
Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo: incipit



La Madre del Ventodi Emma FenuPubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Narrativa Formato tascabile | 142 pagine ISBN 979-1254587218 Cartaceo 13,00€ Ebook 2,99€ |
Con la mia valigia gialladi Stefania BergoPubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Memoir di viaggio | Narrativa non fiction Copertina flessibile | 196 pagine Cartaceo 12,00€ Ebook 1,09€ |
La Putina dele Strasse (VOL. 1)
di Maurizio Spano |
Il sogno dell'isoladi Tamara MarcelliPubMe – Collana Gli scrittori della porta accanto Romance | Narrativa Copertina flessibile | 240 pagine ISBN 978-8833667584 Ebook 2,99€ Cartaceo 13,00€ |
Il mare e la nebbiadi Rosa SantiPubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Narrativa ISBN 978-8833666235 cartaceo 10,00€ ebook 2,99€ |
Bayahibe
di Valentina Gerini |
Plasticamente
di Elena Genero Santoro |
Stefania Bergo |

Un battito cardiaco irregolare, una cicatrice che brucia sulla pelle e nell’anima.
«La prima volta che feci un bagno dopo l’intervento, non riuscivo a guardare la ferita. Era brutta, imbastita di punti neri: mi deturpava. Il mio sguardo sopra di essa scivolava via in fretta, come l’acqua strizzata dalla spugna.»
Questa è la storia di una donna che ha dovuto imparare a convivere con un pacemaker che le ha ridato la vita, ma che, in qualche modo, le ha anche tolto qualcosa. Un memoir potente, ironico e disarmante. Attraverso una narrazione che mescola le reminiscenze dell’infanzia con le sfide della malattia e le riflessioni dell’età adulta, l’autrice intreccia determinazione e forza di volontà con la delicatezza delle emozioni umane più profonde. Ne emerge l’intima relazione tra mente, corpo, emozioni e spiritualità, ma anche tra fragilità e resilienza dell’animo umano.
Un’infanzia piena di energia, sempre in movimento tra danza, ginnastica, nuoto, escursioni in montagna, una vitalità che spinge a non fermarsi mai, un rifugio dal caos interiore, un modo per spingere sé stessa oltre i limiti, per dimostrare che niente può fermarla, nemmeno quando è costretta cambiare direzione. Poi gli studi universitari, le notti insonni, lo stress, l’ansia che si accumula, le stanze di ospedale, le visite, la diagnosi, l’intervento, le battaglie vinte.
Prospettiva autentica sul tema della salute fisica e mentale, sono pagine che si fanno invito a trovare la bellezza persino nella propria fragilità, un tributo alla perseveranza, un incoraggiamento a non mollare, un inno alla vita in tutte le sue sfumature.
Luglio 2022: Marina scopre di avere un tumore al seno.
Inizia allora un dialogo senza menzogne o facili consolazioni con questo interlocutore, immaginario ma reale, onesto e a volte crudele, cui attribuisce un genere e un nome: Sally.
In questo diario si alternano le voci di Sally e Marina, che nelle lunghe sedute di chemioterapia annota su un quaderno il suo percorso oncologico ed emotivo, dal loro incontro fino alla conclusione, che non necessariamente coincide con la guarigione. Ha più a che fare con il cambiamento, perché il cancro muta la prospettiva da cui si guarda la Vita e costringe a stare coi piedi ben piantati nel presente, senza inutili congetture sul futuro.
«Sally?»
«Dici a me?»
«Sì, ti chiami così.»
«E da quando?»
«Da adesso.»
«Non sapevo di meritarmi un nome.»
«Non è una questione di merito ma di necessità.»
«La mia storia correva su due binari, come vivessi due vite parallele: la “me ideale” mal sopportava la “me dell’incidente”.»
Sono gli anni ‘90. Desy, una bambina di otto anni, è vittima di un brutto incidente. I genitori, a centinaia di chilometri di distanza per lavoro, si precipitano.
È l’inizio di un cammino tortuoso, ma anche l’incontro con la vita e con persone che la cambieranno nel profondo facendola maturare e diventare la donna che è adesso.
Due vite è il racconto autobiografico degli eventi che hanno scandito la lunga riabilitazione, il diario intimo e orgoglioso di una rinascita, il personale ringraziamento alle persone che l’hanno resa possibile. Una scrittura catartica, un viaggio a ritroso che sana ferite per riscoprirsi più forte.
«Ricordo le inesauribili volte che mi urlava “Desy, occhi allo specchio”. Eh, lo specchio. Ballavo guardando a terra, e questo non si fa, mi veniva più facile durante gli spettacoli, lì non c’erano specchi ma persone. Durante gli allenamenti, lo specchio è fondamentale per correggersi, ma io lo odiavo, rifletteva una me che non mi piaceva, non dava l’idea che avevo di me, e soprattutto non mi rappresentava. Mentre ballavo stavo bene, mi sentivo normale, ma quella figura dentro lo specchio non era una persona normale…»
Futura è una donna realizzata, piena di vita, che nasconde una storia toccante. Nessuno immagina che abbia combattuto una strenua lotta contro il cancro, se non per l’incauta rivelazione di un’amica nel corso di una cena.
Sarà Futura stessa, spinta da chi le è vicino, ad abbandonare ogni reticenza e a parlare di sé, della malattia, delle preoccupazioni per suo figlio, del rapporto blindato con il padre di lui, medico e alleato nella battaglia.
A poco a poco la paura e lo sgomento iniziali lasciano spazio al coraggio e alla determinazione di guarire, all’ansia di lasciarsi alle spalle una parentesi intervallata da chemioterapia, interventi invasivi, radioterapia. Futura si confronta con se stessa, a caccia dell’innocua lusinga di una distrazione, di una routine salvifica. Realizza la metamorfosi dello spirito e del corpo, la propria fragilità e la necessità di adattarsi alla trasformazione in corso, di proteggersi da ingerenze indiscrete, di non elargire a chiunque la propria dimensione privata.
Vagando tra “ferite e cicatrici”, si confronta con emozioni contrastanti e dolorose che la accompagnano nel suo viaggio.
