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AIC e Assoceliaci: celiachia e interpretazioni normative a confronto

AIC e Assoceliaci: celiachia e interpretazioni normative a confronto

AIC e Assoceliaci: celiachia e interpretazioni normative a confronto

Lifestyle Di Elena Genero Santoro. Celiachia: come orientarsi tra ristoranti e prodotti di supermercato per l'alimentazione domestica? Le interpretazioni normative di AIC e Assoceliaci a confronto.

Non chiederti mai come le leggi e le salsicce vengono fatte. Otto von Bismarck
A meno che tu non sia un celiaco e voglia capire a quali contaminazioni vai incontro.

La celiachia è una reazione immunitaria all'assunzione di glutine che scatena un'infiammazione a livello dell'intestino tenue e causa malassorbimento e carenze nutrizionali.

In un mondo in cui la celiachia fatica a farsi prendere in considerazione, in cui ancora molti ristoratori chiedono ai celiaci qual è il grado della loro celiachia, confondendo la reattività individuale al glutine con la gravità della malattia che è identica per tutti, ho realizzato in tempi recenti che nella comunità celiaca italiana si è verificata una profonda spaccatura che prima o poi potrebbe portare a un vero e proprio scisma, come tra cattolici e protestanti ai tempi di Lutero.
La celiachia sta diventando come la religione. Quando ti dicono: sono cristiano, tu chiedi sì, ma cristiano cattolico o protestante? Quando ti dicono sono musulmano, tu chiedi sì ma sciita o sunnita? Ora quando conosco dei celiaci nuovi metto subito le mani avanti: celiaco team AIC o celiaco team Assoceliaci? Perché non è la stessa cosa, la radice è comune, ma i rami e le foglie sono molto diversi.
Se tutto va bene la risposta è: sono agnostico, Dio esiste, la celiachia esiste, ma non seguo nessuna fazione in particolare. Cerco di prendere il meglio da ciò che trovo in giro.

Quando mia figlia venne diagnosticata celiaca nel 2013, all'ospedale ci diedero delle indicazioni nutrizionali e ci indirizzarono all'AIC, Associazione Italiana Celiachia, che per noi diventò subito un punto di riferimento.

L'AIC sostiene i celiaci italiani con molte iniziative, dal supporto psicologico a quello pratico e concreto nella scelta degli alimenti e dei ristoranti.
Periodicamente l'AIC aggiorna due liste: quella dei prodotti acquistabili al supermercato e quella dei ristoranti che fanno parte del suo circuito.

I ristoranti che espongono il bollino AIC non hanno una certificazione, ma sono informati e seguono un protocollo per la gestione della celiachia.

Per cui, si tratta di un'adesione volontaria, ma è comunque una cautela in più, anche perché l'AIC effettua dei controlli periodici. È vero che ci saranno sempre dei locali AIC in cui qualcosa va storto, così come ci sono dei locali fuori dal circuito AIC che gestiscono la celiachia altrettanto bene, ma l'AIC e le indicazioni che fornisce rimangono un faro nel marasma della scarsa consapevolezza che vi è tra i ristoratori.

Per quanto riguarda i prodotti del supermercato per l'alimentazione domestica, ne esistono tre tipologie.

Si possono trovare:
  • prodotti col glutine (tipo la pasta di grano, o il pane ordinario di panetteria, assolutamente da evitare senza ombra di dubbio);
  • prodotti naturalmente senza glutine (quelli come pasta, pane e biscotti specificamente formulati per i celiaci, oppure, per esempio, la verdura e le frutta fresche);
  • prodotti a rischio, che sono i più insidiosi.

Su quelli a rischio l'AIC definisce delle linee guida rigorose, che tengono conto del procedimento con cui un alimento viene prodotto. Per esempio, il riso, il prosciutto crudo, lo speck, possono essere consumati senza porsi domande, ma se andiamo sul prosciutto cotto, su uno yogurt, su un sugo, su un vasetto di pesto, che sono preparati inglobando più costituenti, ci potrebbe essere stato l'uso di farine contenenti glutine.
E allora bisogna discriminare ogni singolo caso.

L'AIC ogni anno aggiorna un volume di alimenti confezionati idonei per i celiaci.

Volume che nel frattempo è stato affiancato da una app per lo screening in tempo reale tra gli scaffali del supermercato.
In Italia però siamo dei celiaci ben abituati, perché la maggior parte dei prodotti potenzialmente dubbi riporta esplicita la dicitura "senza glutine" (gluten free), il che significa che per il celiaco è idoneo. Per cui, nella grande distribuzione italiana, per un celiaco non è difficile mangiare. Wurstel? Senza glutine, e si prendono. Yogurt? Senza glutine, e si prendono. Quasi tutti questi prodotti teoricamente rischiosi sono senza glutine e riportano la scritta esplicita. Poi, se sulla salsa che volevo mettere nel carrello non ci fosse la scritta evidente, nel dubbio potrò sempre ripiegare su una salsa simile dove invece questa evidenza è bella chiara.

Alimenti gluten free

Quindi, in Italia è molto raro che il celiaco al supermercato pianga perché non trova nulla da mangiare, anzi.

Qualche difficoltà in più si riscontra con brand di nicchia, magari nei discount, ma una Coop o un Conad forniscono prodotti confezionati relativi a marchi che hanno tutte le indicazioni possibili e spesso sono attenti anche nella gastronomia sfusa.
Il celiaco in Italia ha vita semplice per l'alimentazione domestica, mentre un po' più dura è quando si reca all'estero soprattutto in certi stati, come la Francia. Tutte queste indicazioni, "senza glutine", in altri paesi europei non sono altrettanto diffuse. La normativa è valida per tutta l'Unione Europea, eppure ci sono differenti approcci interpretativi e soprattutto applicativi.

I regolamenti che riguardano il glutine in Unione Europea sono due.

Il primo è il Regolamento (UE) n. 828/2014, quello che norma le etichette di cui sopra.
Un alimento che riporta la scritta "senza glutine" è, per legge, un alimento che può contenere un massimo di 20 ppm di glutine, quindi idoneo alla dieta del celiaco. L'azienda che scelga di riportare tale dicitura esplicita (o il simbolo della spiga barrata, che è equivalente), sta dicendo: "ti garantisco che questo alimento va bene, che ho il controllo di tutta la filiera di fornitura, effettuo periodicamente delle analisi e posso affermare con certezza che l'alimento è adatto a un celiaco".
Quindi, l'azienda che inserisce in etichetta la dicitura esplicita "senza glutine" si assume la responsabilità di ciò che mette sugli scaffali e l'utente finale non dovrebbe più porsi domande. Su questo primo regolamento non ci sono particolari dubbi interpretativi.

Ma se la scritta "senza glutine" non è riportata?

Se ho un budino che contiene latte, zucchero e amido di mais ma non ha l'indicazione "senza glutine"?
C'è un altro regolamento, che è la pietra dello scandalo e che dà adito a discussioni. È il Regolamento (UE) 1169/2011 che dice che i quattordici principali allergeni (di cui il primo è "cereali contenenti glutine") devono essere sempre esplicitamente riportati nella lista degli ingredienti, che si tratti di cibi del supermercato o di quelli del ristorante.
La lista degli allergeni obbligatoriamente da dichiarare è nell'Allegato II.
Articolo 9
Elenco delle indicazioni obbligatorie
1. Conformemente agli articoli da 10 a 35 e fatte salve le eccezioni previste nel presente capo, sono obbligatorie le seguenti indicazioni:
  1. la denominazione dell’alimento;
  2. l’elenco degli ingredienti;
  3. qualsiasi ingrediente o coadiuvante tecnologico elencato nell’allegato II o derivato da una sostanza o un prodotto elencato in detto allegato che provochi allergie o intolleranze usato nella fabbricazione o nella preparazione di un alimento e ancora presente nel prodotto finito, anche se in forma alterata.

E qui arriviamo allo scisma interpretativo. C'è un gruppo di celiaci, che di recente ha fondato anche l'associazione Assoceliaci, che afferma: "Si può mangiare tutto ciò che nella sua lista di ingredienti non riporta la presenza di glutine".

Se il glutine, o il frumento, o l'orzo non sono menzionati, allora significa che l'alimento è idoneo. Il che è simile alla prassi che viene seguita da alcuni altri stati europei.
Tuttavia c'è un però.
Riporto quanto rispostomi dall'AIC circa un anno fa:
Non è fatto però obbligo al produttore di indicare la possibile presenza di un allergene per contaminazione (la famosa dicitura "Può contenere..."), indicazione che, in assenza di specifica disciplina, viene fornita al momento volontariamente e senza una regolamentazione precisa, in ottemperanza del divieto di introdurre sul mercato alimenti potenzialmente pericolosi per la salute.
Rispetto alle contaminazioni accidentali, per definizione non quantificabile, la norma europea in vigore in tema di etichettatura (il Regolamento 1169 del 2011), rimanda a futuri atti, non emanati, ed è quindi a oggi incompleta, conseguentemente non chiara e oggetto di interpretazioni differenti, anche da Paese a Paese, come da lei correttamente evidenziato.
La lacuna della norma è stata confermata dalla stessa Commissione Europea nella recente risposta del novembre 2023 all’interrogazione di due europarlamentari italiani sensibilizzati da AIC nell’ambito della sua azione di lobby delle istituzioni su questo specifico tema, alla nostra attenzione da molti anni.

