Gli scrittori della porta accanto
India
India
Konark e Puri: ultimo giorno di un viaggio in India

Konark e Puri: ultimo giorno di un viaggio in India

Konark e Puri: ultimo giorno di un viaggio in India

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. I templi di Konark e Puri, nell'Orissa: gli ultimi giorni di un incredibile viaggio in India.

Konark, Orissa, giornata che più grigia non si può, le cianfrusaglie in vendita sulle bancarelle sono una massa amorfa, spenta la luce di piatti, piattini e brocche dorate, anche le pile di dolci sono tristi, solo i sari delle donne conservano un po’ di colore, in fondo al viale si erge la piramide scura del tempio di Surya, il dio Sole.
«È il tempio più grande e probabilmente anche il più bello dell’Orissa», commenta Tanip, il nostro accompagnatore – visto da lontano non sembra proprio, mormoro tra me e me –, la torre era alta una settantina di metri – sì ma adesso è caduta, devo essere meteoropatico –, rappresenta il carro del Sole sostenuto da 24 ruote e trainato da sette cavalli – ma non ci sono i cavalli, sbotto con Tanip; calma, questo è il padiglione delle danze. Ai lati della scalinata due leoni di fantasia schiacciano due elefanti, il tetto non esiste più, sui quattro pilastri ancora in piedi fanno bella mostra di sé suonatori di tamburo e danzatrici ancheggianti – ma che pietra è, così granulosa?, granito, dice Tanip.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo

Konark, Orissa: tutto il mondo reale e mitologico hindu scolpito nella pietra.

Di fronte, un’alta costruzione tutta coperta da ponteggi di tubi metallici: è la mandapa, la sala dei fedeli. È stata riempita per non farla crollare del tutto, è alta 30 metri ma in origine era alta 45 metri, dice orgoglioso Tanip – per avere un confronto, le torri di Castel del Monte in Puglia, dello stesso periodo di Konark, sono alte 24 metri. Ed ecco i cavalli, uno e mezzo per la verità, di fianco alla scalinata, ma l’unico quasi intero sprigiona potenza e poi, la ruota! – mia moglie è sempre davanti e sempre dentro l’inquadratura ma dà un’idea delle dimensioni della prima ruota, saranno tre metri! Al primo stupore segue la meraviglia, la ruota è tutta lavorata e cesellata con figurine di donne e divinità, poi l’attenzione si sposta sulla parete della piattaforma, alta più di quattro metri, divisa in fasce traforate, lavorate, coperte da sculture di ogni tipo – sono 2.000, dice Tanip sorridendo mentre indica gli elefantini che si rincorrono ininterrotti nella fascia più bassa, ma ci sono anche file di guerrieri in armi, donne serpente, divinità sensuali, scene di sesso esplicito, ma dopo aver visto Kajuraho niente più ci stupisce, scene di caccia, c’è anche una giraffa!, insomma tutto il mondo reale e mitologico hindu scolpito in questa pietra scabra e forte.

Konark, Orissa: tutto il mondo reale e mitologico hindu scolpito nella pietra.

Se la grandezza la noti da lontano, la bellezza sta nei dettagli e la apprezzi facendo il giro della piattaforma assieme alle decine di turisti e fedeli indiani che ci guardano curiosi e divertiti – volete una foto?, e l’espressione seria di tutta la famiglia in posa davanti a una ruota si scioglie in sorrisi e cenni di ringraziamento.


Puri, Orissa: ultimo giorno di questo viaggio in India. 

«Vieni a vedere!»
Sulla terrazza della casa di fronte una donna con un bastone cerca di scacciare una scimmia che si fa sberleffi e scappa sul tetto – io non ci vengo a fare un giro!, ma figurati, in centro non ci sono le scimmie.
Due ore dopo.
Il tempio di Jagannath è solo per hindu, per vedere un po’ l’interno si può salire al primo piano della biblioteca di fronte (Raghunandan Library), firmare il libro visite e guardare dalle finestre – se volete vedere meglio si può salire sulla terrazza ma è privata... – ok quanto? – basta un’offerta – va bene andiamo, perché prende quel bastone? – è per le scimmie – io non ci vengo proprio!
Siamo arrivati alla biblioteca a piedi lungo un grande viale gremito di gente indaffarata, biciclette vintage, risciò spericolati, ogni tanto due poliziotti annoiati, mucche indolenti, bambini ai chioschi dei dolci, donne alle bancarelle dei souvenir e, in fondo, ruote di legno enormi, saran due metri, raggruppate per colore – cosa sono?, boh!, e questi strani pannelli, grandi baffi, lingue in fuori, sopracciglia inarcate? – oggi siam turisti fai da te, non c’è Tanip – saranno per qualche processione.


E ci abbiamo azzeccato, a Puri nella festa di Jagannath c’è la processione dei carri proprio lungo questo viale a cui partecipano centinaia di migliaia di fedeli, oggi sono solo alcune migliaia e vanno tutti al suo tempio, famiglie con bambini che ci guardano timorosi, gruppi di pellegrini che si guardano attorno un po’ sperduti, ragazzi del posto appoggiati alle moto che guardano sfrontati le ragazze in sari. Il tempio è circondato da un alto muro, la porta d’ingresso è sorvegliata da due statue di guardiani multicolori come quelle dei templi del sud, l’interno, visto dalla terrazza della biblioteca – ci è venuta anche mia moglie, niente scimmie, solo feci di pipistrello –, è un insieme abbastanza caotico di costruzioni color giallo banana, da uno esce fumo biancastro, saran le cucine, il portale del tempio vero e proprio su cui si accalca la folla è rosso vinaccia, i tetti a piramide del tempio sono intonacati di bianco, su tutto domina l’imponente torre a pannocchia del più tipico stile dell’Orissa, 65 metri, la più alta di tutto lo stato. Bello? Visto da qui più che altro strano.


Davanti al tempio stanno rasando il capo ad alcuni bambini, evidentemente un rito religioso, lungo il viale e nelle stradine lì attorno la solita affollata vita indiana.

