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Viaggio in Arizona: Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Viaggio in Arizona: Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Viaggio in Arizona: Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Mamme in viaggio Di Silvia Pattarini. Ad agosto, fly & drive in Arizona, la terra selvaggia degli Indiani Navajo, con figli al seguito. Escursioni da Page: l'Upper Antelope Canyon e la Horseshoe Bend.

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Cosa vedere nei dintorni di  Page, in Arizona. 

Dopo un volo da Milano a Londra e un successivo lungo volo da Londra a Los Angeles, con auto a noleggio arriviamo a Las Vegas e dopo un paio di giorni di sosta nella mitica città del divertimento e  della perdizione, partiamo alla volta dei parchi dell'ovest.
Abbiamo già visitato Zion National Park e il meraviglioso Bryce Canyon, quando nel tardo pomeriggio giungiamo a Page.


La città di Page si rivela un’ottima base di partenza sia per le viste all’Antelope Canyon, sia per visitare la curva che disegna il fiume Colorado, famosa in tutto il mondo e chiamata Horseshoe Bend, sia per una visita al Lago Powell e alla sua diga la Glen Dam. Tutte le destinazioni si raggiungono nel giro di dieci minuti/ un quarto d'ora d'auto.

L’Antelope Canyon

L’Antelope Canyon è situato nei pressi della cittadina di Page, in Arizona, ed è il Canyon più visitato degli Stati Uniti sud occidentali.

È costituito da due formazioni rocciose separate, denominate Lower Antelope Canyon che si sviluppa in un tratto di circa quattro chilometri, e Upper Antelope Canyon decisamente più breve e meno impegnativo, di soli trecento metri. La strada 98 li separa e per visitarli è necessario prenotare un tour guidato; non è possibile effettuare una visita coi propri mezzi senza guida, poiché la zona potrebbe essere interessata da forti temporali improvvisi (flash flood) che si rivelano molto pericolosi.
Il servizio tour è effettuato dagli Indiani Navajo che conoscono la zona palmo a palmo, molto affidabili e puntuali nella gestione del servizio.
CONSIGLIO
Vi consiglio di prenotare il tour con largo anticipo, onde evitare di arrivare là e non poter intraprendere la visita. Se volete visitare entrambi i Canyon è necessario prenotare due visite separate, tenendo conto delle tempistiche differenti.
Per info e costi visitate il sito web www.antelopecanyon.com.
Essendo situato nella riserva Navajo, non è consentito l'accesso con la tessera parchi, la visita va pagata a parte.
La tessera parchi costa 80 euro e permette di visitare tutti i parchi americani (tranne l'Antelope Canyon e la Monument Valley che sono collocati all'interno della riserva indiana). È rilasciata dai Ranger ad ogni auto che attraversa un parco e si intende per tutti i passeggeri dell'auto. Conviene l'acquisto se si è intenzionati a visitare almeno 3 parchi; ha validità annuale.  All'ingresso di ogni parco si trova la postazione dei Ranger presso i quali si può acquistare o esibire la tessera, oppure comprare il biglietto per singola entrata.
CONSIGLIO
Portate sempre con voi tanta acqua perché il sole non fa sconti a nessuno, e se avete dei bambini abbiate cura di ricordare anche una protezione solare, burro cacao, occhiali da sole e cappellino per proteggerli dalle scottature e dalla sabbia.

Upper Antelope Canyon.

Un quarto d'ora d'auto da Page e giungiamo nell'assolato parcheggio del punto di ritrovo. È giunta l’ora della visita all’Upper Antelope Canyon. Ci ritroviamo nel luogo convenuto all’ora prestabilita. Il mio cellulare non funziona più, non c’è campo. Infatti non ci sono campi… solo deserto. Sole e sabbia, sabbia e sole. Ci sistemiamo all’ombra di un gazebo allestito per accogliere i turisti e attendiamo il nostro turno. Non posso né chiamare né ricevere telefonate. Un sogno. Meraviglioso. Posso godermi questa visita in santa pace. Nei dintorni nessun negozio di souvernir, nemmeno ambulanti. Non vendono né acqua né cibo. Sicuramente troveremo qualche bancarella a inizio o fine visita.

Upper Antelope Canyon.

Siamo nella terra degli Indiani Navajo, calpestiamo il loro suolo. 

La nostra guida indiana discende dall'antico popolo dei Navajo e ci invita a salire sul pick up, attrezzato per trasportare una decina di persone alla volta. Non abbiamo protezioni ai lati, solo un telo sopra le teste a ripararci dal sole cocente del deserto. Il tragitto è veloce, saranno circa cinque o sei chilometri, ma le ruote sollevano nuvole di sabbia che ci finisce inevitabilmente addosso. Teniamo gli occhi chiusi, la sabbia fine s’insinua dappertutto, anche sotto gli occhiali. Giungiamo in fretta all’ingresso del canyon. Il sole è allo zenit, la sabbia arroventata. Un vento torrido ci toglie quasi il fiato, meno male abbiamo con noi l’acqua. Lasciamo uscire il gruppo di turisti che ha terminato la visita ed entriamo. Incredibile! All’ombra è tutta un’altra storia, si torna a respirare a pieni polmoni. Solo pochi passi e già si avverte il cambiamento di temperatura, come all'interno di una grotta, si sta benissimo. Riusciremo a goderci la visita con calma e senza sudare. Nessuna traccia di bancarelle o venditori ambulanti di cibarie o di oggetti regalo. Ci concentriamo sul sito. Le sfumature di colore che offre il canyon sono indescrivibili. È un luogo sacro per gli Indiani Navajo, merita tutto il nostro rispetto. Eroso e modellato dagli agenti atmosferici, l’atmosfera che si respira qui è surreale.

L’emozione è tanta, siamo coscienti di trovarci in un luogo raro: sotto i nostri piedi sabbia finissima, di fianco solo pietra arenaria rossa e arancione che sale, sale su, talmente in alto che non si vede il cielo. 

Solo ogni tanto un pertugio sulla sommità lascia trapelare un raggio di sole che filtra tra le rocce e crea sfumature cromatiche e geometrie incredibili. La guida ci fa strada lungo un sentiero stretto che serpeggia tra le rocce e spiega che ci sono tre o quattro punti degni di nota. Guardando quelle antiche pietre da un’angolazione particolare è possibile individuare la forma di un cuore: possiamo dire di essere nel cuore del canyon. Gli scatti fotografici qui si sprecano. A seguire un’altra meraviglia: incastonata tra le rocce la sagoma di un occhio. Proseguendo lungo il cunicolo stretto, incontriamo una parete famosa per le cascatelle di sabbia. Poco più avanti un grosso tronco è rimasto incastrato tra le due pareti, dopo l’ultimo temporale. Il nostro mentore ci spiega che è pericolosissimo trovarsi all’interno del tunnel se imperversa un temporale, perché si riempie d’acqua in breve tempo e diventa un vero e proprio fiume in piena che travolge tutto. Infatti in caso di mal tempo le visite al canyon vengono annullate. Prima dell’uscita il profilo di un volto umano sembra prendere forma tra le pietre. S’avverte la presenza dello spirito degli antenati, di antichi rituali di sciamani e di saggi capi indiani. A fine tunnel usciamo e siamo di nuovo investiti da un’ondata di caldo insopportabile. Si stava molto meglio all’interno. Anche qui nessuna traccia di bancarelle o altro. Rientriamo, ripercorriamo il sentiero a ritroso e lasciamo questo luogo a malincuore, ma consapevoli di avere visitato qualcosa di unico, pregno di fascino e un po’ mistico. Raccolgo un sassolino da custodire nel mio modesto bagaglio dei ricordi delle cose belle. Madre Natura riesce sempre a stupirmi e a scaldarmi il cuore.

Horseshoe Bend

Da non perdere assolutamente una visita alla Horseshoe Bend.

A una decina di minuti d'auto da Page troviamo l'indicazione per un sito scenografico molto famoso, l'ansa del fiume Colorado, che proprio qui disegna una curva chiamata Horseshoe Bend o ferro di cavallo. L'immaginario collettivo è solito collocare questo sito nel Gran Canyon; sbagliato, la famosa curva del fiume Colorado, il ferro di cavallo, si trova nel Glen Canyon, a pochi passi dalla cittadina di Page e poco lontano dalle sponde del Lake Powell. Giungiamo in un immenso parcheggio, in cui il sole picchia forte. Saliamo lungo un sentiero, preoccupandoci di osservare le indicazioni di un cartello che invita i visitatori a munirsi di scorte d'acqua. Noi abbiamo a disposizione poca acqua e una bibita. Nei dintorni nessun chioschetto di venditori d'acqua, nemmeno qualche ambulante. Ho notato che da queste parti il fai-da-te è molto gettonato, il superfluo è bandito (se l'acqua si può considerare superflua) bisogna imparare ad arrangiarsi altrimenti c'è il rischio di morire di sete o anche di fame. Ovviamente nessun venditore di gift o souverir, le bancarelle di cineserie cui noi italiani siamo tanto abituati, qui non esistono.

