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Recensioni: Le magnifiche vite precedenti del Buddha, a cura di Genevienne e Tea Pecunia

Recensioni: Le magnifiche vite precedenti del Buddha, a cura di Genevienne e Tea Pecunia

Recensioni: Le magnifiche vite precedenti del Buddha, a cura di Genevienne e Tea Pecunia

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Le magnifiche vite precedenti del Buddha. I jataka a cura di Genevienne e Tea Pecunia (Rizzoli). Un libro che racconta il buddhismo in modo accessibile, originale, curioso, profondo per chi vuole conoscerne l'aspetto storico e dottrinale e soprattutto trarne insegnamenti necessari per vivere una vita più equilibrata e spirituale.

Il libro si apre con un’introduzione di Genevienne Pecunia, una delle due curatrici e traduttrici dell’opera, la quale spiega innanzitutto cosa sono i jataka, ovvero una raccolta di oltre cinquecento racconti in lingua pali racchiusi in vari volumi in cui si narrano le reincarnazioni passate del Buddha. Successivamente si sofferma su che cosa sono il Dharma e il Kamma, la struttura narrativa di ogni jataka ma soprattutto approfondisce la figura del Buddha, a partire dalle sue origini fino a quando è diventato un illuminato. Dopo una trentina di pagine di essenziali e necessarie precisazioni, si passa ai jakata veri e propri. O meglio, a una cinquantina di essi, selezionati tra quelli più brevi, interessanti e comprensibili.

Ogni jataka inizia con un dialogo tra il Buddha e i suoi interlocutori giunti al suo cospetto.

Per chiedergli un chiarimento, per trovare una soluzione a un problema o più semplicemente per ottenere un punto di vista illuminato su un episodio a loro accaduto o di cui sono stati testimoni.
Successivamente il Buddha narra un episodio accadutogli in una sua reincarnazione dimostrando come la stessa situazione l’ha vissuta anche in un’altra epoca e in altre vesti o sembianze a volte neppure umane: nelle sue vite passate è rinato non solo sotto forma di uomo ma anche di animale (per dirne alcuni: un toro, un bue, un cavallo volante, un topo e un leone), di piante e persino di divinità.

Ogni jataka si conclude con la “Guida alla lettura”, ovvero un'analisi profonda a opera delle curatrici.

Genevienne e Tea Pecunia forniscono parallelismi con la dottrina buddhista, li interpretano in chiave psicologica, spirituale e metaforica, chiariscono il significato di alcune parole in pali o spiegano usi e costumi storici e sociali sconosciuti a noi occidentali. Tutto ciò per fare in modo che il racconto non venga frainteso o che al lettore sfuggano i concetti importanti di questa affascinante filosofia. Ecco perché la “Guida alla lettura” si può considerare un vero e proprio valore aggiunto e prezioso di questa raccolta.

Ciò che più salta all’occhio durante la lettura dei jataka è quanto il Buddha fosse un uomo onesto, compassionevole, profondo, gentile e intelligente.

Ma soprattutto, quanto il Buddha fosse un grande maestro e una guida non solo per i propri monaci ma anche per le persone comuni. Si evince quanto avesse un profondo rispetto per l'anzianità monastica, apprezzasse il benessere interiore, adottasse la non violenza, desiderasse una società inclusiva, ripudiasse l'avidità, abbracciasse la condivisione e desse il giusto valore ai rapporti umani, all’onestà e alla compassione verso tutti gli esseri viventi.
Eppure, a volte, il Buddha nei racconti riveste anche ruoli spiazzanti e sconvolgenti, quali ad esempio quello di uno sciacallo che si fa strada nel corpo di un elefante morto per nutrirsi. Ma attenzione, perché ciò che sembra un episodio incoerente con la sua natura di illuminato ha una profonda e coerente ragione d'essere: il racconto, infatti, altro non è che una metafora incentrata sul concetto di avidità e brama.
Altre volte ancora, inaspettatamente, il Buddha riveste solo il ruolo di co-protagonista o di osservatore.

Che dire di Le magnifiche vite precedenti del Buddha, a cura di Genevienne e Tea Pecunia?

I jakata sono piacevoli da leggere, simpatici, drammatici, violenti e splatter (ma solo per mostrare le debolezze umane, in special modo la stupidità, la presunzione, l’arroganza, il desiderio di sopraffazione e di possesso) e fanno riflettere. Ma chiariamo: questi non si devono considerare episodi reali, storici e da prendere alla lettera ma solo letture simboliche, metafore, parabole e favole atte a veicolare un concetto fondamentale del buddhismo. Ecco perché ogni elemento, anche il più assurdo (dai personaggi al luogo al contesto), non è stato inserito a caso o per il mero piacere di stupire, divertire o sconvolgere ma ha una sua logica e importanza.

Ciò che accomuna tutti i jataka è il loro messaggio etico e morale condiviso con un linguaggio semplice, diretto, d'impatto e chiaro.

Ecco perché riescono a trasmettere concetti profondi, complessi e delicati in modo semplice ma al tempo stesso incisivo e mai scontato.
Non solo, offrono insegnamenti ad hoc soprattutto perché, per quanto scritti secoli addietro, riportano tematiche attuali e soprattutto principi adattabili a ogni generazione, età, nazionalità, cultura e ceto.
Senza contare che stimolano riflessioni atte a migliorare la propria vita, vivere in modo equilibrato, avere una linea di condotta civile se non addirittura spiritualmente elevata, affrontare gli ostacoli di ogni giorno in modo retto e prendere le distanze dalla superficialità del mondo contemporaneo. Soprattutto sono parabole che forniscono le chiavi per manifestare la propria compassione, generosità, disciplina morale e altruismo nonché per ricordarci come ogni nostra azione provoca una reazione che coinvolge non sono noi stessi ma anche chi ci circonda.

Le storie sono così variegate e toccano così tanti aspetti della vita comune che inevitabilmente il lettore si identificherà con alcuni personaggi o dinamiche narrate.

Ciò lo spronerà a mettersi in discussione anche quando gli insegnamenti del Buddha cozzano con le proprie credenze a volte superficiali, malsane, autodistruttive, antisociali e discutibili. Al tempo stesso, il giocoforza di molti racconti è che i personaggi, in quanto animali, creano quel giusto distacco emotivo nel lettore per non “chiudersi a riccio” di fronte a ciò che potrebbe toccarlo nel vivo, cosicché sarà più aperto a interiorizzare i messaggi in essi contenuti.
L'opera è stata curata da Genevienne e Tea Pecunia in modo tale da essere comprensibile e accessibile anche a chi non conosce la storia di Buddha o il buddhismo in generale. Al tempo stesso le curatrici, attraverso la loro “Guida alla lettura”, contribuiscono a far conoscere una cultura così lontana dalla nostra da risultare spesso misteriosa e difficile da comprendere.

A chi consiglio Le magnifiche vite precedenti del Buddha a cura di Genevienne e Tea Pecunia?

In definitiva, il libro è consigliato non solo a coloro che già conoscono il buddhismo o addirittura lo praticano, ma anche a tutti quelli che semplicemente vogliono conoscere in modo accessibile, originale, curioso ma soprattutto profondo non tanto l'aspetto storico o dottrinale di questa filosofia di vita quanto gli insegnamenti e i concetti necessari per vivere una vita più equilibrata e spirituale.


Le magnifiche vite precedenti del Buddha
I jataka


a cura di Genevienne e Tea Pecunia
Rizzoli
Buddismo | Biografie e autobiografie
ISBN 978-8817191494
Cartaceo 12,35€
Ebook 7,99€

Quarta

Il ciclo delle reincarnazioni è uno dei cardini del buddhismo, una catena che si può spezzare solo raggiungendo l'illuminazione. E quali esistenze ha vissuto il Buddha, l'Illuminato, prima di nascere come Siddhartha Gautama? È proprio a questo interrogativo che rispondono i jataka, racconti sapienziali contenuti nel Canone pali, la più importante raccolta di testi del buddhismo Theravada. In queste storie, basate su elementi favolistici del folklore indiano, vengono raccontati valori come la compassione, l'altruismo e la sincerità, incarnati nella figura del Buddha, che di volta in volta agisce nella storia come un mercante, un nobile, un mendicante o persino una antilope, un toro, una scimmia, una pernice, uno spirito arboreo. Questa raccolta, tradotta dal pali da Genevienne Pecunia e curata assieme a Tea Pecunia, fa scoprire al lettore testi affascinanti e divertenti, in cui gli insegnamenti che si dipanano sulla ruota dell'esistenza incontrano gli elementi più universali, freschi e vitali della narrativa popolare.



Andrea Pistoia
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Recensione: Sono contenta che mia mamma è morta, di Jennette McCurdy

Recensione: Sono contenta che mia mamma è morta, di Jennette McCurdy

Recensione: Sono contenta che mia mamma è morta, di Jennette McCurdy

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Sono contenta che mia mamma è morta di Jennette McCurdy (Mondadori). La star della serie iCarly e Sam & Cat si racconta in un libro autobiografico, e confessa, col tono leggero della commedia, dinamiche familiari abusanti.

La mamma è sempre la mamma.
Nessuno ti amerà mai come tua madre.
Il resto del mondo potrà tradirti, ma mai tua madre.
Tua madre sarà sempre il tuo punto di riferimento.
Nessun amore è puro e disinteressato come quello di una madre.
Queste sono affermazioni a cui tutti siamo abituati.

Si dà per scontato innanzitutto che le donne abbiano istinto materno per definizione, ma di certo, nel credere comune e nell’immaginario collettivo, l’amore di una madre raramente viene messo in discussione.

In realtà, la maternità presenta molti insidie. Chi ha letto i libri di Elena Ferrante, la saga dell’Amica geniale, ma prima ancora La figlia oscura, trova un’oscillazione continua dei protagonisti tra sentimenti ambivalenti: i rapporti “stretti” per definizione, come quello tra le amiche del cuore o quello tra madre e figlie, non sono affatto idilliaci, anzi parecchio inquietanti, con dei retroscena di gelosia, invidie, fino alla cattiveria.

Jennette McCurdy scrive un libro autobiografico con un titolo che scandalizzerebbe tutti i benpensanti e sostenitori della sacralità della famiglia tradizionale: Sono contenta che mia mamma è morta.

Come si può essere contenti che la propria mamma sia morta? Bisogna essere davvero senza cuore, dei figli ingrati per gioire della morte della propria madre, della donna che ci ha donato la vita.
Appena ci si addentra nella lettura, però, si comprende che McCurdy ha le sue sacrosante ragioni.
Jennette McCurdy ha speso diversi anni della sua adolescenza, tra il 2007 e il 2014, interpretando il ruolo di Sam nella serie iCarly, una sitcom young adult, e successivamente lo spin off Sam & Cat. Prima di approdare a quel ruolo che le ha regalato una certa notorietà, ha percorso una lunghissima gavetta, partita dall’infanzia, composta da provini, casting per fare la comparsa e film in cui recitava un paio di battute.
Oggi Jennette McCurdy ha trentatré anni. Nel 2018 ha smesso di recitare e si è dedicata ad altre forme di comunicazione tra cui la scrittura che probabilmente è il metodo espressivo più nelle sue corde. Sono convinta che ognuno di noi abbia un modo prevalente per esprimersi al meglio: c’è chi canta, chi disegna, chi parla. Jennette McCurdy credeva che il suo fosse la recitazione, perché era ciò che le diceva sua madre.

