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La sorella dimenticata: chi era Margot Frank?

La sorella dimenticata: chi era Margot Frank?

La sorella dimenticata: chi era Margot Frank?

Di Lara Zavatteri. La sorella maggiore di Anne, di cui poco si parla. Chi era Margot Frank?

Quando si parla di Anne Frank, raramente ci si ricorda che aveva una sorella. Era Margot, sorella maggiore dell’autrice del celebre Diario, che subì tutto ciò che colpì Anne, la loro famiglia e coloro con cui erano nascoste nell’Alloggio segreto ad Amsterdam.

Chi era Margot Betti Frank?

Margot Betti Frank era nata a Francoforte sul Meno, città d’origine del padre Otto, nel 1926. Trascorse alcuni anni in Germania, fino a quando l’ascesa al potere di Hitler e le persecuzioni verso gli ebrei resero necessaria la fuga di tutta la famiglia. Il padre Otto aveva ad Amsterdam una fabbrica, la “Opekta”, che produceva composti per fare la marmellata, così si trasferì lì per preparare l’arrivo della moglie Edith e delle figlie, nel frattempo rimaste ad Aquisgrana, città natale della mamma di Margot e Anne, nata nel 1929.
Margot e sua madre raggiunsero Otto ad Amsterdam alla fine del 1933, seguite qualche mese dopo da Anne. Otto era convinto che i nazisti non avrebbero invaso i Paesi Bassi e credeva di aver trovato un rifugio sicuro nella città di Amsterdam: non sarà così, come ben sappiamo.
Margot iniziò a frequentare la scuola e imparò l'olandese, come dovette fare Anne, che prima del trasferimento non conoscevano.


Margot e Anne: due sorelle così diverse.

Come si legge nel Diario, Margot e Anne erano molto diverse. Da sempre Margot era più affezionata alla madre, mentre Anne lo era al padre. Margot era calma, riflessiva, dedita allo studio. Era un'ebrea osservante, frequentava la sinagoga, studiava i testi sacri. Anne era vivace, a volte poco diligente a scuola, non le interessava molto seguire attivamente la religione.
Nonostante le differenze le sorelle furono sempre unite, anche quando furono costrette a rifugiarsi in quello che Anne chiamò L’alloggio segreto, un appartamento sopra gli uffici della fabbrica del padre.
Inizialmente si nascosero solo i Frank, poi si aggiunse un’altra famiglia, i van Pels (che Anne, che aveva cambiato i nomi in vista di una pubblicazione del Diario dopo la guerra, chiama Van Daan) e il dentista Pfeffer, che Anne chiama Dussel. Con i Van Pels c’è Peter, un ragazzo della stessa età di Margot. Inizialmente, anche per i caratteri simili-Peter era molto timido – il ragazzo si avvicina a Margot, ma poi viene attratto dalla vivacità di Anne. Nel Diario Anne ne parla, dicendosi dispiaciuta per la sorella che resta così sola ed esclusa, ma poi l’amicizia con Peter, man mano che il tempo passa, pare trasformarsi in amore.

Leggi anche Lara Zavatteri | #Diary75: i 75 anni del Diario di Anne Frank

I sogni di Margot.

Mentre Anne, nel rifugio, scriveva e pensava che dopo la guerra sarebbe diventata scrittrice o giornalista, Margot voleva, per il futuro, stabilirsi in quello che sarebbe diventato lo Stato di Israele, per fare la levatrice.
Nell’agosto del 1944, i Frank e tutti gli altri rifugiati vengono scoperti e inviati nei campi di concentramento. Vengono man mano divisi, le sorelle dovranno dire addio alla madre ad Auschwitz, deportate a Bergen Belsen. Restarono insieme fino alla fine ed entrambe morirono di tifo.
Non si conosce la data esatta della morte, tra febbraio e marzo del 1945. Prima morì Margot, seguita solo qualche giorno dopo da Anne. A Bergen Belsen una lapide le ricorda entrambe.

Margot Frank, però, al contrario di Anne, non realizzò i suoi sogni.

Anne non riuscì a farlo in vita, ma grazie alla pubblicazione del Diario da parte del padre, unico sopravvissuto, è riuscita a far conoscere la sua storia e quella dell’Olanda occupata.
Secondo alcune fonti sembrerebbe che anche Margot scrivesse durante il periodo di reclusione, ma non vi è alcuna certezza.
Sarebbe bello dedicare un libro a Margot, la sorella dimenticata della famosissima Anne. Come detto come lei patì gli orrori della guerra, delle persecuzioni naziste verso gli ebrei, ebbe la speranza di sopravvivere che s'infranse quell’agosto del 1944. Sarebbe bello conoscerla un po' di più, così da aggiungere un altro “tassello” alla storia dei Frank e dell’Olocausto in generale.

Lara Zavatteri


Lara Zavatteri

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Janis Joplin, buried alive in the blues

Janis Joplin, buried alive in the blues

Janis Joplin, buried alive in the blues

Musica Di Stefania Bergo. I miti della musica: Janis Joplin, voce abrasiva, ruvida, nata per i tormenti del blues. Forse la più grande. 

