Gli scrittori della porta accanto
Mondadori
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Recensione: Chiudo la porta e urlo, di Paolo Nori

Recensione: Chiudo la porta e urlo, di Paolo Nori

Recensione: Chiudo la porta e urlo, di Paolo Nori

Libri Recensione di Davide Dotto. Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori (Mondadori). Dalla parola scritta alla parola recitata: il monologo come strumento di narrazione. Attraverso la biografia e la critica letteraria, l'autore intreccia la propria esperienza personale con le vite e le opere degli autori di cui scrive, offrendo una prospettiva particolare.

I libri di Paolo Nori sono monologhi per il teatro, vanno letti così, recitati. È la stessa punteggiatura a dirlo, costruita per segnare le pause del parlato più che l’organizzazione sintattica e del periodo. Un esempio evidente di questo stile è il libro "Sanguina ancora", dedicato a Delitto e Castigo di Dostoeskij e pubblicato nel 2021. Chiunque abbia letto questo libro avrà notato come la punteggiatura guidi il ritmo della lettura.

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Tra oralità e scrittura prevale il racconto di un aedo o di un trovatore.

Il ritmo è cadenzato, simile a una recita che aiuta la memoria e richiama immagini, grazie all'uso di figure retoriche. Potrebbe avere un significato rituale, alla fine, il ricorso all’anafora, all’epifora. E a quel particolare effetto di accumulare, di trattenere cose, pensieri, dissonanze e consonanze prima che sfuggano.

Il suo modo di scrivere, così diverso dalle consuetudini letterarie, rappresenta già una piccola rivoluzione.

Un modo per sottrarsi alle regole linguistiche più rigide, dando l’illusione di un’improvvisazione spontanea. Poi arriva il tema, di colpo, “senza preavviso”, e il tutto funziona molto bene sulla pagina scritta che, a riguardo, è un ottimo registratore.
Per comprendere appieno questo stile, è utile leggere più opere di Nori, poiché esse sono interconnesse attraverso richiami reciproci e rimandi tematici. Esprime l’arte sui generis di conquistare una dimensione – non solo narrativa – totalmente altra, fatta di rimandi, coincidenze preavvertite.

La scrittura stessa è un dialogo multiforme tra dimensioni.

Fa a meno di un canone consolidato, viste forse come velleità di cui fare a meno, e che richiedono un apposito talento. Non è facile quello che riesce a Paolo Nori: trasportare da una sfera all’altra qualcosa che è connaturato in un altrove, per esempio “far diventare la mia passione, la letteratura, il mio mestiere». E qui emergono tracce di profondi legami, a partire da Dostoevskij e dalla sua disperazione, a sondare i segreti di un’anima che non è poi così lontana dalla propria. Simili affinità le ha trovate entrando e uscendo dalla vita di Anna Achmatova.


Il racconto autobiografico di Paolo Nori si inserisce in quello dei suoi autori come un insieme di note a margine.

Note che contribuiscono a creare un discorso più ampio e a rivelare una certa unità. Un procedimento simile, seppur con un diverso respiro stilistico, lo ritroviamo in Emanuele Trevi, che nei suoi libri stabilisce un ponte tra il proprio vissuto e quello di figure letterarie: in Qualcosa di scritto con Pier Paolo Pasolini e Laura Betti, in Due vite con Pia Pera e Rocco Carbone, o in La casa del mago con il padre Mario Trevi, noto psicanalista.
La letteratura qui diventa un campo di risonanze e rimandi, dove il confine tra autobiografia e critica si dissolve, e l’atto dello scrivere si trasforma in un’esperienza di immersione nella vita degli altri.

Attraverso la biografia e la critica letteraria, Paolo Nori intreccia la propria esperienza personale con le vite e le opere degli autori di cui scrive, offrendo una prospettiva particolare.

Ma in questa immersione si va oltre la letteratura: non si parla più soltanto di parole e pagine scritte, ma di anime, di direzioni da prendere, di come stare al mondo.
Ci sono famiglie, luoghi, storie, connessioni con il presente e con il passato, ed è un continuo interrogarsi su come si possa abitare l’esistenza. Non c’è la pretesa di trovare un senso, né di rivelare una verità ultima, ma solo il bisogno di cercare, di ascoltare, di entrare dentro le cose. L’incontro di questo libro è con il poeta Raffaello Baldini. Il suo ritratto è costruito a pennellate decise e impressionistiche.

L’immagine che ne ricaviamo è quasi una fotografia.

È un poeta che scrive nel “bel dialetto di Sant’Arcangelo di Romagna” e “traduce a piè pagina in bell’italiano i suoi versi” e introduce inoltre la questione della lingua, molto più comune di quanto si creda. Ci sono senz’altro confini comunali, provinciali, regionali, insieme ad arrivi, partenze, ritorni. Ci sono le Langhe di Pavese che assurgono a più di un suggerimento, e che potrebbero essere la Catania di Giovanni Verga come la Malo di Luigi Meneghelli, le borgate romane di Pasolini. E per Paolo Nori c'è Parma.
L'elenco diventa lunghissimo e inesauribile. È una sorta di freno, un invito a fermarsi per raccogliere qualcosa di sé, una radice, una provenienza che si apre all'universo. Ecco che Parma incontra la Russia, Catania unisce il proprio destino a Firenze e Milano (Verga), le Langhe si collegano agli Stati Uniti (Pavese, la letteratura americana, le sue traduzioni). 
Ho cominciato a leggere i miei racconti ad alta voce, e è successo che naturalmente, io, sapendo che poi li avrei dovuti leggere ad alta voce, avevo cominciato a scriverli un po’ come se fossero parlati, in un certo senso, e all’improvviso quel triangolo di cui parlavo prima, io, computer, e cielo della letteratura, cioè io, computer e crusca e cruscanti, era diventato un triangolo con un vertice infinito , cioè era diventato un triangolo io computer mondo, e improvvisamente le cose da scrivere mi venivano su da tutte le parti… Paolo Nori, Chiudo la porta e urlo

Il contrasto che si evidenzia fa sì che mentre Raffaello Baldini scrive in dialetto romagnolo e fornisce traduzioni in italiano, Paolo Nori adotta un approccio del tutto diverso ma coerente: crea una sua voce distintiva infrangendo le strutture letterarie convenzionali.

Questo rimanda a una questione più ampia nella letteratura italiana su come gli scrittori possano catturare un'espressione autentica. C'è scoperta ma non imitazione, c'è condivisione ma nessuna angoscia dell'influenza. Giovanni Verga fa in fondo la medesima cosa a sua volta, pur in una modalità speculare e contraria: invece di parlare direttamente in siciliano, cercava di creare un italiano standardizzato.
Il suo obiettivo era trasmettere l'essenza della vita e dei modelli di pensiero siciliani. E a sua volta Manzoni con il suo sciacquare i panni in Arno perseguiva un obiettivo simile. E di sicuro "il buon italiano" di Baldini doveva molto a questo insieme di esperimenti e predecessori.

