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Articoli di Silvia Pattarini
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2 poesie da dedicare al papà per la sua festa

2 poesie da dedicare al papà per la sua festa

Poesie da dedicare al papà per la sua festa

Poeticamente Di Silvia Pattarini. 19 marzo, due poesie inedite per bambini da dedicare al papà per la sua festa: quando i figli chiedono attenzione, tempo di qualità a loro dedicato, perché alla fine è l'unica cosa che conta.

Oggi è la festa del papà. Come ogni anno cade il 19 marzo, giorno in cui si festeggia San Giuseppe.
Ogni occasione è buona per fare festa, è così bello riunirsi in famiglia e con buon cibo e assieme a uno degli uomini più importanti della nostra vita.
E mentre tra i banchi di scuola le aule assumono le sembianze del laboratorio di Babbo Natale, i bambini tagliano, incollano e disegnano, le maestre si spremono le meningi per realizzare l'ennesimo lavoretto, che non sia banale o scontato e assolutamente diverso da quello degli anni precedenti!
Una maestra stramba, per caso inventa rime, ma non rime qualsiasi; rime potenti, che disturberanno e faranno riflettere qualcuno, specialmente qualche genitore un po' frettoloso. Ma è proprio questo l'intento della poesia: intrattenere sì, oppure portare a riflessioni.
Una poesia d'attualità che rispecchia molto bene, forse troppo, la società del nostro tempo.
Il tempo è prezioso e purtroppo, non ritorna. Fate tesoro del tempo che passate con i vostri figli, che sia tempo di qualità, godetevi i vostri figli perché il tempo fugge e non ritorna, in un baleno quel bambino di sei anni, si ritroverà adolescente e sarà lui a sfuggirvi. E capirete di avere perso occasioni uniche ed esperienze preziose.

Caro papà

di Silvia Pattarini

Caro papà sei arrabbiato
nel traffico sei bloccato,
porta pazienza, caro papà,
presto il semaforo verde sarà.

Ma non correre, te ne prego
del tuo ritardo io me ne frego
io ti aspetto a tutte le ore
col cuoricino colmo d’amore.

Finalmente sei arrivato
ti corro incontro tutto agitato
ma ti squilla il cellulare
mentre io con te vorrei giocare

o fare un giro al parco
ma tu sei troppo stanco,
con tutti gli impegni che hai
un po’ di tempo per me non trovi mai!

Quando guardi la televisione
io mi sento un po’ in prigione,
poi ti addormenti sul divano
e ti accarezzo piano piano.

Caro papà, sai che ti dico?
Se prendi ferie ti benedico
così potremo andare al mare
e ridere e nuotare.

Quando sto in tua compagnia
sono il bambino più felice che ci sia!

Papà mi porti in giro?

di FraStè

Papà mi porti in giro
Lassù sulle tue spalle?
Voglio danzare in aria
Come le farfalle

E poi mi lasci in alto
Per fare l'aeroplano?
Lo sai che tocco il cielo
Se tu mi dai la mano

Sei il mio supereroe
Anche senza mantello
Perché quando mi abbracci
Tutto sembra più bello

E quando chiudo gli occhi
E sogno il futuro
Mi basta averti accanto
Per sentirmi al sicuro

Silvia Pattarini
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Il castello di Windsor: l'ultima dimora della Regina Elisabetta

Il castello di Windsor: l'ultima dimora della Regina Elisabetta

Il castello di Windsor: l'ultima dimora della Regina Elisabetta

Viaggi Di Silvia Pattarini. Tour del castello di Windsor, l’ultima dimora di Sua Maestà la Regina Elisabetta II. Il suo feretro, dopo i funerali di Stato a Londra, riposerà accanto al principe Filippo. Meta ideale per un weekend a Londra e dintorni.

Situato a un’oretta di strada dal più famoso Buckingham Palace di Londra, il castello di Windsor, ubicato nel borgo omonimo, nel Berkshire, è la residenza reale più antica delle Isole britanniche.
Attualmente in uso, dà lavoro a circa 200 dipendenti, tra domestici, facchini, un orologiaio, cocchieri, stallieri, restauratori, coristi, sacerdoti, agenti di polizia e personale di manutenzione.
Sua Maestà la Regina Elisabetta II era solita soggiornare tra le mura del castello due volte l’anno: a Pasqua e nel mese di giugno, quando la cappella di San Giorgio ospita la solenne cerimonia d’investitura dei nuovi Cavalieri dell’ordine della Giarrettiera.

Il Castello di Windsor è suddiviso in tre aree, denominate corti: la Corte Superiore, la Corte Centrale e la Corte Inferiore. La Cappella di San Giorgio è ubicata nella parte settentrionale della Corte Inferiore.

Magnifico esempio di architettura gotica britannica, è luogo sepolcrale di numerose tombe e monumenti reali.
Un’ampia volta a ventaglio, decoratissima e rigorosamente in pietra color paglia, offre ai visitatori uno spettacolo mozzafiato. Nel soffitto sopra le sedute del coro, svettano i coloratissimi vessilli dei Cavalieri dell’Ordine della Giarrettiera, per lo sguardo stupito dei visitatori. Lo stile perpendicolare caratterizza le ampie finestre: in particolare la grande vetrata occidentale che arriva a sfiorare gli undici metri d’altezza, è decorata con vetrate istoriate risalenti al ‘500. Gli alti pilastri affusolati che s’allungano verso l’alto offrono un impatto visivo di grazia, armonia ed eleganza.
Lungo la navata s’incontrano splendidi monumenti, a cominciare da quello di Re Giorgio V e della Regina Maria, e la magnifica scultura della Principessa Carlotta, sfortunata figlia di Giorgio IV, morta alla nascita. Sono tumulati nella cappella, nella zona settentrionale del coro, Re Giorgio VI, la Principessa Margaret e la Regina Madre. In tempi recenti si è aggiunto anche il sepolcro del Principe Filippo.

Il giardino del castello e la futura regina Elisabetta a 18 anni a Windsor

Dove sarà sepolta Sua Maestà la Regina Elisabetta II?

Sua Maestà la Regina Elisabetta II, dopo i funerali di Stato a Londra, officiati dall'Arcivescovo di Canterbury nell'Abbazia di Westminster, sarà trasalta a Windsor e riposerà accanto al suo principe Filippo, alla sorella Margaret e ai genitori: il Re Giorgio VI e la Regina Madre.
Sicuramente per la Regina del Giubileo – quest’anno ricorre il settantesimo anno di regno – sarà previsto l'innalzamento di un monumento degno della Sovrana più longeva del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, nonché Capo del Commonwealth.
Stando ai tabloid britannici, le spoglie mortali di Sua Maestà la Regina Elisabetta II dimoreranno nella cappella di San Giorgio.

All'interno della Cappella i visitatori possono ammirare anche alcuni veri e propri tesori.

La splendida spada di Edoardo III, lunga ben due metri e probabilmente utilizzata in battaglia, e una cassetta per le elemosine, realizzata attorno al 1480, talmente bella che serviva ad invogliare i pellegrini a lasciare un obolo.
Il Castello di Windsor ospita anche matrimoni, battesimi e compleanni reali. Il Principe di Galles, da poco diventato sovrano, Re Carlo III, il 9 aprile 2005 convolò a nozze con la discussa Camilla, Duchessa di Cornovaglia e ora Regina Consorte, proprio nella Cappella di San Giorgio.
Il 19 maggio 2018 anche il Principe Harry si sposò con l’ex attrice statunitense Meghan Markle nella Cappella di San Giorgio, coppia che ha fatto e continua a fare discutere i media britannici e non solo.