Immolata al rock' 'n roll come vittima sacrificale, un'anima scura, persa nel suo bisogno d'amore, stordita dall'eccesso inutile di una vita al limite.
Il suo corpo senza vita fu trovato al Landmark Motor Hotel di Hollywood, in California, la notte del 4 ottobre 1970, stroncata da un'overdose di eroina a soli 27 anni.
Janis, però, non è sempre stata inquieta...

Janis Joplin da piccola è una bimba solare e sorridente.

Nata a Port Arthur, da padre operaio di raffineria e madre casalinga. I problemi sgorgano nella sua vita nell'adolescenza, quando le sue forme morbide e la crudeltà ingiuriosa dell'acne giovanile le conferiscono l'aspetto di disadattata, impopolare agli occhi dei suoi compagni di scuola.
A soli 17 anni lascia la sua città natale e la prospettiva di una vita sbiadita, di moglie e mamma, per inseguire il suo sogno: diventare una cantante.
Pur essendosi diplomata con buoni voti ed essersi iscritta all'università di Scienze Sociali, risponde presto al richiamo struggente del blues e inizia a vagabondare per gli oscuri club provinciali. Incontra Jorma Kaukonen, chitarrista e futuro membro dei Jefferson Airplane, e inizia ad esibirsi con lui nei locali, con un repertorio prettamente folk e country.
Riesce a racimolare abbastanza denaro da partire per San Francisco, città stimolante, in cui è più importante essere che apparire, in cui le idee innovative, in campo musicale, si accordano perfettamente con lo stile hippy dei rivoluzionari anni '60. Qui, però, fa anche la conoscenza con eroina e alcol, unici veri amanti che non la tradiranno mai e che le resteranno accanto fino alla fine.

Nel 1966 torna a casa dai genitori, a Port Arthur, affranta per una promessa di matrimonio naufragata.

Cerca di vivere gettandosi tutta l'amara realtà alle spalle, fingendosi una banale e omologata ragazza di provincia: vestiti scuri, anonimi, lunghi capelli raccolti in uno chignon, priva di ogni scintilla creativa o di ribellione. Trova un lavoro e trascorre il suo tempo libero ricamando e leggendo.
Purtroppo, o per fortuna, questa situazione di stallo dura poco. Un suo amico, Chet Helms, diventa il manager di un nuovo gruppo rock di San Francisco, i Big Brother and the Holding Company, alla ricerca di una vocalist.
Parte di nuovo per la California, dove diviene la voce della band con cui incide il suo primo album, Big Brother and the Holding Company, per la Mainstream Records. Il genere musicale che li distingue, rock psichedelico e acid-blues, ben si accorda con la voce sporca e le performance dal vivo, struggenti, della Joplin. Tuttavia, il loro primo album, appare ancora acerbo e non rende affatto giustizia alla creatività della band, se si eccettuano alcuni brani come Down on me e Bye, bye baby.
Nonostante il primo relativo insuccesso, il lavoro prosegue.

Le muse ispiratrici di Janis Joplin sono chiaramente Odetta, Leadbelly, Bessie Smith e Big Mama Thornton, di cui interpreta con estrema intensità graffiante Ball and chain, sul palco del Monterey Pop International Festival.

L'anno dopo, esce l'album Cheap Thrills, da molti considerato l'apoteosi della carriera di Janis Joplin. In quest'album, infatti, ritroviamo l'intensa Summertime di George Gershwin, I need a man to love, un brano fortemente autobiografico, e Piece of my heart, forse la sua canzone più famosa.
Sulla scia del suo enorme successo, la Joplin diventa uno dei simboli del rock al femminile: la sua sensualità selvaggia, infatti, a dispetto di una bellezza tutt'altro che canonica, la rende naturalmente l'alter ego femminino di Jim Morrison o Mick Jagger.

L'equilibrio della band si rompe per l'abuso di alcol e droghe e per l'incompatibilità tra Janis Joplin e James Gurley.

La Joplin forma allora una nuova band, la Kozmic Blues Band, con la quale pubblica I got dem 'ol Kozmic Blues Again mama, il suo primo album da solista, che la consacra come l'indiscussa "regina bianca del blues", grazie a brani come Maybe, Little girl blue o Kozmic Blues.
Purtroppo, anche questa band si scioglie, complice l'abuso di alcool ed eroina.
Janis, capisce che è arrivato il momento di disintossicarsi e di creare una nuova band, la Full Tilt Boogie Band, con cui realizza il suo terzo album, Pearl, uscito nel 1971, ottenendo un grandissimo successo, soprattutto con brani come Cry baby, Get it while you can My baby.
Purtroppo, però, Janis non riesce a godere di questo trionfo.

Caduta nuovamente nelle spire dell'eroina, per la sua incapacità di sopportare i ritmi serrati o forse solo la solitudine e l'intensità di un'anima tormentata, muore in una stanza d'albergo, stroncata da una dose eccessiva.