Ciabattini e aggiusta tutto seduti per terra, mendicanti col braccio disteso, pellegrini appisolati, bancarelle di dolci che gocciolano miele, frutta troppo matura, stoffe da mercato, collane e braccialetti di plastica, santini e souvenir – guarda, cosa sono quelle specie di bamboline nere con quegli occhi enormi?, non lo so, mica vorrai comprarle? sono brutte (*)! Un giovane padre con bimbo impaurito vuole una foto con mia moglie, una ragazza sorridente ne vuole una anche lei, donne-manovale in sari colorati e bacinella di metallo in testa aspettano il loro carico di malta di fianco a una betoniera, un uomo svuota un sacchetto di bucce di banana davanti a una mucca nera, gli altoparlanti diffondono da mezz’ora lo stesso inno cantilenante.
Bye bye India.

...la solita affollata vita indiana

(*) a casa abbiamo scoperto che le bamboline erano in realtà riproduzioni di Jagannath, la particolare immagine di Krishna venerata a Puri.



Booking.com




Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
Leggi >
Le grotte di Udaygiri e Hirapur: l’India fantastica di Salgari, Kipling e Indiana Jones

Le grotte di Udaygiri e Hirapur: l’India fantastica di Salgari, Kipling e Indiana Jones

Le grotte di Udaygiri e Hirapur: l’India fantastica di Salgari, Kipling e Indiana Jones

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. Le grotte di Udaygiri e Hirapur, nel delta del Mahanady: scimmie, yogini e serpenti, i thug della dea Kali, i riti segreti nella notte, l’India fantastica dei romanzi d’avventura di Salgari e Kipling e di Indiana Jones.

Bhubaneswar in Orissa è famosa per i suoi templi ma altrettanto importanti nella storia dell’architettura indiana, anche se meno appariscenti, sono le grotte di Udaygiri, appena fuori città.


È sabato e sembra di essere a una fiera nostrana, bancarelle affollate all’ingresso, bambini che si rincorrono sui vialetti, ragazzi che fanno caciara sopra la Rani Gumpha, la Grotta della Regina, coppiette e gruppetti impegnati nei selfie un po’ ovunque, difficile escluderli dalle inquadrature. La Rani Gumpha è, in realtà, una specie di monastero su due piani con cortile centrale scavato in una bancata di arenaria rosso-giallastra dai monaci jain nel II secolo a. C., e che sia antico lo si vede, i bassorilievi più esterni sono stati lavati via dal tempo, meno rovinati sono quelli ai due angoli del cortile e quelli riparati nei due corridoi delle celle, sicuramente interessanti ma di qualità non paragonabile a quella dei templi di Bhubaneswar. Sopra c’è la grotta degli elefanti di pietra, dice Tanip, il nostro accompagnatore, invitandoci a salire sul sentiero di fianco alle grotte – sì ma quelle sono scimmie vere, non di pietra, commenta mia moglie allarmata; ma sono entelli, sono come il Bandar-log di Kipling (Il libro della giungla), non ti fanno niente; banda o non banda io non ci vengo. Ok Tanip, un’idea ce la siamo fatta, andiamo.

Le grotte di Udaygiri - Udaygiri Caves

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo

Appena al di là di un braccio del delta del Mahanadi, in mezzo alle risaie, un mondo acquatico dove si fanno due o tre raccolti di riso l’anno, ci sono il villaggio di Hirapur e un tempio a sorpresa, speriamo senza scimmie.

È questo? Nessuna torre a guglia, nessuna costruzione con parvenza di tempio, nessun fedele in preghiera, solo un muro alto un paio di metri a forma circolare – questo è il Chausathi Yogini, ci dice Tanip osservando le nostre facce perplesse, il tempio delle donne, ce ne sono meno di una decina in tutta l’India! Salgo su una specie di piattaforma lì di fronte per scattare foto, un serpente, nero!, scende veloce da una palma appena dietro, la macchina fotografica non è accesa e i miei riflessi bloccati, un paio di foto veloci al tempio guardandomi le spalle – però non ci sono scimmie, rassicuro mia moglie.


Davanti l’ingresso un bramino trentenne ci osserva in silenzio, dentro, lo so il paragone non è il massimo, sembra di essere nel colombario di un cimitero, una fila di loculi lungo tutta la parete circolare, in ognuno una statua bluastra di donne, divinità immagino: «sono le 64 Yogini – intuisce Tanip  – le Yogini hanno aiutato Durga a uccidere un demone che rinasceva da ogni goccia del suo sangue, così, per sconfiggerlo, Durga lo ha decapitato e le Yogini hanno bevuto le gocce di sangue prima che cadessero per terra» – serpente, decapitazione, sangue, c’è altro? – sì, al centro c’è la statua di Kali o Chamunda  – «Kali?», mia moglie mi guarda perplessa – Kali, i thug, gli strangolatori del Bengala, non hai mai letto Salgari (I misteri della giungla nera)?, evidentemente no, ti ricordi il film con Indiana Jones (Indiana Jones e il tempio maledetto)?, nemmeno quello, le fantasie sono tutte mie. Kali o Chamunda, meglio non chiedere ulteriori chiarimenti a Tanip, è una specie di scheletro con una testa mozzata in mano e una collana di teschi al collo, le altre Yogini sono decisamente più femminili anche se una ha la testa d’elefante e un’altra di leone, una tiene in mano un cobra e un’altra sta in piedi sopra un pappagallo, e così via.
Nello stagno di fianco i ragazzi fanno il bagno, dal villaggio arriva a tutto volume la musica di un qualche film di Bollywood. Piccolo, nascosto, diverso da tutti gli altri, bello e intrigante.

Chausathi Yogini, il tempio delle donne

Chausathi Yogini, il tempio delle donne - interno

Piove mentre andiamo tra risaie senza fine e canali gonfi d’acqua.

Dopo più di un’ora Tanip ci sveglia dal torpore – siamo arrivati – dove? – a Chaurasi, al tempio di Varahi. In fondo a un vialetto bordato da siepi e nascosto da una cortina di alberi un piccolo tempio dal doppio tetto a spiovente, il minuscolo portico è sostenuto da due colonne su cui si avvolgono due donne dal corpo di serpente, le nagini, la porta d’ingresso è chiusa – ma la bellezza del tempio è nella sua struttura e nelle decorazioni esterne, ci assicura Tanip e prosegue con le spiegazioni qui riassunte: è stato costruito nel X secolo d.C., è dedicato a Varahi, la dea madre che esprime l’energia femminile di Varaha, il cinghiale avatar di Vishnu, all’interno c’è la sua statua col muso di cinghiale, non deve essere una gran bellezza.

