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[FotografiA] Cristian Palmieri, il fotografo che ritrae la donna moderna "Fuori dall'ombra", di Samantha Terrasi

[FotografiA] Cristian Palmieri, il fotografo che ritrae la donna moderna "Fuori dall'ombra", di Samantha Terrasi



Cristian Palmieri, fotografo, e il suo nuovo progetto Fuori dall'ombra: «Non è un progetto che vuole trattare di violenza ma rappresentare la donna per ciò che è, il suo essere, un modo per dire “io esisto e sono capace”».

Come si legge sul suo sito web, Cristian Palmieri è un fotografo figlio d’arte.
Inizia ad assistere il papà fotografo fin dall’età di 8 anni. Studente di terza media, in occasione della gita scolastica riceve in prestito la Rolleiflex del padre e se ne innamora.

Buongiorno Cristian e grazie di essere qui tra noi. Di solito si chiede sempre a un artista di parlare di sé, io invece vorrei cominciare partendo dalle tue opere. Le tue fotografie. Cosa raccontano? Quale storia ci vuoi mostrare?
Noi fotografi non dobbiamo apparire, non è importante chi sono ma è giusto porre l'attenzione su ciò che faccio nel caso specifico parlo di donna, la donna moderna, quella che incontro in strada o che per qualsiasi motivo ha incrociato la mia esistenza.
Sebbene negli ultimi anni abbia preso a cuore la vita delle donne io nasco paesaggista e amo i reportage e a dire il vero fino ad alcuni anni fa non ho mai fotografato persone e tendevo ad escluderle dalle mie inquadrature tanto ero sfiduciato dal prossimo. Oggi la mia crescita personale e le mie esperienze mi hanno portato a rivedere molti pregiudizi e la mia attenzione si è spostata sul genere umano in tutte le sue varie sfaccettature. Che sia forma del corpo, o forma dell'anima la persona è diventata il punctum della mia fotografia.

Il tuo progetto Fuori dall’Ombra cosa rappresenta? Come è nato? E’ una tua idea o il frutto di una collaborazione?
Come spesso accade per i miei progetti, Fuori dall'ombra è nato per caso. Lavoravo ad una storia che raccontava la falsa e presunta emancipazione della donna, una storia ironica realizzata con quattro diverse donne legate in qualche modo dal mondo dell'arte e della cultura (Una porta, una finestra, due mura).
La storia di una di queste donne mi aveva colpito in modo particolare. Era una donna davvero forte di carattere, madre separata con una figlia dolcissima ed intelligente. La sua vita era una lotta continua con il mondo e l'ho ammirata da subito. Per rappresentare una donna così non mi era sufficiente un solo scatto, ce ne sarebbero voluti decine e così l'ho ripresa mediante un trittico che la rappresentasse da capo a piedi. Sviluppando l'idea ho cercato di mettere in risalto le tre parti del nostro corpo dove risiedono i nostri tre cervelli principali (ebbene sì, abbiamo tre cervelli autonomi e indipendenti): testa, busto, pancia; cervello, cuore, stomaco; ragione, passione, istinto.
Per finire le mani presenti in ogni scatto che, dopo lo sguardo, completano con il loro dire il ritratto della modella di turno.
Sia ben chiaro che non è un progetto che vuole trattare di violenza ma vuole rappresentare la donna per ciò che è, il suo essere, un modo per dire “io esisto e sono capace”. Non ho fatto altro che dare voce attraverso la fotografia alla donna moderna.

Cristina Palmieri, fotografie dal suo progetto Fuori dall'ombra

Dove vuole arrivare? Può davvero “la fotografia” arrivare così lontano, secondo te?
Il mio desiderio è sensibilizzare più persone possibili e la fotografia è un mezzo immediato e d’impatto. Non è possibile rimanere impassibili di fronte alle mie opere che sono di dimensioni 100 x 150 cm e sovrastano l’utente che si immerge nella dimensione delle 50 donne ritratte e che probabilmente non vedrà allo stesso modo la donna della porta accanto o la compagna di una vita.

Tu come fotografo cosa hai cercato nelle donne? Perché hai scelto il bianco e nero? Quanto tempo è durata la tua ricerca?
Al di là della ricerca tecnica e sociologica, la bellezza del lavoro è che io non mi aspettavo e non cercavo nulla dalle ritrattate. Sono stati momenti di una emozione unica e mi sono lasciato trasportare dai loro racconti e dalle loro storie. Ogni immagine una storia da raccontare, una ragnatela di vite che ho avuto la fortuna di ascoltare senza giudizi e pregiudizi. In questi 7 anni di studio ho solo ricevuto e quando ho potuto ho anche donato ma di gran lunga è la mia persona che ci ha guadagnato.
La tecnica di un bianco e nero fortemente contrastato è dovuta ad una scelta legata al binomio luce-ombra oltre a voler mettere in risalto l'essenza dell'immagine, inoltre il colore avrebbe certamente distolto l'attenzione dal minimalismo da me ricercato e condizionato gli scatti al momento della ripresa, condizionamento dovuto alla scelta degli abiti da parte della volontaria di turno.

L’esigenza di dare voce alle donne. È ormai un’esigenza sempre più marcata. Le donne sono dappertutto, ma c’è qualcosa che ci sfugge o che non prendiamo in considerazione, perché la violenza le schiaffeggia giornalmente. Cosa manca davvero in questa società? Se manca qualcosa, naturalmente.
Tante cose sono state fatte se pensiamo alla situazione femminile di qualche secolo fa o addirittura qualche decennio fa. Differenze tra uomo e donna ci sono ed è giusto che ci siano ma ciò che ancora si fatica a capire è che la dignità ed il rispetto non hanno genere. Vedo poca partecipazione degli uomini nelle varie manifestazioni pro donna ed in questo l'uomo merita più di una tirata d' orecchie. Anche se nelle migliori intenzioni e con l'animo giusto l'uomo non vuole lottare, è pigro quando si tratta questo tema.
Bisogna urgentemente partire dalle nuove generazioni, sono loro la nostra speranza e non dobbiamo buttarle nella società allo sbaraglio. Penso sia urgente agire dentro le scuole e direttamente nelle famiglie.
La repressione è un cerotto piccolo su una ferita molto grande ma necessaria in questo periodo storico.

Cosa ti ha emozionato di più in questo progetto? C’è qualcosa che ti ha fatto piangere? Una storia che ti è rimasta impressa?

Un’emozione che credo di non aver mai provato in vita mia è stata il giorno dell'inaugurazione della prima uscita del progetto con la mostra realizzata a Montepagano lo scorso anno. Duecento persone che hanno ascoltato quello che avevo da dire, le performance dei poeti e delle danzatrici che hanno accompagnato quell'evento mi hanno fatto scappare qualche lacrima di gioia. Io non piango oramai da alcuni decenni e ancora oggi ho il cuore a mille per quello che ho provato quel giorno.
Per quel che riguarda le storie delle donne da me ritrattate, sarebbe davvero riduttivo soffermarmi su una sola di esse. Sono stato fortunato nell'aver conosciuto persone splendide e solo per il fatto di avermi fatto entrare in casa senza neanche conoscermi è stato motivo di orgoglio per me.
Una curiosità che mi sento di raccontare è quella relativa a due turiste tedesche che hanno visitato la mia mostra e che dopo mi hanno chiesto di poter essere ritratte ed entrare nel progetto. Non parlavano italiano e poco inglese ma hanno recepito il messaggio immediatamente guardando solo le opere al muro. Bello, no?

Cristina Palmieri, fotografie dal suo progetto Fuori dall'ombra - Intervista al fotografo

La foto che porteresti sempre con te.
Non una ma una serie di foto sono tra le mie preferite, ”Io non ho mani che mi accarezzino il volto” di Mario Giacomelli. Poesia in immagini utilizzando esclusivamente due colori: bianco e nero.