Jennette cresce cercando di compiacere la madre, guarita ma dalla parvenza tanto fragile.

Debra McCurdy, moglie di Mark, aveva infatti avuto un cancro in stadio avanzato già quando Jennette era piccola. La vede spesso arrabbiarsi con suo padre Mark, cacciarlo di casa per giorni, e con i suoi tre fratelli. Lei non vuole farla innervosire, Debra sa essere molto dolce e premurosa con chi le ubbidisce. I McCurdy, mormoni, vivono insieme ai genitori di Debra, che si sono stabiliti lì dopo il cancro della figlia. Hanno però diversi problemi economici e la casa è tutto fuorché confortevole, visto che Debra è un’accumulatrice seriale e i ragazzi dormono su un tappeto per terra in quanto sui loro letti c’è una quantità di roba inutile che non riesce mai a essere smaltita.

In questa famiglia con evidenti disfunzionalità, Debra ha deciso che Jennette farà l’attrice.

E la piccola Jennette, che con la madre ha un rapporto simbiotico, non vuole deluderla. In fondo la mamma si sacrifica tanto per lei, nonostante la salute precaria la accompagna in giro per provini con levatacce alle tre del mattino.
Inizia quindi il periodo in cui Debra farebbe carte false pur di piazzare Jennette sotto l’ala di un buon agente; non si trattiene dal muovere gli interlocutori a pietà con la sua malattia, fa persino studiare recitazione, canto e danza alla figlia. E alla fine ci riesce: la carriera di Jennette prende il via. L’ambizione e la tenacia della madre vengono premiate. Ma a che prezzo?

Quando un genitore è abusante, alcune dinamiche sono dei cliché.

Primo: il genitore appioppa un ruolo al figlio, e da quel ruolo non si scappa. Che sia quello della pecora nera o del fanciullo modello, da quel momento il figlio può solo adeguarsi. Jennette McCurdy doveva essere un’attrice.
Secondo: al genitore non interessa nulla delle aspirazioni del figlio. Debra non ha mai chiesto a Jennette cosa volesse fare della propria vita. Si è limitata a metterle in testa che il suo destino era recitare.
Terzo: per il genitore abusante il figlio non è un individuo, ma un’estensione di sé. Jennette doveva essere l’attrice che Debra non era potuta diventare.
Quarto: l’amore su condizione. Con un genitore abusante, un figlio viene amato e vezzeggiato solo se rispetta il suo ruolo. In caso contrario viene colpevolizzato e allontanato anche se non ha fatto niente di moralmente riprovevole e sbagliato. Ogni tentativo di indipendenza e di individualità viene tacciato di ribellione e trattato come un’offesa personale verso il genitore.

Jennette non vorrebbe mai deludere sua madre, non vorrebbe mai causarle un dolore o uno stress e subire le conseguenze di scenate, ripicche, rifiuti.

Così sottostà a ogni richiesta, si fa fare la doccia e ispezionare da lei i genitali fino a diciassette anni, si fa tingere le ciglia di scuro per essere più carina, rischiando la cecità e, quando a undici anni inizia a manifestare i primi segni della pubertà, accetta di dimezzare le calorie della propria alimentazione pur di mantenere un aspetto fanciullesco.

Nel 2013 Debra muore. Il cancro torna e se la porta via in breve.

Jennette soffre moltissimo. Le viene a mancare l’unico punto di riferimento, la persona con cui aveva il legame più forte.
In quel momento la figura di sua madre è ancora idealizzata, lei non l’ha mai messa in discussione.
A Jennette McCurdy però manca qualcosa. È in quel periodo che inizia a bere, che l’anoressia si trasforma in bulimia, che lei vomita anche dieci volte al giorno.
Le catene che le aveva messo sua madre non ci sono più, per questo inconsciamente ne cerca altre.

Ci vorranno anni di terapia per prendere le distanze dal rapporto con sua madre e per riconoscerne i suoi reali contorni: abuso e co-dipendenza.

Jennette era talmente vicina a sua madre da non riuscire a vedere la situazione da una prospettiva oggettiva. Non poteva rendersi conto che la generosità di sua madre era solo una manipolazione (i narcisisti sanno essere davvero generosi e grandiosi, compiono azioni oggettivamente buone; il problema è la motivazione di fondo che li spinge a farle). Quando Jennette iniziava a reclamare la propria indipendenza da adolescente, la madre le si scagliava contro, facendo leva sul suo senso di colpa e sulle conseguenze catastrofiche che il suo comportamento avrebbe provocato. Eppure a Jennette, curiosamente, pareva normale. Jennette aveva subito molte angustie, aveva plasmato il suo comportamento sulle richieste di sua madre, ma per lungo tempo non riesce a essere critica.

La figura di Debra subisce un netto ridimensionamento nella testa di Jennette quando Mark le confessa, un anno dopo la morte della moglie, di non essere il padre biologico suo e di due dei suoi fratelli.

Debra aveva un’altra relazione, Debra sapeva mentire.
Nel 2018 Jennette si prende una pausa a tempo indeterminato dalla recitazione e si dà alla scrittura, con idee più chiare sulla direzione da dare alla sua vita. Spero che continui su questa strada perché Sono contenta che mia mamma è morta, pur lungo, è molto ben strutturato. Composto da tanti capitoli brevi, il tono è quello leggero della commedia (imprinting della sit-com?), molto ironico; il punto di vista è quello di Jennette bambina e poi ragazzina, ma la verità dell’abuso arriva nuda e cruda. Ne consiglio la lettura, può essere uno spunto per indagare le proprie dinamiche familiari e scoprire che situazioni ritenute normali in realtà sono abnormi. Non tutte le madri sono buone come si crede.


Sono contenta che mia mamma è morta

di Jennette McCurdy
Mondadori
Biografia
ISBN 978-8804773207
Brossura + cover rigida | 384 pagine cartaceo 14,38€
ebook 9,99€

Quarta

Jennette McCurdy ha solo tredici anni quando diventa una celebrità della tv grazie alla serie "iCarly". Dietro il suo sorriso smagliante si nasconde però l'inferno degli abusi fisici e psicologici a cui sua madre la sottopone fin da quando è bambina. Ossessionata dall'idea di fare della figlia una star, Debbie ha assunto il controllo maniacale di ogni aspetto della sua vita. E Jennette, pur di vedere la madre felice e di conquistare il suo amore, è disposta a rinunciare all'infanzia normale che vorrebbe così tanto. Giorno dopo giorno, per anni, Debbie cerca di distruggere Jennette per ricostruirla a suo piacimento. Solo quando il cancro obbliga Debbie a stare in ospedale e lontano da lei, Jennette scopre fino a che punto è riuscita a devastarla. Preda di disturbi alimentari, dell'alcol e di una grave depressione, è costretta ad affrontare il suo passato e il mostro che l'ha resa ciò che non avrebbe mai voluto essere. Scritto con disarmante sincerità e umorismo nero, "Sono contenta che mia mamma è morta" è il racconto di quello che succede quando chi ci dovrebbe amare più di tutti abusa della nostra innocenza. Ma soprattutto è una storia che parla di resilienza e conquista della libertà. E della felicità di farti lo shampoo da sola.



Elena Genero Santoro
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Recensione: Chiudo la porta e urlo, di Paolo Nori

Recensione: Chiudo la porta e urlo, di Paolo Nori

Recensione: Chiudo la porta e urlo, di Paolo Nori

Libri Recensione di Davide Dotto. Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori (Mondadori). Dalla parola scritta alla parola recitata: il monologo come strumento di narrazione. Attraverso la biografia e la critica letteraria, l'autore intreccia la propria esperienza personale con le vite e le opere degli autori di cui scrive, offrendo una prospettiva particolare.

I libri di Paolo Nori sono monologhi per il teatro, vanno letti così, recitati. È la stessa punteggiatura a dirlo, costruita per segnare le pause del parlato più che l’organizzazione sintattica e del periodo. Un esempio evidente di questo stile è il libro "Sanguina ancora", dedicato a Delitto e Castigo di Dostoeskij e pubblicato nel 2021. Chiunque abbia letto questo libro avrà notato come la punteggiatura guidi il ritmo della lettura.

Leggi anche Davide Dotto | Recensione: Sanguina ancora, di Paolo Nori

Tra oralità e scrittura prevale il racconto di un aedo o di un trovatore.

Il ritmo è cadenzato, simile a una recita che aiuta la memoria e richiama immagini, grazie all'uso di figure retoriche. Potrebbe avere un significato rituale, alla fine, il ricorso all’anafora, all’epifora. E a quel particolare effetto di accumulare, di trattenere cose, pensieri, dissonanze e consonanze prima che sfuggano.

Il suo modo di scrivere, così diverso dalle consuetudini letterarie, rappresenta già una piccola rivoluzione.

Un modo per sottrarsi alle regole linguistiche più rigide, dando l’illusione di un’improvvisazione spontanea. Poi arriva il tema, di colpo, “senza preavviso”, e il tutto funziona molto bene sulla pagina scritta che, a riguardo, è un ottimo registratore.
Per comprendere appieno questo stile, è utile leggere più opere di Nori, poiché esse sono interconnesse attraverso richiami reciproci e rimandi tematici. Esprime l’arte sui generis di conquistare una dimensione – non solo narrativa – totalmente altra, fatta di rimandi, coincidenze preavvertite.

La scrittura stessa è un dialogo multiforme tra dimensioni.

Fa a meno di un canone consolidato, viste forse come velleità di cui fare a meno, e che richiedono un apposito talento. Non è facile quello che riesce a Paolo Nori: trasportare da una sfera all’altra qualcosa che è connaturato in un altrove, per esempio “far diventare la mia passione, la letteratura, il mio mestiere». E qui emergono tracce di profondi legami, a partire da Dostoevskij e dalla sua disperazione, a sondare i segreti di un’anima che non è poi così lontana dalla propria. Simili affinità le ha trovate entrando e uscendo dalla vita di Anna Achmatova.


Il racconto autobiografico di Paolo Nori si inserisce in quello dei suoi autori come un insieme di note a margine.

Note che contribuiscono a creare un discorso più ampio e a rivelare una certa unità. Un procedimento simile, seppur con un diverso respiro stilistico, lo ritroviamo in Emanuele Trevi, che nei suoi libri stabilisce un ponte tra il proprio vissuto e quello di figure letterarie: in Qualcosa di scritto con Pier Paolo Pasolini e Laura Betti, in Due vite con Pia Pera e Rocco Carbone, o in La casa del mago con il padre Mario Trevi, noto psicanalista.
La letteratura qui diventa un campo di risonanze e rimandi, dove il confine tra autobiografia e critica si dissolve, e l’atto dello scrivere si trasforma in un’esperienza di immersione nella vita degli altri.

