Gli scrittori della porta accanto
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Recensione: La città autistica, di Alberto Vanolo

Recensione: La città autistica, di Alberto Vanolo

Recensione: La città autistica, di Alberto Vanolo

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. La città autistica di Alberto Vanolo (Einaudi). Un saggio breve che non impone soluzioni definitive ma propone sfide ai progettisti di oggi e domani, per ripensare spazi e ambienti accoglienti e stimolanti anche per persone neurodivergenti, dando vita a città che tengano conto anche della salute mentale e non solo dei vincoli fisici.

Quando alla facoltà di Ingegneria Edile del Politecnico di Torino seguivo i corsi di architettura e urbanistica, ci veniva spiegato che, per la gestione della disabilità, bisognava rispettare dei criteri progettuali, peraltro normati rigidamente dai regolamenti italiani, al pari delle norme antincendio con cui andavano a braccetto.
E così ci trovavamo a disegnare porte mai più strette di ottanta centimetri e bagni in cui una carrozzina potesse fare un giro completo. Il bagno largo con lavandino basso e la tazza alta era un obbligo nei locali pubblici e in certi tipi di alloggi, se di nuova progettazione o nel momento in cui venivano ristrutturati. Per strada non so se qualcuno di voi ha mai notato che a volte, sui marciapiedi, ci sono delle piastrelle rigate da grosse scanalature o con dei punti in rilievo: queste servono per gli ipovedenti e i non vedenti, che possono percorrere le strade della città con l’ausilio di un bastone. E che dire delle rampe dei raccordi delle discese dei marciapiedi? Ancora una volta la normativa prevede determinate pendenze e un numero massimo di centimetri di dislivello per le carrozzine.

In realtà, già quando studiavo, trovavo che fossero soluzioni più teoriche che pratiche.

Spesso, su quei marciapiedi, era difficile persino spingere un passeggino, figuriamoci se un paraplegico poteva percorrere le stesse strade in modo indipendente.
Le leggi esistono, ma i lavori non sempre sono realizzati a regola d’arte.
Tuttavia, queste misure a favore della disabilità, sacrosante peraltro, considerano solo un tipo di disabilità: quella fisica. La persona che non può camminare, la persona che non può vedere.
Non viene tenuto conto in nessun modo quanto un ambiente possa essere penalizzante per chi ha una neurodivergenza o una disabilità intellettiva.

Alberto Vanolo è un professore di geografia economico politica con un figlio di nove anni autistico.

Teo, il bambino, è un autistico di quelli che venivano non troppo tempo fa definiti "gravi", “a basso funzionamento”, oggi di “livello due o tre". Insomma, Teo è un bambino non autosufficiente, con comportamenti “strani“.
Alberto Vanolo, scrive La città autistica, parlando di autismo non dal punto di vista delle neuroscienze, a cui concede solo un breve excursus, ma da un punto di vista paterno e soprattutto geografico, spaziale e ambientale, attingendo alla propria formazione. Vanolo tocca diversi punti raccontando l’autismo, e se da un lato non ama particolarmente le definizioni, le etichette diagnostiche, anzi, abbraccia un approccio "queer", in cui la diversità dovrebbe essere il più possibile normalizzata, dall’altro offre alcuni spunti di riflessione su come ambiente e geografia potrebbero in effetti rendere la disabilità meno gravosa.

Approccio queer: la causa dell'inclusione delle neurodivergenze è accostata, per alcuni versi, a quella LGBTQI+.

Un mero inciso, che anche la disforia di genere è stata di recente inclusa nel grande insieme delle neurodivergenze, ne parlo nel mio precedente articolo.
L’autismo, dunque, non è qualcosa da curare, da guarire, da contenere, ma è un modo di essere che in certi ambienti può costituire un limite, mentre in altri ambienti assolutamente no.


Alberto Vanolo parte a raccontare delle "esplorazioni psico geografiche" o "passeggiate situazioniste" che compie con suo figlio Teo.

Vivendo in una città di una certa dimensione, gli stimoli per un autistico sono tanti, talvolta eccessivi, e possono costituire sia qualcosa di costruttivo, sia un vero disturbo. Vivere in una grande città per una persona autistica presenta pro e contro, ma l’isolamento della pacifica campagna non costituisce sempre la soluzione migliore. Vanolo ipotizza una città non voglio dire utopica, ma ristrutturata a beneficio delle persone autistiche. Magari progettata da persone neurodivergenti, che comprendano le necessità da un punto di vista interno, come sul Maremagnum di Barcellona architetti in carrozzina avevano progettato, negli anni Novanta, tutti i ponti in legno di raccordo in modo che le carrozzine potessero scorrere senza intoppi.

Le persone neurodivergenti sono molto sensibili ai sovraccarichi sensoriali.

Non tutte sensibili in equal modo agli stessi stimoli, ma mediamente infastidite. Troppe sollecitazioni uditive, olfattive, emotive possono portarli a un’overdose, che li conduce dritti a una fase di meltdown, una crisi in cui tutte queste emozioni e sensazioni causano una reazione fisica e psicologica scomposta. Quindi, sarebbe bello se nelle città fossero previste delle aree di "decompressione sensoriale" per le persone più sensibili, autistiche o meno. È uno è uno spunto che ha portato la mia mente di – un tempo aspirante urbanista – a sognare dei padiglioni delle costruzioni insonorizzate, a cui poter accedere per tirare il fiato. Non è detto che non gioverebbero persino ai neurotipici. E così, ciò che studiavo un quarto di secolo fa alla facoltà di Ingegneria Edile, troverebbe la sua estensione proprio con una città che tenga conto anche della salute mentale e non solo dei vincoli fisici. Sarebbe una meravigliosa evoluzione dell’attenzione verso la difficoltà che in fase progettuale si è iniziata a sentire qualche decennio addietro per chi stava in carrozzina.

Alberto Vanolo spiega che esistono anche dei locali pubblici in cui in certe fasce orarie vengono appositamente ridotti tutti gli stimoli sensoriali, rumori e luci, affinché, anche chi è più sensibile possa sentirsi a proprio agio.

La libertà di essere se stessi, quindi.
Come celiaca madre di due celiaci, sono pratica di locali inclusivi quando si parla di glutine. Luoghi in cui anche chi è diverso (nel nostro caso in senso alimentare) possa godersi un pasto, della compagnia, un’atmosfera piacevole, alla stessa stregua degli altri. Quindi capisco il bisogno di avere isole felici e ben vengano, anche se, da celiaca madre di celiaci, l’auspicio sarebbe una cultura inclusiva generalmente più diffusa. In un luogo in cui si tende al comfort per tutti quanti, i risvolti negativi di disabilità, diversità, modi di essere queer, vengono tutti attenuati.

