini non vengono ascoltati. Questo è il risvolto nero e perverso della bigenitorialità a tutti i costi, che è un principio meraviglioso quando i genitori sono persone sane e di buon senso.
Il discorso è molto serio perché, se è vero che la colpa non è della vittima, è comunque molto importante che queste dinamiche, che si intrecciano più alle neuroscienze che al cattivo rapporto con la propria madre durante l'infanzia, vengano divulgate affinché chiunque diventi in grado di riconoscere una relazione patologica sul nascere.

È un vero peccato che in Italia il Governo si sia orientato verso una limitazione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

Siamo stati cresciuti a fiabe e propaganda, col mito dell’amore eterno che vince su qualunque difficoltà. Ci hanno insegnato che in nome del matrimonio bisognava mandare giù bocconi amari, che il sacramento o il contratto sociale valesse più della felicità individuale. Ma non ci hanno mai spiegato come distinguere uno psicopatico da una persona con dei valori e non ci hanno mai detto che se ci imbattiamo in un individuo con carenza cronica di empatia e senso morale, l’amore è solo un’illusione e non riuscirà a far funzionare il rapporto. Quindi, non chiamatelo amore.


Non chiamatelo amore

di Carolina Bertolaso
Saggio
HarperCollins Italia
ISBN 978-8830596665
Cartaceo 18,52€
Ebook 4,99€

Quarta

Sui giornali leggiamo di episodi eclatanti che per la loro gravità diventano immediatamente riconoscibili. Ma esistono dinamiche di abuso meno appariscenti, che non fanno notizia e non si impongono come violenza: si insinuano nella quotidianità, si strutturano nel tempo e minano progressivamente l’identità.
È quello che accade nelle relazioni patologiche, veri e propri eventi traumatici che Carolina Bertolaso, “psicologa, criminologa e sopravvissuta”, come si definisce lei stessa, ha sperimentato in prima persona e poi studiato per anni, così da poter dare ai suoi pazienti quell’aiuto che allora non ha trovato.
Ma come si finisce in una relazione di questo tipo? E soprattutto, perché non la si interrompe? Perché è così difficile uscirne? Partendo dall’analisi dei fattori di personalità patologici che formano la triade oscura - narcisismo, machiavellismo e psicopatia – Non chiamatelo amore esplora il funzionamento delle relazioni patologiche e dei legami traumatici che si instaurano con le persone che presentano queste caratteristiche. Attraverso una combinazione chiara e lucida di esperienza diretta e competenza professionale, Bertolaso offre al lettore degli strumenti fondamentali per comprendere e decodificare le zone d’ombra delle relazioni patologiche, aiutandolo a riconoscerle e ad acquisire consapevolezza.


Elena Genero Santoro
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Recensione: Nessunə è normale, di Vera Gheno

Recensione: Nessunə è normale, di Vera Gheno

Recensione: Nessunə è normale, di Vera Gheno

Libri Recensione di Davide Dotto. Nessunə è normale, un saggio di Vera Gheno (Utet). L’etimologia dentro i grandi nodi del presente, trasformandola in una chiave interpretativa per interrogare le categorie sociali e le dinamiche che le attraversano.

Nessunə è normale appartiene a un filone saggistico ormai riconoscibile: quello etimologico-culturale, a cui si affianca una marcata vocazione civile. L’intento – come in Grammamanti e, più in generale, nell’intero percorso divulgativo e accademico di Vera Gheno – è improntato a una riflessione costante sul metodo.
C’è dunque qualcosa che va oltre l’affinità tematica con testi spesso accostati a questo filone: quelli di Gian Luigi Beccaria, che indaga la lingua come memoria collettiva, o di Andrea Marcolongo, per la quale essa diventa visione del mondo. Un discorso in parte diverso merita L’orso bianco era nero di Roberto Vecchioni, dove – coerentemente con la sua poetica – la parola viene inseguita come forma di educazione sentimentale, quasi in senso flaubertiano.
Nessunə è normale porta invece l’etimologia dentro i grandi nodi del presente, trasformandola in una chiave interpretativa per interrogare le categorie sociali e le dinamiche che le attraversano.


Un saggio tra etimologia e vocazione civile.

Non è quindi un pamphlet né un manuale di buone pratiche linguistiche, ma un mezzo per dotarsi di strumenti critici. Le parole, il loro uso e il loro significato, costituiscono solo il primo passo di una sorta di educazione allo sguardo linguistico (ri-alfabetizzazione).
A questo punto si può entrare nel merito di un vocabolo – normale – la cui complessità non può essere arginata da un puro e semplice sguardo erudito. L’etimologia, semmai, è la sacca che contiene strumenti affilati e impegnativi, da maneggiare con cura.
I contesti in cui il termine ricorre sono molteplici. Può essere usato in una prospettiva statistica o tecnica, ma sul piano etico e sociale assume connotati che impongono qualche domanda in più.

È qui che si apre un motivo di attenzione, se non di vera e propria preoccupazione.

Questa trasformazione, infatti, non avviene mai in modo brusco. Come ricordato anche in una recentissima puntata di Amare Parole, richiamando la cosiddetta finestra di Overton, ciò che una società percepisce come normale cambia per gradi. Ciò che in un primo momento appare impensabile o inaccettabile diventa prima dicibile, poi discutibile, infine familiare.

Lo slittamento dal descrittivo al prescrittivo non è un atto improvviso, ma un processo di assuefazione linguistica e culturale.

È tanto più efficace quanto meno viene percepito. Il significato dei correlativi oggettivi segue a ruota. Essi cessano di riferirsi a un dato statistico — l’id quod plerumque accidit — e iniziano invece a misurare la distanza da un modello implicito: ciò che dovrebbe essere, ciò che si fa.

Tornare alle parole e renderle di nuovo visibili.

Per esempio chiedendosi "normale rispetto a cosa e perché", oppure "diverso rispetto a cosa e perché", ricostruendone contesto e consapevolezza. In mancanza di questo lavoro, ci si muove in un orizzonte kafkiano.
Il caso di Kafka è particolare. Come ha osservato Giuliano Baioni, la sua posizione di ebreo non praticante lo colloca fuori dalla Norma, ma non al riparo da essa. Al contrario: una legge senza appartenenza diventa onnipresente, si insinua nei tribunali, nelle case, nelle stanze private e negli spazi aperti.

Il paradosso kafkiano: quando la norma diventa ambiente.

Il riferimento a Franz Kafka è strutturale e va inteso come situazione limite, non come metafora generalizzante. Nel Processo non assistiamo a una violazione della norma, bensì a una sua presenza diffusa e inafferrabile: la Legge non viene infranta, è già ovunque. Proprio per questo non è mai del tutto nominabile né contestabile.
Ciò aiuta a comprendere scenari di marginalizzazione in cui l’esclusione non passa più per l’infrazione, ma per l’impossibilità di collocarsi di fronte a una regola.
Essa – regola, legge, norma – cessa di essere una descrizione per farsi ambiente: l’id quod plerumque accidit si trasforma in id quod fieri debet, mentre tutto ciò che eccede viene relegato nell’id quod fieri non potest.

Lo spunto che se ne può trarre è inquietante.

L’etichetta è molto più impegnativa e precaria di quanto sembri.
È una condizione su cui nessuno ha davvero controllo, né la certezza di poterla mantenere. Ma è anche uno stato dal quale – anche volendo – può risultare impossibile liberarsi.
È, in fondo, la stessa logica che permea la Legge in Franz Kafka: chi si trova dentro la incontra nei tribunali, nelle case, nelle strade. Chi ne resta fuori, invece, sperimenta in ogni spazio un senso di estraneità profonda.
La tensione che ne deriva non è un fenomeno locale né circoscritto. Non riguarda solo il singolo o situazioni percepite come marginalizzate, ma investe l’intero spazio sociale e ridefinisce ciò che è dicibile, accettabile e atteso.


Nessunə è normale

di Vera Gheno
Utet
Saggio
ISBN 979-1221219241
Cartaceo 14,25€
Ebook 8,99€

Quarta

«Tu non sei normale» è una frase che chiunque, una volta nella vita, si è sentito rivolgere – magari in mezzo a una furiosa litigata. In ogni caso, “normale” è una parola che sentiamo di continuo, poiché è il parametro con cui la società misura la soglia minima dell’accettabile. Ciò che è normale non sarà eccellente, ma almeno ha la decenza di attenersi a uno standard, di conformarsi: essere come tutti, comportarsi come tutti. Ma, a ben vedere, “tutti” chi? Ci voleva una sociolinguista combattiva come Vera Gheno per smontare la circolarità capziosa di questo aggettivo, che indicherebbe sia chi si attiene alla norma sia ciò che detta la norma, costringendo gli altri a seguirla. Un tempo, forse, questa arbitrarietà era meno evidente, quando la società era divisa in grandi gruppi abbastanza omogenei al loro interno. Ma oggi, in una società frammentata in gruppi sociali diversissimi, l’autoreferenzialità del concetto è esplosa: vengono spacciati per normali i corpi filiformi o muscolosi di modelle e attori, politici pluridivorziati discettano di famiglia tradizionale e di valori condivisi, e di contro i media e i social convincono ognuno di noi di essere (o dover essere) speciali, eccezionali – tutto fuorché appunto normali. Vista da vicino, allora, questa fantomatica norma si rivela per quello che è: uno strumento del gruppo dominante per esercitare potere su gruppi meno forti (donne, migranti, poveri, persone lgbtqia+...). Così che chi è bollato come “diverso” si ritrova espulso, oppure misericordiosamente riaccolto se si adegua e rientra nei ranghi. Una ragione in più per ricordarsi che, per fortuna, Nessunə è normale.



