Gli scrittori della porta accanto
Incipit
Incipit
Intrecci di trama, dal corso di scrittura di Piergiorgio Pulixi: incipit

Intrecci di trama, dal corso di scrittura di Piergiorgio Pulixi: incipit

Intrecci di trama, dal corso di scrittura di Piergiorgio Pulixi: incipit

Incipit #205 Intrecci di trama, di autori vari, racconti nati dal corso di tecniche narrative di Piergiorgio Pulixi (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Racconti che parlano di solitudine, fragilità, lotta contro scelte obbligate e precarietà dell’esistenza.




Intrecci di trama

di Autori Vari
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Racconti
ISBN 978-8833667836
cartaceo 12,00€
ebook 2,99€

Trovare lavoro alla clinica psichiatrica San Giuliano è stata una vera fortuna. Quando la Service Coop mi ha chiamato per offrirmi un posto da guardia giurata, ero tornato in Sardegna da appena tre giorni, dopo quindici anni vissuti in Veneto. A riportarmi nella mia terra natia è stata la morte improvvisa di nonna Bonaria. So che sembra una cosa stupida – nonna Bonaria aveva la bellezza di 97 anni – ma prima di allora non avevo mai pensato che potesse morire. Per me era come una quercia millenaria o la bibbia sul comodino: qualsiasi cosa fosse accaduta, lei ci sarebbe sempre stata. Invece se n’è andata una mattina di fine febbraio, nel sonno. A trovarla è stata Armida, la ragazza delle pulizie. Di punto in bianco, mi sono ritrovato proprietario di una casa, ma senza una nonna e senza soldi. Quindi a maggior ragione ringrazio Dio per aver mandato in mio soccorso la Service Coop.
Il lavoro che mi è stato offerto era ciò di cui avevo bisogno: orario notturno, dalle 8:30 della sera sino alle 7:00 del mattino, sei giorni su sette e un ambiente di lavoro niente male.
La stanza in cui si trovano i monitor è piccola e dotata di tutto l’essenziale: un tavolino, un armadio sbilenco e un vecchio televisore anni Ottanta a tubo catodico che frizza ogni volta che cambio canale. Il divano ha la pelle piena di crepe e la gommapiuma deformata, ma tutto sommato non mi posso lamentare. Non sto a contatto con i medici perché smontano prima che io arrivi, e i pazienti li vedo solo nei monitor quando fanno ritorno nelle loro stanze. Poi più nulla. A dir la verità esiste una paziente che incontro tutti i giorni. Quando attraverso il cortile, dietro il vetro della finestra della stanza del secondo piano, c’è sempre una ragazza dai lunghi capelli neri che guarda lontano, oltre il cancello. Assorta nei suoi folli pensieri, tiene le braccia strette intorno alla pancia e le maniche del maglioncino rosa tirate fin quasi al gomito. Mi chiedo spesso cosa osservi al di là del muro, che cosa abbia lasciato là fuori di così importante da procurarle tutta quella nostalgia. Ogni volta che passo sotto la sua finestra, vedo sempre le sue labbra pronunciare una parola che non riesco mai a cogliere. Comunque, stasera è una giornata speciale perché si giocano i quarti di finale di Champion’s League, Roma-Liverpool. È da anni che aspetto una partita come questa. Diciamo che non sono abituato a vedere la mia squadra del cuore raggiungere un simile traguardo, logico che per me questo sia un evento storico. Metto il cappello sul tavolo, accanto alla pistola e alla borsa con la cena, accendo il televisore e mi sintonizzo sul canale.
Prima di accomodarmi sul divano mi appoggio al termosifone perché oggi si ghiaccia. Siamo ad aprile, ma sembra gennaio e fuori si sta abbattendo un temporale così violento che per sentire la voce del telecronista devo alzare il volume sin quasi al massimo. Mi concentro sulle squadre schierate in campo, le curve nascoste dietro densi fumi gialli e rossi e il brusio di fondo così corposo che quasi mi sembra di vedere lo schermo vibrare.
Qualcuno bussa alla porta.
Chiudo gli occhi senza muovermi.


Altri due tocchi, stavolta più decisi.