Attraverso la biografia e la critica letteraria, Paolo Nori intreccia la propria esperienza personale con le vite e le opere degli autori di cui scrive, offrendo una prospettiva particolare.

Ma in questa immersione si va oltre la letteratura: non si parla più soltanto di parole e pagine scritte, ma di anime, di direzioni da prendere, di come stare al mondo.
Ci sono famiglie, luoghi, storie, connessioni con il presente e con il passato, ed è un continuo interrogarsi su come si possa abitare l’esistenza. Non c’è la pretesa di trovare un senso, né di rivelare una verità ultima, ma solo il bisogno di cercare, di ascoltare, di entrare dentro le cose. L’incontro di questo libro è con il poeta Raffaello Baldini. Il suo ritratto è costruito a pennellate decise e impressionistiche.

L’immagine che ne ricaviamo è quasi una fotografia.

È un poeta che scrive nel “bel dialetto di Sant’Arcangelo di Romagna” e “traduce a piè pagina in bell’italiano i suoi versi” e introduce inoltre la questione della lingua, molto più comune di quanto si creda. Ci sono senz’altro confini comunali, provinciali, regionali, insieme ad arrivi, partenze, ritorni. Ci sono le Langhe di Pavese che assurgono a più di un suggerimento, e che potrebbero essere la Catania di Giovanni Verga come la Malo di Luigi Meneghelli, le borgate romane di Pasolini. E per Paolo Nori c'è Parma.
L'elenco diventa lunghissimo e inesauribile. È una sorta di freno, un invito a fermarsi per raccogliere qualcosa di sé, una radice, una provenienza che si apre all'universo. Ecco che Parma incontra la Russia, Catania unisce il proprio destino a Firenze e Milano (Verga), le Langhe si collegano agli Stati Uniti (Pavese, la letteratura americana, le sue traduzioni). 
Ho cominciato a leggere i miei racconti ad alta voce, e è successo che naturalmente, io, sapendo che poi li avrei dovuti leggere ad alta voce, avevo cominciato a scriverli un po’ come se fossero parlati, in un certo senso, e all’improvviso quel triangolo di cui parlavo prima, io, computer, e cielo della letteratura, cioè io, computer e crusca e cruscanti, era diventato un triangolo con un vertice infinito , cioè era diventato un triangolo io computer mondo, e improvvisamente le cose da scrivere mi venivano su da tutte le parti… Paolo Nori, Chiudo la porta e urlo

Il contrasto che si evidenzia fa sì che mentre Raffaello Baldini scrive in dialetto romagnolo e fornisce traduzioni in italiano, Paolo Nori adotta un approccio del tutto diverso ma coerente: crea una sua voce distintiva infrangendo le strutture letterarie convenzionali.

Questo rimanda a una questione più ampia nella letteratura italiana su come gli scrittori possano catturare un'espressione autentica. C'è scoperta ma non imitazione, c'è condivisione ma nessuna angoscia dell'influenza. Giovanni Verga fa in fondo la medesima cosa a sua volta, pur in una modalità speculare e contraria: invece di parlare direttamente in siciliano, cercava di creare un italiano standardizzato.
Il suo obiettivo era trasmettere l'essenza della vita e dei modelli di pensiero siciliani. E a sua volta Manzoni con il suo sciacquare i panni in Arno perseguiva un obiettivo simile. E di sicuro "il buon italiano" di Baldini doveva molto a questo insieme di esperimenti e predecessori.

Alla fine, Chiudo la porta e urlo si fa scuola di scrittura oltre che di lettura, perché – nella questione della lingua – ci vuole qualcosa che vada oltre la lingua stessa.

È un tipo di scrittura che non si limita a raccontare, ma crea connessioni, stabilisce legami tra storie e vissuto personale. Un'operazione che, con una diversa sensibilità – come si è visto – troviamo anche nei libri di Emanuele Trevi, che costruisce il proprio discorso letterario intrecciando la sua biografia con le vite di scrittori e artisti: da Pasolini a Pia Pera, fino alla figura del padre Mario Trevi in La casa del mago. In entrambi i casi, il libro non è solo narrazione, ma diventa un luogo di incontro, un atto di ascolto.
E questo è detto nero su bianco: «Ci son dei libri che son scritti così bene, in italiano italiano, damaschi ebani fiori tappeti e bronzi, che è come se non si vedesse niente».
Quando succede "il contrario" è un evento. Ecco la lezione: è una dimensione che non cerca definizioni o verità assolute, ma connessioni tra storie, tra vite, tra direzioni possibili. Scrivere, per Nori e per chi si riconosce in questa tensione, non è solo narrare, ma provare a orientarsi nel caos dell’esistenza, con il linguaggio come bussola e non come punto di arrivo.



Chiudo la porta e urlo

di Paolo Nori
Mondadori
Narrativa biografica | Critica letteraria
ISBN: 978-8804783299
Cartaceo 18,05€
Ebook 9,99€
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Quarta

Raffaello Baldini è un poeta grandissimo eppure pochi sanno chi è, e di quei pochi pochissimi ne hanno riconosciuto la voce. Perché scrive nel bel dialetto di Sant'Arcangelo di Romagna? Ma no. Paolo Nori ci rammenta che è poeta enorme anche nel bell'italiano con cui il poeta ha sempre tradotto a pie' di pagina i suoi versi. E quante storie si trascinano appresso quei versi, quante immagini suscitano, quanti personaggi, quanto universo c'è in quel mondo apparentemente piccolo. Come sua consuetudine, Paolo Nori attraversa l'avventura poetica di Baldini quasi come non ci fosse altro intorno, di sé facendo il filtro di una bellezza che viene su come da un fontanile e fa paura, perché ci lascia straniti. Ecco che - non diversamente da quanto è accaduto con Dostoevskji e Achmatova - l'immaginazione di Baldini si scioglie dentro quella di Nori, fatta com'è di caratteri e di accadimenti apparentemente minimi: i morti che "non dicono niente e sanno tutto", gli uomini che invece di calarsi gli anni se li crescono, lo stare lì di una donna davanti alla circonvallazione per guardare "che passa il mondo". Fra spinte e controspinte, fra il "cominciamo pure" e il "continuiamo pure" che ricorrono a battere il ritmo, impariamo che, sempre più, la scrittura di Nori è la messa a fuoco progressiva di un carattere, il suo: il suo essere "coglione", il suo essere "bastiancontrario", il suo essere "matto come un russo", il suo essere innamorato di un poeta come Raffaello Baldini, il suo magone davanti alla casa dei Nori come fosse una scatola di bottoni, il suo stare a vedere la vita come va avanti a ogni svolto imprevisto dello stare al mondo.


Davide Dotto
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Recensione: Autobiografia di uno yogi, di Swami Yogananda Paramhansa

Recensione: Autobiografia di uno yogi, di Swami Yogananda Paramhansa

Recensione: Autobiografia di uno yogi, di Swami Yogananda Paramhansa

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Autobiografia di uno yogi, di Swami Yogananda Paramhansa (Feltrinelli). Le mille sfaccettature di un uomo che fece conoscere in Occidente il Kriya Yoga e quel meraviglioso paese ricco di maestri spirituali e di tradizioni affascinanti che è l'India.

Come ogni buona autobiografia che si rispetti, anche questa parte dall'infanzia dell'autore in cui narra le sue prime esperienze miracolose e soprannaturali, ovvero quando vengono esauditi alcuni suoi (modesti) desideri solo con la forza della preghiera, compare tra le sue mani un amuleto magico e ricorda le proprie vite passate. Tutto ciò fino all'adolescenza, in cui l'ardente desiderio di diventare uno Yogi si contrappone a tutti i naturali turbamenti e i conflitti causati dalla sua giovane età. Ma soprattutto, in quegli anni e nei successivi, Yogananda incontra guru e santoni con poteri mistici: da chi riesce a bilocarsi a chi diffonde nell'aria i profumi desiderati dall'interlocutore, da chi levita senza usare trucchi da baraccone a chi decide il momento esatto in cui morire (semplicemente abbandonando il proprio corpo), da chi passa anni senza dormire grazie al suo essere in perenne stato di estasi ristoratrice a chi appare ai suoi discepoli dopo la propria morte, da chi ferma i treni col pensiero a chi assorbe le malattie dei propri discepoli per salvarli.

Ma, sia chiaro, i suoi incontri mistici non sono solo con uomini spiritualmente elevati ma anche con donne sagge, in quanto la via della conoscenza è aperta a tutti, donne incluse.

Ecco perché Yogananda riporta anche i suoi incontri con Yogini che hanno fatto la differenza, non solo in India ma anche nel mondo intero (come Ananda Moyi Ma, una donna che da cinquantasei anni non mangia né beve nulla ma vive solo nutrendosi di energie sottili).
Ma, a prescindere dal sesso e dall'estrazione sociale, sono tutti guru e Yogi che, nella loro umiltà di illuminati, non sfruttano le loro capacità soprannaturali per aumentare la propria fama o valore né tantomeno per arricchirsi sulle spalle dei fedeli ma solo per dimostrare quanto la crescita spirituale di una persona possa a volte superare persino le barriere della fisica.

In tutti quegli anni della sua tarda adolescenza, l'autore affronta la dura strada per diventare lui stesso uno Yogi, inducendolo ad abbandonare la propria famiglia per cercare Dio e una spiritualità più profonda.

Per raggiungere il suo obiettivo diventa discepolo di Sri Yukteswar e studia il Kriya Yoga nel suo ashram. In questo periodo il maestro condivide la sua saggezza con Yogananda mentre quest'ultimo non solo passa le giornate a meditare ma anche a compiere azioni materiali e persino giocose (come organizzare un festival per celebrare il solstizio).
Successivamente Yogananda fonda una scuola, la quale diventerà negli anni a venire la più rinomata dell'India e famosa persino all'estero grazie ai suoi metodi d'insegnamento, dato che oltre ai corsi classici ha introdotto anche la meditazione e lo yoga.

Però a un tratto ecco la svolta: ormai adulto, l'autore si trasferisce in America dove apre il "Self Realization Fellowship" e gira gli States per far conoscere il Kriya Yoga agli americani.

Ma quello non è l'unico viaggio transoceanico che compie, dato che torna in India anni dopo per visitare luoghi miracolosi ma soprattutto per conoscere altri guru di assodata saggezza e altruismo, come Gandhi.
Ma attenzione: il libro non è solo una mera autobiografia dove si narra di spostamenti e di incontri, in quanto contiene ovviamente molto di più.

Swami Yogananda Paramhansa fornisce le più insolite e disparate informazioni.

