Gli scrittori della porta accanto
Romanzo storico
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 Recensione: Carmela in libertà, di Elvira Rossi

Recensione: Carmela in libertà, di Elvira Rossi

 Recensione: Carmela in libertà, di Elvira Rossi

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Carmela in libertà di Elvira Rossi (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un romanzo breve e delicato, di formazione ma anche storico e sociale, con un risvolto di attualità con un finale dolce amaro.

Possiamo considerarlo un romanzo di formazione a tutti gli effetti, ma Carmela in libertà di Elvira Rossi è anche un romanzo storico e sociale. Le vicende della protagonista, Carmela, quattordicenne nella provincia di Avellino degli anni Cinquanta, si legano a filo doppio con la situazione politica ed economica della Repubblica Italiana appena fondata.
Lei, Carmela Trezza, è la figlia, unica e analfabeta, di una famiglia di pastori.
Nella prima parte del racconto l’autrice narra la sua vita in famiglia, con un padre che non nasconde che avrebbe preferito un maschio e un padrone, quello che dà lavoro alla sua famiglia, disinteressato al destino della famiglia Trezza al punto da decidere di vendere le pecore e ridurre Carmela e i suoi genitori ancora più in miseria.

Il titolo, Carmela in libertà, enuncia già le parole chiave, i punti focali dell’intero romanzo.

Da una parte abbiamo Carmela, una giovane che man mano diventa più consapevole, che deciderà di camminare sempre a testa alta; dall’altro abbiamo la libertà, quella che manca alla protagonista e alla sua famiglia.
Il padre di Carmela non è libero di scegliere: nella sua povertà vive alla mercé di chi gli dà lavoro.
Carmela, dopo la vendita delle pecore, va a lavorare in città presso una famiglia molto benestante. Diventa la babysitter (termine non utilizzato nel testo!) di tre bambini, che la trattano con gentilezza e con rispetto. La madre dei bambini pare prenderla in simpatia. All’inizio Carmela si stupisce persino di essere “pagata per giocare”. Le sembra fin troppo bello. I suoi stracci vengono sostituiti con abiti dignitosi; i suoi capelli incolti vengono lavati e pettinati e questo le permetterà di piacersi, di provare soddisfazione per la propria fisicità.

Tuttavia, ben presto Carmela si accorge di vivere in una prigione dorata.

Non può decidere nulla per sé. Anche se è meglio vestita, anche se ora dorme in un letto di lana, non è libera.
La libertà di Carmela non andava oltre il portone, che varcava quando accompagnava fuori i bambini.
La signora Cecilia talvolta le chiedeva di recarsi dal fruttivendolo di fronte, ma si guardava bene dall'affidarle altre commissioni, dal momento che tutte le botteghe erano a cento metri di distanza.
Non avrebbe potuto seguirla dalla finestra, e lei desiderava tenerla sempre sotto controllo.
Carmela si accorse di vivere prigioniera in una casa agiata, circondata da oggetti preziosi che non le appartenevano come la terra non apparteneva ai genitori che la coltivavano e come non le appartenevano le capre che lei aveva condotto al pascolo. Che vivesse in paese o in città la sua condizione di povertà restava immutata. Elvira Rossi, Carmela in libertà

Uno degli snodi cruciali del testo, rende Carmela in libertà più attuale di quanto ci si aspetti.

Se il lavoro la privava anche di un piccolissimo spazio di libertà, era vittima di un sopruso che la bonarietà del trattamento mascherava senza annullarlo. L’ingannevole benevolenza di certi gesti non intaccava ingiustizia e sfruttamento, architettati dal costume antico di una società classista e smemorata che dalla beneficienza traeva una ragione di vanto. Elvira Rossi, Carmela in libertà
Dopo lo scandalo del Pandoro Gate, ci si è resi conto di quanto ancora oggi possa essere umiliante e sfacciata la beneficenza, quando messa in pratica più per vanto e per interesse che per perseguire un ideale alto. Il trucchetto di sponsorizzare la beneficienza e di lucrare su essa è uno dei peccati moderni più vergognosi. Come rincorrere in Lamborghini i rider e i senza tetto per postare su Instagram l’atto di regalare loro mille euro in contanti, è chiaro che siamo alla decadenza. Quanta volgarità c’è in un comportamento del genere?
Eppure gli influencer attuali non hanno inventato niente.
Negli anni Cinquanta del ventesimo secolo, Carmela si rende conto dello stesso problema. I ricchi non hanno a cuore l’uguaglianza sociale e ambiscono solo a mantenere i loro privilegi.

Il finale di questo romanzo breve e delicato è dolce amaro.

Non sappiamo come sarà la vita adulta di Carmela, donna del secolo scorso, con i diritti e i doveri femminili imposti dalla società, ma sappiamo che dalla sua avventura in città avrà acquisito una nuova consapevolezza, che avrà imparato a distinguere il bene e il male e per questo, indipendentemente da come andrà, lei sarà libera.


Carmela in libertà

di Elvira Rossi
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Romanzo storico | Narrativa di costume
Copertina flessibile | 146 pagine
ISBN 9791254585634
Cartaceo 11,00€
Ebook 2,99€

Quarta

Nel cuore della provincia della Avellino degli anni Cinquanta, il destino di Carmela si intreccia con le vicende di un’Italia che cerca di risollevarsi dalle rovine della guerra e sperimenta un nuovo corso politico con l’affermazione della Repubblica.
Costretta a guidare greggi per sostenere la sua famiglia, Carmela è un’adolescente analfabeta che si trova immersa in una società rurale caratterizzata da arretratezza e rapporti di subalternità. Attorno a lei si muovono numerosi personaggi, ognuno con la propria voce che definisce il tessuto sociale e storico dell’epoca.
La storia si trasferisce a Salerno quando, per una serie di circostanze, Carmela entra a servizio dei De Bonis, una famiglia agiata. In questa nuova realtà il divario sociale, evidenziato da scene di estrema povertà e di umanità dolente, si fa più netto e suscita il malcelato ribrezzo della gente perbene.
È qui che emerge in Carmela – acuta osservatrice di un mondo che impara a poco a poco a conoscere – un forte desiderio di libertà, emancipazione e giustizia sociale, determinata a realizzare un’esistenza al di là dei limiti imposti dalla propria e altrui condizione.

Con la prefazione del professore Alberto Granese, già ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Salerno.

«Sì, sono ignorante, non è colpa mia. L’ha voluto mio padre, ma prima ancora l’ha deciso chi non gli ha dato la possibilità di frequentare la scuola. Se la società è ingiusta, non posso fidarmi né delle sue regole né della sua morale. Il passato e il presente non mi convincono. Voglio scegliere da me. Detesto le imposizioni, sarò io a decidere quello che è bene e quello che è male per me. Non so che cosa farò, intanto io non voglio essere né una ragazza seria né una ragazza poco seria. Voglio essere Carmela in libertà. Se qualcuno pensa di impormi qualcosa solo perché sono analfabeta si sbaglia di grosso.»


Elena Genero Santoro
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Recensione: Io sono Marie Curie, di Sara Rattaro

Recensione: Io sono Marie Curie, di Sara Rattaro

Recensione: Io sono Marie Curie, di Sara Rattaro

Libri Recensione di Silvia Pattarini. Io sono Marie Curie, di Sara Rattaro (Sperling & Kupfer). La biografia romanzata della prima scienziata a vincere due premi Nobel, il suo coraggio di sfidare il mondo, il desiderio di libertà, emancipazione e giustizia sociale.


Ho avuto il piacere di conoscere personalmente la bravissima Sara Rattaro in una libreria della mia città, in occasione della presentazione del suo ultimo libro Io sono Marie Curie. Una bella signora davvero molto gentile, disponibile al dialogo coi lettori e soprattutto informatissima sulla vita della famosa scienziata Marie Curie.
Ha specificato subito che questo libro è il suo primo romanzo storico, o meglio, la biografia romanzata di Marie Curie. La stesura le è costata circa due anni di ricerche e documentazione, e ha precisato che ha avuto modo di visionare i diari e alcuni appunti della scienziata, facilmente consultabili al Museo Curie di Parigi.
Durante la presentazione ha anticipato alcune curiosità sulla trama, come la corrispondenza della scienziata con un giovane Albert Einstein e altri aneddoti, che ho ritrovato tra le pagine del libro.

Sara Rattaro, con una penna vivida e avvolgente, incuriosisce subito il lettore che si trova catapultato in un’epoca neanche poi così lontana, nella vicenda tanto scientifica quanto umana di una grande donna, la prima scienziata ad aver ricevuto due premi Nobel.

La vita di Marie Curie si riassume in queste poche righe:
Sono una polacca cresciuta sotto un regime opprimente, la prima donna ad aver vinto un premio Nobel e a insegnare alla Sorbona, ho perso mio marito e cerco di crescere due figlie al meglio delle mie possibilità. Se mi fidassi di un’estranea che si presenta nel mio laboratorio solo per fare due chiacchiere tra ragazze, darei ragione a quella parte di stampa che dichiara che il cervello femminile è fatto solo per sedurre e accondiscendere. Sara Rattaro, Io sono Marie Curie

Le pagine scorrono veloci, si fanno portatrici di messaggi potenti e attuali.

Le parti inerenti le ricerche scientifiche sono descritte con grande abilità e rese comprensibili anche a chi, come me, non ha assolutamente dimestichezza con una materia così ostica. Eppure, un poco alla volta si prende confidenza con una terminologia sconosciuta come ad esempio la pechblenda, ovvero un minerale di uranio, con altri elementi chimici e sostanze luminescenti.

Sara Rattaro racconta di una donna straordinaria che sfida le convenzioni dell’epoca.

Emancipata, riuscì a studiare di nascosto, nonostante il regime russo lo vietasse, con un forte senso del dovere ma anche un desiderio di libertà e di giustizia sociale.
Consiglio vivamente la lettura di Io sono Marie Curie perché la vita della scienziata merita di essere conosciuta: è grazie al suo amore per la scienza e alle sue ricerche sulla radioattività se oggi si possono curare molti tumori; inoltre, la sua vicenda personale, carica di passione, umanità e dolore, incarna molti stereotipi sulle donne, purtroppo ancora attuali. Come afferma l'autrice stessa: «Tutte possiamo essere Marie Curie».