Alla fine, Chiudo la porta e urlo si fa scuola di scrittura oltre che di lettura, perché – nella questione della lingua – ci vuole qualcosa che vada oltre la lingua stessa.

È un tipo di scrittura che non si limita a raccontare, ma crea connessioni, stabilisce legami tra storie e vissuto personale. Un'operazione che, con una diversa sensibilità – come si è visto – troviamo anche nei libri di Emanuele Trevi, che costruisce il proprio discorso letterario intrecciando la sua biografia con le vite di scrittori e artisti: da Pasolini a Pia Pera, fino alla figura del padre Mario Trevi in La casa del mago. In entrambi i casi, il libro non è solo narrazione, ma diventa un luogo di incontro, un atto di ascolto.
E questo è detto nero su bianco: «Ci son dei libri che son scritti così bene, in italiano italiano, damaschi ebani fiori tappeti e bronzi, che è come se non si vedesse niente».
Quando succede "il contrario" è un evento. Ecco la lezione: è una dimensione che non cerca definizioni o verità assolute, ma connessioni tra storie, tra vite, tra direzioni possibili. Scrivere, per Nori e per chi si riconosce in questa tensione, non è solo narrare, ma provare a orientarsi nel caos dell’esistenza, con il linguaggio come bussola e non come punto di arrivo.



Chiudo la porta e urlo

di Paolo Nori
Mondadori
Narrativa biografica | Critica letteraria
ISBN: 978-8804783299
Cartaceo 18,05€
Ebook 9,99€
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Quarta

Raffaello Baldini è un poeta grandissimo eppure pochi sanno chi è, e di quei pochi pochissimi ne hanno riconosciuto la voce. Perché scrive nel bel dialetto di Sant'Arcangelo di Romagna? Ma no. Paolo Nori ci rammenta che è poeta enorme anche nel bell'italiano con cui il poeta ha sempre tradotto a pie' di pagina i suoi versi. E quante storie si trascinano appresso quei versi, quante immagini suscitano, quanti personaggi, quanto universo c'è in quel mondo apparentemente piccolo. Come sua consuetudine, Paolo Nori attraversa l'avventura poetica di Baldini quasi come non ci fosse altro intorno, di sé facendo il filtro di una bellezza che viene su come da un fontanile e fa paura, perché ci lascia straniti. Ecco che - non diversamente da quanto è accaduto con Dostoevskji e Achmatova - l'immaginazione di Baldini si scioglie dentro quella di Nori, fatta com'è di caratteri e di accadimenti apparentemente minimi: i morti che "non dicono niente e sanno tutto", gli uomini che invece di calarsi gli anni se li crescono, lo stare lì di una donna davanti alla circonvallazione per guardare "che passa il mondo". Fra spinte e controspinte, fra il "cominciamo pure" e il "continuiamo pure" che ricorrono a battere il ritmo, impariamo che, sempre più, la scrittura di Nori è la messa a fuoco progressiva di un carattere, il suo: il suo essere "coglione", il suo essere "bastiancontrario", il suo essere "matto come un russo", il suo essere innamorato di un poeta come Raffaello Baldini, il suo magone davanti alla casa dei Nori come fosse una scatola di bottoni, il suo stare a vedere la vita come va avanti a ogni svolto imprevisto dello stare al mondo.


Davide Dotto
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Recensione: Coltello, di Salman Rushdie

Recensione: Coltello, di Salman Rushdie

Recensione: Coltello, di Salman Rushdie

Libri Recensione di Davide Dotto. Coltello. Meditazioni dopo un tentato assassinio, di Salman Rushdie (Mondadori). Meditazioni dopo un tentato assassinio. Il Potere della Parola: la risposta di Rushdie all'aggressione attraverso la Scrittura.

Il 12 agosto 2022, poco prima dell’inizio di una conferenza pubblica nell’anfiteatro di Chautauqua – nello Stato di New York – sulla “Importanza di proteggere gli scrittori dai soprusi”, Salman Rushdie è stato bersaglio della «volontà cieca e determinata» di un attentatore.

Le premonizioni inquietanti sono state numerose e concordanti.

Incubi, presagi letterari (foreshadowing), e non solo un "senno del poi" fin troppo saggio. Questo "senno del poi" è stato alimentato da riferimenti letterari, incubi ricorrenti, dalle stesse pagine dei romanzi di Rushdie, dalla navicella che colpisce l'occhio destro della luna (riferimento a Le voyage dans la Lune, film muto del 1902 di Georges Méliès) fino alle vicende di Pampa Kampana nell'ultimo romanzo. Alla fine, tutto questo esplode. Il rumore di sottofondo che ha prodotto è diventato così insistente da non essere ascoltato, un monito percepito solo a cose fatte, quando forse si attendeva che accadessero per liberarsene.

Alla radice di tutto la fatwā emessa contro lo scrittore e i suoi editori dall’Ayatollah Khomeini nel febbraio del 1989, a seguito della pubblicazione del romanzo I versi satanici.

Nonostante i limiti alla libertà di movimento, necessitando una costante e scrupolosa protezione, la produzione letteraria non si è arrestata. I suoi ultimi romanzi sono Quichotte (2020) e La città della vittoria (2023).

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Coltello. Meditazioni dopo un tentato assassinio, la più autobiografica tra le sue opere, non è un memoir in senso stretto.

Non contiene semplicemente rievocazioni e riflessioni sulla propria vita: esse diventano un tutt’uno con l'opera letteraria, al di là dell’esperienza vissuta e interiorizzata.
Il rasoio di Occam è un coltello concettuale, un coltello della teoria, che toglie di mezzo un bel po’ di fuffa e ci ricorda di preferire sempre, tra le spiegazioni della realtà disponibili, quelle più semplici a quelle più complicate. In altre parole, un coltello è uno strumento, e assume il suo significato sulla base dell’uso che ne facciamo. Un coltello è moralmente neutro. A essere immorale è l’uso sbagliato che se ne fa. Salman Rushdie, Coltello


C’è un punto di svolta, un evento non del tutto inaspettato che però crea attesa e sospensione.

Accentua fuori misura il senso della profonda precarietà dell’esistenza, quella che rende impossibile qualsiasi progetto a lungo termine. È un sogno angoscioso che si realizza e suggerisce il moto di rassegnazione di chi non si aspetta un dopo. Ma Coltello è, a tutti gli effetti, il racconto di questo dopo. Si tratta, a ben vedere, di un tema ricorrente nell’opera di Rushdie, che spesso esplora le sfide e le trasformazioni che seguono momenti di grande cambiamento o crisi.
Mi limiterò a dire questo: non saremmo le persone che siamo oggi senza le calamità dei nostri ieri. Salman Rushdie, Coltello

Sono almeno due le storie, una intrappolata dentro l'altra, quella dello scrittore che a poco a poco supera i postumi della violenta aggressione, e dell'attentatore che assume – anch'egli a poco a poco – le fattezze di un personaggio di Salman Rushdie.