Dalla chiaroveggenza alla telepatia, dal contributo della musica per illuminarsi al potere dei cristalli, dall'importanza dei chakra all'astrologia. Ma soprattutto si focalizza sullo Kriya Yoga e sugli effetti benefici. Non solo, ma riporta spesso passaggi della Bibbia e dei Vangeli interpretandoli a suo modo e tirando in ballo persino Gesù per dimostrare quanto le sue parole e azioni siano in fondo le stesse di tanti Yogi indiani.
Al tempo stesso riporta nozioni di fisica (quali la teoria della relatività, gli elettroni, i protoni e la velocità della luce) per spiegare scientificamente alcuni episodi ritenuti dalle persone dei miracoli.
Qual è, dunque, il mio giudizio su questo libro? Ovviamente positivo.

Ogni capitolo è intriso di saggezza universale, ovvero quella che trascende società, luogo di appartenenza e religione (quindi accettabile da tutti, credenti e non).

Senza contare che ovviamente abbonda di frasi e concetti spirituali che spingono il lettore alla riflessione e all'introspezione. In più, Yogananda fornisce informazioni sulla sua nazione e cultura arricchendo il lettore di informazioni interessanti e curiose.
Trovo altresì ammirevole come lo Yogi tiri in ballo spesso il cristianesimo, Gesù e il Vangelo come esempio o metro di paragone ma con il rispetto e l'umiltà di un grande uomo verso una religione così tanto lontana dalla sua quanto ricca di elementi in comune.

Mi è piaciuto molto il fatto che l'autore abbia dato spazio e importanza a tutti quegli Yogi con cui ha condiviso il suo percorso spirituale.

Ciò dimostra una volta di più quanto il mondo sia e sia stato ricco di persone tanto illuminate quanto propense a restare lontane dalle luci della ribalta mediatica. Al tempo stesso mi ha stupito e intenerito scoprire quanto Yogananda, prima di essere stato un grande Yogi, sia stato un figlio, un fratello e un amico, quindi un "comune mortale" come tutti noi. E non dimentichiamo che ogni episodio è intriso di quella leggerezza, poesia, genuinità e positività che ti aspetteresti proprio da una persona che ha trovato la pace interiore e ha cercato di condividerla con gli altri attraverso parole d'amore e di speranza.

Consiglio vivamente questo libro perché scoprirete le mille sfaccettature di un uomo che fece conoscere in Occidente il Kriya Yoga e quel meraviglioso paese ricco di maestri spirituali e di tradizioni affascinanti che è l'India.

Concludo facendo un grande plauso alle traduttrici: Tea Pecunia e Genevienne Pecunia.Infatti fin dalle prime pagine s'intuisce il lavoro mastodontico e certosino che hanno svolto, sia per rendere la traduzione il più fedele possibile all'originale sia per chiarire in molteplici punti le parole e i concetti legati alla cultura, alla società e alla religione dell'autore attraverso le innumerevoli note presenti. Ed è palese come non sia stato affatto un lavoro facile. Quindi, chapeau.


Autobiografia di uno yogi

di Swami Yogananda Paramhansa
traduzione di Tea Pecunia e Genevienne Pecunia
Feltrinelli Autobiografia

ISBN 978-8807897535
Cartaceo 14,25€
Ebook 3,99€

Quarta

Il resoconto della vita eccezionale del primo maestro indiano che insegnò lo yoga in Occidente e, allo stesso tempo, un’essenziale introduzione a questa antica scienza e alla sua tradizione di meditazione. Con franchezza, eloquenza e arguzia coinvolgenti, Paramahansa Yogananda racconta la ricerca di un insegnante illuminato per tutta l’India e gli incontri con santi e saggi avvenuti durante questo viaggio. A cui seguirono i dieci anni di formazione nell’eremo di un venerato maestro di yoga e i trent’anni in cui visse e insegnò in America, riuscendo a diffondere le pratiche dello yoga anche in Occidente. Nella narrazione spiccano gli incontri con il Mahatma Gandhi, Rabindranath Tagore, la stigmatista cattolica Therese Neumann e altre celebri personalità. L’autore si inoltra poi a spiegare le leggi sottili, ma definite, dietro gli eventi ordinari della vita quotidiana e quelle che governano invece quegli eventi così straordinari da definirli miracoli. Una delle poche testimonianze sulla spiritualità indiana e la filosofia di vita dei suoi saggi, scritta non da un giornalista o da uno studioso, ma da una persona appartenente a quel popolo e alla sua cultura spirituale. Apparso per la prima volta nel 1946, Autobiografia di uno yogi fu accolto immediatamente come un’opera fondamentale nel suo campo ed è ormai considerato un grande classico moderno.



Andrea Pistoia
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Recensione: Le tre vite del mio cuore, di Elena Genero Santoro

Recensione: Le tre vite del mio cuore, di Elena Genero Santoro

Recensione: Le tre vite del mio cuore, di Elena Genero Santoro

Libri Recensione di Emma Fenu. Le tre vite del mio cuore: il mio battito a corrente alternata di Elena Genero Santoro (Collana Gli scrittori della porta accanto - PubMe). Un libro di grande spessore umano narrato con abilità, un bell'esempio di medicina narrativa che racconta la patologia cardiaca.

Le tre vite del mio cuore di Elena Genero Santoro, edito da Gli scrittori della porta accanto, non è una storia d’amore, ma in un certo senso, a sorpresa, lo è.
Non si raccontano tre relazioni, ma è una narrazione autobiografica concentrata su quanto una patologia, nello specifico cardiaca, possa non solo influire sull’esistenza del paziente ma determinarne traumi, scelte, riflessioni, rinascite e considerazioni sul senso della vita.

Elena era una bambina vivace e di spiccata intelligenza che è diventata una studentessa di ingegneria determinata, capace, bella e piena di amici e di attività che rendevano la sua vita intensa e, al contempo, attraversata dai sogni, anche amorosi, di ogni ragazza.

E come in tutte le belle storie, Elena, la donna "perfetta", si è affermata nel lavoro, è convolata a felici nozze e ha concepito una bambina. Eppure, in tutti questi anni, ha manifestato frequenti episodi di tachicardia, ansia e insonnia, sintomi che non hanno trovato una spiegazione fino al periodo finale della prima gravidanza.
Elena, la ragazza con il pancione e le trecce rosse, ha bisogno di un pacemaker e viene operata d'urgenza, soprattutto per salvaguardare la salute del feto.

Una cicatrice le ricorderà ogni giorno la patologia, l’ingiustizia del trattamento a cui sono sottoposti i cardiopatici, la diagnosi arrivata dopo anni di sofferenze.

È finita qui? Non direi, perché i pacemaker richiedono sostituzione e l’evoluzione tecnologica non è sempre garanzia di successo.
Ma io non vi dirò nulla della terza vita di questo cuore e di questa donna straordinaria: lo leggerete e, insieme al colpo di scena, godrete di un libro di grande spessore umano, narrato con abilità e non rivolto solo a chi ha il pacemaker.

Ho letto con emozione, rabbia, gioia, commozione e identificazione Le tre vite del mio cuore di Elena Genero Santoro, un esempio di medicina narrativa, che all’estero è una branca di studio più avanzata rispetto all’Italia.

La storia di una donna, una professionista, una madre materna non solo con i propri figli biologici, capace di coraggio, di consapevolezza e di autoanalisi nel coniugare la formazione scientifica con il mistero dell’amore.
Un libro coinvolgente, da leggere senza riuscire a smettere per poi domandarsi se tutti noi non abbiamo più vite in un solo cuore, in ambito metaforico.
Io forse ne ho ancora di più e le ho intrecciate con quelle di Elena.






Le tre vite del mio cuore
Il mio battito a corrente alternata

di Elena Genero Santoro
Collana Gli scrittori della porta accanto - PubMe
Memoir
ISBN: 979-1254587126
cartaceo 13,00€
ebook 2,99€

Quarta

Un battito cardiaco irregolare, una cicatrice che brucia sulla pelle e nell’anima.

«La prima volta che feci un bagno dopo l’intervento, non riuscivo a guardare la ferita. Era brutta, imbastita di punti neri: mi deturpava. Il mio sguardo sopra di essa scivolava via in fretta, come l’acqua strizzata dalla spugna.»

Questa è la storia di una donna che ha dovuto imparare a convivere con un pacemaker che le ha ridato la vita, ma che, in qualche modo, le ha anche tolto qualcosa. Un memoir potente, ironico e disarmante. Attraverso una narrazione che mescola le reminiscenze dell’infanzia con le sfide della malattia e le riflessioni dell’età adulta, l’autrice intreccia determinazione e forza di volontà con la delicatezza delle emozioni umane più profonde. Ne emerge l’intima relazione tra mente, corpo, emozioni e spiritualità, ma anche tra fragilità e resilienza dell’animo umano.
Un’infanzia piena di energia, sempre in movimento tra danza, ginnastica, nuoto, escursioni in montagna, una vitalità che spinge a non fermarsi mai, un rifugio dal caos interiore, un modo per spingere sé stessa oltre i limiti, per dimostrare che niente può fermarla, nemmeno quando è costretta cambiare direzione. Poi gli studi universitari, le notti insonni, lo stress, l’ansia che si accumula, le stanze di ospedale, le visite, la diagnosi, l’intervento, le battaglie vinte.
Prospettiva autentica sul tema della salute fisica e mentale, sono pagine che si fanno invito a trovare la bellezza persino nella propria fragilità, un tributo alla perseveranza, un incoraggiamento a non mollare, un inno alla vita in tutte le sue sfumature.



Emma Fenu

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Recensione: La vita s'impara, di Corrado Augias

Recensione: La vita s'impara, di Corrado Augias

Recensione: La vita s'impara, di Corrado Augias

Libri Recensione di Davide Dotto. La vita s'impara di Corrado Augias (Einaudi). Navigare tra il tempo e la memoria, tra autobiografia e storia.

La vita s'impara di Corrado Augias, pubblicato da Einaudi, è più di un'autobiografia. Infatti tira le fila di un passato che ci riguarda da vicino. Le generazioni che si sono avvicendate lo percepiscono in modo differente, perché lo riscoprono nella propria memoria, o lo incontrano in un museo, reale o immaginario; in ogni caso, esso condiziona il nostro presente. Quando viene evocato, il passato è meditato, conosciuto e assimilato.
La vita s'impara di Corrado Augias offre un inventario delle emozioni vissute, con uno sguardo attento tra bello e brutto, buono e cattivo, gioia e tristezza, fiducia e disincanto. Si tratta di una narrazione collettiva oltre che individuale, in cui le due dimensioni dialogano fino a confondersi, creando un ponte che abbraccia gli ultimi novant'anni e condividendo una comune eredità.

Non è la stessa cosa vivere in prima persona fatti di cui le generazioni successive hanno appena sentito parlare, o forse nemmeno.