Io sono Marie Curie

di Sara Rattaro
Sperling & Kupfer
Romanzo storico | Biografia romanzata
Copertina rigida | 208 pagine
ISBN 978-8820078461
Cartaceo 17,00€
Ebook 9,99€

Quarta

Parigi, 1894. Mentre si immerge nelle intricate ricerche per la sua seconda laurea in Matematica, dopo aver conseguito quella in Fisica, Marie s'imbatte in Pierre, un animo affine in grado di decifrare la sua mente complessa. Tra loro nasce un connubio di intelletti straordinari, uniti dalla sete di conoscenza e dalla volontà di esplorare insieme gli enigmi dell'universo. Tuttavia, Marie fin da giovane si rivela essere una donna particolare: rifiuta il destino di moglie tradizionale, respingendo l'idea di confinarsi tra le mura domestiche. Per lei, l'amore per la scienza è un compagno di viaggio nel sogno comune, un'ossessione che la guida lungo un percorso inedito. Quando si ritrova improvvisamente sola, costretta a confrontarsi con l'ostilità dell'ambiente scientifico maschilista e conservatore, inizia una battaglia per affermare la sua identità e il suo ruolo nel mondo. La vita di Marie prende così svolte inaspettate, mettendo alla prova la sua forza e la sua determinazione. Tra avventure misteriose e sfide personali, la scienziata che avrebbe successivamente conquistato ben due premi Nobel si trova a lottare non solo contro le forze della natura, ma anche contro un'epoca che fatica ad accettare il genio femminile. Attraverso la penna di Sara Rattaro, la figura di questa donna prodigiosa giunge fino a noi per portare il suo messaggio necessario e potentemente contemporaneo in ogni ambito e sfera dell'oggi: indossate il vostro coraggio e sfidate il mondo. È possibile. Tutte possiamo essere Marie Curie.



Silvia Pattarini

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Recensione: Carmela in libertà, di Elvira Rossi

Recensione: Carmela in libertà, di Elvira Rossi

Recensione: Carmela in libertà, di Elvira Rossi

Libri Recensione di Silvia Pattarini. Carmela in libertà , di Elvira Rossi (PubMe - Collana Gli scrittori della porta accanto). Un romanzo storico breve ambientato in un contesto rurale del sud Italia nel primo dopoguerra che pone l'accento sull'analfabetismo, soprattutto femminile, del tempo e sulla storia personale di Carmela, sul suo desiderio di libertà, emancipazione e giustizia sociale.

Carmela è una pastorella analfabeta che vive in un contesto rurale del sud Italia nel primo dopoguerra. Un racconto intenso, quello di Elvira Rossi, che sia pure nella sua brevità, evidenzia le condizioni di vita di un’adolescente che si vede costretta, non per scelta sua ma della famiglia, a cercare un nuovo lavoro in città.
Ora, però, era in preda all’agitazione, non si aspettava di trovarsi al cospetto di una ragazza così giovane e malvestita. “Impresentabile” pensò per un istante e provò un sentimento di stizza per chi gliela aveva mandata. Come poteva aver creduto che per i suoi bambini andasse bene una ragazza così rozza? Grande fu la tentazione di mandarla indietro, poi si ricordò di una lettera di Montoro, il quale le aveva garantito che si trattava di una ragazza gentile e onesta, e che partecipava regolarmente alla messa della domenica. Elvira Rossi, Carmela in libertà 

Questa scelta potrebbe rivelarsi un’opportunità per Carmela.

La nuova vita in città a servizio di una famiglia borghese si mostra interessante e inaspettata. Nonostante le titubanze iniziali, la ragazza é benvoluta dalla signora e dai bambini di cui si occupa; ben presto le si aprono nuovi orizzonti e instaura nuove conoscenze, inoltre nei brevi e fugaci incontri con Antonio assapora una sconosciuta parvenza di libertà.

Lo stile di Elvira Rossi è essenziale, non si perde in orpelli, ma punta dritta al contenuto con prosa raffinata.

I rari dialoghi, genuini e in un dialetto del sud, raccontano una vita di campagna in cui il duro lavoro contadino, a stretto contatto con la terra e gli animali è indispensabile per la sopravvivenza dell’economia familiare e, anche se precario, non conosce giorni di riposo e lascia poco spazio agli svaghi e ai sentimenti. Per gli umili protagonisti, alle prese con la riforma agraria e le elezioni del giugno del 1953, non c’è possibilità di scelta; a potersi permettere di scegliere, anche per la sorte dei contadini, sono solo i borghesi, nonché i padroni.

Con alcuni personaggi si genera subito una forte empatia.

Da nonna Trofimena, che sembra la sola in grado di esternare i propri sentimenti, al vecchio marinaio Criscuolo che appare verso la fine del racconto e incarna il ruolo di personaggio-simbolo: il suo dono racchiude l'essenza di tutta la storia. A mio parere è il personaggio meglio caratterizzato.
Ho apprezzato molto la dedica nelle ultime pagine, che non voglio svelare e anche se mi aspettavo un finale diverso, nel complesso la lettura risulta scorrevole e godibile e mi sento di consigliarla a tutti gli amanti dei romanzi storici, a coloro che sanno apprezzare le storie vere di donne coraggiose e a chi non rinuncia a inseguire i propri sogni.


Carmela in libertà

di Elvira Rossi
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Romanzo storico | Narrativa di costume
Copertina flessibile | 146 pagine
ISBN 9791254585634
Cartaceo 11,00€
Ebook 2,99€

Quarta

Nel cuore della provincia della Avellino degli anni Cinquanta, il destino di Carmela si intreccia con le vicende di un’Italia che cerca di risollevarsi dalle rovine della guerra e sperimenta un nuovo corso politico con l’affermazione della Repubblica.
Costretta a guidare greggi per sostenere la sua famiglia, Carmela è un’adolescente analfabeta che si trova immersa in una società rurale caratterizzata da arretratezza e rapporti di subalternità. Attorno a lei si muovono numerosi personaggi, ognuno con la propria voce che definisce il tessuto sociale e storico dell’epoca.
La storia si trasferisce a Salerno quando, per una serie di circostanze, Carmela entra a servizio dei De Bonis, una famiglia agiata. In questa nuova realtà il divario sociale, evidenziato da scene di estrema povertà e di umanità dolente, si fa più netto e suscita il malcelato ribrezzo della gente perbene.
È qui che emerge in Carmela – acuta osservatrice di un mondo che impara a poco a poco a conoscere – un forte desiderio di libertà, emancipazione e giustizia sociale, determinata a realizzare un’esistenza al di là dei limiti imposti dalla propria e altrui condizione.

Con la prefazione del professore Alberto Granese, già ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Salerno.

«Sì, sono ignorante, non è colpa mia. L’ha voluto mio padre, ma prima ancora l’ha deciso chi non gli ha dato la possibilità di frequentare la scuola. Se la società è ingiusta, non posso fidarmi né delle sue regole né della sua morale. Il passato e il presente non mi convincono. Voglio scegliere da me. Detesto le imposizioni, sarò io a decidere quello che è bene e quello che è male per me. Non so che cosa farò, intanto io non voglio essere né una ragazza seria né una ragazza poco seria. Voglio essere Carmela in libertà. Se qualcuno pensa di impormi qualcosa solo perché sono analfabeta si sbaglia di grosso.»


Silvia Pattarini


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Recensione: Oro puro, di Fabio Genovesi

Recensione: Oro puro, di Fabio Genovesi

Recensione: Oro puro, di Fabio Genovesi

Libri Recensione di Argyros Singh. Oro puro di Fabio Genovesi (Mondadori). Imprese, amori, violenze e malintesi dietro la scoperta dell'America, una narrazione emozionale a metà tra romanzo storico e diario di bordo.

Cantava De André: Ma voi che siete uomini,
sotto il vento e le vele,
non regalate terre promesse
a chi non le mantiene» Fabrizio De André, Rimini (1978)

3 agosto 1492: si parte. La storia la conosciamo tutti; possiamo così concentrarci su altre vicende, quasi insignificanti, ma ben più universali di un qualsiasi atto notarile.

Quindici anni fa, Fabio Genovesi leggeva, nei diari di Cristoforo Colombo, un passaggio che attribuiva a un giovane mozzo inesperto l’incagliamento e la distruzione della Santa Maria. Con i resti della nave, venne costruita la fortezza nota come La Navidad, primo insediamento europeo nell’odierna Haiti.
Ufficiali, re ed esploratori costituiscono però lo sfondo del romanzo, incentrato sul sedicenne Nuno, abitante di Palos e figlio di una prostituta ebrea, chiamata la Vedova, o la Gallega. La donna è una figura indipendente e, insieme al signor Nuno, dal quale il giovane prende il nome, insegna al figlio i fondamenti della lettura e della scrittura.

Nuno, il ragazzo, cresce nella Spagna da poco riunificata, dopo secoli di Reconquista, e subisce gli effetti del Decreto dell’Alhambra, con cui il re Ferdinando il Cattolico sanciva l’espulsione dai territori del regno di tutti gli ebrei che rifiutavano di convertirsi al cristianesimo.

Un evento storico che, per molti spagnoli di origini ebraiche, fu molto più rilevante dell’imminente scoperta delle Americhe.
Nuno però è fortunato. Per una serie di coincidenze, viene imbarcato su una nave che lo porta prima alle Canarie e poi in mare aperto, da dove nessuno – così si diceva – era mai tornato. Fortunato, sì, ma fino a un certo punto.
Lo scalo alle Canarie è un momento significativo. È quel passaggio intermedio, prima del grande salto, dove molti tendono a fare un passo indietro. L’arcipelago è il primo ostacolo, nelle vesti seducenti di un’isola paradisiaca, in cui abitano nativi che guardano soltanto il mare, «e sono contenti così».
E Nuno è tentato di fermarsi tra quelle genti, magari per assistere il frate eremita che ha conosciuto, ma – ancora una volta – un vento invisibile lo sospinge contro la sua volontà, un po’ come Giona in fuga, riportato alla sua dimensione.