Un po' tutti, alla fine, si è un po' come libri già scritti, e non tanto per il futuro ma per il passato al quale si ritorna con occhi nuovi, e da cui ci si sente trascinati
Opera nell'autore, nella rievocazione come durante i drammatici momenti dell'aggressione, una forma particolare di dissociazione perché vediamo in Salman Rushdie lo scrittore che detta legge su eventi, personaggi e interpretazioni («Comunque, dovrò rassegnarmi a essere tanto "Salman" quanto "Rushdie"»).

Lo vediamo come un personaggio che non smette però di tessere la sua storia.

Qualcuno che cerca di riappropriarsi di significati ed eventi guardandoli dall'esterno, cosa che stavolta non gli capita di fare; indossa secondo l'occasione la maschera, le vesti di un ruolo e lo fa come si deve, anche se per un momento gli è stato sottratto. Finché non giunge il messaggio, o la comprensione più profonda nonostante il lungo e intenso cercare, l’identica storia non fa altro che ripetersi nell’eco di infinite varianti, come se capitasse non ad altri, ma a sé stessi.


Questo, in fondo, intende fare Coltello di Salman Rushdie: scavare dentro e riflettere su eventi come se non li avesse vissuti in prima persona.

Tanto da raccoglierne l'eco da diverse fonti e diversi punti di vista, dato che il suo al momento è obnubilato, come si conviene a un personaggio. Inoltre, come nei romanzi, tenta di aprire un varco tra una dimensione e l'altra facendole colloquiare e non solo costruendo ponti, ma autentiche vie di fuga per godere la vita o semplicemente sopportarla nel riuscire a vederla così com'è. E strappare al caso e alla precarietà, quando si può, qualche brandello di normalità.



Coltello
Meditazioni dopo un tentato assassinio

di Salman Rushdie
Mondadori
ISBN: 978-8804780366
Cartaceo 19,95€
Ebook 9,99€

Quarta

Da Salman Rushdie ci arriva un resoconto personale e potente su com'è riuscito a resistere - e a sopravvivere - a un attentato alla sua vita trent'anni dopo la fatwa che era stata scagliata contro di lui. Nell'ormai lontanissimo febbraio del 1989 l'ayatollah Khomeini emise una fatwa, una sentenza di morte, contro Rushdie per aver scritto I versi satanici, romanzo nel quale, a detta del leader iraniano, venivano offesi la religione islamica e il suo profeta. A quasi trent'anni da quell'evento, la mattina del 12 agosto 2022, mentre si trovava sul palco del Chautauqua Institution – nello stato di New York – per tenere una conferenza, un uomo in abiti e maschera neri si precipitò lungo il corridoio verso di lui brandendo un coltello. Il primo pensiero di Rushdie fu: "Sei tu, dunque. Eccoti qui". Quello che seguì fu un atto di violenza che scosse il mondo letterario e non solo. In queste pagine potentissime, Rushdie ci fa rivivere per la prima volta, e con dettagli indimenticabili, gli eventi traumatici di quel giorno, nonché quello che venne dopo: il suo complicato percorso verso il recupero fisico e la guarigione resi possibili dall'amore e dal sostegno di sua moglie, Eliza, della sua famiglia, del suo esercito di medici e fisioterapisti e della sua comunità di lettori in tutto il mondo. Coltello è l'opera di un Maestro delle Lettere all'apice delle sue capacità, che scrive con passione, con dignità, con onestà incondizionata. È anche un ricordo profondamente commovente del potere della letteratura di dare un senso all'impensabile, una meditazione intima e rassicurante sulla vita, sulla perdita, sull'amore, sull'arte e sul trovare la forza di rialzarsi.


Davide Dotto

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Recensione: Una gran voglia di vivere, di Fabio Volo

Recensione: Una gran voglia di vivere, di Fabio Volo

Recensione: Una gran voglia di vivere, di Fabio Volo

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Una gran voglia di vivere di Fabio Volo (Mondadori). Un libro a tratti ruffiano, che affronta i soliti temi tanto cari all'autore ma da un nuovo punto di vista: non solo la genesi e l’evoluzione di una storia d’amore, ma anche la sua rovina e i tentativi di riportarla ai vecchi splendori.

La storia in sé è piuttosto semplice e lineare: Marco (il protagonista) e Anna (sua moglie) stanno attraversando la classica crisi di coppia dovuta alla consapevolezza sempre più pressante che non stanno più bene insieme.
Decidono  lo stesso di partire per un viaggio in Australia con il figlio Matteo, in modo da cercare di salvare il salvabile e di far chiarezza sul loro rapporto, sulla vita e sull'amore.
Nel loro viaggio attraverso l’Australia e la Nuova Zelanda incontrano persone sagge e interessanti che gli faranno mettere in discussione i capisaldi su cui hanno fondato il loro rapporto di coppia. E durante la loro avventura on the road il protagonista ha dei flashback in cui si evince quanto lui e la moglie fossero felici e affiatati all’inizio della loro relazione e come negli anni successivi qualcosa si fosse rotto, portandoli ad allontanarsi sempre più l’uno dall’altra fino a rendere il loro rapporto scontato.
Ad un tratto però i flashback finiscono e l'intera storia si focalizza sul presente, quindi sul loro viaggio e su ciò che stanno imparando su loro stessi e sul loro amore precario.
Che dire di questo libro? Innanzitutto partiamo dai pregi.

Anche in questo romanzo, come nei precedenti, c'è sempre quella capacità di Fabio Volo di mettere nero su bianco in modo semplice e accessibile a tutti pensieri, emozioni e stati d'animo legati a situazioni in cui ognuno di noi si è trovato almeno una volta nella vita, con tutto il bagaglio di gioie e dolori annessi.

Altro punto di forza è che Volo analizza e approfondisce un rapporto che si sgretola non per qualche episodio eclatante e plateale ma perché la coppia ha semplicemente lasciato che l’amore si spegnesse senza fare nulla per impedirlo, facendolo travolgere dalla routine quotidiana e da quella monotonia tanto rassicurante quanto priva di momenti di crescita e di emozioni travolgenti.
Azzeccati anche gli incontri con i comprimari i quali, da buoni portatori di verità e saggezza spiccia, forniscono una visione interessante su alcuni aspetti della vita che faranno riflettere non solo il protagonista ma anche il lettore.
Ma ora passiamo agli aspetti negativi, ovvero quelle due o tre cose sempre presenti nei libri di Fabio Volo che mi danno irrimediabilmente fastidio.

Ci sono i soliti temi cari che ritornano in ogni romanzo di Volo.

In primis, la vita del protagonista diviso tra lavoro e amore, con tutte le sue limitazioni e potenzialità. Sembra quindi di leggere sempre le stesse dinamiche dei libri precedenti ma con parole diverse. D’altro canto, però, è anche vero che nella vita di un tipico quarantenne i temi dominanti sono in fondo il lavoro, la famiglia e l’amore.
Ma soprattutto non possono mai mancare quelle onnipresenti paraculate atte a conquistare il pubblico femminile. È palese, quanto imbarazzante, come i suoi libri siano scritti unicamente puntando su un target: le donne. Lo si evince da come nei suoi romanzi non ci sia mai, da parte del protagonista, un momento in cui fa veramente “l’uomo medio”. Al contrario, è rappresentato come la versione ideale di un uomo per una donna, come se la priorità assoluta dell’autore fosse quella di dipingerlo il più politicamente corretto per non incorrere nelle ire e nelle critiche delle lettrici.