La Commissione Europea ha risposto all'interrogazione confermando la lacuna segnalata dall'AIC, ma ha rigirato il problema al Codex Alimentarius.

Sebbene l'etichettatura precauzionale, come la dicitura "può contenere", non sia attualmente disciplinata da una legislazione specifica dell'UE e sia fornita su base volontaria, gli operatori del settore alimentare devono garantire che tale etichettatura non sia fuorviante, ambigua o confusa per il consumatore e che sia basata, se del caso, su dati scientifici pertinenti. Le autorità nazionali hanno inoltre il dovere di valutare e verificare caso per caso la compatibilità di tali informazioni con la pertinente legislazione dell'UE.
La Commissione continua a seguire da vicino e attivamente le discussioni in corso su un modo armonizzato e significativo per fornire un'etichettatura precauzionale degli allergeni (PAL) in seno al comitato sull'etichettatura dei prodotti alimentari del Codex Alimentarius.
In due parole: se il glutine figura tra gli ingredienti o gli additivi, deve essere obbligatoriamente menzionato.

Ma se in una fase del processo è avvenuta una contaminazione di qualsivoglia natura, la lista degli allergeni non è sufficiente a indicare l'assenza o la presenza del glutine.

Ci vorrebbe per lo meno la frase "può contenere..." che però non è obbligatoria. E l'azienda che non si è premurata di testare la presenza di glutine accidentale nei suoi prodotti, non è forzata a fornire indicazioni.
Anche Assoceliaci sa che "può contenere..." non è una dicitura obbligatoria, come anche riportato nel parere che il Ministero della Salute italiano ha fornito, su loro richiesta, in data 11 gennaio 2024, ma secondo Assoceliaci il "può contenere..." è abusato, messo a sproposito anche senza evidenze; secondo AIC la sua assenza è una grave carenza.

La frase della Commissione Europea "tale etichettatura non sia fuorviante, ambigua o confusa per il consumatore e che sia basata, se del caso, su dati scientifici pertinenti" viene letta con due significati diversi.

Per Assoceliaci "fuorviante e non basata su dati scientifici" significa che il produttore sta inserendo il PAL a sproposito solo per tutelarsi legalmente anche se il glutine non c'è. E se c'è, in una contaminazione è talmente poco da non causare danni.
Assoceliaci si rifà anche all'ultima Relazione al Parlamento sulla Celiachia del 2023, nel paragrafo in cui viene detto:
L’etichettatura precauzionale, se frutto di una corretta valutazione del rischio, rappresenta una valida alleata del consumatore che può scegliere in maniera consapevole il prodotto più adatto al suo profilo di salute. Nella realtà, invece, si assiste ad un abuso del PAL che viene applicato anche in assenza di una valutazione del rischio. I risultati delle indagini che sono state condotte sull’applicazione del PAL hanno dimostrato che in presenza di PAL non sempre viene rilevata la presenza di allergeni non intenzionali e che spesso la formulazione del PAL non ha nessuna relazione con il rischio reale.
Per AIC "fuorviante e non basata su dati scientifici" significa che potrebbe esserci un rischio di glutine non valutato, che il produttore non ha effettuato i dovuti controlli e tuttavia non indica in etichetta la possibilità della contaminazione.

D'altronde, affermare che il PAL sia abusato e menzionato spesso a sproposito non implica che, al contrario, ci sia sempre quando serve. Anzi.

Assoceliaci si sta dando molto da fare per dimostrare che, se il glutine non è presente nella lista degli allergeni, di fatto nell'alimento non c'è. Quindi la lista degli allergeni sarebbe sufficiente. Fanno analizzare prodotti, sulla loro pagina IG riportano i risultati delle analisi chimiche: il glutine è sempre sotto il livello di soglia. Hanno testato il Bounty, le barrette Lindt. Tutto negativo. Garantiscono di avere analizzato più lotti. Sulla pagina IG finora sono apparse poche tipologie di prodotto e per ciascuno un unico valore di analisi. Ci piacerebbe vedere dei dossier più nutriti, la ripetizione dell'analisi non una volta ma di più – almeno tre dati per ogni oggetto di studio – perché nella scienza la ripetibilità del dato è la base.
Anche la salsa di soia con frumento negli ingredienti è risultata negativa al test di Assoceliaci, qualcuno però contesta che che la FDA americana affermi che i test per il glutine di prodotti fermentati/idrolizzati potrebbero non dare risultati accurati. Di fatto, se negli ingredienti della salsa di soia è menzionato il frumento, non dovremmo evitare il prodotto proprio in base alla normativa allergeni che per Assoceliaci è la sacra Bibbia? Evitare senza nemmeno porsi la domanda, visto che la normativa è così millimetricamente precisa. Mi pare un po' contraddittorio.

Anche io, personalmente e soia a parte, ritengo che il rischio di trovare glutine laddove non dovrebbe esserci sia tutto sommato limitato.

Che, in fondo, nelle aziende le linee produttive devono garantire una certa igiene, non ci può finire la qualunque. Altro che il glutine!
D'altronde, gli allergici, come fanno? E nelle altre nazioni come fanno?
(E qui la battuta politicamente scorrettissima non riesco proprio a trattenerla: davvero ci fidiamo delle analisi chimiche e biologiche fatte in paesi che non hanno neppure il bidet? – Perdonatemi, dovevo scriverlo)
Ritorno al mio dubbio iniziale, quello che mi ha fatto interessare all'attività di Assoceliaci.

Celiachia: intolleranze e allergie

La gestione delle allergie è uno dei cavalli di battaglia di Assoceliaci e delle associazioni europee che seguono "la normativa".

L'assunto di Assoceliaci ha un'origine legittima. Di fatto gli allergici che conosco io girano sempre con l'adrenalina dietro e fanno una vita sacrificata. Poi ci sono allergeni, tipo il sedano, che è difficile trovare in un alimento se non sono aggiunti intenzionalmente. Invece altri, come il latte o i cereali, sono più presenti. Le fragole e le pesche nemmeno rientrano nella famosa lista degli allergeni del regolamento europeo, eppure possono causare serissimi problemi, il che mi fa propendere ancora una volta verso l'idea che davvero alla normativa allergeni manchi qualche pezzo.
Nel suo sito, AIC si esprime in questi termini:
Non dimentichiamo che i meccanismi di reazione delle persone allergiche al frumento (o ad altri cereali contenenti glutine) sono diversi da quelli dei celiaci, le soglie che gli operatori di solito utilizzano per valutare se riportare un warning per i soggetti allergici sono basate sul concetto di “dose per porzione” e non “concentrazione”, come per i celiaci. È quindi possibile che prodotti adatti ai celiaci (glutine inferiore ai 20 mg su kg) non lo siano per i soggetti allergici e viceversa prodotti adatti ai soggetti allergici (la dose oggi in discussione al Codex Alimentarius è di 5 mg proteine totali del frumento/porzione) non lo siano per chi è celiaco. Purtroppo, si tratta di un argomento molto complesso e il vuoto normativo rispetto all’informazione al consumatore sulla potenziale presenza non intenzionale di un allergene non è ancora stato colmato. I celiaci, però, hanno a disposizione una norma e un claim dedicati: il Regolamento 828/2014 e la scritta “senza glutine”. Affidiamoci ad essi con serenità.


Quindi, assimilare celiaci ed allergici è un concetto sbagliato come punto di partenza.

Come diceva un celiaco saggio e rigoroso con cui ho parlato un po' di tempo fa, ognuno dei suoi villi intestinali fa ciò che meglio crede.
Ognuno ha il diritto di vivere la celiachia come ritiene e se nel suo bilancio di costi e benefici il rischio di una contaminazione saltuaria e remota vale meno della libertà sociale, nessuno può forzarlo a fare il contrario.
Sappiamo tutti che una contaminazione sporadica può capitare a chiunque, anche a chi è attentissimo, e non uccide il celiaco. La celiachia non è un'allergia. Ma sappiamo anche che contaminazioni reiterate e ricorrenti si possono far sentire nell'intestino e nella salute generale.

Ma i residui di glutine da contaminazioni menzionati o no con un "può contenere..." possono rappresentare davvero un rischio per la salute?

Sicuramente l'approccio AIC è molto più cautelativo, più rigido e vincolante. Qualcuno lo trova inutilmente ansiogeno. Qualcuno ipotizza che l'AIC gestisca una lobby a fini di lucro. Qualcuno dice che AIC non è disposta al dialogo.
Magari un giorno le indicazioni AIC attuali verranno in parte o tutte sconfessate, ed è già successo: il cucchiaio di legno che nel 2013 mi era stato presentato come il demonio in cucina perché in grado di assorbire il glutine, si è dimostrato non essere un pericolo nei fatti. Adesso pare che anche lo scolapasta in comune non sia poi così nocivo per il celiaco. Vedremo come evolve.