Ci incamminiamo con le nostre misere scorte d'acqua lungo la salita. Giungiamo sulla cima: si può ammirare il fiume Colorado che serpeggia in fondovalle. 

La domanda è: scendiamo laggiù, col rischio di morire di sete – al ritorno la strada sarà tutta in salita –, oppure ci accontentiamo di guardare la curva dall'alto? La risposta giusta è la prima ovviamente... abbiamo fatto trenta, facciamo anche trentuno! I ragazzi sono entusiasti e corrono giù veloci, io ho i miei tempi, li seguo con calma. Il caldo torrido è opprimente, la sete incalza, ma devo conservare le scorte d'acqua per la salita. Tengo duro, e finalmente arrivo in fondo. Il panorama è stupendo. Il fiume scorre limpido, azzurro, s'inanella col rosso dell'arenaria. Aguzzando molto bene la vista, si vedono galleggiare lungo il fiume delle minuscole imbarcazioni, che viste da qui sembrano formichine. Le pareti rossicce cadono a strapiombo, un volo da qui significherebbe senza dubbio sfracellarsi sull'acqua. I ragazzi scattano foto e selfie senza misura e si avvicinano pericolosamente alle rocce. Io  mi sgolo per invitarli ad essere prudenti, ma in fondo li capisco. Il luogo è talmente scenografico e suggestivo che vale la pena correre qualche rischio – ma anche no!, la vita è una sola. Anche qui nessuna traccia di venditori ambulanti, né di bevande né di chincaglierie.

Niente. Solo natura selvaggia. Il bello è proprio questo. 

Ci sediamo sulle pietre e ci godiamo il panorama per alcuni minuti. Un luogo suggestivo che induce alla meditazione.
Giunge il tempo di risalire. La salita è davvero dura, la sete incalza, ho la gola secca. Mi fermo almeno quattro volte, mi manca il fiato dal caldo. Ho centellinato la poca acqua che avevamo a disposizione, la ingerisco a piccoli sorsi. I ragazzi salgono rapidamente, io faccio davvero fatica. Riuscirò ad arrivare in alto o mi verrà un colpo? Alla fine riesco a salire e tutto va nel migliore dei modi, ma per uno scatto ho rischiato davvero la disidratazione.
CONSIGLIO
Se volete intraprendere questa avventura, portatevi abbondanti scorte d'acqua, perché qui, come in altri punti strategici dei parchi americani, non ne vendono! Arrivateci attrezzati.
Se siete in zona e disponete di ulteriore tempo, può valere la pena una puntatina alla Glen Dam, la diga sul fiume Colorado, costruita alla fine degli anni cinquanta. Noi per esigenze di tempo ci siamo limitati a guardala da un punto panoramico piuttosto strategico, ma è possibile anche entrare e effettuare una visita in tutta calma e magari farsi una crociera sul Lake Powell. Da Page partono diverse escursioni interessanti, per chi ha la possibilità di fermarsi qualche giorno in più.


Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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Coi bambini nel Bryce Canyon National Park in auto

Coi bambini nel Bryce Canyon National Park in auto

Coi bambini nel Bryce Canyon National Park in auto

Mamme in viaggio Di Silvia Pattarini. Coi bambini nei parchi dello Utah: il meraviglioso Bryce Canyon, in auto a noleggio nel mitico Far West.

Abbiamo passato la notte in un hotel molto confortevole a Kanab, una graziosa cittadina dello Utah, denominata anche “la piccola Hollywood”, per l’elevato numero di pellicole cinematografiche che sono state girate nei dintorni. Sì, numerosi film ambientati nel mitico Far West, sono stati ripresi proprio in questa zona; lo dimostrano anche alcuni murales che raccontano le gesta di banditi e pionieri, nonché un paio di tepee (le tende degli indiani), lasciati in bella mostra per la gioia dei turisti di passaggio.
La strada davanti a noi è lunga e dritta e non si vede la fine. Ai lati della carreggiata s’alternano rocce e altipiani rossicci, attraversiamo foreste e centri abitati. Lungo la via anche la carcassa di qualche animale morto, a dimostrazione che la fauna selvatica in questa zona è ricca e variegata.
Finalmente dopo aver macinato chilometri e chilometri, a mattina inoltrata giungiamo al parco naturale del Bryce Canyon.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo

Cosa vedere a Bryce Canyon National Park?

Giunti a Bryce Canyon City, superiamo il controllo dei Ranger, ai quali esibiamo la nostra tessera parchi, acquistata in precedenza presso lo Zion National Park, che ci consente l’ingresso ai principali parchi americani, ad esclusione dell’Antelope Canyon e della Monument Valley che, essendo situati nella riserva indiana Navajo, sono gestiti direttamente dai nativi americani.
LA TESSERA PARCHI
La tessera parchi costa 80 euro e permette di visitare tutti i parchi americani (tranne l'Antelope Canyon e la Monument Valley che sono collocati all'interno della riserva indiana). È rilasciata dai Ranger ad ogni auto che attraversa un parco e si intende per tutti i passeggeri dell'auto. Conviene l'acquisto se si è intenzionati a visitare almeno tre parchi; ha validità annuale. All'ingresso di ogni parco si trova la postazione dei Ranger presso i quali si può acquistare o esibire la tessera, oppure comprare il biglietto per singola entrata.
La strada all’interno del parco s’allunga per una ventina di chilometri tra foreste di conifere. Decidiamo di salire con l'auto fino al punto più distante, sostare e poi tornare indietro, fermandoci ai vari punti panoramici che sono ben diciotto. Il Rainbow point, la cima più alta, raggiunge i 9.115 piedi, equivalente a 2.778 metri. Ci godiamo lo spettacolo del grande anfiteatro, consapevoli che qui il paesaggio non è mai statico ma in continua evoluzione.

Spettacolari pinnacoli striati di rosso ocra e bianco, prendono vita dalla sabbia e creano guglie che si estendono sotto di noi a perdita d’occhio. Assomigliano a delle colonne giganti e sono chiamati Hoodoos.

La temperatura è gradevole nonostante il sole sia alto nel cielo. Abbiamo lasciato alle spalle la canicola della frenetica Las Vegas, si sta proprio bene, sembra una bella giornata di primavera nonostante sia il 19 agosto.
Si è fatta ora di pranzo, ma disponiamo solo di acqua e un paio di sacchetti di patatine, acquistate al supermercato di Kanab, per avere una piccola riserva di emergenza. Ma qui nessun negozio, non c’è traccia nemmeno di qualche ambulante che possa venderci acqua o cibo. Niente.

Bryce Canyon National Park

Tra le conifere spiccano panche e tavolini da picnic, a patto che i viveri li abbiate con voi. 

Altrimenti si salta il pasto. Non c’è trippa per gatti, né tanto meno per gli scoiattolini che accorrono ai nostri piedi, nella speranza di racimolare qualche briciola. Ci accontentiamo di sgranocchiare qualche patatina, giusto per rompere la fame, coscienti che un pasto vero e proprio potremo farlo solo quando torneremo giù, a Bryce Canyon City, dove è possibile trovare ogni ben di Dio, dagli hamburger, alle pizze, dalle steak house, agli hotel, ai negozi per turisti, c'è solo l'imbarazzo della scelta.

Cominciamo la nostra discesa sostando in ogni punto panoramico: Inspiration Point, Sunset Point e Sunrise Point per godersi il Black Birch Canyon, l'Agua Canyon e il Natural Bridge.

Mi limiterò a descriverne solo qualcuno, anche se in realtà abbiamo sostato in tutti diciotto. Sicuramente degno di nota è Black Birch Canyon che arriva a quota 8.750 piedi. Interessante il gioco di colori, tra il verde delle conifere, il blu del cielo; il vento qui gioca la sua parte, disegnando striature particolari sulle rocce rossastre che emergono dal basso e spiccano verso il cielo. Il vento sgretola le rocce, creando una sabbia sottile che si deposita sul fondo originando morbidi sentieri.
Sicuramente merita una sosta l’Agua Canyon, alto 8.800 piedi. Da non perdere assolutamente il Natural Bridge alto 8.627 piedi, dove si distingue un bellissimo arco naturale, creatosi anch'esso grazie all’erosione del vento e delle intemperie.
Continuiamo a scendere, fermandoci nei vari punti, sempre molto suggestivi. Interessante anche la flora, che regala un po' di giallo a questa armonia di colori caldi.
A mio parere i punti più belli sono i primi tre, Inspiration Point, Sunset Point e Sunrise Point. È qui che ho incontrato la vera quintessenza della poesia, la poesia delle pietre.