A volte vedo la faccenda con pessimismo.

Viviamo in una società in cui i bambini, anche quelli “normali“, vengono percepiti con molto fastidio. Mi è capitato numerosissime volte di leggere interi dibattiti sui social con contro i bambini al supermercato, contro i bambini che piangono sugli aerei, contro i bambini al ristorante. E se da un canto esistono i locali child-free, proprio per quegli adulti che per una sera non vogliono essere disturbati dal pianto di un moccioso capriccioso, ci sono situazioni, come i voli intercontinentali, o come la spesa del sabato pomeriggio, in cui un bambino che frigna non si può semplicemente cancellare dalla faccia della Terra. C’è un’intolleranza diffusa verso l’infanzia, una condanna verso i genitori che non educano. E se da un canto è vero che vedere un bambino in età scolare, scorrazzare per il ristorante, scontrandosi coi camerieri, non depone a favore delle capacità educative moderne, è anche vero che il pianto di un bambino molto piccolo non si può stoppare a comando, e che un bambino anche in età più grande, può avere degli atteggiamenti molesti se è autistico. Peraltro, per onestà intellettuale, va detto che molti degli adulti "intolleranti" verso un infante che urla potrebbero a loro volta essere neurodivergenti e infastiditi da pianti e urla.

Alberto Vanolo si pone il problema, soprattutto quando il figlio Teo mostra una propensione per l’approccio fisico e desidererebbe toccare tutte le donne che vede.

Su questo punto Vanolo spiega che ha dovuto contenere suo figlio, perché se lui è autistico ciò non significa che ogni ragazza sia disponibile a essere molestata da lui. Ma per tutte le altre circostanze, stranezze, modi di parlare esprimersi, stimming (movimenti ripetuti che fungono da sfogo per un autistico), crisi, Manolo non intende mettere un freno a suo figlio. Intanto non sarebbe giusto, e poi sarebbe persino controproducente. Certo, se a fronte di un comportamento socialmente disturbante, quando il genitore si giustifica (“chiedo scusa, mio figlio è autistico“), il disgustato spettatore non potrà più prendersela con la mancanza di educazione e scuoterà le spalle con un’espressione compassionevole. Ma è proprio questo il punto.

La vera inclusione si avrà quando le "stranezze" di un autistico saranno normalizzate, saranno accettate come un diverso e rispettabile modo di esistere e di sentire.

Non è questione di voler romanticizzare la neurodivergenza, è la necessità di doverci interfacciare civilmente tutti noi su questo pianeta.
Alberto Vanolo, nel suo breve saggio La città autistica, lancia alcuni ami. Propone alcune sfide. Non impone soluzioni definitive. Starà ai progettisti di oggi e di domani ripensare a spazi e ambienti accoglienti e confortevoli e stimolanti anche per chi non ha le parole giuste né le capacità pratiche per chiederlo.


La città autistica

di Alberto Vanolo
Einaudi
Saggio breve
EAN 9788806261108
Cartaceo 12,35€
Usato 7,15€
Ebook 4,99€

Quarta

Alberto Vanolo offre una serie di proposte provocatorie per la città autistica, una sorta di manifesto con principî generali per immaginare realtà urbane più semplici e sostenibili, non solo per chi vive una condizione di neurodivergenza.
Che cos'è una città «autistica»? È uno spazio per immaginare e sperimentare modi diversi di intendere le diversità, incluse quelle neurologiche, anche al di là del linguaggio delle categorie, delle diagnosi e delle disabilità. Il mondo ha bisogno di città del genere: «autistico» non va inteso in senso peggiorativo e la condizione di neurodiversità può offrire molto per progettare città più vivibili e aperte. Costruire realtà urbane migliori significa anche sovvertire le categorie morali e i linguaggi comunemente associati all'autismo.



Elena Genero Santoro
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Recensione: La crisi della narrazione, di Byung-Chul Han

Recensione: La crisi della narrazione, di Byung-Chul Han

Recensione: La crisi della narrazione, di Byung-Chul Han

Libri Recensione di Davide Dotto. La crisi della narrazione di Byung-Chul Han (Einaudi). Il crepuscolo delle grandi narrazioni: come l'era digitale sta cambiando le nostre storie.

Il filosofo coreano Byung-Chul Han affronta il tema della crisi della narrazione, un fenomeno che pervade la società contemporanea e affonda le sue radici nel passato. I tentativi di svelare le regole sottostanti alle storie hanno contribuito a svuotare progressivamente la narrazione stessa. Dennis Yi Tenen, nel suo saggio Teoria letteraria per robot (Bollati Boringhieri), illustra bene questo processo.


In altre parole, l'attenzione si è spostata dalla sostanza alla forma, concentrandosi più sulle "regole di composizione".

Esiste il rischio concreto che l'opera narrativa venga ridotta a un mero prodotto di mercato, privo di quel "senso di verità" che è sempre stato il cuore dei grandi romanzi europei o delle tragedie greche. La velocità, la connettività costante e la frammentazione che caratterizzano l'era digitale, insieme al "cliccare e scorrere" che «non sono gesti narrativi», hanno sostituito lo sfogliare delle pagine, rendendo difficile l'immersione nelle storie, che vengono così rapidamente dimenticate.
I nuovi media, tra pagine web e touch screen, hanno accentuato un fenomeno non del tutto nuovo: il passaggio dal "racconto" all'"informazione", dall'esperienza narrativa al puro dato e alla spiegazione superficiale. Questo processo porta a un certo distacco dal passato e dal futuro, con un presente accartocciato su sé stesso che perde «il proprio ancoraggio temporale». Le pagine web richiedono una soglia di attenzione ridotta e sono strutturate come una piramide rovesciata, dove le informazioni più importanti sono inserite all'inizio, eliminando la necessità di leggere il testo dall'inizio alla fine. Non c'è tempo di cercare l'informazione principale, che deve giungere a colpo d'occhio, tra le prime righe, riassunto del riassunto, tra titoletti, grassetti e corsivi. Si perde così il contatto con la verità intrinseca della narrazione, sostituita da storie costruite per intrattenere un pubblico distratto e solitario.

Il problema è aggravato dalla crescente dipendenza dalle tecnologie digitali, che favoriscono una fruizione inadeguata dei contenuti, compromettendo la capacità di concentrazione e di riflessione.