Davide Dotto
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Recensioni: Le magnifiche vite precedenti del Buddha, a cura di Genevienne e Tea Pecunia

Recensioni: Le magnifiche vite precedenti del Buddha, a cura di Genevienne e Tea Pecunia

Recensioni: Le magnifiche vite precedenti del Buddha, a cura di Genevienne e Tea Pecunia

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Le magnifiche vite precedenti del Buddha. I jataka a cura di Genevienne e Tea Pecunia (Rizzoli). Un libro che racconta il buddhismo in modo accessibile, originale, curioso, profondo per chi vuole conoscerne l'aspetto storico e dottrinale e soprattutto trarne insegnamenti necessari per vivere una vita più equilibrata e spirituale.

Il libro si apre con un’introduzione di Genevienne Pecunia, una delle due curatrici e traduttrici dell’opera, la quale spiega innanzitutto cosa sono i jataka, ovvero una raccolta di oltre cinquecento racconti in lingua pali racchiusi in vari volumi in cui si narrano le reincarnazioni passate del Buddha. Successivamente si sofferma su che cosa sono il Dharma e il Kamma, la struttura narrativa di ogni jataka ma soprattutto approfondisce la figura del Buddha, a partire dalle sue origini fino a quando è diventato un illuminato. Dopo una trentina di pagine di essenziali e necessarie precisazioni, si passa ai jakata veri e propri. O meglio, a una cinquantina di essi, selezionati tra quelli più brevi, interessanti e comprensibili.

Ogni jataka inizia con un dialogo tra il Buddha e i suoi interlocutori giunti al suo cospetto.

Per chiedergli un chiarimento, per trovare una soluzione a un problema o più semplicemente per ottenere un punto di vista illuminato su un episodio a loro accaduto o di cui sono stati testimoni.
Successivamente il Buddha narra un episodio accadutogli in una sua reincarnazione dimostrando come la stessa situazione l’ha vissuta anche in un’altra epoca e in altre vesti o sembianze a volte neppure umane: nelle sue vite passate è rinato non solo sotto forma di uomo ma anche di animale (per dirne alcuni: un toro, un bue, un cavallo volante, un topo e un leone), di piante e persino di divinità.

Ogni jataka si conclude con la “Guida alla lettura”, ovvero un'analisi profonda a opera delle curatrici.

Genevienne e Tea Pecunia forniscono parallelismi con la dottrina buddhista, li interpretano in chiave psicologica, spirituale e metaforica, chiariscono il significato di alcune parole in pali o spiegano usi e costumi storici e sociali sconosciuti a noi occidentali. Tutto ciò per fare in modo che il racconto non venga frainteso o che al lettore sfuggano i concetti importanti di questa affascinante filosofia. Ecco perché la “Guida alla lettura” si può considerare un vero e proprio valore aggiunto e prezioso di questa raccolta.

Ciò che più salta all’occhio durante la lettura dei jataka è quanto il Buddha fosse un uomo onesto, compassionevole, profondo, gentile e intelligente.

Ma soprattutto, quanto il Buddha fosse un grande maestro e una guida non solo per i propri monaci ma anche per le persone comuni. Si evince quanto avesse un profondo rispetto per l'anzianità monastica, apprezzasse il benessere interiore, adottasse la non violenza, desiderasse una società inclusiva, ripudiasse l'avidità, abbracciasse la condivisione e desse il giusto valore ai rapporti umani, all’onestà e alla compassione verso tutti gli esseri viventi.
Eppure, a volte, il Buddha nei racconti riveste anche ruoli spiazzanti e sconvolgenti, quali ad esempio quello di uno sciacallo che si fa strada nel corpo di un elefante morto per nutrirsi. Ma attenzione, perché ciò che sembra un episodio incoerente con la sua natura di illuminato ha una profonda e coerente ragione d'essere: il racconto, infatti, altro non è che una metafora incentrata sul concetto di avidità e brama.
Altre volte ancora, inaspettatamente, il Buddha riveste solo il ruolo di co-protagonista o di osservatore.

Che dire di Le magnifiche vite precedenti del Buddha, a cura di Genevienne e Tea Pecunia?

I jakata sono piacevoli da leggere, simpatici, drammatici, violenti e splatter (ma solo per mostrare le debolezze umane, in special modo la stupidità, la presunzione, l’arroganza, il desiderio di sopraffazione e di possesso) e fanno riflettere. Ma chiariamo: questi non si devono considerare episodi reali, storici e da prendere alla lettera ma solo letture simboliche, metafore, parabole e favole atte a veicolare un concetto fondamentale del buddhismo. Ecco perché ogni elemento, anche il più assurdo (dai personaggi al luogo al contesto), non è stato inserito a caso o per il mero piacere di stupire, divertire o sconvolgere ma ha una sua logica e importanza.

Ciò che accomuna tutti i jataka è il loro messaggio etico e morale condiviso con un linguaggio semplice, diretto, d'impatto e chiaro.

Ecco perché riescono a trasmettere concetti profondi, complessi e delicati in modo semplice ma al tempo stesso incisivo e mai scontato.
Non solo, offrono insegnamenti ad hoc soprattutto perché, per quanto scritti secoli addietro, riportano tematiche attuali e soprattutto principi adattabili a ogni generazione, età, nazionalità, cultura e ceto.
Senza contare che stimolano riflessioni atte a migliorare la propria vita, vivere in modo equilibrato, avere una linea di condotta civile se non addirittura spiritualmente elevata, affrontare gli ostacoli di ogni giorno in modo retto e prendere le distanze dalla superficialità del mondo contemporaneo. Soprattutto sono parabole che forniscono le chiavi per manifestare la propria compassione, generosità, disciplina morale e altruismo nonché per ricordarci come ogni nostra azione provoca una reazione che coinvolge non sono noi stessi ma anche chi ci circonda.

Le storie sono così variegate e toccano così tanti aspetti della vita comune che inevitabilmente il lettore si identificherà con alcuni personaggi o dinamiche narrate.

Ciò lo spronerà a mettersi in discussione anche quando gli insegnamenti del Buddha cozzano con le proprie credenze a volte superficiali, malsane, autodistruttive, antisociali e discutibili. Al tempo stesso, il giocoforza di molti racconti è che i personaggi, in quanto animali, creano quel giusto distacco emotivo nel lettore per non “chiudersi a riccio” di fronte a ciò che potrebbe toccarlo nel vivo, cosicché sarà più aperto a interiorizzare i messaggi in essi contenuti.
L'opera è stata curata da Genevienne e Tea Pecunia in modo tale da essere comprensibile e accessibile anche a chi non conosce la storia di Buddha o il buddhismo in generale. Al tempo stesso le curatrici, attraverso la loro “Guida alla lettura”, contribuiscono a far conoscere una cultura così lontana dalla nostra da risultare spesso misteriosa e difficile da comprendere.

A chi consiglio Le magnifiche vite precedenti del Buddha a cura di Genevienne e Tea Pecunia?

In definitiva, il libro è consigliato non solo a coloro che già conoscono il buddhismo o addirittura lo praticano, ma anche a tutti quelli che semplicemente vogliono conoscere in modo accessibile, originale, curioso ma soprattutto profondo non tanto l'aspetto storico o dottrinale di questa filosofia di vita quanto gli insegnamenti e i concetti necessari per vivere una vita più equilibrata e spirituale.


Le magnifiche vite precedenti del Buddha
I jataka


a cura di Genevienne e Tea Pecunia
Rizzoli
Buddismo | Biografie e autobiografie
ISBN 978-8817191494
Cartaceo 12,35€
Ebook 7,99€

Quarta

Il ciclo delle reincarnazioni è uno dei cardini del buddhismo, una catena che si può spezzare solo raggiungendo l'illuminazione. E quali esistenze ha vissuto il Buddha, l'Illuminato, prima di nascere come Siddhartha Gautama? È proprio a questo interrogativo che rispondono i jataka, racconti sapienziali contenuti nel Canone pali, la più importante raccolta di testi del buddhismo Theravada. In queste storie, basate su elementi favolistici del folklore indiano, vengono raccontati valori come la compassione, l'altruismo e la sincerità, incarnati nella figura del Buddha, che di volta in volta agisce nella storia come un mercante, un nobile, un mendicante o persino una antilope, un toro, una scimmia, una pernice, uno spirito arboreo. Questa raccolta, tradotta dal pali da Genevienne Pecunia e curata assieme a Tea Pecunia, fa scoprire al lettore testi affascinanti e divertenti, in cui gli insegnamenti che si dipanano sulla ruota dell'esistenza incontrano gli elementi più universali, freschi e vitali della narrativa popolare.



Andrea Pistoia
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Recensione: L’altra faccia della Russia, di Stefano Tiozzo

Recensione: L’altra faccia della Russia, di Stefano Tiozzo

Recensione: L’altra faccia della Russia, di Stefano Tiozzo

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. L’altra faccia della Russia di Stefano Tiozzo (TS - Terra Santa): dalla storia personale alla mentalità russa, dalla natura estrema ai problemi con la burocrazia. Un libro corposo, dettagliato, ben scritto, che tuttavia è talmente ricco di contenuti che non si può bere in poche ore.