Grazie alla scrittura, Futura si toglie “la maschera di normalità” indossata di fronte agli altri, mostrando ciò che qualcuno, tuttavia, ha già letto tra le righe: la voglia di vivere, l’ansia di recuperare il tempo perduto, di lasciarsi ogni cosa alle spalle.
È un diario di viaggio autobiografico.
Stanca della superficialità di una vita nemmeno troppo tranquilla, affranta per un amore impossibile che le ha spezzato il cuore, Stefania decide di partire. Da sola. Casualmente, trova in internet i contatti di un'associazione che gestisce il St. Orsola, un ospedale in un'area rurale del Kenya, Matiri. E parte con una valigia gialla, poche aspettative, tanta curiosità e voglia di cambiare, non certo il mondo, ma almeno la sua piccola insignificante esistenza.
Con la mia valigia gialla è il racconto dei piccoli eventi quotidiani (solo apparentemente banali) accaduti in quelle tre settimane, conditi con una manciata di riflessioni dell'autrice sulle diverse abitudini e sulla cultura locali, scanditi dai messaggi che inviava regolarmente via mobile a un caro amico con cui ha voluto condividere, in tempo reale, la sua esperienza.
Contrariamente a quanto si pensi, però, non è un libro sul volontariato. Il volontariato è solo un dettaglio. L'intenzione dell'autrice era di raccontare il viaggio, una piccolissima parte d'Africa, quella che lei ha conosciuto, diversa dalla miriade di altre facce di una terra magica, unica. Ne racconta le usanze locali, i profumi, i colori, i suoni, il quotidiano. Le emozioni. E ne ha dato una sua personale chiave di lettura, intervallando ai dipinti della natura le sensazioni restituite, i pensieri suggeriti, le domande che si è posta e che pone a chi vorrà leggere le pagine del suo libro e soffermarsi, come lei, a cercare una risposta. Anche se spesso risposte non ce ne sono.
Tutti noi abbiamo graffi sul cuore, graffi che appena subiti hanno bruciato e fatto male, graffi che sono svaniti in fretta e hanno lasciato un segno insignificante, graffi che nel tempo, nonostante si siano cicatrizzati, riguardandoli provocano ancora emozioni e sensazioni forti come se fossero freschi di giornata.
A volte ci scaldano il cuore perché abbiamo imparato a leggerli con la lente dei ricordi, altre volte bruciano ancora perché non siamo stati capaci di curarli nel migliore dei modi. È proprio da questi graffi, collezionati nel corso delle nostre vite, che rinasciamo ogni volta, perché ogni segno è un piccolo segmento che traccia il corso della nostra esistenza e definisce la mappa del nostro vissuto. Quindi perché rinnegarli o temerli se è a loro che dobbiamo quello che siamo diventati e che diventeremo?
«Dai graffi del cuore nascono parole / Come nuvole riempiono il cielo / Raccontano storie di un mondo parallelo / Poi come un fulmine a ciel sereno / Ti entrano in testa in un baleno / E vieni percossa da una tale scossa / Che senti vibrare persino le ossa / Ti ritrovi posseduta dallo spirito del cuore / A cucire senza tregua, come una brava sarta / Ogni nuvola che cade sopra un foglio di carta / E come per magia, su tutto quel candore / Affiorano disegni e piovono parole»
«Un giorno ho voluto lasciare quel balcone e diventare un’estranea, in un posto estraneo. E al di là delle risposte ragionevoli che potrei dare sul perché, la verità è che a un certo punto si deve scomparire a se stessi.»
Le donne sono protagoniste indiscusse di queste nove storie che parlano di rinascita, trasformazione – che per alcune assume i tratti di una vera e propria deformazione. Per quanto dolorosa, la trasformazione rappresenta qui l’unica fuga dagli stereotipi, alla ricerca di un equilibrio in uno stato di disordine, o meglio, di ordine incomprensibile.
I racconti, a tratti surreali, si svolgono tra l’Italia e l’Indonesia e i personaggi, stranieri, sono spesso isolàni, alieni che si muovono in luoghi che lasciano sul corpo tracce profonde, che di fronte a un tragico soffio di vento, anziché correre a ripararsi, si lasciano spettinare.
Nel cuore della provincia della Avellino degli anni Cinquanta, il destino di Carmela si intreccia con le vicende di un’Italia che cerca di risollevarsi dalle rovine della guerra e sperimenta un nuovo corso politico con l’affermazione della Repubblica.
Costretta a guidare greggi per sostenere la sua famiglia, Carmela è un’adolescente analfabeta che si trova immersa in una società rurale caratterizzata da arretratezza e rapporti di subalternità. Attorno a lei si muovono numerosi personaggi, ognuno con la propria voce che definisce il tessuto sociale e storico dell’epoca.
La storia si trasferisce a Salerno quando, per una serie di circostanze, Carmela entra a servizio dei De Bonis, una famiglia agiata. In questa nuova realtà il divario sociale, evidenziato da scene di estrema povertà e di umanità dolente, si fa più netto e suscita il malcelato ribrezzo della gente perbene.
È qui che emerge in Carmela – acuta osservatrice di un mondo che impara a poco a poco a conoscere – un forte desiderio di libertà, emancipazione e giustizia sociale, determinata a realizzare un’esistenza al di là dei limiti imposti dalla propria e altrui condizione.
Con la prefazione del professore Alberto Granese, già ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Salerno.
«Sì, sono ignorante, non è colpa mia. L’ha voluto mio padre, ma prima ancora l’ha deciso chi non gli ha dato la possibilità di frequentare la scuola. Se la società è ingiusta, non posso fidarmi né delle sue regole né della sua morale. Il passato e il presente non mi convincono. Voglio scegliere da me. Detesto le imposizioni, sarò io a decidere quello che è bene e quello che è male per me. Non so che cosa farò, intanto io non voglio essere né una ragazza seria né una ragazza poco seria. Voglio essere Carmela in libertà. Se qualcuno pensa di impormi qualcosa solo perché sono analfabeta si sbaglia di grosso.»
Da Morro de São Paulo, un’isola del Brasile, a Londra, inseguendo un sogno.
Telma, una ragazza di umili origini, decide di lasciare il suo piccolo angolo di paradiso e Tiago, il ragazzo che le ha spezzato il cuore, per ricominciare in un mondo totalmente diverso da quello in cui è cresciuta.