Fabio Volo anche in questo libro si limita a trattare un tema delicato come la separazione e l'amore agli sgoccioli con quella sensibilità che certamente conquista a man bassa il pubblico femminile.

Ma che, al tempo stesso, non rappresenta ciò che, anche in piccola misura, prova e pensa veramente l'uomo medio, specialmente su temi quali l'amore ma soprattutto il sesso. Per intenderci, sembrerebbe più un libro scritto da una donna che ha cercato d’immedesimarsi in un uomo.
Per farvi un esempio, il protagonista asserisce di aver fatto l’amore anche quando aveva avuto degli incontri occasionali. Ora, parliamone: un uomo nei rapporti “da una botta e via” direbbe più semplicemente che ha fatto sesso. Ciò è più plausibile e realistico. Quindi è palese come Volo usi questi escamotage per rendere il protagonista più apprezzabile dal pubblico di eterne romantiche che sperano di trovare un uomo che, anche nel semplice rapporto di una notte, ci metta amore e non solo un lasciarsi dominare da un più banale istinto animale.

Dopo queste critiche vi verrà spontaneo e naturale domandarvi allora perché io continui a leggere i suoi libri.

Onestamente a volte me lo chiedo anch’io! Ma la risposta è che non lo faccio tanto per le storie in sé o per quel confortante politicamente corretto che traspare da ogni suo libro ma perché ammetto di rispecchiarmi nelle situazioni dei protagonisti dato che, come tutti, alcune le ho vissute sulla mia pelle. Senza contare che alcuni concetti vengono spiegati dell’autore in modo semplice e con frasi ad effetto che colpiscono.
Infine, ammetto che anche in questo romanzo ho trovato degli episodi teneri, spiazzanti e addirittura drammatici che fanno guadagnare punti alla trama. Senza contare che tocca un tema nuovo rispetto ai libri precedenti: non prende in considerazione tanto la genesi e l’evoluzione di una storia d’amore quanto la sua rovina e i suoi tentativi di riportarla agli albori.

In definitiva, questo romanzo è adatto a tutti coloro che hanno vissuto un rapporto d’amore partito con i fuochi d’artificio ma poi lentamente logorato fino al triste epilogo.

Ecco perché, al di là delle critiche riportate da me poc’anzi, considero comunque un romanzo meritevole di essere letto, non fosse altro per la delicata tematica trattata.


Una gran voglia di vivere

di Fabio Volo
Mondadori
Narrativa
ISBN: 978-8804707271
Cartaceo € 18,05€
Ebook 7,99€

Quarta

"Svegliarsi una mattina e non sapere più se ami ancora la donna che hai vicino, la donna con cui hai costruito una famiglia, una vita. Non sai come sia potuto accadere. Non è stato un evento, una situazione, un tradimento ad allontanarvi. È successo senza esplosione, in silenzio, lentamente, con piccoli, impercettibili passi. Un giorno, guardando l'uno verso l'altra, vi siete trovati ai lati opposti della stanza. Ed è stato difficile perfino crederci". Quello di Marco e Anna sembrava un amore in grado di mantenere le promesse. Adesso Marco non riesce a ricordare qual è stata la prima sera in cui non hanno acceso la musica, in cui non hanno aperto il vino. La prima in cui per stanchezza non l'ha accarezzata. Quando la complicità si è trasformata in competizione. Forse l'amore, come le fiamme, ha bisogno di ossigeno e sotto una campana si spegne. Forse, semplicemente, è tutto molto complicato. Il libro di Fabio Volo è il racconto di una crisi di coppia e del viaggio, fisico e interiore, per affrontarla. Un romanzo sincero, diretto, che sa fotografare le pieghe e le piccole contraddizioni dei nostri rapporti.


Andrea Pistoia

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Recensione: Lavorate voi, di Frank Gramuglia

Recensione: Lavorate voi, di Frank Gramuglia

Recensione: Lavorate voi, di Frank Gramuglia

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Lavorate voi di Frank Gramuglia (Mondadori). Il ritratto contemporaneo di un trentenne in balia del proprio vuoto esistenziale.

Alzi la mano chi non conosce Frank Gramuglia, uno dei più divertenti influencer che ci siano oggi sul web. E se non doveste conoscerlo, vi consiglio di cercarlo sui social e guardare i suoi video, incentrati per lo più sulla sua inesistente voglia di lavorare, sulla sua filosofia dello “scroccare” e sui pessimi rapporti con i propri colleghi e clienti insopportabili.
Ma, a prescindere dal fatto che voi lo conosciate o meno, sappiate che lui, prima di essere un influencer si considera uno scrittore. Infatti ha scritto Il taccuino della vergogna e successivamente Lavorate voi, edito da Mondadori.

Ma di che cosa parla quest’ultimo libro?

Presto detto.
Dopo aver dato le dimissioni dal suo ruolo di receptionist in un albergo, il protagonista torna nella sua cittadina con l'obiettivo di passare le giornate tra la sua ragazza (con cui ha un rapporto molto aperto) e sesso occasionale con sconosciute, tra serate a fumarsi canne e a ubriacarsi, tra arrabattarsi in lavori precari e oziare.
Questo è ciò che troverete nelle duecento pagine del romanzo.
Ma veniamo alla recensione vera e propria.

Dalle prime pagine si ha il sospetto che sia autobiografico, dato che, come l'autore, il protagonista lavora in un albergo.

Ma con il susseguirsi delle pagine si intuisce (e si spera) che la storia sia inventata, in quanto ci sono situazioni veramente discutibili, altre di cattivo gusto, rivoltanti e disgustose (vedi la scena della sua ragazza con dei topolini…) e altre ancora così trasudanti volgarità gratuita da lasciarmi quantomeno perplesso sulla scelta narrativa dell’autore.
Specialmente in certi discorsi ed episodi maschilisti, i quali di certo non sono un buon lasciapassare per conquistare il pubblico femminile. Anzi, certe scene faranno certamente infuriare più di una ragazza perché il protagonista è il classico bad boy, di quelli da evitare come la peste, dato che tratta le donne come oggetti su cui scaricare le proprie fantasie sessuali.

Onestamente sono molto in difficoltà a dare il mio giudizio sull’opera.

Da una parte mi ha fatto piacere trovare all’interno alcuni elementi che ricordano i video dissacranti (specialmente quelli legati al lavoro e alla filosofia di passare la vita oziare), mentre dall'altra ha un linguaggio troppo crudo, cinico, volgare, sessista ed eccessivo.
Ma è anche vero che si percepisce nel protagonista un fondo di tristezza, di disincanto e di decadenza emotiva. In pratica, di un ragazzo alla deriva e alla continua ricerca di un senso della vita attraverso la soddisfazione dei propri bisogni effimeri e superficiali, sia nel lavoro che nei suoi rapporti interpersonali.