Io e mio figlio siamo sempre stati attratti da posti come la Jacuzia, freddi, gelidi oltre misura. Quest’anno, durante le vacanze di Natale, in uno di quei giorni in cui non saremmo usciti da sotto il piumone, io e mio figlio, accoccolati vicini, abbiamo cercato su YouTube qualche documentario che ci mostrasse il luogo più gelido della terra mentre noi, al calduccio di una lenta giornata invernale, lo potessimo assaporare con distacco.
Ci siamo imbattuti nel Moscow Diaries di Stefano Tiozzo, un italiano, un dentista di Torino come noi, che dopo aver sposato Sati Kazanova, una cantante famosa in Russia quanto le Spice Girl da noi, si è trasferito a Mosca dove vive dal 2017.

Stefano Tiozzo, una volta in Russia, ha abbandonato la professione odontoiatrica e si è dedicato alla fotografia e ai documentari di viaggio.

Non si è limitato però a una serie di puntate su un canale YouTube. Stefano Tiozzo ha raccolto le sue memorie di viaggio anche in un libro: L’altra faccia della Russia, che copre un lasso di tempo tra il 2017 e il 2022, passando per il periodo della pandemia di Covid 19 che in Russia è stato vissuto in modo molto diverso rispetto a noi, in Europa, con meno restrizioni interne, ma con più blocchi per chi voleva uscire dai confini e recarsi in altri paesi. Questo ha dato modo a Stefano Tiozzo di esplorare, in quegli anni, parecchie zone della Russia, che si sono rivelate una diversa dalle altre.
Il libro di Stefano Tiozzo è corposo, sono quattrocentoventi pagine divise in quindici capitoli ognuno dei quali è talmente denso di informazioni che costituirebbe un libro già da solo.

Stefano Tiozzo spazia dalla sua storia personale alla mentalità russa, dalla natura estrema ai problemi con la burocrazia.

Non è la prima volta che leggo un saggio su un paese che presumibilmente non visiterò mai, per farmi un’idea della cultura del luogo.
Il libro di Tiozzo parla dei russi solo in una certa percentuale, molto riguarda le avventure di viaggio e anche la situazione politica e i rapporti con l’Ucraina.
Ne emerge, casomai ci fosse un dubbio, che la Russia è un paese terribilmente complicato e dall’impostazione imperiale, composto da popolazioni anche di cultura molto diversa.

Territorio immenso è composto da stati interni e da regioni con un regime governativo più autonomo, quello che resta della vecchia Unione Sovietica.

Semplificando in modo esagerato, in Italia abbiamo le regioni a statuto speciale, ma lì la faccenda è ancora più complessa.
La moglie di Tiozzo, nonostante il suo passaporto russo, è di origine caucasica, la sua lingua madre è il circasso, composto da tre vocali e quarantasette consonanti, talmente gutturale che o si impara nella primissima infanzia o in età adulta non si sarà mai in grado di pronunciarlo.
Il Caucaso è una regione relativamente piccola ma abitatissima da numerosi e diversi gruppi etnici, ognuno con la sua lingua e amico o rivale del popolo vicino.
Viene menzionato anche il ruolo della donna nella società russa, che è subalterno in un galateo univocamente accettato, ma in realtà lo è più nella forma che nella sostanza. Le donne russe, nei fatti, sono molto più indipendenti e tutelate di quelle europee quando si parla di stipendio e di diritti.
Poi ci sono altri stati dal territorio più ampio ma dalla cultura più omogenea e meno densamente popolati. Stefano Tiozzo li descrive con puntualità, dopo esserne venuto in contatto.

Vi sono poi i cenni storici, la questione in Crimea, quella in Ucraina.

Riassumerli sarebbe arduo, perché si tratta di una faccenda davvero ingarbugliata che affonda le radici nella notte dei tempi, dalla creazione dell’Ucraina in poi. Tuttavia, se si procede a ritroso nei secoli, ciò che Alessandro Orsini diceva in televisione nel 2022 mentre teneva una posizione che pareva sminuire l’attacco subito dal’Ucraina, stato sovrano, da parte di Putin, potrebbe acquisire un nuovo significato.

Stefano Tiozzo inizia il suo libro spiegando che "la Russia chiama".

Quelli che, come lui, si sono trasferiti lì, per varie vicissitudini della vita, sono stati richiamati, risucchiati dal destino, perché è la Russia che sceglie chi fare avvicinare a sé.
I russi amano la Russia come territorio, come una madre e non la tradirebbero mai.
I russi hanno una doppia anima europea e asiatica e, secondo l’autore, capiscono meglio l’Europa di quanto noi capiamo loro.
Per questo hanno una passione sfrenata per l’Italia e per gli artisti italiani. Tiozzo, in alcune situazioni di burocrazia critica se l’è cavata rispondendo alla domanda: canta ancora Celentano? Esistono addirittura dei cantanti italiani famosissimi in Russia e completamente sconosciuti in patria.

Il rovescio della medaglia è che i russi patiscono quando si sentono non capiti e discriminati in quanto russi.

Dopo l’attacco all’Ucraina in Europa e nel mondo si è attivata una russofobia che si è trasferta persino sugli atleti olimpionici.
Ma i russi, dopo l’inizio della guerra, si sono ripresi. Dopo le prime proteste, sono rimasti fedeli alla madre patria. Non a Putin, sottolinea Tiozzo, ma alla Russia stessa.
E anche Stefano Tiozzo, che nel febbraio 2022 si trovava all’estero, ha vissuto l’attacco all’Ucraina con dolore e disincanto. Nonostante tutto, una volta rientrato a casa, ha capito che non potrà mai smettere di amare il suo paese di adozione.
Un libro corposo, dettagliato, ben scritto, che tuttavia è talmente ricco di contenuti che non si può bere in poche ore.



L’altra faccia della Russia

di Stefano Tiozzo
TS - Terra Santa
Saggio
EAN 9791254710753
Cartaceo 18,05€
Ebook 12,99€

Quarta

«Era da molto tempo che avevo immaginato di raccontare la Russia dal di dentro, in tutte le sue mille sfumature e contraddizioni. Mi piace pensare che sia il momento più giusto – in senso morale – per farlo. Con la speranza che i miei racconti e la mia umile esperienza di viaggiatore e ricercatore umano possano essere un’arma non violenta contro la cecità e il razzismo che dominano l’attuale controverso rapporto tra questo immenso Paese e l’Occidente».

Dai Monti Altai alla Kamčatka, da Murmansk al Daghestan, da San Pietroburgo a Mosca fino alle tende dei nomadi Nenet.
Nell’avvincente varietà delle sue pagine questo libro si offre come autobiografia e reportage, cronaca di costume e racconto d’avventura. Dopo il successo di Moscow Diaries su YouTube – con oltre tre milioni di visualizzazioni – il celebre fotografo e blogger, che da anni vive in Russia, invita a prestare ascolto alla polifonica voce di un Paese dall’innegabile fascino e dalle molteplici antinomie.



Elena Genero Santoro
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Recensione: La città autistica, di Alberto Vanolo

Recensione: La città autistica, di Alberto Vanolo

Recensione: La città autistica, di Alberto Vanolo

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. La città autistica di Alberto Vanolo (Einaudi). Un saggio breve che non impone soluzioni definitive ma propone sfide ai progettisti di oggi e domani, per ripensare spazi e ambienti accoglienti e stimolanti anche per persone neurodivergenti, dando vita a città che tengano conto anche della salute mentale e non solo dei vincoli fisici.

Quando alla facoltà di Ingegneria Edile del Politecnico di Torino seguivo i corsi di architettura e urbanistica, ci veniva spiegato che, per la gestione della disabilità, bisognava rispettare dei criteri progettuali, peraltro normati rigidamente dai regolamenti italiani, al pari delle norme antincendio con cui andavano a braccetto.
E così ci trovavamo a disegnare porte mai più strette di ottanta centimetri e bagni in cui una carrozzina potesse fare un giro completo. Il bagno largo con lavandino basso e la tazza alta era un obbligo nei locali pubblici e in certi tipi di alloggi, se di nuova progettazione o nel momento in cui venivano ristrutturati. Per strada non so se qualcuno di voi ha mai notato che a volte, sui marciapiedi, ci sono delle piastrelle rigate da grosse scanalature o con dei punti in rilievo: queste servono per gli ipovedenti e i non vedenti, che possono percorrere le strade della città con l’ausilio di un bastone. E che dire delle rampe dei raccordi delle discese dei marciapiedi? Ancora una volta la normativa prevede determinate pendenze e un numero massimo di centimetri di dislivello per le carrozzine.

In realtà, già quando studiavo, trovavo che fossero soluzioni più teoriche che pratiche.

Spesso, su quei marciapiedi, era difficile persino spingere un passeggino, figuriamoci se un paraplegico poteva percorrere le stesse strade in modo indipendente.
Le leggi esistono, ma i lavori non sempre sono realizzati a regola d’arte.
Tuttavia, queste misure a favore della disabilità, sacrosante peraltro, considerano solo un tipo di disabilità: quella fisica. La persona che non può camminare, la persona che non può vedere.
Non viene tenuto conto in nessun modo quanto un ambiente possa essere penalizzante per chi ha una neurodivergenza o una disabilità intellettiva.

Alberto Vanolo è un professore di geografia economico politica con un figlio di nove anni autistico.