Scogliere rosa, scogliere grigie, scogliere bianche, scogliere vermiglio, scogliere cioccolato. Come sarebbe bello poter arrivare qui la mattina presto, annusare l’aria fresca sulla pelle mentre la montagna s’accende con la luce rossastra dell’alba. Ascoltare la melodia delle pietre che si staccano, cadono, rotolano e si frantumano, mentre il sole arcuando il cielo getta un caleidoscopio di sfumature di ombre tremule sulla sabbia.

È possibile percorrere i sentieri a piedi, disponendo di parecchio tempo. Sono numerosissimi, facili da percorrere e decisamente suggestivi.

Purtroppo il nostro tempo è sempre tiranno e ci concediamo una breve discesa a piedi tra quelle spettacolari formazioni in pietra. Sarebbe bello incontrare indiani e cowboy, magari a cavallo. Non è da escludere un incontro col serpente a sonagli, il leone di montagna, l’antilope o il cane della prateria. Sopra di noi, nel cielo blu volano serene rondini viola e ghiandaie blu. Forse anche qualche falco. Avverto lo sgretolarsi delle pietre sotto di noi. È il vento che stacca gli strati più superficiali di rocce e li leviga creando geometrie che cambiano di giorno in giorno. Qui le pietre non riposano mai. È la magia di un luogo fantastico, che non ha eguali.
Adatto anche ai bambini, sia per il percorso agevole, sia per la presenza di molte aree picnic,  sia per le temperature non eccessivamente elevate. È possibile il campeggio, ma prestate attenzione agli animali selvatici, che qui dimorano nel loro habitat naturale. Non si esclude la presenza di orsi, anzi a loro di frequente si dedicano simpatiche statue, sparse in punti strategici e turistici. Durante la stagione invernale sono possibili copiose nevicate, le cosiddette snowstorm: in questi periodi la strada per la salita ai punti panoramici viene chiusa.

Bryce Canyon

Dove dormire

È possibile pernottare direttamente presso le strutture presenti a Bryce Canyon City, sicuramente comodi punti di partenza per le escursioni in giornata. Per chi invece è intenzionato a organizzare una vacanza più dinamica, alla scoperta anche di altri parchi americani, consiglio di pernottare strada facendo, e, a seconda dell'itinerario che si intende percorrere, stabilire tappe con sosta per la notte, poiché è possibile trovare soluzioni decisamente più economiche che a Bryce Canyon City, ma comunque molto confortevoli.
Il nostro viaggio prosegue, prossima tappa Page. Maciniamo altri 200 chilometri.



Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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Buenos Aires, La Boca: tra immigrati italiani e desaparecidos

Buenos Aires, La Boca: tra immigrati italiani e desaparecidos

Buenos Aires, La Boca: tra immigrati italiani e desaparecidos - Viaggi

Viaggi Di Emanuele Zanardini. Buenos Aires, La Boca: l'Argentina come luogo di esodi, quando a cercare una vita migliore eravamo noi italiani.

In poche ore di volo, sotto i miei piedi ben ancorati nel cielo, scorre il tempo insieme al paesaggio. La Patagonia è lontana solo nello spazio. È ancora vicina invece agli occhi e lo sarà sempre al cuore. Non ho la sensazione di spostarmi solo di poche centinaia di minuti, quanto di molte centinaia d'anni. Di seguire l'evoluzione dell'uomo, dalla selvatichezza, alla modernità.


Il tramonto è stato come la piega tra due pagine dello stesso libro. Due pagine che racchiudono capitoli diversi. La superficie dove sono state vergate le parole di questa storia, da opaca e selvaggia, s'è fatta artificiale e luccicante.
Non so da quanto tempo stiamo sorvolando questa distesa di luci. Sarà mezz'ora almeno. Buenos Aires mi lascia da subito con il fiato sospeso. È immensa. Per raggiungere l'aeroporto sul Rio de la Plata, dove confluisce nel mare, si sorvola tutta l'area metropolitana.
Buenos Aires è un formicaio civilizzato.
Paul Theroux
Buenos Aires, l'Argentina, luoghi di esodi, impressi nella memoria del nostro popolo. Quando a cercare una vita migliore eravamo noi italiani.


La città venne fondata per la prima volta nel 1530.

Quasi in contemporanea con il viaggio di Magellano intorno al mondo quando, percorrendo il canale di passaggio tra i due oceani più estesi, nel 1520, avvistò i fumi dei Fuochi sulla Terra ferma.
Il quartiere de La Boca fu il primo approdo dei nostri emigranti. Gli abitanti del quartiere si definiscono ancora come Xeneizes, deformazione di Genovesi, perché da quella città provenivano i fondatori. Non è forse un caso che qui sorga la Bombonera, la stadio del Boca Juniors, prima squadra di Maradona, una delle squadre di calcio (vera passione italica) più evocative per i tifosi di tutto il mondo. Un catino quadrato, elevato sopra le case del barrio, richiuso attorno a esso.
Nel 1876 fu fondato da questi immigrati un movimento separatista di carattere politico-elettorale. Nel 1882 gli abitanti della Boca si autoproclamarono Repùblica indipendente de la Boca, issando la bandiera di Genova e costituendo un territorio indipendente dall'Argentina: firmarono un atto formale che inviarono al Re d'Italia Umberto I di Savoia. La disputa si risolse con un accordo con il Presidente della Repubblica argentina.
Le facciate di molte case, soprattutto lungo Callejón Caminito, sono ricoperte dalle lamiere ondulate dei container e dipinte con sgargianti pitture navali, avanzi della verniciatura delle chiatte da trasporto. Queste note di colore rendono La Boca il quartiere più visitato dai turisti e uno dei più caratteristici. L'artista Quinquela Martìn, originario di qui, decorò con murales i muri del Caminito e vi fece sorgere un mercato per valorizzare gli artisti locali, cosi ricco di manufatti artistici, pittorici, artigianali, che è un piacere visitare.

E la città, adesso, è come una mappa
delle mie umiliazioni e fallimenti;
da quella porta ho visto i tramonti
e davanti a quel marmo ho aspettato invano.
Qui l'incerto ieri e l'oggi diverso
mi hanno offerto i comuni casi
di ogni sorte umana; qui i miei passi
ordiscono il loro incalcolabile labirinto.
Qui la sera cenerognola aspetta
il frutto che le deve il mattino;
qui la mia ombra nella non meno vana
ombra finale si perderà, leggera.
Non ci unisce l'amore ma lo spavento;
sarà per questo che l'amo tanto.

Buenos Aires, Jorge Louis Borges

La Boca e  Puerto Madero

La sensazione di immensità di questa metropoli intuita dall'aereo, si dilata mille volte quando la si penetra in autobus. O in taxi. 

Gli autisti si alterano se non sai comunicare con quale via si incrocia la tua destinazione. Trovare poi un punto preciso su viali lunghissimi e spazi immensi, diventa problematico senza la dovuta attenzione. Spostarsi da uno dei 47 quartieri a un altro, richiede una buona dose di pazienza.
I cantori di Buenos Aires l'hanno raccontata come un luogo dove è facile perdere l'identità, per Jorge Luis Borges; il senso di smarrimento, di caos, di una società di immigrati, con i loro sogni e utopie di ricchezza, che spesso finiscono in misere esistenze, per Roberto Arlt.
Se è stata di certo avamposto di speranza per generazioni di disperati, è divenuta drammaticamente tomba delle aspirazioni di libertà di un'altra generazione. Ancora oggi Plaza de Mayo è luogo di incontro delle madri e nonne che hanno visto figli e nipoti scomparire dal tramonto all'alba e mai più ritornare. Un giorno alla settimana si ritrovano per perpetrare il ricordo di quella tragedia e chiedere verità vera.


Durante la dittatura militare, che aveva nel generale Jorge Rafael Videla il suo primo presidente, l'esercito fu impiegato nella “pulizia” della società argentina da influenze di sinistra, reali o immaginarie che fossero. 