Ecco perché questo ritratto contemporaneo di un trentenne in balia del proprio vuoto esistenziale mi ha lasciato un grande amaro in bocca.

Senza contare che in certi episodi mi ha dato fastidio l'estrema volgarità (anche se, per fortuna, in altri mi ha strappato un sorriso).
Tirando le somme, per chi volesse leggerlo, consiglio di farlo con la giusta apertura mentale e aspettandosi un politicamente scorretto che potrebbe non piacere o addirittura infastidire e irritare.
Ergo, se cercate un libro del genere avete trovato quello giusto. Ma per tutti gli altri, ovvero quelli che pensano di trovare un libro in linea con i video leggeri e canzonatori realizzati dall’autore, ne resteranno delusi.

Lavorate voi

di Frank Gramuglia
Mondadori
Narrativa
ISBN: 978-8804750178
Cartaceo 17,10€
Ebook 9,99€

Quarta

Federico ha una vita di m***, un lavoro che odia, pochi soldi, sesso occasionale più o meno scadente e una storia d'amore complicata. Come molti altri trentenni. Frank Gramuglia racconta la sua storia in questo romanzo cinico, oltraggioso e politicamente scorretto, in cui si ride, ci si emoziona e, a volte, capita di ripensare a ogni scelta sbagliata che abbiamo fatto solo per noia o per abitudine.

"Pensavo che vorrei scappare in Thailandia, farmi una skinny teen di quelle che si vedono su YouPorn, portarla a Las Vegas, videochiamare mia madre e dirle: 'Ciao, mamma, questa è mia moglie', solo per vedere la faccia che fa. Pensavo che trovare un pretesto per litigare prima di partire per un lungo viaggio può aiutarti a sentire meno la mancanza della persona da cui ti separi. Pensavo che, comunque, non avrei mai il coraggio di andarmene da qui. Pensavo a quanti pochi uomini rifiuterebbero le donne che chiamano 'amiche' se queste ultime gliela sbattessero esplicitamente in faccia. Pensavo che, quando ho poco tempo, mi piacerebbe entrare in camera e trovare Camille con i preliminari già fatti. Pensavo che se dovessimo fare la conta degli orgasmi ricevuti e procurati, Camille me ne dovrebbe un bel po'. Pensavo che disporre di molto denaro può facilitare i tradimenti. Pensavo che quando le persone ti piazzano lì una battuta, in realtà, spesso, stanno manifestando il loro vero pensiero. Pensavo che molte persone lavorano più tempo di quanto ne passino a dormire. Pensavo che 'birra media' è un'espressione che uso spesso. Pensavo al mio timore che Camille possa lasciarmi per andare con uno più ricco. Pensavo che quando bevi e ti droghi per parcheggiare fuori la realtà, lei si fa sempre più famelica e più affamata. Pensavo che i soldi forniscono libertà; ma per avere i soldi bisogna lavorare, e il lavoro toglie la libertà."



Andrea Pistoia
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Recensione: Rubare la notte, di Romana Petri

Recensione: Rubare la notte, di Romana Petri

Recensione: Rubare la notte, di Romana Petri

Libri Recensione di Davide Dotto. Rubare la notte di Romana Petri (Mondadori). Finalista al Premio Strega, la vita di Antoine de Saint-Exupéry, pensieri, sensazioni, aspirazioni, «a mille miglia da ogni terra abitata».

Rubare la notte di Romana Petri, finalista al Premio Strega 2023, è molto più di una biografia. È un'immersione nella vita di Antoine de Saint-Exupéry, uno scrittore la cui fama è legata a Il Piccolo Principe, e di cui tendiamo a dimenticare altre opere, tra le quali Volo di notte.

Attraverso le pagine di questa rievocazione attenta e scrupolosa, è difficile per noi pensare a Saint-Exupéry se non a bordo di qualche velivolo, magari impegnato nel servizio di linea postale, a trasportare lettere (più che fatture commerciali o merci).

A poco più di venticinque anni, diventa pilota per una compagnia aerea francese (l'Aéropostale) e scopre – grazie al deserto e alle sue interminabili dune – il silenzio. A suo modo, insegue la vocazione alla solitudine, e la strenua volontà di librarsi al di sopra delle preoccupazioni umane.
Affezionatissimo alla madre, è altrettanto legato alla sua infanzia, da cui non si distaccherà mai, e alla quale tornerà con ostinazione e malinconia.

La sua inclinazione a fantasticare (la “testa tra le nuvole”) lo avvicina ai segreti del volo e all’aviazione.

Scrivere – ma anche disegnare – significa riappropriarsi della propria infanzia e perseguire il sogno di Icaro. Finché può, scende a patti col destino (Cur non?), non importa quanto il rischio sia serio. È una boccata di libertà di cui ha bisogno per esistere.
Saint-Exupéry sembra distante da noi, e persino Il Piccolo Principe, anche a causa della sua popolarità, viene snobbato o dato per scontato. Ciò è particolarmente vero se, in quanto lettori, siamo meno inclini a coltivare la nostra immaginazione e meno propensi a rubare qualcosa alla nostra infanzia, ad attingere qualcosa da un patrimonio non più alla nostra portata.
Le motivazioni di Saint-Exupéry sono diverse e non sempre consapevoli. In parte cerca di liberarsi dai sensi di colpa, dalle responsabilità e dalle sfide della maturità. Se ci sono ostacoli, li affronta (o li evita?) sotto le spoglie di un aviatore solitario: quindi in silenzio, fino a sognare di dirigere un aeroporto, abitare un pianeta tutto suo, o di navigare tra le stelle finché il carburante glielo permette.


In una parola, sfugge ai progetti degli uomini, non soccombe alla forza di gravità. 

Nello stesso momento si pone nelle condizioni migliori per osservare il mondo dall'alto, superandone i condizionamenti a favore di una visione più ampia. Sotto un certo punto di vista, il Piccolo Principe diventa il fratello maggiore del Barone Rampante, ma anche il portatore di un'idea che ogni tanto finisce nell'oblio: che il bambino (ma anche il poeta, il filosofo, il letterato) non vive secondo regole comuni. E se lo fa, le sublima e le riscrive, al di là e al di fuori di ogni retorica.
In fondo, persino Jean-Paul Sartre desiderava «vivere in pieno etere in mezzo agli aerei simulacri delle Cose».

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L'esperienza nei cieli di Saint-Exupéry è un’avventura epica e rocambolesca, fatta di guasti ai motori, atterraggi di fortuna. 