Teo, il bambino, è un autistico di quelli che venivano non troppo tempo fa definiti "gravi", “a basso funzionamento”, oggi di “livello due o tre". Insomma, Teo è un bambino non autosufficiente, con comportamenti “strani“.
Alberto Vanolo, scrive La città autistica, parlando di autismo non dal punto di vista delle neuroscienze, a cui concede solo un breve excursus, ma da un punto di vista paterno e soprattutto geografico, spaziale e ambientale, attingendo alla propria formazione. Vanolo tocca diversi punti raccontando l’autismo, e se da un lato non ama particolarmente le definizioni, le etichette diagnostiche, anzi, abbraccia un approccio "queer", in cui la diversità dovrebbe essere il più possibile normalizzata, dall’altro offre alcuni spunti di riflessione su come ambiente e geografia potrebbero in effetti rendere la disabilità meno gravosa.

Approccio queer: la causa dell'inclusione delle neurodivergenze è accostata, per alcuni versi, a quella LGBTQI+.

Un mero inciso, che anche la disforia di genere è stata di recente inclusa nel grande insieme delle neurodivergenze, ne parlo nel mio precedente articolo.
L’autismo, dunque, non è qualcosa da curare, da guarire, da contenere, ma è un modo di essere che in certi ambienti può costituire un limite, mentre in altri ambienti assolutamente no.


Alberto Vanolo parte a raccontare delle "esplorazioni psico geografiche" o "passeggiate situazioniste" che compie con suo figlio Teo.

Vivendo in una città di una certa dimensione, gli stimoli per un autistico sono tanti, talvolta eccessivi, e possono costituire sia qualcosa di costruttivo, sia un vero disturbo. Vivere in una grande città per una persona autistica presenta pro e contro, ma l’isolamento della pacifica campagna non costituisce sempre la soluzione migliore. Vanolo ipotizza una città non voglio dire utopica, ma ristrutturata a beneficio delle persone autistiche. Magari progettata da persone neurodivergenti, che comprendano le necessità da un punto di vista interno, come sul Maremagnum di Barcellona architetti in carrozzina avevano progettato, negli anni Novanta, tutti i ponti in legno di raccordo in modo che le carrozzine potessero scorrere senza intoppi.

Le persone neurodivergenti sono molto sensibili ai sovraccarichi sensoriali.

Non tutte sensibili in equal modo agli stessi stimoli, ma mediamente infastidite. Troppe sollecitazioni uditive, olfattive, emotive possono portarli a un’overdose, che li conduce dritti a una fase di meltdown, una crisi in cui tutte queste emozioni e sensazioni causano una reazione fisica e psicologica scomposta. Quindi, sarebbe bello se nelle città fossero previste delle aree di "decompressione sensoriale" per le persone più sensibili, autistiche o meno. È uno è uno spunto che ha portato la mia mente di – un tempo aspirante urbanista – a sognare dei padiglioni delle costruzioni insonorizzate, a cui poter accedere per tirare il fiato. Non è detto che non gioverebbero persino ai neurotipici. E così, ciò che studiavo un quarto di secolo fa alla facoltà di Ingegneria Edile, troverebbe la sua estensione proprio con una città che tenga conto anche della salute mentale e non solo dei vincoli fisici. Sarebbe una meravigliosa evoluzione dell’attenzione verso la difficoltà che in fase progettuale si è iniziata a sentire qualche decennio addietro per chi stava in carrozzina.

Alberto Vanolo spiega che esistono anche dei locali pubblici in cui in certe fasce orarie vengono appositamente ridotti tutti gli stimoli sensoriali, rumori e luci, affinché, anche chi è più sensibile possa sentirsi a proprio agio.

La libertà di essere se stessi, quindi.
Come celiaca madre di due celiaci, sono pratica di locali inclusivi quando si parla di glutine. Luoghi in cui anche chi è diverso (nel nostro caso in senso alimentare) possa godersi un pasto, della compagnia, un’atmosfera piacevole, alla stessa stregua degli altri. Quindi capisco il bisogno di avere isole felici e ben vengano, anche se, da celiaca madre di celiaci, l’auspicio sarebbe una cultura inclusiva generalmente più diffusa. In un luogo in cui si tende al comfort per tutti quanti, i risvolti negativi di disabilità, diversità, modi di essere queer, vengono tutti attenuati.

A volte vedo la faccenda con pessimismo.

Viviamo in una società in cui i bambini, anche quelli “normali“, vengono percepiti con molto fastidio. Mi è capitato numerosissime volte di leggere interi dibattiti sui social con contro i bambini al supermercato, contro i bambini che piangono sugli aerei, contro i bambini al ristorante. E se da un canto esistono i locali child-free, proprio per quegli adulti che per una sera non vogliono essere disturbati dal pianto di un moccioso capriccioso, ci sono situazioni, come i voli intercontinentali, o come la spesa del sabato pomeriggio, in cui un bambino che frigna non si può semplicemente cancellare dalla faccia della Terra. C’è un’intolleranza diffusa verso l’infanzia, una condanna verso i genitori che non educano. E se da un canto è vero che vedere un bambino in età scolare, scorrazzare per il ristorante, scontrandosi coi camerieri, non depone a favore delle capacità educative moderne, è anche vero che il pianto di un bambino molto piccolo non si può stoppare a comando, e che un bambino anche in età più grande, può avere degli atteggiamenti molesti se è autistico. Peraltro, per onestà intellettuale, va detto che molti degli adulti "intolleranti" verso un infante che urla potrebbero a loro volta essere neurodivergenti e infastiditi da pianti e urla.

Alberto Vanolo si pone il problema, soprattutto quando il figlio Teo mostra una propensione per l’approccio fisico e desidererebbe toccare tutte le donne che vede.

Su questo punto Vanolo spiega che ha dovuto contenere suo figlio, perché se lui è autistico ciò non significa che ogni ragazza sia disponibile a essere molestata da lui. Ma per tutte le altre circostanze, stranezze, modi di parlare esprimersi, stimming (movimenti ripetuti che fungono da sfogo per un autistico), crisi, Manolo non intende mettere un freno a suo figlio. Intanto non sarebbe giusto, e poi sarebbe persino controproducente. Certo, se a fronte di un comportamento socialmente disturbante, quando il genitore si giustifica (“chiedo scusa, mio figlio è autistico“), il disgustato spettatore non potrà più prendersela con la mancanza di educazione e scuoterà le spalle con un’espressione compassionevole. Ma è proprio questo il punto.

La vera inclusione si avrà quando le "stranezze" di un autistico saranno normalizzate, saranno accettate come un diverso e rispettabile modo di esistere e di sentire.

Non è questione di voler romanticizzare la neurodivergenza, è la necessità di doverci interfacciare civilmente tutti noi su questo pianeta.
Alberto Vanolo, nel suo breve saggio La città autistica, lancia alcuni ami. Propone alcune sfide. Non impone soluzioni definitive. Starà ai progettisti di oggi e di domani ripensare a spazi e ambienti accoglienti e confortevoli e stimolanti anche per chi non ha le parole giuste né le capacità pratiche per chiederlo.


La città autistica

di Alberto Vanolo
Einaudi
Saggio breve
EAN 9788806261108
Cartaceo 12,35€
Usato 7,15€
Ebook 4,99€

Quarta

Alberto Vanolo offre una serie di proposte provocatorie per la città autistica, una sorta di manifesto con principî generali per immaginare realtà urbane più semplici e sostenibili, non solo per chi vive una condizione di neurodivergenza.
Che cos'è una città «autistica»? È uno spazio per immaginare e sperimentare modi diversi di intendere le diversità, incluse quelle neurologiche, anche al di là del linguaggio delle categorie, delle diagnosi e delle disabilità. Il mondo ha bisogno di città del genere: «autistico» non va inteso in senso peggiorativo e la condizione di neurodiversità può offrire molto per progettare città più vivibili e aperte. Costruire realtà urbane migliori significa anche sovvertire le categorie morali e i linguaggi comunemente associati all'autismo.



Elena Genero Santoro
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Recensione: Potevo essere io, di Roberta Roncone

Recensione: Potevo essere io, di Roberta Roncone

Recensione: Potevo essere io, di Roberta Roncone

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Potevo essere io – 10 regole per salvarci la vita: il primo manuale per riconoscere e difendersi dalla violenza di genere di Roberta Roncone (Independently published). Un decalogo di regole, tutte introdotte da testimonianze di abusi che sono stilettate nello stomaco, con l’intento di rendere consapevoli le future vittime di ciò che non va nella loro relazione, in modo che ne possano prendere le distanze.

I doveri della sposa:
  • Voler bene al marito
  • Rispettarlo come capo
  • Obbidirlo come nostro superiore
  • Assisterlo con premura
  • Ammonirlo con reverenza
  • Rispondergli con grande mansuetudine
  • Tacere quando è alterato
  • Pregare per esso il signore
  • Sopportare i difetti
  • Schivare la familiarità con altri uomini
  • Non consumare la roba in vanità
  • Essere sottomessa alla madre dei mariti ed ai suoi vecchi
  • Umile e paziente con le cognate
  • Prudente con quelli della famiglia
  • Amante della casa
  • Riservata nei discorsi
  • Osservatrice dei doveri religiosi.
Questo elenco, tratto da un manifesto ecclesiastico del 1895, elenca i doveri delle buone spose. Gira su Internet da tempo.
Meno noto ai più è che esiste anche un analogo elenco per gli sposi, che vengono invitati a essere pazienti e a “non dimenticarsi della moglie e dei figli quando sono fuori casa” (il che è già di più di quello che certi mariti fanno nella realtà), ma questo sempre sottolineando che l’uomo è il capo e il padrone, mentre la donna deve rimanere defilata a ubbidire sorridendo.
Roba superata?
Non del tutto.

Il Nuovo Diritto di Famiglia, che mette i coniugi sullo stesso piano, ha la mia età, è del 1975.