Un libro che rileggeresti mille volte.
Il piccolo principe e Le avventure di Tom Sawyer.

Un film che ti ha dato la possibilità di riflettere.
Million dollar baby, ancora oggi ci rifletto e ammetto che non ho il coraggio di rivederlo.

Cosa volevi fare da bambino e ora guardandoti allo specchio, quel bambino che eri, è felice?
Da bambino volevo solo crescere, non avevo tante speranze o sogni da realizzare, volevo diventare adulto. Fin da piccolo ho vissuto alla giornata e devo dire che questo mi ha aiutato a superare tante delusioni ma allo stesso tempo accontentarmi di tante piccole cose quotidiane. Attualmente sono felice di me e di quello che ho. Forse perché la sindrome di Peter Pan non mi abbandona mai.

Se dovessi scegliere una favola cosa racconteresti?
Forse Peter Pan? Sì, Peter Pan.

Un sogno, perché senza sogni non riusciamo a costruirci un futuro.
Quando non ci sarò più spero che le mie immagini mi sopravvivano. Spesso mi soffermo a pensare sul fatto che quello che realizzo ora potrà essere di stimolo per altri in futuro.

Un monito per chi legge.
Non prendetemi troppo sul serio, ma prendetevi sul serio. Quello che dico io poco importa se non lo si sente di persona.

Una frase che ti tatueresti.
Non amo i tatuaggi su di me anche se mi piacciono sul corpo degli altri ma se dovessi fare una pazzia scriverei “Grazie di esistere” dedicato a mia moglie ed ai miei figli.

I tuoi prossimi progetti.
Ho in corso un paio di progetti, il primo vedrà la luce ad aprile del 2018 e sarà una vera e propria installazione fotografica dedicata alla memoria ed ai ricordi. Il secondo progetto invece sarà molto più impegnativo e forse impiegherà anni prima che si realizzi del tutto poiché si tratta di una ricerca mediante ritratti relativi ad un luogo a me caro che si sta spopolando sempre più.
Inoltre non dimentico Fuori dall'ombra che non abbandonerò mai finché le forze me lo permetteranno.

Grazie mille, per averci raccontato qualcosa di te e del tuo lavoro.

Fotografie di Cristan Palmieri - Donne, ritratti



Samantha Terrasi
Vivo tra Torino e Roma, dove sono nata. Mia nonna avrebbe voluto che mi chiamassi Maria Concetta, ma per fortuna mio padre di ritorno da un viaggio negli States mi ha chiamato Samantha, rigorosamente con la h. Formazione scientifica, una laurea in biologia molecolare per poi scegliere di tramandare il mio sapere agli studenti. Sono una professoressa di matematica e scienze senza occhiali e quando non mi trovo tra equazioni e studenti, scrivo.
Parole nel vento, Aletti Editore, 2012.
Ti aspetto, Lupo Editore.
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[FotografiA] Adriano Franceschetti e Haebel, quando fotografia e arte visiva si incontrano, di Samantha Terrasi

[FotografiA] Adriano Franceschetti e Haebel, quando fotografia e arte visiva si incontrano, di Samantha Terrasi

Adriano-Franceschetti-Haebel-camera-luminosa-arte-fotografia

Intervista doppia ad Adriano Franceschetti, fotografo, e Haebel, Maestro del movimento italiano dell’Arte “frattale”, insieme per una mostra d'arte, in collaborazione con Emystudio: fotografia digitale e “camera luminosa”. 

Abbiamo il piacere di ospitare nel nostro spazio, tra Gli scrittori della Porta accanto, Adriano Franceschetti, fotografo e Haebel, Antonio D’Anna, professore di arti visive. L’esposizione organizzata dal 27 febbraio al 27 marzo a Ostia (Roma), in collaborazione con lo studio fotografico Emystudio, ha presentato elaborazioni al computer e proiezione di CD, realizzati nel 1977 con l’ausilio della camera luminosa costruita dallo stesso Haebel.
La “scultura”, se così la vogliamo soprannominare, ha la capacità di catturare le immagini esterne rendendole frattali al suo interno. L’osservatore all’interno della scultura-oggetto ha la possibilità di immergersi in una realtà nuova creata dai diversi gradi di interconnessione. Una musica suonata con la luce che scompone il suono e rende all’ascoltatore una melodia diversa per ognuno. Si potrebbe rinominarla “Alla ricerca di un’essenza”.

Adriano Franceschetti, come è nata la tua passione per la fotografia? 
Rimasi molto colpito da giovane da questa frase di Calvino “ l’occhio non vede cose, ma figure di cose che significano altre cose” che trovai nel suo libro “Le città invisibili”. Mi venne la curiosità di esplorare la realtà partendo da questo concetto e la fotografia mi sembrò lo strumento perfetto a tale scopo. Con il tempo mi sono addentrato sempre più nelle peculiarità del linguaggio fotografico scoprendone le potenzialità simboliche ed evocative, intraducibili con le parole. 

Cosa rappresenta la fotografia nella tua vita? Sei più fotografo o insegnante?
Ho cominciato naturalmente fotografando ma, con il tempo, ho capito che le mie capacità creative erano molto limitate e così ho pensato di raccontare ad altri il mio cammino, le mie letture e riflessioni. Continuo a fotografare per diletto e sempre con il massimo impegno ma questa volta in collettivo con Laboratorio Fotografico (da anni ci occupiamo della mappatura fotografica del X Municipio).

Cosa è cambiato nel fare fotografia dall’avvento del digitale? Pro e contro.

Il digitale ha spalancato la fotografia a tutti, chiunque può fotografare utilizzando anche solo il proprio cellulare e molti, che prima non avevano mai scattato una foto in vita loro, di colpo fotografano e mostrato le proprie immagini agli amici grazie ai social network (FB, Instagram, Flickr, ecc.). Questo è molto positivo e inoltre ha azzerato, o quasi, i costi. Per contro è venuto a mancare il concetto di “limite” proprio dell’analogico (numero limitato di scatti per rullino, tempo lungo per vedere le foto stampate, alti costi del processo – sviluppo e stampa - per immagine) che costringeva a una disciplina auto imposta di selezione delle immagini da scattare e di conseguenza da far vedere; abbiamo perso la concentrazione sul soggetto vista la facilità dello scatto: ma è una malattia infantile e transitoria del digitale che non sostituisce l’analogico ma lo affianca insieme alle altre tecniche che sono sempre disponibili.

Come ha conosciuto il maestro Haebel? Cosa ti ha colpito della sua storia?
Grazie alla collaborazione intrapresa da più di un anno con la Galleria Fotografica di Emyfoto ho avuto la possibilità di conoscere il professor Haebel e sono rimasto colpito dalla capacità “visionaria” del suo lavoro sia pittorico che fotografico; quest’ultimo ha anticipato di 20 anni alcune potenzialità del digitale oggi comunemente disponibili. La sua arte frattalista, poi, mi sembra perfettamente aderente alla descrizione della società attuale.

Professor Haebel, arte e scienza sono conciliabili?
Sì, anche se in Italia le due culture spesso sono in contrapposizione e concorrenza. A tale proposito mi piace citare la definizione che dà Michel Serres, tra cultura umanistica e cultura scientifica: "il dialogo dei sordi". Ma dalla scoperta della Teoria del Caos ed in particolare della Geometria Frattale di Benoit B. Mandelbrot (Parigi 1975), il passaggio dalla matematica all'arte è stato quasi istantaneo e ha permesso la scoperta di nuove possibilità espressive, specie negli artisti con formazione scientifica e più intimamente influenzati dalla matematica. Questo nuovo linguaggio è visibile solo mediante algoritmi grazie all'ausilio di un calcolatore, vale a dire insiemi di procedure matematiche che vengono tradotte in immagini. La divulgazione scientifica permette oggi all'artista di operare in campi di esplorazione fino a poco tempo fa ritenuti non visualizzabili e gli consente motivazioni più concrete e aderenti alla realtà. Inoltre le Teorie Caotiche e Frattali hanno trovato applicazione nelle più disparate discipline: Filosofia, Letteratura, Musica e Poesia.