Nel momento in cui tutto ciò che è stato vissuto è presente e non vi è alcun intervallo di separazione con il presente, il che significa: nel momento in cui ogni esperienza vissuta è immediatamente accessibile, il ricordo svanisce. Byung-Chul Han, La crisi della narrazione.
Senza narrazioni che diano senso alla propria esistenza, si rischia di smarrirne il filo, consegnandosi a una memoria a portata di mano ma inconsistente.
Il sovraccarico informativo è ben rappresentato da Ireneo Funes, protagonista di un famoso racconto di Borges. Funes ricorda ogni dettaglio della sua vita, i sogni, senza dimenticare nulla. Sembra un dono, ma non lo è: l'incapacità di dimenticare gli impedisce di dare coerenza alla sua esperienza, poiché la sua mente è sommersa da un'infinità di dettagli che frammentano il suo mondo. La sua vita diventa impossibile da raccontare, non essendo in grado di selezionare ciò che ha davvero significato. Anzi, l'atto stesso di raccontare e di ricordare si accumula insieme al resto, in un pozzo senza fondo.

Nonostante la crisi della narrazione di cui parla Byung-Chul Han, si osservano fenomeni che sembrano contraddirla, come l'aumento della produzione di romanzi e l'emergere dell'autofiction.

Essi possono essere interpretati come una risposta a un bisogno profondo, quasi inespresso, di narrazione, un tentativo di "aprire una porta chiusa", senza la pretesa di dover per forza arrivare al pubblico. Il desiderio di raccontare e raccontarsi è intrinseco all'essere umano e, sebbene in certi casi si manifesti in forme che alimentano l'ego più che rispondere a una reale necessità esistenziale, esso rimane vitale. È come se, di fronte alla frammentazione e alla superficialità imposte dalla cultura digitale, l'individuo sentisse comunque l'urgenza di recuperare una connessione con se stesso e con il proprio passato.
Sul punto, è utile considerare le riflessioni di Duccio Demetrio nel volume Perché amiamo scrivere, in cui esplora la scrittura terapeutica: non solo un modo per esprimersi, ma un mezzo per dare forma e significato alle proprie esperienze.

Anche se talvolta ci si può accontentare di "surrogati" narrativi, l'intima necessità di raccontare e di essere ascoltati persistono, riaffermando l'importanza della narrazione nella costruzione di un'identità personale e collettiva.

Possiamo perciò riflettere su ciò che diventa una risorsa vitale in un'epoca dove la narrazione e il senso profondo delle esperienze sembrano smarrirsi. Si tratta insomma della capacità non solo di ricordare, ma di dare significato agli eventi vissuti, un processo che è intrinsecamente legato alla narrazione personale. La memoria individuale, in quanto viva e soggettiva, diventa il mezzo attraverso cui ritrovare quella profondità esistenziale che spesso viene sacrificata.


La crisi della narrazione

di Byung-Chul Han
Einaudi
Saggio
ISBN: 978-8806260897
Cartaceo 12,35€
Ebook 7,99€

Quarta

Sono il tessuto connettivo delle nostre comunità e donano senso al mondo. Ma nella società contemporanea, le narrazioni risultano effimere e inefficaci. La loro onnipresenza non è che un sintomo, e un segnale d'allarme. Le narrazioni sono in crisi da tempo. Da bussole capaci di dare senso all'esistenza collettiva sono ormai diventate una merce come tutte le altre. Ridotte ad ancelle del capitalismo, si trasformano in storytelling e lo storytelling, ormai ubiquo, scade nella pubblicità, nel consumo di informazioni. L'accumulo di notizie ha preso, insomma, il posto delle storie. Dati e informazioni, però, frammentano il tempo, ci isolano e ci bloccano in un eterno presente, vuoto e privo di punti di riferimento. A diventare impossibile è la felicità stessa. Perché la vita, con tutti i suoi imprevisti, inciampi, tentativi ed errori, incontra la pienezza solo quando può essere condivisa e tramandata all'interno di una narrazione collettiva. «Vivere è narrare. L'essere umano, in quanto animal narrans, si distingue dagli altri animali per il fatto che narrando realizza nuove forme di vita. La narrazione ha la forza del nuovo inizio. Lo storytelling, di contro, conosce solo una forma di vita, quella consumistica» (Byung-Chul Han).


Davide Dotto

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Recensione: Eden, di Auður Ava Ólafsdóttir

Recensione: Eden, di Auður Ava Ólafsdóttir

Recensione: Eden, di Auður Ava Ólafsdóttir

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Eden di Auður Ava Ólafsdóttir (Einaudi): «Si ha la sensazione di respirare per qualche ora l'aria fresca e rilassata dell'Islanda, quella dove anche gli avvenimenti più tristi scorrono sotterranei e ovattati sotto una superficie di piccoli gesti quotidiani».

Credo di aver letto tutto ciò che è stato tradotto in italiano di Auður Ava Ólafsdóttir, quindi ormai ho l'imprinting. Posso dire che i suoi romanzi hanno una assoluta linearità stilistica, ma con esiti alterni nei risultati.
Così come ho adorato e recensito Miss Islanda qualche anno fa, così sono morta di noia con La vita degli animali e ho evitato di parlarne.

In genere Ólafsdóttir non si distingue per storie adrenaliniche.

Si tratta di racconti ambientati in un presente abbastanza statico dal quale, a frammenti, emergono fatti del passato che compongono il quadro come un puzzle. Talvolta sono stilettate che lasciano il lettore incredulo e sanguinante.
Di solito quando racconto un libro non mi soffermo tanto sullo stile quanto sul contenuto, ma nel caso di Ólafsdóttir è proprio lo stile quello che permette all'autrice di tessere una trama di micro eventi quotidiani, carote piantate, cipolle affettate, libri sottolineati, che si intersecano con riflessioni e conclusioni che inglobano il messaggio dell'autrice.

In Eden la storia quasi non esiste.

C'è Alba, una linguista, che lavora anche come editor, e che decide di spostarsi lontana dalla città. Vuole infatti piantare alberi per compensare l'impronta di carbonio che ha lasciato ogni volta che ha volato da qualche parte imprecisata del mondo per partecipare a conferenze sulle lingue in via di estinzione.
Colonna portante di Eden è il tema ecologico, compreso il cambiamento climatico. Persino l'Islanda non è più quella di un tempo e si verificano fenomeni atmosferici insoliti.

Per Ólafsdóttir – altro leitmotiv in comune con tutti i suoi libri – esiste l'Islanda ed esiste il resto del mondo, che non viene mai menzionato né descritto nello specifico.