Ciò che personalmente mi viene da contestare ad Assoceliaci e ad analoghe associazioni di altri Stati europei, è che non possono affermare di basarsi sulla normativa, perché la normativa attualmente in vigore presenta dei gap evidenti, che Assoceliaci interpreta a suo uso e consumo e AIC anche, ma in senso opposto.

Lo dico come celiaca madre di due celiaci, ma soprattutto come persona che di mestiere interpreta la legislazione sulle sostanze pericolose – non alimentari nel mio caso. C'è una grossa differenza – sempre a livello normativo – tra il richiedere ai fornitori la dichiarazione di determinate sostanze intenzionalmente aggiunte – ingrediente/additivo potenziale allergene – e il tracciare possibili contaminazioni avvenute a monte. Le catene di fornitura possono essere complicate.
Il rischio – almeno teorico – che ci si assume a basarsi sulla sola lista degli allergeni è probabilmente basso, forse trascurabile da chi decide coscientemente e liberamente di farlo, ma, sulla carta, non è zero.
A maggior ragione, mi auguro che la dicitura "può contenere..." venga regolamentata in un modo netto. Ho sentito spesse volte i sostenitori di Assoceliaci affermare: "Io mi baso solo sulla normativa [degli allergeni] e i miei esami sono sempre a posto!"

Riporto quel che ho letto nel libro Celiachia di Marta Civettini, dietista celiaca specializzata, ovviamente, in celiachia.

Nel capitolo 3 lei menziona lo studio del 2007 del professor Carlo Catassi che ha indagato quanto glutine possa effettivamente causare un danno alle persone celiache.
Tre gruppi di volontari hanno assunto per tre mesi rispettivamente 10 mg di glutine purificato, 50 mg di glutine purificato, 50 mg di amido di mais come placebo. Si è visto che 50 mg al giorno di glutine sono stati sicuramente dannosi per la mucosa intestinale. Sui 10 mg al giorno non si è raggiunto un risultato univoco. Il dato interessante, tuttavia, è il seguente: "In tutti i pazienti non c'è stato un cambiamento di valori anti-trans-glutaminasi IgA e IgG antigliadina a dimostrazione che questi esami non monitorano l'aderenza alla dieta".
La dottoressa Civettini mette in guardia verso tutti i rischi di una celiachia non trattata, che può causare osteoporosi, celiachia refrattaria fino al linfoma e all'adenocarcinoma.
Al capitolo 5, nei consigli per la spesa al supermercato, per yogurt e legumi lavorati, consiglia l'acquisto solo in caso di dicitura "senza glutine" presente.
Eppure la dottoressa Civettini non è una che vive barricata in casa: chi la segue sui social sa che è andata persino in Giappone, che non è il paradiso per i celiaci. Lo studio dei 50 mg viene menzionato anche sul sito di Assoceliaci proprio a riprova del fatto che nell'alimentazione quotidiana del celiaco tale soglia non viene mai superata, solo leggendo gli allergeni riportati nell'etichetta.
Mi piacerebbe sapere se la certezza di Assoceliaci ha avuto riscontro solo dalle analisi di IgA e IgG oppure se c’è una controprova nell’analisi della loro mucosa intestinale.
Se anche Assoceliaci avesse ragione nei fatti, se fosse vero che le potenziali contaminazioni non superano la soglia accettabile e sono sempre sicure per il celiaco, ciò non ha comunque riscontro nell’attuale normativa.

La più recente conferma dell'insufficienza della normativa si è avuta a fine 2024 dalla Corte dei Conti Europea.

Secondo il rapporto, infatti, i consumatori allergici e celiaci rimangono in attesa di linee guida UE sull’utilizzo delle indicazioni del tipo ‘Può contenere’, su cui la Commissione Europea risulta inadempiente.
L'ultima cosa che contesto ad Assoceliaci, che purtroppo fa perdere loro quell'aura di credibilità di cui si fregiano con analisi chimiche "non dovute, ma volute", come dicono loro, è l'atteggiamento. Sulle loro pagine social non si può accedere se non la si pensa come loro e se si manifesta un pensiero critico. Hanno il ban molto rapido anche di fronte a domande neutre. Apostrofano come "talebani" i celiaci che preferiscono essere più cautelativi. E, nonostante promuovano uno stile di vita più "libero, aperto, sciolto", non sono altrettanto "liberi e aperti" verso chi semplicemente blinda i propri villi intestinali più rigorosamente. Ecco, Assoceliaci, io ve lo dico: non è elegante e non è serio. Non è credibile prendersela con la rigidità di AIC e arroccarsi su opposte posizioni con la stessa tenacia.
Iniziate a produrre tante, ma tante analisi sugli alimenti, non solo su quelle che avete mostrato finora. Avete cominciato, andate avanti. Se avrete ragione su tutto, meglio ancora. Il mondo celiaco vi ringrazierà in eterno. Perché non è vero che le analisi sono "non dovute, ma volute". Sono proprio dovute.

Nella scienza per avere un'evidenza bisogna avere una miriade di dati.

Se li avete, non siate timidi: mostrateli tutti. I vostri, quelli dei celiaci francesi, inglesi e austriaci con cui vi siete allineati. Senza tali dati abbiamo solo propaganda e allora non biasimate chi adotta un approccio più cautelativo mentre attende. Mostrate i vostri dati, pubblicate dossier corposi, e non bannate dalle vostre pagine i celiaci che si cautelano, perché non è così che li convincerete e soprattutto non vedranno le vostre evidenze scientifiche. Avete fondato un'associazione per questo, no? Altrimenti potevate rimanere dei privati cittadini con mere opinioni personali.
Concludo sperando che dopo le interrogazioni parlamentari venga stilata una linea guida per un'interpretazione blindata, un linguaggio comune per tutti i paesi europei; mi auguro che la normativa rispecchi le più attuali e robuste evidenze scientifiche, in modo che i celiaci possano restare uniti nel diffondere consapevolezza e fare viaggi, almeno in Europa, trovando lo stesso livello di servizi.
Purtroppo è già difficile farci prendere sul serio… non accadrà mai se non iniziamo almeno a chiedere la stessa cosa.



Elena Genero Santoro
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Ricette dai libri: Samosa di verdure, da Con la mia valigia gialla

Ricette dai libri: Samosa di verdure, da Con la mia valigia gialla

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Lifestyle Ricette dai libri. Samosa di verdure: fagottini fritti ripieni di verdure da Con la mia valigia gialla di Stefania Bergo.

Il cibo entra molto spesso a far parte della trama di un libro. A volte solo come dettaglio, altre diviene protagonista al pari dei personaggi. Basti pensare agli scones di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, a Gli arancini di Montalbano di Andrea Camilleri, o ai Pomodori verdi fritti di Fannie Flagg.

La ricetta di oggi esce dalle pagine di Con la mia valigia gialla di Stefania Bergo: samosa di verdure.

Riso scotto e carote lesse non mancano mai, così come il sukumawiki − letteralmente spingiavantilasettimana, era inizialmente il cibo dei più poveri, consumato durante la settimana per riuscire ad arrivare al week end, quando tra i pasti era previsto anche il companatico − una verdura a foglia larga simile agli spinaci, che viene tagliata in sottilissime striscioline e poi stufata con cipolla e mangiata con una specie di polenta bianca, insapore, l’ugali. Tra le minestre ci sono il githeri, con fagioli neri − quasi sempre troppo al dente – patate, mais e qualche pomodoro, e i green grams, una minestrina di piccoli piselli schiacciati simili alle lenticchie. Per accompagnare la carne c’è il kachumbali, un’insalata di pomodori a pezzetti con aggiunta di cipolla fresca e peperoncino. I miei preferiti sono i samosa, degli involtini triangolari fritti ripieni di carne di maiale o pollo, cipolla e cavolo − un po’ come gli involtini primavera − speziati con peperoncino piccante o curry. C’è anche la variante con le patate, che non ho ancora capito se sia tipica di qui o un’idea di Dorkas per accontentare i volontari vegetariani.
[...] Il profumo della capra stufata è davvero delizioso, anche se il contenuto della pentola è totalmente incognito, avvolto dall’ombra. Ognuno di noi immerge la mano alla cieca e si serve. Con un cucchiaio cerco di accaparrarmi anche un po’ di sugo in cui inzuppare l’ugali, la polenta, che è asciutta come una fetta di pane vecchio. Mentre prendo anche un po’ di sukumawiki, la mia attenzione viene catturata da una nuvola di insetti che si stanno raggruppando attorno alle torce, l’unica fonte di luce che spazza il buio. Sento il frullo delle ali delle falene e dei grossi coleotteri che vanno a sbattere contro i rami dell’ombrellone. E poi cadono chissà dove. Ed è proprio il dove che comincia a preoccuparmi, mi dico, osservando la pentola scoperta con la capra in umido. Stefania Bergo, Con la mia valigia gialla


Ricetta etnica vegan

Samosa di verdure


Ingredienti:

IMPASTO

  • 170 g di farina
  • 4 cucchiai di olio di semi
  • sale
  • 1 dl scarso di acqua

RIPIENO

  • 160 g di piselli
  • 4 patate lessate
  • 1 peperoncino verde fresco piccante
  • 1 cipolla
  • 4 cucchiai di olio
  • 3 cucchiai di prezzemolo
  • 1 cucchiaio di zenzero fresco grattugiato
  • 1 cucchiaino di sale
  • 1 cucchiaino di coriandolo in polvere
  • 1 cucchiaino di cumino in polvere
  • 1 pizzico di peperoncino rosso in polvere
  • 1 cucchiaino di garam masala
  • 2 cucchiai di succo di limone
  • olio di semi di arachide per friggere


Difficolatà: media. Preparazione + cottura:1 ora e 45 minuti. Dose: 12 pezzi

La samosa è un popolare antipasto e snack pakistano diffuso in tutta l'Asia centro-meridionale, nella penisola arabica, arrivando oltre il mediterraneo fino nel Corno d'Africa, Nordafrica e Grecia. Consiste generalmente in un guscio triangolare di pasta di farina, fritto o al forno, farcito principalmente con patate ma anche con cipolle, piselli, lenticchie, formaggio, carne di manzo o pollo e varie spezie locali come peperoncino o coriandolo. Le dimensioni e la consistenza del ripieno variano a seconda della cultura o del paese dove la samosa viene preparata.

PREPARAZIONE

In una capiente ciotola mischiate farina e un po' di sale, unitevi l'olio e lavorate gli ingredienti in modo da ottenere un composto sbriciolato.
Aggiungete l'acqua poco alla volta e cominciate a lavorare l'impasto – non deve risultare troppo morbido. Mettete il tutto sulla spianatoia ed impastate energicamente per circa 10 minuti. Avvolgete l'impasto in un pezzo di pellicola e riponete in frigorifero per circa un'ora.
Nel frattempo, affettate la cipolla e fatela imbiondire in poco olio. Aggiungete lo zenzero, il peperoncino verde tritato, i piselli, il prezzemolo e circa 5 cucchiai di acqua. Coprite col coperchio e fate cuocere a fuoco medio per 10 minuti.
Unite anche le patate tagliate a pezzetti, le spezie, il succo di limone, salate, mescolate bene e fate cuocere ancora per 5 minuti. Spegnete e lasciate raffreddare.
Riprendete la pasta, lavoratela ancora per un minuto e dividetelo in circa 12 piccole sfere. Ricavate un disco di circa 15 cm di diametro da ogni pezzo di pasta e tagliatelo a metà con un coltello. Ripiegate ogni mezzo disco in modo da formare un cono – sigillate bene i bordi ripiegati inumidendoli con un poco d'acqua.
Farcite i samosa con il ripieno di verdure e chiudeteli ripiegando anche il lembo di pasta superiore – con le dita ben inumidite pizzicate bene il bordo in modo da evitare che fuoriesca il ripieno.
Mentre preparare i samosa fate scaldare abbondante olio. Immergetevi i fagotti in un solo strato e fateli dorare a fuoco medio da entrambi i lati. Serviteli ancora caldi.
Buon appetito!

SE AVETE FRETTA O POCA PAZIENZA

Per chi ha poco tempo o non ha voglia di preparare anche la pasta dei samosa, vi consiglio di acquistare la pasta fillo pronta già stesa. In commercio ce ne sono di varie marche.

Ricette dai libri: Samosa di verdure, da Con la mia valigia gialla di Stefania Bergo


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L'agility dog e gli altri sport cinofili

L'agility dog e gli altri sport cinofili

L'agility dog e gli altri sport cinofili

Lifestyle Di Nicolò Maniscalco. Gli sport cinofili consolidano la millenaria coesistenza tra l’Homo sapiens e il Canis lupus familiaris.

In un mio articolo di qualche tempo fa, ho descritto l’antico rapporto tra uomo e cane. Rapporto nato nel periodo mesolitico [1], quando tra i lupi e gli umani è iniziata una proficua collaborazione nell’attività venatoria. Per molti antropologi e biologi è stata proprio questa che ha dato la direzione all’evoluzione sia umana sia canina (prima quella naturale, poi quella prodotta dall’uomo nella formazione delle razze). Via via che il sodalizio si rafforzava si aggiungevano molte altre attività che affiancavano i vari mestieri.

L’uomo nel tempo ha sostituito molte di queste attività con altre traslate da quelle originarie.

Nasce così tutta una serie di sport legati a mestieri via via meno praticati nella vita di tutti i giorni: il tiro con l’arco e, secoli dopo, il tiro a segno, il tiro al piattello, l’equitazione moderna. Per non parlare di quelle ereditate dagli antichi greci e romani: il pugilato, la lotta, la maratona e le varie specialità dell’atletica.
Anche i lavori che per secoli hanno coinvolto l’uomo e il cane non esulano da questo contesto, la pastorizia in primis ha donato gare di Sheepdogs con trials europei nel Continental Sheepdog Championship.
Dalla storia venatoria provengono molte discipline cinofilo-sportive, attività che utilizzano l’olfatto e la vista del cane e il suo istinto predatorio.

Ci sono sport cinofili che derivano da altre competizioni, come l’Agility dog che nasce in Inghilterra come esibizione tra una manche di Equitazione e l’altra, utilizzando ostacoli ridotti traslati dal campo di Salto.

Ma ora veniamo al “binomio moderno”, quella coppia che negli sport cinofili si chiama generalmente conduttore e cane.
Un punto fermo, quando si parla di attività cinofilo-sportive, è il divertimento che dev’essere principalmente del cane! Un cane non motivato a fare una qualunque attività o non la fa o la fa per far piacere all’umano, quindi non la fa volentieri.
Non cadiamo in equivoci: quando un cane non è motivato si percepisce benissimo ed è innaturale forzarlo a fare un’attività che non gli è congeniale.

In genere le cosiddette razze da lavoro, selezionate per i più svariati compiti, sono le più indicate per esercitare queste mansioni sportive.

Perché geneticamente e culturalmente [2] sono atte ad affiancare l’uomo nei suoi mestieri, ma nulla toglie che esponenti di qualunque razza possano diventare atleti, purché si divertano e traggano beneficio dallo sport. La diversificazione razziale canina ha obbligato le varie Federazioni e Associazioni cinofilo-sportive a dividere per equità gli individui in taglie in base all’altezza al garrese. Esiste poi una divisione in classi in base all’esperienza del cane.

Sono molti gli sport cinofili, molto più di quelli che normalmente si pensi e spaziano sull’intero universo-cane, esaltando le varie caratteristiche di questa specie.

Prima di descrivere le più frequentate tracciamone un elenco legato alle caratteristiche dell’animale.
La caccia (non quella umana, ma quella originaria dei branchi di lupi), quindi l’istinto predatorio e l’inseguimento con le tecniche di cattura della preda, sono sfruttate come traslato nelle competizioni di Sheepdog, dove il compito del cane è quello di condurre un gregge dall’ovile ai pascoli e viceversa, radunando tutte le pecore seguendo i segnali del pastore (conduttore). Ma deve anche isolare singoli capi, ad esempio, per la tosatura o per altre attività umane. 

Tutto questo il cane lo fa esattamente come lo facevano i suoi avi e come lo fanno tuttora i lupi attaccando una mandria. 

Ovviamente di tutte le fasi verrà a mancare la consumazione, la povera pecora è salva! A questo proposito occorre esaltare il rispetto dei concorrenti dei trials nei confronti di entrambe gli animali: cane e pecora.
La socialità canina è rappresentata nel lavoro di gruppo, ecco che l’uomo ha inventato uno sport che sfrutta questa caratteristica: il Flyball, dove una squadra di quattro cani ne sfida un’altra in una staffetta mozza fiato avanti e indietro su un percorso rettilineo che vede vincitrice la squadra più veloce.
Tutto in un minuto

Tutto in un minuto

di Nicolò Maniscalco e Diego Piccardo
PubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Saggio
ISBN 1254581681
Narrativa
ebook 2,99€
Cartaceo 15,00€

Il più conosciuto sport cinofilo, e più antico dopo quelli venatori e lo Sheepdog, è l’Agility dog, dove il binomio si cimenta in un percorso a ostacoli.

Conduttore e cane corrono fianco a fianco, il primo impartisce segnali verbali e posturali indicatori degli ostacoli da affrontare. Vince la competizione chi termina il percorso senza errori e nel minor tempo.
Derivati dall’Agility dog e in versione acquatica c’è il Freestyle all’interno dei Water Games: circuito e ostacoli in piscina!

Un altro sport conosciuto e nato più o meno negli anni dell’Agility dog è l'Obedience.