Che tipo di professore è stato nelle sue classi? Una frase, se c’è, che ha sempre ripetuto ai suoi studenti.
Ho insegnato Discipline Pittoriche in diversi Licei Artistici di Stato. Ho ritenuto importante la corretta progettazione del disegno e ho impartito agli allievi tutte le nozioni geometriche e le problematiche dello spazio per una buona impostazione del lavoro, ma sempre attento alla sensibilità individuale. Anche l'uso del colore era lasciato alla predisposizione personale; dopo aver mostrato un'ampia campionatura di materiali e tecniche, i temi assegnati erano sempre concordati e scelti con cura secondo l' avanzamento delle loro capacità. Questa libertà di espressione, l' amore per il lavoro, la curiosità della sperimentazione e il seguirli costantemente uno per uno, portava gli allievi a progressi costanti. Un insegnamento collettivo (come spesso avviene) avrebbe dato dei risultati diversi. Non c’è una frase in particolare che ripetevo, ne avrò dette tante nel corso dei miei trentacinque anni di insegnamento, ma sicuramente avrò trasmesso la mia passione per l'arte.

Che cosa ha rappresentato l’arte nella sua vita?

Sicuramente me l'ha riempita! Per fortuna non sono mancate né le idee né la fantasia. Mi piace definire l'arte un "vizio" di famiglia in quanto tra parenti, figli e nipoti siamo tutti artisti.

Adriano Franceschetti: realtà e fotografia, c’è un confine? Esiste o è solo un limite della nostra mente?
Una fotografia non è mai ridondante rispetto alla realtà perché le immagini non si rivolgono alla nostra attenzione razionale , ma attivano quell'apprendimento empatico attraverso il quale riusciamo a "leggere" l'oggetto della visione in un modo che l’attenzione vigile della realtà - nel suo continuo fluire - non ci permette. La fotografia secondo me non è una visione diversa della realtà solo perché, ad esempio, ne congela il movimento ma perché aggiunge l’elemento relazionale al nostro vedere e ci fa dire: guarda cosa ho visto, l’ho fotografato per fartelo vedere anche a te! Questo elemento di condivisione arricchisce sia la nostra capacità di lettura della realtà sia la nostra rete di relazioni.

Cosa le ha trasmesso questa mostra che parla di figure attraverso la luce?
Mi ha trasmesso la certezza che l’artista, per la propria capacità visionaria e quasi predittiva, raggiunge con l’intuizione “luoghi” che con la razionalità frequenteremo magari dopo decenni…e che l’arte parla, come la fotografia, a una parte dell’essere umano che sempre più spesso viene repressa e imbrigliata ma modi di vita frenetici e non riflessivi.

Professor Haebel, qual è la storia della sua camera luminosa?

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La storia abbastanza semplice. Quando progetti un'opera tutto quello che occorre sempre a carico tuo; in questo caso, essendo la scultura molto costosa, feci appello a diverse Istituzioni (che risultarono completamente assenti), i mecenati promisero ma non mantennero le promesse e la Camera Luminosa non fu mai realizzata. Quello che riuscii a fare, con le sole mie possibilità , fu la costruzione di un modello in scala I :200 che presentai nel 1999 in occasione di una mia mostra personale intitolata "Caosmosi", presso il Parco della Scienza — Universita' di Torvergata — Sala Gismondi — Roma, a cura del critico d'arte Vincenzo Perna e con il patrocinio del M.U.S.I.S. (Museo Multipolare della Scienza e dell'Informazione Scientifica) a Roma. Dal suddetto modello riuscii a produrre e fissare diverse immagini.

È un progetto rimasto sospeso, le piacerebbe che si potesse realizzare?
Si, mi piacerebbe, ma non più possibile in quanto ho perso sia il progetto esecutivo che il modello in scala. D'altronde, non potrei rifare nuovamente tutto perché la vista e l'età non me 10 consentono più, né potrei seguirne la realizzazione per la questione della deambulazione. È troppo tardi ormai!

Adriano Franceschetti, un film, un libro, una frase.
"Blu" di Derek Jarman, "Il dono" di Nabokov.
Il tempo guarirà tutto... ma che succede, se il tempo stesso è una malattia?
da Il cielo sopra Berlino di W.Wenders


Professor Haebel, un artista, una città, una stagione.

Un artista in città per tutta la vita isolato, chiuso nel suo studio immerso nei suoi pensieri e dalla coinvolgente attività. In Italia le persone che si interessano all'arte contemporanea sono rare e raramente finanziano gli artisti, se non hai un mercato che ti sostiene inutile chiedere un aiuto istituzionale o economico, l'unica soddisfazione avere la possibilità di allestire delle mostre che servono solo per una verifica del tuo lavoro e nulla altro.

Adriano Franceschetti, che colore ha un sogno?
Blu.

Se un sogno fosse un quadro, Professor Haebel, come lo rappresenterebbe?
Veramente non ho mai dipinto sogni, ho sempre realizzato opere che rispecchiassero la realtà: ora politica, ora sociale ora evolutiva dell'arte. Negli ultimi tempi (dal 1980) ho lavorato tangenzialmente alla matematica e alla geometria frattale perché la scienza mi dà più sicurezza nell'espressione.

Adriano Franceschetti, siamo ancora capaci di sognare in questa era di social e super tecnologia?
Immersi come siamo in una realtà aumentata, moltiplicata, che esalta la percezione sensuale anche il sogno si arricchisce di “spazi” e di esperienze un tempo preclusi. Siamo immersi in un caleidoscopio di stimoli che sicuramente ci arricchisce e ci rende più complessi. I sogni stessi, allora, saranno meno influenzati dalla propria ristretta realtà ma hanno immense “praterie” nelle quali correre.

La luce e le sue molteplici forme. Anche Haebel artista scompone la sua realtà e la restituisce come immagine frastagliata di un interno da ricomporre o riscoprire?

Certamente quello che mi interessa la riscoperta, perché generalmente guardiamo la realtà distrattamente e la convogliamo ai nostri interessi. Anche la natura viene guardata superficialmente. difatti non ci accorgiamo che tra due granelli di sabbia esiste un mondo meraviglioso. Io mi propongo di rappresentare quello che gli altri non riescono a vedere. Non a caso ,la scultura di cui stiamo scrivendo, ha un sottotitolo: "Intuizione dello spazio perduto", esso proprio riferito a quello che non riusciamo a cogliere con i nostri sensi, ma il risultato sicuramente una parte di realtà.

Adriano Franceschetti: colore o bianco e nero? Che emozioni suscitano in una foto?
Prima della "fotografia a colori" è esistita una coloratissima fotografia che non possiamo chiamare monocromatica : le sfumature brune delle albumine, i viraggi, i pigmenti più o meno bluastri, l’avorio-e-seppia delle foto antiche. Scegliere, in fotografia, di usare il bianco-e-nero rispetto al colore,(scelta comunemente fatta alla ricerca di maggiore "artisticità", di una coerenza formale più forte, di un minore "realismo") non è una scelta opposta a colore perché interpretato come colore significante, il nero fotografico non è un modo per togliere qualcosa, semmai per aggiungere connotazioni all'immagine. Il nero non è il grado zero della tavolozza, la tinta estranea all'arcobaleno, un non colore ma un portatore di significati. Tutti quelli legati alla sua cultura, alle associazioni mentali con idee, sentimenti, simboli. Il nero della notte e del lutto e il nero dell'eleganza e del lusso, il nero sporco e quello pulito, il nero deprimente della depressione e quello avvincente del mistero…

E come si colloca il fotografo?
Il fotografo consapevole utilizza lo strumento appropriato allo scopo del suo lavoro fotografico scegliendo, di volta in volta, la gamma tonale più idonea a trasferire rafforzare il significato delle sue immagini: in questo non esiste dualità, conflitto, tra B&N e colore, bensì una complementarietà.