Il Castello di Windsor è utilizzato in alternativa a Buckingham Palace in occasione di visite ufficiali di capi di stato stranieri. Meta ideale per un weekend a Londra e dintorni.

Oggi si accede al Castello, di origine medievale, attraversando la Porta Normanna, che dà accesso diretto alla Torre Rotonda, situata nella Corte Centrale.
Si prosegue in direzione della Corte Superiore dove il visitatore può ammirare gli splendidi giardini e accedere a una parte degli Appartamenti di Rappresentanza.
Nel giro è compreso l'accesso a una ventina di sale.
Salendo lungo la Scala Regia, imponente e sfarzosa si entra nel Grande Vestibolo, con tante armi in bella mostra alle pareti.
Si attraversa la Sala Waterloo, che contiene il tappeto più grande senza cuciture mai esistito. Durante l'incendio del 1992, ci vollero ben cinquanta persone per arrotolarlo e trasferirlo in un luogo sicuro.

Proseguendo nel tour ci si trova catapultati nel Salotto del Re, di cui ricordo arazzi verdi e grandi quadri alle pareti, la Camera da letto del Re con immancabile letto a baldacchino.

Il Salotto della Regina ammicca coi suoi arazzi rossi e grandi dipinti di antichi sovrani appesi alle pareti.
La Sala da Pranzo del Re si distingue per la volta affrescata e un grande caminetto con marmi bianchi e doppie colonne ai lati.
Segue la Sala da Ballo della Regina, sfarzosa, con la peculiarità di arredi in argento che spiccano su pareti damascate in tinta azzurro pastello. Alcuni mobili, del tardo 600, sono esemplari splendidi e unici, oggetti di eccezionale valore, simboleggiavano l'essenza assoluta del prestigio e del potere della Corona.

Cappella di San Giorgio e Sala da ballo della Regina

Seguono tra sfarzi, arazzi, quadri, lampadari luccicanti, ampie finestre, specchi dorati, orologi e mobili antichi la sala Udienze della Regina, la sala di Ricevimento della Regina, la sala della Guardia della Regina.

Si attraversa la Sala di San Giorgio, dominata dalla statua equestre del Campione del Re: l'usanza vuole che il Campione dopo la cerimonia d'incoronazione del Re, fosse solito gettare a terra il guanto per tre volte, sfidando chiunque non volesse riconoscere il nuovo sovrano. Il soffitto e parte del tetto di questo salone immenso, furono danneggiati dall'incendio del 1992.
L'Atrio della Lanterna, ospita bacheche contenenti oggetti molto pregiati in argento dorato, appartenenti alla Collezione Reale.

Ma non è finita, il tour si snoda attraverso il magnifico Salotto Verde e il Salotto Cremisi, in cui la magnificenza dell'oro delle decorazioni dei soffitti e dei muri, contrasta col rosso dei velluti di poltrone e divani, drappi e tende.

Finalmente si mangia! O forse il banchetto non è per noi, ma riservato ai Reali e ai graditi ospiti. La Sala da Pranzo di Rappresentanza, è un ampio salone con un lunghissimo tavolo solennemente apparecchiato con porcellane finissime, bicchieri di cristallo bordati d'oro e posate d'argento in bella vista; utilizzata per le funzioni ufficiali, fu anch'essa danneggiata dall'incendio del 1992.
La Sala da Pranzo Ottagonale, di dimensioni molto ridotte rispetto alla precedente, è utilizzata dai familiari della Regina quando risiedono a Windsor, anch'essa fu danneggiata dall'incendio di cui sopra.

Il luogo in cui mi sono soffermata di più ad ammirare delle vere e proprie meraviglie e rarità è il Corridoio delle Porcellane: delle teche mostrano porcellane cinesi e giapponesi in grande quantità, pezzi antichi risalenti al XVII secolo e servizi inglesi ed europei.

Il mio sguardo si è posato su un mare di bellezza: il servizio Rockingham. Ogni pezzo, unico ed esclusivo, celebra i successi in mare della Gran Bretagna, con scene ispirate ai Caraibi e all'India. Alzatine magnifiche riportano con grande dovizia di particolari le sagome di frutta esotica, ananas, canne da zucchero, coralli e conchiglie, per un'eleganza e una raffinatezza senza tempo.
Seguono altre sale sfarzose: il Salone dei ricevimenti e la Sala del Trono della Giarrettiera, in cui, sopra al caminetto riccamente decorato con doppie colonne di marmo rosa, trova spazio uno splendido ritratto della giovane Regina Elisabetta II, che indossa le vesti ufficiali del giorno dell'Incoronazione, il collare della Giarrettiera, il diadema di diamanti appartenuto a Giorgio IV, lo scettro e la Corona Imperiale poggiata sul tavolo. Il trono reale poggia su una moquette blu; ai suoi lati si snodano due file di poltrone, posizionate una di fronte all'altra, dai velluti in tinta col pavimento e s'allungano per tutta la stanza.

Per finire, la Casa delle Bambole della Regina Maria che non è un giocattolo ma una replica in miniatura di una casa aristocratica, datata 1923 e creata da un architetto inglese: Sir Edwin Lutyens.

Nel Gabinetto delle Stampe della Biblioteca Reale sono conservate opere di Canaletto, Michelangelo, Parmigianino, Guercino e molti altri.
La Biblioteca Reale conserva invece una impareggiabile collezione di seicento disegni di Leonardo da Vinci.
Ma i gioielli della Corona? Vi suggerisco di cercarli altrove, magari nella Torre di Londra...


Per maggiori informazioni e per organizzare il tour del Castello di Windsor: www.windsor.gov.uk

Silvia Pattarini

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Verso la Merica con un biglietto di terza classe

Verso la Merica con un biglietto di terza classe

Verso la Merica con un biglietto di terza classe

Viaggi letterari Di Silvia Pattarini. I luoghi dei libri: i viaggi della speranza degli italiani verso la Merica agli inizi del '900, a bordo di una nave, con un biglietto di terza classe.

«Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli» cita il noto aforisma di Emilio Salgari, famoso scrittore di popolari romanzi d’avventura. E che cos’è un viaggio se non un’avventura, magari anche degna di essere scritta, impressa su carta e destinata a rimanere per sempre nella memoria?
Saltando dalla letteratura alla musica, mi viene in mente una canzone di qualche anno fa, dove Paola Turci cantava «Prima di partire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di non tornare più…» (o il viaggio è bello ed emozionante proprio perché esiste la consapevolezza di un ritorno? ). Ma mi balzano alla mente anche altre canzoni che narrano di viaggi reali o sognati, come il miraggio dell’America per esempio, così cara ai nostri nonni: «Ti sogno California, e un giorno io verrò…», ad esempio. Oppure, per fare un salto indietro nel tempo di oltre un secolo, «Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar…».

Ed è proprio di quei tempi lontani che voglio parlarvi, del mito della Merica, come la definivano i nostri emigranti all’inizio del Novecento. 

Perché non dobbiamo dimenticare che, cento anni fa eravamo noi italiani ad emigrare e la meta preferita erano le Americhe del Nord e del Sud.
In particolare in nord America, l’Ellis Island di un secolo fa - stazione di smistamento per gli immigrati europei - può essere tranquillamente paragonata alla Lampedusa di oggi. Attualmente l’isoletta, situata nella baia di New York, ospita il Museo Nazionale dell’Emigrazione, e all’interno dei suoi archivi sono custoditi milioni e milioni di files, tracce del passaggio sull’isola di milioni e milioni di europei che dal 1892 al 1954 hanno lasciato il loro paese, alla ricerca di una vita migliore.
Chi non ha un parente lontano, uno zio d’America, una cugina americana, o conosce qualcuno che tanti anni fa, lasciò il nostro bel paese per ricominciare una nuova vita oltre oceano? Ebbene consultando gli archivi del Museo di Ellis Island, è possibile cercare le tracce dei nostri antenati, anche collegandosi al sito www.ellisisland.org. Anche musicisti famosi del calibro di Caruso, Puccini e Toscanini, passarono attraverso i rigidi controlli di Ellis Island, non che attori famosi come Rodolfo Valentino e Charlie Chaplin.
Biglietto di terza classe

Biglietto di terza classe

di Silvia Pattarini
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Romanzo storico
ISBN 978-8833669502
Ebook 2,99€
Cartaceo 18,00€

E le storie degli emigranti del passato possono diventare lo specchio delle storie degli immigrati del nostro tempo. 