«La nave è una persona» è la frase che apre il quarto capitolo.

Lo è per analogia, perché le sue componenti ricordano alcune parti del corpo umano, ma lo è soprattutto per ciò che rappresenta. Un’isola in mezzo al mare, che si lancia da una costa all’altra in cerca di connessioni e di significato. E al suo interno si svolge la vita, l’agire quotidiano espresso da Alonso, dal balbuziente Domenico, dallo Scimmione e dal Biondo. Ciascuno di loro ha qualcosa da raccontare, una missione da compiere, un significato da esprimere in forma individuale e come equipaggio della nave.
E poi ci sono gli ufficiali.

A Nuno viene insegnato che a scoprire nuove terre non sono i religiosi, ma i mercanti.

Marco Polo, sulla cui scia giunsero i predicatori, quasi inviati contro la loro volontà. Il giovane resta affascinato dalla prospettiva di poter vedere i tesori d’Oriente, ma non può non domandarsi perché uomini adulti si diano tanto da fare per il pepe e le altre spezie. A Nuno, chiamato il Granchio, ultimo degli ultimi ancora prima di imbarcarsi, quelle merci che definiscono lo status symbol restano estranee.
Il protagonista è più ammaliato dal sapere. Come anime affini che si cercano in segreto, il capitano, Cristoforo Colombo, chiama quel giovane nella sua cabina. Nuno l’aveva idealizzato, fin troppo, e, dopo un dialogo superficiale, sta per andarsene con una certa delusione. Il capitano lo ferma, perché ha scoperto che il ragazzo sa scrivere e da quel momento lo impiega come scrivano.

Colombo continuerà fino alla fine ad affascinarlo: «Perché anche se non volevo, quando il Capitano parlava di anime nobili e sensibili, meno grette e più aperte alla meraviglia del mondo, mi sentivo tra quelle».

Allo stesso tempo, però, quel granduomo viene descritto come una persona incapace di provare empatia, di porsi a livello umano, e Nuno otterrà soltanto di essere chiamato per nome, ma quello di un altro: Diego.
Oro puro di Fabio Genovesi racconta tanto la parte positiva della civiltà occidentale, quella sete di conoscenza che ha spinto l’umanità verso nuovi orizzonti, quanto la parte oscura, caratterizzata dalla tracotanza e dal senso di superiorità per le conquiste raggiunte.
In tal senso, Colombo accoglie in sé questi due aspetti: è un visionario, che basa le sue convinzioni nella fede e – diremmo oggi – nell’analisi dei dati, ma al contempo è incapace di cogliere la piena umanità dei popoli che incontra, parlando subito di loro in termini di sottomissione.

Nuno è abbastanza sveglio da capire le due dimensioni e ne trae un doppio insegnamento.

Per esempio, si ispira alle parole del capitano, che affida la spedizione a Dio, e le rielabora a modo proprio.
Aver paura non serve a nulla nella vita, perché non sappiamo nemmeno di cosa dovremmo aver paura veramente. E lo stesso con la speranza: non abbiamo idea di cosa temere né di cosa sperare. Eppure tremiamo e speriamo, tremiamo e speriamo, senza mira, senza scelta, senza senso. Non sappiamo da cosa fuggiamo né dove correre, ma sempre e per sempre fuggiamo e corriamo. A testa bassa e senza capire nulla. Fabio Genovesi, Oro puro

Colombo nutre una cieca fede in Dio, ma Nuno prende consapevolezza che la natura non operi in funzione dell’essere umano e che il sole e le stelle brillino nei nostri occhi, ma non per noi.

Il protagonista ascolta il capitano, che lo ammonisce contro coloro che credono di sapere tutto, pur non ascoltando mai gli altri, o lasciando spazio al silenzio. Forse intuisce che quel discorso costituisca una sorta di autoconfessione non voluta. Il capitano si è riempito di teorie, è euforico per il recente successo della fedelissima corona spagnola sugli arabi, e non vede altro che quel trionfo.
Appena sbarcati dall’altra parte dell’oceano, il suo primo pensiero è di reclamare quella terra in nome di Dio e della corona: un atto notarile scritto ignorando il paradiso intorno, come si fa notare con ironia al termine del diciannovesimo capitolo.

Dopo la conquista, c’è la razzia, di uomini e di merci.

Gli equipaggi delle tre navi cercano soprattutto l’oro, ed è la prima parola che imparano nella lingua dei nativi. Nei suoi diari, Colombo li descrive come non-umani e parla di loro in termini aberranti.
Nuno trascrive quelle parole, ma non è costretto a condividerle. In cuor suo le respinge, non comprende come una persona tanto grande non riesca a provare quell’empatia e quell’amore che lui ha provato. Perché Nuno conosce un’abitante dell’isola e si innamora, perdutamente. Alle Canarie, la ciurma era andata in cerca di prostitute, mentre Nuno aiutava Alonso a cercare legna da ardere. Oltreoceano, mentre tutti cercano oro, pappagalli e nativi da rapire, il ragazzo trova l’oro puro, «senza lo sporco delle mani che lo afferrano, lo rubano, lo vendono.»: l’amore immateriale.

Il viaggio di ritorno è doloroso, perché la donna è stata presa dall’equipaggio, ma è su un’altra nave.

Inoltre, Nuno è responsabile dell’affondamento della Santa Maria, momento storico che Genovesi aveva letto in un fugace passaggio dei diari di Colombo, ispirandogli il romanzo.
A ogni modo, gli equipaggi tornano a casa. Inizia un nuovo capitolo della vita di Nuno. Per alcuni mesi, aveva vissuto nel solco della grande storia guidata da Colombo, cercando comunque di ritagliarsi una propria autonomia. Ora, mentre monarchie e mercanti disputano come suddividersi quell’enorme ricchezza, l’esistenza di Nuno ritorna nell’oblio.

Nuno, o si potrebbe dire Niuno, Nessuno.

Continua però a scrivere, perché – come gli aveva insegnato il suo vecchio maestro – la scrittura «è un lavoro del cuore», ma anche «del respiro» e, se possiedi quell’ispirazione, non puoi tirarti indietro.
Dopo sessant’anni, un ragazzo innamorato gli porta una lettera che aveva trovato in una botte. Il vecchio riconosce la sua grafia: l’aveva scritta durante il viaggio, quando c’era il rischio di non fare ritorno. Era un ammonimento rivolto alle future spedizioni: «Che nessuno provi mai a ripetere la nostra impresa sventurata, o incontrerà solo acqua salata e tenebre, un mare di tenebre come un enorme specchio scuro in cui trovarci riflessi, e riconoscerci».

Oro puro non è una cronaca o un romanzo storico, né un diario di bordo: quello esiste già e l’ha scritto Colombo.

La geografia proposta da Genovesi è di tipo emozionale. Si basa sul lasciarsi andare alle correnti e al cambiamento, non in maniera passiva, ma riflessiva.
È vero che l’appello finale è a non cercare nuove terre, ma a tentare «di fare cose nuove» in quelle solite, eppure è proprio Nuno a insegnarci che, con la giusta disposizione d’animo, sia possibile superare i propri limiti, caratteriali e culturali, tornando a casa più umani di prima.


Oro puro

di Fabio Genovesi
Mondadori
Narrativa
ISBN 978-8804773566
Cartaceo 19,00€
Ebook 10,99€

Quarta

Palos, Spagna, agosto 1492. Nuno ha sedici anni, ed è un granchio. O almeno questo è il soprannome che gli ha dato sua madre, morta pochi mesi prima, di cui Nuno conserva un ricordo che è dolore e luce insieme. Pur vivendo sul mare, Nuno non ha mai desiderato solcarlo, e preferisce guardarlo restando aggrappato alla terra, proprio come fanno i granchi. Finché, per una serie di circostanze tanto sfortunate quanto casuali, deve imbarcarsi su una nave di cui ignora la destinazione. Si tratta della Santa María, a bordo della quale Cristoforo Colombo scoprirà – per caso e per sbaglio – il Nuovo Mondo. Mentre Nuno si renderà conto, lui che di navigazione non sa nulla, di condividere lo smarrimento coi suoi compagni molto più esperti: tutti spaventati da quell'impresa folle e mai tentata prima. Avendo imparato dalla madre a leggere e scrivere, Nuno diventa lo scrivano di Colombo, e trascorrendo ore ad ascoltarlo sente crescere l'entusiasmo per i grandi sogni di questo imprevedibile esploratore visionario. Attraverso lo sguardo di Nuno, percorriamo il viaggio più importante della storia dell'umanità: i giorni infiniti prima di avvistare terra, fino alla scoperta di un mondo nuovo, una nuova umanità, una nuova, diversa possibilità di intendere la vita. In questo Paradiso Terrestre, Nuno imparerà quanta ferocia, quanta avidità possa motivare le scelte degli uomini, ma anche la forza irresistibile dell'amore, che lo travolgerà fino a sconvolgere i suoi giorni e le sue notti. In questo romanzo, Fabio Genovesi non solo ci racconta la navigazione di Colombo come mai è stato fatto prima, ma ci cala dentro una grande avventura umana, esistenziale e sentimentale, che si snoda attraverso imprese, amori, crudeltà spaventose e improvvise tenerezze, svelandoci come dietro la scoperta occidentale delle Americhe si nascondano violenze, soprusi e malintesi, ma soprattutto l'insopprimibile, eterno istinto degli uomini a prendere, consumare e distruggere tutto, persino se stessi.

Argyros Singh
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Recensione: La portalettere, di Francesca Giannone

Recensione: La portalettere, di Francesca Giannone

Recensione: La portalettere, di Francesca Giannone

Libri Recensione di Davide Dotto. La portalettere di Francesca Giannone (Casa Editrice Nord). Un romanzo strutturato (e pronto) per una fiction, l’incontro tra il Nord e il Sud, una scrittura raffinata, decisa e libera, una donna che conduce a piccoli passi la sua rivoluzione.