Tra dieci e trentamila desaparecidos, centinaia di bambini rapiti alle loro madri e adottati da ricche famiglie, l'aristocrazia fascista colpevole della feroce repressione.
Un altro luogo di particolare significato è Escuela Superior de Mecánica de la Armada, ESMA. Dal 24 marzo 1976, giorno stesso del colpo di stato, divenne luogo di detenzione e di tortura per i dissidenti. Qui venivano sottoposti a torture di ogni tipo, inumane umiliazioni e infine uccisi. Famigerati sarebbero diventati con lo svelarsi degli eventi i voli della morte, i prigionieri sedati venivano gettati dagli aerei nelle acque del Rio de la Plata.
Il giorno dell'inaugurazione del museo sui crimini della dittatura che ha sede nell'edificio, rimane il discorso di uno dei figli di desaparecidos nati nelle sue celle:

Mi chiamo Emiliano Hueravillo, sono nato qui alla ESMA. Qui mia madre, Mirta Mónica Alonso, mi diede alla luce. Come lei, in tutti i centri di detenzione della zona sud di Buenos Aires, centinaia di coraggiose donne diedero alla luce i loro bambini in mezzo ai medici torturatori. A Tutti i nostri fratelli e sorelle che sono nati qui, e che non sono ancora ritornati alla propria famiglia come ho potuto fare io: voglio che sappiano che li stiamo cercando, li stiamo aspettando, vogliamo raccontargli che le loro madri li amavano, che i loro padri li amavano, e che appartennero alla parte migliore di una generazione che si mise in gioco completamente per consegnarci un paese migliore.

Una ferita che non si rimarginerà mai, fino a quando, almeno, non sarà raccontata tutta la verità.

La vita sociale, in parte economica e culturale, si svolge nelle confiterías, i caffè. Luoghi di appuntamento per concludere affari, fare discussioni politiche o due chiacchiere tra amici. 

La tradizione dei caffè si deve alla elevata proporzione di immigrati maschi celibi, o che avevano lasciato le mogli al paese d'origine, che si recavano in quei luoghi per stare in compagnia, fumare o giocare a domino.
Nella zona di Puerto Madero, questa tradizione si è modernizzata, gli edifici portuali sono stati riconvertiti in eleganti bar e ristoranti, facendone una zona alla moda. Lungo il canale del porto si stende una passeggiata, che porta i visitatori alla presenza della Fragata Sarmiento, ultracentenaria nave (1897), ora museo, che conserva ancora decorazioni e mobilio originali. Da vedere il Puente de la Mujer, la cui struttura portante e i tiranti la fanno assomigliare a un'arpa stilizzata. Tutto attorno la maggior parte dei palazzi più moderni della città.
Sempre all'interno del barrio di Puerto Madero, sorge il Museo dell'Immigrazione, allestito nell'Hotel degli immigrati. Funzionò come centro di accoglienza per gli immigrati fino al 1953 e lì è passato circa un milione di persone. Visitare il museo significa fare un viaggio nel tempo e mettersi in contatto con tutti quelli che sono arrivati a Buenos Aires, in cerca di una vita nuova. Attraverso documenti storici, foto e film, si possono osservare le condizioni nelle quali i migranti arrivarono in Argentina. 
Di fronte alle sofferenze patite in quelle lunghe traversate, amplificate dal dolore per i famigliari lasciati a casa; alle condizioni di emarginazione e solitudine testimoniate da questi cimeli, per me italiano è stato illuminante vedere come il destino possa apparire cinico.
Quell'America “scoperta” da Cristoforo Colombo, conferendogli fama imperitura, sarebbe diventata, secoli dopo, porto di destinazione di mesti conquistatori di un futuro tutto da costruire.

Emanuele-Zanardini

Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
Mi sento un uomo in viaggio (d'amore), Selfpublished.
La guerra è finita, andate in pace, bookabook.
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Stazione biologica Wayqecha, il centro di ricerca sulle Ande

Stazione biologica Wayqecha, il centro di ricerca sulle Ande

Stazione biologica Wayqecha, il centro di ricerca sulle Ande

Viaggi Di Luigi Lazzaroni I colori delle orchidee, le ombre della foresta, la nebbia sulle montagne, tre spettacoli della natura che mi hanno sempre affascinato e cosa c’è di meglio, allora, della Estaciòn Biològica Wayqecha?

Wayqecha è uno dei tre centri di ricerca gestiti dalla ACCA (Asociation para la Conservacion de la Cuenca Amazonica) situata a 2.950 metri sulle Ande all’ingresso del Parque Nacional del Manu in Perù.

Primo giorno

Ho concordato un passaggio sul pulmino che porta un gruppo di turisti da Cusco giù al Parco del Manu e dopo cinque ore di curve cieche e controcurve a gomito, salite che non finiscono mai e discese su sterrati da rally, mi ritrovo solo col mio zaino sul ciglio della strada in mezzo al nulla, più sotto, nella nebbia che va e che viene, si intravedono i tetti verdi della Estaciòn Biològica.
La mia camera, che definire spartana è un eufemismo, sta sotto il pavimento della sala pranzo, è quella più in basso di tutte, esci e preparati a salire dovunque tu debba andare. Il passaggio per arrivarci è largo meno di un metro, se di notte non guardi dove metti i piedi, e devi avere una torcia visto che la corrente viene tolta alle dieci, precipiti di sotto tra rovi e cespugli. L’arredamento è costituito da una finestra due letti e due sedie. Nient’altro. Ci sono anche camere con bagni privati ma la Estaciòn è piena, mi spiega Robinson, il manager, sorry.
In effetti c’è un gruppo di studenti universitari statunitensi e peruviani guidati da un giovane professore svizzero-peruviano, stanno preparando la loro tesi con una ricerca sulla diffusione della chitidriomicosi, una malattia fungina, tra le rane delle Ande. C’è con loro anche un altro prof della San Francisco State University che sta cercando di mettere a punto una qualche cura. In pratica gli studenti ogni sera salgono oltre i 3.000 metri, dove inizia la puna andina, cercano con le torce le rane tra erbe, cespugli e ruscelli, strofinano la loro pelle con un tampone poi il giorno dopo fanno la ricerca del DNA del parassita, e purtroppo lo stanno trovando.

Io sono qui per le orchidee, a Wayqecha ne sono state censite più di 200, praticamente il doppio di tutte quelle italiane.

Ma il mese migliore è novembre, mi dice il prof perusvizzero che parla italiano, francese, tedesco, inglese e spagnolo. Secondo Robinson invece, che parla solo inglese, spagnolo e portoghese, ce ne sono di più a febbraio-marzo, adesso è giugno, troppo tardi o troppo presto.
Nel pomeriggio primo sentiero, Trocha Canopy. Una nebbia silenziosa striscia fra tronchi sottili sommersi da festoni di licheni, foresta degli elfi la chiamano, si traballa sulla passerella aerea, la zip line vanto della Estaciòn che sfida il vuoto sopra gli alberi di una valletta cupa. Rami carichi di bromeliacee si protendono verso l’alto, il gorgoglio di un torrente giù in basso, il sentiero si perde sotto grandi felci arboree, sembra una foresta preistorica, mi mette l’ansia. Ritorno traballando sulla passerella. Nebbia a Wayqecha, l’Amazzonia è da qualche parte sotto le nuvole là in basso.

Stazione biologica Wayqecha: biodiversità

Secondo giorno

Questa mattina ho fotografato una banda di uccelli coloratissimi, testa nera-dorso blu-pancia gialla-occhi rossi, stavano piluccando delle bacche proprio di fronte alla mia finestra, qualche scatto e sono volati via.  Oggi Trocha Oso (sentiero dell’orso), che non si chiama così per caso. Ho visto le foto scattate da una guida della Estaciòn appena sotto il lodge, ci sono anche i puma ripresi dalle trappole fotografiche poste lungo il sentiero, mi piacerebbe, o forse no, incontrarne uno. Il sentiero scende, temo per il ritorno, raggi di sole rompono la nebbia ma le farfalle sono ancora intorpidite dal freddo della notte, 12°C la temperatura media annuale di Wayqecha, i fiori luccicano di rugiada tra i rami bassi carichi di licheni. Niente orso e niente puma, solo una specie di pollo azzurrastro che scappa lungo il sentiero e voli brevi di uccellini. A proposito, di uccelli, anche se la lista di quelli osservati a Wayqecha supera i 400, in pratica come tutti gli uccelli che popolano l’Italia dalle Alpi a Lampedusa ma qui vivono in cinque o sei chilometri quadrati, io riesco a distinguere solo due categorie: quelli che si vogliono far vedere e ti riempiono gli occhi con colori sgargianti e subito scappano, e quelli che non si vogliono far vedere, non li vedi ancora quando partono a un metro da te, non li vedi più non appena si posano cinque metri più avanti, li cerchi nelle foto, sai che ci devono essere, alla fine li trovi, non sempre. Sole a Wayqecha, l’Amazzonia è da qualche parte sotto le nuvole là in basso.