Lascia la sua terra per la Svizzera, dove l’attende un lavoro come babysitter presso una famiglia benestante con cui poi si trasferisce in Italia. Qui, incontra finalmente l’amore, Guido. E quando lui le chiede di seguirlo in Inghilterra, lei non ci pensa due volte a mollare tutto e cambiare ancora una volta vita.
A Londra, Telma trova lavoro prima come cameriera e poi come cuoca presso un ristorante italiano, maturando con Guido il sogno di tornare in Brasile e gestirne uno sulla spiaggia.
Ma il destino ha in serbo per lei, oltre a gioie inaspettate, anche un grande dolore. Eppure, Telma troverà la forza di ricominciare ancora una volta, proprio dal punto in cui era partita.
Una storia inventata che si ispira al recente progetto di riqualificazione dell’antico borgo di Aterrana, in provincia di Avellino, per parlare ai bambini dell’importanza di prendersi cura dei posti in cui viviamo. Non si tratta solo di restaurare edifici, ma di far rivivere i luoghi della memoria, di riportare voci e vita tra i vecchi vicoli, di permettere ai borghi di continuare a raccontare le loro storie alle nuove generazioni.
Borgo Antico è un luogo magico tra le montagne, custode di segreti e leggende. Come quella di Mirca, la strega buona dai capelli rossi che vive nel vecchio pozzo ed è sempre pronta ad aiutare chi ha bisogno, o della creatura vestita di bianco, che va in giro per il paese e diffonde un dolce profumo di gelsomino, o di Barbalunga, il capo dei folletti. Sono creature magiche, vivono nel bosco o nei nascondigli tra i muri e le rocce e possono uscire allo scoperto solo di notte.
Un giorno arriva a Borgo Antico un signore con una cartella sotto braccio, seguito da tanti operai con pale e picconi. Vuole abbattere il vecchio pozzo, buttare giù le case, fare una strada più larga. Inizia così un’invasione a colpi di ruspe, divieti e reti metalliche per trasformare il paese in un luogo più moderno cancellandone, però, la memoria.
Gli abitanti non ci stanno, vogliono difendere l’anima del borgo, preservare i ricordi per le nuove generazioni che ogni estate tornano a trovare i nonni per le vacanze. Anche le creature magiche si organizzano per resistere all’avanzare dei lavori, lottando ogni notte per disfare il cantiere messo in piedi dagli operai. Riusciranno i folletti a salvare Borgo Antico? Chi è in realtà la creatura vestita di bianco? E chi fa sparire ogni notte l’enorme gru che pare muoversi da sola tra i vicoli?
Età di lettura: 8+
Stefania Bergo |

Italia, 1989-1996. Il grunge è l’ultimo terremoto musicale, il pop si è fatto da parte per dare spazio al fenomeno underground uscito dal suo guscio alternativo, esploso in una supernova che non risparmia niente e nessuno.
Non risparmia gli ultimi eroi del rock prima del crepuscolo: Kurt Cobain, Layne Staley, Andrew Wood, Chris Cornell e tanti altri artisti sensibili e talentuosi, ciascuno capace di comunicare un disagio personale cui era possibile immedesimarsi.
Negli scritti qui raccolti di giornalisti, critici musicali, organizzatori, musicisti, strumentisti, DJ, promoter si attinge dal cassetto dei ricordi a rievocare le emozioni del passaggio del grunge, della «musica sporca e rumorosa del Northwest», dei piccoli e grandi concerti in Italia, o la trepidazione nel tenere in mano una copia fresca e scintillante di Ten o di Nevermind.
Il grunge è stato “il manto protettivo” di un’intera generazione, forse in ritardo rispetto al resto del mondo, dove le innovazioni giungono come polvere trasportata dal vento.
Lina ha poco più di vent’anni quando, per sfuggire alla miseria, lascia la Valtrebbia e s’imbarca su un bastimento con un biglietto di sola andata per New York.
In terza classe il viaggio per mare è pieno di insidie e pericoli, tanti migranti, come lei, fuggono dalla disperazione, inseguendo il sogno di una vita migliore: la Merica.
È il 25 febbraio 1904 quando sbarca a Ellis Island, l’isola delle lacrime. Dopo umilianti controlli l’attende una nuova vita da cittadina americana.
Lina, determinata e coraggiosa, sarà in prima linea a lottare per l’emancipazione femminile, contro lo sfruttamento delle donne e dei minori. Incontrerà anche l’amore della sua vita ma dovrà pagarlo a caro prezzo.
Cos’altro avrà in serbo per lei il destino? Quali difficoltà dovrà affrontare?
Nel 2023 il libro ha vinto il Premio Letteratura delle radici nella categoria narrativa italiana – biografia romanzata.
«Mi chiamo Luca, ho quarant’anni, sono mantovano e ho una smodata voglia di viaggiare da sempre. Devo questa grande passione ai miei genitori, che non mi hanno mai lasciato a casa coi nonni...»
Inizia così questo memoir di viaggio in Sri Lanka, l’isola a forma di goccia che precipita dal volto dell’India e si adagia nelle calde acque dell’Oceano Indiano.
Un viaggio in compagnia del padre. Dieci giorni tra siti archeologici, retaggi coloniali, templi e una vegetazione lussureggiante che nasconde creature magnifiche.
Un racconto appassionato fatto di emozioni, ricordi, riflessioni personali, curiosità, tanta Storia e reverenziale misticismo, con una sezione finale di informazioni utili per chi volesse percorrere lo stesso itinerario.
È un diario di viaggio autobiografico.
Stanca della superficialità di una vita nemmeno troppo tranquilla, Stefania decide di partire. Da sola. Casualmente, trova in internet i contatti di un'associazione che gestisce il St. Orsola, un ospedale in un'area rurale del Kenya, Matiri. E parte con una valigia gialla, poche aspettative, tanta curiosità e voglia di cambiare, non certo il mondo, ma almeno la sua piccola insignificante esistenza.
Con la mia valigia gialla è il racconto dei piccoli eventi quotidiani (solo apparentemente banali) accaduti in quelle tre settimane, conditi con una manciata di riflessioni dell'autrice sulle diverse abitudini e sulla cultura locali, scanditi dai messaggi che inviava regolarmente via mobile a un caro amico con cui ha voluto condividere, in tempo reale, la sua esperienza.