La portalettere di Francesca Giannoni è la storia di Anna, bisnonna dell'autrice. La sua è una vicenda reale e finora sconosciuta, tra le mille chiuse in un cassetto che chiedono di essere ricordate. È anche quella dell'incontro tra il Nord e Sud Italia, quello degli anni Trenta, un paese che si è lasciato alle spalle una guerra mondiale, ma anche l'esperienza risorgimentale.
Senza dubbio all'epoca si era di un’altra pasta, chi più chi meno affrontava il destino senza avere il tempo di esserne sopraffatto.
Molti i libri che accompagnano Anna e chi le cammina a fianco: Flaubert (Madame Bovary, L’educazione sentimentale), le sorelle Brontë (Jane Eyre, Cime tempestose) e Jane Austen (Orgoglio e pregiudizio). Conosce Dostoevskij, non l’ha letto, ma tra le mani ha avuto Anime morte di Gogol.

Tra alti e bassi, equilibri che si infrangono e si ricompongono, Anna – donna del nord – porta nel Salento un contributo e una tempra che ben si innestano in quell'altrove.

Come la comune tenacia necessaria per affrontare una quotidianità non scontata, e un modo diverso di esprimere e vivere le emozioni.
Le mani di Anna, così lisce e curate, si muovevano sciolte e sicure; erano le mani sapienti di chi aveva praticato il rito del pesto fin da piccina. Non l’aveva mai vista così di buonumore. Pensò che il pesto avrebbe dovuto farlo ogni santo giorno, se riusciva a farla sorridere in quel modo. Francesca Giannone, La portalettere

Anna vince un concorso bandito dalle Regie Poste e diventa la prima portalettere del paese, Lizzanello.

Conduce a piccoli passi la sua rivoluzione: anticipa tempi sin troppo nuovi; indossa i pantaloni, non è credente, non va a messa e non si cura di "alimentare chiacchiere". Accetta, insomma, di germogliare in un terreno non sempre ospitale. Prende in carico i destini delle donne sostenendone con forza i diritti, quando ancora nessuno ci pensa, o ne parla.
Per questi e altri motivi sarà sempre “la forestiera”, occupando però, via via il tassello di un tutto più grande, con una consistenza particolare e un colore più vivace. Anna diventa un faro per chi spera e osserva il suo impegno, segnando la strada oltre quella suggerita dalla rassegnazione, e al di là dei consigli e le resistenze di chi le sta vicino.

La portalettere di Francesca Giannone è un romanzo strutturato (e pronto) per una fiction.

L’incontro tra il Nord e il Sud di quel mondo è funzione tra reciproche tensioni e vicendevoli scambi. E in questo la scrittura è raffinata, decisa e libera, come gli spiriti che aleggiano tra un dopoguerra e l'altro, il 1946-1948, il diritto di voto esteso alle donne, l’inizio dell’Italia Repubblicana, il matrimonio della regina Elisabetta con il principe Filippo, gli anni Cinquanta.


La portalettere

di Francesca Giannone
Casa Editrice Nord
Narrativa | Romanzo storico
ISBN 978-8842934844
Cartaceo 18,05€
Ebook 9,99€

Sinossi 

Salento, giugno 1934. A Lizzanello, un paesino di poche migliaia di anime, una corriera si ferma nella piazza principale. Ne scende una coppia: lui, Carlo, è un figlio del Sud, ed è felice di essere tornato a casa; lei, Anna, sua moglie, è bella come una statua greca, ma triste e preoccupata: quale vita la attende in quella terra sconosciuta? Persino a trent’anni da quel giorno, Anna rimarrà per tutti «la forestiera», quella venuta dal Nord, quella diversa, che non va in chiesa, che dice sempre quello che pensa. E Anna, fiera e spigolosa, non si piegherà mai alle leggi non scritte che imprigionano le donne del Sud. Ci riuscirà anche grazie all’amore che la lega al marito, un amore la cui forza sarà dolorosamente chiara al fratello maggiore di Carlo, Antonio, che si è innamorato di Anna nell’istante in cui l’ha vista. Poi, nel 1935, Anna fa qualcosa di davvero rivoluzionario: si presenta a un concorso delle Poste, lo vince e diventa la prima portalettere di Lizzanello. La notizia fa storcere il naso alle donne e suscita risatine di scherno negli uomini. «Non durerà», maligna qualcuno. E invece, per oltre vent’anni, Anna diventerà il filo invisibile che unisce gli abitanti del paese. Prima a piedi e poi in bicicletta, consegnerà le lettere dei ragazzi al fronte, le cartoline degli emigranti, le missive degli amanti segreti. Senza volerlo – ma soprattutto senza che il paese lo voglia – la portalettere cambierà molte cose, a Lizzanello. Quella di Anna è la storia di una donna che ha voluto vivere la propria vita senza condizionamenti, ma è anche la storia della famiglia Greco e di Lizzanello, dagli anni ’30 fino agli anni ’50, passando per una guerra mondiale e per le istanze femministe. Ed è la storia di due fratelli inseparabili, destinati ad amare la stessa donna.


Davide Dotto
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Recensione: Il segreto di Sissi, di Emily Pigozzi

Recensione: Il segreto di Sissi, di Emily Pigozzi

Recensione: Il segreto di Sissi, di Emily Pigozzi

Libri Recensione di Silvia Pattarini. Il segreto di Sissi di Emily Pigozzi (Sperling&Kupfer). Un romanzo storico avvincente: la vita della trovatella Edith s'intreccia a quella dell'imperatrice più famosa di tutti i tempi.

Premetto che ho sempre adorato la storia della principessa Sissi, ho visto il film interpretato da Romy Schneider non so quante volte, quindi quando ho saputo dell’ultimo libro di Emily Pigozzi, Il segreto di Sissi, la mia curiosità ha preso il sopravvento: dovevo leggerlo.
Il mio istinto di lettrice non sbagliava. Mi sono ritrovata tra le mani un bellissimo romanzo storico che amalgama sapientemente realtà e fantasia, rivelando il carattere tormentato, ma anche i vezzi e capricci della famosa Imperatrice d’Austria, nonché regina dell’amata terra d’Ungheria di Boemia e Croazia, consorte dell'imperatore Francesco Giuseppe d'Austria.
Questa terra, Gödöllő... sono speciali per me. Quando ero poco più di una ragazzina, l’imperatore... si innamorò di me. Avrebbe dovuto sposare mia sorella... Emily Pigozzi, Il segreto di Sissi

La trovatella Edith, dal passato oscuro e dagli occhi di colore diverso, caratteristica che la rende vittima di superstizioni da parte delle persone del luogo, capiterà per caso nella vita della principessa Sissi.

Ne diventerà cameriera fedele, nonché depositaria di un segreto riguardante un ballo in maschera e dei vari intrighi di corte.
Erzsébet, Elisabetta, Sissi. Era così vera, così reale in quel momento. Profondamente viva. E si stava aprendo, come uno spettacolo meraviglioso della natura riservato a me sola. Il respiro mi si era fermato, non esisteva più niente. Il mondo parve arrestarsi mentre lei taceva, persa nei suoi ricordi. Emily Pigozzi, Il segreto di Sissi
.

Cos’è accaduto durante un ballo in maschera la sera di carnevale di tanti anni prima?

Un’imperatrice in incognito con la sua dama di compagnia, si aggirano per le stanze di un sontuoso palazzo, celate rispettivamente sotto un domino giallo e un domino rosso.
La giovane Edith o «Edith delle foreste», come è solito chiamarla il bel cavaliere Andràs, è disposta a tutto, anche a sacrificare se stessa, pur di mantenere integro il segreto che riguarda l’imperatrice: per fortuna Andràs capita giusto in tempo per proteggerla.
Non mi dilungo oltre, lascio ai lettori il piacere di scoprire di più circa l’avvincente trama, che narra, oltre agli intrighi di corte e la lontananza dell'imperatore Franz da Sissi, anche la storia d’amore tra la giovane Edith e il suo affascinante cavaliere.

Mi limito a dire che l’accurata descrizione del periodo storico, frutto di ricerche scrupolose da parte di Emily Pigozzi, i dialoghi ben strutturati e credibili, la scrittura limpida e fluente, rendono la lettura molto piacevole.

Risulta facile immedesimarsi nelle scene, respirare l’atmosfera della corte imperiale, soffrire o sorridere coi protagonisti. Un libro che sa regalare intense emozioni.
Consiglio la lettura de Il segreto di Sissi di Emily Pigozzi a tutti gli amanti della principessa Sissi, perché emergono curiosità inaspettate sul suo stile di vita, ma anche le sue fragilità; a chi sa apprezzare i romanzi storici e ai romantici che non disdegnano le belle storie d’amore.


Il segreto di Sissi

di Emily Pigozzi
Sperling & Kupfer
Romanzo storico
ISBN 978-8855441803
Cartaceo 10,35€
Ebook 6,99€

Quarta

La storia di una giovane trovatella incontra quella dell'imperatrice più famosa e iconica di sempre, tra segreti e amori nascosti, tra verità e finzione. Ungheria, 1874. Sono passati più di vent'anni dal primo incontro tra Sissi e Franz. Dopo la nascita dei figli, i lutti e le guerre che hanno sconvolto la loro vita, il matrimonio sembra giunto al capolinea e l'imperatrice, quando può, trascorre il tempo al palazzo di Gödöllő, l'amata reggia ungherese. È qui che conosce Edith, una trovatella abbandonata nella foresta appena bambina e allevata alla corte con il mito della sovrana. All'apparenza, le due non potrebbero essere più diverse, ma nel profondo condividono lo stesso desiderio di libertà, l'animo da viaggiatrici e il bisogno di trovare qualcuno che le ami per quello che sono. Il loro destino finirà per intrecciarsi irrimediabilmente, grazie a un segreto che la ragazza ungherese dovrà custodire e che riguarda il misterioso incontro a un ballo in maschera a cui Sissi ha partecipato sotto mentite spoglie. In una notte che segnerà la sua vita per sempre...