Ciò vale per chi è nato negli anni Venti-Trenta e ha vissuto direttamente le guerre mondiali e le loro immediate conseguenze, compresi i traumi e i sacrifici del periodo post-bellico. Ma riguarda senz’altro anche la società moderna, che si è eretta sulle conquiste ottenute.
Le generazioni nate negli anni Cinquanta e Sessanta, cresciute nel dopoguerra e nel periodo di ricostruzione, hanno ereditato valori e lezioni dai propri genitori, unitamente a una prospettiva di speranza, progresso e fiducia nel futuro. Quelle degli anni Settanta e Ottanta, cresciute in un mondo relativamente stabile, sono consapevoli a modo loro di questo passato impegnativo.

Le cose si complicano un po’ con i nati tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, dato che la loro connessione con questi eventi è più remota e distante, e ciò che ne ricavano deriva da romanzi, saggi, film e documentari (se hanno la pazienza, la voglia e la curiosità di approfondire).

Le testimonianze dirette diventano sempre più rare e preziose, gli interlocutori scarseggiano e i filtri si moltiplicano; gli eventi del passato – soprattutto se non assimilati e interiorizzati – sfumano e si fanno astratti.
Molte cose vengono comprese solo molto tempo dopo, grazie al lavoro degli storici.
Spesso, chi ha vissuto e documentato certi eventi ha aspettato decenni prima di parlarne, poiché la distanza temporale permette una maggiore oggettività. Questo è il caso di Il confine di Sebastiano Vassalli, ma anche del racconto della caduta del muro di Berlino.


In sostanza, non è facile raccontare gli eventi nel momento stesso in cui accadono.

Si oscilla tra testimonianza, romanzo e cronaca destinata a diventare storia. L’inchiesta giornalistica – nei limiti del possibile – assicura la distanza e l’oggettività necessarie. Con il passare del tempo (anni o decenni), le questioni vengono approfondite e lo sguardo si amplia. Tuttavia, ci si può confrontare con dati e informazioni difficili da reperire o irrimediabilmente perduti.
La differenza tra realtà e rappresentazione s’è fatta sottile nel mondo in gran parte virtuale nel quale viviamo oggi. Corrado Augias La vita s'impara

Più di qualcuno ormai, come Byung-Chul Han, parla di Crisi della narrazione, e non può essere altrimenti in un contesto di sovrabbondanza delle informazioni.

La rapidità con cui esse vengono diffuse attraverso fonti non sempre attendibili – la cui selezione richiede una riflessione approfondita – rende complicato fare ciò che Corrado Augias riesce a compiere in queste pagine: leggere tra le righe senza fermarsi su ciò che appare in superficie.


La vita s'impara

di Corrado Augias
Einaudi
Autobiografia
ISBN 978-8806259594
Cartaceo 19,00€
Ebook 10,99€

Quarta

Arrivato alla soglia dei novant’anni, dopo aver affascinato i suoi lettori con i segreti della Storia, della musica e della religione, Corrado Augias racconta l’avventura di una vita, la sua. E con grande talento di narratore, evoca l’infanzia in Libia, il ritorno a Roma, l’incubo dell’occupazione tedesca, il collegio cattolico, i primi passi nel giornalismo, e poi «Telefono giallo» e «la Repubblica». È un racconto che ha il calore e l’empatia della conversazione tra amici: la vita s’impara, ci dice Augias – soprattutto se non si perdono mai la curiosità intellettuale e la passione civile. A quasi novant’anni, Corrado Augias è un prezioso testimone del cambiamento. L’Italia di oggi – esclusi gli eterni vizi nazionali – assomiglia poco a quella di ieri. Augias ci racconta l’infanzia passata in Libia al seguito del padre ufficiale della Regia Aeronautica; la guerra e i bombardamenti; l’incubo di una feroce e lugubre occupazione; gli anni in un collegio cattolico, per lui che oggi si confessa ateo. E poi la vita professionale, il giornalismo, i libri, le fortunate circostanze che lo hanno reso partecipe di tre eventi importanti nella vita culturale del paese: la nascita della Direzione centrale programmi culturali della Rai; la fondazione del giornale «la Repubblica» nel 1976, il rilancio di RaiTre nel 1987. L’invenzione di alcuni fortunati programmi televisivi da «Telefono giallo» a «Babele», da «Città segrete» alla più recente creatura «La gioia della musica», ultimo programma ideato per la Rai prima del passaggio a La7 ancora una volta con un fortunato programma di cultura: «La Torre di Babele». Accadimenti che sono però solo la parte pubblica di un percorso che ha una componente intima ancora più interessante: il lungo apprendistato a una matura dimensione d’intellettuale. Agli eventi che hanno scandito la sua vita, Augias affianca le letture di cui s’è nutrito e dalle quali ha «imparato a vivere». Da Tito Lucrezio Caro a Renan, da Feuerbach a Freud e poi Spinoza, Manzoni, Beethoven, Nietzsche, Leopardi, i suoi maestri sono pensatori, poeti, narratori, musicisti: una costellazione ampia che non esita a chiamare il suo pantheon, figure che hanno arricchito il suo percorso professionale e, insieme, la sua consapevolezza di cittadino.


Davide Dotto

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Recensione: Le Désespoir des singes et autres bagatelles, di Françoise Hardy

Recensione: Le Désespoir des singes et autres bagatelles, di Françoise Hardy

Recensione: Le Désespoir des singes et autres bagatelles, di Françoise Hardy

Libri Recensione di Davide Dotto. Le Désespoir des singes et autres bagatelles di Françoise Hardy (Robert Laffont, edizione francese). Una testimonianza preziosa e a tutto tondo della vita d'artista.

"Le Désespoir des singes" indica una pianta conifera del Cile (la Araucaria du Chili) con foglie pungenti a forma di squame che scoraggiano chiunque dal tentare di arrampicarsi, persino le scimmie (les singes). Tante sono le sfide da affrontare, ma nel tempo si può diventare qualcosa di simile a un albero dotato di una forza e di una resistenza tali da diventare “la disperazione” di chi aspira a una facile scalata.
"Les autres bagatelles” invece richiamano senz’altro le passeggiate al Parc de Bagatelle di Parigi.

Come immagine è potente, se si riferisce a una autobiografia che, senza filtri, confida sfide personali, vita («Je suis née pendant une alerte, le 17 janvier 1944») e carriera di Françoise Hardy.

Françoise Hardy, cantante e cantautrice francese, scomparsa di recente, è conosciuta in Europa e in Italia per brani come Tous les garçons et les filles (Quelli della mia età, interpretata anche da Catherine Spaak).
Il suo è un discorso molto intimo che non indugia in alcun modo all'autocelebrazione. La lettura di Le désespoir des singes et autres bagatelles, pubblicato nel 2008, rivela una forte predilezione per la scrittura e la lingua francese, un tutt'uno con l’aspirazione di cercare testi, musiche e arrangiamenti adeguati al proprio mondo di emozioni e sensibilità.

Proveniente da una famiglia piccolo borghese, Françoise Hardy ha sofferto di essere il bersaglio preferito del sarcasmo di sua nonna, sviluppando un’insicurezza di fondo e complessi di inferiorità ingiustificati, dai quali non si è mai completamente liberata.

Questo ha portato a un costante sentimento di precarietà, in bilico tra diverse direzioni. Nella sua professione artistica infatti non ha premeditato nulla, e un po' tutto è stato  un tuffo in acqua prima di imparare a nuotare.
Tuttavia, ha trovato spazio per muoversi in una "zona grigia" dove ha potuto diventare, essere e fare qualsiasi cosa desiderasse. Françoise Hardy si avvicinava agli altri con cautela e con segrete attese spesso deluse. La tardiva consapevolezza che non tutto si può o si riesce a comunicare la portò a realizzare che «mieux valait n’ouvrir son cœur qu’aux véritables âmes sœurs…»
Malgré leur banalité, mes chagrins d’enfant furent si profonds que chaque séparation que j’ai été amenée à vivre à l’adolescence puis à l’âge adulte m’a dévastée de la même façon. Françoise Hardy, Le Désespoir des singes et autres bagatelles

Inconsapevolmente, ha prodotto una serie di antidoti contro ciò che poteva anche solo ricattarla emotivamente, accentuando un intuito affine a un prezioso sesto senso.

Qualità che avrebbe condiviso con la sua anima gemella (âme sœur) per antonomasia: Jacques Dutronc.
Grazie alla radio, matura una passione per le canzoni in cui può esprimere il suo mondo, i suoi stati d’animo.
Arrivano le contestazioni del 1968, e l’aspirazione a ottenere ulteriori conferme in campo musicale. È in un'occasione che, invitata dal suo editore, Françoise Hardy è alla ricerca di qualche brano da interpretare, ma nessuno attira la sua attenzione, finché non esamina, con la dovuta calma, la copia strumentale meno triste di quelle a disposizione: It hurts to say good bye. Questo brano è diventato la sua interpretazione più popolare nella versione dal titolo Comment te dire adieu.

La sua è un’esistenza all’insegna di una fragilità preziosa che le consente di tenere i piedi per terra e la testa tra le nuvole quanto basta. 

Dotata di una natura sedentaria, le circostanze l’hanno spinta comunque a viaggiare senza sosta e a lasciare Parigi: è stata quindi anche in Italia, molti i brani cantati in italiano.
Sono altri tempi, ci sono scuole ma non social né reality, gli artisti non hanno confidenza con la propria immagine o con la propria voce. In tutto questo l’inesperta Françoise Hardy intuisce – percependone dispetto – «la médiocrité des orchestrations et des musiciens», correndo ai ripari quando è in grado di farlo. Nel 1962  si rivela al pubblico con Tous les garçons et les filles, sopraffatta dal successo tanto inaspettato quanto simultaneo in Europa.

La ricerca è spirituale oltre che estetica, ed è questa la direzione in cui si muovono, fin dall’origine, la sua lucidità, il suo intuito, la marcata introspezione, che la portano a voler rincorrere piccoli frammenti di verità.

Comincia col seguire corsi di psicologia di cui non rimane soddisfatta, venendo attratta dalla astrologia, senza avere all'inizio idea di cosa si tratti, diffidente verso chi vede in essa nient'altro che un'arte predittiva e non una complessa scienza umana, utile per scavare dentro di sé. Tutto sta, a un certo punto, nel porsi le domande giuste al momento giusto, senza la pretesa di risolvere tutti i problemi («il faut savoir que tous les problèmes ne sont pas à résoudre»), che siano i propri, o altrui.

A causa di questi "frammenti di verità" non apprezza melodie troppo prevedibili (tipiche), mentre adora canzoni di ben altro livello, se non più sofisticate, più affini.

Ciò potrebbe spiegare perché, ascoltato Il ragazzo della via Gluck, pezzo con il quale Adriano Celentano si  presenta a Sanremo nel 1966, venendo eliminato dopo la prima serata, fa di tutto per registrarne una versione francese: La maison où j'ai grandi.
Sempre nel 1966, ha interpretato la canzone di Mina, Se telefonando, nella versione Je changerais d'avis.


La carriera di Françoise Hardy non si ferma al periodo d’oro della musica anni Sessanta, ma si ritaglia uno spazio considerevole nel panorama non solo canoro, ma culturale.