E come in Hotel Silence, qui abbiamo dei profughi, persone che scappano da una guerra (in Hotel Silence si parlava di un luogo in cui la guerra era appena finita), ma non sappiamo esattamente da dove arrivino e quale fosse il loro paese. Potrebbe essere qualunque posto, di certo più caldo e con un sole più alto nel cielo che nell'Islanda stessa.
Ólafsdóttir dunque riempie il testo di tante micro azioni che descrivono come Alba si sistema nella sua casa nuova, come si ambienta nello spazio circostante, come crea il suo Eden – il paradiso terrestre in cui, però, biblicamente, non è destinata a rimanere per sempre.

Trasversalmente, e in sordina, emerge l'altra ragione per cui Alba è andata a stare lì: uno scandalo, un suo ex studente che ha pubblicato un libro di poesie in cui parla di lei, la sua ex amante.

Alba non affronta e non risolve: fugge.
E poi suo padre, sua sorella, i drammi familiari pregressi che vengono svelati un po' alla volta.
Una fine vera e propria non c'è, il romanzo si avvia a una conclusione senza colpi di scena, senza stravolgimenti e con qualche speranza per il futuro.
L'originalità risiede tutta nell'atmosfera di paesaggi desolati, di notti estive che non diventano mai scure, di nevicate a maggio, di lenzuola pulite e di piatti tipici.
Con Ólafsdóttir si ha la sensazione di respirare per qualche ora l'aria fresca e rilassata dell'Islanda, quella dove anche gli avvenimenti più tristi scorrono sotterranei e ovattati sotto una superficie di piccoli gesti quotidiani.


Eden

di Auður Ava Ólafsdóttir
Einaudi
Narrativa
ISBN 978-8806261115
ebook 9,99€
cartaceo 17,10€

Quarta

Alba, che si occupa di lingue in pericolo di estinzione, vive a Reykjavík e viaggia spesso in aereo per lavoro. Di ritorno da un convegno, calcola che per compensare la sua impronta di carbonio annuale dovrebbe piantare cinquemilaseicento alberi. Detto, fatto. Imparando a costruire muretti dai video in rete, tra colpi di vanga e veri e propri sradicamenti, nel suo nuovo terreno fuori città Alba è destinata a incontri eccezionali, come quello con Danyel, un giovane rifugiato in fuga dalla guerra, che le regalerà una nuova prospettiva sul futuro.

«Auður Ava Ólafsdóttir fa parte di quegli autori che ritroviamo ogni volta con piacere, come un'amica che vive lontano ma con cui continuiamo ad avere un forte legame».
«Les Échos»

Alba all'ultimo convegno a cui partecipa. Linguista, docente universitaria, correttrice di bozze, Alba è un'esperta - e un'amante - delle parole, e il tema delle lingue in pericolo di estinzione le sta a cuore, dal momento che l'islandese ne fa parte. Per questo interviene in conferenze in tutto il mondo, il che per lei, abitante di un'isola a nord del Circolo polare artico, significa per forza salire su un aereo. Di ritorno dal convegno, Alba fa una riflessione: per compensare la sua impronta di carbonio di quell'anno, dovrebbe piantare cinquemilaseicento alberi. Questo è l'importo, inevitabilmente parziale, del debito che ha nei confronti del pianeta. Perciò, quando legge l'annuncio di una proprietà in vendita fuori città, Alba non ci pensa due volte. L'appezzamento, che comprende un casolare da ristrutturare, è il posto giusto per realizzare un progetto di riforestazione. Nonostante sia un terreno di rocce, lava e sabbia, sferzato dal vento, tutt'altro che fertile... Ma Alba non si lascia scoraggiare dai presupposti avversi. Né tantomeno dai sospetti del vicino, il ruspante allevatore di pecore Álfur, o dalle critiche della sorella Betty, che la assilla con le sue telefonate. Su consiglio di Hlynur, comandante di marina in pensione e appassionato di selvicoltura, amico del padre, Alba comincerà dalle betulle, che resistono a quelle latitudini. La linguista trascorre cosí il tempo libero tra vanghe e zappe, alle prese con un muretto che impara a costruire dai video in rete, apprezzando il contatto con la natura e affezionandosi alla piccola realtà locale - qui la panetteria ha un reparto bricolage e l'alimentari ospita la filiale della banca. Stringe amicizia con Håkon, del negozio della Croce Rossa, e incontra Danyel, un giovane rifugiato in fuga dalla guerra che ha un grande talento per l'islandese. A poco a poco Alba si impegna sempre di piú in quel suo originalissimo Eden privato, tanto da decidere di vendere l'appartamento in città e trasferirsi nel casolare. Anche grazie a Danyel, quella che sembrava solo un'idea stravagante per Alba prende la forma di una possibilità: di un nuovo inizio, di una vita piú ricca, della libertà di scegliere finalmente le parole per riscrivere la sua vita con i versi di una luminosa poesia.


Elena Genero Santoro
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Recensione: La vita s'impara, di Corrado Augias

Recensione: La vita s'impara, di Corrado Augias

Recensione: La vita s'impara, di Corrado Augias

Libri Recensione di Davide Dotto. La vita s'impara di Corrado Augias (Einaudi). Navigare tra il tempo e la memoria, tra autobiografia e storia.

La vita s'impara di Corrado Augias, pubblicato da Einaudi, è più di un'autobiografia. Infatti tira le fila di un passato che ci riguarda da vicino. Le generazioni che si sono avvicendate lo percepiscono in modo differente, perché lo riscoprono nella propria memoria, o lo incontrano in un museo, reale o immaginario; in ogni caso, esso condiziona il nostro presente. Quando viene evocato, il passato è meditato, conosciuto e assimilato.
La vita s'impara di Corrado Augias offre un inventario delle emozioni vissute, con uno sguardo attento tra bello e brutto, buono e cattivo, gioia e tristezza, fiducia e disincanto. Si tratta di una narrazione collettiva oltre che individuale, in cui le due dimensioni dialogano fino a confondersi, creando un ponte che abbraccia gli ultimi novant'anni e condividendo una comune eredità.

Non è la stessa cosa vivere in prima persona fatti di cui le generazioni successive hanno appena sentito parlare, o forse nemmeno.

Ciò vale per chi è nato negli anni Venti-Trenta e ha vissuto direttamente le guerre mondiali e le loro immediate conseguenze, compresi i traumi e i sacrifici del periodo post-bellico. Ma riguarda senz’altro anche la società moderna, che si è eretta sulle conquiste ottenute.
Le generazioni nate negli anni Cinquanta e Sessanta, cresciute nel dopoguerra e nel periodo di ricostruzione, hanno ereditato valori e lezioni dai propri genitori, unitamente a una prospettiva di speranza, progresso e fiducia nel futuro. Quelle degli anni Settanta e Ottanta, cresciute in un mondo relativamente stabile, sono consapevoli a modo loro di questo passato impegnativo.