Disciplina nata per valutare le capacità di un binomio uomo-cane di eseguire una routine di esercizi via via più elaborati salendo con le classi.
Recentemente è stato importato dal centro Europa un nuovo sport, l’Hoopers, che sfrutta le capacità del cane di ascoltare e ragionare (si ho scritto "ragionare", perché il cane è in grado di farlo) sulle indicazioni date da un conduttore, che in questo caso si chiama “navigatore” perché proprio come quello dell’auto indica al cane un percorso su un terreno che può essere vasto come un campo di calcio, la difficoltà sta nel fatto che il navigatore umano resta confinato un cerchio di due metri di diametro, facendo correre il cane tra vari ostacoli sull’intera area di gioco indicandogli la strada da percorrere.
Il cane si muoverà all’interno del percorso ascoltando queste indicazioni.
Secondo me questo è di gran lunga il più difficile sport cinofilo.
Quelli descritti sono solo cinque della quarantina di discipline cinofilo-sportive, nate e sviluppate dall’uomo, per vivere momenti spensierati con il proprio cane. Ecco perché si può affermare che questi sport si sono diffusi per consolidare la millenaria coesistenza tra l’Homo sapiens e il Canis lupus familiaris.

[1]Il mesolitico è il periodo centrale dell’età della pietra (circa da 12.000 a 10.000 anni fa); alcuni studiosi fanno risalire l’inizio della domesticazione anche prima, ma la maggioranza concorda con questo periodo.
[2]Il termine “culturale” abbinato alle caratteristiche del cane l’ho già utilizzato nell’articolo precedente.

Immagine di copertina: © Nicolò Maniscalco | Honey durante una competizione di Agility Dog.

Nicolò Maniscalco
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Pets life: le vite nascoste dei nostri animali

Pets life: le vite nascoste dei nostri animali

Pets life: le vite nascoste dei nostri animali

Lifestyle Di Elena Genero Santoro. Dal documentario di Netflix, riflessioni sulle vite nascoste dei nostri animali: talenti naturali,  comportamenti acquisti e pet therapy.

Mia nonna, intrisa di nozioni del catechismo, operava una netta distinzione tra gli esseri umani e gli animali, le bestie, esseri per definizione inferiori che Dio ci ha dato affinché ne disponessimo a nostro piacimento. Noi umani siamo dotati di anima, quindi soggetti al giudizio divino una volta morti; gli animali invece, senza anima, sarebbero fuori da questo giro. Non è chiaro che fine facciano, forse smettono di esistere e basta.
In realtà mia nonna si affezionava anche ai suoi animali, operava le galline quando si riempivano il gozzo e si soffocavano col pastone e andava in panico quando il gatto Giuliano, felino di rara intelligenza e di efferata cattiveria, spariva per interi giorni per le sue avventure erotiche.

Mia nonna ammetteva con difficoltà di voler bene agli animali, perché erano bestie, uno scalino sotto di noi.

E se da una donna nata nel 1910 ed educata a considerare la Bibbia come un testo quasi scientifico (il mondo creato in sette giorni) non si può pretendere un approccio diverso, nemmeno quando facevo il liceo (inizio anni Novanta) le cose andavano meglio. Quando in filosofia si parlava di coscienza e autocoscienza la deduzione finale era che è autocosciente chi si riconosce allo specchio, quindi gli animali no, i bambini iniziano verso i diciotto mesi.

Nel frattempo l'osservazione degli animali si è ampliata, sono stati fatti degli studi che andavano oltre l'osservazione del leone all'inseguimento della gazzella. Ci si è concentrati sugli animali domestici.

Basta frequentare il web per trovare fenomeni notevoli. Oppure guardare il documentario di Netflix Le vite nascoste dei nostri animali per scoprire che definirli "bestie" è riduttivo.
Nel film Ratatouille della Disney il topo Remy realizza il suo sogno di diventare chef al ritmo del leitmotiv "Chiunque può cucinare". Il critico Anton Ego, alla fine, capisce il senso di quella frase. Non vuol dire che chiunque sia in grado di cucinare, ma che il vero talento si può trovare nascosto nei posti più impensati.

Quindi, non tutti gli animali sono intelligenti allo stesso modo, e qualcuno non lo è affatto (esattamente come gli umani), ma alcune delle creature che popolano le nostre case hanno abilità che non immagineremmo e che se adeguatamente stimolate potrebbero stupirci.

Ci sono comportamenti istintivi, talenti dati in dotazione dalla natura, come il sensore termico sul naso dei cani, che consente loro di "vedere" in base al calore. Ci sono comportamenti collettivi, come quelli degli animali in branco che si coordinano tra di loro, come gli stormi di uccelli. Ancora più affascinanti sono però i comportamenti acquisiti, perché, ebbene sì, gli animali apprendono.
È il caso del geco che impara ad aprire una porta guardando un suo simile in un filmato. O dei pappagallini che hanno capito come ottenere cibo in cambio di monete e quando a uno di loro è impedito di procurarselo, gli altri acquistano cibo anche per lui, collaborando. Sono letteralmente impazzita quando ho visto due topine che guidavano la macchina! Una macchinina della loro taglia, quadrata, di plexiglass, che loro hanno imparato a governare per raggiungere il cibo. Ci hanno messo sei mesi ad affinare l'abilità. All'inizio sapevano solo andare avanti, poi hanno imparato pure le manovre.

Mi hanno fatto pensare alla mia Moony, la mia porcellina d'India venuta a mancare lo scorso 10 marzo.

Era una bestiola intelligente e quando penso a lei ho ancora il magone, non solo perché non siamo riusciti a salvarla, ma anche perché mi sarebbe piaciuto godermela un po' di più. Era sveglia, curiosa, aveva uno sguardo vivo. A differenza di suo marito Stellina e di suo figlio Grisbì, Moony sapeva tornare al suo recinto da qualunque punto della casa. Nell'ultimo periodo si nutriva solo di pappine, dovevo imboccarla sempre con una siringa, ma è interessante spiegare che se all'inizio dovevo ficcarle la minestrina in bocca con siringhe da un millilitro, nelle settimane aveva capito come ciucciare in autonomia da una siringa più grossa. Negli ultimi giorni aveva persino imparato a leccare dal cucchiaino. Quando la mettevo sul tavolo lei si poneva in attesa, immobile. Le posavo la siringa vuota di fianco e lei non faceva una piega. Ma quando l'odore della pappina pronta si spandeva per la stanza, la mia Moony, fino a quel momento serafica, si rianimava, mi indicava la siringa, cercava di metterla in bocca, conscia che stavo per servirle la cena. Ed era una cavia.
Mi piace pensare che una come lei sarebbe stata più che in grado di guidare una macchina per topi. E anche di arrivare per prima.

Leggi anche Elena Genero Santoro | Pets life: i porcellini d'India sono una fregatura

Poi, quando si inizia a esplorare il mondo dei cani, si entra in un vortice di sentimenti che vanno oltre le aspettative.

Torniamo al documentario Le vite nascoste dei nostri animali. C'è un cane che fa parapendio col suo padrone. Si fida a tal punto da lanciarsi nel vuoto con lui. Un'altra cagnolina, già star del web, parla. O meglio, schiaccia pulsanti sul pavimento che pronunciano parole. Ha iniziato con "outside" associando il pulsante alla passeggiata fuori, ma poi il vocabolario si è ampliato e la bestiola, tra un pulsante parlante e l'altro, ora fa delle vere dichiarazioni d'amore alla mamma umana. Un caso? E quando si specchia pare che si riconosca. Ma allora, quella storia dell'autocoscienza e delle bestie senza anima?
C'è un cane dolcissimo che da quando la sorella è morta si è legato molto ai suoi padroni (marito e moglie). Quando il marito si è rotto un piede e portava le stampelle, il cane zoppicava insieme a lui, per poi rimettersi a correre come un pazzo appena la moglie lo portava a spasso. Nessun veterinario gli ha riscontrato problemi fisici alla zampa: quel cane era solo malato di empatia.

Il documentario di Netflix non menziona le scimmie, da sempre ritenute l'anello di congiunzione tra uomo e resto della fauna, ma in questi giorni sul web circolava la notizia di una mamma scimpanzé che ha portato il figlio ferito dal veterinario.

Sarebbe arduo affermare che una creatura così sia priva di coscienza. E non si tratta solo di istinto genitoriale: la mamma scimpanzé sapeva esattamente dove portare il figlio per fargli ottenere dell'aiuto. Ha unito i sentimenti (istintivi?) di accudimento alla conoscenza acquisita della soluzione pratica.
Gli esempi di animali che prestano soccorso ai loro simili sono tanti. A volte vengono in aiuto persino degli umani. Con buona pace di quelli che considerano l'uomo come il padrone del creato.

Concludo con la pet therapy.

Non avevo mai capito bene cosa fosse, che benefici procurasse. Pensavo che occuparsi degli animali fosse un tenero diversivo per chi era ammalato.
In questi giorni ho preso il Covid. Sono stata abbastanza male e oltre al contatto con i miei figli ho dovuto rinunciare al contatto con i miei porcellini d'India Stellina e Grisbì. Questo non perché le cavie potessero contagiarsi, ma perché Stellina necessitava di una visita veterinaria e rischiava di diventare un mezzo di diffusione del virus per chi lo toccava: per mia madre che lo avrebbe accompagnato e per la veterinaria che lo avrebbe visitato. Quando Stellina è tornato l'ho subito preso in braccio. Me lo sono tenuto stretto, tenero e caldo com'era, nell'incavo nel mio collo. L'ho abbracciato a lungo. Deve avermi scatenato una tempesta di endorfine perché mi sono sentita fisicamente meglio. Allora ho intuito. La natura ci ha fornito gli animali da compagnia. Non importa che non sappiano parlare, non sappiano barattare il cibo coi soldi o non sappiano girare per la casa senza perdersi. La loro tenerezza, comunque, ci salverà.