Silvia Pattarini

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Recensione: Avevano spento anche la luna, di Ruta Sepetys

Recensione: Avevano spento anche la luna, di Ruta Sepetys

Recensione: Avevano spento anche la luna, di Ruta Sepetys

Libri Recensione di Silvia Pattarini. Avevano spento anche la luna  di Ruta Sepetys (Garzanti). Un romanzo potente sul genocidio dei lituani che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.

Il romanzo di Ruta Sepetys è un importante documento storico, poiché si ispira a una storia vera, drammatica e dai risvolti tragici. Bisogna premettere che non solo gli ebrei furono deportati nei campi di concentramento ai tempi di Hitler, ma un’altra dittatura, non meno bestiale e cruenta, imperversava in Europa in quei tragici anni: il regime stalinista nella sconfinata Unione Sovietica.

Dopo aver occupato gli stati baltici di Lettonia, Estonia e Lituania, il Cremlino stilò dei lunghi elenchi riportanti i nomi di persone considerate ostili al regime, che in seguito furono deportate nei gulag, ovvero campi di lavoro in Siberia.

Questa tragica sorte tocca anche alla giovane Lina; nel giugno del 1941 viene deportata nei campi di lavoro (gulag) con la madre e il fratellino di undici anni, colpevoli solo di risultare iscritti in quei lunghi elenchi, insieme a centinaia di persone, senza nemmeno sapere il perché.
Stipati come sardine in un lurido treno merci, nella carrozza al cui esterno campeggia la dicitura “ladri e prostitute”, trattati come criminali, i deportati, in maggioranza lituani, iniziano il loro viaggio infernale verso l’ignoto.
Il prete alzò lo sguardo, spruzzò dell’olio e si fece il segno della croce mentre il nostro treno si allontanava sferragliando. Stava dando l’estrema unzione. Ruta Sepetys, Avevano spento anche la luna

Dopo diverse settimane il treno ferma nella remota regione dei Monti Altaj, in quello che per Lina, sua madre, il fratellino e tutti gli altri segnerà l’inizio della schiavitù.

Privati di ogni genere di conforto, costretti al duro lavoro nei campi e all'indigenza, a scavare fosse per guadagnarsi anche un solo tozzo di pane, i giorni sono interminabili. Lina trova rifugio nei suoi disegni: userà la sua arte per disegnare gli orrori che vive nel quotidiano, mentre cerca disperatamente di mettersi in contatto col padre, anche lui detenuto prigioniero dai sovietici in una ignota destinazione. Tutti i deportati sono costretti a subire maltrattamenti e angherie da parte della polizia sovietica, a patire il freddo e la fame.
Dopo qualche tempo Lina, la madre, il fratello e pochi altri vengono caricati a forza prima su un camion e poi imbarcati su un piroscafo, verso una nuova destinazione: Trofimovsk, in Siberia. Sulle sponde del Mar Glaciale Artico la notte dura mesi, è difficile scaldarsi e sopravvivere. Raccolgono le reti da pesca, dimenticate dai pescatori sulla battigia per coprirsi un po’. Molti si ammalano, altri muoiono di freddo e di malnutrizione, le possibilità di resistere fino al sorgere del nuovo sole sono remote. Lina s’aggrappa alla speranza e ai suoi disegni.

Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys è una lettura dolorosa, cruda, per lettori coraggiosi, strappa il respiro.

Le atrocità raccontate in certi punti sono difficili da sopportare: malvagità e disumanità s'intrecciano, lasciano il lettore indignato e con un nodo in gola e sorge spontanea la domanda: com'è potuto accadere? Verità sconcertanti, per troppo tempo taciute perché scomode, urlano il loro dolore, pesano come macigni, necessitano di uscire allo scoperto.
Solo in tempi recenti, qualcuno ha avuto il coraggio di raccontare gli abusi subiti. Come spiega l’autrice Ruta Sepetys in una nota a fine libro, ha svolto numerose ricerche, si è recata personalmente in Lituania dove ha incontrato i parenti dei deportati, alcuni superstiti dei gulag, nonché storici, psicologi e funzionari governativi. Qualcuno ha lasciato delle memorie scritte e dei disegni, ben celati in scatole di legno e poi interrate, nascoste ai sovietici per paura di ritorsioni. I sovietici hanno cercato di insabbiare il genocidio del popolo lituano, come del resto è già accaduto col genocidio degli ebrei da parte dei nazisti. Un libro che racconta una vergognosa e triste pagina di storia. Un romanzo da leggere, per riflettere sul valore della memoria, perché ricordare, tramandare e non dimenticare è il primo passo per evitare che il male possa di nuovo bussare alle nostre porte.



Avevano spento anche la luna

di Ruta Sepetys
Garzanti
Romanzo storico
ISBN 978-8811006022
Cartaceo 10,40€
Ebook 3,99€

Sinossi

Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell'università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all'arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno. Ma c'è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l'unico modo, se c'è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onorerà per mezzo dell'arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia. Ispirato a una storia vera, "Avevano spento anche la luna" spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Definito all'unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.

Gulag, 1930s | Photo-exhibition «International Women’s Day – History in Photos»
UNDP Ukraine

Silvia Pattarini

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Recensione: Bly, di Melania Soriani

Recensione: Bly, di Melania Soriani

Recensione: Bly, di Melania Soriani

Libri Recensione di Stefania Bergo. Bly di Melania Soriani (Mondadori). La storia di Nellie Bly, scrittrice, giornalista e viaggiatrice, una pioniera del giornalismo d'inchiesta al femminile.

Elizabeth Jane Cochran (1864 – 1922), detta Pink per via del colore dei suoi abiti, meglio conosciuta come Nellie Bly, è una figura leggendaria del femminismo ante litteram. Fu scrittrice, giornalista e viaggiatrice quando ancora alle donne erano precluse troppe possibilità e il loro destino pareva solo quello di essere moglie e madre. Di lei è nota la sua inchiesta giornalistica sul manicomio femminile di Blackwell, Dieci giorni in manicomio, dove si fece internare per documentare la condizione delle donne rinchiuse la maggior parte delle volte solo per mettere loro un bavaglio – alla bocca, alle idee, ai sogni –, e il racconto del suo sogno più grande: fare il giro del mondo battendo il Phileas Fogg di Verne, come fosse la rivalsa del genere femminile per tutte quelle imprese mai tentate solo per mancanza di possibilità – Il giro del mondo in 72 giorni.
Melania Soriani ci racconta il resto della sua vita – avvalendosi di piccole licenze di fantasia –, la sua infanzia nella grande casa di famiglia, le vicissitudini dell'adolescenza, i sogni difesi strenuamente, le prese di posizione, la determinazione, il coraggio, di questa donna che non ha voluto farsi ammaestrare e non ha mai perso di vista il suo obiettivo, anche quando in troppi hanno cercato di sminuirne il valore.

Elizabeth Jane Cochran è libera e ribelle fin da piccola, ed è attratta dai libri prima ancora di saper leggere.

Ha subito le idee chiare. Sa cosa vuole e nota subito il glitch delle divesre possibilità date a lei e ai suoi fratelli. Cresce scontrandosi, direttamente o attraverso i racconti altrui, con le ingiustizie e le discriminazioni di cui le donne sono vittima sul finire dell'800. Assapora l'amaro della sottomissione e dell'impotenza femminile di fronte agli stereotipi e alla violenza degli uomini.
Alla morte dell'amato padre, la madre si risposa per necessità: una donna sola, infatti, non può amministrare alcun patrimonio, deve esserci sempre un uomo. E così la famiglia Cochran si trova a subire la violenza di un marito perennemente ubriaco e pieno di debiti, di cui si devono per giunta far carico. Eppure divorziare sarebbe disonorevole – «Apollo è una cittadina piccola e la gente non vede di buon occhio una donna che si ribella al proprio marito» – e getterebbe nuovamente la famiglia allo sbando. Ma Elizabeth è risoluta, sebbene abbia solo quattordici anni: non tollera i soprusi, le stanno stretti gli incubi delle piccole di casa, la violenza sulla madre, la mentalità ristretta del patrigno che non le permette di spiegare le ali e continua a succhiare ogni energia e risorsa della famiglia.

Scritto in prima persona, nella prima parte del romanzo si avverte l'immobilismo della vita di Elizabeth fino alla maggiore età: le pagine pulsano come un elastico che non ha ancora trovato il modo giusto di tendersi.

Melania Soriani ben rappresenta il tumulto che freme sotto la pelle di Elizabeth, lo scontro con le paratie che la società vuole metterle. Anche lo stile rallenta e si adegua, pronto ad accelerare in seguito.
Grazie alla proverbiale goccia che fa traboccare il vaso, la vita dei Cochran è a una nuova svolta. 
In Elizabeth matura la consapevolezza di voler studiare e diventare una giornalista, contrariamente a quello che la consuetudine del tempo vorrebbe per una donna. Propizio per lei è l'incontro con Miss Ghettisbury, cui fa da dama di compagnia assimilando per osmosi cultura e soprattutto fiducia in se stessa e ribellione. È lei che le dà l'ultima spinta nella giusta direzione. Lei e un articolo irritante, scritto da un uomo, che ha la pretesa di raccontare le donne alle donne – mansplaining. La sua risposta scritta alla direzione del giornale può ritenersi il suo scoppiettante esordio come giornalista – «[...] fu così che decisi di rispondere al giornalista come meritava. E quella decisione mutò per sempre il mio destino».

Ed è allora che Bly di Melania Soriani decolla, coinvolgendo nelle avventure di Nellie Bly – lo pseudonimo che Elizabeth si dà per pubblicare i suoi articoli sul Dispatch Journal.