Le cose si complicano un po’ con i nati tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, dato che la loro connessione con questi eventi è più remota e distante, e ciò che ne ricavano deriva da romanzi, saggi, film e documentari (se hanno la pazienza, la voglia e la curiosità di approfondire).

Le testimonianze dirette diventano sempre più rare e preziose, gli interlocutori scarseggiano e i filtri si moltiplicano; gli eventi del passato – soprattutto se non assimilati e interiorizzati – sfumano e si fanno astratti.
Molte cose vengono comprese solo molto tempo dopo, grazie al lavoro degli storici.
Spesso, chi ha vissuto e documentato certi eventi ha aspettato decenni prima di parlarne, poiché la distanza temporale permette una maggiore oggettività. Questo è il caso di Il confine di Sebastiano Vassalli, ma anche del racconto della caduta del muro di Berlino.


In sostanza, non è facile raccontare gli eventi nel momento stesso in cui accadono.

Si oscilla tra testimonianza, romanzo e cronaca destinata a diventare storia. L’inchiesta giornalistica – nei limiti del possibile – assicura la distanza e l’oggettività necessarie. Con il passare del tempo (anni o decenni), le questioni vengono approfondite e lo sguardo si amplia. Tuttavia, ci si può confrontare con dati e informazioni difficili da reperire o irrimediabilmente perduti.
La differenza tra realtà e rappresentazione s’è fatta sottile nel mondo in gran parte virtuale nel quale viviamo oggi. Corrado Augias La vita s'impara

Più di qualcuno ormai, come Byung-Chul Han, parla di Crisi della narrazione, e non può essere altrimenti in un contesto di sovrabbondanza delle informazioni.

La rapidità con cui esse vengono diffuse attraverso fonti non sempre attendibili – la cui selezione richiede una riflessione approfondita – rende complicato fare ciò che Corrado Augias riesce a compiere in queste pagine: leggere tra le righe senza fermarsi su ciò che appare in superficie.


La vita s'impara

di Corrado Augias
Einaudi
Autobiografia
ISBN 978-8806259594
Cartaceo 19,00€
Ebook 10,99€

Quarta

Arrivato alla soglia dei novant’anni, dopo aver affascinato i suoi lettori con i segreti della Storia, della musica e della religione, Corrado Augias racconta l’avventura di una vita, la sua. E con grande talento di narratore, evoca l’infanzia in Libia, il ritorno a Roma, l’incubo dell’occupazione tedesca, il collegio cattolico, i primi passi nel giornalismo, e poi «Telefono giallo» e «la Repubblica». È un racconto che ha il calore e l’empatia della conversazione tra amici: la vita s’impara, ci dice Augias – soprattutto se non si perdono mai la curiosità intellettuale e la passione civile. A quasi novant’anni, Corrado Augias è un prezioso testimone del cambiamento. L’Italia di oggi – esclusi gli eterni vizi nazionali – assomiglia poco a quella di ieri. Augias ci racconta l’infanzia passata in Libia al seguito del padre ufficiale della Regia Aeronautica; la guerra e i bombardamenti; l’incubo di una feroce e lugubre occupazione; gli anni in un collegio cattolico, per lui che oggi si confessa ateo. E poi la vita professionale, il giornalismo, i libri, le fortunate circostanze che lo hanno reso partecipe di tre eventi importanti nella vita culturale del paese: la nascita della Direzione centrale programmi culturali della Rai; la fondazione del giornale «la Repubblica» nel 1976, il rilancio di RaiTre nel 1987. L’invenzione di alcuni fortunati programmi televisivi da «Telefono giallo» a «Babele», da «Città segrete» alla più recente creatura «La gioia della musica», ultimo programma ideato per la Rai prima del passaggio a La7 ancora una volta con un fortunato programma di cultura: «La Torre di Babele». Accadimenti che sono però solo la parte pubblica di un percorso che ha una componente intima ancora più interessante: il lungo apprendistato a una matura dimensione d’intellettuale. Agli eventi che hanno scandito la sua vita, Augias affianca le letture di cui s’è nutrito e dalle quali ha «imparato a vivere». Da Tito Lucrezio Caro a Renan, da Feuerbach a Freud e poi Spinoza, Manzoni, Beethoven, Nietzsche, Leopardi, i suoi maestri sono pensatori, poeti, narratori, musicisti: una costellazione ampia che non esita a chiamare il suo pantheon, figure che hanno arricchito il suo percorso professionale e, insieme, la sua consapevolezza di cittadino.


Davide Dotto

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Recensione: Grammamanti, di Vera Gheno

Recensione: Grammamanti, di Vera Gheno



Libri Recensione di Davide Dotto. Grammamanti: immaginare futuri con le parole di Vera Gheno (Einaudi): «Le parole sono centrali nelle nostre vite e dischiudono infinite opportunità. Per questo dovremmo instaurare con loro una vera e propria relazione amorosa».

Da qualche tempo circola il termine “grammarnazi”, che evoca un approccio rigido verso le regole grammaticali e sintattiche, considerate immutabili, e vede con sospetto e un errore da correggere ogni scostamento, deviazione. È un approccio iper-razionalista del tipo “out – out”: non ammette compromessi e trascura la natura dinamica e viva della lingua.

Grammamanti: immaginare futuri con le parole di Vera Gheno, concepito come un monologo, celebra invece una prospettiva più in sintonia con la capacità della lingua di adattarsi e riflettere la complessità di un mondo in trasformazione.

La lingua, influenzata dalla dimensione spazio-temporale, è in costante cambiamento. L’evoluzione può prendere percorsi inaspettati, soprattutto se intervengono la creatività e l’arte di scrittori che – con il loro stile, le loro opere – segnano una via, e in questi casi non c’è grammatica o regola che tenga: queste arrivano dopo, a cose fatte, facendo il punto. Anzi, persino quelle che appaiono come “sgrammaticature” possono consolidarsi nell’uso e resistere, mentre altre forme “cadono in disgrazia”.

Questo vale anche per le frasi idiomatiche e i modi di dire che non riconosciamo più come tali.

Solo per fare un esempio, Vittorio Sermonti si domandava cosa fosse andato perduto, dopo oltre settecento anni di interpretazioni e riletture, «dei molti significati minuziosamente orditi sotto la trama» della Commedia, di fronte al «sedimento di significati secondi, terzi e quarti» aggiunti nel frattempo, e che magari «Dante stesso ignorava e non avrebbe capito nemmeno».
È fondamentale costruire un legame personale, una relazione quasi amorosa (da cui grammamare) con la lingua e con le parole che scegliamo di utilizzare. Non c'è altra maniera per esprimere una visione del mondo, ciò che risiede nel proprio animo, e per mantenere una connessione con il pensiero, il proprio modo di chiamare le cose e di interagire con la realtà e la comunità di cui facciamo parte.