Il tempio Chaurasi Varahi

Molto bello è invece il tempio, innanzitutto il colore, l’ocra dell’arenaria sfuma in toni rossicci, violacei o gialli più decisi, la pioggia dei monsoni ha smussato gli spigoli più sporgenti accentuando il senso di antico, le pareti sono decorate da motivi vegetali, nagini sinuose, danzatrici flessuose, scene erotiche corrose, la torre che si alza sopra la cella sacra è formata da un fascio di colonne che si perdono in balze e rientranze, in una edicola sul retro una statua di Surya, il dio Sole, su un carro trainato da sette cavalli, piccoli ma ci sono, con tanto di cocchiere. È strana la statua di Surya in questo tempio – ci dice Tanip che ci ha seguiti – i templi dedicati alle dee sono sedi di rituali tantrici e di cerimonie religiose che si svolgono prevalentemente di notte.
Scimmie e grotte, yogini e serpenti, i thug della dea Kali, i riti segreti nella notte, è l’India fantastica della mia giovinezza – non hai mai letto Salgari? Nemmeno Kipling? E Indiana Jones? Peccato.



Booking.com



Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.



Leggi >
Viaggio a Bhubaneswar, nell'Orissa, tra i templi più belli dell'India

Viaggio a Bhubaneswar, nell'Orissa, tra i templi più belli dell'India

Viaggio a Bhubaneswar, nell'Orissa, tra i templi più belli dell'India - Brahmesvara Temple

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. I templi più belli dell’India? Quelli dell’Orissa, stato sul golfo del Bengala. La capitale, Bhubaneswar, ne ospita a centinaia.

I templi più belli dell’India? Quelli dell’Orissa. Così pensavo vedendo le foto su riviste di viaggio e libri d’architettura, ci siamo andati e confermo: i templi più belli sono quelli dell’Orissa.
Volo antelucano da Kolkata a Bhubaneswar, capitale dello stato, la città dei templi, un centinaio quelli più noti — quanti ne vediamo?, chiede subito timorosa mia moglie; un po’, finché siamo stanchi; allora saranno pochi. Tanip, la nostra guida, un ometto gentile sulla quarantina, camicia azzurra e jeans, ha le idee chiare su come deve essere organizzata una visita a Bhubaneswar: visiteremo i templi in sequenza temporale, dai più antichi ai più recenti — perfetto, sono d’accordo!
Centro città, nel recinto dei templi, sono tre in realtà, uno di fianco all’altro — Lakhmaneshwar, Bharateshwar e Satrughneshwar —, il rumore del traffico viene coperto dal salmodiare di alcuni bramini, sembra di sentire le nostre litanie, c’è in corso non so bene quale cerimonia davanti al tempio centrale. Sono i più antichi della città, del VI secolo d.C. ma sono stati restaurati da poco, ci spiega Tanip. I templi sono molto semplici, tre piccole torri a base quadrata che si alzano con una guglia a profilo curvilineo, come una pannocchia per intenderci, per una decina di metri — poco?, in Italia in quel secolo imperversavano Ostrogoti e Longobardi —, dal pesante restauro si sono salvati solo alcuni bassorilievi erosi dalle intemperie e gli stipiti unti e anneriti dal ghee (burro chiarificato) applicato dai fedeli in millecinquecento anni di preghiere.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo

Cento anni di differenza e meno di due chilometri di distanza per arrivare al Parasurameswar.

È il tempio più bello di questo periodo ed è importante perché è il primo ad avere la sala per i fedeli (mandapa), dice Tanip indicando il padiglione basso davanti alla torre, è dedicato a Shiva e anche questo è ancora in uso. Semplice ma dalle proporzioni armoniose, il tempio se ne sta nel mezzo di un cortile più basso rispetto al piano di campagna, alcuni alberi lo isolano dalla strada di fianco, la patina del tempo ha scurito l’arenaria chiara ma le sculture sulle pareti e sulla torre sono belle e ben conservate — guarda, cosa sono queste sei, anzi sette donne?; chiedilo a Tanip, non a me —, su una parete laterale sette matrone prosperose siedono a gambe incrociate — sono le Saptamatrikas, la personificazione della forza femminile perché hanno aiutato Devi a combattere… in un attimo ci perdiamo nell’universo della mitologia hindu.
All’interno candele accese e silenzio, un bramino nella semioscurità della cella sacra sta benedicendo una giovane coppia.

Mukteshvara Temple | Orissa

A cento metri di distanza, in fondo a un prato all’inglese, una cortina di sei piccole guglie di altezza diversa nasconde una sorpresa, questo è proprio bello! È il Mukteswar, un capolavoro dell’architettura dell’Orissa

Sei gradini in discesa, un piccolo arco di pietra rossa tutto scolpito, un basso muretto, una piccola mandapa che è tutta un cesello, un tetto a gradini, una guglia sicura nella sua semplicità, sulla cima un disco di pietra inciso a mo’ di ruota dentata (amalaka) — è il Mukteswar, un capolavoro dell’architettura dell’Orissa, dice contento del nostro stupore Tanip, costruito nel 970 d.C., l’arco è unico nel suo genere ed è di chiara influenza buddista… non lo stiamo a sentire più di tanto, foto da lontano, sopra l’amalaka il tridente di Shiva punta verso il cielo, foto da vicino, l’arenaria rosso cupo si accende di venature giallastre ogni volta che il sole sbuca tra le nuvole, foto dei particolari, le pareti sono un unico ricamo geometrico che circonda danzatrici dai movimenti armoniosi, divinità corrose dal tempo, donne serpente arrotolate sulle colonne, un gruppo di signore in sari fa un giro frettoloso, noi fermi e incantati, due bambini stanno sguazzando nella vasca dietro il tempio, attorno case e traffico, il sole scalda il rosso delle pietre —, questo è proprio bello!
A pranzo in un ristorante tipico, Tanip, partendo dal legame italiani-Sonia Gandhi, dice che Bhubaneswar è un luogo maledetto per i Gandhi: Rajiv, marito di Sonia, è stato assassinato durante un tour elettorale il giorno dopo aver dormito a Bhubaneswar, sua madre Indira è stata assassinata il giorno dopo aver tenuto un discorso a Bhubaneswar, suo nonno Jawaharlal Nehru si è ammalato durante una visita a Bhubaneswar ed è morto pochi giorni dopo, secondo Tanip il figlio di Sonia, Rahul Gandhi, non verrà mai a Bhubaneswar.