Mia madre, nel '71, si è ancora sposata come figura subalterna, legalmente parlando.
Nonostante questo, dopo cinquant’anni abbiamo ancora, volenti o nolenti, degli imprinting da cui non ci liberiamo.
Il primo è che l’uomo e la donna ricoprono ruoli ben definiti: lui lavora, lei sforna figli e li alleva. E poi magari ha un impiego anche lei, ma la priorità è essere l’angelo del focolare, il riferimento per la prole. Su questo punto la civiltà ci sta lavorando. Siamo ancora lontani, ma la strada è tracciata.
Il secondo imprinting è la sacralità del matrimonio, o comunque della relazione. Quella istituzione che in passato non aveva nemmeno le ragioni dell’innamoramento, ma solo quelle economiche e sociali, e che in Italia è stato possibile sciogliere solo dal 1975 col divorzio, aveva la priorità sulla felicità individuale.

Mia nonna, le sporadiche volte in cui mia madre ha litigato con mio padre, anziché difenderla o anche solo lasciarla sfogare, la riprendeva affinché mettesse da parte l’orgoglio e non mandasse a monte il matrimonio.

Ora, posso dire che tra i miei genitori non è mai successo nulla di così grave, ma il presupposto di mia nonna è degno di nota. Approccio che spesse volte è stato replicato da mia madre verso di me quando ho espresso rimostranze verso il mio attuale marito. Il leitmotiv è sempre che per tenere in piedi la sacra unione, bisogna sacrificarsi, bisogna soffrire, bisogna fare dei passi indietro, a prescindere. E se da un canto è giusto impegnarsi per la propria relazione come progetto comune e scelta di vita, bisogna ricordarsi che compiacere il partner non è la priorità.
Il terzo imprinting che ci portiamo dietro dalla storia è l’assoluta ignoranza delle numerose personalità (folli) in cui possiamo imbatterci.
Un marito può, ipoteticamente, anche essere, per definizione, il “capo” del suo nucleo, comandare, decidere le sorti della famiglia. Ma chi garantisce che sia davvero in grado di farlo, o che non sia un balordo o un cretino? Chi lo certifica? In passato, il diritto divino.
Un po’ come quando nelle aziende vengono tenuti dei corsi per migliorare l’interazione tra colleghi, senza tenere conto che ci possono essere personalità abnormi per le quali le ordinarie strategie di captatio benevolentiae e di gestione dei conflitti non avranno mai successo.

Con queste zavorre che ci trasciniamo dietro dai secoli scorsi, eccoci nel presente, a dover gestire relazioni e azioni che oggi vengono – in parte – riconosciute come abusanti, violente, non consensuali.

Eppure, fino a qualche decennio fa – nel 1981 valeva il delitto d’onore – erano semplicemente la norma, con poche eccezioni. Tipo che una donna era tenuta a concedersi al marito anche se non ne aveva voglia. Che il sesso nel matrimonio era un dovere. Che lo stupro era un delitto contro l’onore e che la donna disonorata veniva riabilitata sposando il violentatore.

Oggi iniziamo a chiamare le cose con il loro nome (abusi e violenze), ma non sappiamo come riconoscerle né come affrontarle.

A volte non lo sanno neanche i terapeuti: non tutti sono in grado di distinguere gli abusi, non tutti mettono su piani diversi abusante e vittima.
Non lo sanno fare neppure i giornalisti, che continuano a confondere abusante e vittima: la vittima ha subito violenza, però aveva bevuto, però era vestita succinta, però lo aveva lasciato.
Allo stesso modo fino a qualche decennio fa era giudicato normale lo squilibrio di potere economico e sociale tra coniugi, che apre la porta agli abusi successivi.

E allora ben venga il libro di Roberta Roncone, Potevo essere io, che segue la creazione di un’omonima pagina di Instagram che raccoglie le testimonianze di vittime di abusi e di violenza di genere.

Le vittime che scrivono sono in maggioranza donne, e perché le donne sono più disposte a raccontarsi, e perché numericamente più colpite, ma la violenza di genere è un concetto più ampio. La violenza di genere è la violenza causata dal genere o dal sesso di una persona, ma può essere anche rivolta agli uomini.
In un mondo in cui la parola “narcisista” è ormai usata a sproposito, Roberta Roncone vuole evitare etichette e non si addentra nell’analisi delle personalità abusanti. “Si dice il peccato, non il peccatore” e infatti l’autrice sceglie di descrivere i comportamenti abusanti senza dare spazio alle motivazioni di chi li mette in opera. Che comunque non potrebbero costituire delle giustificazioni.

Roberta Roncone scrive un decalogo di regole, tutte introdotte da testimonianze di abusi che sono stilettate nello stomaco, con l’intento di rendere consapevoli le future vittime di ciò che non va nella loro relazione, in modo che ne possano prendere le distanze.

Infatti il primo passo è la consapevolezza. È il riconoscimento che c’è un meccanismo sbagliato alla base. Che situazioni che siamo abituati a ritenere normali, perché in passato erano considerate tali, non lo sono affatto.
Come la gelosia, per esempio. C’è un retaggio culturale che ci fa credere che una certa dose di gelosia sia espressione di amore. In realtà nell’amore la gelosia non dovrebbe essere contemplata, in quanto si suppone che la fiducia non la renda necessaria e poi sarebbe difficile stabilire un confine, una misura di fin dove si possa spingere la cosiddetta gelosia "sana".
Avevo una conoscente che il marito obbligava a chiamare casa dal telefono dell’ufficio prima di lasciare la sede per rientrare la sera. Lui poi prendeva i tempi che lei ci metteva per tornare, nel dubbio che potesse fare deviazioni non consone. Lei lo difendeva: «Fa così perché mi ama, perché è protettivo». A noi altri questo marito pareva solo ossessivo. Ma lei ci teneva un sacco a contornare la sua immagine con un’aura di perfezione. Poi il matrimonio è naufragato molto male, indovinate un po’?, per un problema di fiducia.

Roberta Roncone spera che le vittime aprano li occhi, acquisiscano consapevolezza e imparino a difendersi.

Il suo intento non è colpevolizzare le vittime: non lo fa mai, anzi le accoglie tutte a braccia aperte. Ma vuole dare loro una chiave di lettura per identificare ciò che non funziona e salvarsi da sole fintanto che la società non evolve.
Non è mai colpa della vittima, ma ci vuole capacità di discernimento per mettersi al sicuro. La regola numero uno è quella di fidarsi del proprio intuito. Se già da subito ci sono aspetti che non quadrano, non bisogna ignorarli. Non bisogna convincersi che vada tutto bene. Non bisogna farsi piacere una persona per forza anche se gli altri ci dicono che è in gamba, ha un buon lavoro e che insieme saremmo una bellissima coppia.

Anni fa, all’uscita da una relazione abusante, mentre raccoglievo i cocci della mia vita, comprai un libro per non incappare negli errori commessi in precedenza.

Era una specie di manuale su come trovare l’anima gemella e all’epoca non parlava né di narcisismo né di abusi. Diceva una cosa molto basilare e assolutamente vera: l’innamoramento è una fase bellissima, ma se vogliamo stare con una persona a lungo dobbiamo avere noi per primi in testa una lista di requisiti inderogabili e non negoziabili che il partner deve avere. Quali siano i requisiti inderogabili lo stabiliamo noi; io di default ci metterei il rispetto. Se per esempio soffro di asma e incontro una persona che fuma due pacchetti al giorno anche in casa e non intende smettere, presumibilmente insieme non faremo molta strada. Idem se incontro uno che ama i rettili tanto da avere una teca in ogni stanza e mettersi un pitone nel letto mentre io detesto i serpenti. L’amore vince su tutto? Secondo quel libro no. Alla lunga ci si logorerebbe sulle questioni su cui non è possibile raggiungere un compromesso. Il consiglio era di uscire, conoscersi per alcune occasioni e chiudere molto in fretta appena si riscontrano montagne insormontabili. È un metodo freddo, calcolato, che non tiene conto del sentimento? Può essere, ma non poi così sbagliato, perché in primis induce a non fingere di essere diversi da come si è e da avere rispetto per se stessi.

Il libro di Roncone in realtà pone l’accento su altri dettagli, ma in comune col manuale letto nei primi Duemila c’è un consiglio fondamentale: bisogna ascoltare e ascoltarsi.

E poi, in Potevo essere io grossa parte è dedicata all’analisi di tutti i meccanismi di violenza psicologica, che è quella largamente più diffusa. Perché non tutti i partner violenti arrivano all’omicidio, allo stupro o ad alzare le mani. Qualcuno non lo farà mai e si scandalizzerà all’ennesimo Turetta salito alla ribalta della cronaca. Il che non significa che non possa rendere la nostra vita un inferno.

La violenza psicologica si manifesta con critiche continue, con la demolizione sistematica della nostra figura, magari mascherata da consigli, da premura.

«Lo dico perché ti voglio bene, per aiutarti a migliorare.» Non è vero: l’unico scopo è la demolizione dell’autostima della vittima, per averne il controllo e il potere.
Il mio abusante mi disse: «Cerca pure un lavoro, se ti va, ma la responsabilità dello stipendio è dell’uomo». Lo disse col fare paternalistico di quello che vuole essere rassicurante e protettivo. Negli anni compresi che dietro si celava ben altro. Il controllo economico è violenza. L’amore su condizione è violenza.

Roncone descrive le fasi iniziali di una relazione non sana, il love bombing, la passione sfrenata, quando tutto è troppo bello per essere vero.