Stazione biologica Wayqecha: biodiversità

Terzo giorno

Ultima mattina, devo fotografare i colibrì che ronzano come mosconi attorno alla Estaciòn e lungo i sentieri. Ne sono state censite 13 specie, vuoi che non ne becchi almeno una? Ti metti vicino a qualche cespuglio fiorito e aspetti, prima o poi senti il ronzio, cerchi di capire dov’è, quando stai per scattare non c’è più. Pazienza tanta, fortuna tanta, ma qualche foto l’ho fatta.
El bus? Oggi c’è di sicuro – mi dice Robinson - sale da Pillcopata e va a Cusco, passa verso le undici. Ore dieci, zaino ai piedi sono pronto sul ciglio della strada, non si sa mai. Ore undici, del bus nemmeno l’ombra ma un po’ di ritardo ci può stare, siamo sulla Carretera a Manu mica in città. Ore dodici, due dello staff passano per andare a piedi non so dove. El bus? Arriva, arriva, mi assicurano. Ore tredici, mi portano un panino. Ore quattordici. El bus? Non è arrivato? Mi fa il cuoco della Estaciòn. Ore quindici, i due prof mi danno un passaggio se trovo posto nel casino del sedile posteriore della loro macchina, devono andare a Cusco a comprare materiale per la ricerca. Ore venti, dopo una sosta per decidere se si può andare avanti anche senza una grossa vite caduta dall’avantreno sinistro, arrivo a Cusco.
Le orchidee? Ne ho fotografate una ventina sulle 200 censite ma non era la stagione giusta, troppo tardi o troppo presto.

Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
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Argentina: il cerro de los siete colores

Argentina: il cerro de los siete colores

Argentina: il cerro de los siete colores - Viaggi, Scrittori

Viaggi | Di Emanuele Zanardini. Argentina, i (sette) colori del nord: 1000 miglia dalla pianura alle Ande. E ritorno. Parte II. 

Salinas Grandes – 794 km 

L'auto scala agevolmente la strada tutte curve e tornanti che sovrasta Purmamarca. Sbucando in cima al crinale possiamo spaziare sulle vette circostanti, che assomigliano alle decorazioni di panna su una torta golosa. Si susseguono senza sosta salite e illusorie discese, fino ai… 4170 metri sul livello del mare! È tutto scritto sul cippo! 
A questa altitudine si fatica a respirare, anche perché il fiato è mozzato dall'estrema bellezza del luogo. Arbusti che rasentano terra, tra le pietre; verde ancora più in alto, alle nostre spalle e blu sopra i nostri pensieri! 
Riprendendo la strada scendiamo di quota, a zig-zag tra il rosso delle cime. Poi all'orizzonte si intuisce una pianura e nell'imbuto formato da due pendii, come un rimasuglio di latte sul fondo della tazza dopo colazione, un triangolo bianco.
Che si estende sempre più, con il ridursi della distanza da percorrere e l'aprirsi di una pianura sconfinata, chiusa in alto da una catena montuosa dal profilo regolare e, più lontano ancora, da vette che sanno di Bolivia
Penetriamo nella distesa bianca, non di neve (a queste altezze ce la aspetteremmo), ma di sale. A perdita d'occhio!
Potremmo camminare ore, senza vedere altro che cristalli di sale che si sparpagliano a ogni nostro passo. O credendo di stare su un pianeta inesplorato.
Nella spessa coltre sono intagliate vasche lunghe e strette, piene di acqua dall'azzurro intenso. Vi immergo un dito e lo porto alla lingua. È salata davvero! Ce ne sono diverse, accanto a mucchi che sembrano vera neve accumulata ai lati di una strada. E ai mezzi di lavoro in movimento, grandi camion e spazza-sale gialli e ruspe dalla benna possente.
Accanto al bar costruito con mattoni di sale, un mercatino vende saporiti lama souvenir, con una piccola anfora sulla groppa.


Purmamarca – 860 km

Ci prendiamo del tempo libero ridiscesi a Purmamarca. All'interno del cortile di una chiesa prepariamo il pranzo. 
Il paese è meta di molti turisti. L'artigianato locale è messo in bella mostra. Tra le altre cose mi colpiscono i manufatti in legno di cactus, caratterizzato dalla superficie intarsiata da cavità oblunghe. Attorno alla piazza ci sono molte bancarelle, i venditori sono vestiti in abiti locali. Ci sarebbe da perdere la ragione in mezzo a tutta la mercanzia che varrebbe la pena comprare, tra i colori dei tessuti e quelli del cerro che ha reso la località famosa. 
Il cerro de los siete colores.
È stato originato tra 70 e 5 milioni di anni fa, da strati di sedimenti marini, lacustri e fluviali depositati nei secoli. Ogni colore è dato da un tipo differente di pietra: calcare, manganese, zolfo, argilla rossa, sabbia, piombo, ardesia, rame, carbonato di calcio. 
Sovrasta le case del villaggio, come un fondale dipinto da un artista divino. Onde color rosso cupo, bianco, rosa, bruno, arancio, giallo, verde rame! Che sia intriso di arcobaleno? 

4170 metri sul livello del mare, distesa di sale - Viaggi, Argentina

Tropico del Capricorno – 900 km

La nostra destinazione più settentrionale si avvicina. Contiamo di non fare altre soste prima di giungerci, ma le sorprese non sono finite. 
Siccome un viaggio non è solo questione di spazio e tempo, i confini non sono solo materiali. Le rotte sono iscritte sulle carte e nelle stelle. 
Sul cippo che segnala che stiamo per varcare il tropico del Capricorno, l'animale scolpito indica con una zampa il cielo. All'interno di uno spiazzo rotondo si innalza una cuspide di una decina di metri. È un grande orologio solare. 

Humahuaca – 929 km

La cittadina è conosciuta per la sua posizione all'interno della Quebrada de Humahuaca, una ampia e lunga valle, patrimonio dell'UNESCO dal 2003. La quebrada è un itinerario culturale di 10.000 anni, che fu percorso da aborigeni di diverse etnie. Ancora oggi si conservano riti, feste, arte e musica, tecniche agricole, che sono un patrimonio vivente. 
Humahuaca fu uno dei massimi centri commerciali e coloniali dell'antico cammino Alto Perù. Venne scelta per essere l'altare simbolico della patria e vi fu eretto un monumento all'indipendenza. Numerosi sono gli edifici in stile coloniale, tra i quali la cattedrale di Nuestra señora della Candelaria y San Antonio, completamente bianca. Molto conosciuto in Argentina è il suo carnevale. 
Qui dormiamo in un vecchio dormitorio per studenti, lasciato al suo destino. Non prima però di aver passeggiato per le sue viuzze strette, alla ricerca di un posto dove cibarci. 
Siamo a oltre 3.000 metri di quota e l'aria è sferzante, ciò si rivelerà un piacevole presagio.


Maimarà – 980 km

Presagio di una nevicata!
Il viaggio di ritorno è cominciato con il parabrezza imperlato da piccole gocce, che riconosciamo essere fiocchi di neve, che tuttavia non ci darà noie. 
Lasciamo scorrere il paesaggio fuori dai finestrini. 
Interessante è il cimitero di Maimarà, eretto su una collinetta vicino alla strada. Esempio della tradizione locale, secondo la popolazione più anziana, la posizione singolare è per favorire la connessione con il Tata Inti, il dio Sole della religione inca. 

Tumbaya – 1089 km

Una deviazione per entrare in questo villaggio coloniale e sostare presso la Capilla del Pueblo, una graziosa chiesa gialla, dentro un cortile dal muretto basso e l'arco di ingresso a tutto sesto, chiuso da un cancelletto verde. Sullo sfondo i rilievi colorati che caratterizzano tutta la quebrada de Humahuaca.
Ritorniamo a correre in pianura, anche se si alternano ancora salite e discese, lunghe e dolci. La strada taglia estesi campi coltivati, paesi sonnolenti e piccoli avamposti. 
Il ritmo monotono del motore induce alla sonnolenza, ma anche alla riflessione. È tempo di mandare a memoria le scoperte di questo nostro peregrinare. 
L'Argentina è un paese immenso (ne avrò conferma scendendo a sud) e stupendo, una natura spesso selvaggia, incontaminata, a volte soggiogata dall'uomo. Si alternano povertà, sempre però dignitosa, a ricchezza; peccati a virtù della società odierna. Potrebbe vivere di un benessere diffuso, viste le immense risorse naturali e umane. Un po' come in Italia, il turismo potrebbe essere la vera miniera d'oro, se sfruttato al massimo delle sue potenzialità.
La sua storia ci riporta a imperi mitici, Inca e Mapuche; civiltà dell'argento (dal prezioso metallo il nome Argentina; gli indigeni offrirono manufatti d'argento ai superstiti di un naufragio, nei primi anni del 1500); città misteriose, arrivando fino alle vicende dei nostri tempi. Alla feroce dittatura militare e ai desaparecidos, alla diaspora di tanti emigranti italiani, i cui discendenti sono lieti di informarti delle loro origini.