Satrughnesvara Temple | Orissa

In mezzo a un lago ricoperto da foglie di loto c’è un piccolo tempio bianco, dietro le case sull’altra riva spunta una guglia altissima: è il Lingaraja, è là che andiamo. 

Il tempio è proibito ai non hindu — e allora cosa vediamo? —, c’è una piattaforma appoggiata al muro da cui si può guardare dentro — ma è come guardare dal buco della serratura!? — ma tant’è, saliamo. Sopra il caos di guglie e costruzioni svetta la torre del tempio, alta 55 metri dice Tanip, con costolature profonde che ne accentuano l’ascesa, sulla cima una grande amalaka sostenuta da leoni – il Lingarja è dell’XI secolo (in Italia si costruiscono le chiese romaniche, giusto per inquadrare il periodo) è il tempio più grande di Bhubaneswar ed è anche il tempio che meglio esprime l’architettura Kalinga, quella dell’Orissa, con quattro padiglioni in successione uno più alto dell’altro, fino alla torre sopra la cella di Shiva, ma dentro il grande recinto ci sono decine di altre torri e templi, i più vecchi in laterite scura coperta da licheni grigi, i più recenti in arenaria chiara, i fedeli si perdono in questo labirinto, noi guardiamo loro, loro guardano noi, entrambi stupiti — volete vedere un altro tempio bello dove si può entrare?; stanca?; insomma.


Un vialetto di ruvida laterite, in fondo torri silenziose si alzano sopra un muro, è il Brahmeswar, tempio gestito dall’ASI (Archeological Survey of India). 

È contemporaneo al Lingaraja ed è un esempio tipico di tempio panchayatana — pancia che? —, vuol dire tempio a cinque santuari, il principale al centro e quattro più piccoli agli angoli — ignoranti siamo e ignoranti resteremo. Prima di lasciarci entrare da soli nel recinto, Tanip ci racconta che il tempio è stato costruito con blocchi di pietra grezza a formare una piramide piena e poi è stato tutto scolpito e scavato per arrivare a quello che vediamo oggi, o almeno questo è quanto ho capito. Il tempio è comunque in uso, lumini accesi all’interno, statue unte di ghee sugli stipiti, una donna in sari sta deponendo fiori all’ingresso di uno dei tempietti laterali, le torri sono tutte un traforo, nelle nicchie dei muri suonatori e danzatrici, coppie che flirtano, una statua di Shiva danzante e uno scheletro anche lui danzante, due cobra sibilanti a terra sullo spigolo di un tempio, di bronzo, ma fanno una certa impressione lo stesso, serpenti a parte, tutto pulito, tutto in ordine, tutto perfetto, anche troppo, bello ma senz’anima, o forse siamo davvero stanchi — a chi lo dici, troppa bellezza uccide.



Booking.com




Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
Leggi >
Viaggio in India: i templi di terracotta di Bishnupur

Viaggio in India: i templi di terracotta di Bishnupur

Viaggio in India: i templi di terracotta di Bishnupur

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. I templi di terracotta di Bishnupur, nella regione del Bengala, in India.

Vi ricordate la famosa pubblicità “Turisti fai da te? No Alpitour? Ahi ahi ahi”? Ecco, in questa tappa del nostro viaggio in India qualche ahi ahi ahi ce lo siamo detti anche noi, ma andiamo con ordine.
Dopo una corsa in taxi folle per gli standard occidentali, con tanto di inversione su una superstrada ipertrafficata ma pare nella norma per gli standard locali, siamo qui, sani e salvi, nella stazione di Varanasi ad aspettare il treno per Kolkata, partenza alle nove di sera, notte in cuccetta, arrivo domani mattina alle otto — così proviamo i famosi treni indiani; sì ma non cercavo esperienze estreme, risponde mia moglie facendo segno ai numerosi topi che corrono sui binari; ma ci sono anche a Milano, mi azzardo a dire prima di essere fulminato con lo sguardo. Il ragazzo del tour operator vuole restare con noi finché non saliamo sul treno ma il ritardo supera ormai le due ore e siamo arrivati alle foto sul cellulare del suo matrimonio di un paio di mesi fa — che carina tua moglie! Il treno arriva alla una, ci raccomanda al responsabile del vagone sleeper e ci saluta, davvero gentile.


Inutile dire che non abbiamo dormito granché, ma nessun problema, le valigie ci sono ancora, i passeggeri erano civili e gentili e il ritardo è aumentato ma non di molto, a Kolkata arriviamo dopo mezzogiorno — anche questa è fatta, è il commento di mia moglie. L’hotel è ok ma se non tieni il condizionatore al massimo le pareti si mettono a gocciolare, a letto sotto le coperte, fuori 32 C° e umidità al 97%.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo

Meta del viaggio sono i templi di terracotta di Bishnupur, quattro ore di macchina dal nostro hotel.

Dobbiamo attraversare l’Hughli e il traffico al mattino è incredibile, se me lo avessero chiesto avrei suggerito un altro hotel — si giustifica Surya, il nostro accompagnatore, persona per il resto amabilissima. File interminabili di camion, autobus sovraccarichi, code a caselli dove paghi per una strada identica a quella di prima, battaglia di clacson a ogni sorpasso, attese pazienti ai passaggi a livello, risaie fino all'orizzonte — siamo nella rice bowl, così viene chiamata questa zona del Bengala, ci spiega Surya paziente —, camion carichi di patate — sono tipiche di questa zona — e — cos'è quella fabbrica? — un impianto per il trattamento della canna da zucchero — altre coltivazioni? Villaggi allungati lungo la strada tranne che nella foresta — è un santuario degli elefanti, bisogna fare attenzione perché attraversano all'improvviso —, deve essere per questo che l’autista accelera e si sfoga. Dopo cinque lunghissime ore alle 13 pranzo veloce e finalmente i templi.