Professor Haebel: acquarello o acrilico? Il colore segue l’animo di chi lo usa? C’è un colore per tutto o per tutti?
No, il colore una scelta di sensibilità personale. Faccio un esempio: se indico il colore verde, quale sarà il mio e quello di un altro artista? Certamente i due verdi non saranno mai uguali. Nel corso della mia attività pittorica per ogni periodo tematico ho usato una tecnica coloristica diversa; questo perché mi consentiva di esprimere meglio le mie intenzioni. Difatti ho usato il nitroacrilico per la pittura "subacquea" (e non avevo altra scelta), l'olio per la "nuova figurazione" e la tempera per gli ultimi lavori "frattali". Quindi la scelta del colore strettamente personale e riflette anche il modo di lavorare dell'artista.

Nuovi progetti che bollono in pentola, Adriano?

L’associazione è aperta a tutti gli appassionati di fotografia che vogliano contribuire a diffondere l’interesse per questo straordinario mezzo espressivo ed abbiano anche la voglia di esprimersi esponendo i propri lavori. L’aspetto per noi prioritario è quello di vivacizzare il dibattito intorno alla fotografia e per questo abbiamo concepito un progetto che prevede una molteplicità di interventi quali: corsi di fotografia base ed avanzati, workshop in sala posa, seminari, mostre e pubblicazioni. Intendiamo inoltre creare una “rete” di associazioni fotografiche con le quali scambiare i lavori più significativi degli autori locali, lavori che potranno quindi “girare” tra gli spazi espositivi e perciò, faremo il possibile per incoraggiare ad esporre le proprie opere gli autori del territorio offrendo, gratuitamente, la nostra esperienza e competenza.
Come presidente dell’associazione Laboratorio Fotografico ho raccolto, durante l’ultima assemblea, le seguenti iniziative per l’anno in corso.

pinhole-day

  • Pinhole Day. In occasione della giornata mondiale della fotografia attraverso il foro stenopeico (pin hole) parteciperemo a questa manifestazione anche per l’anno 2017 (unica Associazione nel Lazio ad aderire nel 2016, con seminario gratuito - oltre 30 partecipanti);
  • tecniche antiche, così come il Pinhole Day, sono fissati incontri su le altre tecniche antiche intorno alle quali c'è un interesse crescente; 
  • mostre, sempre nello spazio Emyfoto, di autori interni ed esterni. Abbiamo già altri autori che voglio usufruire dello Galleria Fotografica della quale abbiamo la direzione artistica (l’unica sul territorio); 
  • giornate video attraverso la proiezione di brevi filmati "di" o "su" autori fotografici. Stimoliamo il dibattito su temi o personaggi del mondo della fotografia. Gli incontri saranno curati da un socio che seguirà una idea di "lettura" fotografica; 
  • corso avanzato di lettura e linguaggio fotografico: anche per il 2017 istituiremo un breve corso per la lettura e l’interpretazione di immagini fotografiche;
  • presentazione corsi una volta ogni 5/6 settimane: organizzeremo delle presentazioni brevi dei progetti futuri aperti a tutti che vivranno delle idee e delle proposte dei partecipanti; 
  • clip per Youtube: realizzazione di brevi “pillole video” con filmatini rapidi e divertenti/interessanti che trattano vari temi fotografici;
  • biblioteca fotografica;
  • prestito gratuito di libri per 15 gg. al fine di attirare amatori o interessati alla fotografia;
  • piccoli eventi di natura letteraria o musicale che si miscelano a esposizioni di fotografie al fine di creare un evento che favorisca il contatto con persone che altrimenti non frequenterebbero l’Associazione Laboratorio Fotografico; 
  • sala posa: organizzazione di workshop di 2-3 incontri sul ritratto in studio o sull'utilizzo di luce artificiale;
  • mini conferenze su temi fotografici specifici con materiale da proiettare

Professor Haebel, ha un nuovo progetto che vorrebbe realizzare?
I progetti sono tanti ma non intraprendo più lavori che non posso realizzare con le sole mie possibilità. Attualmente sto lavorando ad una mostra che intitolerò "In "...ci avevano abituati a guardare la principio" e in catalogo, tra l'altro, scrivo: 'natura euclidea" esclusivamente ordinata e in linea retta, nel paesaggio tradizionale la rappresentazione molto generalizzata, le linee sono come ripulite; inversamente con la "filosofia frattale" possibile mettere a fuoco la complessità delle forme naturali, le relazioni spaziali, reali e vitali". Questi ultimi lavori sono di piccole dimensioni (cm. 14x14) e non più dei grandi formati ai quali ero abituato.

E dopo questo tuffo dall’intensità tutta particolare, vorrei ringraziare entrambi per aver riempito il nostro spazio di immagini. Gli scrittori lo fanno attraverso le loro parole, voi avete usato degli strumenti nuovi. La luce che passa attraverso i vostri occhi. 



Samantha Terrasi
Vivo tra Torino e Roma, dove sono nata. Mia nonna avrebbe voluto che mi chiamassi Maria Concetta, ma per fortuna mio padre di ritorno da un viaggio negli States mi ha chiamato Samantha, rigorosamente con la h. Formazione scientifica, una laurea in biologia molecolare per poi scegliere di tramandare il mio sapere agli studenti. Sono una professoressa di matematica e scienze senza occhiali e quando non mi trovo tra equazioni e studenti, scrivo.
Parole nel vento, Aletti Editore, 2012.
Ti aspetto, Lupo Editore.
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[FotografiA] Ariana Sichi: urban exploration, ritratti e personaggi Playmobil, intervista di Valentina Gerini

[FotografiA] Ariana Sichi: urban exploration, ritratti e personaggi Playmobil, intervista di Valentina Gerini


Ariana Sichi, barista e fotografa pisana, si diletta a immortalare personaggi Playmobil in scene di vita quotidiana. Ma le sue passioni sono i ritratti e l'esplorazione urbana: "Mi piace dare vita ai luoghi dove il tempo si è fermato".

Ho conosciuto Ariana Sichi per caso, su Facebook. Nella piccola cittadina in cui vivo, cercavamo un fotografo volontario che si dedicasse, a volte, alle foto per il mensile del paese. Misi un annuncio su Facebook e, tra le tante risposte, spiccò quella di Ariana. Semplice, diretta e divertente. Così la conobbi e ci fu subito feeling. Abbiamo lavorato insieme ad alcuni articoli, io sulle parole, lei sulle immagini.
Ora collabora con questo web magazine per il servizio editoriale per scrittori di realizzazione copertine, mettendo a disposizione i suoi scatti per cover originali.
Oggi voglio parlarvi di lei perché mi ha incuriosito un suo progetto. Innanzi tutto le presentazioni: Ariana Sichi, originaria di Montecatini Terme, vive a Perignano (Pi) e lavora in un bar. Sensibile e sempre col sorriso sulle labbra, Ariana, ha la passione per la fotografia e, ogni volta che va a fare una sessione fotografica di qualsiasi tipo, su Facebook scrive: “Vado a combinarne una delle mie…”. Una delle sue. Sì, perché ne combina parecchie…

Ciao Ariana. Prima di approfondire l'argomento fotografia, per rompere il ghiaccio, dicci una cosa: Ariana, con una sola enne, è voluto?
Ciao a tutti, e grazie per lo spazio che mi dedicate. Riguardo al mio nome, lo confesso, si sono sbagliati all'anagrafe! ... Scherzo! Ai miei genitori piaceva un nome non comune, da un suono deciso e mi hanno dato questo. Io li ringrazio, perché mi piace proprio tanto.