Con uno sbuffo mi stacco dal calorifero, infilo in testa il cappello di ordinanza e apro. Sono Gheorghe e Ioan, i due OSS di nazionalità rumena che fanno il turno di notte. Mi guardano con un sorriso incerto. Gheorghe tiene in mano sei lattine di birra Westbraü, quelle del discount.
«Ciao Milo. Possiamo guardare partita insieme?»
Sento le labbra incurvarsi verso il basso.
«A dir la verità non so se sono autorizzato a farvi entrare…»
Tengo la porta socchiusa, ma Gheorghe, il più grosso dei due, la spalanca con una spinta.
«Dai Milo, non rompere coglione» dice entrando. Capelli corti e naso schiacciato tendente verso destra, piccole cicatrici a forma di uncino ai lati dei sopraccigli. Gheorghe ha meno di trentacinque anni e un tempo deve essere stato un pugile, come testimoniano i muscoli tesi sotto la divisa.
Ioan è smilzo e sembra sempre sul punto di fare qualcosa di sbagliato. La mascella dura e sporgente somiglia al muso di un cane, le labbra fini e gli zigomi appuntiti come lance gli disegnano sulla bocca un sorriso maligno. I capelli divisi a ciocche biondi e rigidi sembrano le setole di una scopa. Se dipenda dalla genetica oppure dal fatto che non li lavi di frequente, non posso saperlo con certezza.
Li guardo accomodarsi sul divano.
«No, ragazzi, davvero, non so se sia regolare quello che state facendo.»
Cerco di mantenere un tono risoluto, ma Ioan si abbandona sui cuscini.
«Partita in compagnia è più bella» dice, stappando una lattina.
Preso dallo sconforto mi lascio andare sulla sedia. Cerco di farmi forza pensando che forse saranno presi dalla partita e non faranno baccano.
Naturalmente succede tutto il contrario. Tra rutti, urla e bestemmie in rumeno, concentrarsi sulle azioni è impossibile. A fine primo tempo, la Roma perde per due a zero.
«Milo tu no ha bevuto niente.» Gheorghe apre una birra e me la porge.
Non mi è mai piaciuto bere, soprattutto in servizio. Rifiuto con decisione.
Gheorghe fa una risata e mi si avvicina ancor di più, mettendomi la lattina sotto il naso.
«Qui dite: chi non beve in compagnia è ladro o spia» dice Ioan fissandomi. Ride, ma nel suo sguardo c’è qualcosa che mi mette a disagio. «Tu sei ladro o spia?»
«Nessuno dei due» rispondo serio.
«Bevi allora»
Dal racconto "Burnout" di Giovanni D’Errico


La trama
Intrecci di trama, di Autori Vari, dal corso di tecniche narrative di Piergiorgio Pulixi

La scrittura è sempre un’opera di filtrazione della memoria. Presuppone riflessione, concentrazione e scavo dentro se stessi. Questa antologia nasce come esercizio collettivo all’interno di un corso di scrittura creativa: il “Corso di tecniche di narrazione applicate al romanzo e al racconto breve” condotto dallo scrittore Piergiorgio Pulixi e organizzato da Gli Scrittori Della Porta Accanto. Per far sì che l’esercizio funzionasse al meglio, i corsisti hanno estrapolato delle emozioni dai quadri del grande pittore americano Edward Hopper, per poi veicolare quelle emozioni attraverso un tema che tenesse insieme personaggi, trama e prospettiva sulla storia. Sebbene i corsisti siano molto diversi l’uno dall’altro per caratteristiche personali, esperienze, provenienza e attitudine, tutti hanno prodotto scritti che ruotano intorno a temi come la solitudine, la fragilità, la lotta contro scelte obbligate e la precarietà dell’esistenza. Temi che si legano all’associazione alla quale verranno donati i proventi dell’antologia: Sheep Italia. Gli intrecci di trama, in questo caso, sono storie che dalla carta prendono vita e, tramite la lana, scaldano le persone.

Tutto il ricavato verrà dato in beneficenza all'Associazione Sheep Italia

Corso di tecniche narrative di Piergiorgio Pulixi

Un corso per scrittori: tecniche di narrazione applicate al romanzo e al racconto breve tenuto da Piergiorgio Pulixi in collaborazione con Gli Scrittori della Porta Accanto.
Il corso ha come obiettivo quello di arrivare alla stesura di un elaborato originale da parte di ogni partecipante di 10/15 cartelle (2.000 caratteri spazi inclusi per pagina), editato nella terza parte del corso – dedicata all’editing e all’autoediting dei testi – in maniera collegiale da parte di tutti i corsisti, per una revisione personale, con analisi del testo, della struttura, della sintassi, dello stile e una valutazione personale sui punti di forza e di debolezza del testo.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
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Madri allo specchio, riflessioni in prosa e versi: incipit

Madri allo specchio, riflessioni in prosa e versi: incipit

Madri allo specchio, riflessioni in prosa e versi: incipit

Incipit #204 Madri allo specchio, riflessioni in prosa e versi, di autori vari, a cura di Cultura al Femminile (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Gli infiniti modi di vivere la maternità: sfumature imprevedibili e un mare in tempesta senza sconti o reticenze.