Elena Genero Santoro
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Il veganesimo: una scelta di vita cruelty free

Il veganesimo: una scelta di vita cruelty free

Il veganesimo: una scelta di vita cruelty free

Lifestyle Di Stefania Bergo. Il veganesimo è una scelta alimentare e di vita, non solo più rispettosa degli animali ma anche più consapevole e lungimirante, pensando al futuro del nostro pianeta. A patto che sia davvero cruelty free, dalle parole ai fatti. 

Ormai è molto più di una moda alimentare, molto più di un fenomeno sociale che spesso si incrocia con l’essere hipster e fa tendenza. Sto parlando del veganesimo, cioè di quel movimento filosofico basato su uno stile di vita che rifiuta ogni forma di violenza e sfruttamento degli animali, perché mira a eliminare ogni loro derivato non solo dalla dieta, ma anche dall'abbigliamento (pelle, lana e seta, ad esempio), dagli spettacoli di intrattenimento (come i circhi e gli zoo), dalla sperimentazione medica, dai prodotti cosmetici e ogni altro ambito.

Il veganesimo ha avuto inizio a Leicester il primo novembre 1944, il giorno in cui Donald Watson, insegnante inglese, fondò la Vegan Society, dopo essere uscito dalla Vegetarian Society.

Vegetariani e vegani, infatti, si erano divisi proprio sul tema dei diritti degli animali, in quanto, i vegani erano, e sono tuttora, contrari a qualsiasi forma di sfruttamento, dato che questo avviene quasi sempre in condizioni di estrema crudeltà. Nella filosofia vegana si parla anche di antispecismo, ovvero: tutte le specie animali viventi sono moralmente uguali e hanno pari dignità.
E per i vegani, la scelta di vita cruelty free inizia proprio dal piatto (e dovrebbe proseguire, se non essere preceduta, anche con i rapporti umani... ma ci ritorno poi): si astengono da tutti i cibi che contengono prodotti di derivazione animale, quindi anche latte, formaggi, uova e miele.


Ma perchè eliminare anche uova e latticini dalla tavola quando questi non presuppongono l'uccisione degli animali? 

Perché solitamente non c'è Haidi a mungere le mucche, tanto meno Banderas a chiedere gentilmente un uovo alle galline. La differenza sta appunto, sempre nel modo in cui gli animali vengono trattati, conoscendo i metodi di allevamento intensivo e la competizione che gli allevatori devono affrontare se vogliono rimanere in attività.
«C'è più crudeltà in un bicchiere di latte che in una bistecca al sangue», non ricordo chi l'abbia detto per primo, ma mi è rimasta impressa e ho iniziato a documentarmi, a leggere articoli (come ad esempio sul  sito della LAV, Lega Anti Vvisezione) e guardare video di forte impatto emotivo, almeno per me (è facile trovare in rete filmati di bestiame al macello, in batterie disumane di stalle lager, animali da pelliccia scuoiati vivi, pulcini tritati, oche ingozzate fino a scoppiare). Ed è proprio partendo da questo che ho maturato la mia personale scelta, semplicemente etica, di voler contribuire il meno possibile alla crudeltà del mondo.

In generale, negli allevamenti intensivi gli animali – mucche, maiali o polli che siano – sono tenuti sempre al chiuso, in gabbia, stipati o in spazi ristretti, trattati come semplici macchine da produzione.

Questo è un dato di fatto: l’allevamento intensivo è la più grande causa di maltrattamento animale sul pianeta, spezza il loro legame con la terra, li toglie dal pascolo, tipico di un allevamento tradizionale, e li ammassa in capannoni e recinti fangosi, nutriti e infarciti di farmaci per produrre e ingrassare a nostro usufrutto.
Inoltre, il bestiame industriale viene in genere nutrito con alimenti commestibili, come cereali, soia o pesce, che dovrebbero essere destinati alle persone, e le risorse alimentari consumate dagli animali sono maggiori di quante essi ne producano sotto forma di carne, latte e uova destinati al mercato. Per non parlare del consumo di acqua e delle emissioni di gas serra. Anche tralasciando l'aspetto, tutt'altro che secondario, del maltrattamento degli animali, l'impatto ambientale degli allevamenti intensivi è decisamente notevole e il rapporto costi/benefici svantaggioso sotto tutti punti di vista. Dal sito della FAO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, si legge:
Il settore zootecnico è il più grande consumatore mondiale di terreni agricoli, attraverso il pascolo e l'uso di colture per l'alimentazione degli animali. Inoltre, è la principale causa di cambiamento climatico.

Latte vegetale e avocado non mancano mai in una dieta vegana.

Ma la dieta vegana fa bene o ha delle controindicazioni mediche?

La stragrande maggioranza degli studiosi e degli esperti di nutrizione concorda nel ritenere auspicabile una diminuzione generale del consumo di carne, e in generale di proteine di origine animale, per motivi di salute e benessere individuali. Ed eliminarle completamente potrebbe apparire come un estremismo inutile. Ma infatti, dal punto di vista strettamente medico, credo che non ci siano studi oggettivi sufficienti, né in un senso, né nell'altro, se si eccettua il celeberrimo, controverso e sempre citato studio epidemiologico condotto in Cina negli anni ’70 e ’80 per individuare il rapporto tra alimentazione e malattie (The China study).

In generale, mangiare vegano è salutare, a patto che nella scelta degli alimenti si faccia attenzione a garantire il giusto apporto delle sostanze nutrizionali necessarie a un’alimentazione equilibrata.

Ecco perché i vegani, come me, fanno ampio uso di frutta secca e semi oleosi, in grado di garantire un apprezzabile apporto di grassi e proteine vegetali, così come di legumi, preziosi e gustosi alleati in cucina e a volte anche di integratori naturali, a base di alghe o vitamine del gruppo B.
Attenzione, però, i vegani non sono una banda di auto-lesionisti che ha deciso di mangiare solo tofu, mirtilli rossi e semi di sesamo! Togliere le proteine animali non significa togliere anche il gusto dai piatti. Ci sono anche chef stellati che hanno abbracciato questa filosofia di vita, o che forse cavalcano semplicemente l'onda, e sfornano pranzetti invitanti per tutti i palati.


Il tema diventa più delicato quando si parla di bambini. 

I bambini che osservano, per decisione dei genitori, una dieta cruelty free già al di sotto del primo anno di età hanno bisogni particolari. La comunità scientifica ancora sta dibattendo sull'alimentazione dei neonati, per cui riservano le maggiori diffidenze, soprattutto sulle alternative al latte materno, che comunque dovrebbero essere prese in considerazione solo nel caso in cui la mamma non avesse la possibilità di allattare al seno il proprio piccolo, cosa che rimane ancora il miglior modo per prendersi cura della sua salute.
Lo svezzamento, invece, non sembrerebbe presentare particolari problemi, a patto che i genitori si informino e vengano seguiti da un pediatra specialista in alimentazione vegetariana e vegana: è infatti richiesta una maggiore attenzione per sostituire, ed è possibile, in modo consapevole e sicuro le proteine animali, tenendo presente le necessità individuali, che possono contrastare con la scelta etica. E, quando si tratta dei nostri figli e della loro salute, si sa, si finisce col chiudere un occhio sul resto, nel caso in cui non ci siano alternative.

Studi scientifici, che di scientifico hanno solo il nome, bufale, false credenze e congetture.

Oltre all'analisi dell'arcata dentaria, che secondo alcuni è tipica degli erbivori, secondo altri degli onnivori, o alle elucubrazioni sulla lunghezza dell'intestino tenue, una questione non così nota, ma che è stata comunque presa in considerazione dalla comunità scientifica, è quella della salute mentale di chi osserva una dieta vegetariana o vegana. Finora, nessuno studio è riuscito a stabilire scientificamente che vegani e vegetariani tendano ad avere più disturbi mentali degli onnivori, dato che alcune conclusioni sembrano confermarlo, altre portano a una verità opposta.
Non credo sia così difficile, comunque, pensare che i vegani siano più soggetti all'ansia o alle paturnie. Se la scelta è dettata dalla moda, i sedicenti vegani vivono perennemente sul piede di guerra, con ansia, appunto, per convertire chiunque entri nella loro sfera sociale e non la pensi come loro. Ma, personalmente, trovo difficile pensare che lo siano davvero, che abbiano cioè abbracciato una scelta di vita che, di fatto, professa la non violenza.

Ma quando la scelta è davvero etica e consapevole, si presume che si tratti di persone estremamente sensibili, che tendono ad essere più empatiche verso persone e animali.