Termas de Rio Hondo – 1486 km

Valentino Rossi! 
No, non ha parenti argentini, il suo nome e il mitico 46 campeggiano sulle tribune dell'autodromo di Termas de Rio Hondo, dove il pilota di Tavullia vinse nel 2015. Approfitto per inviare una foto dello striscione a una amica italiana sua fan. Sulle gradinate ci sono parecchie persone. 
L'impianto sorge sulle rive del lago omonimo, meta estiva dei benestanti santiagueñi. Con le sue terme, rinomate nel paese. Stride un po' con la situazione economica l'enorme sforzo economico per una struttura utilizzata per breve tempo durante un anno. Ma, si sa, the show must go on!


Santiago del Estero – 1557 km

La sera del terzo giorno rivediamo le ormai conosciute strade di Santiago. Le promesse del viaggio sono state mantenute, non senza picchi di sorprendente bellezza
Saluto le mie compagne di viaggio. 
Nei nostri occhi si legge la stessa emozione e lo stesso desiderio di riprendere presto, come barche, il mare aperto! 

Emanuele-Zanardini

Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
Mi sento un uomo in viaggio (d'amore), Selfpublished.
La guerra è finita, andate in pace, bookabook.
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Argentina: dalla pianura alle Ande, i colori del nord

Argentina: dalla pianura alle Ande, i colori del nord

Argentina: dalla pianura alle Ande, i colori del nord

Viaggi Di Emanuele Zanardini. Argentina, i (sette) colori del nord: 1000 miglia dalla pianura alle Ande. E ritorno. Parte I. 


Santiago del Estero – 0 km

Il sole rischiara l'orizzonte, cogliendoci lungo la strada diritta. Poco traffico fino a ora.
Di certo per l'eccitazione ho dormito poco e dunque la mia mente fa il paio con il cielo nuvoloso e offuscato. Abbiamo davanti quasi 1000 miglia da percorrere in tre giorni, ma un milione di passi comincia sempre da uno, recita un detto africano.
L'umore in auto è buono, ma paga dazio al tempo che non ci svela più di tanto il paesaggio. Saliamo verso San Miguel de Tucuman. La città è alle propaggini della cordigliera andina. La nostra strada rimane a sud. Dopo una breve colazione in una stazione di servizio, inizia la salita verso le altezze delle Ande.


El Indio – 189 km

Il versante est è rigoglioso e verde. La comoda strada di montagna scollina presso il monumento El Indio. Un indio con un ginocchio a terra e le braccia aperte, rivolto alla valle. Sul poderoso piedistallo gli fa compagnia un'aquila, pronta a spiccare il volo. Opera dell'artista tucumano Enrique Prat Gay, è stato eretto in omaggio ai messaggeri che a piedi percorrevano le immense distanza dell'impero Inca.
Rimango con il naso rivolto al cielo, seguendo le sue braccia imploranti, ma non sembra avere alcuna intenzione di aprirsi.

El Infernillo - 241 Km

La strada prosegue su un altopiano. Andando verso Tafì del Valle, sulla nostra sinistra dovrebbe esserci un lago, ma la nebbia nel fondovalle lo cela. Ancora questi dispetti! Ci chiediamo se siamo giunti qui nel momento sbagliato. Forse, ci diciamo per esorcizzare la nebbia, con l'avanzare del giorno il sole la dissolverà.
Saliamo di quota dolcemente. La vegetazione si dirada e si abbassa con l'aumentare dell'altitudine. Iniziano a vedersi buchi nella coltre grigia e un pallido disco bianco dietro le nuvole.
Finalmente sprazzi di cielo azzurro e luminoso! La nebbia che diventa foschia, trapassata dai caldi raggi, si rifrange in giochi di luce che aprono il cuore.
Le montagne arrotondate sono decorate di neve, un ghirigoro armonioso si disvela lungo l'orizzonte.
Un branco di cavalli pascola allo stato brado, brucando l'erba giallastra.
Il panorama si offre in tutto il suo splendore!
Dai 3042 metri del Parador El Infernillo, più avanti, la valle ai nostri piedi rigurgita nuvole bianche. Lontano solo una piramide regolare sbuca dal mare spumoso.
È un piccolo insediamento, dove un monumento ricorda il 200° anniversario dell'indipendenza argentina. Una casetta tipica sfoggia sulla parete anteriore delle belle maschere di terracotta. È l'ingresso del Parque Provincial Cumbres Calchaquíes.
Un simpatico lama si mette in posa per le fotografie. Sembra quasi voler baciare un turista, che gli offre da mangiare. Gli porgo un grissino che l'animale, non mancando di una certa altezzosità, mangia dalla mia mano.
Ora il cielo è di un blu spesso, terso, tipico delle grandi altezze. Sembra un mondo capovolto. Sotto di noi il cielo nuvoloso e sopra le nostre teste il mare.

Argentina, Viaggi, Camminare, Cammino

Ruinas de Quilmes – 295 km

Imbocchiamo la mitica Ruta Nacional 40, la strada che percorre il paese dal confine con la Bolivia, a La Quiaca, fino a Rio Gallegos, nella Patagonia argentina. Scendiamo di 1000 metri, nella pianura assolata e calda.
Le rovine di Quilmes sono i resti di una delle prime ciudades pre-ispaniche dell'intera Argentina. Nel corso degli anni sono passate di mano, fino a diventare proprietà dei discendenti del popolo che la costruì e abitò. Ne hanno così potuto curare la ricostruzione per permettere le visite turistiche.
Il popolo Quilme fu sconfitto dagli spagnoli nel 1667 e pare si estinse nel 1716. Il sito è stato ricostruito per una parte esigua. La cittadella era munita di due forti per la difesa. I muri di pietra delle abitazioni si alternano a piccoli cactus. Alle rievocazioni di antichi culti popolari, come il dono alla Pacha mama, la madre terra.
Ma forse i veri monumenti sono i grandi cactus, al cospetto dei quali l'uomo è un piccolo, ammirato, osservatore.


Quebrada de Cafayate – 349 km

Lasciata la Ruta 40, ci immergiamo nella Quebrada de las Conchas (o de Cafayate).
La valle è stata scavata nei secoli dal Rio de las Conchas, è un lungo canyon le cui pareti sono montagne di un rosso scuro uniforme, che risalta contro il cielo blu. Su alcune pareti il vento ha cesellato quelle che assomigliano alle fitte finestre sulla facciata dei grandi edifici residenziali. Gli agenti atmosferici hanno in alcuni punti scoperto le varie fasi di formazione di questi monti, che cambiano colore a seconda delle sostanze predominanti che compongono ogni strato. Verdognolo, rosso scuro, ocra. Aspettando il cerro de los siete colores… ma ci arriveremo.
Incontriamo l'obelisco, una formazione regolare a forma di imbuto capovolto; il castillo, le cui pareti ricordano le torri di un castello medievale; l'osservatorio Tres cruses (394 km), dal quale si vede il fiume scorrere lento nella valle.
Il pezzo forte è la Garganta del Diablo (397 km), una gola stretta e profonda, che penetra come una ferita da coltello nella pietra. Un'insegna di legno, all'ingresso, spiega: sitio sagrado, centro de observacion y estudios de la cosmovision diaguita, una puerta al inframundo
Al fondo della spaccatura c'è el Anfiteatro, una estesa pietra rossa, sacra, come ricorda un cartello, che vieta di arrampicarsi. Una comitiva di ragazzi schiamazzanti si diverte a scalare la garganta. Gli dei locali devono essere piuttosto infastiditi da queste intemperanze. Qui il sole arriva solo pochi minuti al giorno, da ciò deriva la sacralità del luogo?
La quebrada è lunga oltre 50 km e chi ha visto entrambe, ci dice che questa è anche meglio del Gran Canyon dei cugini dell'emisfero nord.

Argentina, Viaggi, Camminare, Cammino

Salta – 546 km

Le ultime ore in auto ci portano a Salta, la capitale dell'omonima provincia. Prendiamo possesso della camera in un modesto, ma ordinato ostello. Poi fuori, alla scoperta della città.
Salta fu fondata il 16 aprile 1582, dallo spagnolo Hernando de Lerma, per fronteggiare le tribù di indios chiriguanos e costituisce una tappa nel viaggio da Lima e Buenos Aires.
Entriamo nella piazza principale, sulla quale si affaccia la Catedral Basílica de Salta y Santuario del Señor y la Virgen del Milagro, le due statue sono poste in altrettante nicchie, ai lati dell'abside. Queste due immagini sono molto venerate, la loro festa si svolge a metà settembre.
La chiesa è colma e sono schierate figure particolari, vestite di rosso, con spade rituali e un cappello rosso come le divise. All'esterno una banda attende la fine della celebrazione, vestita nel medesimo modo.
Pochi passi più in là si incontra la Basilica y convento del San Francisco. La torre campanaria è separata dal corpo dell'edificio, a un angolo della piccola piazza antistante. Le luci la illuminano d'oro.
Vaghiamo per un po', in cerca di un posto dove mangiare. Ci accomodiamo infine a un piccolo tavolo, davanti a noi una pizza e l'immancabile birra Quilmes.
Alla tv trasmettono una partita di calcio. La televisione è riflessa in uno specchio, ma non me ne accorgo, e penso che stia trasmettendo al contrario. Vabbè, il primo giorno è stato intenso. La fatica gioca strani scherzi.