Inizialmente le viene affidata una rubrica sui pizzi e merletti, ma ben presto si ritaglia il suo ruolo come testimone di realtà scomode, determinata ad affrontare l'immobilità del suo tempo nei confronti dell'emancipazione femminile – «[...] io e molte altre donne del mio secolo custodivamo in noi l'irruente audacia e l'impulso all'azione». Con passione Nellie Bly racconta la verità, che sarà sempre la sua stella polare anche quando le confessioni saranno compromettenti e la metteranno in posizioni spiacevoli o addirittura rischiose. Diventa addirittura inviata speciale per il New York World, il giornale di un certo Joseph Pulitzer, per cui realizza il suo celebre reportage sul manicomio femminile. Melania Soriani ne racconta una sorta di dietro le quinte: come Nellie Bly abbia avuto l'idea di farsi passare per una ragazza sola e sull'orlo di una severa crisi depressiva e quali fossero le motivazioni che l'hanno spinta a rischiare così tanto per raccontare la verità – «[...] un collega [...] non avrebbe mai avuto bisogno di correre tanti rischi per ottenere un'opportunità di lavoro» –, pioniera di quel giornalismo d'inchiesta che, parlando di donne, ha caratterizzato la vita di Oriana Fallaci.
Quella di Elizabeth Jane Cochran è una storia che doveva essere raccontata, perché dobbiamo a donne come lei il femminismo moderno e perché molti stereotipi di quegli anni li ritroviamo quasi del tutto intatti anche oggi. Nel suo appassionato romanzo storico, Melania Soriani la tratteggia con reverenza e uno stile lineare, senza sovrastrutture. Andando direttamente alla verità, come era solita fare Nellie Bly.
Non ricordo se ci fu un tempo in cui giocare con la casa delle bambole mi avesse divertito. Piuttosto ricordo che amavo molto le avventure o la competizione e inventare storie incredibili. [...] improvvisando racconti paurosi in cui agili donzelle o principesse coraggiose salvavano i cavalieri – in barba alle fiabe con cui ero stata cresciuta – conditi con amputazioni o interventi chirurgici presi direttamente dalle pagine del libro di mio padre. Melania Soriani, Bly


Bly

di Melania Soriani
Mondadori
Romanzo storico
ISBN 978-8804746157
Ebook 10,99€
Cartaceo 19,00€

Quarta

È una giornata di primavera del 1864 quando il giudice Cochran mostra orgoglioso ai propri figli il fagottino rosa della neonata Elizabeth. Il loro è un piccolo borgo di tranquillo benessere in Pennsylvania, dove i ruoli sociali seguono schemi quasi inviolabili, ma Pink – come viene soprannominata la bambina – si dimostra presto inquieta e ribelle, più attratta dalle scorribande dei fratelli maggiori che dalle bambole, e al tempo stesso incuriosita dalla ricca biblioteca paterna. Quando, durante un banchetto, conosce Miss Jennie Stentz – intraprendente fondatrice di un quotidiano locale – Elizabeth vive un vero e proprio colpo di fulmine: diventerà giornalista. Il destino ha però per lei altri amari, amarissimi piani. Costretta ad abbandonare gli amati studi, Elizabeth si trasferisce a Pittsburgh, dove nel tentativo di decifrare un mondo che non conosce diventa avida lettrice di giornali. Ha così la prova che le sue sensazioni sono fondate: le disparità di genere ci sono davvero, e sono più radicate che mai. Decide allora di passare all'azione, e scrive una lettera di denuncia con una voce così fuori dal coro da convincere il direttore del giornale a proporle una collaborazione, con lo pseudonimo di Nellie Bly. È l'inizio di un'appassionante storia, perché con la sua vita Elizabeth diventerà una figura leggendaria del femminismo ante litteram, pioniera delle pari opportunità in una società maschilista e profondamente conservatrice, ma anche l'inventrice del giornalismo sotto copertura, e un'avventuriera straordinaria, capace di compiere il Giro del Mondo in meno tempo del Phileas Fogg di Jules Verne. Melania Soriani ci racconta la storia vera e ancora poco nota di una donna eccezionale, mettendone in luce la forza e la fragilità, il coraggio e la tenacia che l'hanno portata a realizzare traguardi impensabili per i suoi tempi, dopo aver combattuto, più di cent'anni fa, le stesse battaglie che, purtroppo, ancora oggi non sono state completamente vinte.


Ringrazio Melania Soriani per avermi gentilmente inviato una copia del romanzo.



Stefania Bergo
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Recensione: La ragazza blu, di Kim Michele Richardson

Recensione: La ragazza blu, di Kim Michele Richardson

Recensione: La ragazza blu, di Kim Michele Richardson

Libri Recensione di Silvia Pattarini. La ragazza blu di Kim Michele Richardson (Libreria Pienogiorno). Cussy Mary Carter, intelligente, indipendente e con la pelle blu: ultima testimone di un popolo realmente esistito che superstizioni e maldicenze hanno segregato nelle zone più impervie dei monti Appalachi.

Un romanzo storico meraviglioso, La ragazza Blu di Kim Michele Richardson, autrice americana che non conoscevo. Best seller e vincitore di ben 26 premi letterari negli USA, sono sicura che arriverà in vetta alle classifiche dei libri più letti anche in Europa.
Una vicenda molto cruda e drammatica quella della protagonista, Cussy Mary, chiamata anche Bluette, considerata diversa per il colore della sua pelle, che tende al blu, a causa di una rara malattia congenita: la metemoglobinemia.

É il 1936 in un paese del Kentucky, e Bluette è “la donna dei libri”, ovvero un’impavida bibliotecaria itinerante del Pack Horse, un progetto nato dal New Deal del presidente Rooselvelt dopo la crisi del ‘29, per diffondere la lettura.

Il suo compito è portare i libri alla povera gente che vive in valli impervie, sperdute tra i monti Appalachi, scortata dalla sua fedele mula Giunia, dal carattere un po’ scontroso, protagonista comprimaria nel romanzo.
Bluette ama il suo lavoro, è convinta che possa renderla libera e indipendente. I suoi lettori sono persone umili, semplici, che sopravvivono a stento tra le montagne, ma amano i libri sopra ogni altra cosa, e sono disposti a correre qualche rischio, pur di avere tra le mani i preziosi volumi. Ogni volta che arriva la “signora dei libri”, per loro è una gioia.

Kim Michele Richardson tratteggia diversi personaggi che ruotano attorno alla figura della protagonista.

Suo padre minatore, che per il suo bene le vuole trovare un marito; il dottore convinto di poterla curare; il predicatore malvagio che le dà la caccia; la maestra coi suoi poveri scolari vestiti di stracci e malnutriti; la vecchia cieca, il montanaro burbero e diffidente, le colleghe che la trattano con disprezzo perché Blu, solo per citarne alcuni. Ha una sola amica, Queenie, una ragazza di colore, come lei bibliotecaria itinerante, come lei discriminata per il colore della pelle.
L’antagonista, crudele e meschino si incontra già nei primi capitoli e si fa odiare subito. Purtroppo seguiranno altre sventure a gravare sulla vita non facile della giovane Bluette. I pregiudizi, le vessazioni, le maldicenze, il razzismo peseranno come macigni e la condanneranno a sentirsi sempre una diversa.
Quelli che non riescono a vedere oltre il colore della pelle di una persona sono proprio diversi dentro. Ed è una differenza che brucia. E quando ti guardano vedono sempre una Blu. Nessuna medicina di città può cambiare le piccole menti. Per chi ha quella mentalità, non esiste redenzione per quelli come noi. Kim Michele Richardson, La ragazza blu

La ragazza blu è una storia drammatica, dai risvolti anche tragici.

Farà soffrire il lettore e lo farà riflettere sul comportamento abietto di una società crudele, gretta e meschina che quando ha paura del diverso, trova delle scuse per emarginarlo, discriminarlo, annientarlo.
Riuscirà il potere della conoscenza trasmessa dai libri ad abbattere tutte le barriere e rendere gli uomini tutti uguali? Lascio ai lettori il piacere di scoprilo.
Questo libro è un piccolo gioiellino, svela inediti di cui non conoscevo l’esistenza: il popolo blu; la candela del corteggiamento, che suo padre utilizza per trovarle un pretendente.
Una lettura scorrevole ed emozionante, a tratti molto cruda e drammatica, che fa soffrire, ma al contempo molto coinvolgente. Ne consiglio la lettura a chi ama i libri e le disavventure di donne resilienti e coraggiose, agli amanti delle biografie e dei romanzi dal sapore d’altri tempi.

La ragazza blu

di Kim Michele Richardson
Libreria Pienogiorno
Romanzo storico
ISBN 979-1280229731
Cartaceo 18,90€
Ebook 9,90€

Sinossi

Nei giorni più difficili, cerca conforto nel suo cuscino come da una carezza. Ne ha ricavato la federa dal vestito che sua madre le aveva cucito quando era bambina. Diceva che il blu della stoffa avrebbe fatto sembrare la sua pelle più bianca; un po’ meno colorata, almeno.
Con sua madre tutto sembrava più leggero, anche gli sguardi feroci della gente, anche l’isolamento in cui la sua famiglia deve vivere a causa di una rara alterazione genetica che rende l’epidermide di un blu cielo, pronto a scurirsi a ogni emozione. Ma Cussy, detta Bluette, non ha ereditato dai suoi avi solo il suo colore. Sa leggere, cosa rara su quei monti negli anni Trenta della Grande Depressione, e ancor più per una donna. È orgogliosa, determinata, e curiosa di imparare ogni cosa. Per questo è stata subito entusiasta di aderire all’innovativo progetto che Eleanor Roosevelt ha istituito per diffondere la lettura. A dorso di un mulo, il suo compito è portare libri e giornali nelle zone più remote e disagiate. Non solo un impiego, di più: una missione, perché per molti quelli sono gli unici spiragli di luce in una vita di lotta e sopraffazione. Nonostante crudeli pregiudizi, nonostante suo padre, che pure la ama profondamente, per proteggerla cerchi di affibbiarle un marito qualsiasi, nonostante il fanatico predicatore Frazier le dia la caccia per purificarla a forza dal suo peccato blu, Cussy non smette di bramare e difendere la libertà che la cultura e il suo lavoro le danno. E nemmeno di combattere per il suo riscatto, la sua indipendenza, il vero amore che sente di meritare.