Pensate che oltre un secolo fa, dopo tanti sacrifici, chi riusciva ad acquistare l’ambito biglietto di terza classe, doveva intraprendere un lungo viaggio in balia delle onde, al pari di chi oggi tenta un viaggio della speranza, pur sapendo che potrebbe essere un biglietto di sola andata, e che quel viaggio potrebbe concludersi in mezzo al mare.
In terza classe non esistevano cabine private, ma dormitori promiscui, assenza di refettori adeguati, non vi era la possibilità di cambiarsi d’abito, le condizioni igienico-sanitarie erano decisamente precarie. Situazione molto simile a quella dei barconi carichi di immigrati che approdano a Lampedusa.
In breve tempo il dormitorio femminile si riempì di donne e bambini. Alle donne incinte, alle vecchie e ai bambini erano assegnate le cuccette più basse in prima fila.
Alle ragazze erano assegnate le cuccette più in alto in terza fila, perché essendo giovani e agili riuscivano ad arrampicarsi senza troppa fatica. I bambini a seconda dell’età occupavano solo mezza cuccetta o, se ancora lattanti, occupavano solo un terzo di posto. Capitava spesso di trovare due o tre bambini a dividere lo stesso letto vicini alla madre. In seconda fila le donne di mezza età come Maria, mentre Angela, Tina e Amabile furono sistemate in terza fila. Lina invece, avendo l’evidente problema alla gamba, era la più fortunata, per lei avevano avuto un occhio di riguardo e le avevano assegnato una cuccetta in prima fila. Dopo alcune ore si contarono i passeggerei: erano salite oltre cinquecento persone solo a Napoli, aggiungendo il centinaio di Genova ora il piroscafo ospitava circa seicento persone in terza classe. Silvia Pattarini, Biglietto di terza classe

Sono cambiati i tempi e le persone, ma la ruota della storia gira e si ripete. 

Chiediamoci piuttosto il perché spesso migliaia di persone sono costrette ad emigrare. Esiste il modo di ridurre i flussi migratori? Le risposte possono essere le più disparate, e io di certo non le ho, ma sicuramente dietro questo fenomeno in continua crescita, si nasconde sempre un dramma umano, storie di miseria e disperazione, storie di disagi, storie simili a quella di Lina, la protagonista del mio romanzo storico Biglietto di terza classe.
Ad ogni modo vorrei terminare auspicando che per ogni viaggio, in ogni luogo e in ogni tempo, per ogni essere umano, esista anche un viaggio di ritorno verso la propria amata terra, verso la propria casa e la propria famiglia. Come le bellissime parole, che mi sono rimaste impresse nella mente, di questa canzone che mi riporta all’infanzia, meravigliosamente interpretata da Sammy Barbot: «Aria… aria di casa mia… aria di libertà…». O da inguaribile ottimista sto solo viaggiando un po’ troppo con la fantasia? Sinceramente spero di no...





Silvia Pattarini
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Intervista a sua Maestà il Panettone

Intervista a sua Maestà il Panettone

Intervista a sua maestà il Panettone

Di Silvia Pattarini. Com'è nato il panettone? Come è cambiato nel tempo? E quale sarà il suo futuro, tra varanti al cioccolato o alla crema speziata? Chiediamolo a lui, sua Maestà, il re delle nostre tavole natalizie!

Oggi ho voglia di giocare un po’. Eh, lo so, noi liberi pensatori siamo eterni bambini e in quanto tali abbiamo bisogno anche di divertirci. Qual è uno dei giochi preferiti dai poeti? La personificazione! Eh già, ci piace credere che anche le cose e gli animali abbiano un’anima e in quanto tali possano provare dei sentimenti o assumere sembianze umane. Molti poeti del passato, da Ugo Foscolo ad Ada Negri, per non parlare di Gianni Rodari, sono ricorsi alla personificazione, facendo provare sentimenti umani alle nuvole o alla neve e hanno fatto sorridere gli arcobaleni. Ma io non mi sono accontentata delle sole emozioni, nossignore! Ho voluto osare molto di più.
Così, mi sono detta: perché non dare voce ad un oggetto di uso comune? E ho pensato a un’intervista insolita a tema natalizio.
Ebbene sì, oggi sono lieta di scambiare due chiacchiere con il Re delle tavole natalizie: sua Maestà il Panettone.

Buongiorno Maestà. Ben arrivato nel nostro salotto letterario. Ha voglia di raccontarsi un po’? 

Buongiorno Silvia e grazie dell’accoglienza! Finalmente qualcuno che mi considera anche in veste insolita, in genere tutti mi vogliono subito mangiare! Oggi invece, grazie a te ho l’occasione di raccontarmi un po’.

Benissimo, io sono a dieta, quindi anche se a malincuore per oggi non voglio mangiarla. Mi racconti piuttosto com’è nato il panettone...

In origine ero più simile a una pagnotta. I primi documenti che parlano di me, anzi, dei miei antenati, raccontano che, la notte del 24 dicembre venivano portati in tavola tre grandi pani di frumento: il numero che simboleggiava la Trinità. Era un momento speciale, perché di solito il pane veniva preparato con un misto di granaglie meno nobili del frumento, perché quest’ultimo era molto costoso. A Natale, invece, si faceva un’eccezione e poiché l’abbondanza non ha mai fatto carestia, via libera alla farina di frumento. I tre pani venivano serviti ai commensali dal padre di famiglia e una fetta era conservata fino all’anno successivo, per simboleggiare la continuità, la rinascita e la ciclicità della vita.

Dove si può leggere questa bella storia sulla storia del suo antenato? 

Dobbiamo andare indietro nel tempo di parecchi secoli. L’abitudine di consumare pane di frumento a Natale ha origini antiche. Una teoria avvalla l’ipotesi che fino al 1395 tutti i forni di Milano (tranne il prestino Rosti, che riforniva i più abbienti) avevano il permesso di cuocere il pane di frumento solo il giorno di Natale, per omaggiare i loro clienti. Ma di questo abbiamo già parlato.
Il primo a parlarne fu tale signor Giorgio Valagussa, un umanista bresciano che si guadagnava da vivere come precettore in casa Sforza e che aveva tra i suoi allievi Ludovico il Moro, che in seguito, diventò duca di Milano.
Il Valagussa, in un antico documento, attesta la consuetudine ducale di celebrare il cosiddetto rito del ciocco. La sera del 24 dicembre si poneva nel camino un grosso ciocco di legno e, nel contempo, come dicevo prima, venivano portati in tavola tre grandi pani di frumento, materia prima per l’epoca di gran pregio. Era una gran festa.
Ora una versione manoscritta di quel documento risalente al 1470 è conservata nella Biblioteca ambrosiana di Milano e in versione “moderna” è riportata nel libro Il Panettone prima del Panettone, Guido Tommasi Editore, accessibile a tutti i curiosi.

Ci racconta qualche leggenda legata ai suoi antenati panettoni? Come quella di Toni...