Contrariamente a quanto si pensi, però, non è un libro sul volontariato. Il volontariato è solo un dettaglio. L'intenzione dell'autore era di raccontare il viaggio, una piccolissima parte d'Africa, quella che lei ha conosciuto, diversa dalla miriade di altre facce di una terra magica, unica. Ne racconta le usanze locali, i profumi, i colori, i suoni, il quotidiano. Le emozioni. E ne ha dato una sua personale chiave di lettura, intervallando ai dipinti della natura le sensazioni restituite, i pensieri suggeriti, le domande che si è posta e che pone a chi vorrà leggere le pagine del suo libro e soffermarsi, come lei, a cercare una risposta. Anche se spesso risposte non ce ne sono. Ecco perché questo libro non vuole insegnare nulla. È un semplice mezzo messo a disposizione dall'autrice per far compiere al lettore lo stesso viaggio (anche se non sarà mai lo stesso) senza prendere un aereo, semplicemente con l'immedesimazione.
Il primo viaggio in Kenya, ancora adolescente, è il punto di partenza per inseguire un sogno chiamato mondo.
Il mal d’Africa dà inizio a una vita alla ricerca della libertà personale, delle latitudini più lontane, delle solitudini più profonde, del luogo perfetto dove vivere, della conoscenza di persone eccezionali, svolgendo un lavoro per certi aspetti sconosciuto ed esplorando i luoghi più suggestivi del pianeta.
Il viaggio che rifarei è il libro di una vita. Una prima sintesi, più che il bilancio, di un percorso ancora vivo ma già ricco, del suo svolgersi tra il racconto di una professione, poetiche descrizioni di paesaggi unici, lussi e party esclusivi, piccole solitudini e grandi lontananze, suggerimenti di viaggio e grotteschi aneddoti sui turisti italiani. Brasile, Giordania, Egitto, Estremo Oriente, Santo Domingo, Tenerife, Mykonos, Bali, Cuba e Miami, sono alcune delle mete vissute da Johnny Do come tour leader e da residente.
Il libro è stato scritto con la collaborazione di Salvatore Gerace, insegnante di lettere presso il liceo “Norberto Bobbio” di Carignano (TO) e scrittore di saggi, articoli di teatro e letteratura italiana e sportiva.
Stefania Bergo |

Dopo Petrolio bollente, Gabriella Di Tullio, giovane e brillante ingegnera che lavora in una multinazionale petrolifera, è alle prese con nuovi problemi lavorativi da risolvere e vecchi stereotipi da superare, in un ambiente maschilista dove non è affatto semplice far valere la sua competenza e soprattutto farsi ascoltare.
Il suo capo, Gaetano Caruso, questa volta la manda in missione ad Aberdeen, in Scozia, per risolvere un guasto al compressore di una piattaforma.
Durante il viaggio emergono le consuete tensioni lavorative e nuovi battibecchi, ma anche i ricordi dolorosi del passato di Gabriella e di Gaetano, che si conferma essere estremamente autoritario, quasi intimidatorio. Ancora una volta, a Gabriella non resta che far tesoro di ogni esperienza per farsi strada in un mondo lavorativo dominato dagli uomini.
Neanche tanto sullo sfondo, affiora l’instancabile ricerca di un senso nelle difficoltà e nel dolore dell’esistenza, il bisogno di una liberazione, soprattutto quando il destino si mostra cinico e baro oltre il necessario. È questo che vuole insegnarle il fratello Federico, anche lui alle prese con un passato difficile.
Un particolare ruolo giocano i misteriosi messaggi di incoraggiamento lasciati sul parabrezza della macchina di Gabriella, un invito a non lasciarsi sopraffare. Chi li avrà scritti?
Paziente, Gabriella attendeva l’occasione di porre una domanda che riteneva importante: al primo attimo di silenzio, ne approfittò: «Avete preso un campione del deposito per farlo analizzare?»
Nessuno rispose in quanto Ottaviani, nello stesso momento, aveva chiesto se avessero già acquistato la valvola. Si annotò quindi sul taccuino, con una penna argentata, nome del fornitore e dimensioni.
Si intavolò una discussione sulla tipologia scelta, sul materiale, sul valore dell’ordine e le tempistiche di consegna. Gabriella attese di nuovo il momento opportuno prima di riprovarci: «Avete preso un campione del deposito per farlo analizzare?»
Stavolta riuscì a completare la frase. Ma, anziché rispondere alla domanda, il responsabile delle macchine disse che voleva mostrare delle foto.
Ecco, queste erano le volte in cui Gabriella si sentiva invisibile. Eppure, non erano in molti in quella stanzetta. Perché la ignoravano? Racimolò tutta la pazienza possibile e aspettò il tempo necessario affinché tutti guardassero quelle foto. E anche lei ne rimase sorpresa: il filtro era davvero pieno di quella roba gialla.
Durante un altro attimo di silenzio, ripeté la domanda alzando il tono della voce e guardando Peter negli occhi.
Nessuno propose altri argomenti, quindi Peter finalmente rispose: «Certo!» cercando conferma negli occhi del responsabile delle macchine.
Ma Kevin, lo scoiattolo, tossì schiarendosi la voce: «Veramente no. Non ancora». Katia Manfredi e Alberto Traetta, Luci nella tempesta
Gabriella, giovane e brillante ingegnera, lavora presso il dipartimento di ricerca di una multinazionale petrolifera. Caruso è il suo capo, un siciliano aggressivo e autoritario, molto potente. È lui che decide quando e dove Gabriella deve recarsi per risolvere le questioni tecniche più disparate.
L’ambiente di lavoro è maschilista e spregiudicatamente rivolto al profitto; Gabriella è costretta a interagire in contesti operativi e decisionali che la mettono a dura prova. Come primo importante incarico, viene mandata a Pointe Noire, in Congo, per risolvere alcune criticità operative che rischiano di bloccare l’attività di un impianto.
Forse per la giovane età o per il fatto di essere donna, nonostante individui e denunci seri malfunzionamenti viene sistematicamente ignorata, sia dalla dirigenza italiana sia dai tecnici africani. Fino a quando accade l’irreparabile: divampa un incendio e qualcuno rimane gravemente ferito.