Infatti non è vero. Il love bombing sostituito da silenzi punitivi, critiche continue, pressioni, rinforzo intermittente. Ci sono persone che non sanno amare, ma vogliono il nostro amore per nutrirsene. Che in base a quello che dicono sembra che ci detestino: «Perché non metti mai la gonna?», «Perché non tagli i capelli?», «Perché devi uscire sempre con la tua amica?», «Perché sei sempre così permalosa?», «Perché non prendi una laurea?», «Perché non stiri le mie camicie?».
E noi a domandarci: «Perché sta con me se sembra che di me non gli vada bene niente? Forse perché in fondo mi ama, anche se ho dei difetti».
La notizia è: non sembra che ci odino. Ci odiano per davvero. Non stanno con noi perché ci amano, ma per esercitare il loro potere. Quello che un tempo agli uomini veniva riconosciuto senza discussione.

Ma c’è anche una buona notizia: i centri antiviolenza esistono. I gruppi di ascolto anche. Roncone ne parla a lungo nell’ultimo capitolo.

Ed esistono anche persone abusanti, in maggioranza uomini, che prendono coscienza di aver seguito dinamiche sbagliate.
Nel ringraziare Roberta Roncone per il grande lavoro svolto, invito tutti a leggere il suo libro Potevo essere io. C’è speranza.



Potevo essere io
10 regole per salvarci la vita: il primo manuale per riconoscere e difendersi dalla violenza di genere

di Roberta Roncone
Independently published
Manuale
ISBN 979-8310551602
Copertina flessibile | 263 pag.
cartaceo 12,99€
ebook 8,99€

Quarta

In un mondo in cui la violenza di genere è una realtà silenziosa e devastante, questo libro rappresenta un faro di speranza di resistenza. L'autrice, attraverso la sua esperienza personale e il progetto Instagram @potevo_essere_io, offre un manuale pratico e incisivo, composto da dieci regole fondamentali per riconoscere e affrontare la violenza.
Ogni regola è un atto d'amore, pensato per fornire strumenti concreti a chi si trova in situazioni di rischio o vulnerabilità. Non si tratta solo di sopravvivere, ma di trasformare il dolore in forza e in consapevolezza.
Questo libro non è solo per chi ha vissuto esperienze traumatiche, ma anche per chi desidera prevenire tali situazioni, contribuendo a creare una società più giusta e sicura.
Leggendo "POTEVO ESSERE IO - 10 regole per salvarci la vita", scoprirete come alzare la voce contro l'ingiustizia, come proteggervi e come unirvi ad una comunità di sostegno. E' un invito a non rimanere in silenzio, a riconoscere il proprio valore e a lottare per una vita libera dalla paura.
Un'opera necessaria per tutte le donne, gli uomini e le generazioni future che meritano di vivere in un mondo senza violenza.


Elena Genero Santoro
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Recensione: Carlos Castaneda e i navigatori dell'infinito, di Manolo Bertuccioli

Recensione: Carlos Castaneda e i navigatori dell'infinito, di Manolo Bertuccioli

Recensione: Carlos Castaneda e i navigatori dell'infinito, di Manolo Bertuccioli

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Carlos Castaneda e i navigatori dell'infinito di Manolo Bertuccioli (Editoriale Jouvence). Un testo rigoroso e accessibile che affianca antropologia, filosofia e psicologia per penetrare la complessità del pensiero sciamanico.

Avendo letto tutti i libri di Carlos Castaneda, non potevo non leggere con interesse questo saggio che analizza le sue opere da molteplici prospettive. Ma andiamo con ordine.

Le prime cinquanta pagine fanno un sunto di tutti i romanzi, non tanto a livello di trama quanto di azioni e di concetti che hanno guidato Castaneda nel suo apprendistato.

Le centinaia di pagine seguenti, invece, sono un’analisi delle sue opere dal punto di vista metafisico e della psicologia analitica (o, per essere più precisi, dell’analisi junghiana) ma anche, ad esempio, da quello di Freud, Tenzin, Aristotele, Kant e Nietzsche.
Tutto ciò per mostrare sia i punti in comune che le differenze tra le loro deduzioni e il mondo di Castaneda. Oltre a tutto questo, l’autore tira in ballo anche il sufismo, le religioni monoteiste e la cultura tibetana per dimostrare come certi concetti sciamanici siano presenti anche in altre culture.

Soprattutto, Manolo Bertuccioli spiega in modo approfondito alcuni concetti.

Ad esempio: il "fermare il mondo", l'uovo luminoso, il Nagual e il Tonal, l'arte di sognare, il doppio, il concetto di Aquila, cosa significa animismo e sciamanesimo nero. Vengono affrontati anche temi comprensibili a un pubblico più vasto, quali: come si diventa sciamani, adottare particolari comportamenti etici, sconfiggere la paura, diventare un uomo di conoscenza, il delicato rapporto tra allievo e maestro, soprattutto l’arduo percorso che deve fare il primo e la responsabilità del secondo sull'allievo.
Una sezione interessante è dedicata all'uso delle droghe nelle varie culture sciamaniche, usate non per scopi ludici ma in chiave spirituale – vi ricordo che, soprattutto nel primo romanzo, Don Juan fa provare a Castaneda il Peyote per indurgli stati alterati di coscienza.

Non manca un’indagine sulle fonti storiche e culturali delle opere di Castaneda, volta a verificare l’esistenza di Don Juan e del suo gruppo di allievi.

La postfazione, infine, Manolo Bertuccioli mette a confronto alcune pratiche di Castaneda con la psicologia transpersonale – la cancellazione della storia personale e la ricapitolazione –, la Gestalt e l’ipnosi di Erickson.

Che dire di Carlos Castaneda e i navigatori dell'infinito?

Innanzitutto che il saggio è scritto con un linguaggio preciso e ricercato, ma sempre leggibile. Ogni parte è chiara, fluida, comprensibile e scorre che è un piacere.
Manolo Bertuccioli arricchisce il testo con citazioni da opere antiche, confronti tra scuole di pensiero e opinioni di esperti — psicologi, antropologi, sciamani, saggisti e scienziati — a sostegno o in contestazione delle tesi castanediane.
Tutto ciò dimostra quanto l'autore abbia una cultura ampia su tutto ciò che orbita intorno a Castaneda e allo sciamanesimo. Senza contare che tira in ballo decine, se non addirittura centinaia, di professionisti dei settori più disparati – dagli psicologi agli antropologi, dagli esperti di cultura messicana agli sciamani attuali, dai saggisti che trattano tematiche similari agli scienziati – per chiarire meglio, o mettere in discussione, un universo tanto affascinante quanto complesso com'è quello di Castaneda.

Manolo Bertuccioli è riuscito ad analizzare in modo certosino e accademico un mondo così complesso e misterioso quanto quello di Castaneda fornendo chiavi di lettura nuove sulle sue opere e curiosità che arricchiscono il bagaglio culturale del lettore.

Prima di concludere preciso che questo libro è un saggio che esamina le (tante) opere di Castaneda focalizzandosi più che altro sui concetti sciamanici in esse contenute. Per apprezzarlo al meglio è consigliabile avere familiarità con i suoi romanzi, così da coglierne le sfumature. Solo chi ha letto l’intero corpus castanediano potrà apprezzare la portata del lavoro svolto da Bertuccioli.
In definitiva, soprattutto per chi è appassionato di Castaneda, questo saggio è un must, un libro imprescindibile: un vero e proprio strumento di comprensione e approfondimento che merita un posto nella propria libreria.


Carlos Castaneda
e i navigatori dell'infinito

di Manolo Bertuccioli
Editoriale Jouvence
Saggio filosofico, psicologico e antropologico
ISBN 9788878018150
Brossura | 360 pagine
cartaceo 16,00€
ebook 13,99€

Quarta

«In Castaneda il vero viaggio inizia dalla morte simbolica e finisce, in un certo senso, con la totalità.
Castaneda che ha fatto del suo discepolato con don Juan un’opera letteraria stimata in tutto il mondo, una strabiliante strada del cuore.»

L’incontro con lo stregonesco e lo sciamanesimo, l’esperienza delle droghe e degli stati alterati di coscienza, lo studio del mondo dei sogni.
Questi sono i temi che hanno affascinato Carlos Castaneda e che ritroviamo in questo libro, volto a ripercorrere la vita e le opere di un autore straordinario.
Un affresco che viene presentato al lettore anche attraverso un serrato confronto con altre tradizioni culturali: la psicologia analitica, lo yoga tibetano, il pensiero metafisico occidentale.



Andrea Pistoia
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Recensione: La misteriosa tecnica della vecchia gatta, di Issai Chozanshi

Recensione: La misteriosa tecnica della vecchia gatta, di Issai Chozanshi

Recensione: La misteriosa tecnica della vecchia gatta, di Issai Chozanshi

Libri Recensione di Andrea Pistoia. La misteriosa tecnica della vecchia gatta e Il discorso del demone sulle arti marziali (Rizzoli) di Issai Chozanshi, a cura di Tea Pecunia. Due racconti dello scrittore samurai vissuto tra il 1659 e il 1741, un susseguirsi di insegnamenti Zen (e non) sulla giusta mentalità per approcciare la vita.

Il libro comincia con una lunga introduzione di Tea Pecunia, la curatrice, la quale spiega innanzitutto chi è colui che ha scritto i due racconti presenti all’interno, ovvero Issai Chozanshi, un samurai vissuto tra il 1659 e il 1741. Lui non fu un maestro d'armi (anche se ne conobbe lo spirito, l'essenza e la filosofia); in realtà fu uno scrittore con un'immensa cultura su: Zen, Tao, Confucianesimo e, ovviamente, arte della spada.