Da sola.
Rimarrà, indiscutibilmente, una delle migliori interpreti bianche di tutti i tempi, Buried alive in the blues, sepolta viva nel blues, come cantava nel suo ultimo brano, macabra profezia.



Stefania Bergo
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Il diario di Nannerl Mozart, sorella di Amadeus: costretta a sacrificare il suo talento e sposarsi

Il diario di Nannerl Mozart, sorella di Amadeus: costretta a sacrificare il suo talento e sposarsi

Il diario di Nannerl Mozart, sorella di Amadeus: costretta a sacrificare il suo talento e sposarsi

Professione lettore Di Lara zavatteri. Il diario di Nannerl Mozart: il suo talento musicale fu sacrificato in favore del fratello Amadeus. Un caso di discriminazione di genere: costretta a lasciare la musica e sposarsi, delle sue opere oggi non rimane traccia.

Basta dire Mozart e subito viene in mente Wolfgang Amadeus. Ma di Mozart ce n'era un altro, anzi un'altra. Era Maria Anna, chiamata familiarmente Nannerl, la sorella maggiore di Mozart. Come Wolfgang, anche Nannerl nacque a Salisburgo, lei nel 1751, Wolfgang nel 1756. Erano entrambi bambini prodigio, ma se Mozart è oggi conosciuto universalmente, della musica di Nannerl si sono perse le tracce.
Da bambini, il padre Leopold Mozart li faceva esibire insieme, entrambi dotati di un grande talento per la musica, forse addirittura era Nannerl, secondo alcune fonti, a suonare meglio di Amadeus. Per loro Leopold organizzò tour in Europa – un giovanissimo Mozart suonò alla corte dell'imperatrice Maria Teresa a Vienna – ma ad un certo punto le cose cambiarono.

Le finanze di Leopold non consentivano più ad entrambi i bambini di proseguire nella loro già straordinaria carriera, così Nannerl viene accantonata, per far posto al fratello Wolfang. 

Inutile dire che Leopold fece la scelta più ovvia per l'epoca, ovvero sacrificare la bambina in favore del figlio maschio. Ovvia per modo di dire, visto che la bambina poteva essa stessa diventare una musicista di fama, ma fu il fatto di essere una ragazza, molto probabilmente, a consentire ad Amadeus di avere i finanziamenti del padre tutti per sé.
Così, mentre il fratello prodigio si esibiva nelle corti più rinomate del tempo, Nannerl fu costretta a sposare un uomo che, seppur ricco, la allontanò ancora di più dal suo destino, ovvero dalla musica.
Nannerl, che aveva duettato con il fratello, che era, come detto, forse migliore di lui, che aveva anche composto della musica, era diventata moglie e madre e non ci fu più spazio per la musica nella sua vita, se non sporadicamente, per qualche lezione a chi le richiedeva.
Mozart scriveva frequentemente alla sorella, anche quando diventò adulto, anche se con il tempo i rapporti fra i due si raffreddarono.
Bambino prodigio, Mozart fu un genio della musica, ma morì giovane, coperto di debiti, tanto da essere sepolto in una fossa comune. Nannerl, che non aveva “rubato la scena” al fratello, ma che era stata costretta più volte a farsi da parte, dopo la sua scomparsa si adoperò per ridare lustro al nome del fratello.
Il diario di Nannerl Mozart di Maria Anna Mozart

Il diario di Nannerl Mozart

di Maria Anna Mozart
a cura di Olimpio Cescatti
Zecchini
Biografico
ISBN 978-8865401675
cartaceo 22,50€

Purtroppo, della musica composta da Nannerl ad oggi nulla è rimasto, se non gli elogi dello stesso Mozart nelle sue lettere. 

In pochi conoscono la sua esistenza, la sua musica è svanita, come non fosse mai esistita. Eppure Nannerl aveva immense potenzialità, tanto da adombrare, forse, perfino il talento del fratello.
La sua unica colpa e sfortuna fu di essere nata femmina, in un'epoca, come il Settecento – ma sarebbe stato così a lungo e per certi versi molte volte lo è tutt'ora – che dava poca importanza al talento delle bambine e delle ragazze, preferendo incoraggiare quello dei maschi.
Un libro parla di lei, del rapporto con il fratello e di molto altro ancora: Il diario di Nannerl Mozart di Maria Anna Mozart (Zecchini), a cura di Olimpio Cescatti, per scoprire questa straordinaria figura, quasi sconosciuta.
Lara Zavatteri

Lara Zavatteri
Classe 1980, vive e lavora nel paese di Mezzana in val di Sole (Trentino). Iscritta all'Ordine nell'elenco dei pubblicisti dal 2000, scrive articoli di cultura, ambiente e attualità locale. È anche blogger e autrice di libri.
Guardando le stelleUn cane di nome GiulianoRisparmia Subito!Amici per sempreCuor di Corteccia, Sopravvissuti, Youcanprint.
Reset, Photocity.it.
La strada di casa, Edizioni del Faro.
Agata. Come un funerale ti salva la vita, Aroma di caffè e profumo di fieno, L'Intimo non si cambia (e nemmeno si prova), Youcanprint.
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Lina Wertmüller tantebellezze: Oscar alla carriera e una stella sulla Walk of Fame

Lina Wertmüller tantebellezze: Oscar alla carriera e una stella sulla Walk of Fame

Lina Wertmüller tantebellezze: Oscar alla carriera e una stella sulla Walk of Fame

Cinema Di Tamara Marcelli. Lina Wertmüller. Da I basilischi a Ninfa Plebea, alcuni suoi film: le "tantebellezze" che le varranno l'Oscar alla carriera a ottobre e una stella sulla Walk of Fame a Hollywood.