Grammamanti è, insieme ad altre pubblicazioni di Vera Gheno, un libro di divulgazione e soprattutto un discorso sul metodo.

Le regole sono importanti, ma occorre capire da dove vengono e come nascono per avere una maggiore consapevolezza nell’uso delle parole e per una comunicazione meditata, in modo che non siano “buttate a caso” e non ci si imprigioni nella ossessiva e inconcludente ricerca di regole stabilite per sempre.
Non si inizia dalla grammatica per poi cominciare a parlare, la cosa è molto più misteriosa e intrigante: potrebbe essere vero per lo studio di una lingua straniera, ma non per la lingua madre. Nulla di diverso dall’esplorare il mondo esterno, poiché anche qui le leggi di come esso funzioni non sono mai definitivamente conosciute (lo impone la logica della scoperta scientifica).

Il nostro è un caso particolare. L’Italiano, quale lingua parlata, ha poco più di sessant’anni, quindi è relativamente giovane.

La lingua letteraria, a beneficio di una élite, è il prodotto di opere più sperimentali di quanto si possa pensare, nonché di un profondo studio. E non si parla solo del De vulgari eloquentia di Dante, o della Commedia, ma di Manzoni che nell’approntare la seconda edizione dei Promessi Sposi sciacquò «i panni in Arno», giocando molto sulle possibilità linguistiche offerte dal “fiorentino”: vale la pena sul punto tenere a mente la ricostruzione attenta e scrupolosa del romanzo La correttrice di Emanuela Fontana. Le parole emergono a poco a poco, nel senso che nascono per rappresentare la realtà circostante, e per spiegarla.

Cosa viene prima, il pensiero o la parola?

Se la parola è successiva, ci sono un pensiero, un’intuizione e un’idea che aspirano a essere espresse. Ciò avviene man mano che sviluppiamo una consapevolezza, una necessità, il bisogno di "vocalizzare", di attribuire un significato. La parola è in questo senso «sempre postuma», viene in un secondo momento. E può essere inadeguata, richiedendo di essere inventata per descrivere qualcosa di nuovo. Da qui nasce “una relazione” particolare e di reciproco scambio: la parola struttura il pensiero stesso, lo articola e lo trasmette. Questa “relazione” viene meno quando si predilige un approccio autoreferenziale e rigido, perdendo di vista il contesto (sia di chi parla che del destinatario). Oppure, sui social, quando si manifestano comportamenti che impediscono alla radice la funzione della comunicazione e che spesso derivano da narcisismo, impulsività, ansia di dover sempre e immediatamente dire la propria: fenomeni e tentazioni che richiedono autodisciplina e appositi antidoti.

Come dobbiamo rapportarci, quindi, con le parole?

Dobbiamo dotarci dei giusti strumenti, in assenza dei quali non ci si può intendere perché:
  1. Mancano le parole;
  2. se mancano le parole, non siamo in grado di articolare argomentazioni;
  3. se non siamo in grado di articolare argomentazioni, non possiamo persuadere né farci capire;
  4. se non ci facciamo capire non si comunica, ma si va di prepotenza e si alza la voce;
  5. se si va di prepotenza e si alza la voce, la relazione (qualunque essa sia) non funziona.

La parola precede il pensiero – forse – in un ambito diverso, quello della Intelligenza Artificiale che per funzionare richiede una quantità spropositata di dati organizzati secondo un modello, o un algoritmo.

E il pensiero (o qualcosa che gli assomiglia) nasce dopo, quale prodotto di una computazione complessa che imita la capacità dell'essere umano (non delegabile) di generare conoscenza intelligibile.
La parola, la lingua, come tecnologia di comunicazione così intesa, richiedono di riformulare la domanda iniziale. Non "cosa viene prima", ma "chi", e quale sia l’origine del “logos” di cui siamo dotati (non solo parola, non solo pensiero ma entrambi).






Grammamanti
Immaginare futuri con le parole

di Vera Gheno
Einaudi
ISBN 978-8806260224
Cartaceo € 14,25€
Ebook 8,99€

Quarta

Le parole sono centrali nelle nostre vite e dischiudono infinite opportunità. Per questo dovremmo instaurare con loro una vera e propria relazione amorosa, sana, libera, matura. Perché le parole ci permettono di vivere meglio e ci danno la possibilità di cambiare il mondo. Chi può definirsi grammamante? Chi ama la lingua in modo non violento, la studia e così comprende di doverla lasciare libera di mutare a seconda delle evoluzioni della società, cioè degli usi che le persone ne fanno ogni giorno parlando. Essere grammarnazi significa difendere la lingua chiudendosi dentro a una fortezza di certezze tanto monolitiche quanto quasi sempre esili; chi decide di abbracciare la filosofia grammamante, invece, non ha paura di abbandonare il linguapiattismo, ossia la convinzione che le parole che usiamo siano sacre, immobili e immutabili. Perché per fortuna, malgrado la volontà violenta di chi le vorrebbe sempre uguali a loro stesse, le parole cambiano: alcune si modificano, altre muoiono, ma altre ancora, nel contempo, nascono. E tutto questo dipende da noi parlanti: non c’è nessuna Accademia che possa davvero prescrivere gli usi che possiamo farne; siamo noi a deciderlo e permettere il cambiamento. È tempo di smettere di essere grammarnazi e tornare ad amare la nostra lingua, apprezzandola per quello che davvero è: uno strumento potentissimo per conoscere sé stessi e costruire la società migliore che vorremmo.

   

Davide Dotto

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Recensione: Italo, di Ernesto Ferrero

Recensione: Italo, di Ernesto Ferrero

Recensione: Italo, di Ernesto Ferrero

Libri Recensione di Davide Dotto. Italo, di Ernesto Ferrero (Einaudi). Un inedito ritratto di Calvino, «a mezza via tra un desiderio di autorevolezza e il timore di essere preso sul serio».

Italo di Ernesto Ferrero, scomparso di recente, presenta la figura di Calvino andando al di là della semplice “biografia”, del “saggio letterario”, della “ricostruzione” di vita e metodi di lavoro, nonché delle fonti di ispirazione. La panoramica ampia e dettagliata si innesta su un contesto storico-culturale ben preciso, caratterizzato da vivaci e ininterrotte trasformazioni.