Bishnupur Rasmancha e Bishnupur Radhashiam

India: i templi di terracotta di Bishnupur. Perché la terracotta?

Perché siamo su terreni senza pietre adatte alla costruzione ma in compenso ricchi di argilla — ma questo è di mattoni, non di terracotta! Un cartello blu dell’ASI (Archeological Survey of India) spiega che il Rasmancha ha una struttura unica: basamento in laterite — è questa pietra tutta porosa che non si può lavorare di fino, ci mostra Surya mentre la tocca — è composto da tre gallerie concentriche dove venivano portate le divinità dei templi vicini durante le feste, di terracotta ha solo alcune formelle con ballerine piuttosto goffe.
Il Shyamrai sembra una chiesetta di legno dei paesi dell’Est Europa, una cupola sopra la cella centrale e quattro torrette come campanili agli angoli, è del 1643 d.C., ci informa il solito cartello blu dell’ASI, è anche questo di mattoni ricoperti da formelle di terracotta, colonne archi pareti sono un unico racconto di vita civile e religiosa del Bengala nel XVII secolo, e poi ci sono animali, piante, episodi dei testi sacri hindu, insomma, invece degli affreschi delle nostre chiese, bassorilievi in terracotta, ma lo scopo è lo stesso: spiegare, ricordare, educare chi non sapeva leggere — il più famoso è questo, ci dice la guida, e ci porta a un rosone inscritto in un quadrato tutto pieno di figurine danzanti: è un rasa mandala con Krishna al centro che suona il flauto e attorno le gopi che ballano, bello.

Cinque minuti e siamo a un altro tempio, il Jor Bangla o Kesta Rai.

Stranissimo, sembra costituito da due chiesette col tetto a carena di barca rovesciata appiccicate tra di loro, in mezzo una cupola quadrata — il tetto è curvo come i tetti delle capanne di bambù, le porte sono ad arco un po’ come quelle moghul e i pannelli di terracotta sono tra i più belli del Bengala, si vede che Surya è molto preparato — le scene raccontate sui templi sono diverse, se lo sponsor è il re o qualche nobile, scene di caccia e storie di Shiva, se invece si tratta di qualche ricco mercante, allora quadretti di vita quotidiana, barche e mercati, qui ci sono anche degli europei col fucile, probabilmente portoghesi, schierati su una nave.
Comincia a essere tardi, un salto a un ultimo tempio, è il Radhashyam, è del 1758 d.C. dice il cartello dell’ASI, non è in terracotta ma in laterite con decorazioni in stucco — stava finendo il regno dei Malla, non c’erano più soldi, commenta la nostra guida, probabilmente anche oggi non ci sono più soldi per questo tempio, lo stucco cade a pezzi.
Se volete ne vediamo altri, ma… — meglio di no, altrimenti a che ora arriviamo in albergo?, a mezzanotte?

In viaggio per tornare a Varanasi

I pellegrini dei i templi di terracotta di Bishnupur.

Qualcuno lo avevamo superato all’andata, ma adesso ne incrociamo molti di più, ragazzi con un bastone a bilanciere in spalla abbellito da fiori di plastica e campanelli, due recipienti appesi alle estremità, camminano veloci sul bordo della strada — chi sono?, pellegrini, risponde Surya senza girarsi, vanno al tempio di xxx (mi sono perso il nome), c’è una festa religiosa; ne parla come se fosse una cosa normalissima ma come può essere normale vedere prima pellegrini solitari, poi gruppetti, poi una fila di persone, anche donne e ragazze, tutti con un bilanciere in spalla, che camminano a piedi nudi lungo il bordo di una strada lunghissima e trafficata nel bel mezzo della campagna? Coda di camion che sputano fumo, macchine che sorpassano spericolate, sosta all’ennesimo passaggio a livello chiuso, è ormai buio, scendiamo a guardare e arrivano senza un attimo di sosta, chi da solo con due candele accese sui bastoni, la maggior parte a gruppi, ci sono quelli che tengono il tempo come i marines scandendo mantra, i campanelli sui bastoni tintinnano al ritmo veloce, le ragazze che si vedono inquadrate sorridono, sono una fila ininterrotta, sono centinaia, migliaia — quando arriveranno al tempio?, domani mattina.
Noi siamo arrivati prima, un’ora dopo mezzanotte.



Booking.com



Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
Leggi >
Varanasi e il Gange, il cuore spirituale dell’India

Varanasi e il Gange, il cuore spirituale dell’India

Varanasi e il Gange, il cuore spirituale dell’India

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. Varanasi e il fiume Gange, la Grande Madre, il cuore spirituale dell’India.

A Varanasi abbiamo deciso di pernottare al Ganges View, un piccolo hotel sulla riva del fiume, per motivi di cuore, è l’hotel dove era solito soggiornare Tiziano Terzani. A proposito di Gange – domani non possiamo fare il giro in barca, ci spiega la guida che ci viene a salutare – il fiume è in piena ed è vietata la navigazione ma non vi preoccupate, vedremo tutto lo stesso.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo

Per vedere tutto lo stesso sveglia alle cinque del mattino, è buio – dove andiamo?, chi lo sa, al Gange penso – seguiamo il nostro accompagnatore per strade poco illuminate, gente addormentata su cartoni, saracinesche abbassate, alla fioca luce delle lampadine dei chioschi c’è già chi mangia, tanti vanno nella nostra stessa direzione, giovani eccitati vestiti d’arancio, donne silenziose in sari dai colori spenti, sadhu col bastone ti scrutano accigliati e all’improvviso ti ritrovi tra la folla in cima ai gradini del ghat – quale?, chi lo sa – in basso, lungo la riva, i bramini dispensano benedizioni sotto ombrelloni da spiaggia, le fioraie vendono corone di calendule arancio, i ragazzi offrono lumini galleggianti da abbandonare alla corrente e la gente s’immerge imperturbabile nell’acqua marrone, uomini baffuti in mutande e canottiera, donne a occhi chiusi in preghiera, i ragazzi in arancio, chissà da dove arrivano, festeggiano la fine del pellegrinaggio, la luce del sole filtra tra le nuvole e spegne quella dei lampioni, la Grande Madre che tutti accoglie porta via silenziosa promesse e preghiere.