Roma, 14 Agosto 1928. Lina Wertmüller – all'anagrafe Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich – è la prima regista italiana ad essere stata candidata al Premio Oscar – nel 1977 con il film Pasqualino Settebellezze, interpretato da Giancarlo Giannini. Nel 2008 ha vinto il Premio Flaiano categoria Cinema, nel 2009 il Premio Globo d'oro alla carriera, nel 2010 il Premio David di Donatello alla carriera, nel 2018 l'Onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. E il 27 ottobre le sarà assegnato l'Oscar alla carriera, oltre a una stella sulla Walk of Fame a Hollywood.
Amare è essere impegnati, è lavorare, è avere interessi, è creare.
Nel 1960 e nel 1962 Lina Wertmuller esordisce come aiuto regista di Federico Fellini nei film capolavoro La dolce vita e Otto 1/2.

Tutti i film di Lina Wertmüller: da I basilischi a Ninfa Plebea.


I basilischi

Nel 1963 esordisce come regista nel film I basilischi, con Stefano Satta Flores, Antonio Petruzzi, Luigi Barbieri, Flora Carabella, Mimmina Quirico, e le musiche di Ennio Morricone.
Se stai a da’ retta agli altri nun te movi cchiù, dice Antonio. E dice ca lui subito se ne vuole andare a Roma. Ma quando la sveglia ha suonato la mattina alle sei, che doveva andare a Bari pe’ spostare l’iscrizione all’Università, lui, si è voltato dall’altra parte. Ha rimandato. Domani! Poi domani, poi domani, e intanto continua a raccontare di Roma, delle donne.. quella co’ la catena d’oro intorno alla vita, quella co’ la parrucca e gli occhiali di brillanti; la bionda che beveva; la bruna che lo voleva lanciare nel cinema.. Le favole! Parla, parla; tanto che non partirà più tutti l’hanno capito. E pure lui, perché? Eh! Ci u’sape! Po’ esse che ad Antonio ci manca qualche cosa, o forse ci manca a tutti noi, ed è per questo che la vita nostra passa e facciamo così poco. Così poco. Oppure, può esse’ che facciamo quelli che la razza e il clima e il luogo e la storia hanno voluto che fossimo, come dice quel grand’uomo del sud. Bah. Antonio continua a parlare di Roma; Francesco continua a parlare della cooperativa, eh! E Roma e la cooperativa sono diventati solo un argomento pe’ chiacchiera’, perché qua si chiacchiera tanto. Si chiacchiera.. si chiacchiera.. Ecco qua.
I basilischi

Mimì metallurgico ferito nell'onore

Film del 1972, con Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Agostina Belli, Turi Ferro, Gianfranco Barra. Musiche di Piero Piccioni.
Fiorella: «lo all'amore ci credo, per me l'è na roba seria.»
Mimì: «Perché? Io ti sembro allegro? Se-ris-si-mo sono!»
Mimì metallurgico ferito nell'onore

Film d'amore e d'anarchia

Film del 1973, con Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Lina Polito. Musiche di Nino Rota e Carlo Savina.
Voglio ripetere il mio orrore per attentati che oltre che essere cattivi in sé sono stupidi perché nuocciono alla causa che dovrebbero servire... Ma quegli assassini sono anche dei santi e degli eroi... e saranno celebrati il giorno in cui si dimenticherà il fatto brutale per ricordare solo l'idea che li illuminò e il martirio che li rese sacri.
Film d'amore e d'anarchia

Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto

Film del 1974, con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato.
Ti devi innamorare. Ti deve prendere un amore nero che ti torce le budella, passione disperata peggio d'una malattia. Io t'ho a entrare dentro la testa, dentro lu core, dentro la pancia. Passione o nente. Passione o nente!
Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto

Pasqualino Settebellezze

Film del 1975, con Giancarlo Giannini. Musiche di Nando De Luca ed Enzo Jannacci.
Pasqualino: «Sì...sono vivo»
Pasqualino Settebellezze



Fatto di sangue tra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici

Film del 1978, con Marcello Mastroianni, Giancarlo Giannini, Sofia Loren, Turi Ferro, Mario Scarpetta. Musiche di Pino D'Angiò e Nando De Luca.

Scherzo del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada

Film del 1983, con Ugo Tognazzi, Renzo Montagnani, Valeria Golino, Enzo Jannacci, Piera degli Esposti, Gastone Moschin, Rodolfo Laganà. Musiche di Paolo Conte.