Gabriella sarà chiamata a rispondere del suo operato, alla ricerca di un capro espiatorio per salvare il buon nome dell’azienda.
Una storia attuale, che s’ispira ad alcuni eventi realmente accaduti. Scritta quasi come una sceneggiatura per una serie TV, fornisce numerosi spunti di riflessione sul mondo lavorativo del settore industriale, troppo spesso spinto al profitto e discriminante.
«È presente del ferro sulla corrente al ribollitore?» chiese sorridendo, Gabriella.
Formulò la sua domanda quasi come un vezzo dettato dalla civetteria femminile. Provava intimamente un po’ di vergogna a comportarsi così, ma intuiva che per alcuni era più facile accettare che alla base di una curiosità ci fosse la vanità femminile piuttosto che uno stimolo intellettuale o la ricerca di una verità scientifica.
«Mmm… – Luca appoggiò il gomito sul tavolo e si prese il mento tra il pollice e l’indice della mano destra. – Sì, ecco: trecento parti per milione.»
Era un valore che avrebbe dovuto mettere tutti in allerta. «Trecento? – esclamò lei – Ma sei mesi fa era solo trenta!»
[...] «Come mai non ti sei accorta del problema?» [...] «Cosa è uno scherzo?» sbottò lei. Caruso la riprese: «Nessuno qui ha voglia di scherzare» e scambiò uno sguardo d’intesa con il Vice President. Era come essere a teatro con lui, sul palco: stava recitando.
Per trattare con i barbari ci vogliono i barbari. In una frazione di secondo quel briciolo di timidezza dettata dalla soggezione per la presenza in stanza del capo supremo, sparì. Il Vice President avrebbe anche potuto essere suo fratello e lo stesso Caruso, visto il tono che Gabriella usò da quel momento in poi: «Tutti sono stati informati per tempo, Luca compreso. Si tratta di un disastro annunciato».
«Tanto per cominciare, datti una calmata. [...] Lui dice che non sapeva niente» continuò Caruso.
«È tutto verbalizzato. Nero su bianco.» «Dove? Perché non mi hai informato?» «Veramente sul report che ti ho girato la scorsa settimana – ed enfatizzò il “ti ho” per far capire che lui era al corrente – ho scritto chiaramente che, oltre al problema della perdita sul preriscaldatore, si suggerivano ulteriori indagini e uno stretto monitoraggio della corrosione – Fece una pausa, poi aggiunse – La raccomandazione principale era quella di fermare subito gli impianti. Lo stesso report è stato ricevuto a Zuata, anche da Luca e distribuito al management proprio per tua mano.»
Caruso rimase spiazzato qualche secondo come un portiere a cui hanno appena segnato un goal.
«Quindi allora questa ragazza lo aveva già detto?» intervenne nella conversazione il Vice President. Teneva le gambe accavallate, la mano destra appoggiata sulla coscia destra. Probabilmente faceva fatica a guardare negli occhi Gabriella e a chiamarla “ingegnere”. Katia Manfredi, Petrolio bollente
È un diario di viaggio autobiografico.
Stanca della superficialità di una vita nemmeno troppo tranquilla, Stefania decide di partire. Da sola. Casualmente, trova in internet i contatti di un'associazione che gestisce il St. Orsola, un ospedale in un'area rurale del Kenya, Matiri. E parte con una valigia gialla, poche aspettative, tanta curiosità e voglia di cambiare, non certo il mondo, ma almeno la sua piccola insignificante esistenza.
Con la mia valigia gialla è il racconto dei piccoli eventi quotidiani (solo apparentemente banali) accaduti in quelle tre settimane, conditi con una manciata di riflessioni dell'autrice sulle diverse abitudini e sulla cultura locali, scanditi dai messaggi che inviava regolarmente via mobile a un caro amico con cui ha voluto condividere, in tempo reale, la sua esperienza.
Contrariamente a quanto si pensi, però, non è un libro sul volontariato. Il volontariato è solo un dettaglio. L'intenzione dell'autore era di raccontare il viaggio, una piccolissima parte d'Africa, quella che lei ha conosciuto, diversa dalla miriade di altre facce di una terra magica, unica. Ne racconta le usanze locali, i profumi, i colori, i suoni, il quotidiano. Le emozioni. E ne ha dato una sua personale chiave di lettura, intervallando ai dipinti della natura le sensazioni restituite, i pensieri suggeriti, le domande che si è posta e che pone a chi vorrà leggere le pagine del suo libro e soffermarsi, come lei, a cercare una risposta. Anche se spesso risposte non ce ne sono. Ecco perché questo libro non vuole insegnare nulla. È un semplice mezzo messo a disposizione dall'autrice per far compiere al lettore lo stesso viaggio (anche se non sarà mai lo stesso) senza prendere un aereo, semplicemente con l'immedesimazione.
Ho con me il mio computer. Quello che mi manca sono le dimensioni delle strutture esistenti per iniziare.
Così, armata di un semplice metro e di una matita, mi dirigo all’ospedale, dove ci sono già le fondamenta di una parte della futura pediatria. E comincio con precisione ingegneristica a misurare e annotare tutto su un foglio. Un metro e ventisette. Cinquantanove centimetri e mezzo. Quasi tre metri. Grosso modo una spanna. Più o meno cinque pietre. Mi stanco subito della precisione ingegneristica!
[...] Non mi ci vuole molto per progettare la pediatria. Seduta sotto la pergola con il mio computer, mi perdo di tanto in tanto nella vallata, inseguendo una scia di polvere sollevata da un matatu o un gregge di pecore disseminato nel verde o le grida dei bambini che giocano e incitano gli animali al pascolo.
[...] Malgrado tutto, in un paio di giorni il progetto è finito e stampato. Prima di consegnarlo a Shimali, il capo cantiere, ne parlo con Giorgio per capire se la mia idea incontra la sua.