Se si risparmia le angustie del quotidiano, si logora altrimenti, «a mille miglia da ogni terra abitata».
La passione per il volo non aspetta tempi migliori: quelli delle tecniche di costruzione più sicure e affidabili; delle modalità di addestramento più complete e meno improvvisate; degli ausili meno empirici per difendersi dalle condizioni meteorologiche avverse.
La Prima e la Seconda Guerra Mondiale sono il momento dei bombardieri nei cieli, quando tutti i “volteggiatori dell’aria” sono eroi, al di là di ogni implicazione morale, storica o ideologica. Non importa se vengono abbattuti, o cadono come mosche quando volavano – appunto – di notte.

Romana Petri ricostruisce dopo averne letta e assorbita tutta l'opera, l'intera esistenza di Antoine de Saint Exupéry.

E lo fa tassello per tassello, immedesimandosi nei pensieri, sensazioni, aspirazioni. Tanto che nella nostalgia dell'infanzia, nell'affetto profondo verso sua madre, leggiamo il senso di sospetto non solo verso l'età più matura, ma nei confronti del mondo che sarebbe stato di lì a poco.
Certo, nella sua storia c'è alla fine qualcosa di incompiuto e di irrisolto, ma anche il desiderio di non arrivare mai a un certo appuntamento (con la storia, con la vita) senza essersi prima giocato tutto e subito, in esperienze, sogni ed emozioni.


Rubare la notte

di Romana Petri
Mondadori
Narrativa
ISBN 978-8804764526
Cartaceo € 18,05€
Ebook 9,99€

Quarta 

Tutti lo sanno: Antoine de Saint-Exupéry ha scritto "Il piccolo principe", uno dei romanzi più popolari del mondo. Quello che tutti non sanno è che Antoine, famigliarmente Tonio, è un personaggio che vale da solo una grande storia. Ed è la storia che Romana Petri ha scritto con la febbre e la furia di chi si lascia catturare da un carattere e lo fa suo, anzi lo ruba, tanto che il documento prende più che spesso la forma dell'immaginazione. Orfano di padre, Tonio vive un'infanzia felice nel castello di Saint-Maurice-de-Rémens, amato, celebrato, avviluppato al mostruoso quasi ossessivo amore per la madre; un'infanzia che gli resta incollata all'anima per tutta la vita, fin da quando, straziato, vede morire il fratello più giovane. L'infanzia lo tallona come un destino quando, esaltato, comincia a volare, pilota civile e pilota militare, quando si innamora tanto e tante volte, quando si trasferisce in America, quando scrive, persino quando si schiera e sceglie di combattere per un'idea di Francia che forse è sua e solo sua. Dove sia andato Tonio, non sappiamo, nei cieli in fiamme del 1944. Sappiamo che ci ha lasciato le stelle della notte, il sogno di una meraviglia che non si è mai consumata, il bambino che lui ci invita a riconoscere eterno dentro di noi. Romana Petri costruisce e decostruisce, sgretola le regole della biografia, evoca e racconta amori, amicizie e sgomenti come dettagli di un appetito d'avventura mai sazio, si muove fra le date e dentro la Storia alla sola ricerca del principe che ha sconfitto la notte ed è entrato volando nell'infinito.

Davide Dotto
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Recensione: Oro puro, di Fabio Genovesi

Recensione: Oro puro, di Fabio Genovesi

Recensione: Oro puro, di Fabio Genovesi

Libri Recensione di Argyros Singh. Oro puro di Fabio Genovesi (Mondadori). Imprese, amori, violenze e malintesi dietro la scoperta dell'America, una narrazione emozionale a metà tra romanzo storico e diario di bordo.

Cantava De André: Ma voi che siete uomini,
sotto il vento e le vele,
non regalate terre promesse
a chi non le mantiene» Fabrizio De André, Rimini (1978)

3 agosto 1492: si parte. La storia la conosciamo tutti; possiamo così concentrarci su altre vicende, quasi insignificanti, ma ben più universali di un qualsiasi atto notarile.

Quindici anni fa, Fabio Genovesi leggeva, nei diari di Cristoforo Colombo, un passaggio che attribuiva a un giovane mozzo inesperto l’incagliamento e la distruzione della Santa Maria. Con i resti della nave, venne costruita la fortezza nota come La Navidad, primo insediamento europeo nell’odierna Haiti.
Ufficiali, re ed esploratori costituiscono però lo sfondo del romanzo, incentrato sul sedicenne Nuno, abitante di Palos e figlio di una prostituta ebrea, chiamata la Vedova, o la Gallega. La donna è una figura indipendente e, insieme al signor Nuno, dal quale il giovane prende il nome, insegna al figlio i fondamenti della lettura e della scrittura.

Nuno, il ragazzo, cresce nella Spagna da poco riunificata, dopo secoli di Reconquista, e subisce gli effetti del Decreto dell’Alhambra, con cui il re Ferdinando il Cattolico sanciva l’espulsione dai territori del regno di tutti gli ebrei che rifiutavano di convertirsi al cristianesimo.

Un evento storico che, per molti spagnoli di origini ebraiche, fu molto più rilevante dell’imminente scoperta delle Americhe.
Nuno però è fortunato. Per una serie di coincidenze, viene imbarcato su una nave che lo porta prima alle Canarie e poi in mare aperto, da dove nessuno – così si diceva – era mai tornato. Fortunato, sì, ma fino a un certo punto.
Lo scalo alle Canarie è un momento significativo. È quel passaggio intermedio, prima del grande salto, dove molti tendono a fare un passo indietro. L’arcipelago è il primo ostacolo, nelle vesti seducenti di un’isola paradisiaca, in cui abitano nativi che guardano soltanto il mare, «e sono contenti così».
E Nuno è tentato di fermarsi tra quelle genti, magari per assistere il frate eremita che ha conosciuto, ma – ancora una volta – un vento invisibile lo sospinge contro la sua volontà, un po’ come Giona in fuga, riportato alla sua dimensione.

«La nave è una persona» è la frase che apre il quarto capitolo.

Lo è per analogia, perché le sue componenti ricordano alcune parti del corpo umano, ma lo è soprattutto per ciò che rappresenta. Un’isola in mezzo al mare, che si lancia da una costa all’altra in cerca di connessioni e di significato. E al suo interno si svolge la vita, l’agire quotidiano espresso da Alonso, dal balbuziente Domenico, dallo Scimmione e dal Biondo. Ciascuno di loro ha qualcosa da raccontare, una missione da compiere, un significato da esprimere in forma individuale e come equipaggio della nave.
E poi ci sono gli ufficiali.

A Nuno viene insegnato che a scoprire nuove terre non sono i religiosi, ma i mercanti.

Marco Polo, sulla cui scia giunsero i predicatori, quasi inviati contro la loro volontà. Il giovane resta affascinato dalla prospettiva di poter vedere i tesori d’Oriente, ma non può non domandarsi perché uomini adulti si diano tanto da fare per il pepe e le altre spezie. A Nuno, chiamato il Granchio, ultimo degli ultimi ancora prima di imbarcarsi, quelle merci che definiscono lo status symbol restano estranee.
Il protagonista è più ammaliato dal sapere. Come anime affini che si cercano in segreto, il capitano, Cristoforo Colombo, chiama quel giovane nella sua cabina. Nuno l’aveva idealizzato, fin troppo, e, dopo un dialogo superficiale, sta per andarsene con una certa delusione. Il capitano lo ferma, perché ha scoperto che il ragazzo sa scrivere e da quel momento lo impiega come scrivano.