Notte d'estate con profilo greco , occhi a mandorla e odore di basilico

Film del 1986, con Michele Placido, Mariangela Melato. Musiche di Pino D'Angiò e Lilli Greco.

In una notte di chiaro di luna

Film del 1989, con Nastassja Kinski, Peter O'Toole, Faye Dunaway, Lorraine Bracco, Rutger Hauer, George Eastman, Massimo Wertmuller, Giuseppe Cederna. Musiche degli Avion Travel.

Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti

Film del 1986, con Harvey Keitel, Angela Molina, Isa Danieli, Paolo Bonacelli, Mario Scarpetta, Elvio Porta, Pino Ammendola, Franco Angrisano. Musiche di Tony Esposito.

Sabato, Domenica e Lunedì

Film del 1990, con Luca De Filippo, Sofia Loren, Pupella Maggio, Luciano De Crescenzo, Enzo Cannavale, Mario Scarpetta. Musiche di Pino D'Angiò e Antonio Sinagra.



Io speriamo che me la cavo

Film del 1992, con Paolo Villaggio, Isa Danieli, Paolo Bonacelli. Musiche di Carlo D'Angiò.

Titolo
Quale parabola preferisci?

Svolgimento
Io, la parabola che preferisco è la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, una a destra e una a sinistra. Al centro quelli che andranno in purgatorio, saranno più di mille miliardi! Più dei cinesi! E Dio avrà tre porte: una grandissima, che è l'inferno; una media, che è il purgatorio; e una strettissima, che è il paradiso. Poi Dio dirà: "Fate silenzio tutti quanti!". E poi li dividerà. A uno qua e a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di qua, ma Dio lo vede e gli dice: "Uè, addò vai!". Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Corzano si farà in mille pezzi, i buoni rideranno e i cattivi piangeranno. Quelli del purgatorio un po' ridono e un po' piangono, i bambini del limbo diventeranno farfalle e io, speriamo che me la cavo.
Io speriamo che me la cavo

Ninfa plebea

Film del 1996, con Stefania Sandrelli, Raoul Bova, Isa Danieli, Lorenzo Crespi, Massimo Bellinzoni, Luisa Amatucci. Musiche di Ennio Morricone.

Le opere liriche dirette da Lina Wertmüller.

Nel 1986 si cimenta nella regia di un'opera lirica, "Carmen" di Bizet al Teatro San Carlo di Napoli; nel 1997 la "Bohème" al Teatro di Atene.


Tamara Marcelli
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Blanche, figliastra e nuora di Monet: un'artista dimenticata?

Blanche, figliastra e nuora di Monet: un'artista dimenticata?

Blanche Monet, un'artista dimenticata?
Madame Kuroki, Claude Monet, Alice Butler, Blanche Hoschedé Monet e Georges Clemenceau, nel giardino di Giverny - Credit: Musée Marmottan Monet, Paris/Bridgeman Images

Arte | Di Lara Zavatteri. Blanche Monet. Imparò da Monet di cui fu figliastra e nuora. Una pittrice talentuosa che attraversò la corrente dell'Impressionismo e che oggi forse si conosce troppo poco.

L'ho scoperta per caso guardando un documentario in televisione e confesso di non averla mai sentita nominare. Blanche Monet, pittrice francese, fu un'artista di un certo rilievo e, come si può dedurre dal cognome, imparentata con il celebre impressionista Claude Monet, famoso per le sue ninfee come Van Gogh lo è per i girasoli.
Chi era Blanche? 
Blanche Hoschedé nacque nel 1865 in una famiglia il cui padre fu mecenate di Monet. Sviluppò fin da giovanissima un talento e una vera passione per l'arte. Purtroppo per suo padre gli affari non andarono bene e, trovatosi in bancarotta, si trasferì con la famiglia proprio in una casa con Monet, dove Claude abitava con la moglie e due figli. I genitori di Blanche pian piano si allontanarono mentre Alice, la madre della pittrice, si legò a Monet, così di fatto Blanche divenne la sua figliastra. In più, anni dopo sposò Jean, uno dei figli di Claude, così ne divenne anche la nuora. 

Blanche e Claude. 

Vivendo con Monet e avendo, come lui, una vera passione per l'arte, Blanche poté apprendere molto da Claude. Non solo ne divenne l'allieva ma dipinse con lui, addirittura gli stessi soggetti, utilizzando gli stessi colori, infatti basta dare un'occhiata ai dipinti di Blanche per capire quanto Monet l'abbia influenzata, tanto che quasi non si distinguono gli uni dagli altri. La maggior parte delle sue opere fu realizzata a Giverny, dove si trovava la casa con il famoso giardino.
Inutile dire che dipinse secondo lo stile dell'impressionismo e “en plein air” cioè all'aria aperta. Blanche fu accanto a Monet fino alla fine, anche quando il suo maestro divenne quasi cieco e, quando Claude morì nel 1926, Blanche divenne la responsabile dei giardini e della dimora di Giverny.
Morì ultraottantenne a Nizza.

Le opere di Blanche.

Le opere di Blanche. 