Ma sono anche le più esposte ai disturbi dell’ansia perchè hanno, per così dire, più nervi scoperti. Oppure sono soggette a stress perchè devono continuamente giustificare la loro scelta alimentare a chi cerca, in tutti i modi, di minimizzarla a mania (ciò non avviene con chi ha scelto, ad esempio, di mangiare solo riso in bianco per pranzo o di seguire la fantomatica dieta del limone, come mai?).
È altresì un dato di fatto che i disturbi nevrotici siano più diffusi tra le donne rispetto agli uomini, eppure (quasi) nessuno si sognerebbe di dire che ci sia qualcosa di male o di inferiore nell’essere donna, o che, dato che i malesseri psichiatrici sembrano essere più diffusi tra gli studenti universitari iscritti a facoltà umanistiche, la Filosofia causi nevrosi. Sarebbero mere, sbagliate, congetture.

Go vegan

Go vegan: la scelta, libera e personale, di far entrare nella mia vita meno crudeltà possibile. Un veganesimo senza pregiudizi o presunzioni. 

In definitiva, il veganesimo può essere visto come una scelta alimentare, e di vita, non solo più rispettosa degli animali ma anche più consapevole e lungimirante, pensando al futuro del nostro pianeta. Ciò non significa che sia l'unica e che i vegani siano esseri umani migliori di altri che non seguono il loro esempio, perchè, appunto, di scelta personale si tratta. E magari non è nemmeno quella più efficace. Ognuno, quindi, è libero di scegliere il proprio modo per contribuire a ridurre lo sfruttamento indiscriminato degli animali e salvaguardare il pianeta – può persino scegliere di fregarsene.
Molti pensano che il sottotitolo dei vegani – e forse dipende da come loro stessi si pongono – sia: "Chi mangia la carne non ha la mia stessa sensibilità", è, per così dire, un insensibile. In realtà non è sempre così. Non sempre la scelta vegana è un dito puntato contro gli onnivori. Nel mio caso, e per molti cari amici che conosco, non lo è. Lo dimostra il fatto che a mia figlia non imponga la mia scelta, pur curando la sua alimentazione, introducendo il meno possibile le proteine animali nella sua dieta, ma credo che certe scelte vadano maturate in autonomia. Quando sarà grande, quindi. Per il momento, mi limito a raccontarle le mie motivazioni, supportandole con una verità che spesso la fa riflettere.

Ma a volte, sono proprio i vegani a ergersi a giudici, dimenticando che magari fino a qualche anno prima sono stati onnivori pure loro. E forse il problema di comunicazione nasce proprio da lì.

Non condivido l'aggressività di chi si scaglia con rabbia contro gli altri. Ognuno matura le proprie scelte in tempi diversi, pure io fino a sette anni fa non ero attenta a questi aspetti, pur dedicandomi ad aiutare, nel mio piccolo, il prossimo, ed ero tranquillamente carnivora. Non possiamo sapere in che altro modo ogni individuo stia contribuendo a rendere il mondo un posto migliore. Il veganesimo è uno stile di vita che dovrebbe abbracciare anche i rapporti umani, il rispetto per la diversità e le idee altrui, e l'intolleranza, pur sempre una forma di violenza, non dovrebbe essere contemplata. Nessun può vivere senza macchia. Oppure, al contrario, essere (apparentemente) così puri credo sia una mera, ulteriore, forma di fanatismo.
Questo non significa che non dobbiamo portare le nostre ragioni, anzi. Ma se anche il nostro approccio fosse davvero cruelty free, non pensate sarebbe maggiormente compreso e più efficace?

Stefania Bergo
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Rimedi naturali: i mille usi del bicarbonato di sodio

Rimedi naturali: i mille usi del bicarbonato di sodio

Rimedi naturali: i mille usi del bicarbonato di sodio

Lifestyle Di Valentina Gerini. Caratteristiche e utilizzi del bicarbonato, un sale prezioso in cucina e un rimedio naturale per le pulizie di casa.

Il bicarbonato, o baking soda, è una polvere bianca con granuli cristallini, un sale di sodio dell'acido carbonico. In natura, oltre che disciolto in acque superficiali e sotterranee, a volte è presente come minerale, la nahcolite.
Industrialmente il bicarbonato si produce tramite il metodo Solvay, che consiste nel far passare ammoniaca e anidride carbonica in una soluzione di cloruro di sodio. La reazione produce cloruro di ammonio e bicarbonato di sodio, la cui formula chimica è NaHCO3.
Nonostante io sia sempre stata una schiappa in chimica, il metodo Solvay non è del tutto nuovo per me. Vi spiego perché.

Rosignano Solvay e le sue spiagge caraibiche. Cosa c'è dietro a quei fantastici colori?

Nella provincia di Livorno, infatti, poco distante da dove vivo io, c'è una località chiamata Rosignano Solvay. È conosciuta per le sue spiagge bianche e paradisiache che ricordano molto quelle Caraibiche: sabbia bianca e fine; mare che dall'azzurro sfuma al verde smeraldo. Se ci fossero anche le palme si potrebbe proprio pensare di aver scovato un piccolo angolo di paradiso tropicale in Toscana. Ma non è tutto oro ciò che luccica! A tutto questo ben di dio c'è una spiegazione logica, anzi, direi... chimica.
Proprio a ridosso del mare, un'instancabile parco industriale produce: carbonato di sodio, bicarbonato di sodio anche per uso farmaceutico, cloruro di calcio, cloro, acido cloridrico, clorometani, materie plastiche, perossido di idrogeno (acqua ossigenata)... Insomma, lo stile caraibico di quel tratto di litorale toscano non sembrerebbe propriamente merito della natura, bensì degli scarichi di carbonato di calcio dell’industria Solvay.
In in alcuni punti, l'anno passato, fu emesso un temporaneo divieto di balneazione. Questo ci fa capire che, per quanto il bicarbonato possa essere utile e innocuo, in grandi quantità può essere nocivo. Dunque, partendo dal presupposto che, come ogni cosa, va usatao nel giusto dosaggio, voglio parlarvi degli utilizzi del bicarbonato nella vita di tutti i giorni. Esso infatti è ottimo come lievito naturale per dolci, con l'aggiunta di aceto, oppure come digestivo. Io però voglio soffermarmi su alcuni metodi naturali per la pulizia della casa.

In cucina: come pulire il forno in tre semplici mosse!

Il bicarbonato si può utilizzare per la pulizia della cucina.
Parliamo, in particolare, della pulizia del forno. Ero scettica quando qualcuno me ne parlò ma, dopo aver provato, ammetto che adesso è l'unico metodo che utilizzo per pulirlo dalle incrostazioni.
Prendete una ciotola, mettete un po' di bicarbonato e dell'acqua, quanta ne serve per creare una crema omogenea. Con l'aiuto di una spugna cospargete la "crema" su tutte le pareti del forno, vetro compreso.
In una teglia da forno mettete del bicarbonato, dell'acqua e un po' d'aceto (io uso quello di mele ma anche quello di vino va bene). Mettete la teglia in forno, accendete a 80°/100°C e lasciate "cuocere" per una ventina di minuti. Vedrete evaporare l'aceto e sulle pareti si formerà una sottile crosta dovuta al bicarbonato precedentemente spalmato.
Lasciate raffreddare e poi, con l'aiuto di una spugna o un panno bagnato, rimuovete la crosta. Verrà via facilmente con un paio di leggere strofinate. Lucidate semplicemente con un panno bagnato e il gioco è fatto.

In camera da letto: per disinfettare il materasso.

Dalla cucina passiamo alla camera. Cercate un metodo naturale e semplice per la pulizia e la disinfezione del materasso? Questo è ciò che fa per voi. Ancora tre semplici azioni per una pulizia profonda.
Cospargete il materasso di bicarbonato e lasciate riposare per qualche ora, dopodiché aspirate bene con un aspirapolvere potente.
Dopo aver disinfettato con il bicarbonato, preparate una soluzione di succo di limone, aceto, acqua tiepida e 5 gocce di Tea Tree oil. Inserite il liquido ottenuto in uno spruzzino, agitate un poco e poi nebulizzate qualche spruzzo sul materasso. Lasciate asciugare bene.
Adesso potete fare il letto, mettendo il vostro coprimaterasso, le lenzuola e le coperte. Esso sarà disinfettato, pulito e privato di acari.


Se conoscete altri usi del bicarbonato e volete condividere i vostri consigli con i nostri lettori, vi invitiamo a commentare sotto questo articolo. I più interessanti saranno utilizzati per un nuovo editoriale.


Valentina Gerini
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Lo Shinrin-yoku: gli straordinari benefici del bagno nella foresta

Lo Shinrin-yoku: gli straordinari benefici del bagno nella foresta

Lo Shinrin-yoku: gli straordinari benefici del bagno nella foresta

Lifestyle Di Marco Mastrorilli. Lo Shinrin-yoku, il "bagno nella foresta", è una pratica giapponese con straordinari benefici su corpo e mente: riduce la frequenza cardiaca e la pressione, combatte lo stress e aumenta le difese immunitarie.