Colombo continuerà fino alla fine ad affascinarlo: «Perché anche se non volevo, quando il Capitano parlava di anime nobili e sensibili, meno grette e più aperte alla meraviglia del mondo, mi sentivo tra quelle».

Allo stesso tempo, però, quel granduomo viene descritto come una persona incapace di provare empatia, di porsi a livello umano, e Nuno otterrà soltanto di essere chiamato per nome, ma quello di un altro: Diego.
Oro puro di Fabio Genovesi racconta tanto la parte positiva della civiltà occidentale, quella sete di conoscenza che ha spinto l’umanità verso nuovi orizzonti, quanto la parte oscura, caratterizzata dalla tracotanza e dal senso di superiorità per le conquiste raggiunte.
In tal senso, Colombo accoglie in sé questi due aspetti: è un visionario, che basa le sue convinzioni nella fede e – diremmo oggi – nell’analisi dei dati, ma al contempo è incapace di cogliere la piena umanità dei popoli che incontra, parlando subito di loro in termini di sottomissione.

Nuno è abbastanza sveglio da capire le due dimensioni e ne trae un doppio insegnamento.

Per esempio, si ispira alle parole del capitano, che affida la spedizione a Dio, e le rielabora a modo proprio.
Aver paura non serve a nulla nella vita, perché non sappiamo nemmeno di cosa dovremmo aver paura veramente. E lo stesso con la speranza: non abbiamo idea di cosa temere né di cosa sperare. Eppure tremiamo e speriamo, tremiamo e speriamo, senza mira, senza scelta, senza senso. Non sappiamo da cosa fuggiamo né dove correre, ma sempre e per sempre fuggiamo e corriamo. A testa bassa e senza capire nulla. Fabio Genovesi, Oro puro

Colombo nutre una cieca fede in Dio, ma Nuno prende consapevolezza che la natura non operi in funzione dell’essere umano e che il sole e le stelle brillino nei nostri occhi, ma non per noi.

Il protagonista ascolta il capitano, che lo ammonisce contro coloro che credono di sapere tutto, pur non ascoltando mai gli altri, o lasciando spazio al silenzio. Forse intuisce che quel discorso costituisca una sorta di autoconfessione non voluta. Il capitano si è riempito di teorie, è euforico per il recente successo della fedelissima corona spagnola sugli arabi, e non vede altro che quel trionfo.
Appena sbarcati dall’altra parte dell’oceano, il suo primo pensiero è di reclamare quella terra in nome di Dio e della corona: un atto notarile scritto ignorando il paradiso intorno, come si fa notare con ironia al termine del diciannovesimo capitolo.

Dopo la conquista, c’è la razzia, di uomini e di merci.

Gli equipaggi delle tre navi cercano soprattutto l’oro, ed è la prima parola che imparano nella lingua dei nativi. Nei suoi diari, Colombo li descrive come non-umani e parla di loro in termini aberranti.
Nuno trascrive quelle parole, ma non è costretto a condividerle. In cuor suo le respinge, non comprende come una persona tanto grande non riesca a provare quell’empatia e quell’amore che lui ha provato. Perché Nuno conosce un’abitante dell’isola e si innamora, perdutamente. Alle Canarie, la ciurma era andata in cerca di prostitute, mentre Nuno aiutava Alonso a cercare legna da ardere. Oltreoceano, mentre tutti cercano oro, pappagalli e nativi da rapire, il ragazzo trova l’oro puro, «senza lo sporco delle mani che lo afferrano, lo rubano, lo vendono.»: l’amore immateriale.

Il viaggio di ritorno è doloroso, perché la donna è stata presa dall’equipaggio, ma è su un’altra nave.

Inoltre, Nuno è responsabile dell’affondamento della Santa Maria, momento storico che Genovesi aveva letto in un fugace passaggio dei diari di Colombo, ispirandogli il romanzo.
A ogni modo, gli equipaggi tornano a casa. Inizia un nuovo capitolo della vita di Nuno. Per alcuni mesi, aveva vissuto nel solco della grande storia guidata da Colombo, cercando comunque di ritagliarsi una propria autonomia. Ora, mentre monarchie e mercanti disputano come suddividersi quell’enorme ricchezza, l’esistenza di Nuno ritorna nell’oblio.

Nuno, o si potrebbe dire Niuno, Nessuno.

Continua però a scrivere, perché – come gli aveva insegnato il suo vecchio maestro – la scrittura «è un lavoro del cuore», ma anche «del respiro» e, se possiedi quell’ispirazione, non puoi tirarti indietro.
Dopo sessant’anni, un ragazzo innamorato gli porta una lettera che aveva trovato in una botte. Il vecchio riconosce la sua grafia: l’aveva scritta durante il viaggio, quando c’era il rischio di non fare ritorno. Era un ammonimento rivolto alle future spedizioni: «Che nessuno provi mai a ripetere la nostra impresa sventurata, o incontrerà solo acqua salata e tenebre, un mare di tenebre come un enorme specchio scuro in cui trovarci riflessi, e riconoscerci».

Oro puro non è una cronaca o un romanzo storico, né un diario di bordo: quello esiste già e l’ha scritto Colombo.

La geografia proposta da Genovesi è di tipo emozionale. Si basa sul lasciarsi andare alle correnti e al cambiamento, non in maniera passiva, ma riflessiva.
È vero che l’appello finale è a non cercare nuove terre, ma a tentare «di fare cose nuove» in quelle solite, eppure è proprio Nuno a insegnarci che, con la giusta disposizione d’animo, sia possibile superare i propri limiti, caratteriali e culturali, tornando a casa più umani di prima.


Oro puro

di Fabio Genovesi
Mondadori
Narrativa
ISBN 978-8804773566
Cartaceo 19,00€
Ebook 10,99€