I soggetti di Blanche Monet raffigurano spesso la natura, giardini, laghi, fiori tra cui naturalmente anche le ninfee, e ponti, altro tema caro a Monet. In vita riuscì ad esporre in diverse mostre personali a Parigi, mentre dopo la sua morte, nel 1947, i suoi quadri parteciparono a mostre collettive anche a New York. Anche in vita Blanche, pur essendo una donna e un'artista, ancora un tabù per l'epoca, partecipò a mostre collettive. Oggi i suoi quadri si trovano in diversi musei francesi e alla Fondazione Monet a Giverny.

Il mistero delle ninfee Monet e la rivoluzione della pittura moderna

Il mistero delle ninfee
Monet e la rivoluzione della pittura moderna

di Ross King
Rizzoli
ISBN 978-8817088930
ebook 9,99€
cartaceo 20,40€

Le ninfee. 

Secondo alcuni, proprio Blanche può aver assistito Monet nella realizzazione dell'opera monumentale “Grandes Décorations” con pannelli enormi raffiguranti le ninfee. Insomma le famose ninfee di Monet forse furono create anche da una donna.
In ogni caso un'artista da scoprire e riscoprire senza considerarla solo un'appendice di Monet ma una pittrice talentuosa che attraversò la corrente dell'Impressionismo e che oggi forse si conosce troppo poco.


Lara-Zavatteri

Lara Zavatteri
Classe 1980, vive e lavora nel paese di Mezzana in val di Sole (Trentino). Iscritta all'Ordine nell'elenco dei pubblicisti dal 2000, scrive articoli di cultura, ambiente e attualità locale. È anche blogger e autrice di libri.
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Il coraggio di denunciare: il caso di Artemisia Gentileschi

Il coraggio di denunciare: il caso di Artemisia Gentileschi

Il coraggio di denunciare: il caso di Artemisia Gentileschi - Lara Zavatteri, Gli scrittori della porta accanto

Di Lara Zavatteri. Artemisia Gentileschi, pittrice romana del '600, ebbe il coraggio di denunciare il suo stupratore e continuare a difendersi malgrado fosse stata messa alla gogna, diventando simbolo di forza per tutte le donne.

Ancora oggi denunciare una violenza per le donne resta un passo che molte non riescono a compiere. La paura di ritorsioni, la paura per la propria vita o quella delle persone care, le fanno desistere dal compiere questo diritto.
Un caso eccezionale nella storia fu quello accaduto alla pittrice romana del Seicento, Artemisia Gentileschi. Artemisia, dotata di una grande passione per l'arte oltre che di un talento innato, fu formata da padre a questa professione. Già questo, di per sé, fu un fatto straordinario, considerando che alle femmine solitamente non era concesso avvicinarsi allo studio della pittura, né allo studio in generale, e che Orazio aveva dei figli maschi, che però non avevano dentro quel fuoco che spingeva Artemisia a dipingere.
Orazio Gentileschi, il padre, ad un certo punto iniziò a collaborare con un altro artista, Agostino Tassi. Fu proprio quest'ultimo, tra l'altro già accusato di aver ucciso sua moglie, ad avvicinare Artemisia. Fu lui a farle violenza, fu lui a prometterle di sposarla subito. 

Promettere ad una donna di sposarla dopo averla stuprata, per “rimediare”, fa ghiacciare il sangue, ma nel Seicento era pratica quasi comune. 

È spaventoso, lo so. Fatto sta che naturalmente non ci fu nessun matrimonio - non che questo avrebbe aggiustato l'orribile fatto - e Artemisia, disonorata, fu costretta a raccontare tutto al padre. 
Denunciare qualcuno perché ti ha violentato è difficile oggi, pensiamo nel Seicento. Nonostante tutto, Artemisia lo fece, anche se dovette sopportare un pesante fardello.
Il processo contro Agostino Tassi si fece, ma alla gogna fu messa lei. Lei, che da vittima passò per donna lasciva, di "facili costumi", lei che dovette ascoltare il diniego del Tassi, soprattutto lei che venne torturata. Le venne applicata la "tortura dei sibilli" che consisteva nello schiacciamento delle dita.
V'immaginate il dolore e l'umiliazione? V'immaginate cosa poteva voler dire per lei, che le mani, le sue dita, le usava per dipingere?

Eppure, Artemisia non si arrese e continuò ad affermare ciò che realmente era accaduto, cioè che fosse stata violentata dal Tassi, diventando così un simbolo di coraggio. 

Alla fine, l'uomo fu condannato, una pena lieve, ma Artemisia è un simbolo per tutte le donne che non hanno il coraggio di uscire allo scoperto, di denunciare il proprio aguzzino.
Incredibilmente, l'accaduto non ebbe ripercussioni successive e lei poté brillantemente continuare la sua carriera, in Italia e all'estero. Ma altre donne, donne che quel coraggio l'hanno avuto, non hanno invece avuto identica fortuna.
Per questo, oltre alla denuncia, credo sia necessario non lasciare sola la donna che trova la forza di fare questo passo, non abbandonarla a se stessa ma offrire una rete di sostegno e di protezione affinché chi le ha fatto del male non possa più farlo.
Artemisia ebbe coraggio. Non solo il coraggio di denunciare ma anche credere in se stessa "anche se donna" e di volersi bene, di credere di meritarsi una vita migliore - come infatti ebbe in seguito - nonostante le violenze subite - quella del Tassi e quelle durante e dopo il processo. Fu capace di alzarsi in piedi, di dire no, di sopportare il dolore, le critiche, le maldicenze, sapendo di essere nel giusto e così, alla fine, ne è uscita vincitrice.