Non sono molti, infatti, gli artisti che nel corso dei decenni si impegnano in un percorso di costante evoluzione, sperimentando diverse strade, ma sempre con particolare attenzione alla qualità dei testi, delle melodie, degli arrangiamenti, scegliendo con cura autori, parolieri e collaboratori, senza abbandonare testi introspettivi e malinconici.



Le Désespoir des singes et autres bagatelles

di Françoise Hardy
Robert Laffont
Autobiografia
ISBN: 978-2221111635
Cartaceo 22,50€
Ebook 9,99€

Quarta

Voix sans pesanteur, beauté intemporelle, silhouette élancée? Françoise Hardy était surtout une auteur-compositeur-interprète exigeante, appréciée dans le monde entier, qui a inspiré plusieurs générations depuis son premier succès,Tous les garçons et les filles, en 1962.
Pour la première fois, elle livre les clefs de sa vie. Elle raconte son enfance en vase clos qui ne la préparait en rien à une célébrité totalement inattendue, évoque ses amours avec Jean-Marie Périer, puis avec Jacques Dutronc, son mari, et naturellement parle de leur fils, Thomas.
Françoise Hardy revient aussi sur ses chansons, ses collaborations et ses rencontres. Au gré des années, on croise Dali, Stockhausen, Ionesco, Bob Dylan, Mick Jagger, Elvis Presley, Pauline Réage, Hélène Grimaud ou Michel Houellebecq, ainsi que tous ceux qui ont le plus compté pour elle : Mireille et Emmanuel Berl, Patrick Modiano, Michel Berger, Serge Gainsbourg, Gabriel Yared, Etienne Daho...
Écrit avec sincérité, lucidité et tendresse, son récit permet de revivre des épisodes connus, d'en découvrir d'autres, et surtout de rire, de rêver et de s'interroger avec elle sur ce qui fait le sens de nos existences, joies et souffrances mêlées. Mieux qu'un livre de souvenirs, une grande traversée des apparences, où l'on découvre, depuis l'enfance à nos jours, l'itinéraire intérieur, artistique et amoureux d'une artiste profondément singulière.


Davide Dotto

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Recensione: La casa del mago, di Emanuele Trevi

Recensione: La casa del mago, di Emanuele Trevi

Recensione: La casa del mago, di Emanuele Trevi

Libri Recensione di Davide Dotto. La casa del mago di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie). Una riflessione sulle connessioni e le manifestazioni emotive dell'eredità paterna.

Con La casa del mago, Emanuele Trevi esplora più di ogni altra opera se stesso e il rapporto (la vita) con suo padre, Mario Trevi. Ciò avviene utilizzando una lente personale e immaginifica, ricorrendo a un approccio junghiano, e però al contrario: «A me di conoscere me stesso e di sapere come sono fatti gli altri non è mai fregato un granché [...] Meno ti conosci, meglio stai».
Cosa vuol dire conoscere se non catalogare, (saper) spiegare, ragionare? Chi ha letto i precedenti libri di Emanuele Trevi ha già colto sfumature particolari nel modo di esplorare la realtà delle cose e i personaggi via via ritratti (Pier Paolo Pasolini e Laura Betti, Pia Pera e Rocco Carbone, Arturo Patten solo per citarne alcuni).

È di fatto l’indicazione di un percorso, un programma per scrivere libri.

La ragione tace su molte cose perché, presupponendo coordinate spazio temporali, non può strappare il velo di contraddizioni o ambivalenze che si presentino lungo la strada.
Non possiede la chiave per entrare dappertutto, se ci provasse si muoverebbe in un terreno non suo. Occorre invece osservare, o (meglio) "ritrarre" per raccontare ciò che si nasconde tra le pieghe di emozioni ed eventi che emergono nelle rievocazioni. Si entra quindi nel profondo, in una discesa (non necessariamente negli inferi), tra coincidenze, inaspettate sincronicità, “cose che accadono due volte” che sono già un segno.


La casa del mago non è tanto una riflessione sulla morte quanto sulle connessioni e le manifestazioni emotive dell'eredità paterna.

Esse scaturiscono da ambienti (la casa in cui Mario Trevi ha lavorato a lungo) che conservano «un residuo potente di energia mentale, una specie di braciere psichico non ancora del tutto spento».
In quello che se non è un romanzo è molte cose insieme, entrare e decidere di stabilirsi per sempre nella Casa del mago significa respirarla, viverla, prenderne confidenza. Significa anche ritinteggiare le mura con nuove e antiche presenze, visitatrici di vario genere e personaggi che sembrano uscire da un fumetto.
Proprio perché si muove in diverse dimensioni, inclusa quella spazio-temporale (diramazione non esaustiva del tutto), Emanuele Trevi percepisce sin da subito l’attrito prodotto con qualcos’altro. Le categorie del pensiero un poco aiutano, come per esempio parlare di “anima”, “intelligenza”, “inconscio”. Grazie a esse comprende che forse vivere tutta una vita aggrappati su un solo piatto della bilancia può essere deleterio.

Tra i poli dell'esistenza, tra due zone altrettanto pericolose e, prese singolarmente tutt'altro che rassicuranti, è bene “oscillare”.

Talvolta è utile espellere il proprio io e abitare (senza ritegno ma senza esagerare) un proprio retrobottega mentale, tanto per scoprire che dietro ambiguità, contraddizioni e paradossi vi sono una ambivalenza, una catena di connessioni e coincidenze inavvertite che probabilmente è fuorviante chiamare Non Essere. Perché tra un Essere che forse non esiste come lo intendiamo noi, e un Non-Essere che non si vede ma bussa alla porta con una certa insistenza, devono trovare spazio l'esigenza e l'umiltà di coltivarsi per, se non proprio conoscersi, capirsi un po' di più.





La casa del mago

di Emanuele Trevi
Ponte alle Grazie
Autobiografico
ISBN 8833316659
Cartaceo 17,10€
Ebook 11,99€

Quarta 

Nel memorabile incipit di questo libro, la madre di Emanuele Trevi, allora bambino, riferendosi al padre gli ripete spesso un'istruzione enigmatica: «Lo sai com’è fatto». Per non perderlo (ad esempio, fra le calli di Venezia, in una passeggiata dell'infanzia) occorre comprendere e accettare la legge della sua distrazione, della sua distanza.
Il padre, Mario Trevi, celebre e riservatissimo psicoanalista junghiano, per Emanuele è il mago, un guaritore di anime. Alla sua morte lascia un appartamento-studio che nessuno vuole acquistare, un antro ancora abitato da Psiche, dai vapori invisibili delle vite storte che per decenni ha lenito, raddrizzato. Così il figlio decide di farne casa propria, di trasferirsi nella sua atmosfera inquieta e feconda, e così facendo prova a sciogliere (o ad approfondire?) l'enigma del padre.
Muovendosi nel suo sempre mutevole territorio, fra autobiografia, riflessione sul senso dei rapporti e dell'esistenza, storia culturale del Novecento (ne La casa del mago – accanto a straordinari personaggi contemporanei, tra cui spicca Paradisa, una prostituta peruviana – figurano Carl Gustav Jung, Natalia Ginzburg, Giorgio Manganelli, Ernst Bernhard...), Emanuele Trevi ci offre il suo romanzo più personale, più commovente, più ironico (e perfino umoristico): una discesa negli inferi e nella psicosi, una scala che avvicina i vivi e i morti, i savi e i pazzi. Perché ogni vita nasconde una luce, se la si sa stanare; e i gesti e le parole più semplici rimandano alla trama più sottile dell'essere, se li si ascoltare, se si sa lasciarli accadere.


Davide Dotto

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Recensione: Italo, di Ernesto Ferrero

Recensione: Italo, di Ernesto Ferrero

Recensione: Italo, di Ernesto Ferrero

Libri Recensione di Davide Dotto. Italo, di Ernesto Ferrero (Einaudi). Un inedito ritratto di Calvino, «a mezza via tra un desiderio di autorevolezza e il timore di essere preso sul serio».

Italo di Ernesto Ferrero, scomparso di recente, presenta la figura di Calvino andando al di là della semplice “biografia”, del “saggio letterario”, della “ricostruzione” di vita e metodi di lavoro, nonché delle fonti di ispirazione. La panoramica ampia e dettagliata si innesta su un contesto storico-culturale ben preciso, caratterizzato da vivaci e ininterrotte trasformazioni.

Italo è una testimonianza diretta, dato che Ernesto Ferrero attinge alla propria memoria, quella di chi ha frequentato il mondo dell’editoria, in particolare la Einaudi, e le personalità che ne facevano parte, come Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Norberto Bobbio e molti altri.

La vastità del materiale raccolto ed elaborato lo rende un libro-miniera, un libro-movimento da rileggere  e considerare con attenzione, redatto con una versatilità che si ritrova nell’autore del Barone Rampante e delle Città Invisibili. La profonda immersione nel contesto storico culturale permette di delineare “vite parallele” con personaggi che in qualche modo hanno avvicinato Calvino, o ai quali egli si è avvicinato, tra cui Pasolini e in qualche modo Sartre.
Il dialogo di Calvino con il suo tempo è costante e le influenze sono reciproche. Le idee si inseguono e germogliano in un terreno fertile, quando altrove sono state abbandonate.

Il libro esplora idee legate allo Strutturalismo.

È il periodo del Gruppo 63, una sperimentazione linguistica focalizzata nella ricerca di costanti, schemi, regole rigorose, in un’arte combinatoria che non sempre unisce forma e contenuto. Perché la scatola, finché non la si riempie di qualcosa, o se ci si accontenta di guardarla da fuori, è vuota, e chissà che non sia questa l’esasperazione del volere a ogni costo venire a capo di ciò che è invisibile.
Ma la scatola è vuota anche per quanto riguarda la vita di Italo Calvino che ben si è nascosto – o almeno ci ha provato – «sulla superficie della scrittura» («Non troverete nulla»).

Il confronto continuo di Calvino con l'invisibile, l'ineffabile, l'inesistente, ciò che in altre parole è specificamente umano, lo porta lontano.

Prestarvi attenzione è difficile, figurarsi parlarne. Ciò che di vero c’è non solo non viene allo scoperto, ma si disperde tra le pieghe di «segni astratti, carichi di un significato simbolico». Esso traspare nel senso che si attribuisce alle parole, ma per questo è necessaria una esattezza chirurgica, «la precisione del linguaggio scientifico» a cui l'aveva abituato sua madre, Eva Mameli, docente di botanica.  Dal padre, invece, aveva appreso «l'ostinata fatica che bisogna mettere anche nella scrittura».
A poco più di vent’anni non sa di avere la vocazione del semiologo. Ernesto Ferrero, Italo

Le dimensioni e le vite parallele che si possono seguire riguardano spiriti che in qualche modo procedono lungo gli stessi sentieri, e non è raro che talvolta si incrocino, per poi separarsi.