Sulla carta, la pediatria è un prolungamento dell’ala delle degenze dell’ospedale. Sorgerà su due piani, dato che il terreno è collinare. Quello superiore, a livello dell’ospedale, avrà un chiostro centrale in cui sorgerà la Fontana del sole e un corridoio porticato tutt’intorno su cui affacceranno i locali previsti: quattro stanze di degenza in cui sarà possibile stanziare fino a un massimo di sei letti ciascuna, servizi igienici, un paio di depositi per il materiale pulito e lo sporco, una stanza destinata alla neonatologia − dove verranno spostate le due incubatrici che ora sono in sala parto − con la possibilità di inserire anche un paio di lettini per le mamme in veglia sui neonati. Questo livello, si affaccerà sulla vallata con un terrazzo. [...] Il giorno dopo parlo con Shimali. È il capocantiere fin dalla costruzione dell’ospedale, fin dalla posa della prima pietra, avvenuta il 10 luglio 2001 − curioso, è lo stesso giorno in cui io mi sono laureata. Mi raggiunge sotto la pergola e, disegni alla mano, gli chiarisco alcuni aspetti del progetto. Ne sembra entusiasta, sorride e mi chiede maggiori dettagli. Lui avrà il compito di dirigere gli operai, quando torneranno dalle vacanze, iniziando i lavori quanto prima. [...] A Giorgio toccherà poi presentare il progetto al gruppo di Caserta. Saranno loro a sovvenzionare la costruzione del nuovo reparto. Il tutto dovrà avvenire nel minor tempo possibile per restare al passo con l’aumento esponenziale del numero dei pazienti pediatrici. Stefania Bergo, Con la mia valigia gialla
Cosa deve fare una madre per essere considerata una #goodmum con tutti i sacri crismi? Allattare fino allo svenimento e fino a perdere i capelli. Abituare il proprio Neonato all'indipendenza facendolo dormire sempre nella sua culla. Usare con i Signori Figli un tono fermo ma gentile e non alzare mai la voce. Al mattino svegliarli con estrema dolcezza per accompagnarli puntuali a scuola. Scegliere gli istituti scolastici con i programmi formativi migliori. E tante altre cose che i manuali di pedagogia elencano e che io mi guardo bene dal mettere in pratica. Perché io sono una #badmum e queste sono le mie #confessioni.
Che restino tra noi e tra quelli che seguono la mia rubrica su Facebook.
La mia famiglia è composta da nove elementi: Io, la #badmum, ingegnera impiegata in Fiat, aspirante scrittrice e desperate housewife; Marito, #cuoretenero, ingegnere impiegato in Fiat; Figlia, o #baddaughter; Figlio, o #badson; tre porcellini d’India di nome Stellina, Moony e Grisbì; due longevi pesci rossi di sesso incerto che di nome fanno Giovanni e Giovanna.
[...] Smartworking. All’inizio sembrava la panacea di tutti i mali. Niente più vita da pendolari, niente più ore e ore trascorse in macchina o suoi mezzi, niente più soldi buttati in benzina o in abbonamento ai pullman. Sei a casa tua, se vuoi mandare email seduto sul divano, lo fai.
Fino a qualche anno fa nelle aziende sembrava impensabile. Dove lavoro io era previsto che lo smartworking fosse introdotto nel 2020, un giorno alla settimana. Nelle mie mansioni mi servono solo tre cose: il laptop, il mouse e una connessione a internet. Cioè, è una cosa che posso fare ovunque. Già pregustavo i venerdì per smazzarmi i bucati senza intasare i weekend di incombenze.
[...] Vi dico la verità: a me, personalmente, non dispiace. Lavorerei sempre in smartworking, anche in periodi non pandemici. Mi concentro di più, ho una tabella di marcia serrata, riesco a ignorare senza rimorsi i figli che pascolano in giro per le stanze come caprioli selvatici e che vagano come morti viventi con il tablet in mano.
D’altronde il seme del male era già radicato in me ai tempi dell’università. Al Politecnico di Torino c’erano due aule di studio: l’aula dei buoni e l’aula dei cattivi. Le chiamavano proprio così. Quella dei buoni aveva postazioni singole, tavolini verdi piccoli e quadrati, divisi da dei separé diagonali. Visti dall’alto sembravano quadrifogli. Ognuno occupava la sua sedia in silenzio e non volava una mosca. Ecco, io lì diventavo pazza. Preferivo mille volte l’aula dei cattivi, quella con ampi tavoloni in cui si poteva studiare in compagnia, ripetere la lezione con i compagni di corso, fare un break, chiacchierare persino, quando lo studio del momento d’inerzia diventava troppo pesante.
Quindi. Per una come me lavorare con un #badson che mi sgranocchia cereali di fronte, non è un problema. Elena Genero Santoro, Confessioni di una #badmum
Stefania Bergo |
Caro Lettore,
questa non è la storia della mia vita, ma solo una parte di essa. O, meglio, la parte di una parte.
Raccontarmi è difficile, perché molti sono i miei volti di donna e bambina, di madre e figlia; molte sono perfino le mie vite, racchiuse nel baccello di una sola, a sua volta frammento di una Storia che mi appartiene da prima di nascere.
Tuttavia, questa è sicuramente una storia.
La protagonista sono io, impegnata nella lunga e ardua ricerca di un figlio, il personaggio chiave attorno a cui tutto ruota.
Ci sono molti aspetti, infatti, che, in tale percorso di aspirante mamma, possono essere messi in luce: alcuni sono commoventi, altri teneri, altri drammatici, altri ancora decisamente ironici. E io li ho attraversati tutti, nel corso di dieci anni.
Ma, in questa occasione, voglio liberare la mia parte in ombra, la più fragile, quella che cede al dolore e viene subito messa a tacere dalle altre, per far spazio al sorriso e alla determinazione. Non è la parte più vera di me: è solo la più nascosta.
![]() In cerca di tedi Emma FenuPubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Memoir | Narrativa autobiografica Cartaceo 9,00€ ebook 2,99€ |
Il treno era pieno di gente, persone che tornavano a casa per Natale o che andavano da qualche parte, in posti dove c’era altra gente ad aspettarle. E sembravano tutti così felici, così eleganti. Io no. Mi ero sistemata nel corridoio, seduta sulla mia valigia gialla, appoggiata al finestrino. Guardavo fuori, sforzandomi di ricordare come fossi arrivata fin lì.