Un'ultima cosa. Alla vicenda di Artemisia ho dedicato il mio libro fantasyL'Inclinazione. Storia di Artemisia e Nives” che mescola presente e passato, narrando anche la storia della pittrice. Per averlo basta richiedermelo via mail.


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La vera storia di Ipazia, la scienziata che sfidò la Chiesa (degli uomini), di Davide Dotto

La vera storia di Ipazia, la scienziata che sfidò la Chiesa (degli uomini), di Davide Dotto

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Un libro, Ipazia - La vera storia, di Silvia Ronchey, e un film, Agorà di Alejandro Amenàbar, per raccontare la vita di Ipazia, martire della libertà di pensiero, matematica, astronoma e filosofa greca del V secolo d.C., un'antagonista della Chiesa, pericolosa perché non domabile, uccisa dal fanatismo religioso.

Luciano Canfora nel volume Il presente come storia (edito da Bur), dedica un intero capitolo alla filosofa Ipazia di Alessandria. Sono presenti parole di lode per il film Agorà, del 2009.
Le vicende raccontate sono verosimili, la fiction è al servizio di una accurata ricostruzione storica:
Le scene della distruzione della biblioteca sono di ottima fattura e di esattezza impeccabile. La battaglia intorno ai libri, nella quale si erano illustrate le bande al servizio di Teofilo, zio e predecessore nonché mentore di Cirillo, non ha nulla da invidiare alle gesta delle orde di Pol Pot.
Grazie al film di Alejandro Amenàbar siamo proiettati in Egitto tra la fine del IV e l'inizio del V secolo d.C., in un'epoca di fermenti e inquietudini profonde. L'Impero Romano d'Occidente è al collasso, i barbari ne insidiano da un paio di secoli i confini. L'Alessandria tolemaica è uno degli ultimi baluardi, e depositaria, della cultura greca. Il film parla di libri, ma soprattutto di un certo modo di leggerli: essi rappresentano il nutrimento della mente, della propria facoltà di giudizio e del senso critico. Questo e altro, in fondo, si contesta a Ipazia, la quale insegnava a guardare il mondo con occhi attenti, cogliendo similitudini e differenze. Per tutto il film ritorna la prima nozione di Euclide, dalla quale si è lungi dal trarre l'insegnamento che ne consegue: se due cose sono uguali a una terza, allora sono uguali tra loro. In altre parole: sono più che le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono.
Nel film di Amenàbar si fa strada la consapevolezza che se la filosofia si rivolge ai cuori, il fanatismo religioso ha come interlocutori privilegiati le masse indistinte. Queste ultime si possono manovrare, specie se si parla alla pancia, sono capaci di travolgere e corrompere i singoli, magari dotati di ingegno e di intelletto. Sul punto fa riflettere Davo, lo schiavo affascinato da Ipazia, poi reclutato tra le file dei parabolani.



Che sia una donna e non un uomo a opporsi all'establishment produce, da sempre, reazioni incontrollate e in parte inspiegabili.

Dei cristiani in mano a una pagana? La Chiesa non poteva permetterselo in anni in cui l'intolleranza segnava il passo a provvedimenti speciali contro i culti pagani, i quali finirono per ricomprendere la stessa cultura ellenistica. Da qui la ragione degli atti vandalici, dell'assedio e distruzione della biblioteca del Serapeo.
Silvia Ronchey nel libro dedicato a Ipazia scrive:
Alla mobilitazione antipagana della fine del quarto e del principio del quinto secolo aveva partecipato tutta la chiesa d’Egitto. Un clima di guerriglia civile e religiosa accompagnava il trapasso e la trasformazione dei poteri nella megalopoli di Alessandria.
Alcuni allievi della scuola di Ipazia (cristiani e pagani), armati di spade e non di discorsi, messi da parte gli insegnamenti ricevuti, si avventeranno l'uno contro l'altro. La situazione è destinata a precipitare con Cirillo, vescovo di Alessandria. Si moltiplicano le occasioni di conflitto, si chiudono le porte a qualunque possibilità di dialogo tra le confessioni, acutizzando provocazioni cui non è facile evitare di rispondere. Quella di Cirillo è una corsa per concentrare il potere nelle proprie mani. L'Egitto non è Roma, che avrebbe giocato la carta della donazione - ancorché fasulla - di Costantino.