L’arte combinatoria di un Umberto Eco, solo per fare un esempio tra i tanti possibili, è sicuramente diversa dalla fantasia combinatoria di Italo Calvino, il quale confeziona storie, apologhi, tracce di racconti e idee romanzesche, senza trascurare il meccanismo che li regola, il ruolo della letteratura («la lente deformante che ci aiuta a vedere meglio») e la funzione della finzione. Al romanzo, Eco giunge per altre strade, giocando tuttavia con le stesse carte, tra finzione e realtà, e richiamandosi ugualmente, dando al tutto un impianto razionale, su quanto di ineffabile vi sia nel destino umano e nel suo bisogno di verità.


È, questo, un bisogno di verità.

Tra narrativa (fantastica e metafisica), filosofia e semiotica, si fa ricerca intricata e sofisticata di connessioni profonde, che forse si compensano in un gioco a somma zero, di equilibrio tra essere e non essere che sfuma nell'ineffabile. E nella consapevolezza di dover uscire da una «interezza ottusa e ignorante, stupida come l'aria».
[...] credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te l’auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani. Italo Calvino, Il visconte dimezzato



Italo

di Ernesto Ferrero
Einaudi
Biografia
ISBN 9788806261559
Cartaceo 18,05€
Ebook 9,99€

Quarta 

Chi era veramente Italo Calvino? «Non troverete nulla», rispondeva a chi cercava di scavare nella sua storia intima e biografica, fedele all’immagine dello scrittore appartato, del Barone rampante che vive sugli alberi: l’inafferrabile che voleva essere soltanto una mano che scrive. Eppure Ernesto Ferrero dimostra, con l’empatia del suo sguardo, come si possano illuminare dall’interno gli intrecci segreti tra la vita e l’opera di uno dei grandi del Novecento. In occasione del centenario della nascita di Italo Calvino, Ernesto Ferrero ci offre un ritratto dello scrittore dietro le quinte, nei tratti caratteriali meno noti, nei risvolti privati, lungo i vent’anni di vicinanza e lavoro comune in Einaudi. E lo fa con quel tono di voce che ha già saputo incantarci nei “Migliori anni della nostra vita” o nel recente “Album di famiglia”. Prendono vita i rapporti di Calvino con i genitori, l’importanza dell’imprinting famigliare, la passione per i fumetti e il gusto del disegno, l’amicizia con Eugenio Scalfari, i soprassalti della guerra partigiana, le passioni del dopoguerra, il legame con la Liguria, gli amori, tra cui il capitolo della relazione con Elsa De’ Giorgi, fin qui poco studiato. E poi il lavoro quotidiano, con i suoi piccoli segreti, in Einaudi e nelle redazioni dei giornali, l’incontro con Hemingway a Stresa, la visita a Silvana Mangano e Vittorio Gassman sul set di “Riso amaro”. E ancora il trauma dell’invasione sovietica in Ungheria e il progressivo distacco dal Pci e dalla politica militante, il viaggio in America, il matrimonio con Chichita Singer e le gioie della paternità con la nascita della figlia Giovanna, le decisive letture scientifiche, incontri-chiave (Perec, Barthes, Queneau), la fascinazione delle immagini, la scoperta dello strutturalismo e i soggiorni nelle metropoli come in altrettanti romitaggi, da Parigi a Roma, sino all’approdo ideale nella pineta toscana di Roccamare, dove scrive le “Lezioni americane”. L’insulare Calvino sembra sempre altrove, ma rimane a stretto contatto con il proprio tempo. Il filo che si snoda lungo la biografia è fittamente intrecciato all’opera e ne illumina dall’interno la genesi e gli sviluppi, il metodo di lavoro, sempre sostenuto da una forte tensione etica, sperimentale e progettuale. Perfino il radicale disincanto degli ultimi anni non impedisce a Calvino di dare spazio a tutto quello che non è inferno, di reinventare se stesso e nuovi modi di fare letteratura. Con il suo approccio confidenziale e una scrittura che mira a raggiungere una fusione tra il «romanzo» biografico e il saggio critico privo di connotazioni specialistiche, Ernesto Ferrero ci aiuta così a capire meglio una delle figure più amate della nostra letteratura.


Davide Dotto

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Recensione: Friends, amanti e la Cosa Terribile, l'autobiografia di Matthew Perry

Recensione: Friends, amanti e la Cosa Terribile, l'autobiografia di Matthew Perry

Recensione: Friends, amanti e la Cosa Terribile, l'autobiografia di Matthew Perry

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Friends, amanti e la Cosa Terribile di Matthew Perry (La nave di Teseo). L'autobiografia dell'attore di Friends, scomparso il 28 ottobre, risucchiata nel vortice delle dipendenze, a entrare e uscire dai rehab, a tal punto che il lettore arriva a domandarsi se sia ripetitivo il libro o la sua vita.

Confesso di aver acquistato questo libro subito dopo la morte dell’autore, spinta dalla curiosità di rispondere a una domanda: cosa pensava Matthew Perry un anno prima di morire? Sentiva vicina la fine oppure credeva di essere fuori pericolo?

Matthew Perry, noto ai più per la sua interpretazione di Chandler Bing in Friends, ci racconta tutta la sua vita e lo fa presumibilmente di suo pugno, visto che era egli stesso un autore di sceneggiature e testi teatrali.

Lui, che non ha mai nascosto quanto Chandler gli assomigliasse, infila battute dall’inizio alla fine e lo fa anche nei momenti più drammatici.
Ma partiamo dall’inizio.
La narrazione si svolge su due livelli: il passato e, diciamo, il presente o quasi.
Nel presente, Perry è appena scampato (nel 2019) alla morte per perforazione intestinale. Il colon gli è esploso proprio a causa di tutti gli oppiacei (menziona spesso l’idrocodone, che in Europa è prescritto molto raramente) di cui si è imbottito negli anni. Si sente un sopravvissuto.

Nel passato Perry è il figlio di una reginetta di qualche concorso di bellezza e di un ragazzo col sogno di fare l’attore.

I suoi genitori sono poco più che adolescenti, si lasceranno in pochi mesi, la madre resterà in Canada, il padre andrà a Los Angeles in cerca di fortuna, entrambi sposeranno un nuovo compagno in età adulta e gli regaleranno fratellastri e sorellastre.
E lui viaggerà da un genitore all’altro in aereo, come minore non accompagnato, cosa che lo terrorizzerà per il resto dei suoi giorni. E con l’intima consapevolezza di non essere mai abbastanza per essere amato. Una specie di sindrome dell’impostore che maschererà snocciolando una battuta dietro l’altra per tutta la vita, anche in punto di morte. E lasciando tutte le sue fidanzate prima che lo facciano loro.

Come si sviluppa una dipendenza? Friends, amanti e la Cosa Terribile di Matthew Perry non indaga in dettaglio le cause scientifiche, ma ci fornisce degli spunti.

E non soltanto ho questa malattia, ce l'ho pure in forma grave. Ce l'ho nella forma più grave possibile, in effetti. Riesce a mettermi sempre con le spalle al muro. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile
Quando aveva un mese e soffriva di coliche, correva l’anno 1969, l’illustre pediatra che lo seguiva non trovò di meglio che prescrivere al piccolo Matty il fenobarbital. Per le coliche era efficacissimo, il neonato crollava stecchito e addormentato in pochi minuti. Che questo barbiturico abbia contribuito a renderlo fisicamente reattivo alle sostanze? Non è dato di sapere.

Quello che si sa con certezza invece è che quando a quattordici anni Matthew Perry prese la sua prima sbronza.

Un pomeriggio in giardino con i suoi amici, i fratelli Murray. Si sentì bene. Gli altri vomitavano e lui invece aveva trovato la sua dimensione. Per la prima volta non soffriva. Qualcosa di esterno stava compensando il suo malessere psico-fisico.
Tempo quindici minuti, e tutto l'alcol era finito.
I Murray presero a vomitarmi intorno, io stavo disteso nell'erba e mi successe qualcosa. Avvenne ciò che mi rende fisicamente e mentalmente diverso dai miei amici. Ero sdraiato nell'erba e nel fango, a guardare la luna, circondato dal vomito fresco dei Murray, e mi resi conto che, per la prima volta nella mia vita, nulla mi infastidiva. Il mondo aveva senso; non era storto e folle. Era completo, in pace.
Non sono mai stato più felice che in quel momento.
Questa è la risposta, pensai; questo è quello che mi mancava. Deve essere così che la gente normale si sente sempre. Non ho problemi. Tutto è sparito. Non ho bisogno di attenzione. Sono accudito, sto bene.
Ero in stato di grazia. Per quelle tre ore non ebbi alcun problema. Non ero abbandonato; non stavo litigando con mia madre; non stavo facendo casino a scuola; non mi stavo chiedendo quale fosse il senso della vita, né il mio posto nel mondo. L'alcol si portò via tutto. […] Il problema principale, avrei capito in seguito, era questo: non avevo delle linee guida spirituali, ed ero incapace di godermi qualsiasi cosa. Eppure allo stesso tempo, ero dipendente da una forma di esal-tazione. Questa è una combinazione talmente tossica che non so nemmeno da dove cominciare. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Una cosa analoga accadde quando, a seguito di un incidente, si fece male alla schiena e gli diedero una pastiglia di oppiacei.

Stette talmente bene che nel giro di poco iniziò a ingurgitarne cinquantacinque al giorno.
Negli anni oltre seimila incontri presso gli alcolisti anonimi gli avrebbero spiegato che soffriva di «anedonia: l'incapacità, totale o parziale, di provare soddisfazione, appagamento e piacere per le consuete attività piacevoli, quali il cibo, il sesso e le relazioni interpersonali», in pratica una forma di depressione congenita che lui compensava con alcol e oppiacei.

In pratica, per un qualche motivo congenito (fisico?, psichiatrico? Ma c’è davvero differenza?), l’unico modo che trovava per non soffrire era riempirsi di sostanze che non gli facessero percepire il dolore.

Dieci anni dopo, lessi le seguenti parole nel Grande libro degli Alcolisti Anonimi: "I bevitori pensano che stanno cercando una via di fuga, ma in realtà stanno cercando di dominare un disordine mentale che non sapevano di avere".

[...] La gente che ha delle dipendenze non è cattiva.
Siamo solo persone che provano a sentirsi meglio, ma abbiamo questa malattia. Quando mi sento male, penso: "Datemi qualcosa che mi faccia sentire meglio". Semplicissimo. Mi piacerebbe ancora bere e drogarmi, ma, per via delle conseguenze, non lo faccio più, perché sono arrivato così al limite che mi ucciderebbe. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Non possiamo nemmeno spiegare tutto con i traumi infantili perché di certo i genitori erano separati e il padre inizialmente latente ma Matthew non era un bambino abbandonato o maltrattato.