Madri allo specchio
Riflessioni in prosa e versi

di Autori Vari
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Poesie e Racconti
ISBN 978-8833669564
cartaceo 15,00€
ebook 2,99€

Non dimenticherò mai il momento in cui ho capito che nella mia vita sarei stata sola. Non è stato un fulmine a ciel sereno, una di quelle cose che ti sbalordiscono e scuotono per sempre, ma il risultato di un lento e innaturale processo per cui ho compreso che non sarei mai stata compresa. Utilizzo lo stesso termine, perché al di fuori della comprensione io non credo si possa mai andare nelle cose umane. Durante un viaggio in Giappone, ho appreso che cos’è l’omoiyari: in breve rappresenta l’empatia, rendere la vita più facile agli altri, prendersi cura di loro. Ecco, ho capito che io questo lo avrei potuto fare per gli altri, ma non per un figlio. Ho scoperto che non avrei potuto avere figli. E da quel momento, a raccontarlo, non mi ero sentita subito totalmente sola, ma gradualmente lo diventai sempre di più. Le persone non erano in grado di comprendermi, mi giudicavano e basta.
Non erano in grado di vedere i miei occhi abbassati. Ci sono cose che, se raccontate, abbandonano il tuo animo per sempre, ma una credo di aver capito non mi lascerà mai, poiché è costitutiva di quel mio stesso animo. Prima di quel che successe al Teatro Rose, ero abbastanza forte e mi ero buttata sulla carriera. Io e Adrien, il mio fidanzato, non c’eravamo separati per questa notizia, mentre invece il mio compagno precedente mi aveva mollata senza nemmeno farmi parlare.
La mia carriera stava decollando nel momento in cui venni scelta per uno stage proprio lì, al Teatro Rose. Attorno a me tante studentesse che facevano tirocinio non pagato per l’università e altre persone, trentenni come me, scelte per quello stage pagato.
Tra le tirocinanti universitarie un giorno arrivò una strana ragazza. Non mi piace il termine che uso nel descriverla, ma devo essere onesta: fu la prima parola che pensai quando la vidi. Strana. Non tanto per l’abbigliamento (sono cresciuta in una grande città, ho visto di tutto e indossato di tutto, sono stata anche una gothic girl), quanto per l’atteggiamento. Non erano gli anfibi molto alti di Emily a renderla particolare e neppure i vestiti eccentrici. Era ciò che suscitava in me. Solitamente non mi interessava entrare nei panni degli altri, forse per questo non potevo avere figli: non ne ero degna? Invece, avrei voluto essere Emily ogni volta che la vedevo, quindi forse potevo cambiare, forse non ero una persona cattiva o una donna inutile.
Mi infastidivano i commenti delle altre ragazze, che ne criticavano l’abbigliamento eccentrico inadeguato al tirocinio. Oltre a questo, occhiate, bisbigli, indolenza. Non trascorse molto tempo prima che Emily si accorgesse dell’atteggiamento ostile che c’era nei suoi confronti a Teatro; la sola persona a difenderla era una delle tutor, Camilla, una donna di mezza età, con occhiatacce agli altri oppure spostandola di sezione e mansione, ma a Emily sembrava non importare dove stesse: era sempre molto signorile nell’atteggiamento. Finché un giorno io non scoprii che la signora Camilla era sua zia. Adrien, infatti, la conosceva. Da quando me lo aveva detto, Adrien non volle parlare più di Camilla o Emily e anzi evitava con cura l’argomento: non capivo perché, ma non insistetti. Tuttavia, proprio perché non potevo parlarne con lui, avevo deciso da sola che avrei cercato di aiutare la ragazza. Lo decisi una sera di un venerdì, quando mi trovai a sentirmi male per uno dei miei soliti attacchi di panico.

Non poter avere figli era stata la notizia più brutta della mia vita.