Italo è una testimonianza diretta, dato che Ernesto Ferrero attinge alla propria memoria, quella di chi ha frequentato il mondo dell’editoria, in particolare la Einaudi, e le personalità che ne facevano parte, come Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Norberto Bobbio e molti altri.

La vastità del materiale raccolto ed elaborato lo rende un libro-miniera, un libro-movimento da rileggere  e considerare con attenzione, redatto con una versatilità che si ritrova nell’autore del Barone Rampante e delle Città Invisibili. La profonda immersione nel contesto storico culturale permette di delineare “vite parallele” con personaggi che in qualche modo hanno avvicinato Calvino, o ai quali egli si è avvicinato, tra cui Pasolini e in qualche modo Sartre.
Il dialogo di Calvino con il suo tempo è costante e le influenze sono reciproche. Le idee si inseguono e germogliano in un terreno fertile, quando altrove sono state abbandonate.

Il libro esplora idee legate allo Strutturalismo.

È il periodo del Gruppo 63, una sperimentazione linguistica focalizzata nella ricerca di costanti, schemi, regole rigorose, in un’arte combinatoria che non sempre unisce forma e contenuto. Perché la scatola, finché non la si riempie di qualcosa, o se ci si accontenta di guardarla da fuori, è vuota, e chissà che non sia questa l’esasperazione del volere a ogni costo venire a capo di ciò che è invisibile.
Ma la scatola è vuota anche per quanto riguarda la vita di Italo Calvino che ben si è nascosto – o almeno ci ha provato – «sulla superficie della scrittura» («Non troverete nulla»).

Il confronto continuo di Calvino con l'invisibile, l'ineffabile, l'inesistente, ciò che in altre parole è specificamente umano, lo porta lontano.

Prestarvi attenzione è difficile, figurarsi parlarne. Ciò che di vero c’è non solo non viene allo scoperto, ma si disperde tra le pieghe di «segni astratti, carichi di un significato simbolico». Esso traspare nel senso che si attribuisce alle parole, ma per questo è necessaria una esattezza chirurgica, «la precisione del linguaggio scientifico» a cui l'aveva abituato sua madre, Eva Mameli, docente di botanica.  Dal padre, invece, aveva appreso «l'ostinata fatica che bisogna mettere anche nella scrittura».
A poco più di vent’anni non sa di avere la vocazione del semiologo. Ernesto Ferrero, Italo

Le dimensioni e le vite parallele che si possono seguire riguardano spiriti che in qualche modo procedono lungo gli stessi sentieri, e non è raro che talvolta si incrocino, per poi separarsi.

L’arte combinatoria di un Umberto Eco, solo per fare un esempio tra i tanti possibili, è sicuramente diversa dalla fantasia combinatoria di Italo Calvino, il quale confeziona storie, apologhi, tracce di racconti e idee romanzesche, senza trascurare il meccanismo che li regola, il ruolo della letteratura («la lente deformante che ci aiuta a vedere meglio») e la funzione della finzione. Al romanzo, Eco giunge per altre strade, giocando tuttavia con le stesse carte, tra finzione e realtà, e richiamandosi ugualmente, dando al tutto un impianto razionale, su quanto di ineffabile vi sia nel destino umano e nel suo bisogno di verità.


È, questo, un bisogno di verità.

Tra narrativa (fantastica e metafisica), filosofia e semiotica, si fa ricerca intricata e sofisticata di connessioni profonde, che forse si compensano in un gioco a somma zero, di equilibrio tra essere e non essere che sfuma nell'ineffabile. E nella consapevolezza di dover uscire da una «interezza ottusa e ignorante, stupida come l'aria».
[...] credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te l’auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani. Italo Calvino, Il visconte dimezzato



Italo

di Ernesto Ferrero
Einaudi
Biografia
ISBN 9788806261559
Cartaceo 18,05€
Ebook 9,99€

Quarta 

Chi era veramente Italo Calvino? «Non troverete nulla», rispondeva a chi cercava di scavare nella sua storia intima e biografica, fedele all’immagine dello scrittore appartato, del Barone rampante che vive sugli alberi: l’inafferrabile che voleva essere soltanto una mano che scrive. Eppure Ernesto Ferrero dimostra, con l’empatia del suo sguardo, come si possano illuminare dall’interno gli intrecci segreti tra la vita e l’opera di uno dei grandi del Novecento. In occasione del centenario della nascita di Italo Calvino, Ernesto Ferrero ci offre un ritratto dello scrittore dietro le quinte, nei tratti caratteriali meno noti, nei risvolti privati, lungo i vent’anni di vicinanza e lavoro comune in Einaudi. E lo fa con quel tono di voce che ha già saputo incantarci nei “Migliori anni della nostra vita” o nel recente “Album di famiglia”. Prendono vita i rapporti di Calvino con i genitori, l’importanza dell’imprinting famigliare, la passione per i fumetti e il gusto del disegno, l’amicizia con Eugenio Scalfari, i soprassalti della guerra partigiana, le passioni del dopoguerra, il legame con la Liguria, gli amori, tra cui il capitolo della relazione con Elsa De’ Giorgi, fin qui poco studiato. E poi il lavoro quotidiano, con i suoi piccoli segreti, in Einaudi e nelle redazioni dei giornali, l’incontro con Hemingway a Stresa, la visita a Silvana Mangano e Vittorio Gassman sul set di “Riso amaro”. E ancora il trauma dell’invasione sovietica in Ungheria e il progressivo distacco dal Pci e dalla politica militante, il viaggio in America, il matrimonio con Chichita Singer e le gioie della paternità con la nascita della figlia Giovanna, le decisive letture scientifiche, incontri-chiave (Perec, Barthes, Queneau), la fascinazione delle immagini, la scoperta dello strutturalismo e i soggiorni nelle metropoli come in altrettanti romitaggi, da Parigi a Roma, sino all’approdo ideale nella pineta toscana di Roccamare, dove scrive le “Lezioni americane”. L’insulare Calvino sembra sempre altrove, ma rimane a stretto contatto con il proprio tempo. Il filo che si snoda lungo la biografia è fittamente intrecciato all’opera e ne illumina dall’interno la genesi e gli sviluppi, il metodo di lavoro, sempre sostenuto da una forte tensione etica, sperimentale e progettuale. Perfino il radicale disincanto degli ultimi anni non impedisce a Calvino di dare spazio a tutto quello che non è inferno, di reinventare se stesso e nuovi modi di fare letteratura. Con il suo approccio confidenziale e una scrittura che mira a raggiungere una fusione tra il «romanzo» biografico e il saggio critico privo di connotazioni specialistiche, Ernesto Ferrero ci aiuta così a capire meglio una delle figure più amate della nostra letteratura.