Appena venti giorni prima avevo trovato l’associazione “Un ospedale per Tharaka, Kenya” in internet. Mi era piaciuto il nome. [...] Sapevo solo che volevo scappare dal Natale, dalla gioia degli altri.
[...] «Sì, vieni pure, abbiamo bisogno di giovani che abbiano voglia di fare…», mi disse al telefono.
E poi c’era un’ala pediatrica da progettare quindi avevo anche la possibilità di fare il mio lavoro. Perfetto! Nel giro di due giorni avevo il biglietto aereo tra le mani. Tutto così, d’istinto, come ho sempre vissuto la mia vita.
Ecco com’ero arrivata fin lì, su quel treno.
Mi sentivo sola. Ero quasi pentita di aver agito così impulsivamente. Avevo paura. Non sapevo cosa avrei trovato là, non conoscevo nessuno.
[...] Arrivai a Milano. Quanto pesava la mia valigia gialla. O forse era l’anima a pesare. All’aeroporto, ancora gente indaffarata, felice, entusiasta, così lontana da me e dai miei pensieri. Feci le ultime telefonate prima di uscire dall’Italia, sperando forse che qualcuno mi chiedesse di non andarmene.
Ma poi, finalmente, l’aereo decollò.
![]() Con la mia valigia gialladi Stefania BergoPubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Memoir | Narrativa autobiografica Cartaceo 12,00€ Ebook 0,99€ |
Amo gli spostamenti, non c’è dubbio.
Amo soprattutto le persone che ho potuto incontrare: sono loro che mi hanno reso e mi rendono felice.
Mi sposto per brevi o lunghi periodi con uguale leggerezza.
Porto con me idee, ricordi, esperienza. Non cancello nulla e non riparto da zero.
Spostarmi significa allontanarmi dal solito luogo e dal consueto vissuto, poter giocare un’altra carta, trovare nuova linfa, rispondere a nuove domande, vedere altre realtà e, se possibile, imparare un’altra lingua.
Sono convinta che il trasferimento in un altro Paese, se dettato da una scelta consapevole, sia fonte di profondo arricchimento: implica separarsi dalle cose certe per seguire le incerte, allontanarsi da un quotidiano rassicurante ma a volte scontato, differenziarsi nei comportamenti a seconda di dove ci si trova, pur restando se stessi.
[...] Queste pagine sono il racconto di una donna poco digitale, che è riuscita a cogliere la possibilità di vivere libera nel mondo, inseguendo i propri sogni con razionalità, determinazione, e una buona dose di studi.
[...] Sono solo accenni, ricordi in superficie, pensieri che sorvolano luoghi visitati e persone in cui mi sono imbattuta, sprazzi di una vita in movimento.
La mia.
![]() Respiro Nomadedi Irina PampararoPubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Saggio Memoir | Narrativa autobiografica ebook 2,99€ cartaceo 16,00€ |
Il 1908 fu un anno importante caratterizzato da rivolte e scioperi nel settore tessile.
Un bel giorno Lina si ritrovò a sfilare per le strade di Manhattan al grido di “Women! Use your vote!”
Il corteo avanzava lungo le vie della città, i cori di protesta si facevano sempre più intensi, sfidando la polizia che li teneva a bada, e non si esimeva a usare manganelli, se necessario.
Le lavoratrici delle sartorie si erano date appuntamento. Avevano ottimi motivi per manifestare. A cominciare dallo sfruttamento minorile, piaga che attanagliava la società. Ma anche lo sfruttamento delle donne, che non avevano diritto di voto.
E ora quel diritto lo invocavano a gran voce: «Women! Use your vote! – poi ancora – Women! Use your vote!»
Voleva dare il suo contributo per migliorare la società. Pensava al futuro. Un giorno i figli o i nipoti sarebbero stati orgogliosi di lei. Era stufa di trascorrere ore e ore rinchiusa all’interno di piccoli laboratori, in cui gli uomini si occupavano di taglio e stiro, con stipendi più alti. Le donne assemblavano e rifinivano i capi d’abbigliamento ma erano sottopagate. Il loro lavoro non era importante quanto quello degli uomini? Perché mai dovevano essere pagate di meno? Era un’ingiustizia che non sopportava più.
![]() Biglietto di terza classedi Silvia PattariniPubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Romanzo storico | Non fiction ebook 2,99€ cartaceo 18,00€ |
«Ma dove sono finita? – chiese Nives, sbattendo gli occhi, incredula. – Perché non sono a casa mia? Lauretta che succede?»
«Sei in montagna, con me. Sono quasi sette giorni che sei mezza addormentata! – le rispose la sorella, seduta sul letto, tirando un sospiro di sollievo e toccandole la fronte con le dita – Mamma mia che contenta che sono che ti sei svegliata! Hai anche la faccia meno rossa. Lo aveva detto il dottore, ci vuole tempo ma ti passerà!»
Poi le raccontò tutto quello che era successo: l'acqua che entrava in casa, il viaggio, la febbre che non le passava mai.
[...] «La Rosa! La mia bambina! – gridò Nives, stringendo le coperte fra le mani – Dov'è la mia bambina?»
[...] A Nives, in quei giorni, sembrò d'impazzire. Se negli ultimi tempi, pur nella malattia, aveva mostrato netti segni di miglioramento, la notizia che la figlia, forse, era scomparsa, la fece cadere in uno stato di prostrazione che la portò quasi all'autodistruzione.
[...] Nives aveva allora ventisei anni e, in teoria, tutta la vita davanti. Tuttavia, a lei sembrava che tutto fosse già finito quella primavera; riprese a lavorare in campagna e fare tutti i mestieri in casa, esattamente come prima dell'alluvione. Sembrava che non fosse cambiato niente e invece lei aveva partorito una bambina e avuto un fidanzato e un sogno meraviglioso tutto da vivere e adesso, invece, non aveva più niente.