Volentieri! Ce ne sono diverse. La più nota è milanese e racconta che Toni, un umile sguattero della cucina del duca Ludovico il Moro, sarebbe stato il reale inventore del panettone. Sembra che alla vigilia di Natale, il capocuoco degli Sforza bruciò il dolce preparato per il banchetto ducale. Toni allora, per evitare di prendersi una punizione, sacrificò il panetto di lievito che aveva tenuto da parte per il suo Natale. Lo lavorò a più riprese con farina, uova, zucchero, uvetta e canditi, fino ad ottenere un impasto soffice e molto lievitato. Circola voce che l’uvetta passa fosse fornita direttamente dal vitigno di Leonardo Da Vinci, gradito ospite alla corte degli Sforza, e appassionato di uve pregiate. Il risultato fu un successo strepitoso e Ludovico il Moro lo intitolò Pan de Toni, in omaggio al suo creatore.
Ma l’intraprendente sguattero deve giocarsela con altri cuochi creativi. Infatti altri allievi pasticceri tra i quali Ughetto degli Atellani e pure Suor Ughetta, si contendono l’invenzione. Teatro della contesa però, non è la storia, quanto l’immaginario collettivo. Quella di Toni e le altre sono leggende nate a cavallo dell’ottocento e i primi novecento, per nobilitare ulteriormente ciò che già era un vanto della gastronomia milanese. Ughetto e Ughetta, tra l’altro, sono vocaboli che in milanese equivalgono a "uvetta" (ughett), ingrediente fondamentale nell’impasto del panettone milanese.

Quindi il nome “panettone” deriva dal Pan de’ Toni?

Pare di sì, anche se i milanesi per panettone intendono quello con l’uvetta nell’impasto. Anche in molte altre città europee e italiane esisteva l’usanza del pane arricchito della festa. A Genova ad esempio, esisteva un pane arricchito con canditi, anice e pinoli, prodotto nei giorni di festa, non necessariamente a Natale. Solo quello di Milano, però, diventò il “panettone”: panetun.

Il panettone di ieri e di oggi

Il dolce che conosciamo noi oggi però è molto diverso da una pagnotta...

Sì, il percorso è stato lungo. La prima vera definizione di un panettone, simile a quello che conosciamo oggi, si trova nel dizionario Cherubini del 1839, in cui si legge: “Specie di pane di frumento addobbato con burro, uova, zucchero e uva passerina (ughett) o sultana”. Bisogna però ricordare che, quando il dizionario aggiunge una nuova “voce” alle sue pagine, l’usanza si è già stabilizzata nella società, e quindi ormai è diventata consueta. Possiamo quindi ipotizzare che quel tipo di pane dolce e ricco fosse prodotto comunemente da almeno trenta, quarant’anni, se non di più. Da notare che il Cherubini non parla di lievito.

E quando arriva il lievito?

La prima ricetta che parla di lievito si trova nel libro del 1853 di Giovanni Felice Luraschi dal titolo “Nuovo cuoco milanese economico”. L’autore parla di lievito e intende il lievito naturale, cioè una pasta acida di acqua e farina che fermenta da sola, solitamente chiamata “lievito madre”. Ancora oggi l’unico lievito consentito per ottenere il vero panettone.
Tutti i ricettari di quei tempi parlano di panettone “alla milanese” e quindi non ci sono dubbi che questo dolce sia nato a Milano.

Ci sono altre differenze tra il panettone di oggi e quello del passato?

Oggi si usa sicuramente una maggiore quantità di burro, che rende il dolce più saporito. Una quarantina di anni fa il rapporto classico tra farina e burro era un chilo di farina per quattro etti di burro. Alcuni pasticcieri riescono a creare panettoni con quantità di burro ancora maggiori. Ci vuole grandissima tecnica e professionalità, perché più si aggiungono grassi all’impasto e più risulta difficoltosa la lievitazione. Ed è fondamentale che un panettone, anche se ricco e saporito, mantenga una pasta soffice con una bella alveolatura. Alcuni maestri pasticceri ci riescono perfettamente.
Esiste inoltre una variante che sostituisce i canditi, aggiungendo all’impasto uvetta, gocce di cioccolato e gherigli di noce. Quindi ha dato il via ad una tendenza che oggi scatena la creatività e la fantasia dei maestri pasticcieri.

Il futuro del panettone secondo lei è nel cioccolato?

Anche se il classico panettone con canditi e uvetta non tramonterà mai, credo proprio di sì. Un po’ come i libri, che persisteranno nel tempo, immortali, nonostante gli ebook. Ma non solo il cioccolato, anche creme e varie farciture variopinte multistrati sono già da qualche anno sulle tavole di Natale. In Sicilia ad esempio preparano un ripieno con la tipica cassata. I palati si affinano e i gusti si rinnovano, i giovani apprezzano molto le novità. Vedo il mio futuro in un mantello nuovo rivestito di cioccolato, farcito con creme delicate, e gusti speziati. Vedo un futuro tra impasti morbidi e creme multicolori, panna e cioccolato, multicolore e multiculturale come la società attuale. In ogni caso vedo un futuro molto dolce!

Sua Maestà il Panettone, grazie davvero per essersi gentilmente raccontato al mio pubblico. Confido di ritrovarla presto sulle nostre tavole natalizie. Dolci Feste a lei.


Silvia Pattarini
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Viaggio in Arizona: Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Viaggio in Arizona: Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Viaggio in Arizona: Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Mamme in viaggio Di Silvia Pattarini. Ad agosto, fly & drive in Arizona, la terra selvaggia degli Indiani Navajo, con figli al seguito. Escursioni da Page: l'Upper Antelope Canyon e la Horseshoe Bend.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo

Cosa vedere nei dintorni di  Page, in Arizona. 

Dopo un volo da Milano a Londra e un successivo lungo volo da Londra a Los Angeles, con auto a noleggio arriviamo a Las Vegas e dopo un paio di giorni di sosta nella mitica città del divertimento e  della perdizione, partiamo alla volta dei parchi dell'ovest.
Abbiamo già visitato Zion National Park e il meraviglioso Bryce Canyon, quando nel tardo pomeriggio giungiamo a Page.


La città di Page si rivela un’ottima base di partenza sia per le viste all’Antelope Canyon, sia per visitare la curva che disegna il fiume Colorado, famosa in tutto il mondo e chiamata Horseshoe Bend, sia per una visita al Lago Powell e alla sua diga la Glen Dam. Tutte le destinazioni si raggiungono nel giro di dieci minuti/ un quarto d'ora d'auto.

L’Antelope Canyon

L’Antelope Canyon è situato nei pressi della cittadina di Page, in Arizona, ed è il Canyon più visitato degli Stati Uniti sud occidentali.

È costituito da due formazioni rocciose separate, denominate Lower Antelope Canyon che si sviluppa in un tratto di circa quattro chilometri, e Upper Antelope Canyon decisamente più breve e meno impegnativo, di soli trecento metri. La strada 98 li separa e per visitarli è necessario prenotare un tour guidato; non è possibile effettuare una visita coi propri mezzi senza guida, poiché la zona potrebbe essere interessata da forti temporali improvvisi (flash flood) che si rivelano molto pericolosi.
Il servizio tour è effettuato dagli Indiani Navajo che conoscono la zona palmo a palmo, molto affidabili e puntuali nella gestione del servizio.
CONSIGLIO
Vi consiglio di prenotare il tour con largo anticipo, onde evitare di arrivare là e non poter intraprendere la visita. Se volete visitare entrambi i Canyon è necessario prenotare due visite separate, tenendo conto delle tempistiche differenti.
Per info e costi visitate il sito web www.antelopecanyon.com.
Essendo situato nella riserva Navajo, non è consentito l'accesso con la tessera parchi, la visita va pagata a parte.
La tessera parchi costa 80 euro e permette di visitare tutti i parchi americani (tranne l'Antelope Canyon e la Monument Valley che sono collocati all'interno della riserva indiana). È rilasciata dai Ranger ad ogni auto che attraversa un parco e si intende per tutti i passeggeri dell'auto. Conviene l'acquisto se si è intenzionati a visitare almeno 3 parchi; ha validità annuale.  All'ingresso di ogni parco si trova la postazione dei Ranger presso i quali si può acquistare o esibire la tessera, oppure comprare il biglietto per singola entrata.
CONSIGLIO
Portate sempre con voi tanta acqua perché il sole non fa sconti a nessuno, e se avete dei bambini abbiate cura di ricordare anche una protezione solare, burro cacao, occhiali da sole e cappellino per proteggerli dalle scottature e dalla sabbia.