Purmamarca – 728 km

Colazione buona e abbondante in ostello. La sala da pranzo è gremita da una scolaresca, continuamente richiamata dagli accompagnatori. Siamo riposati e carichi per il secondo giorno di corsa verso nord.
Passiamo a far visita al General Martìn Miguel de Güemes, personaggio illustre della città di Salta e primo gobernador della provincia omonima. Vissuto a cavallo tra '700 e '800, fu protagonista nella guerra di liberazione e in seguito in quella civile argentina. Dalla cima del monumento a lui eretto, in sella al fido destriero, osserva compunto la città che gli ha dato i natali.
La prima tappa di oggi è Purmamarca, località famosa per il Cerro de los siete colores.
Ci arriviamo senza indugio, giusto in tempo per incontrare una ragazzina con un maglione rosso e pantaloni a grandi fiori, in compagnia di una cucciolo di lama.
Una breve sosta per le urgenze e si riparte, perché un altro luogo brama appagare appieno il nostro gusto della scoperta.



Emanuele-Zanardini

Emanuele Zanardini
Ho scavallato l'età della scuola senza infamia e senza lode... e ancora sto “immaginando” cosa farò “da grande”.
Ho toccato il suolo dei cinque continenti, ho visto il mondo, senza avere la pretesa di averlo capito. Eppure in ogni luogo ho trovato una storia. E ho deciso di raccontarle!
Mi sento un uomo in viaggio (d'amore), Selfpublished.
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Santo Domingo a cinque mesi: il primo volo di Amy

Santo Domingo a cinque mesi: il primo volo di Amy

Santo Domingo a cinque mesi: il primo volo di Amy

Mamme in viaggio Di Valentina Gerini. A Santo Domingo con Amy, cinque mesi: paure e perplessità di una neomamma alle prese col primo viaggio in aereo della figlia.

Sono in ospedale. Lei ha soltanto due giorni di vita, io 27 anni ma sono nata con lei una seconda volta. L'ostetrica sta facendo un breve corso su come fare il bagno ai neonati e come trattarli in questi primi giorni di vita. «Vi prego, aspettate almeno che compiano un mese prima di portarli in aereo...», dice, guardando me. Evidentemente ce l'ho scritto in fronte che sono una viaggiatrice incallita.
Ecco, io ne aspetto cinque, di mesi, anziché uno, prima di andare in vacanza. Voglio portarla a Santo Domingo, a trovare la nonna e le zie.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Volo

Primo volo in assoluto per la mia piccolina.
La preparazione è impegnativa: non ho mai viaggiato con un neonato e non so bene cosa potrebbe servire in volo. Da sola ho sempre portato lo stretto indispensabile, ma con un neonato? Cosa portare? E poi a cinque mesi Amy deve iniziare lo svezzamento: pappe, cartoni di latte in polvere (perché ha una dermatite atopica passeggera...). Mia madre allunga ogni giorno il suo elenco immaginario di cose "strettamente necessarie". E poi tutte quelle domande della gente che deve per forza renderti la vita difficile o crearti dubbi. «Ma sei pazza a viaggiare con una bimba così piccola? Io con mio figlio ho aspettato che avesse 6 anni prima di salire su un aereo», «Vai in erboristeria e fatti dare delle goccioline, un calmante, insomma qualcosa che tu le possa dare se fa i capricci in volo. Vuoi passare dieci ore con lei che ti strilla nelle orecchie?», «Secondo me è meglio che ti porti un bel po' da mangiare, così le dai i suoi alimenti a Santo Domingo».

Io, però, sono testarda come un mulo. Se a Santo Domingo le donne partoriscono e crescono figli, sicuramente troverò dei vestiti qualora dovessero servirmi, troverò anche cibo per neonati e tanta, tanta frutta fresca che da noi quasi ci sogniamo. 

Inoltre, se mia figlia mi assomiglia almeno un poco, non farà storie in viaggio e, se per caso dovesse farle, io sarò al suo fianco, per calmarla.
Come sempre, seguo il mio istinto di viaggiatrice che, mescolato a quello di mamma, trovo sia decisamente infallibile. Quindi prendo la mia decisione: io e mia figlia partiamo, cascasse il mondo. Anche se sono un'amante del fai da te, la nostra prima vacanza la prenoto in agenzia, per una questione di convenienza economica: il pacchetto volo + hotel per una parte del soggiorno costa meno, stavolta. Bene, così mi stipulano anche la polizza assicurativa, che non manca mai quando viaggio. Con i bambini, poi, è sempre meglio farla.


Partiremo da Milano e atterreremo all'aeroporto de La Romana, con un volo diretto Alitalia, charterizzato da Eden Viaggi. Passeremo una settimana in hotel (perché io, mamma tuttofare, ho assoluto bisogno di non dover cucinare e pulire un appartamento almeno per una settimana!) e 15 giorni in giro tra la casa della nonna e qualche altro hotel meno turistico.

Le palme di Bayahibe - Mamme in viaggio

La lista delle cose da portare in valigia con un neonato e la culla in aereo.

Itinerario stabilito, adesso pensiamo ai bagagli. Pensando e ripensando a cosa sia assolutamente necessario portare in cabina e cosa sia invece sufficiente portare nel bagaglio da stiva, scrivo la seguente lista per il bagaglio a mano:
  • 2 biberon
  • 1 litro di latte per neonati
  • 2 omogenizzati di frutta
  • una decina di bavaglini (perché Amy sta mettendo i destini e sbava come un San Bernardo)
  • una decina di pannolini
  • 1 pacco di salviette umide per neonati
  • 2 cambi completi
  • 2 ciucci
  • un paio di giochi
  • il suo inseparabile telo masai che usiamo per dormire
  • Tachipirina
  • un medicinale omeopatico o naturale per la nausea/vomito
  • delle goccioline per il dolore alle orecchie
SUGGERIMENTO
Se vostro figlio soffre di mal di mare o mal di macchina e prevedete che possa trovare fastidioso volare, soprattutto nelle fasi di decollo e atterraggio, può essere utile tenere a portata di mano qualcosa di naturale per aiutare il senso di nausea. Io ho sempre con me Nausil, un integratore alimentare a base di zenzero. Se invece vostro figlio soffre di otite o sapete che le sue orecchie spesso presentano molto cerume, tenete a portata di mano delle gocce che aiutino ad ammorbidirlo e a prevenire il dolore che il troppo cerume può causare per il cambiamento di pressione, come Dolomir, un coadiuvante specifico per la detenzione del condotto uditivo a base di mirra.

Nel bagaglio da stiva, oltre ai vestiti per entrambe, metto anche una scatola di latte in polvere e qualche omogenizzato di frutta.

Arriviamo a Malpensa ed Amy è sveglia e pimpante. Si guarda attorno, chissà che pensa. Viaggiando con un infante, trovo che siano tutti molto gentili con noi. Siamo i primi a fare il check in e i primi a salire in aereo. Teniamo con noi il passeggino fino a quando non arriviamo alle scalette del velivolo, in pista. Lì, lo prendono in consegna gli addetti ai lavori. Lo rivedremo a Santo Domingo.
Saliti in aereo (un charter Alitalia che prevede un volo diretto a La Romana) le hostess mi chiedono se voglio la culla. Ma certo! La culla è essenziale quando si viaggia con un infant. Dopo il take off la culla verrà posizionata sulla parete di fronte al mio sedile. Perfetto.
Mi viene consegnata una cintura, da legare alla mia, per poter mettere in sicurezza la bambina. Quindi Amy si appoggia su di me, sulla mia pancia, la lego e siamo pronte.

L'aereo inizia a muoversi e piano piano si stacca da terra. Lei non fa una piega, né un lamento o una smorfia. 

Addirittura la vedo aprire e chiudere gli occhi in maniera stanca, con lo sguardo assonnato succhia il ciuccio come a tenerselo stretto da qualche malintenzionato che vuole rubarglielo e poi si addormenta. Nel frattempo le hostess si avvicinano e attaccano la culla alla parete. Una scatola di stoffa blu, adatta per neonati di lunghezza fino a 80 centimetri. Sgancio le nostre cinture di sicurezza, prendo Amy con gentilezza, la appoggio nella culla, la lego con le cinture che trovo alle pareti di questo letto ad alta quota e la copro, l'aria è un po' fredda in cabina. Adesso è fatta. Siamo sistemate. Lei dorme beata. Sembra nata per volare.