Silvia Pattarini

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Recensione: Biglietto di terza classe, di Silvia Pattarini

Recensione: Biglietto di terza classe, di Silvia Pattarini

Recensione: Biglietto di terza classe, di Silvia Pattarini

Libri Recensione di Claudia Gerini. Biglietto di terza classe di Silvia Pattarini (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un ritorno ai nostri trascorsi da migranti, un salto nel passato che ci fa comprendere come la storia, a volte, si possa ripetere.

Ho trovato questo libro curiosando tra gli stand del Salone del libro di Torino. Biglietto di terza classe di Silvia Pattarini, edito da PubMe, nella Collana Gli Scrittori della Porta Accanto, è un romanzo che ti riporta indietro nel tempo. Avrei voluto leggerlo tutto d'un fiato perché la storia di Lina e del suo viaggio, per ricominciare da capo in America, va letta senza interruzioni. Invece mi sono ritrovata a leggere, per motivi di tempo, poche pagine alla volta con la curiosità di sapere come andasse a finire.

Il ritrovamento del vecchio biglietto del viaggio di ritorno della nonna dall'America è il pretesto per fare un salto nel passato, quando eravamo noi italiani a emigrare.

A mollare le poche cose che avevamo in Italia nella speranza di ricominciare una vita migliore e di dare un futuro ai nostri figli. Lina parte per questa avventura da sola, per ricongiungersi con la sorella Emilia che già vive in America, unendosi poi, strada facendo, ad altre donne che, come lei, inseguono il suo stesso sogno.
Un viaggio lungo e pericoloso affrontato da donne sole.
Un lungo percorso a piedi fino a Genova per poi imbarcarsi in enormi navi dove i viaggiatori di terza classe come Lina si ammassavano in dormitori al limite della capienza. Il viaggio per mare durava giorni e all'arrivo nel nuovo mondo i poveri migranti trovavano ostacoli su ostacoli da affrontare.

Di certo non era la vita facile che si erano immaginati in Italia prima di partire.

Un po' come succede oggi, ai milioni di persone che scelgono di affrontare l'ignoto e lasciano casa e famiglia, guerra e miseria, in cerca di un futuro migliore in Europa. Per questo motivo penso che questo libro, pur parlando del passato, sia ancora attualissimo.
Leggendo la storia di Lina e della sua famiglia ho ritrovato la storia dei nonni di mia madre, che molto tempo fa hanno deciso di lasciare le poche cose che avevano in Italia e trasferirsi dall'altra parte del mondo. Ho immaginato, pagina dopo pagina, le fatiche e le umiliazioni che probabilmente hanno dovuto affrontare, fino ad arrivare ai giorni nostri. Sì, perché parte della famiglia è ancora là, ormai Americana a tutti gli effetti, con i loro lavori, le case e le famiglie. Loro rappresentano quelli che ce l'hanno fatta, che si sono ricostruiti una vita e da lì hanno ricominciato e trovato serenità e stabilità. Quella che ha trovato anche Lina, ma solo dopo mille avventure e con la caparbietà e il coraggio che contraddistinguono questo personaggio...
Ma non voglio svelare oltre.

Biglietto di terza classe di Silvia Pattarini è un libro ben scritto, scorre via veloce e non si vede l'ora di terminarloo per sapere come vada a finire la storia.

Un libro che ci ricorda un po' come eravamo e che cosa siamo stati e che credo, di  questi tempi, farebbero bene a leggere (e ricordare) un po'  tutti. La storia narrata la definirei una piccola grande storia italiana. Decisamente consigliato a chi ama il nostro passato, a chi è incuriosito da come era la vita al tempo dei nostri nonni e a chi ama le emozioni. Sì, perché Biglietto di terza classe di emozioni ne trasmette davvero tante.


Biglietto di terza classe

di Silvia Pattarini
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Romanzo storico
ISBN 978-8833669502
Ebook 2,99€
Cartaceo 18,00€

Sinossi

Lina ha poco più di vent’anni. Per sfuggire alla miseria lascia la sua Valtrebbia, si imbarca sulla Prinzess Irene per New York, inseguendo il sogno di una vita migliore.
Il viaggio in mare aperto non è confortevole ma pieno di insidie e di pericoli.
Il 25 febbraio 1904 sbarca a Ellis Island – L’isola delle lacrime. Dopo umilianti controlli l’attende la estenuante ricerca di un lavoro, la non facile esistenza da cittadina americana. Non sa ancora cosa il destino ha in serbo per lei e per chi le sarà a fianco: affronta le contraddizioni di un grande paese, la lotta per i diritti della donna, lo sfruttamento del lavoro minorile. Troverà l’amore della sua vita, ma dovrà pagarlo a caro prezzo.


Claudia Gerini
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Recensione: La masseria delle allodole, di Antonia Arslan

Recensione: La masseria delle allodole, di Antonia Arslan

Recensione: La masseria delle allodole, di Antonia Arslan

Libri Recensione di Davide Dotto. La masseria delle allodole di Antonia Arslan (Rizzoli). Storie di famiglia, il senso di colpa dei superstiti, reliquie di un passato povero di testimonianze, passato sotto silenzio.

Pochi preziosissimi sacchetti di caffè vengono legati ciascuno sulle spalle di un bambino, con mille raccomandazioni. Pesano poco, ma significano così tanto.
Antonia Arslan, La masseria delle allodole
La Masseria delle allodole  di Antonia Arslan racconta il genocidio del popolo armeno avvenuto in Anatolia nell’estate del 1915, durante la prima guerra mondiale. Tra i sopravvissuti c’è zia Henrietta: «Parlava molte lingue, compresa la sua, l’armeno, in modo legnoso, innaturale».

In Henrietta subentra il senso di colpa dei superstiti, alimentato da una memoria sveglia e taciturna.

La storia della sua famiglia è tragica, in particolare quella dello zio Sempad, farmacista: sognava la rinascita della patria antica, chiedeva di rimanere in Oriente, dove aveva messo radici. Anzi. Il conflitto in atto rappresentava l’occasione di ricreare una nazione armena e, con essa, un luogo in cui chi si trovava all’estero potesse tornare.
Ora come allora gli armeni fanno gruppo insieme ad altre e nuove comunità. Non si isolano, né rinunciano alla propria identità.
Giunti in un paese straniero, si fermano e si vantano di avere parenti in tutte le parti del mondo. Accolgono il progresso (si occidentalizzano) fino a scuotersi di dosso l’indolenza orientale. In Oriente sognano l’Europa. Alcuni, nei primi del Novecento, già vi si trovavano. Yerwant, fratello di Sempad, per esempio, poteva dire: «Ormai sono italiano».

Diverso, invece, il disegno del destino. Giunge il momento di oscuri presentimenti.

È uno stupore ovattato, denso. Cento gridi di angoscia vengono sigillati su labbra ridenti, cento pensieri di morte si levano, fluttuano incerti, si uniscono a intessere una buia danza. I bambini si riempiono le tasche di dolci, e si nascondono. L'odore acido della paura si diffonde come un miasma.
Antonia Arslan La masseria delle allodole
Lo zio Sempad e i suoi congiunti sono fra coloro che non si recano in prefettura, quando i fermenti di un nazionalismo estremo decidono la mattanza. Alla masseria dove si dirigono troveranno non il riparo, ma soldati con le lame scintillanti. Per i vecchi, le donne e i bambini inizia l’esodo nel deserto verso la Siria.

Antonia Arslan, di origini armene, rievoca ciò che la Storia, povera di testimonianze, passa sotto silenzio.

Raccoglie storie di famiglia, reliquie di un passato nelle quali si insinua il sentimento di una angosciosa precarietà vivificata dalla profonda speranza di sfuggire al fato avverso.
Ecco donne vestite a lutto a piangere i loro morti, oltre centomila, cacciate e abbandonate nel deserto, derubate, preda dei curdi.
A nessuno è concesso di aiutare gli armeni, impegnati a mettersi in salvo con feroce determinazione: «Le donne armene sanno sopravvivere, devono saperlo fare». Cercano e tentano stratagemmi per scampare alla sorte, uno più assurdo e coraggioso, disperato dell’altro.
Sembra quasi un obolo versato per l'avvenire: «Il debito dell'esistere è ancora una volta scontato, e si può, di nuovo, pensare al futuro».


La masseria delle allodole

di Antonia Arslan
Rizzoli
Narrativa | Romanzo storico
ISBN 978-8817080767
Cartaceo 12,35€
Ebook 3,99€

Sinossi 

"Sono loro, i miei padri e madri, che emergendo da un pozzo profondo mi hanno narrato la loro storia e io mi sono seduta, un giorno di maggio, ad ascoltare e a scrivere. Ed è stato come intessere un tappeto." Zio Sempad è solo una leggenda per noi: ma una leggenda su cui abbiamo tutti pianto. Era l'unico fratello del nonno, il minore. Amava la sua tranquilla città, la sua provincia sonnolenta, le chiacchiere al caffè con gli amici. Studiò da farmacista a Costantinopoli, ma pensando di ritornare a casa." Ha inizio così, come un caldo e rassicurante ricordo di famiglia, il lungo viaggio di Antonia Arslan nel dolore e nell'orrore di un popolo, vittima del primo genocidio del Ventesimo secolo e sopravvissuto grazie al coraggio delle sue donne straordinarie.


Davide Dotto
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Recensione: Il nome della rosa, di Umberto Eco

Recensione: Il nome della rosa, di Umberto Eco

Recensione: Il nome della rosa, di Umberto Eco

Libri Recensione di Davide Dotto. Il nome della rosa, il primo romanzo di Umberto Eco (La nave di Teseo). Una grande e complicata quaestio, la cronaca di incontrovertibili e immodificabili eventi avvenuti intorno a un’abbazia nell'arco di sette giorni.