Probabilmente ipersensibile e con una percezione amplificata dei problemi. E senza la forza spirituale per affrontare la faccenda.
L'idea di essere famoso, l'idea di essere ricco, l'idea di essere me – non posso godermi nulla di tutto questo se non sono fatto. E non posso pensare all'amore senza volere essere fatto. Mi manca una connessione spirituale che mi protegga da questi sentimenti. È per questa ragione che sono un cercatore. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile
Lui per primo si rendeva conto che il suo bisogno di colmare le voragini interiori non era lo stesso bisogno che avevano tutti gli altri bevitori.
Suo padre, per esempio. Si faceva cinque o sei bicchieri di liquore tutte le sere, era stato quello che lo aveva iniziato (inconsapevolmente) all’alcolismo, poi, una sera, folgorato sulla sua personale via di Damasco, decise di smettere e non bevve mai più.

Simile a lui, Bruce Willis, col quale Matthew Perry lavorò in due film.

Willis era un festaiolo, aveva conciato la suite come una discoteca. Beveva per divertirsi ma, al momento di concentrarsi sul lavoro, smetteva di bere senza alcuna difficoltà.
Invece Perry no. Se iniziava a bere, non riusciva più a contenersi.

Il libro, che viaggia appunto tra un presente e un passato, verso la fine si fa sempre più confuso.

Perry, risucchiato nel vortice delle dipendenze, trascorre la vita a entrare e uscire dai rehab e a un certo punto il lettore arriva a domandarsi se sia ripetitivo il libro o la vita dell’attore, soprattutto negli ultimi anni.
Matthew Perry ha trascorso lunghi periodi da sobrio, da attivista, speso ad aiutare gli altri, per poi ricadere inesorabilmente nel solito circolo vizioso.

Il decennio di Friends viene raccontato come uno dei momenti migliori, ma vissuto in modo convulso, tra un rehab e una disintossicazione.

Perry scrive che quando era magro era dipendente da oppiacei e non mangiava. Quando era gonfio, beveva. Vi assicuro che non guarderete più Friends allo stesso modo, alla luce delle sue rivelazioni. Nella nona stagione era sobrio e vinse anche dei premi. Ma non bastò.
Perché, come spiega lui stesso, anche dopo lunghi lassi di sobrietà succede qualcosa per cui si ritorna a bere. O a riempirsi di pasticche.
Gli alcolisti e i tossicodipendenti come me vogliono bere con il solo scopo di sentirsi meglio. Be', almeno questo è quello che vale per me: tutto ciò che ho sempre voluto era sentirmi meglio. Non mi sentivo bene - bevevo un paio di bicchieri e stavo meglio. Ma nell'evolversi della malattia, ci vuole sempre molto, molto, molto, molto, molto, molto, molto per sentirsi meglio. Se apri una falla nella membrana della sobrietà, l'alcolismo ci si infila e progredisce. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Una nota sugli oppiacei in America.

Nella vecchia Europa, prima che ti prescrivano un antidolorifico anche solo con un po’ di codeina dentro, bisogna essere ridotti veramente male. Quando quest’anno ho avuto un dolore alla schiena atroce, che imputavo a un intervento recente sotto la clavicola e invece era pleurite, ho dovuto piangere al telefono col medico per un antidolorifico potente (e poi sono finita in ospedale, ma questa è un’altra storia, in quel momento dovevo solo liberarmi del dolore).
Consiglio a tutti la visione della serie PainKiller su Netflix, romanzata ma ispirata al caso di Purdue Pharma, azienda farmaceutica che qualche decennio fa mise sul mercato l’OxyContin, un potentissimo oppiaceo, convincendo, con una mirata strategia di marketing, i medici di famiglia a prescriverlo anche per un banale mal di testa. L’OxyContin (ossicodone, cugino dell’idrocodone di Perry) in teoria non doveva causare dipendenza, ma gli studi erano stati condotti su malati di cancro al quarto stadio. Accadde che la diffusione dell’ossicodone nella popolazione americana, su pazienti non terminali, causò un numero elevatissimo di dipendenze e i proprietari della Purdue Pharma, che ora non esiste più, hanno sulla coscienza qualcosa come 500 mila morti tra il 1999 e il 2017. Non hanno mai pagato.
A fronte di questo scandalo sono inorridita quando ho letto che al povero Matthew Perry, reduce da un colon esploso a causa degli oppiacei, abbiano prescritto con nonchalance di nuovo un oppiaceo per tenere a bada i dolori. Eppure è accaduto.

Il libro di Matthew Perry termina in modo positivo, con lui che sembra aver realizzato qualcosa, sembra finalmente accorgersi della bellezza del mare, del cielo, della vita.

Sono un me più calmo, ora. Un me più vero. Più capace. Di certo, è possibile che se volessi interpretare un bel personaggio in un film, adesso me lo dovrei scrivere da solo. Ma so fare anche questo. Sono abbastanza. Sono più che abbastanza. E non ho più bisogno di mettere su uno show. Ho lasciato il mio segno. Ora è tempo di mettermi seduto e godermi la vita. E di trovare l'amore vero. E una vita reale. Non una condotta dalla paura.
Sono me stesso. E questo dovrebbe essere abbastanza, è sempre stato abbastanza. Ero io quello che non lo capiva. E ora lo capisco. Sono un attore, sono un autore. Sono una persona. E una brava persona.
Voglio cose buone per me stesso, e per gli altri, e posso continuare a lavorare per queste cose. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile
Ha persino trovato Dio. Quel Dio che aveva esaudito il suo desiderio di fama, senza però che lui sia mai riuscita a godersela.
A un certo punto, quando prendevo cinquantacinque pillole al giorno, mi svegliavo e in qualche modo dovevo procurarmi quelle cinquantacinque pillole. Era come un lavoro a tempo pieno. La mia vita era un'unica operazione matematica. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Rimane l’amaro in bocca perché nonostante i buoni propositi il messaggio che arriva è che un tossicodipendente della sua gravità non si può salvare.

Matthew Perry è deceduto a causa degli «effetti acuti della ketamina», com'è stato reso noto, farmaco usato come antidepressivo. Infatti, come indicato nel libro stesso, oltre all’elaborazione, ai sei o sette milioni di dollari spesi in cure e le seimila sedute dagli alcolisti anonimi, ogni volta che si disintossicava dovevano somministrargli altre sostanze sostitutive e compensative che a loro volta avevano effetti collaterali e causavano dipendenza.
E c’è una pagina che sembra un vaticinio.
Stavo facendo anche quotidiane iniezioni di ketamina. La ketamina era una droga di strada molto popolare negli anni ottanta. Ora ne esiste una forma sintetica, e viene utilizzata per due scopi: per alleviare il dolore e curare la depressione. C'è scritto sopra il mio nome - avrebbero benissimo potuto chiamarla "Matty". La ketamina era simile a emettere un lunghissimo respiro. Mi portavano in una stanza, mi facevano sedere, mi mettevano le cuffie così che potessi ascoltare la musica, mi bendavano e mi infilavano un'agocannula. Questa era la parte tosta - sono sempre un po' disidratato perché non bevo abbastanza acqua (che sorpresa), perciò trovare una vena non era uno scherzo. Alla fine ero ridotto a un maledetto puntaspilli. Nell'agocannula mettevano una goccia di Ativan - che riuscivo a percepire benissimo, e poi mi veniva iniettata la ketamina per un'ora. Mentre me ne stavo lì nel buio pesto, ad ascoltare Bon Iver, mi dissociavo, avevo delle visioni - ero in terapia da così tanto tempo che la cosa neanche mi inquietava più. Oh, c'è un cavallo lì? Be', può benissimo darsi... mentre la musica suonava e la K mi scorreva nel corpo, tutto cominciava a riguardare l'ego, e la morte dell'ego.
E spesso durante quell'ora pensavo di morire. Ah, pensavo, è questo quello che succede quando muori.
Eppure mi sarei risottoposto a quella merda all'infinito perché era una cosa diversa, e ogni cosa diversa è un bene. (Guarda caso è una delle battute finali di Ricomincio da capo.) Prendere la K è come essere colpito in testa da un gigantesco, felice badile. Ma i postumi erano atroci e più pesanti del badile. La ketamina non faceva per me. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile

Dispiace perché lui ancora sognava una famiglia, dei figli, una carriera.

La dipendenza gli aveva preso molto, ma la voglia di vivere c’era ancora.
Tra tutti i posti possibili, ho visto Dio nella mia cucina, perciò io so che esiste qualcosa più grande di me. (So, tanto per cominciare, di non essere in grado di dare vita a una pianta.) So che Dio è amore e onnipresente accettazione, il che significa che andrà tutto bene. So che succede qualcosa quando muori. So che vai oltre, verso qualcosa di straordinario. Matthew Perry, Friends, amanti e la Cosa Terribile


Friends, amanti e la Cosa Terribile

di Matthew Perry
La nave di Teseo
Autobiografia
ISBN 978-8893951432
Ebook 10,99€
Cartaceo 20,90€

Quarta

“Salve, il mio nome è Matthew, anche se potreste conoscermi con un altro nome. I miei amici mi chiamano Matty. E dovrei essere morto.” Inizia così l’avvincente storia dell’acclamato attore Matthew Perry, che ci accompagna in un viaggio che va dalla sua infanzia, segnata dal desiderio di emergere, al raggiungimento della fama e poi alla dipendenza e al recupero, dopo essere stato in fin di vita. Prima delle frequenti visite in ospedale e dei periodi di disintossicazione, c’è stato un Matthew di cinque anni, che viaggiava da Montreal a Los Angeles dividendosi tra i genitori separati; un Matthew di quattordici anni, stella del tennis canadese; un altro Matthew ancora, che a ventiquattro anni ha ottenuto l’ambitissimo ruolo da co-protagonista nel cast della serie più attesa del momento, allora chiamata Friends like us (divenuta poi famosa in tutto il mondo col titolo di Friends)... e molti altri ancora. Nelle pieghe di una storia straordinaria che solo lui poteva scrivere – e con la voce appassionata, esilarante e calorosamente familiare che lo caratterizza –, Matthew Perry racconta senza reticenze la famiglia che lo ha cresciuto (e che lo ha anche lasciato a se stesso), il desiderio di riconoscimento che lo ha spinto verso la fama e il vuoto interiore, che non poteva essere colmato nemmeno dalla realizzazione dei suoi sogni più grandi. Ma racconta anche la pace che ha trovato nella sobrietà, e come ha vissuto l’immenso successo di Friends, condividendo aneddoti sui suoi compagni di cast e sulle altre star che ha incontrato lungo il cammino. Schietto, consapevole e venato dall’umorismo che abbiamo imparato a conoscere, Perry descrive in modo vivido la sua battaglia contro la dipendenza da alcol e droghe e il motivo per cui, nonostante avesse apparentemente tutto,, nulla riusciva a renderlo felice. “Friends, amanti e la Cosa Terribile” è un memoir intimo e illuminante, che offre una mano tesa a chiunque stia lottando per la sobrietà. Brutalmente sincero, divertente e a tratti tragico… Prefazione di Lisa Kudrow.


Elena Genero Santoro
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