Quarta

Palos, Spagna, agosto 1492. Nuno ha sedici anni, ed è un granchio. O almeno questo è il soprannome che gli ha dato sua madre, morta pochi mesi prima, di cui Nuno conserva un ricordo che è dolore e luce insieme. Pur vivendo sul mare, Nuno non ha mai desiderato solcarlo, e preferisce guardarlo restando aggrappato alla terra, proprio come fanno i granchi. Finché, per una serie di circostanze tanto sfortunate quanto casuali, deve imbarcarsi su una nave di cui ignora la destinazione. Si tratta della Santa María, a bordo della quale Cristoforo Colombo scoprirà – per caso e per sbaglio – il Nuovo Mondo. Mentre Nuno si renderà conto, lui che di navigazione non sa nulla, di condividere lo smarrimento coi suoi compagni molto più esperti: tutti spaventati da quell'impresa folle e mai tentata prima. Avendo imparato dalla madre a leggere e scrivere, Nuno diventa lo scrivano di Colombo, e trascorrendo ore ad ascoltarlo sente crescere l'entusiasmo per i grandi sogni di questo imprevedibile esploratore visionario. Attraverso lo sguardo di Nuno, percorriamo il viaggio più importante della storia dell'umanità: i giorni infiniti prima di avvistare terra, fino alla scoperta di un mondo nuovo, una nuova umanità, una nuova, diversa possibilità di intendere la vita. In questo Paradiso Terrestre, Nuno imparerà quanta ferocia, quanta avidità possa motivare le scelte degli uomini, ma anche la forza irresistibile dell'amore, che lo travolgerà fino a sconvolgere i suoi giorni e le sue notti. In questo romanzo, Fabio Genovesi non solo ci racconta la navigazione di Colombo come mai è stato fatto prima, ma ci cala dentro una grande avventura umana, esistenziale e sentimentale, che si snoda attraverso imprese, amori, crudeltà spaventose e improvvise tenerezze, svelandoci come dietro la scoperta occidentale delle Americhe si nascondano violenze, soprusi e malintesi, ma soprattutto l'insopprimibile, eterno istinto degli uomini a prendere, consumare e distruggere tutto, persino se stessi.

Argyros Singh
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Recensione: Le coordinate della felicità, di Gianluca Gotto

Recensione: Le coordinate della felicità, di Gianluca Gotto

Recensione: Le coordinate della felicità, di Gianluca Gotto

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Le coordinate della felicità di Gianluca Gotto (Mondadori). Un viaggio avventuroso alla ricerca della libertà e della realizzazione personale.

Tutto ha inizio quando Gianluca, l’autore, decide di abbandonare la via più sicura dell'italiano medio, ovvero scuola e poi lavoro a tempo indeterminato, per gettarsi in un’impresa ardita: andare all’avventura e trasferirsi in Australia con la fidanzata. Qui trova lavoro prima in un ristorante e poi in una fabbrica di polli (un'esperienza che lo sconvolge a tal punto da indurlo a diventare vegetariano). Prima della scadenza del visto, ne approfitta per girare l'Australia in auto con la propria dolce metà. Ma dopo esser tornato in Italia e un altro periodo in Australia, un cambio di programma inaspettato li conduce in Canada.

Anche in Canada Gianluca prova a svolgere un lavoro ordinario, ma ciò cozza col suo bisogno di sentirsi libero, di non conformarsi agli altri e soprattutto di realizzare il sogno di girare il mondo vivendo di ciò che ama di più fare nella vita: scrivere.

Ma come? Diventando un Nomade digitale, ovvero colui che può lavorare ovunque attraverso un computer e una connessione internet. E, nel suo caso, scrivendo articoli per dei siti web (e non solo) mentre gira il mondo.
Così con la fidanzata vivono non solo in Thailandia, ma esplorano anche Laos, Vietnam e Bali, sperimentando questo nuovo stile di vita.
In tutto questo viaggiare, Gianluca Gotto è perennemente alla ricerca della propria strada e s’interroga su quale sia il senso di vivere in Italia, ovvero in uno dei tanti paesi dove ci si omologa alla massa per inseguire un lavoro sicuro ma insoddisfacente, mettere su famiglia e raggiungere una pensione che dovrebbe portare l’agognata libertà e serenità. Controcorrente, Gianluca e la sua fidanzata si mettono in gioco per evitare di seguire i soliti binari sociali che impongono di mantenersi nella propria comfort zone e nel proprio lavoro insoddisfacente a scapito della felicità.

Continuando la lettura si delinea sempre più la personalità dell’autore, un ragazzo che non vuole essere un semplice ingranaggio della società moderna, un’ennesima vittima del consumismo compulsivo o una patetica pedina del dio denaro.

Così, abbraccia il minimalismo, accumulando non oggetti materiali ma piuttosto luoghi, persone, esperienze e insegnamenti spirituali.
Quindi, che dire di questo romanzo? Il suo fascino risiede proprio nel fatto che Gianluca Gotto e la sua ragazza continuino a uscire dalla propria comfort zone cercando modi alternativi per raggiungere il loro obiettivo tanto desiderato: viaggiare e sentirsi liberi di creare il proprio presente in piena libertà e lasciandosi trascinare dall'istinto e dal desiderio di mettersi in gioco.

Ciò che mi ha colpito di più non sono tanto le descrizioni dei luoghi da loro visitati o le esperienze affrontate, ma le conclusioni a cui l'autore è giunto riguardo al lavoro, al soddisfare le aspettative degli altri, al seguire la massa, al lasciarsi controllare dalla società e all’accumulare oggetti in fondo superflui.

Ho trovato anche molto interessante come l’autore abbia specificato con novizia di particolari alcuni elementi difficili da trovare in altri libri di questo genere, quali le spese affrontate per restare nel budget prefissato durante i loro viaggi o le difficoltà nello svolgere lavori che cozzavano con la propria coscienza animalista.
Infine, ho trovato affascinante come l'autore e la sua ragazza si siano mossi facendo esperienze sempre diverse e con mezzi alternativi e improvvisati, quali ad esempio girare l'Australia dormendo in auto per limitare le spese o andare alla scoperta di alcuni paesi asiatici facendo affidamento solo sul loro desiderio di scoprire terre e culture nuove. Al tempo stesso, questi continui cambi di rotta e gli imprevisti lungo il percorso mantengono sempre alto l'interesse del lettore.
In conclusione, Le coordinate della felicità di Gianluca Gotto è un romanzo che io considererei motivazionale, in quanto sprona il lettore a inseguire i propri sogni e la propria felicità accantonando le paure inculcate dalla società.
Quindi non posso che promuoverlo a pieni voti.


Le coordinate della felicità

di Gianluca Gotto
Mondadori
Narrativa di viaggio
ISBN 978-8804745693
Cartaceo 12,50€
Ebook 9,99€

Quarta

Io la sognavo una vita così. Una vita in cui poter girare per l'Asia per mesi, per poi svegliarmi una mattina a Bali e decidere su due piedi di voler tornare in Europa. Passare un paio di giorni a Bangkok per mangiare pad thai e salutare l'Oriente. Andare a trovare mia nonna a Torino, poi salire a bordo della mia casa su ruote e ripartire. E alla prima sera on the road, guardando le stelle, discutere con la mia anima gemella della prossima meta. Oppure viaggiare e basta, senza meta, inseguendo solo ed esclusivamente le coordinate della felicità. Sognavo di poter fare della stanza di una guest-house o della hall di un aeroporto il mio ufficio e del mondo intero la mia casa. Poter lavorare in remoto da qualsiasi punto del pianeta e guadagnarmi da vivere facendo ciò che più amo. La sognavo una vita così: libera. E vi dico la verità, da qualche parte tra la testa e il cuore sentivo di potercela fare per davvero, fin dal primo giorno. Forse è quello che ha fatto la differenza: crederci. Crederci sempre.


Andrea Pistoia
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