A disturbarlo è l'ascendente e il prestigio di Ipazia. Il suo assassinio pare abbia avuto ragioni più politiche che religiose o scientifiche.

vescovo-Cirillo
A dire il vero l'assassinio di Ipazia ha, da sempre, rappresentato uno scandalo che si è tentato di soffocare, sostenendo posizioni indifendibili.
Silvia Ronchey ricorda che molto si è detto in proposito: che sia stata uccisa nel corso di una manifestazione popolare e che non vi sia prova del coinvolgimento di Cirillo. Tuttavia l'esame accurato delle fonti, agli storici, dice ben altro.
Oltre alla filosofia, anche la storia ci insegna a guardare le cose affinando lo sguardo, mettendo in discussione ciò che ci viene fatto credere. Per esempio, è certo che Ipazia fosse un'antagonista pericolosa perché non domabile.
Nel film si indulge a far indossare alla filosofa le maschere con le quali è stata identificata a partire dall'Illuminismo in poi: antesignana di Copernico e di Galileo, nelle sue speculazioni trapelerebbero persino i rudimenti della teoria della relatività.
A parte questo, vi è tutt'altra corrispondenza da porre in luce. Se Galileo abiurò le sue teorie scientifiche nel 1633 davanti al Sant'Uffizio, Ipazia non ci pensò nemmeno. Se si fosse chinata all'autorità della Chiesa Copta, o davanti a un testo sacro, forse avrebbe avuto salva la vita, ma avrebbe contribuito a rendere la filosofia ciò che è stata per secoli: ancilla theologiae. Probabilmente non avrebbe potuto continuare le ricerche e non avremmo motivo di ricordarla.

Si dice, e a ragione, che il film Agorà non sia contro il cristianesimo, ma contro il fondamentalismo.

Le implicazioni di alcune scene sono tali da consentire un approfondimento. Si consideri l'angoscioso colloquio di Sinesio (vescovo di Cirene) e Oreste (prefetto di Alessandria). È complicato per Sinesio mediare tra la filosofia appresa e la verità scritta nella Bibbia. Ciascuno ha una sola e dolorosa strada da seguire. Detto in altra maniera, che alternativa c'è mai nella scelta tra l'insulto a Dio e l'insulto all'uomo, tra l'offendere Dio e salvare Ipazia?
Il regista sembra significare che persino i suoi allievi non sono in grado, Bibbia alla mano, di prendere posizione a favore di Ipazia. Il tema è rilevante dato che suggerisce ciò che possono esprimere sia le religioni sia le ideologie: in mancanza di adeguati antidoti divengono trappole senza via d'uscita. Ogni forma di fondamentalismo, a ben vedere, trova trova a riguardo la sua esauriente definizione.
L'insegnamento di Ipazia è tutto qui: semplice e pericoloso nel perpetuare l'antica tradizione platonica. Quando dice, nel film, di credere nella filosofia più che in un testo sacro, pone sul piatto un intelletto libero, vigile, attento, autocritico. Più dotata di Teone, suo padre, Ipazia cercava la verità coltivando il dubbio:
Voi non mettete in discussione quello a cui credete. Ma io devo farlo...



Agorà

Alessandria d'Egitto, seconda metà del IV secolo dopo Cristo. La città in cui convivono cristiani, pagani ed ebrei è anche un vivo centro di ricerca scientifica. Vi spicca, per acume e spirito di indagine, la giovane Ipazia, figlia del filosofo e geometra Teone. Ipazia tiene una scuola in cui l'allievo Oreste cerca di attirare la sua attenzione. C'è però anche un giovane schiavo, Davus, attratto dalla sua bellezza e dalla sua cultura. Col trascorrere degli anni la tensione tra gli aderenti alle diverse religioni diviene sempre più palese...

di Alejandro Amenabar
con Rachel Weisz, Michael Lonsdale, Ashraf Barhom, Max Minghella, Oscar Isaac 


Ipazia-La-vera-storia

Ipazia - La vera storia

Ipazia fu matematica e astronoma, sapiente filosofa, influente politica, sfrontata e carismatica maestra di pensiero e di comportamento. La sua femminile eminenza accese l’invidia del vescovo Cirillo, che ne provocò la morte, e la fantasia di poeti e scrittori di tutti i tempi, che la fecero rivivere. Fu celebrata e idealizzata, ma anche mistificata e fraintesa. Della sua vita si è detto di tutto, ma ancora di più della sua morte: aggredita, denudata, dilaniata, il suo corpo fu smembrato e bruciato sul rogo. A farlo furono fanatici esponenti di quella che da poco era diventata la religione di stato nell’impero romano-bizantino: il cristianesimo. Per la prima volta, con rigore filologico e storiografico e abilità narrativa, Silvia Ronchey ricostruisce l’avventura esistenziale e intellettuale di Ipazia inserendola nella realtà culturale e sociale del mondo tardoantico, e ci restituisce la vera immagine di questa donna che mai dall’antichità ha smesso di far parlare di sé e di proiettare la luce del suo martirio sulle battaglie ideologiche, religiose e letterarie di ogni tempo.

di Silvia Ronchey | Bur | Saggio storico
ISBN 978-8817045650 | cartaceo € 10,80 | ebook € 6,99 Acquista



Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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