Varanasi e il Gange alle 5 del mattino

Il ritorno è tutto un girovagare tra vicoli di Varanasi dove la luce fatica a entrare, muri scrostati, manifesti strappati, mucche che mangiano la spazzatura.

Mia moglie non fa una piega, si vede che si è rassegnata, qualche esitazione in più quando deve superare un grosso toro nero fermo a meditare davanti a una saracinesca – perché molti muri sono viola?, è il colore del settimo chakra, il chakra della corona, il centro dello spirito e Varanasi è il cuore spirituale dell’india… – il resto non lo sento, ci sono due nicchie e due altarini, in uno c’è Ganesha, il dio della fortuna, tutto dipinto d’arancio, nell’altro un dio tutto nero, che sia Yama, il dio della morte? È lì che ci sta portando la nostra guida, al Manikarnika ghat, il ghat delle cremazioni. Il sole è ancora basso sull’orizzonte, a lato del vicolo grossi teli gialli coprono cataste di legna nera, una grande stadera arancio per pesarla, facchini in dhoti bianco la portano a spalla – quanto costa?, dipende dal tipo di legna e dai soldi a disposizione, comunque il più ricco a Varanasi è il re dei becchini, risponde la nostra guida con un mezzo sogghigno; da qui in avanti non si possono fare foto, aggiunge. Su una terrazza sopra la scalinata del ghat una pira sta bruciando, siamo vicini, vampate di calore, volute di fumo, odore acre, i parenti osservano in silenzio, non sai come comportarti, se capisci che stai assistendo a un funerale e non a un macabro spettacolo, lo accetti, anche se è un po’ dura.

I vicoli di Varanasi

Varanasie il Gange, il cuore spirituale dell’India: all’Assi Ghat, proprio sotto in nostro hotel, si prega. 

Le mamme spogliano i più piccoli poi con loro e le nonne tutte insieme si bagnano, fanno abluzioni, riempiono d’acqua i vasi di metallo e la riversano nel fiume pregando, gli uomini fanno la loro puja ognuno per i fatti suoi, passano seri due bramini con la tilaka di Vishnu in fronte, un sadhu accoccolato sui gradini prega a occhi chiusi, un altro semisdraiato guarda nel vuoto, una donna in sari viola fa offerte agli altarini sotto un grande peepal (ficus), una cantilena scende dagli altoparlanti del tempio in cima alla scalinata. Poi all’improvviso un calpestio, agitazione, voci che salgono dalla strada – dove vai?, vado a vedere, c’è una specie di processione – un gruppo di donne sta arrivando tra chiacchiere e richiami al chat, sari e foulard rossi, luccichio di paillettes dorate, sulla testa un vasetto di terracotta con una svastica rossa e una noce di cocco, non si bagnano, raccolgono l’acqua del Gange, selfie e foto con i cellulari, due ragazzi riprendono con una videocamera – cosa festeggiano? Così come sono arrivate se ne vanno allegre, in coda al gruppo un uomo sventola la sua bandiera arancio.

Una ragazza alla cerimonia di saluto alla Grande Madre, il Gange.

Di sera a Varanasi c’è la Ganga Aarti – ci ha detto ieri la nostra guida – la cerimonia di saluto alla Grande Madre, il Gange. 

Ed eccoci qui sul presto a prendere posto sui gradini dell’Assi Ghat tra bambine indaffarate a vendere lumini galleggianti, nell’attesa una play list di inni religiosi – a che ora inizia? – un gruppo di turisti sale su alcune barche per vedere la cerimonia dal fiume, un ventenne si siede di fianco e vuole sapere chi sono come mi chiamo da dove vengo cosa faccio, i sacrestani – si può dire così? – preparano tre tavolini sulla riva, una brocca, una specie di candeliere, fiori – a che ora inizia? – la gente si accalca sul ghat, col buio scattano i flash dei cellulari e finalmente arrivano, sono tre bramini fasciati d’oro, sono giovani e belli, fanno un figurone. La cerimonia inizia col suono antico della buccina, poi canti solenni e ipnotici, tintinnio di campanelli, movimenti sincronizzati in una liturgia sacra, scie di fumo dai bastoncini d’incenso, centinaia di lumini sulla riva sulle barche e sul fiume, la gente accompagna i canti battendo a ritmo le mani, la cerimonia raggiunge l’apice con l’accensione di tre candelieri a piramide, poi di nuovo campanelli, ventagli bianchi e neri, il suono della buccina a chiusura del rito. Dal numero dei flash una cerimonia molto apprezzata dai turisti, il momento più sincero e coinvolgente alla fine, quando i fedeli intonano un canto corale senza il luccichio dei tre bramini di bella presenza.
Varanasi è il Gange, è l’uomo in canottiera che si immerge alle sei del mattino, la donna in sari che prega a occhi chiusi, è il santone con lo sguardo perso nel nulla e la cenere della pira abbandonata alle acque sacre della Grande Madre.



Booking.com



Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.

Leggi >
Viaggio a Kajuraho, incredibile India

Viaggio a Kajuraho, incredibile India

Viaggio a Kajuraho, incredibile India

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. Kajuraho, nella regione del Madhya Pradesh, nel cuore di una incredibile India: dai templi famosi per le sculture erotiche, alla vita rurale dei villaggi.

Per due motivi volevo andare a vedere i templi di Kajuraho, uno serio, sono i capolavori dello stile nagara tipico del Nord dell’India, uno un po’ meno, sono i templi famosi per le sculture erotiche.
La nostra guida ci sta aspettando all’ingresso dei templi del Western Group. 
Buongiorno, mi chiamo Prabhat – sulla quarantina, baffetti neri e occhiali scuri, conosce qualche parola di italiano – sono stato a Verona a tenere dei corsi di Tantra Yoga – mi sembra uno che la sa lunga, sussurra mia moglie - i templi costruiti a Kajuraho attorno al Mille d.C. erano un’ottantina, oggi ne restano una ventina e sono tutti sotto patrocinio dell’UNESCO – lo so, lo so, andiamo.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo

Il Lakshmana Temple, il primo a sinistra, visto di fronte è una costruzione a gradoni di arenaria chiara che si alza da una piattaforma alta un paio di metri, quattro tempietti uguali gli fanno da corona. 