Gli studi sulla popolazione umana indicano in modo inquietante che nel 2050 il 70% della gente vivrà nelle aree urbane con un notevole incremento numerico delle megalopoli.
In questo scenario l’ipotesi che la popolazione diventi più sedentaria e meno incline a frequentare le aree naturali sembra divenire realtà.
È necessario però fare il possibile per invertire la tendenza, perché è dimostrato scientificamente che “immergersi” negli ambienti naturali fa bene alla nostra salute.
Per fortuna, la consapevolezza e il desiderio di vivere esperienze di contatto diretto e frequente con l’ambiente naturale sono decisamente in crescita.

Una delle più performanti terapie che la natura ci può donare è quella che i giapponesi hanno definito con il termine Shinrin-yoku.

Il termine fu coniato nel 1982 da Tomohide Akiyama (direttore dell’Agenzia forestale giapponese), ribattezzato dagli inglesi Forest Bathing.
In Giappone, sono così convinti dei benefici di questa attività considerata terapeutica, tanto che lo Shinrin-yoku viene sostenuto dal sistema sanitario nazionale, nonché studiato e messo in pratica nelle università di medicina e nelle cliniche del Giappone.

Una traduzione letterale italiana ci porta al “bagno di o nella foresta”, una pratica che sta trovando sempre maggiore spazio, specie nella vita quotidiana, stritolata da tecnologie e agende con impegni sempre più serrati.

Tutti noi, più o meno consapevolmente, abbiamo provato almeno una volta la piacevole sensazione che ne deriva dalla passeggiata in un bosco o in parco.
Questo effetto contestualizzato in questa disciplina è di fatto un’immersione nell’atmosfera del bosco e, come vedremo, la scienza ha dimostrato essere un corollario di effetti benefici.
Proviamo a sfogliarli insieme.
Basta poco, girando nell’infinito panorama del web, per scovare articoli scientifici e ricerche prodotte in ogni continente che convergono sugli straordinari effetti prodotti dall’ecosistema bosco, rigeneranti, distensivi e persino curativi.

Quali sono i benefici del "bagno nella foresta" o Shinrin-yoku?

Le nostre capacità sensoriali, che nelle città si sopiscono e attenuano, nel bosco si rimettono in moto, permettendoci di percepire nuove sensazioni.
Gli effetti salutari, peraltro misurabili scientificamente, sono in particolare:
  • la diminuzione della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna
  • l’abbassamento dei livelli di cortisone e amilasi salivare (che sono indicatori di stress e tensione)
  • aumento significativo delle difese immunitarie

Questi risultati si conseguono perché nel bosco le piante arricchiscono l’aria di ossigeno che possiamo assumere direttamente respirando i fitonciti, ovvero oli essenziali legnosi rilasciati dagli alberi in forma volatile.

Le resine prodotte dagli alberi in boschi e foreste sono principalmente costituite da terpeni, ovvero molecole lipidiche protagoniste al centro di molti prodotti e rimedi erboristici.
Ma il bosco è anche il luogo del risveglio di una delle nostre capacità sensoriali più sottostimate: l’udito.

I boschi e le foreste, oltre ad allietarci con la loro visione, sono autentici paesaggi sonori che riescono a produrre un altro beneficio importante regalandoci suoni naturali molto rigeneranti.

Uno studio condotto da ricercatori della Sound and Light Ecology Team della Colorado State University, nelle loro aree protette, ha evidenziato l’importanza primaria del suono delle acque e del canto degli uccelli.
L’acqua, infatti, nella ricerca pubblicata su Pnas ha dimostrato la sua valenza complessiva con un’azione rigenerante e terapeutica sulla nostra salute, ma sono gli uccelli, con il loro canto, ad avere dimostrato la loro efficacia diretta nella riduzione dello stress.

Ovviamente come accade per gli alimenti salutari, anche per il bagno nella foresta è auspicabile una pratica ripetuta, nonostante uno studio giapponese abbia dimostrato la durata degli effetti ben oltre la settimana.

Lo Shinrin-yoku è pertanto attivo e performante sullo stato d’ansia e persino sulla depressione. Alcuni studi condotti in Giappone hanno mostrato ottimi risultati anche con i pazienti nella fase di recupero post-operatorio, nel miglioramento della qualità del sonno.
Anche negli studi condotti sulla relazione tra il bagno di foresta e il diabete hanno scoperto sorprendenti benefici.
In un articolo, apparso sull’International Journal of Biometeorology, i ricercatori giapponesi hanno dimostrato che in un monitoraggio condotto per sei anni su 87 pazienti diabetici (58 donne e 29 uomini) il livello di glucosio scendeva dopo lo Shinrin-yoku.

Non mancano risultati sorprendenti anche sui giovani.

La generazione dei nativi digitali, vittime dello stress e della vita frenetica, ha sovente riscontrato l’ADHD, cioè la Sindrome di iperattività e l’incapacità di concentrarsi.
Frequentare aree boschive, tuttavia, porta a un miglioramento della capacità creative e di concentrazione agendo quindi nella limitazione dell’ADHD.
Qualsiasi direzione prendiamo nel campo della ricerca, scopriamo nuove conferme dell’importanza del bagno nella foresta e sono certo che basta una passeggiata rigenerante nel bosco per sentire i primi benefici di questa immersione nella natura. Sarà il nostro fisico a confermalo.

Sullo Shinrin-yoku e i suoi benefici vi segnalo questi tre libri, che ritengo tra i migliori sull’argomento.

Gli straordinari benefici del bagno nella foresta

Shinrin Yoku. Ritrovare il benessere con l'arte giapponese del bagno nella foresta di Annette Lavrijsen (Giunti)

È uno dei libri più idonei per aiutarci a scoprire gli effetti benefici del bagno nella foresta e ritrovare la gioia atavica del contatto con la natura. Annette Lavrijsen ci prende per mano con un appassionante percorso per entrare con il giusto approccio nel magico cosmo delle foreste e dei boschi.
La scrittrice olandese definisce la natura come una vera medicina e attraverso una serie di indicazioni, percorsi personalizzabili, ci conduce a scoprire le numerose sfaccettature di una pratica che può solo portare benessere a chi lo pratica.
È anche un bel libro dal punto di vista grafico, piacevole al tatto la copertina, mentre l’interno mostra il contrasto tra il nero del testo e il verde di titoli e sottotitoli. Gradevolissimo anche alla vista.
Il libro fornisce inoltre numerosi esercizi che possiamo mettere in pratica sin dalle prime pagine, finalizzati a farci prendere maggior consapevolezza (mindfulness) di quanto la natura ci offre durante una passeggiata nel bosco.

Shinrin-yoku. L'immersione nei boschi. Il rituale giapponese per liberarsi dall'ansia e dallo stress di Selene Calloni Williams (Edizioni Studio Tesi)

Lo Shinrin-Yoku oggi è sempre più diffuso e questo libro è uno dei volumi migliori offre molti spunti anche di contatto con diverse discipline orientali.
Per questo motivo il testo composto da numerosi paragrafi offre molteplici punti di vista naturali e di carattere spirituale. Selene Calloni, del resto, è una grande comunicatrice come dimostrano le numerose live che ogni settimana regala ai suoi followers.
Interessante la parte conclusiva del libro che propone 60 pagine dedicate a 30 diverse specie di alberi, presentate con una parte generale descrittiva e una dedicata al “dialogo immaginario”, come lo definisce la stessa autrice. Così, a esempio, il mirto può lenire le ferite adolescenziali, al corbezzolo puoi parlare delle tue paure legate alle malattie oppure al faggio puoi chiedere aiuto per risolvere i problemi con padri e madri. Un libro che allinea lo Shinrin-Yoku alla spiritualità.

Clorofillati: Ritornare alla Natura e rigenerarsi di Marcella Danon (Feltrinelli)

Una chiave d’approccio al bagno nella foresta diverso ma molto coinvolgente. L’incipit di questo libro ci apre l’orizzonte del libro: «Natura. È la parola d’ordine per i nostri tempi… La nostra sfida evolutiva».
Marcella Danon è psicologa e giornalista. Questa sua formazione emerge tra le pagine del libro, mostrando un’attenzione particolare alla conservazione della terra, quasi vi fosse la necessità di un dare e avere. La foresta e gli alberi ci donano molto, ma Marcella Danon chiede più rispetto per questi ecosistemi così maltrattati.
Allo stesso tempo è un libro che converge sovente su esempi di ricerche scientifiche per dimostrare l’importanza di un’immersione nei boschi. Si evidenzia l’importanza della meditazione e della respirazione cosciente collegandola alla filosofia yogica, che ci porta non solo a ispirare componenti chimiche ma anche energetiche. L’autrice, da buona psicologa, pone attenzione alla cosiddetta Green Mindfulness ovvero a una consapevolezza di quanto può offrirci la natura e  alla capacità di potenziare la nostra psiche.
Un libro che consiglio vivamente di leggere, con un taglio legato ai risvolti psicologici del nostro approccio al bagno nella foresta.  


Marco Mastrorilli
Organizzatore del Festival dei gufi, ho un canale Youtube che mi diverte si chiama Gufotube.
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