Parliamo ora di fotografia. Quando è nata questa passione e come l’hai coltivata?
Nasce banalmente a circa 20 anni. Il mio primo contatto con la fotografia fu con una macchinetta brutta e vecchia con cui cominciai a scattare foto secondo ciò che vedevo. Mi ricordo di essermi sentita "libera di vedere la vita a modo mio". Sono passata ben presto ad una analogica (pellicola). Da quell'obbiettivo ho guardato per tanto tempo la vita, i dettagli e le emozioni. Poi mi si è rotta e ricordo di aver pianto tanto! Dopo mi hanno regalato la Signora Reflex e, ancora oggi, è lei il mio mezzo per continuare a vedere. Seguo corsi di fotografia, corsi per post produzione e frequento il Circolo Fotografico CI.F.A.L. (Circolo Fotografico Arci Lavaiano), dove faccio parte del consiglio: lì, ogni lunedì sera, ci si confronta e si continua ad apprendere. Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia è come se non mi fossi svegliata.

Hai ricevuto riconoscimenti grazie alle tue foto?
Preferisco le letture fotografiche ai concorsi, perché ho modo di mostrare i miei lavori e far tesoro dei consigli di persone competenti in materia. Nel mio piccolo, ho partecipato, insieme al mio Circolo Fotografico, ai campionati mondiali di fotografia amatoriale. C'erano due dei miei scatti e ci siamo posizionati 40° su 377. Non male direi, visto che si parla di tutto il mondo! Personalmente, invece, mi sono classificata prima in un piccolo concorso.

Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia è come se non mi fossi svegliata.

ritratto-foto

Quali sono i soggetti che preferisci fotografare? 

Adoro un tipo di fotografia che si definisce Urban Exploration: consiste nel fotografare strutture costruite dall'uomo e abbandonate dallo stesso. Di solito sono poco visibili nell' ambiente urbano e spesso sconfinano in luoghi non proprio accessibili. Ma quello in cui riesco meglio sono i volti, forse perché penetro dentro la persona e non tiro fuori solo la bellezza esteriore ma anche quella interiore esaltando la profondità, la dolcezza, l'arroganza...

A volte ti rechi in posti insoliti o abbandonati, come l’ex manicomio di Volterra. Ti porti dietro degli amici a cui fai fare da modelli e poi inizi la sessione fotografia, inscenando quasi un vero e proprio copione. Mi chiedo: cosa deve avere un posto per farti venire la voglia di fotografarlo? E come metti in pratica l’idea che il posto ti suggerisce?
Scelgo con cura i posti insoliti come me. Mi piace dare vita ai luoghi dove il tempo si è fermato. Non parto con idee precise, tutto nasce da dentro solo dopo aver respirato il posto. Mi lascio trasportare dalle emozioni che mi suscita e comincio a scattare e a sentirmi libera. Diversamente, quando ho una persona da fotografare la studio prima scatenando la fantasia di come renderla diversa, ma sempre se stessa.

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Il progetto più curioso per me è quello con cui immortali scena di vita quotidiana di due soggetti particolari: due personaggi Playmobil. 

Perché? Cosa vuoi comunicare?
Il progetto nasce per gioco, in una vacanza estiva, dove sui social mi accorsi della moda del momento di mettere in primo piano le gambe abbronzate davanti al mare. E io, che proprio belle gambe non ho, un po' per protesta e invidia verso le belle gambe, un po' per divertimento,  ho fatto una vedere le mie giornate al mare attraverso della ragazza di plastica. È stato talmente apprezzato, che gli ho trovato un fidanzato, e il dopo è venuto naturale...
Se mi reco a Firenze per fotografare, porto anche loro; se vado a fotografare un tramonto, faccio godere lo spettacolo anche a loro. Il messaggio è: anche se siamo di plastica davanti alle cose belle si diventa vivi e parte di esse!

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Raccontaci chi sono questi due personaggi.
Lei si chiama Milù e lui si chiama Amedeo, in onore di mio nonno. Milù è birichina, come me, e ne combina sempre una delle sue. Amedeo è più inquadrato ma segue Milù nelle sue pazzie. Direi che rappresentano molto me e il mio fidanzato, Simone!

Quale è la prossima “marachella” che hai in mente di combinare?
La prossima delle mie marachelle non te la posso ancora svelare, rischio l'arresto...

Valentina-Gerini

Valentina Gerini
Dopo la maturità scientifica e uno studio approfondito della lingua inglese inizia a lavorare all’estero. Le sue più grandi passioni sono i viaggi e la scrittura. Dei viaggi ne ha fatto la sua professione, diventando accompagnatrice turistica; della scrittura il suo hobby, occupandosi degli articoli di copertina per un mensile dedicato alle storie di paese.
Volevo un marito nero, 0111Edizioni.
La notte delle stelle cadenti, Lettere Animate.
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[FotografiA] Cadena McKenzie, la fotografa neozelandese che rilancia la bellezza al naturale delle donne, intervista di Giulia Mastrantoni

[FotografiA] Cadena McKenzie, la fotografa neozelandese che rilancia la bellezza al naturale delle donne, intervista di Giulia Mastrantoni

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Cadena McKenzie, fotografa neozelandese residente a Melbourne, ha fotografato un'amica nuda e ha deciso di non photoshoppare gli scatti. Lo scopo? Dimostrarle che un corpo "normale" non ha bisogno di sotterfugi per essere bello.

Nonostante i difetti e gli insulti maschili che, di tanto in tanto, arrivano a tutte. Dopo aver risollevato l’autostima della sua amica, Cadena Mckenzie, foodphotographer, ha deciso di parlarci del suo progetto, che già vi abbiamo presentato qualche settimana fa (Il progetto di Cadena Mckenzie contro i rigidi canoni estetici di donne etero e omosessuali).

Cadena McKenzie, a Melbourne-based Kiwi photographer, took a naked photoshoot of a female friend and didn’t photoshop the pictures. The aim was to show her friend that a plain and simple body can still be beautiful (here her project details), in spite of the people that pick on us and the guys dumping us. She succedeed in boosting her friend’s confidence and she let us interview her.

Sei soddisfatta degli scatti?
Assolutamente sì! Si trattava di far sentire meglio un’amica che era da poco stata lasciata da un ragazza. Sono riuscita a farla sentire bella, nonostante quello che il soggetto maschile in questione le aveva detto.

Are you happy with the photoshoot? 
I am! Because it was with a friend who needed to feel a bit more comfortable in her skin after being dumped by some guy. I succeeded in making her see she is beautiful. You didn’t Photoshop the pictures, but you did use a bit of Lightroom.

Lightroom

Non hai phostohoppato le immagini, ma hai usato Lightroom. Ti piacciono di più gli scatti “ritoccati” o quelli al naturale? 
Non è una domanda facile. Personalmente, preferisco quelli naturali, perché la bellezza della mia amica non ha bisogno di ritocchi. Ma da fotografa che vuole raggiungere un risultato artistico e creare qualcosa che esiste già nella sua testa, so bene che un po’ di editing è necessario. Ho usato Lightroom per aumentare alcune ombre, evitando che le parti più intime del corpo fossero esposte in bella vista. Volevo che non fosse uno scatto di nudo volgare e che il corpo avesse una sua privacy. Era tanto importante quanto sottolineare la bellezza naturale del corpo.