Partiamo da qui – dice Prabhat indicandoci la fascia di bassorilievi che circonda la base e così andiamo incontro a una processione ininterrotta di cavalli e cavalieri, elefanti e guerrieri, musicisti e ballerine, re e regine, scene di guerra e di vita quotidiana, e attività sessuali esplicite – le sculture erotiche sono circa il dieci per cento del totale – ci spiega Prabhat, ma l’occhio cade lì.
Se la qualità delle sculture sulla base è piuttosto grossolana quella delle sculture che si affollano lungo i fianchi del tempio è decisamente superiore e intrigante, decine di statue del pantheon indù, animali mitici, coppie innamorate, coppie in tutte le posizioni dell’amore, bellezze sensuali di fronte, di profilo e di schiena e meno male che sono solo il dieci per cento. Una ragazza indiana in pantaloni e maglietta smanicata si fa un selfie di confronto sorridendo, tre signore di una certa età in sari e a piedi nudi sembrano come minimo perplesse.

Khajuraho, Lakshmana temple e Kandarya Mahadeva temple

Il Kandariya Mahadeva è a cento metri su un’altra piattaforma.

Il capolavoro di Kajuraho è una serie in crescendo di guglie a pannocchia fino a quella sopra la cella del tempio, la più alta, sorretta da piccole guglie che ne enfatizzano l'elevazione. È la rappresentazione del monte Meru, il centro dell’universo nella mitologia hindu – ci dice Prabhat mentre ci avviciniamo. Alto sulla piattaforma sembra un trono finemente cesellato e le sculture che corrono in tre fasce lungo le pareti esterne sono eleganti e seducenti come quelle del Lakshmana, se non sei un esperto non noti le differenze, anche delle posizioni. Negli occhi dei poco numerosi turisti, per lo più indiani, vedi ammirazione e curiosità, come noi si domandano il significato di tutta questa esuberanza dei sensi. Alcuni ritengono che le sculture siano legate alla corrente tantra dell’induismo che i Chandela, i re che hanno sponsorizzato i templi di Kajuraho, seguivano, altri pensano che si tratti semplicemente della rappresentazione del Kama, il piacere sessuale, uno dei quattro scopi della vita di un uomo nel pensiero induista, altri … – la sa lunga il nostro Prabhat.

I templi jain, l’Eastern Group, sono a un paio di chilometri, cinque minuti di macchina.

Se l’Adinath, di cui è rimasta solo la torre sopra la cella, è piccolo ed elegante, il Parsvanatha è abbastanza integro e carico di sculture, non ci sono scene erotiche ma le solite bellezze provocanti, c’è quella di spalle che si guarda allo specchio, quella che si toglie una spina dal piede – ma sono le stesse su tutti i templi !? Sì, è vero – risponde Prabhat – sono figure classiche, esiste un testo antico che elenca 16 posizioni in cui dovrebbe essere rappresentata la figura femminile per poter mostrare tutta la sua bellezza, mentre si trucca, mentre si pettina, mentre scrive una lettera d’amore, mentre gioca col figlio…. – la sa davvero lunga il nostro Prabhat.
Pomeriggio – facciamo un giro da soli a far foto? – ma le foto le fanno a noi, una ragazza indiana insiste per fare un selfie con mia moglie, mai con me.
La luce del tramonto riscalda le decine di corpi voluttuosi che sulle pareti dei templi si guardano, si parlano, si accarezzano e si amano, mia moglie stanca ma soddisfatta si riposa sui gradini del tempio di Varaha, il cinghiale, una delle incarnazioni di Vishnu, alcune anziane fedeli salgono lente la scalinata di un tempio ancora in uso lì di fianco, ogni tanto si sente il tintinnio di una campanella, sono le bambine che in cima saltano felici per farla suonare.

L’altra faccia di Kajuraho: l’old village

Secondo giorno, l’altra faccia di Kajuraho.

Andiamo a vedere l’old village, vi garantisco che ne vale la pena! Insiste Anil, il ragazzo dell’agenzia locale del nostro tour operator. Basta templi, dice mia moglie, andiamo a vedere questo villaggio, ci tiene tanto. Anil non ha il patentino per fare la guida ai templi ma la vita del villaggio la conosce bene, lui ci è nato in un villaggio.
Muri di mattoni a vista e tetti storti di tegole scure, recinti di fitte ramaglie, bambini eccitati dalla nostra presenza, gambe secche come quelle del vecchietto che esce a salutarci, donne con cesti in bilico sulla testa che si fermano curiose, attorno a un pozzo, una buca quadrata senza nessuna protezione, una donna attinge acqua, un’altra lava il suo bambino in una tinozza d’alluminio, una ragazza si fa una doccia tutta vestita, ognuna ha la sua corda per calare i secchi.
Una signora sta cuocendo qualcosa sotto una tettoia, un’altra che Anil sembra conoscere bene ci invita in casa per vedere la preparazione del chapati, il tipico pane indiano, una stanza, fuoco sul pavimento, rami secchi accatastati in fondo, quattro padelle di metallo, bottiglie di plastica piene di liquidi nelle nicchie della parete, panni ad asciugare sopra l’ingresso, sorride tranquilla mentre lo prepara, assaggiamo per cortesia, tre bambine ci guardano divertite.


Un’anziana signora ci vuole vendere una confezione di crackers – è una vedova e il figlio l’ha abbandonata, non ha più nessuno e cerca di arrangiarsi – ci traduce Anil, lei ringrazia per le rupie e insiste perché prendiamo i crackers. Un bugigattolo di cemento in mezzo agli sterpi - quello cos’è? – è un gabinetto costruito dal governo ma nessuno lo usa, nei villaggi si va lungo i campi. Mentre usciamo dal villaggio una dozzina di bambini di un po’ tutte le età smettono di giocare e ci osservano curiosi – è la scuola del villaggio - ma tu quando torni al villaggio? – ogni tanto, sto studiando informatica, poi andrò in città.
Kajuraho, incredibile India, davvero.