Upper Antelope Canyon.

Un quarto d'ora d'auto da Page e giungiamo nell'assolato parcheggio del punto di ritrovo. È giunta l’ora della visita all’Upper Antelope Canyon. Ci ritroviamo nel luogo convenuto all’ora prestabilita. Il mio cellulare non funziona più, non c’è campo. Infatti non ci sono campi… solo deserto. Sole e sabbia, sabbia e sole. Ci sistemiamo all’ombra di un gazebo allestito per accogliere i turisti e attendiamo il nostro turno. Non posso né chiamare né ricevere telefonate. Un sogno. Meraviglioso. Posso godermi questa visita in santa pace. Nei dintorni nessun negozio di souvernir, nemmeno ambulanti. Non vendono né acqua né cibo. Sicuramente troveremo qualche bancarella a inizio o fine visita.

Upper Antelope Canyon.

Siamo nella terra degli Indiani Navajo, calpestiamo il loro suolo. 

La nostra guida indiana discende dall'antico popolo dei Navajo e ci invita a salire sul pick up, attrezzato per trasportare una decina di persone alla volta. Non abbiamo protezioni ai lati, solo un telo sopra le teste a ripararci dal sole cocente del deserto. Il tragitto è veloce, saranno circa cinque o sei chilometri, ma le ruote sollevano nuvole di sabbia che ci finisce inevitabilmente addosso. Teniamo gli occhi chiusi, la sabbia fine s’insinua dappertutto, anche sotto gli occhiali. Giungiamo in fretta all’ingresso del canyon. Il sole è allo zenit, la sabbia arroventata. Un vento torrido ci toglie quasi il fiato, meno male abbiamo con noi l’acqua. Lasciamo uscire il gruppo di turisti che ha terminato la visita ed entriamo. Incredibile! All’ombra è tutta un’altra storia, si torna a respirare a pieni polmoni. Solo pochi passi e già si avverte il cambiamento di temperatura, come all'interno di una grotta, si sta benissimo. Riusciremo a goderci la visita con calma e senza sudare. Nessuna traccia di bancarelle o venditori ambulanti di cibarie o di oggetti regalo. Ci concentriamo sul sito. Le sfumature di colore che offre il canyon sono indescrivibili. È un luogo sacro per gli Indiani Navajo, merita tutto il nostro rispetto. Eroso e modellato dagli agenti atmosferici, l’atmosfera che si respira qui è surreale.

L’emozione è tanta, siamo coscienti di trovarci in un luogo raro: sotto i nostri piedi sabbia finissima, di fianco solo pietra arenaria rossa e arancione che sale, sale su, talmente in alto che non si vede il cielo. 

Solo ogni tanto un pertugio sulla sommità lascia trapelare un raggio di sole che filtra tra le rocce e crea sfumature cromatiche e geometrie incredibili. La guida ci fa strada lungo un sentiero stretto che serpeggia tra le rocce e spiega che ci sono tre o quattro punti degni di nota. Guardando quelle antiche pietre da un’angolazione particolare è possibile individuare la forma di un cuore: possiamo dire di essere nel cuore del canyon. Gli scatti fotografici qui si sprecano. A seguire un’altra meraviglia: incastonata tra le rocce la sagoma di un occhio. Proseguendo lungo il cunicolo stretto, incontriamo una parete famosa per le cascatelle di sabbia. Poco più avanti un grosso tronco è rimasto incastrato tra le due pareti, dopo l’ultimo temporale. Il nostro mentore ci spiega che è pericolosissimo trovarsi all’interno del tunnel se imperversa un temporale, perché si riempie d’acqua in breve tempo e diventa un vero e proprio fiume in piena che travolge tutto. Infatti in caso di mal tempo le visite al canyon vengono annullate. Prima dell’uscita il profilo di un volto umano sembra prendere forma tra le pietre. S’avverte la presenza dello spirito degli antenati, di antichi rituali di sciamani e di saggi capi indiani. A fine tunnel usciamo e siamo di nuovo investiti da un’ondata di caldo insopportabile. Si stava molto meglio all’interno. Anche qui nessuna traccia di bancarelle o altro. Rientriamo, ripercorriamo il sentiero a ritroso e lasciamo questo luogo a malincuore, ma consapevoli di avere visitato qualcosa di unico, pregno di fascino e un po’ mistico. Raccolgo un sassolino da custodire nel mio modesto bagaglio dei ricordi delle cose belle. Madre Natura riesce sempre a stupirmi e a scaldarmi il cuore.

Horseshoe Bend

Da non perdere assolutamente una visita alla Horseshoe Bend.

A una decina di minuti d'auto da Page troviamo l'indicazione per un sito scenografico molto famoso, l'ansa del fiume Colorado, che proprio qui disegna una curva chiamata Horseshoe Bend o ferro di cavallo. L'immaginario collettivo è solito collocare questo sito nel Gran Canyon; sbagliato, la famosa curva del fiume Colorado, il ferro di cavallo, si trova nel Glen Canyon, a pochi passi dalla cittadina di Page e poco lontano dalle sponde del Lake Powell. Giungiamo in un immenso parcheggio, in cui il sole picchia forte. Saliamo lungo un sentiero, preoccupandoci di osservare le indicazioni di un cartello che invita i visitatori a munirsi di scorte d'acqua. Noi abbiamo a disposizione poca acqua e una bibita. Nei dintorni nessun chioschetto di venditori d'acqua, nemmeno qualche ambulante. Ho notato che da queste parti il fai-da-te è molto gettonato, il superfluo è bandito (se l'acqua si può considerare superflua) bisogna imparare ad arrangiarsi altrimenti c'è il rischio di morire di sete o anche di fame. Ovviamente nessun venditore di gift o souverir, le bancarelle di cineserie cui noi italiani siamo tanto abituati, qui non esistono.

Ci incamminiamo con le nostre misere scorte d'acqua lungo la salita. Giungiamo sulla cima: si può ammirare il fiume Colorado che serpeggia in fondovalle. 

La domanda è: scendiamo laggiù, col rischio di morire di sete – al ritorno la strada sarà tutta in salita –, oppure ci accontentiamo di guardare la curva dall'alto? La risposta giusta è la prima ovviamente... abbiamo fatto trenta, facciamo anche trentuno! I ragazzi sono entusiasti e corrono giù veloci, io ho i miei tempi, li seguo con calma. Il caldo torrido è opprimente, la sete incalza, ma devo conservare le scorte d'acqua per la salita. Tengo duro, e finalmente arrivo in fondo. Il panorama è stupendo. Il fiume scorre limpido, azzurro, s'inanella col rosso dell'arenaria. Aguzzando molto bene la vista, si vedono galleggiare lungo il fiume delle minuscole imbarcazioni, che viste da qui sembrano formichine. Le pareti rossicce cadono a strapiombo, un volo da qui significherebbe senza dubbio sfracellarsi sull'acqua. I ragazzi scattano foto e selfie senza misura e si avvicinano pericolosamente alle rocce. Io  mi sgolo per invitarli ad essere prudenti, ma in fondo li capisco. Il luogo è talmente scenografico e suggestivo che vale la pena correre qualche rischio – ma anche no!, la vita è una sola. Anche qui nessuna traccia di venditori ambulanti, né di bevande né di chincaglierie.