Do you like the lightroomed pictures more than the natural ones? 
It’s a challenging question. From a personal perspective, I prefer the natural ones because, as a friend of the model, I wanted to show her than plain and natural is still beautiful, and that she is beautiful. But as a photographer who’s trying to create an image that she has in mind, I know that a bit of editing is needed. I used the shadows on Lightroom to cover the most intimate parts of her body. I made sure the nudes were never vulgar and that her body would still have some “privacy”. It was very important to me.


Come si usa Lightroom nei nudi e nei servizi fotografici? L’approccio cambia?

fotografoDa fotografa, ammetto che Lightroom può diventare una scorciatoia. Se vuoi ottenere un a certa immagine e Lightroom può dartela con poco sforzo... beh, lo usi. Un fotografo artistico è diverso da un fotografo che scatta per un giornale che si occupa di cronaca o che vuole lavorare come fotoreporter. Non ha il vincolo di rispettare completamente la realtà dei fatti. Quello che il fotografo artistico vuole è ottenere un’immagine che sia arte, quindi priva di “imperfezioni”. Ma tra questo e le copertine dei magazine di moda che vediamo, con tutti quei corpi impossibilmente perfetti, c’è una gran bella differenza. Le donne sono belle perché sono tali e perché sono esseri umani, non perché diventano anoressiche o si truccano o vengono photoshoppate. La perfezione dell’arte è diversa dalla perfezione irreale di un corpo di una modella. Io mi sono limitata a togliere quello che poteva risultare una “distrazione” nel complesso dell’immagine, ovvero ho fatto in modo che la bellezza naturale fosse il fulcro dello scatto. 

How about the use of Lightroom in nudes and in normal photoshoot? 
As a photographer, Lightroom is a shortcut. If you want to get a certain image and Lightroom can help, well... You just use it. Also, an artistic photographer is not like a journalist, which means we don’t have to be completely true what reality is like. What you want to get is a piece of art with no “imperfections”. But this is really different from what we see on the covers of the magazines when it comes to women’s bodies. We are beautiful because we are women and human beings, not because we are skinny and we wear plenty of make up or have our pictures retouched. There’s a difference between the perfection of a work of art and the unrealistic perfection of photoshopped models’bodies. What I really did is remove “distractions” from the pictures and focus on the natural beauty of the body.

Poseresti per un servizio fotografico nuda? 
Sì, e l’ho fatto. Mi sono sentita bene, libera e forte. Mi sono divertita a scegliere gli oggetti che sono stati usati. Ho scelto abiti e indumenti nei quali mi sentivo a mio agio. Chiaramente non si può fare una cosa del genere con un fotografo di cui non ci si fida. Non bisogna sfociare nell’incoscienza. 

Would you model for nudes?
I would and in fact I did. It felt amazing and I loved it. I felt empowered and free. I had fun. I picked the items I used for the photoshoot and they were all clothes and stuff I felt comfortable with. Of course before you do such a photoshoot as a model you have to make sure the photographer is a reliable one. You never know what might happen.

Pensi che chiunque potrebbe posare per un servizio fotografico simile?

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Certo! Ogni ragazza dovrebbe sapere che cosa vuol dire posare per un servizio fotografico. Ogni ragazza deve vedersi bella, perché quello che vediamo dei nostri corpi sono sempre le imperfezioni e non riusciamo mai a andare oltre. Sapere di essere belle e crederci ci dà forza.

Do you think anybody could model for nudes?
Sure! Every girl should actually experience what a real photoshoot feels like. They need to see themselves for the beautiful creatures they are, because they normally see the imperfections in their bodies and that’s it. To see your own beauty is empowering.

Credi che possiamo cambiare il mondo e far sentire tutte belle?
No. Non possiamo cambiare le cose, ma possiamo offrire alle persone l’opportunità di cambiarsi e mostrare al mondo una varietà infinita di corpi normali, tutti con la loro bellezza. Dobbiamo lavorare su noi stessi, per poterci vedere belli. Conosco ragazze belle che si vedono comunque brutte. E allora che senso ha tutta quella bellezza? Viene sprecata. Dobbiamo prenderci cura di noi stesse, perché si finisce sempre per amare le cose di cui ci si prende cura, o le persone.

Do you think we can change the world and make everyone see his own beauty?
No. We can’t change things, but we can offer people opportunities to change and show a variety of bodies, normal bodies in which you can find every kind of beauty. We all have to work on ourselves to see our beauty, though. If we are good-looking and still don’t see it, well.. what’s the point in our beauty? We also have to take care of ourselves, because you end up loving the things you take care of. 

Sei mai stata presa in giro per il tuo aspetto e, se sì, come risponderesti oggi a quelle persone? 

Certo che sì. Diciamo che... non a tutti può piacere la pizza, ma questo non la rende meno buona. Io sono una pizza e non c’è niente che non vada in me.

Have you ever been picked on and how would you reply to those people now?
I have and for so many reasons. What I believe is... Not everyone can like pizza, right? But pizza is fucking delicious! There’s nothing wrong with being a pizza. So I am okay.

Credi che le persone se la prendano con il prossimo perché stanno male con loro stesse?
Sì. Il fatto che si abbassino a tanto dice più cose di loro che di te, se ci pensi. Consigliare e prendere in giro sono cose ben diverse. Mi piace la prima, ma so che si tende sempre a optare per la seconda. Bisogna essere forti e amarsi, per vivere bene.

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Do you think people can pick on you because they feel bad about themselves?
I do. The fact that they pick on you tells more about them than it does about you at the end of the day. There’s a difference between giving people advice and criticising them, and I am okay with the former, but we tend to do the latter. You both have to be strong and loving in order to survive.

Come possiamo sentirci meglio con noi stesse, in quanto donne?
Se stai andando a un colloquio di lavoro, indossa qualcosa di ridicolo sotto al completo serio che sceglierai. Io uso sempre dei calzini morbidosi e colorati. Mi aiutano a credere che sono io a controllare la situazione. A volte, quando recito un sermone e non sono troppo tranquilla, indosso un completo sexy sotto gli abiti seri e posati. Mi sento meno insicura, in questo modo. Il mio consiglio è di trovare qualcosa che renda ciascuno di noi forte. E poi di farlo. Perché siamo tutte belle, poco importa quello che ci viene detto.

How do you think we can boost our selfconfidence as women? 
If you are going to a job interview, wear something stupid and ridiculous behind your clothes. I wore fluffy and colorful socks. It makes you believe that in fact you are in control of the situation. Sometimes when I have to preach and I am nervous, I wear lingerie or something sexy beneath my conservative pastor clothes. It helps me feel more confident. My advice to women is to find the thing that makes them feel empowered and keep doing it. Because we are all beautiful, no matter what we are told.

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Giulia-Mastrantoni

Giulia Mastrantoni
Da quattro anni collaboro all’inserto Scuola del Messaggero Veneto, scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada, ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
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[People] I reportage fotografici dal mondo di Roberto Pedron, intervista di Ornella Nalon

[People] I reportage fotografici dal mondo di Roberto Pedron, intervista di Ornella Nalon

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Burkina Faso, Mali, Libia, Iraq, Afghanistan, Turchia, Nepal, Giordania e altri ancora, il fotoreporter Roberto Pedron e il suo impegno di aiuto e documentazione.

Ciao Roberto e benvenuto tra noi. Cosa ci racconti di te?
Bene, mi chiamo Roberto Pedron, sono nato a Torino quasi quarantasette anni fa, vivo e lavoro a Taranto e ovunque mi porti la professione che svolgo.

Quando e in che modo hai scoperto di voler diventare un fotografo?
Non ricordo esattamente quando, ma sicuramente la passione per la fotografia è nata con me, poi gradualmente si è palesata fino al momento in cui l'ho potuta riconoscere, coltivare e perfezionare.