Booking.com



Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
Leggi >
Viaggio in India: Orchha, tra palazzi e templi

Viaggio in India: Orchha, tra palazzi e templi

Viaggio in India: Orchha, tra palazzi e templi

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. Orchha, nella regione del Madhya Pradesh, nel cuore dell'India, tra palazzi e templi: il Jahangir e il Raj Mahal, il Laxmi e il Ram Raja Temple. E molto altro.

Aiuto mi assalgono! — gridano gli occhi di mia moglie. Loro sono una ventina di ragazzine scatenate che brandiscono il cellulare e la maestra invece di predicare la calma spinge per mettersi davanti.
«Vogliono fare una foto con voi, ci dice ridendo la nostra giovane guida — ma non siamo persone famose!? — per loro siete come degli alieni, vengono da un qualche villaggio sperduto nella pianura del Gange, probabilmente non vedono mai degli stranieri.»
Per la verità è con mia moglie che vogliono i selfie, lei è bionda (tinta) e pallida, loro, capelli nero corvino e pelle scura, la circondano e cliccano a più non posso, anche la maestra.
A Orchha, nella regione del Madhya Pradesh, una cittadina nel cuore dell’India, ci siamo arrivati quasi per caso, sei-sette ore di macchina dal forte di Gwalior ai templi di Kajuraho sono tante – non c’è niente da vedere per strada? – e il nostro tour operator indiano ha organizzato una sosta di alcune ore. Ne è valsa la pena.

PIANIFICA UN VIAGGIO

Guida turistica
Hotel
Volo


Fatte felici le ragazzine, finalmente il Jahangir Mahal, un palazzo incredibile.

Mura giallo indiano, balconate chiuse da grate scure di pietra traforata, torrette e torrioni sormontati da chioschi con cupole a cipolla, insomma una tipica architettura indo-islamica, bello come i forti del Rajasthan ma dall’aspetto decadente perché abbandonato per decine di anni.
Fu fatto costruire dal Rajput di Orchha nel 1699 d.C. per l’imperatore Moghul Jahangir che doveva venire in visita, ma in realtà non è mai stato usato, ci dice il nostro accompagnatore. Una vasca al centro del cortile e quattro pozzetti che non ho capito a cosa servissero, archi polilobati, scale strette e ballatoi pensili – su cui si disperdono le ragazzine –, sale vuote e operai che trafficano con lastre di pietra. Dal cammino di ronda tra le cupole la pianura verde si perde nella foschia.
Devo scendere, c’è altro da vedere.

l Jahangir Mahal

Il Raj Mahal, dall’altra parte della piazza, era il palazzo vero dei Rajput.

Mura robuste alte sul fiume, meno scale, loggioni e fronzoli, cavi volanti, due operai che ci scrutano sorpresi, stanze vuote, nicchie nelle pareti, nessun arredamento ma gli affreschi, che raccontano episodi dei poemi hindu e le gesta dei guerrieri rajput, conservano intatti memorie e colori.
La nostra guida ha premura, c’è altro da vedere.
Cinque minuti di macchina, una bassa collina – basta fortezze e palazzi, mormora sottovoce mia moglie. Ma il cartello è chiaro: Laxmi Temple. Anche se in effetti sembra un forte, con quelle torrette agli angoli e i muri merlati. All’interno un guardiano sdraiato al fresco su una panchina, ponteggi e carrucole dei soliti lavori in corso. Ma sono gli affreschi che il nostro accompagnatore vuole farci ammirare: sui soffitti e le pareti dei corridoi Krishna suona il flauto per le gopi (pastorelle) mentre il dio scimmia Hanuman combatte contro il demone Ravana, l’esercito rajput sfila orgoglioso con cavalli ed elefanti mentre ballerine sinuose danzano tra i fiori – salgo di sopra a fare foto, sì ma in fretta perché c’è altro da vedere, dicono in coro moglie e guida.
Dalle terrazze panorama sorprendente sulle guglie e i palazzi di Orchha.

Il Raj Mahal

Se il Laxmi Temple sembra un forte, l’ingresso del Ram Raja Temple sembra quello di un hotel e se al Laxmi non c’era nessuno, qui c’è un gruppo numeroso di fedeli in attesa di entrare. 

È interessante la storia di questo tempio – ci spiega la guida. Una regina stava portando una statua di Rama da Ayodhya a Orchha e, in attesa che venisse finito il tempio che avrebbe dovuto ospitarla, l’hanno depositata in questo palazzo. Ma poi quando il tempio è stato pronto, il Chaturbhuj – e lo indica lì di fianco –, la statua, non si è più voluta muovere e il palazzo è diventato il suo tempio. Morale, il Ram Raja è tutto giallo e arancio allegro visitato da migliaia di fedeli che qui vengono in pellegrinaggio per riverire Rama. Il Chaturbuj se ne sta sulle sue, rabbuiato e triste, i cani sonnecchiano all’ingresso e i fedeli dormono sugli ampi davanzali delle eleganti finestre ad arco moresco. In realtà il Chaturbuj è unico, ha l’anelito verso l’alto delle cattedrali gotiche, l’inconfondibile eleganza delle linee moghul ma è in realtà un tempio hindu, un insieme difficile da dimenticare.

Laxmi Temple e Ram Raja Temple

C’è altro da vedere? 

No, è ora di andare.
E le altre guglie che si vedevano dal Laxmi?
Sono le Royal Chhatris, le tombe dei sovrani di Orchha ma non abbiamo tempo.
Solo una foto?
Sulle rive del Betwa donne che sbattono sui sassi panni colorati, ragazzini che si tuffano chiassosi nella corrente, sull’altra riva, lontane, le tombe come tanti Chaturbuj in miniatura.
Un sola foto.
Se ci andate, non fate come noi, c’è altro da vedere a Orchha!



Booking.com




Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
Leggi >
ARTICOLO PRECEDENTE >>
Post più vecchi
Home page