Amy a Santo Domingo - Mamme in viaggio

In volo...

Io mi rilasso un poco, accendo il monitor, metto le cuffie e scelgo un film. Sono così emozionata che non riesco a chiedere occhio al momento! Il tempo passa e lei si sveglia solo una volta. Lo fa urlando ma il rumore dell'aeromobile in volo ovatta un poco le sue grida, per fortuna. Ha fame, così chiedo alla hostess se per cortesia può scaldarmi un po' di latte. Qualche minuto dopo la signorina torna con il biberon bello caldo ed Amy può così riempire il suo pancino. Successivamente decido di cambiarle il pannolino, così vado alla toilette. So che c'è un fasciatoio ma prima d'ora non ho mai fatto caso a dove si trovi. Chiudo la porta e scansiono il piccolo bagno di due metri quadrati. Proprio sulla parete laterale, accanto al wc, scorgo un piano che si può aprire e stendere. Eccolo! Certo, non è abbastanza lungo per un cambio pannolini come si deve e in bagno non c'è nemmeno abbastanza spazio per muoversi liberamente, ma si può fare. In fondo, io ed Amy siamo viaggiatrici e ci sappiamo adattare a tutto! Pulite e profumate, usciamo e torniamo ai nostri posti. Gli altri passeggeri ci guardano mentre camminiamo lungo il corridoio. «Ma che carina!», «E che brava, non si è mai sentita fino a ora», commentano alcuni. Effettivamente non possono dire che abbia disturbato il loro volo! Le do un bacio a stampo sulla fronte, perché sono proprio orgogliosa di avere una bambina così brava. Una piccola, dolce cucciola viaggiatrice.
Giusto il tempo di qualche coccola, qualche risatina, una canzoncina ed Amy si riaddormenta. Sarà la pressione, lo sbattimento, la stanchezza del viaggio da Pisa a Malpensa, la situazione generale, il rumore... Fatto sta che lei dorme tutto il tempo. Dieci ore di volo sembrano volare, io riesco a vedere un film, a riposare e a arriviamo a La Romana che mi sembrano passate appena tre o quattro ore.

Prima di atterrare la cambio, la preparo alla calura che ci accoglierà una volta aperto il portellone dell'aeromobile. 

Sono previsti 28°C e a Milano ce n'erano soltanto dieci. Via la maglia a manica lunga, via i pantaloni. A volte tendiamo a coprire molto i neonati, con il terrore che una insignificante corrente d'aria possa far loro venire una polmonite. Loro non parlano e non possono dirci se hanno freddo o caldo. Come ci possiamo regolare allora? La pediatra mi ha insegnato a prendere me stessa come riferimento per quanto riguarda la sensazione di caldo o di freddo che mia figlia può avere. Se io sento caldo perché fuori ci sono 30°C, mia figlia sarà sicuramente accaldata quanto me. Se fa freddo, basta che metta una mano sul petto della mia piccolina per sentire se il suo corpicino è freddo oppure no. Se è freddo allora molto probabilmente Amy sta meglio con un maglioncino in più. Quindi, visto che siamo ai Caraibi, un bel body a canottiera e un paio di calzini saranno sufficienti. Una goduria. La vedo sgambettare felice, sta sicuramente meglio senza tutti quei vestiti che le impediscono i movimenti. Rotea i piedi a destra, poi a sinistra, quasi a sgranchirsi e preparasi all'atterraggio. 

Inizia la vacanza: il primo bagno nell'oceano, la piscina e la frutta fresca.

Amy in piscina a Santo Domingo - Memme in viaggio

Atterriamo, scendiamo, espletiamo le formalità d'entrata. Lei col suo ciuccio, seduta sul passeggino, ciondola in avanti per vedere, osservare, controllare. Usciamo dall'aeroporto e saliamo su un autobus che ci porta in hotel. La prima cosa che faccio, una volta arrivata in camera, è spogliarmi e indossare un abito leggero. Poi andiamo al ristorante, che si trova proprio in spiaggia, con Amy che scalpita alla vista di quell'oceano cristallino che luccica. Mi avvicino a un tavolo e penso a come sistemare la piccola, in modo tale da non doverla tenere in braccio mentre mi alzo per andare a prendere da mangiare. Mi viene un'idea! L'arte di arrangiarsi, che la mia famiglia dominicana mi ha trasmesso, mi suggerisce di posizionare la scocca del passeggino sulla sedia di plastica, così da improvvisare un seggiolone. La lego ben salda alla seduta, le metto un asciugamano dietro la schiena per evitare che sudi troppo a contatto con la stoffa del passeggino e mi dirigo a prendere da mangiare. A lei faccio assaggiare un pezzo di ananas. Mentre io mangio un'insalata fresca e saporita, lei succhia l'ananas soddisfatta. (con i suoi due dentini cerca di  morderlo ma non ci riesce e allora si accontenta di succhiare).

Dopo l'ananas è il momento dell'oceano. Costume, bandana, crema. 

Anche troppa crema. Sembra un fantasma da quanta crema le ho messo. Capisco che la prossima volta non devo esagerare così! Le metto anche il pannolino da acqua, che avevo messo nel bagaglio da stiva. Tutto è pronto per il suo primo bagno: acqua dei Caraibi arriviamo!
La spiaggia è bianca e leggermente calda. L'oceano è una vera meraviglia. L'acqua è così cristallina da stentare a credere che sia vera. Il gioco di luci che i raggi del sole creano a contatto con il mare rapisce lo sguardo della bambina. Così ci fermiamo a riva a guardare l'acqua, lo scintillio la incanta. Poi piano piano, passetto dopo passetto,  entriamo. Lei non fa un verso, un pianto, o un sorriso. Sembra imbambolata. Chissà cosa sta provando? Mi faccio fare qualche foto, per immortalare questo momento speciale, così che anche lei possa un giorno rivedersi nel suo primo bagno ai Caraibi. Rimaniamo a mollo per qualche minuto e io sono soddisfatta come se avessi scalato una montagna a piedi scalzi! Io e lei in spiaggia, a Bayahibe. Un sogno che è divenuto realtà. Avevo lasciato questo posto da sola e adesso ci sono tornata con mia figlia. Lei sorride a tutti e sembra davvero contenta di essere arrivata in Repubblica Dominicana.


Fuso orario. Concediamo il tempo ai più piccoli di adattarsi in maniera naturale.

La piccina è visibilmente stanca dopo il bagno in mare e si addormenta seduta sul passeggino, all'improvviso. Qua è ancora giorno, ma in Italia l'orologio segna mezzanotte. Ci sono cinque ore in più. Non la costringo a rimanere sveglia, come invece faccio con me stessa per prendere subito abitudine con l'orario giusto. Lei è piccola e ha i suoi tempi. Il suo corpo si abituerà pian pianino al nuovo orario, giorno dopo giorno. E se, per darle da mangiare, dovrò svegliarmi di notte fino alla partenza, non ha importanza. Lo farò, purché, di questo cambio orario, ne risenta solo in maniera naturale e non forzata.
Da quel giorno non ci siamo fatte mancare niente. Lei dormiva quando aveva sonno e mangiava quando aveva fame, ma mi ha sempre seguita in ogni attività. Siamo state in spiaggia, in piscina, ad Altos de Chavon, dalla nonna e in chiesa. In chiesa? Sì, in chiesa. Ho deciso di battezzare Amy a Bayahibe, in una graziosa chiesina fronte mare dove il parroco si è offerto di celebrare la funzione con un preavviso di un paio di giorni. Mia madre ci teneva che Amy fosse battezzata (io sinceramente ho altre credenze e altri pensieri) e alla fine mi sono detta: che cambia un segno della croce in più o in meno sulla fronte di mia figlia? Se un giorno vorrà seguire la strada che sia la nonna materna che paterna le stanno indicando, si sarà già incamminata. Altrimenti avremo soltanto trascorso un paio d'ore in una chiesa vista mare ai Caraibi. Così, battesimo effettuato, siamo andati tutti a festeggiare in spiaggia, in un ristorante proprio in riva al mare.

Il battesimo di Amy sulla spiaggia di Bayahibe.

Valentina-Gerini

Valentina Gerini
Ho due grandi passioni: i viaggi e la scrittura. Dei viaggi ne ho fatto la mia professione, diventando accompagnatrice turistica. La scrittura è il mio hobby. Mi piace avere una vita piena di cose da fare: sono una mamma, lavoro, collaboro con un mensile toscano, mi impegno a portare avanti il progetto Gli scrittori della porta accanto e scrivo libri.
Volevo un marito nero, StreetLib - Collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione)
La notte delle stelle cadenti, StreetLib - Collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
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