Tea Pecunia spiega in breve la trama dei due racconti.

Ma ne fa giusto un accenno, in quanto preferisce focalizzarsi sul loro background, a partire dal periodo storico, sociale e politico in cui sono stati scritti fino all'insegnamento controcorrente di Issai Chozanshi, il quale non si concentra sulla tecnica dell’arte della spada ma sull'essenza di questa e sull’utilizzarla come mezzo per raggiungere la Via.
Tra l'altro, l'autore è un neo confuciano. Di conseguenza, per Tea Pecunia è inevitabile soffermarsi anche sull'origine del confucianesimo, sulle sue regole, sul suo fondatore ma anche sul neo confucianesimo e sul buddhismo. E ancora, essendo i due libri legati all'arte della spada, la curatrice non può esimersi dal fare cenni storici su quest'arma e sulla sua evoluzione, dalla spada antica a quella nuova e nuovissima fino al divieto di produrla dopo la Seconda Guerra Mondiale.
I concetti e le spiegazioni dell'introduzione sono sufficienti ad arricchire il lettore di informazioni utili e interessanti sull'affascinante mondo dei samurai e della spada. Ma passiamo ora ai due racconti.

Il primo racconto è La misteriosa tecnica della vecchia gatta, in cui si narra di uno spadaccino che chiede aiuto a dei gatti per catturare un topo tanto feroce quanto elusivo.

Ognuno descrive l'addestramento ricevuto nelle arti marziali e la tecnica che userà per catturarlo; uno userà la forza, un altro il Chi (cioè l'energia vitale), un terzo l’arrendevolezza e infine l'ultimo, una gatta, la non-mente (ovvero la scomparsa del pensiero).
Per quanto questo racconto in un primo momento appaia come una favola, in realtà è un testo profondo e illuminante in quanto l’atmosfera fiabesca compare giusto nelle prime righe per poi lasciare il passo a un lungo botta e risposta in cui la saggia gatta spiega agli altri felini non solo gli errori che hanno commesso mentre affrontavano l'avversario, dato che hanno usato tecniche poco efficaci, ma anche quale sarebbe stato il modo migliore per ottenere la vittoria. Il tutto fino a che non si giunge alla fine dell'opera con un ultimo, prezioso insegnamento: “La trasmissione da mente a mente”.

Il racconto non si focalizza sulle tecniche per maneggiare la spada (come dice l’autore stesso, le si può apprendere solo con la pratica) ma insegna la mentalità con cui approcciarsi a quest'arte e, più in generale, alla vita.

Le risposte della gatta saggia sono in sostanza discorsi motivazionali, spirituali e finalizzati a mostrare quali siano gli elementi e gli stati mentali necessari per elevare interiormente il lettore.
Ecco perché non bisogna prendere nessun passaggio del racconto alla leggera ma concentrarsi non solo sul concetto in sé ma anche sulle singole parole.

Il secondo racconto, Il discorso del demone sulle arti marziali, è invece un trattato in quattro parti con una prefazione e un epilogo.

La prefazione si focalizza sul fatto che se un uomo non si muove verso il bene andrà verso l'opposto. Poi si passa alla storia vera e propria, narrata in prima persona, in cui un uomo è alla ricerca della verità ultima sull'arte della spada. Va così tra i monti alla ricerca dei Tengu (demoni delle montagne mezzo uomini e mezzo uccelli) per imparare le tecniche sulle arti marziali e la filosofia in esse contenute.
Così, quando li trova, i Tengu condividono con lui la loro saggezza.
In pratica si ha un susseguirsi di domande dell’uomo riguardanti non solo l'essenza dell'arte della spada ma anche la vita, la morte, l’esistenza e ciò che le governa. Ognuna di queste ottiene una risposta che miscela spiritualità e concretezza.
Ecco perché il protagonista viene a conoscenza anche della non-mente, di come affrontare l’avversario con la spada, dell’importanza di avere un Chi calmo e della necessità di possedere la tecnica adatta nelle arti marziali. E ancora, apprende cos’è: la reincarnazione, l'egoismo insito nell'attaccamento, “La mancanza di coscienza”, “La mente che si confonde”, “L’affidarsi al cielo” e “L’essere in errore” ma soprattutto la differenza tra restare immobili e in movimento, tra conoscenza superficiale e innata, tra morbidezza e debolezza, tra attività e pigrizia, tra Yin e Yang e tra purezza interiore ed esteriore.

Che dire di questo secondo racconto?

Innanzitutto che non è fine a se stesso ma un susseguirsi di insegnamenti Zen (e non) scaturiti da una saggezza profonda che trascende il mero insegnamento sull'arte della spada. Ed è proprio questo il suo punto di forza: abbonda di una miriade di verità che si possono anche adattare alla vita di tutti i giorni per affrontare quest’ultima in modo più sereno, consapevole ed equilibrato.
Senza contare che alcune considerazioni dell’autore sono, a volte anche tristemente, attuali (come il fatto che i giovani vogliono tutto e subito).
Mi sono infine altresì piaciute le metafore che ha usato Issai Chozanshi per chiarire certi concetti, che sarebbero potuti essere altrimenti di difficile comprensione per i suoi connazionali (figuriamoci per noi occidentali).
In definitiva, cosa ne penso di questi racconti e dell’introduzione? Che meritano di essere letti, più e più volte, perché hanno tanto da insegnare.
Ergo, libro vivamente consigliato.


La misteriosa tecnica della vecchia gatta
e Il discorso del demone sulle arti marziali

di Issai Chozanshi
traduzione di Yoko Dozaki
a cura di Tea Pecunia
Rizzoli
Filosofia orientale
ISBN: 978-8817185141
Cartaceo 11,88€
Ebook 6,99€


Quarta


Issai Chozanshi è un autore a lungo ignorato nel nostro Paese, forse perché della sua vita sappiamo poco: samurai del feudo di Sekiyado, alla profonda conoscenza delle arti del combattimento univa una vasta cultura fondata su una felice sintesi di zen, taoismo, confucianesimo e shintoismo. Nei due testi qui raccolti non prescrive regole pratiche di scherma, ma ci offre una visione suggestiva dello spirito profondo delle arti marziali. In queste storie siamo continuamente richiamati ad agire senza spirito di ottenimento e senza aspettativa, a "fare senza fare", a brandire la katana come se non avessimo nulla in mano. Perché, come ci ricorda Tea Pecunia nella sua introduzione: "Lo scopo ultimo non è sconfiggere l'avversario. Il vero obiettivo consiste nel saper vivere la trasformazione e comprendere il senso della vita e della morte". Questo è l'insegnamento trasmesso dalla vecchia gatta e dal demone.


Andrea Pistoia
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Recensione: Le schiacciate, di Laura Turuani

Recensione: Le schiacciate, di Laura Turuani

Recensione: Le schiacciate, di Laura Turuani

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Le schiacciate – Vivere i cinquant’anni a testa alta tra lavoro, figli adolescenti e genitori anziani di Laura Turuani (Solferino). Un saggio molto strutturato e ben documentato: «Tante donne sono arrivate al limite prima di unire i puntini dei loro malesseri e realizzare che le loro manifestazioni avevano un denominatore comune: la perimenopausa».

Si dice che un buon autore faccia credere al lettore di parlare di lui, quando in realtà parla di sé.
In Le schiacciate Laura Turuani non parla di sé, o non solo, trattandosi di un saggio ricco di note bibliografiche, ma fa credere a una buona percentuale di odierne cinquantenni di parlare proprio di loro. Parla di loro.
Tra quattro mesi compirò cinquant'anni per cui chiedo venia in anticipo se in questo articolo mi ci metterò pure io senza nemmeno fingere di nascondermi. Il libro del resto è rivolto proprio a me: a una donna intorno al mezzo secolo di vita, anno più anno meno, che si ritrova letteralmente schiacciata.
Schiacciata tra due generazioni: a cinquant'anni si possono avere figli adolescenti e genitori anziani, ed entrambe le categorie gravano, in un modo o nell'altro, sulla cinquantenne di turno. Schiacciata dal peso degli anni che inizia a farsi sentire, schiacciata dagli impegni di lavoro e domestici, schiacciata dal corpo che cambia e diventa irriconoscibile.

Le schiacciate di Laura Turuani inizia con un concetto che mi ha punta sul vivo: i cinquant'anni sono una fase di pre-lutto.

È inutile girarci intorno, edulcorare la pillola, nascondersi dietro ai tabù del politically correct. Abbiamo passato più di quarant'anni a costruirci la vita che volevamo, magari ci siamo anche in buona parte riuscite: il lavoro, se non dei nostri sogni, almeno adatto alle nostre competenze, una famiglia, dei figli. Abbiamo trascorso l'ultimo decennio nella fatica, per carità, di una vita piena, ma consce di portare avanti le responsabilità che ci eravamo scelte con consapevolezza. E adesso?
Adesso tutto sta per cambiare. Stiamo per perdere tutto e questa sensazione, anche se non è ammessa o riconosciuta a livello conscio, pizzica le corde di un inconscio che inizia ad angosciarsi. Stiamo per perdere i figli, i genitori e anche gli animali domestici (sì, i porcellini d'India: mi struggo per loro. Non posso farci nulla. Sopportatemi). Se va bene, per contro, non perderemo il lavoro fino a settant'anni. O lo perderemo e nessuno più ci assumerà, perché preferiranno una "risorsa più Junior": leggi un maschio (bianco eterossessuale) tra i ventisette e i trentasette anni.