Davide Dotto

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Recensione: Io, Emanuela, di Annalisa Strada

Recensione: Io, Emanuela, di Annalisa Strada

Recensione: Io, Emanuela, di Annalisa Strada

Libri Recensione di Tamara Marcelli. Io, Emanuela, agente della scorta di Paolo Borsellino, di Annalisa Strada (Einaudi Ragazzi). Anche di fronte alla paura, legittima, ci si deve comportare da Uomini. Anzi, da Donne.

Io, Emanuela, di Annalisa Strada, racconta la storia di due sorelle, unite da un sogno, divise dal destino. Una nella sfortuna si è salvata, l'altra nella fortuna è perita. Una storia raccontata con estrema delicatezza, anche nei suoi aspetti più crudi e dolorosi, con un tatto e un pudore che rendono questo libro adatto ai bambini. Che dovremmo far leggere anche nelle scuole.
Due sorelle, una vita normale, una famiglia come tante altre in un piccolo centro di provincia. Su un'isola meravigliosa: la Sardegna. Un sogno, un bivio, il destino.
Un'altra isola all'orizzonte, tra le onde di un mare cavalcato da un traghetto stanco e arroventato dal sole. L'inquietudine, inspiegabile, la paura che poco a poco si fa strada, compagna scomoda di quella voglia di fare il proprio dovere.

Il bisogno di credere in quello che si fa, nella strada che si è scelta, anche se spesso, dolorosamente, la malinconia pervade lo spirito e la voglia di tornare indietro, a casa, si fa invadente. 

La forza di un carattere che non si lascia sopraffare, che spinge a guardare sempre oltre, a non dimenticare che anche di fronte alla paura, legittima, ci si deve comportare da Uomini. Perché la paura fa parte della vita, del gioco della vita, e rispettandola se ne può trarre una forza che non si credeva di avere. E che ogni sacrificio non è vano.
La vita a volte è strana, ma nella sua stranezza manda chiari messaggi, illumina il cammino, apre alcune porte. Non sempre finisce bene. Non sempre siamo noi a scegliere.
È così che la vita sembra una favola da leggere, che anche se sai come finisce la storia speri sempre fino all'ultimo che qualcosa cambi. Allora rallenti la lettura, assapori le parole, una dopo l'altra, ma l'angoscia aumenta. È la consapevolezza di quel che ci aspetta. La speranza non basta. La storia è già scritta. Anche se vorremmo cambiarla. Dare un'altra possibilità, un nuovo finale.


Perché specchiarsi nel baratro ci fa cadere dentro. E in fondo c'è solo la paura. 

Quel senso di impotenza che ci aspetta al varco e che, spesso, sembra toglierci il respiro. Che rischia di confonderci. Ma alla paura non puoi opporti. O impari a conviverci, oppure ti risucchia in un vortice senza ritorno. E non possiamo permettercelo, altrimenti spegneresti anche l'ultima fiammella di possibilità di salvezza.
Alcune storie purtroppo sembrano già segnate fin dall'inizio, anche se remiamo in un'altra direzione, la corrente ci porta altrove. Dove non vorremmo andare.
Uno strappo, come quando da un libro tiriamo via una pagina, violentemente, con forza, lasciando piccoli lembi attaccati a ricordarci cosa abbiamo perso. Così è la vita di questa donna, strappata agli affetti, ai suoi sogni, alla sua vita. Estirpata in un attimo, come erba giovane e vigorosa.
Un attimo, uno sguardo, il buio.
Rumore assordante, nubi di veleno e sangue, corpi come petali. Strappati. Lanciati lontano, irriconoscibili.
Una vita cos'è? Quanto vale?
Un senso, trovare un senso, che non c'è.
Il Male ci inghiotte come spuma di mare, ci rigurgita e ci disperde.
Cosa rimane di noi, delle nostre vite? Il ricordo. Il ricordo di chi ci ha amati, di chi ha letto in noi un senso, un insegnamento, una speranza, un esempio.

La vita può darci possibilità infinite per imparare il valore dell'esistenza umana, dei principi della Giustizia, del rispetto reciproco, dei sogni. 

Sta a noi comprendere e agire secondo questi valori, senza svendere le nostre anime al Male.
Ed è proprio questo che emerge dalle pagine di Io, Emanuela di Annalisa Strada, questo piccolo libro per ragazzi, ma che anche gli adulti dovrebbero leggere: il valore di una vita. Non una vita qualunque, una vita come tante altre sì, ma spesa per la giustizia, per quei valori fondanti della nostra civiltà. Una giovane vita con dei sogni, affetti, un forte senso della famiglia e amore per la propria terra, con quel senso del dovere che unisce persone tanto diverse. Che le rende in un attimo parte di una squadra.
Quando indossi una divisa non sai mai se tornerai a casa, lo speri ma non ne hai certezza. Ma la indossi lo stesso, con onore e convinzione. Diventa un rito, un modo per anestetizzare la paura e allontanarla da sé. Per allontanare la morte.
19 luglio 1992, domenica. Palermo, Via D'Amelio, ore 16:58.
Io, Emanuela, una donna della scorta del giudice Borsellino, io ci ho creduto fino alla fine, fino a che i miei occhi non hanno incrociato quella Fiat 126, parcheggiata troppo vicino all'ingresso, troppo a ridosso del marciapiede. Ci ho creduto fino alla fine, fino a che non mi hanno strappata e lanciata lontano, lontano da me. Fino a che il buio non ha fatto scendere il sipario sulla mia vita. Ci ho creduto. E' questo che gli altri ricorderanno di me.
Annalisa Strada, Io, Emanuela

Io, Emanuela

di Annalisa Strada
Einaudi Ragazzi
Young adult 12 + | Non-fiction
ISBN 978-8866563105
Ebook 4,99€
Cartaceo 10,45€

Sinossi

Emanuela Loi, assegnata alla squadra di scorta del giudice Paolo Borsellino, si aggiudicò il triste primato di “prima donna agente di polizia morta in servizio”.
Aveva 24 anni, un fidanzato, una famiglia unitissima e una volontà di ferro. Una carica di esplosivo ha fermato il suo sogno.
Questa è la storia degli ultimi mesi della sua vita.
Un romanzo appassionato, nato da una dettagliata ricerca di fonti per raccontare ai più giovani una pagina intensa e drammatica della nostra storia.




Per approfondire
"Novantadue", ed. Castelvecchi, antologia di saggi sull'anno che ha cambiato l'Italia.
Rai Storia, le donne nelle scorte.
Blu notte: Paolo Borsellino.


Tamara Marcelli
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