Niente. Solo natura selvaggia. Il bello è proprio questo. 

Ci sediamo sulle pietre e ci godiamo il panorama per alcuni minuti. Un luogo suggestivo che induce alla meditazione.
Giunge il tempo di risalire. La salita è davvero dura, la sete incalza, ho la gola secca. Mi fermo almeno quattro volte, mi manca il fiato dal caldo. Ho centellinato la poca acqua che avevamo a disposizione, la ingerisco a piccoli sorsi. I ragazzi salgono rapidamente, io faccio davvero fatica. Riuscirò ad arrivare in alto o mi verrà un colpo? Alla fine riesco a salire e tutto va nel migliore dei modi, ma per uno scatto ho rischiato davvero la disidratazione.
CONSIGLIO
Se volete intraprendere questa avventura, portatevi abbondanti scorte d'acqua, perché qui, come in altri punti strategici dei parchi americani, non ne vendono! Arrivateci attrezzati.
Se siete in zona e disponete di ulteriore tempo, può valere la pena una puntatina alla Glen Dam, la diga sul fiume Colorado, costruita alla fine degli anni cinquanta. Noi per esigenze di tempo ci siamo limitati a guardala da un punto panoramico piuttosto strategico, ma è possibile anche entrare e effettuare una visita in tutta calma e magari farsi una crociera sul Lake Powell. Da Page partono diverse escursioni interessanti, per chi ha la possibilità di fermarsi qualche giorno in più.


Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.
Il tempo di un caffè, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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Coi bambini nel Bryce Canyon National Park in auto

Coi bambini nel Bryce Canyon National Park in auto

Coi bambini nel Bryce Canyon National Park in auto

Mamme in viaggio Di Silvia Pattarini. Coi bambini nei parchi dello Utah: il meraviglioso Bryce Canyon, in auto a noleggio nel mitico Far West.

Abbiamo passato la notte in un hotel molto confortevole a Kanab, una graziosa cittadina dello Utah, denominata anche “la piccola Hollywood”, per l’elevato numero di pellicole cinematografiche che sono state girate nei dintorni. Sì, numerosi film ambientati nel mitico Far West, sono stati ripresi proprio in questa zona; lo dimostrano anche alcuni murales che raccontano le gesta di banditi e pionieri, nonché un paio di tepee (le tende degli indiani), lasciati in bella mostra per la gioia dei turisti di passaggio.
La strada davanti a noi è lunga e dritta e non si vede la fine. Ai lati della carreggiata s’alternano rocce e altipiani rossicci, attraversiamo foreste e centri abitati. Lungo la via anche la carcassa di qualche animale morto, a dimostrazione che la fauna selvatica in questa zona è ricca e variegata.
Finalmente dopo aver macinato chilometri e chilometri, a mattina inoltrata giungiamo al parco naturale del Bryce Canyon.

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Cosa vedere a Bryce Canyon National Park?

Giunti a Bryce Canyon City, superiamo il controllo dei Ranger, ai quali esibiamo la nostra tessera parchi, acquistata in precedenza presso lo Zion National Park, che ci consente l’ingresso ai principali parchi americani, ad esclusione dell’Antelope Canyon e della Monument Valley che, essendo situati nella riserva indiana Navajo, sono gestiti direttamente dai nativi americani.
LA TESSERA PARCHI
La tessera parchi costa 80 euro e permette di visitare tutti i parchi americani (tranne l'Antelope Canyon e la Monument Valley che sono collocati all'interno della riserva indiana). È rilasciata dai Ranger ad ogni auto che attraversa un parco e si intende per tutti i passeggeri dell'auto. Conviene l'acquisto se si è intenzionati a visitare almeno tre parchi; ha validità annuale. All'ingresso di ogni parco si trova la postazione dei Ranger presso i quali si può acquistare o esibire la tessera, oppure comprare il biglietto per singola entrata.
La strada all’interno del parco s’allunga per una ventina di chilometri tra foreste di conifere. Decidiamo di salire con l'auto fino al punto più distante, sostare e poi tornare indietro, fermandoci ai vari punti panoramici che sono ben diciotto. Il Rainbow point, la cima più alta, raggiunge i 9.115 piedi, equivalente a 2.778 metri. Ci godiamo lo spettacolo del grande anfiteatro, consapevoli che qui il paesaggio non è mai statico ma in continua evoluzione.

Spettacolari pinnacoli striati di rosso ocra e bianco, prendono vita dalla sabbia e creano guglie che si estendono sotto di noi a perdita d’occhio. Assomigliano a delle colonne giganti e sono chiamati Hoodoos.

La temperatura è gradevole nonostante il sole sia alto nel cielo. Abbiamo lasciato alle spalle la canicola della frenetica Las Vegas, si sta proprio bene, sembra una bella giornata di primavera nonostante sia il 19 agosto.
Si è fatta ora di pranzo, ma disponiamo solo di acqua e un paio di sacchetti di patatine, acquistate al supermercato di Kanab, per avere una piccola riserva di emergenza. Ma qui nessun negozio, non c’è traccia nemmeno di qualche ambulante che possa venderci acqua o cibo. Niente.

Bryce Canyon National Park

Tra le conifere spiccano panche e tavolini da picnic, a patto che i viveri li abbiate con voi. 

Altrimenti si salta il pasto. Non c’è trippa per gatti, né tanto meno per gli scoiattolini che accorrono ai nostri piedi, nella speranza di racimolare qualche briciola. Ci accontentiamo di sgranocchiare qualche patatina, giusto per rompere la fame, coscienti che un pasto vero e proprio potremo farlo solo quando torneremo giù, a Bryce Canyon City, dove è possibile trovare ogni ben di Dio, dagli hamburger, alle pizze, dalle steak house, agli hotel, ai negozi per turisti, c'è solo l'imbarazzo della scelta.

Cominciamo la nostra discesa sostando in ogni punto panoramico: Inspiration Point, Sunset Point e Sunrise Point per godersi il Black Birch Canyon, l'Agua Canyon e il Natural Bridge.

Mi limiterò a descriverne solo qualcuno, anche se in realtà abbiamo sostato in tutti diciotto. Sicuramente degno di nota è Black Birch Canyon che arriva a quota 8.750 piedi. Interessante il gioco di colori, tra il verde delle conifere, il blu del cielo; il vento qui gioca la sua parte, disegnando striature particolari sulle rocce rossastre che emergono dal basso e spiccano verso il cielo. Il vento sgretola le rocce, creando una sabbia sottile che si deposita sul fondo originando morbidi sentieri.
Sicuramente merita una sosta l’Agua Canyon, alto 8.800 piedi. Da non perdere assolutamente il Natural Bridge alto 8.627 piedi, dove si distingue un bellissimo arco naturale, creatosi anch'esso grazie all’erosione del vento e delle intemperie.
Continuiamo a scendere, fermandoci nei vari punti, sempre molto suggestivi. Interessante anche la flora, che regala un po' di giallo a questa armonia di colori caldi.
A mio parere i punti più belli sono i primi tre, Inspiration Point, Sunset Point e Sunrise Point. È qui che ho incontrato la vera quintessenza della poesia, la poesia delle pietre.