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Su una cosa il libro mi ha stupita: nel capitolo in cui vengono trattate le relazioni di coppia, che talvolta in questa età giungono al capolinea, Turuani si sente in dovere di spiegare la differenza tra innamoramento e amore.

Sono rimasta sbigottita, perché è qualcosa di cui sento parlare dalla prima adolescenza e, almeno in via teorica, conoscevo le due definizioni già a quattordici anni. Persino sui libri di educazione sentimentale e sessuale di impostazione cattolica che mi sono trovata a leggere la differenza tra innamoramento e amore era già indicata in modo chiaro e corretto nei primi anni Novanta. Poi possiamo discutere della sacralità del matrimonio e dell'opportunità del divorzio, ma che quella fase di eccitazione e aumento di dopamina e noradrenalina nel cervello sia un transitorio che in una relazione matura deve lasciare spazio ad altro, non ho mai avuto dubbi.
Eppure, a cinquant'anni ci sono persone che non devono avere ancora capito con cosa hanno a che fare. E che un fisiologico calo della libido e un diradamento dei rapporti sessuali non è necessariamente indice di una coppia che non funziona più.

Uno dei primi capitoli è dedicato ai figli adolescenti e mi ci sono riconosciuta solo in parte.

Non so se siano i miei figli a essere atipici, o solo troppo piccoli per arrivare al livello di conflitto descritto, ma diciamo che le situazioni standard menzionate, che coprono un buon percentile della popolazione di madri italiane, non mi ha coinvolta.
Una cosa è certa: i figli devono crescere, si preparano a lasciare il nostro nido. È un pensiero angosciante, per certi versi, che evoca la perdita, ma a cui sto cercando di prepararmi dal momento in cui ho concepito i miei due. Mai come in gravidanza mi sono dedicata alla scrittura, al tempo per me, allenandomi a ricavarmi uno spazio personale in cui essere solo me stessa e non una mamma. Era già una prima prova e poi ne sono venute altre: il mio ritorno al lavoro a tempo pieno, poi le loro settimane di campi estivi, fuori da casa e lontani da Torino, ora la libertà di lasciarli uscire da soli, pur con certe condizioni di orario e di messaggeria ogni volta che si spostano.

Eppure se constatare l'indipendenza dei figli fa male, rendersi conto del decadimento dei genitori è ancora più doloroso.

Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che sono entrati nella quarta età (come la definisce il libro), intorno agli ottanta anni, in buona salute e in perfetta indipendenza. Non solo, sono stati, e per certi versi sono ancora, un valido ed efficace aiuto nell'accudimento dei miei figli. In questo mi ritengo sommamente fortunata. Ho amiche mie coetanee che hanno perso uno o entrambi i genitori da tempo e magari per gravi e logoranti malattie. Ma so che non potrà durare per sempre. Gli acciacchi di mia madre, un piccolo intervento di mio padre a cui ne seguirà un altro, pur non grave, me li fanno percepire fragili come non li ho mai visti. È nell'ordine naturale delle cose, eppure è terribile vedere le proprie radici cedere. Pensare che a un certo punto si deve diventare i genitori (anche) dei propri genitori. È spaesante. È opprimente.
Invece capita, e capita nel momento peggiore. Quando il cervello dei figli adolescenti è un'esplosione di ormoni che li portano a sragionare (o per lo meno a fare cose incomprensibili per i genitori), anche nelle madri accade un fenomeno di riassestamento ormonale, un'adolescenza inversa che causa disorientamento.

Le schiacciate di Turuani ha il grande merito di sdoganare la menopausa e i sintomi fisici e psicologici che ne scaturiscono.

Io ho iniziato a notare dei cambiamenti già a quarantaquattro anni. Le fluttuazioni di estrogeni mi hanno provocato una flessione dell'umore verso il basso e più ansia. Chi mi segue sa che il 2023 è stato un anno infernale per la mia salute: l'intervento al cuore, l'emorragia interna, la pericardite chirurgica, il lungo ricovero.


Rientrati i sintomi fisici ha iniziato ad attanagliarmi il panico, la paura di stare male, e solo dopo molti mesi mi sto rendendo conto che, con quello che ho passato, non dovrei neppure stupirmi. Il fisico che cambia, per il trauma subito, ma anche per motivi endogeni: è un disastro. Ci sono giorni in cui non riconosco più i sintomi del mio corpo, i segnali che mi manda, mi sento come una zattera in balia in mezzo al mare e senza una bussola. L'unica cosa che posso fare è legarmi alla mia zattera e assecondare il movimento delle onde, sperando che prima o poi si calmino, che dietro una nuvola compaia la stella polare che mi indichi la direzione.

Il saggio di Turuani ci ricorda che tutto questo è normale. Che tante donne sono arrivate al limite prima di unire i puntini dei loro malesseri e realizzare che le loro manifestazioni avevano un denominatore comune: la perimenopausa.

Che è normale che si presenti e che, se troppo invalidante, va trattata in termini medici dagli specialisti.
Tuttavia questa fase di transizione, che ci costringe, volenti o nolenti, a rimetterci in gioco e a inventarci, ha anche dei lati positivi. Il libro affronta anche la situazione lavorativa di noi cinquantenni attuali: abbiamo iniziato a lavorare tra i venticinque e i trent'anni, magari abbiamo anche investito nella carriera, abbiamo vissuto l'ingresso nel mondo del lavoro come un passo dovuto e automatico, mentre per le generazioni precedenti delle nostre madri e nonne non lo era affatto, e ci è sembrato scontato e doveroso riuscire a fare tutto: la madre e la manager.

Arrivate a cinquant'anni vediamo il lavoro con più distacco, ci mettiamo meno cuore e meno fegato.

C'è stato un disincanto, la carriera è arrivata fino a un certo punto, poi si è fermata, subiamo comunque il gender gap, ma il successo in azienda non è il primo dei nostri pensieri e iniziamo a sognare una pensione che se va bene arriverà tra quindici o vent'anni. Su questo punto – la chimera della pensione cullata dalle cinquantenni – Turuani si stupisce un po', io un po' meno: avendo avuto una madre che si è ritirata a quarantatré, ogni volta che sbircio nei miei prossimi due decenni lo stomaco mi fa un giro completo.

Siamo stanche, certi ritmi non li reggiamo più e accettarlo è durissimo. Tuttavia ci viene chiesta sempre la stessa performance, menomale che possiamo sopperire con l'esperienza.

E poi succede una cosa a cinquant'anni. Abbiamo meno paura del giudizio e meno freni inibitori. Se il collega mi chiama "signora" anziché "ingegnere", e poi chiama "dottore" il maschio che è solo "geometra", lo faccio notare. Ho smesso da un pezzo di subire passivamente. Non ne ricavo nulla. Non è rancore, è puntiglio.
E poi qualcuna di noi, finalmente, impara a rilassarsi. A godersi un libro o un film sul divano, in solitudine, senza stress intorno. Anche in questo, ho già iniziato ad allenarmi, anzi, questa sera sono già in ritardo per la commedia romantica della maratona di questo Natale.
Quindi, concludo consigliando a tutte le mie coetanee questo saggio molto strutturato e ben documentato che forse non risolve i nostri problemi, ma ci fa capire una cosa: non siamo sole. E quella zattera in mezzo al mare che ci sballotta su e giù forse è una barca popolata da tante sorelle che si aiutano condividendo le loro storie.


Le schiacciate
Vivere i cinquant’anni a testa alta tra lavoro, figli adolescenti e genitori anziani

di Laura Turuani
Solferino
Saggio
ISBN 978-8828214786
ebook 12,99€
cartaceo 17,10€

Quarta

Alla soglia dei cinquant’anni le donne di oggi si ritrovano letteralmente «schiacciate» dalla fatica che le assale da ogni parte. Nate tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, hanno corso per tutta la vita, cercando sempre di dare il meglio, e ora si sentono travolte, stravolte, arenate. In effetti, se le osservassimo dall’alto, le coglieremmo a un incrocio inedito e irripetibile di passaggi cruciali: i figli adolescenti, l’arrivo della menopausa, i cambiamenti del corpo che comincia a sfiorire, i bilanci di coppia non sempre positivi, le asperità del lavoro, i genitori anziani, sempre meno autonomi e più bisognosi di aiuto. Laura Turuani racconta questa condizione tutta femminile a partire dalle storie raccolte nel suo lavoro di psicoterapeuta, restituendoci con sguardo limpido e partecipe come ci si sente «dentro». E suggerendoci come attraversare questa fase – che può anche durare anni – per uscirne più consapevoli, più sollevate, più solidali. È, quella delle schiacciate, una sfida che interpella contemporaneamente, e a volte impietosamente, i vari ruoli della donna – materno, femminile, coniugale, filiale, professionale – con un comune denominatore di perdita: della giovinezza, del vigore, del sex appeal, della sicurezza di sé e della progettualità. Un senso di lutto che, al momento, può sembrare definitivo ma che, se colto, capito, relativizzato, lascia intravedere aperture insperate. In primis, verso le altre donne – amiche, colleghe, sorelle – che attraversano lo stesso sentire, con cui condividere le possibili rinascite. Perché la vita, in questo tratto di strada, richiede pazienza e resilienza, che insieme aiutano a trovare un nuovo equilibrio con sé stesse e con gli altri.



Elena Genero Santoro
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