![]() La ricamatricedi Maurizio SpanoRomanzo storico | Non-fiction PubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Cartaceo 12,50€ Ebook 2,99€ |
Stefania Bergo |


Tommy è un cane e vive in una casa troppo grande per starci da solo. Decide allora di fare un viaggio nei suoi posti preferiti, quelli di cui gli ha raccontato la sua vicina di casa Maria, alla ricerca di amici, paesaggi fantastici e piatti tipici. Durante il viaggio incontrerà animali diversi ma tutti soli e un po’ tristi. Ma far parte del gruppo di viaggiatori li farà sentire di nuovo accettati e felici. Un libro che parla di amicizia, di accettazione e della curiosità di scoprire il mondo, raccontato da una giovane scrittrice di quasi 11 anni. Alla fine, ci sono anche delle fantastiche e facili ricette da fare in famiglia, un "cruciviaggio" ispirato al racconto e le figure dei personaggi della storia da ritagliare e incollare sulla mappa per ricostruire il loro viaggio o tracciare il proprio percorso. Vuoi partire anche tu con Tommy e i suoi amici? Sei pronto a viaggiare attraverso paesi e sapori?

Cedendo alla curiosità e disobbedendo alle raccomandazioni della mamma, un giorno Armando decide di inoltrarsi nel Bosco Festoso vicino al fiume, dov’è solito giocare. Si troverà prigioniero del bosco a causa di un incantesimo e dovrà raccogliere tutto il suo coraggio per trovare una via d’uscita.
Insieme alla donnola Donata, all’orso Osvaldo e a tanti altri amici che incontrerà lungo la strada, Armando attraverserà un mondo di lettere, numeri e avventure che lo aiuteranno a crescere. Grazie alla collaborazione tra gli amici del gruppo, all’altruismo e al suo ingegno, riuscirà a trovare la formula magica in grado di spezzare l’incantesimo del bosco e a ritornare dalla sua mamma.
Età di lettura 5+
“La vita è come l’agility dog. Non importa quanti ostacoli ti troverai davanti, dovrai comunque affrontarli tutti, uno ad uno, se vuoi arrivare in fondo al tuo giro, ed è inutile pensare agli errori che hai fatto. Il tempo per recuperare c’è, ma solo se ti concentri su ciò che deve ancora arrivare.”
Questo pensò Catherine Bechs dopo essersi rialzata dall’ennesima caduta.
Catherine Bechs è una ragazza ordinaria che si troverà, insieme al suo border collie Billy, a vivere un’avventura straordinaria: la partecipazione all’Agility World Championship. Ma per loro non sarà tutto facile e scontato: lei affronterà i fantasmi di un passato sconosciuto che le procurerà una crisi emotiva, mentre Billy farà i conti con l’imprevedibile crollo psicologico della sua conduttrice.
Catherine dovrà più volte rimettersi in discussione e cominciare daccapo, ma capirà che lottare è l’unico modo per raggiungere i suoi obiettivi, potendo contare solo su se stessa e su poche altre persone: sua madre Joan, donna dal passato tormentato, Hank, vecchio burbero che convive con un segreto che non può rivelare, e Tom, l’amico di sempre, il compagno di giochi da bambini e la spalla su cui piangere una volta divenuti adolescenti.
Un intreccio di situazioni, colpi di scena e continui flashback, un romanzo che parla di persone, segreti, sentimenti e cani, con l’agility dog a fare da sfondo e da motivo conduttore delle vite di tutti i personaggi della storia.
È un diario di viaggio autobiografico.
Stanca della superficialità di una vita nemmeno troppo tranquilla, Stefania decide di partire. Da sola. Casualmente, trova in internet i contatti di un'associazione che gestisce il St. Orsola, un ospedale in un'area rurale del Kenya, Matiri. E parte con una valigia gialla, poche aspettative, tanta curiosità e voglia di cambiare, non certo il mondo, ma almeno la sua piccola insignificante esistenza.
Con la mia valigia gialla è il racconto dei piccoli eventi quotidiani (solo apparentemente banali) accaduti in quelle tre settimane, conditi con una manciata di riflessioni dell'autrice sulle diverse abitudini e sulla cultura locali, scanditi dai messaggi che inviava regolarmente via mobile a un caro amico con cui ha voluto condividere, in tempo reale, la sua esperienza.
Contrariamente a quanto si pensi, però, non è un libro sul volontariato. Il volontariato è solo un dettaglio. L'intenzione dell'autore era di raccontare il viaggio, una piccolissima parte d'Africa, quella che lei ha conosciuto, diversa dalla miriade di altre facce di una terra magica, unica. Ne racconta le usanze locali, i profumi, i colori, i suoni, il quotidiano. Le emozioni. E ne ha dato una sua personale chiave di lettura, intervallando ai dipinti della natura le sensazioni restituite, i pensieri suggeriti, le domande che si è posta e che pone a chi vorrà leggere le pagine del suo libro e soffermarsi, come lei, a cercare una risposta. Anche se spesso risposte non ce ne sono. Ecco perché questo libro non vuole insegnare nulla. È un semplice mezzo messo a disposizione dall'autrice per far compiere al lettore lo stesso viaggio (anche se non sarà mai lo stesso) senza prendere un aereo, semplicemente con l'immedesimazione.
Esistono ancora ragazzi volgari e maschilisti o sono solo personaggi di film politicamente scorretti? Esistono. Anzi, proliferano, specialmente nei locali notturni durante i week end, quando uomini seri ed equilibrati si trasformano in dei Mister Hyde con un unico chiodo fisso in testa.
Ne è dimostrazione lampante Odino che, dopo un incontro amoroso concluso nel peggiore dei modi, senza un appagante e glorioso happy ending, si libera dei pochi freni inibitori rimasti per seguire la propria megalomania. Gli danno man forte i suoi bislacchi amici: un estimatore delle “diversamente sexy”, un assiduo frequentatore di prostitute e un “cuore puro” tanto monogamo quanto sottomesso alla propria bella.
Contro una società che li vorrebbe adulti e responsabili, loro non possono che reagire da eterni Peter Pan perennemente sovreccitati. Goliardiche nottate tra bar di periferia e discoteche, alcool a fiumi e sesso usa e getta sono il miraggio che indica loro la strada verso quella che ritengono essere la Felicità... Mostrando una volta di più la loro natura di odiosi antieroi, cinici maschilisti, ridicoli playboy.
Stefania Bergo |
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Rosanna Costantino |
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Rosanna Costantino |
Di Davide Dotto. 9 ottobre 1963. Tanta terra, tanta acqua : cinquant'anni dopo la tragedia del Vajont, un documentario del 2013 di Vit...