Scogliere rosa, scogliere grigie, scogliere bianche, scogliere vermiglio, scogliere cioccolato. Come sarebbe bello poter arrivare qui la mattina presto, annusare l’aria fresca sulla pelle mentre la montagna s’accende con la luce rossastra dell’alba. Ascoltare la melodia delle pietre che si staccano, cadono, rotolano e si frantumano, mentre il sole arcuando il cielo getta un caleidoscopio di sfumature di ombre tremule sulla sabbia.

È possibile percorrere i sentieri a piedi, disponendo di parecchio tempo. Sono numerosissimi, facili da percorrere e decisamente suggestivi.

Purtroppo il nostro tempo è sempre tiranno e ci concediamo una breve discesa a piedi tra quelle spettacolari formazioni in pietra. Sarebbe bello incontrare indiani e cowboy, magari a cavallo. Non è da escludere un incontro col serpente a sonagli, il leone di montagna, l’antilope o il cane della prateria. Sopra di noi, nel cielo blu volano serene rondini viola e ghiandaie blu. Forse anche qualche falco. Avverto lo sgretolarsi delle pietre sotto di noi. È il vento che stacca gli strati più superficiali di rocce e li leviga creando geometrie che cambiano di giorno in giorno. Qui le pietre non riposano mai. È la magia di un luogo fantastico, che non ha eguali.
Adatto anche ai bambini, sia per il percorso agevole, sia per la presenza di molte aree picnic,  sia per le temperature non eccessivamente elevate. È possibile il campeggio, ma prestate attenzione agli animali selvatici, che qui dimorano nel loro habitat naturale. Non si esclude la presenza di orsi, anzi a loro di frequente si dedicano simpatiche statue, sparse in punti strategici e turistici. Durante la stagione invernale sono possibili copiose nevicate, le cosiddette snowstorm: in questi periodi la strada per la salita ai punti panoramici viene chiusa.

Bryce Canyon

Dove dormire

È possibile pernottare direttamente presso le strutture presenti a Bryce Canyon City, sicuramente comodi punti di partenza per le escursioni in giornata. Per chi invece è intenzionato a organizzare una vacanza più dinamica, alla scoperta anche di altri parchi americani, consiglio di pernottare strada facendo, e, a seconda dell'itinerario che si intende percorrere, stabilire tappe con sosta per la notte, poiché è possibile trovare soluzioni decisamente più economiche che a Bryce Canyon City, ma comunque molto confortevoli.
Il nostro viaggio prosegue, prossima tappa Page. Maciniamo altri 200 chilometri.



Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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Cotswolds coi bambini: viaggio nella campagna inglese di Harry Potter

Cotswolds coi bambini: viaggio nella campagna inglese di Harry Potter

Cotswolds coi bambini: viaggio nella campagna inglese di Harry Potter

Mamme in viaggio Di Silvia Pattarini. Le Cotswolds, la campagna inglese di Harry Potter, un itinerario per tutte le stagioni: cosa vedere e cosa fare quando si viaggia con bambini al seguito.

Siete atterrati in uno degli aeroporti attorno a Londra ma avete voglia di qualcosa di diverso dalla caotica atmosfera metropolitana?
Un itinerario nelle Cotswolds, a un paio d’ore dalla capitale, potrebbe essere una valida alternativa per scoprire la vera Inghilterra, la “verzura inglese” nominata nei libri di Jane Austen, zona rurale e collinare ricca di paesini medioevali ma non solo; in questa zona sono state girate anche alcune scene dei film della famosa saga di Harry Potter. Tra paesini e campagna, fiumi e laghetti è un’oasi di pace e tranquillità, meta prediletta del principe Carlo, ma anche di star del cinema hollywoodiane: Hugh Grant e Lily Allen hanno acquistato una casetta proprio da queste parti, esattamente dove... è un segreto!
Territorio in prevalenza collinare, assume la forma di un triangolo scaleno irregolare, con la punta inclinata verso sud. Geograficamente parlando si colloca tra la città di Bath, a sud, per congiungersi con la centralissima Cheltenham (capitale delle Costwolds) verso nord/ovest, per proseguire in direzione nord-nord est fino ai confini di Oxford, e abbraccia ben sei contee: Bath e il North East Somerset, Wilthshire, Worcestershire, South Warwickshire, Gloucestershire, Oxfordshire.


Se invece atterrate a Bristol siete già in zona, ma vi consiglio caldamente un’auto a noleggio, che consente tutta la libertà negli spostamenti di cui avrete bisogno per visitare i caratteristici paesini, che sembrano usciti da un libro di fiabe; in alternativa considerate i mezzi pubblici.

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Viaggio nelle Cotswolds: Lacock.

A una mezz’oretta d’auto da Bath, incontriamo un paesino molto pittoresco, caratterizzato da casette a graticcio e famoso per l’antica Abbazia. Lacock dal 1944 appartiene al National Trust.
Camminando tra le casette decorate da coloratissimi fiori, si ha la sensazione di trovarsi sul set di un film. È proprio così, l’Abbazia è stata teatro di numerose pellicole cinematografiche, tra le più recenti la famosa saga di Harry Potter. Ci fermiamo a osservare un vecchio portone: è proprio qui davanti che Harry Potter incontra il suo maestro Albus Silente per la gioia immensa dei miei figli, sfegatati fans del giovane maghetto. Una foto è d’obbligo.

L’antica Abazia di Lacock

Per chi volesse soggiornare in zona, c’è solo l’imbarazzo della scelta, tra B&B e cottagge in stile British. Per chi è in cerca di relax e passeggiate in mezzo alla natura è il luogo ideale da cui cominciare, da qui si diramano sentieri che promettono rilassanti prospettive immersi nel verde.


Viaggio nelle Cotswolds: Castle Combe.

Sono circa venti minuti che abbiamo lasciato Lacock e stiamo percorrendo un lungo tunnel che serpeggia tra i folti rami degli alberi che oscurano il cielo e ci ricoprono con le loro fronde verdeggianti come fossimo in una galleria: avremo sbagliato strada?
Finalmente ecco una luce in fondo al tunnel: rivela i primi tetti di un borgo nascosto, rimasto così com’era dai tempi del medioevo. Le Junion Jack sventolano rimarcando il territorio, casettine color paglia si rivelano ai nostri occhi come una magia; piccoli cottagge dal nome di animali mitologici si affacciano lungo la water street, la via principale che separa le casette, una in fila all’altra, una uguale all’altra, per la gioia dei turisti che scattano foto e selfie. Dalle finestrelle con gli infissi di legno penzolano vasi di coloratissimi fiori, pampini con grappoli d’uva intrecciati orlano le mura color ocra di un edificio secolare: questi cottagge si caratterizzano per i loro tetti grigi spioventi e dall’architettura particolare con doppi camini. Un’edera rampicante trova spazio attorno a un vecchio pozzo, crocevia di tre strade. Attraversiamo il ponticello in pietra e i ragazzi scendono nel greto del ruscello che offre acque basse, lente e cristalline. Sembra che qui il tempo si sia fermato, eppure una moltitudine di persone colorate s’affanna a scattare foto, alla ricerca del miglior scatto istagrammabile che otterrà centinaia di like. Sperano forse di incontrare qualche gnomo e qualche elfo? Beh a dirla tutta, l’atmosfera che si respira è proprio quella, è un luogo talmente pregno di magia che tutto è possibile, anche incontrare un folletto, un unicorno o un cervo bianco.
Una veloce visita alla chiesa di S. Andrea, con annesso cimitero intorno. Questa cosa dei cimiteri attorno alle cattedrali m’inquieta non poco: leggere i nomi dei defunti sulla lapide e immaginare le cause del loro trapasso... tante storie diverse, tante sofferenze che meriterebbero più intimo rispetto, perché lasciarle alla mercé di turisti distratti?
S'è fatta l'ora del tè. Ci guardiamo attorno, ci sono almeno due tea room a pochi metri una dall'altra, quale scegliere? Entriamo in quella che s'affaccia sulla strada: si nota per la penzolante insegna in ferro battuto che richiama una teiera. Tra panini al cetriolo e salmone, pizzette e salatini, scones con clotted cream e marmellata alla fragola, fragole fresche e torte a volontà, ah... dimenticavo il tè... per stasera la cena è risolta.