Oltre che costituire una professione di successo, cosa rappresenta per te la fotografia?
Parlare di professione è riduttivo, la fotografia è uno stile di vita.

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Nel tuo sito si legge: “Oltre gli schemi, al di là dello scontato, tra le righe...” è questo ciò che vuoi rappresentare con le tue foto? Non una fedele riproduzione dell'oggettivo, ma quanto si può celare dietro esso? Guizzi, sensazioni, sentimenti, emozioni? 
Come ho precedentemente affermato, la fotografia è uno stile di vita e, in quanto tale, possiede mille sfaccettature e sfumature che vanno oltre l'oggettività dello scatto. Come in un'opera d'arte, lascio a ciascuno la facoltà di interpretare e non è detto che i punti di vista siano concordanti.

Ci sono alcune professioni che si insinuano talmente dentro a una persona da diventarne una parte identificativa. Puoi definire così anche la tua? Ossia, esiste una netta distinzione tra il Roberto uomo e il Roberto fotografo, oppure ti consideri una giusta combinazione tra le due condizioni? 
Non esiste una netta linea di demarcazione, direi che Roberto è fotografo tanto quanto uomo, le combinazioni si realizzano nella quotidianità, quando a volte sono più uomo altre fotoreporter. 

La tua carriera ti ha portato in giro per il mondo.

Burkina Faso, Mali, Libia, Iraq, Afghanistan, Turchia, Nepal, Giordania e altri ancora. C'è un posto, tra questi, dove hai lasciato un pezzo del tuo cuore? Raccontaci il motivo.
Fatto salvo che il Burkina Faso rappresenta moltissimo per me, avendo adottato in questo paese i miei splendidi figli, Sandrine e Salomon, la mia ragione di vita, il mio cuore è ovunque perché ovunque svolgo con passione la mia professione.

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Tra gli altri, hai visitato luoghi di guerra e terremotati. Sarai stato testimone di miseria, di terrore ed orrore. Sono esistite occasioni in cui hai temuto per la tua vita? Riesci a rimanere distaccato e professionale di fronte a determinati eventi oppure, ogni volta, ritorni a casa un po' cambiato?
Per esperienza dico che non bisogna mai esser troppo tranquilli, in quanto abbassare la guardia in situazioni di reale emergenza potrebbe essere pericoloso. Quanto al coinvolgimento emotivo, beh, non è semplice restare indifferenti davanti alla sofferenza, specie quella dei bambini.

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Roberto Pedron e il Comitato Mamhud. Vogliamo parlarne? Di cosa si occupa il Comitato? Perché hai voluto farne parte? Qual'è la tua funzione?
Il Comitato Mahmud, di cui sono il vicepresidente, nasce il primo luglio 2014, dopo una gestazione di mesi. Prende il nome da un bambino siriano gravemente ammalato che all'epoca abitava nel campo profughi di Bab al Salam, Mahmud, appunto, salvato da morte certa grazie all'aiuto dei nostri sostenitori.

Quali sono i progetti del Comitato Mamhud? Come contate di portarli a termine?

La nostra associazione si occupa prevalentemente di bambini in forte disagio e offre loro la possibilità di migliorare le loro condizioni di vita e di studiare, perché essi rappresentano il Futuro.

C'è qualcosa che possiamo fare tutti noi?
Per quello che concerne la nostra associazione, i contatti potete trovarli sul sito www.comitatomahmud.com e sulla pagina Facebook del comitato. Ogni cosa può essere utile: dal contributo economico agli oggetti di prima necessità . Per quanto riguarda le molte altre realtà dell'associazione, per la maggior parte si tratta di seri impegni nel campo degli aiuti umanitari. Consiglio di affidarsi al passaparola di conoscenti e di amici fidati che abbiano avuto esperienze e riscontri positivi.

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In una realtà in cui, purtroppo, si specula anche sul dolore e la disgrazia, alcune volte la generosità lascia il posto alla diffidenza. Come possiamo essere certi che una nostra eventuale offerta venga tutta conferita alla causa scelta?
Ogni donazione viene registrata ed è destinata a una serie di progetti la cui documentazione è affidata al mio lavoro di fotoreporter. Più specificamente, sono io in persona a consegnare contributi economici e quant'altro e attraverso la fotografia documento le varie missioni, pubblicando i reportage sul sito del comitato.

Caro Roberto, ora non mi resta che ringraziarti per esserti prestato alla mia curiosità ma, soprattutto, per l'attività benefica che porti avanti con convinzione e dedizione. A nome di tutti Gli scrittori della porta accanto, ti faccio un enorme in bocca al lupo per tutte le tue attività. 
Grazie a te e al tuo interesse verso la nostra associazione.


Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, da 0111 Edizioni.
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Intervista a Maurizio Spano, artista eclettico: teatro, letteratura e arti visive

Intervista a Maurizio Spano, artista eclettico: teatro, letteratura e arti visive

Intervista a Maurizio Spano, artista eclettico: teatro, letteratura e arti visive

People A cura di Ornella Nalon. Maurizio Spano, artista eclettico: scrittore, cantante, pittore, attore di teatro e fotografo.

Ciao Maurizio, è un piacere ospitarti. Cosa racconti di te per farti conoscere ai nostri lettori?

Vivo ad Adria (RO) e, attualmente, scrivo e fotografo. In pausa restano le attività di pittore (che spero di riprendere a settembre) e musicista (questa difficilmente recuperabile) a causa di problemi fisici legati alla mia malattia (ho una sclerosi multipla). Nell'altra vita, fino al 1° novembre 2009, ero un Poliziotto, professionalmente parlando, comunque suonavo, dipingevo, fotografavo, recitavo e soprattutto scrivevo. Ora sono in "pensione forzata" ma, a parte suonare e cantare, continuo a fare tutto il resto. Dopo un paio d'anni di "attività contraria intensa" la malattia in qualche maniera mi lascia vivere. Ho 56 anni... vivo con Letizia, mia moglie e ho due figli: Marco e Stefano.
Ho pubblicato tre romanzi: Francesca, con Aliberti Editore (2011), La signora dei Colori, inizialmente con Sillabe di Sale Editore (2013) e due anni dopo con StreetLib, e Nato di domenica, con Apogeo Editore (2015).


A parte il secondo, che è un giallo, gli altri due sono romanzi con una forte componente sentimentale. Questo ci può far supporre che l'amore, i sentimenti, rivestano una parte importante nella tua vita? Quanto c'è di te, del tuo vissuto, nelle storie che hai scritto? Attualmente, stai lavorando su qualche altro romanzo? Se sì, ci puoi fare un cenno della sua trama? 

Ho avuto il privilegio, a volte felice, a volte doloroso, di vivere una miriade di esperienze in ambiti sociali e umani completamente diversi fra loro. In qualche maniera: vite diverse navigate contemporaneamente. E' il concetto che ho già espresso: non una esperienza principale e tante passioni collaterali, ma tante vite assieme. Quindi scrivere un romanzo non è altro che raccontare, in chiave romanzata, uno dei tanti sogni possibili che ho vissuto o incontrato e che sto ancora incrociando. In classifica l'amore è certamente al primo posto, se non altro perché pervade non solo un romanzo a lui dedicato: "Francesca", ma ogni piega della mia vita. Mi piace pensarmi come un surrealista romantico... un binomio complicato da gestire ma che ha reso la mia vita quella che è... Sì, sto lavorando a un nuovo romanzo, che mi piacerebbe pubblicare nel 2017... parla di un incontro in un sogno. Un'avventura tra la realtà che ci appare e quella che pensiamo sia semplicemente un'illusione ma che, per i protagonisti di questo racconto, si rivela molto più "concreta" di quanto avrebbero mai potuto immaginare.