Cos'è un nome? Nulla. Un suono che chiama un corpo, un campanello che ti aggioga. Ricevere un nome è la prima prova che siamo in balia degli altri. Non avere nome significa fuggire: pochi hanno il coraggio di andarsene dal nome che hanno fino al nome che sono.
Antonella Anedda, Salva con nome

Il Nome della rosa è il primo romanzo di Umberto Eco.

A tutti gli effetti è un giallo, in cui si inseriscono altri generi quali la gothic novel, il romanzo storico, il thriller. La lettura è agevole, perché ci si muove entro schemi codificati e riconoscibili, nonostante la presenza di dispute teologiche. In esse si segue lo schema della quaestio medievale:
  1. Il maestro propone o assume una questione (quaeritur)
  2. Elenca alcune obiezioni (videtur quod)
  3. Enuncia la soluzione (sed contra)
  4. Ne dà la trattazione (respondeo)
  5. Risolve a una a una le varie obiezioni prima avanzate (ad primum, ad secundum, …)
Le quaestiones sono liste di obiezioni, di soluzioni, citazioni a sostegno di tesi contrapposte.

Nel romanzo le dispute si chiudono bruscamente lasciando spazio ad altro. Non giungono quindi ad alcuna conclusione.

Isomma: Gesù rideva o non rideva, era o non era proprietario delle vesti che indossava? Il lettore non è tenuto a seguirle, può sorvolarle. È importante che ci siano, perché contribuiscono a creare l'atmosfera.
Il nome della rosa è scritto interamente così, è una grande e complicata quaestio: «Nulla vi è di più meraviglioso dell’elenco», della raccolta e della classificazione, di un inventario nel quale si spera di intravedere un ordine.
L’ordine dell’elenco è anche il rassicurante ordine dell’Universo? Questo il dilemma amletico di Guglielmo da Baskerville, monaco investigatore del XIV secolo.

Il racconto nel suo insieme è la cronaca di incontrovertibili e immodificabili eventi avvenuti intorno a un’abbazia nell'arco di sette giorni.

Adso, il narratore, ci presenta lo scriptorium del monastero e chi vi lavora.
L’elenco potrebbe continuare e nulla vi è di più meraviglioso dell’elenco, strumento di mirabili ipotiposi.
Umberto Eco, Il nome della rosa
L’elenco che più seduce Guglielmo è il codice che contiene il catalogo della biblioteca.
Nel rievocare gli anni difficili vissuti da Salvatore, un monaco che nella sua deformità richiama il Quasimodo di Notre Dame de Paris, inizia una lista di quasi due pagine:
Dal racconto che mi fece me lo vidi associato a quelle bande di vaganti che poi, negli anni che seguirono, sempre più vidi aggirarsi per l’Europa: falsi monaci, ciarlatani, giuntatori, arcatori, pezzenti e straccioni, lebbrosi e storpiati, ambulanti, girovaghi, cantastorie, chierici senza patria, studenti itineranti, bari, giocolieri, mercenari invalidi, giudei erranti, scampati agli infedeli con lo spirito distrutto, folli, fuggitivi colpiti da bando, malfattori con le orecchie mozzate, sodomiti, e tra loro artigiani ambulanti, tessitori, calderai, seggiolai, arrotini, impagliatori, muratori, e ancora manigoldi di ogni risma, bari, birboni, baroni, bricconi, gaglioffi, guidoni, trucconi, calcanti, protobianti, paltonieri e canonici e preti simoniaci e barattieri…
Umberto Eco, Il nome della rosa

È un inventario anche quello di Jorge da Burgos – monaco cieco, eminenza grigia dell'abbazia – nel ribattere contro la necessità dei bestiari – «Ogni immagine è buona per ogni virtù?» – sui quali si ha il sospetto che in gioventù avesse perso del tempo, ricordandoli così bene.

…l’asino che suona la lira, l’allocco che ara con lo scudo, i buoi che si attaccano da soli all’aratro, i fiumi che risalgono le correnti, il mare che s’incendia, il lupo che si fa eremita, le civette che insegnano grammatica, orbi che guardano i muti e muti che domandano pane, la formica che partorisce un vitello, polli arrosto che volano…
Umberto Eco, Il nome della rosa
In tali sequenze l’autore non raggiunge i livelli di Victor Hugo, capace di costruire liste di nomi e di vie lunghe dieci o quindici pagine – per esempio in Novantratré – nelle quali ci si perde. Ma l'intenzione è proprio questa: Eco stesso nel trattato vertigine della lista dimostra la tendenziale infinitezza di alcuni elenchi. Più che nella ricerca di un ordine, ci si affanna o ci si sofferma nella semplice enumerazione.

Questo è il punto cruciale: se gli indizi, i segni sono infiniti, a quando la ricerca delle leggi generalissime, dell'ordine che esprimono?

«Il massimo di confusione [può raggiungersi] col massimo di ordine» come in un labirinto.
Un elenco può dire tutto, ma anche nulla. Non è necessario dica nulla perché se esso si apre all’infinito, compie alla perfezione la sua funzione. Ecco l'incubo, l'ipotesi raccapricciante che si profila nella mente di Guglielmo.
Guglielmo è già consapevole della problematicità della ricerca, dell’inevitabile disfatta. Ci sarà sempre qualcosa che sfugge.
In fondo l’investigatore riesce il più delle volte ad assicurare l’assassino alla giustizia per un’intuizione, certo, ma anche per il sopravvenire di un elemento nuovo, che si aggiunge strada facendo.
L’indagine di Guglielmo non fa eccezione. Arriva comunque al risultato, anche se per vie traverse. Tra l’altro questo è lo stesso motivo per il quale non esiste il delitto perfetto: anche l’assassino non potrà mai prevedere tutto, qualcosa gli sfuggirà. Gli antagonisti, perciò, si battono ad armi pari.

Sembra non del tutto giustificato il senso di profondo scoramento che afferra nel finale il monaco investigatore. Ciò che è stato colpito non è il modo di procedere e di ragionare, quanto la vanità intellettuale.

Guglielmo cede alla vanità della mente, e non tiene conto dei moniti che qua e là sopravvengono, come per esempio quello paterno di Ubertino da Casale: «Ma ti ho detto anche la superbia, la superbia della mente, in questo monastero consacrato all’orgoglio della parola, alla illusione della sapienza…»
Guglielmo da Baskerville vedrà contraddette una a una le piste fino a ora seguite.
Io procedo come se l’assassino ragionasse come me. Ma se seguisse un altro disegno? E se, soprattutto, non ci fosse un assassino?
Umberto Eco, Il nome della rosa

Guglielmo da Baskerville è pur sempre un uomo del suo tempo. 

L'esito dell'indagine è devastante per le conclusioni – teologicamente non ortodosse – alle quali è costretto a giungere, sorpreso da un dubbio amletico: «…nessun ordine nell’universo, forse nemmeno una volontà superiore che regga il tutto, esiste…».
Si tratta di una conclusione di per sé nichilista che coinvolgerà nelle ultime pagine la stessa voce narrante – e quasi eretica –, Adso da Melk.

A proposito di nomi. 

Guglielmo di Baskerville, oltre a rievocare Sherlock Holmes, richiama anche il filosofo del Trecento Guglielmo di Ockham, esponente del nominalismo.
Il primo atto compiuto da Adamo è quello di attribuire un nome alle creature che gli sfilano davanti, imitando a suo modo il verbo creatore. Non per nulla il romanzo inizia con le parole di Giovanni:
In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere con salmodiante umiltà l’unico e immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità.
Umberto Eco, Il nome della rosa
Adamo, con ciò, ripete attraverso i nomi l’unico e immodificabile evento della creazione, in modo che egli stesso apra gli occhi e la mente a qualcosa cui non era presente, rendendosene tuttavia partecipe.
Dietro a quest’atto può nascondersi l’insidia dell'Essere che tanto tormenta le pagine di Jean-Paul Sartre.

Nelle intenzioni originarie dare il nome alle cose, oltre a esprimere la libertà dell’uomo, testimoniava l'appartenenza a qualcosa, l'essere – a immagine e somiglianza di…

La caduta aspettava fulminea dietro l’angolo. Sostituire all’essere la dimensione dell’avere, del possedere o dell'apparire,  sia pure attraverso l’apposizione dei nomi, il passo è breve. La divinità caccia la sua creatura dall’Eden, dalla sua creatura la Verità stessa si ritrae per sempre.
Cadendo nella trappola, si ritiene che attribuire il nome alle cose garantisca su di esse un potere, permetta di impossessarsi, senza comprenderlo a fondo,  del mondo circostante.


Il nome della rosa

di Umberto Eco
La nave di Teseo
Thriller storico | Gothic novel
ISBN 978-8834603000
Cartaceo 17,10 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Un’abbazia medievale isolata. Una comunità di monaci sconvolta da una serie di delitti. Un frate francescano che indaga i misteri di una biblioteca inaccessibile. In una edizione con i disegni e gli appunti preparatori dell’autore, il romanzo che ha rivelato il genio narrativo di Umberto Eco: tradotto in 60 paesi con oltre 50 milioni di copie vendute, Il nome della rosa ha vinto il premio Strega nel 1981 e ha ispirato un film e una serie tv di successo mondiale. “ I disegni e le annotazioni manoscritte del futuro autore del Nome della rosa testimoniano il minuzioso lavoro preparatorio prima della stesura del romanzo. A conferma di quanto affermato da Eco nelle ‘Postille’ (1983): ‘Per raccontare bisogna anzitutto costruirsi un mondo il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari.’ E che cosa ci racconta o, meglio, ci anticipa di questo mondo il materiale visivo qui riprodotto? Innanzi tutto l’identità, la fisionomia dei principali protagonisti, con il tipico tratto veloce, arguto dell’autore, che ne giustificherà l’invenzione ‘per sapere quali parole mettere loro in bocca.’ Poi profili e piante di abbazie, castelli, labirinti, in una piena immersione nella cultura anche materiale del Medioevo.” Mario Andreose


Davide Dotto
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