Viaggio nelle Cotswolds: Bibury.

Nella contea del Gloucestershire, il paesino di Bibury ci accoglie con la sua lunga fila di cottagge secolari lungo la Arlington Row, una delle strade più fotografate d’Inghilterra. Questa fila di antiche casette risalenti al XIV secolo, sono attualmente di proprietà del National Trust, ma un’effige su un cottagge cita così "Arlington Row bought & repaired by the Royal Society of Arts AD 1929" (comprato e riparato dalla Società reale delle arti AD 1929).
Il fiume Coln scorre lento sotto le arcate dei ponticelli, accarezzato dai lunghi rami dei salici piangenti, habitat ideale per una fauna ittica particolare: i pesci si contano uno ad uno tanto l’acqua è limpida, ma (mi fa notare mio figlio Leonardo) convivono anche salamandre e una rara varietà di tritoni.
Imbocchiamo la via principale. Giardini curatissimi contornano gli antichi cottagge, rimasti immutati attraverso i secoli; anche qui come a Castle Combe tantissimi turisti s’accalcano per lo scatto con lo sfondo migliore. Pochissimi sono gli italiani, i rari che ho incontrato si contano sulle dita di una mano, per l’altra mano ci penso già io con la mia famiglia.
Da una collinetta si diramano sentieri che si perdono tra curatissimi boschi, ideali per gli amanti del trekking o semplicemente delle passeggiate a stretto contatto con la natura.

Bibury

CURIOSITÀ
Il 26 dicembre Bibury sarà teatro di un evento cui noi italiani non siamo abituati: la corsa delle anatre, Bibury Duck Races. Migliaia di anatre di carne e piume e altre paperelle di gomma, in sfida per una gara di beneficenza nel fiume Coln.
Per maggiori info: www.biburyvillage.uk.

Viaggio nelle Cotswolds: Bourton on the Water.

Conosciuto come la “Venezia delle Cotswolds” per i ponti e i canali che lo caratterizzano, Bourton on the Water è situato nella contea del Gloucestershire.
Costruito sul fiume Windbrush che divide il villaggio in due parti, è quello che vanta maggiori attrazioni turistiche. Dal parcheggio seguiamo la passeggiata che costeggia il canale, pesci e anatre convivono in armonia con la flora rigogliosa e la varietà di turisti. Bambini e adulti intrepidi, si cimentano in giocose passeggiate nell’acqua che arriva giusto alle caviglie, d’altro canto il sole scotta, perché non rinfrescarsi un po’? Al primo ponticello attraversiamo e ci intrufoliamo nel cuore del paese. Qui B&B, ristoranti, bar, tea room e gift shop ricavati in vecchi cottagge spuntano ovunque come funghi, c’è giusto l’imbarazzo della scelta. La passeggiata si rivela piacevole e rilassante: nella moltitudine di turisti siamo gli unici italiani, prevalgono tratti somatici orientali.
Tra le attrazioni adatte anche ai bambini, sicuramente da segnalare il museo dei motori antichi Cotswold Motoring Museum & Toy Collection, il Model Villagge, ovvero la ricostruzione in miniatura del villaggio Bourton on the water, e il Birdland, un grande parco ornitologico che ospita tantissime varietà di uccelli da tutto il mondo: dai pinguini, ai fenicotteri rosa, dai pappagalli ai pellicani e tantissimi altri. Nello stesso parco, compreso nel prezzo d’ingresso, anche un percorso nel bosco per un’avventura tra i dinosauri.

Bourton on the Water e Castle Combe

SAVE THE DATE
Segnatevi in calendario la settimana tra il 21-29 ottobre. Il parco ospiterà degli uccelli spaventosi, in vista di Halloween. “Birdland Half Term Shriek Week”, solo per coraggiosi!
Per maggiori info: www.birdland.co.uk.

Viaggio nelle Cotswolds: Lower Slaughter.

A cinque minuti d’auto da Bourton on the water, o con un’escursione a piedi avventurandosi tra i sentieri, o magari meglio ancora con una bella passeggiata a cavallo, si giunge senza fatica nell’ultimo villaggio che ho avuto l’occasione di visitare. Un altro fiume scorre lento, attraversato da ponticelli, Lower Slaughter è sicuramente meno turistico del precedente, ma non meno affascinante: abbiamo l’opportunità di trovarci nel bel mezzo di un matrimonio. Gli sposi stanno uscendo dalla chiesetta, mentre le campane, manipolate a corde, intonano una scampanata festosa. Nel giardino di una villa lì accanto, stanno organizzando il catering: m’affaccio a curiosare da un’apertura attraverso la siepe e vedo una lepre… non una lepre in carne ed ossa, ma una scultura di lepre, simile ai gufi che avevo visto a Bath. Così scopro questa iniziativa curiosa, ben lontana dal nostro modo di pensare italiano. In Inghilterra gli animali hanno un ruolo importante nella vita quotidiana, pensate alle fiabe che li vogliono protagonisti, così hanno pensato di renderli attori in vari progetti. Per tutto il mese di settembre l’iniziativa Cotswolds AONB Hare Trail vede come protagoniste 130 sculture di lepri, alte quanto un uomo, sparse il tutto il territorio delle Cotswolds lungo quello che chiamano il sentiero delle lepri. Artisti locali hanno il compito di dipingerle a loro piacimento seguendo il tema imposto: il paesaggio delle Cotswolds.
Per maggiori info: www.cotswoldsharetrail.org.uk.

Il periodo migliore per visitare le Cotswolds? 

L’estate offre giornate più lunghe e soleggiate, ma il paesaggio è affascinante anche in autunno, quando le piante si tingono di colori caldi.
Immaginatevi l'inverno: tutti questi paesini coi tetti ammantati di neve, i camini fumanti e  all'imbrunire le finestrelle gialle che s'accendono; oppure pensate a quanto potrebbe essere romantico passeggiare tra i mercatini di natale a Bath e poi immergersi nell’atmosfera di una accogliente tea room sorseggiando un buon tè caldo o una fumante cioccolata!
E che dire delle tinte pastello dei fiori di primavera quando le giornate sono ideali per le camminate nella natura?

SAVE THE DATE
Se amate la fotografia non perdetevi questo evento: Autumn Photography Workshop, Batsford Arboretum, dal 24 ottobre al 1° novembre.
Per maggiori info: www.batsarb.co.uk.

Mercatini di natale a Bath, dal 22 novembre al 9 dicembre.
Per maggiori info: bathchristmasmarket.co.uk.

Se volete provare un'esperienza unica, non perdetevi Enchanted Christmas, Westonbirt Arboretum dall'1 al 23 dicembre, e immergetevi nell' incanto di una foresta illuminata a Westonbirt, in dolce compagnia o con i vostri figli nel mese di dicembre. L'importante è coprirsi bene!
Per maggiori info: www.forestry.gov.uk.

Insomma le Cotswolds sono come la pizza, consigliabili in tutte le stagioni, a voi la scelta.

Silvia Pattarini

Silvia Pattarini
Ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni.
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