Se ti chiedessi di dirmi un solo aggettivo che meglio ti identifichi, quale useresti?

Direi Artista, stando però attenti al significato, che oggi è abbastanza generico. Nel mio caso l'arte non è una passione, mi scorre nelle vene, non potrei vivere senza.

Artista senz'altro e pure eclettico: cantante, pittore, attore di teatro, fotografo, scrittore. In quale ordine hai scoperto di avere queste passioni? Quale senti che maggiormente ti appartenga? Quale ti ha dato maggiori soddisfazioni?

La scrittura e la pittura, a scuola. Poi la musica e il teatro. Per ultima la fotografia, ma presumo per un mero fattore economico: i soldi per comprami la macchina fotografica li ho guadagnati a 21 anni. Attualmente scrivo e fotografo, dipingo meno e evito di suonare e cantare: la malattia mi impedisce di fare musica come vorrei davvero. Non riesco però a fare una classifica. In ogni periodo della mia vita ho eletto istintivamente una forma d'arte a arte sovrana. Certamente, se valuto le soddisfazioni raccolte in pubblico, pittura e scrittura sono nettamente in vantaggio.

Maurizio Spano, artista eclettico: arti visive

Questo tuo amore per l'arte ti è stato trasmesso da qualcuno in famiglia, oppure è una tua personale inclinazione? Quanto c'è di tecnica trasmessa dall'insegnamento e quanto di estro innato? 

La mia era una famiglia contadina di altri tempi, molto pratica. Non c'era tanto spazio per l'educazione artistica Però la mamma ricamava e faceva dei lavori stupendi e forse questo mi ha influenzato... poi la scuola: questa sì. Io sono uno di quelli che ha imparato a scrivere e leggere a scuola. Storia e geografia mi hanno affascinato. Alcune mie insegnanti mi hanno davvero educato alla cultura. Ho imparato osservando i maestri, sui libri e dal vero... poi l'estro è indispensabile per far fruttare l'insegnamento. Questo, tra l'altro, è il lato affascinante della faccenda: non so da dove sia saltato fuori!


Di professione facevi l'agente di polizia, un'attività che ti portava a contatto con il lato materiale della vita, a volte cruento, in netto contrasto con quello spirituale, intimistico e poetico dell'arte. Come si conciliavano questi due aspetti? In qualche modo, supponi che la tua professione abbia influito sui tuoi modi espressivi?

Credo che fare il Poliziotto abbia influito sulla maturazione morale, non tecnica né stilistica, ma sulla componente dello spirito che desidera conoscere e capire, possibilmente, ogni dettaglio della vita. Io non credo nell'arte assente, fatta da persone che si estraniano dal mondo. I grandi geni hanno vissuto, in gran parte, vite drammatiche, profondamente legate al loro tempo: alla lotta, alla rivoluzione, alla politica, alla guerra... si schieravano insomma, nel bene e nel male. La visione dell'artista che osserva il mondo dall'esterno appartiene al nostro tempo, dalla seconda metà del '900 (dal dopoguerra sostanzialmente) in poi, ed è una concezione artistica e storica che contrasta con il mio pensiero, legato profondamente al romanticismo e, per certi versi estetici, al concetto classico dell'universo.

Maurizio Spano, artista eclettico: arti visive

Vorrei soffermarmi sull'arte visiva, che mi sembra sia quella che pratichi con maggiore frequenza. Iniziamo con la pittura: le tue opere, per certi versi, mi fanno pensare a De Chirico, per altri, mi riportano a suo fratello Savinio, se non fosse per il tuo utilizzo dei colori, del tutto personale, che produce una miriade di onde e increspature su ogni soggetto riprodotto. Che ne pensi dei paragoni che ho appena azzardato? Ci parli della tua tecnica pittorica? 

Sono paragoni che mi onorano e che, tecnicamente e spiritualmente, rivelano parte della mia identità artistica: metafisica e surrealismo vanno a braccetto. Io, probabilmente in forma molto personale, sono un surrealista. Uso una tecnica pittorica semplice, quasi esclusivamente basata sui colori a olio. Non amo particolarmente l'esasperazione materica, per cui tendo a eliminare il colore invece di aggiungerlo... ne deriva un effetto sfumato continuo. Una fusione di confini pittorici.

Parliamo ora di fotografia: credo di avere compreso che prediligi i paesaggi o, comunque, non soffermarti sui piccoli particolari, bensì su immagini di ampio respiro in cui i colori, ancora una volta, hanno una parte predominante. Porti spesso con te la macchina fotografica? Ti è mai successo di non averla e avere visto qualcosa che te lo avesse fatto rimpiangere? Cos'è che ti fa decidere di immortalare un soggetto?

In realtà non ho un soggetto prediletto, vado a istinto, a momenti, L'ideale è la fusione tra soggetti umani e paesaggio. I ritratti alla "Leonardo", per fare un esempio sublime di coinvolgimento tra persone e mondo circostante (a volte inventato), sono il mio ideale artistico assoluto. Porto la macchina fotografica con me se esco... non sempre. Preferisco creare le occasioni che accettarle passivamente. Ovviamente, se appare qualcosa di entusiasmante, faccio in modo che l'immagine non sfugga... e allora decido in base all'inquadratura. Una foto non ritrae la realtà: è un rettangolo, un quadrato, una qualsiasi forma geometrica all'interno della quale limitiamo o esasperiamo la verità adattandola al nostro punto di vista.

Maurizio Spano, artista eclettico: arti visive

Penso che più dei ricordi, degli spazi vuoti o delle strade ricolme di folla, rimanga la solitudine. Tutto scivola via sul piegarsi di ogni sera, inizio e traguardo della vita. Al di là dei sogni compiuti o rincorsi invano, oltre i desideri, i limiti e le paure; più della coscienza e dell'educazione, oltre la passione, l'istinto e la ragione. Al confine del tempo, oltre il silenzio dell'orizzonte; prima di capire perché, prima d'incontrare l'Eterno e il senso delle cose o l'illusione; prima di partire senza aver compreso dolore e amore, io penso rimanga la solitudine e sempre un desiderio da esaudire.
Maurizio Spano

Cos'è per te la solitudine, una condanna oppure una conquista? E qual è il tuo prossimo desiderio da realizzare?

La solitudine per me è lo stato naturale dell'animo umano. Abitiamo il mondo senza conoscerne la ragione. Si usa dire che siamo "Animali sociali" e questo è vero... io stesso non sarei capace di concepire una vita da isolato, da eremita. Il mio bisogno di socialità è continuo e mi appaga. Tuttavia ci sono momenti in cui mi fermo e smetto di viaggiare negli elementi; inizio a camminare dentro me stesso e, intorno, non rimane nessuno, soltanto io e qualcosa o qualcuno che mi conosce e del quale, tuttavia, ignoro l'essenza. Allora, di fronte all'ignoto, improvvisamente, mi sento solo. Eppure non è una condanna perché l'universo è dentro di me. Io credo che siamo uno e tutto allo stesso momento, perché ogni elemento dell'universo è parte di un'unica vita. Il mio prossimo desiderio è lo stesso da sempre: sogno la felicità, consapevole che il male di vivere e la devastante ricerca della gloria nascano con noi e non ci lascino che attimi di luce nel crepuscolo della vita. Proprio per questo, quando questi frammenti di eternità ci appaiono, dobbiamo farci illuminare, perché non ritornano.

Maurizio Spano, ti ringrazio di esserti prestato alla mia curiosità che spero abbia rappresentato degnamente anche quella dei nostri lettori. A nome di tutti “Gli scrittori della porta accanto”, ti faccio tantissimi in bocca al lupo per tutte le tue bellissime attività e per la tua vita in generale.




Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
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