Già me lo vedevo il mio bambino vestito da Fantasma dell’Opera a Carnevale, da che ne ho memoria avevo sempre voluto almeno due figli. Con Adrien avevamo parlato spesso di altre vie, ad esempio l’adozione, ma non eravamo nemmeno sposati, c’era ancora molto da fare. Forse cercavo in Emily quell’azione mancata, per quanto forse fossi più grande di lei di nemmeno dieci anni. Forse vedevo in lei una mia possibilità di prendermi cura di qualcuno che fosse più piccolo di me.
Adrien era visibilmente turbato il successivo sabato sera. Avevamo ordinato del sushi, io avevo un completo nuovo da casa, ma mi ignorava. Da quando avevamo saputo che non potevo avere figli, era sempre molto attento a valorizzare ogni aspetto di me, temendo che andasse in crisi la mia femminilità. Quella sera, invece, nulla. Soprattutto quando accennavo al Teatro Rose, quel weekend, si incupiva.
«Sai, stavo pensando – disse a un tratto la domenica – Forse dovresti lasciare stare questo stage, posso trovarti qualcosa io in azienda.» Ecco, sapeva benissimo che quell’affermazione mi avrebbe dato fastidio: non volevo niente da nessuno.
«Eravamo d’accordo che avrei pensato io alla mia carriera» risposi stizzita.
«Diciamo che non mi piace che stai in un ambiente ostile, dove una ragazza subisce bullismo.»
«Non lo chiamerei così, ma Adrien, si può – i miei occhi bassi – sapere che ti prende?»
«Potresti farti male se dovesse venire fuori...»
«Venire fuori che cosa?»
«Che non puoi avere figli.»
Rimasi basita.
Quindi secondo Adrien sarei stata “bullizzata” anche io perché ero sterile? Mi stava facendo sentire sbagliata per l’ennesima volta.
Dal racconto vincitore del concorso "I miei occhi bassi" di Silvia Argento


La trama
Madri allo specchio, riflessioni in prosa e versi, di Autori Vari, a cura di Cultura al Femminile

Nata dal concorso letterario indetto dall'associazione Cultura al Femminile, è un’antologia in prosa e versi che si scontra con tutti i temi della maternità. Quelli veri, spesso duri: dolore, amore, rinuncia, abnegazione, sopravvivenza, dedizione totale, amore, dolore, disperata ricerca di libertà.
Neppure una riga si impantana nella palude dei luoghi comuni: della felicità di essere mamma, del completarsi di una donna nella maternità. La maternità mostra tutta la gioia, ma anche le paure, quel desiderio inconfessabile di prendere le distanze. Da quello che una donna ha dentro, da quello che dovrebbe essere e proprio non ce la fa. Da quel “Sei inadeguata”. Oppure è inadeguata la vita che non le concede mai un giorno di pausa? O sono inadeguati quelli che la circondano, che le ballano intorno e possono gridare come allo stadio, ma non capiscono che dentro è tremendamente prigioniera di se stessa?
È qui che ci vuole più coraggio. È qui che una donna può sentire nelle vene la forza di una tigre. È qui il dilemma: restare donna che abita la sua indispensabile libertà o distanziarsi per non soffocare nell’abuso di maternità? Una guerra interiore molto complessa, che come tutte le guerre, lascia indietro vittime e segna con profonde ferite. Di quelle che non rimarginano mai.

Come per I mitici anni Ottanta e Storie di mari e di orizzonti, tutto il ricavato sarà devoluto ancora una volta a Casa AIL di Sassari.

Cultura al Femminile

Cultura al Femminile è un'associazione culturale, con rispettivi portale web e gruppo Facebook, che si propone la diffusione della cultura, in particolare della letteratura, delle e sulle donne; la difesa dei diritti umani; la promozione della lettura; l'organizzazione di eventi, spettacoli, convegni e laboratori in tutta Italia.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
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Paulina e l'Acqua della Vita, di Michaela Šebőková Vannini: incipit

Paulina e l'Acqua della Vita, di Michaela Šebőková Vannini: incipit

Paulina e l'Acqua della Vita, di Michaela Šebőková Vannini: incipit

Incipit #203 Paulina e l'Acqua della Vita, di Michaela Šebőková Vannini (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto KIDS). Dal folclore tradizionale, una fiaba moderna, che mette al primo posto valori come l’amicizia, la solidarietà e la determinazione di fronte alle avversità.




Paulina
e l'Acqua della Vita

di Michaela Šebőková Vannini
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Sezione KIDS

Narrativa 10+
ISBN 978-8833669977
cartaceo 8,00€
ebook 2,99€

C’era una volta una malandata casupola di legno, nascosta dietro tre oceani profondi, cinque paludi piene di zanzare e sette montagne di vetro. Ci abitavano la piccola Paulina e la sua mamma.
Nella casupola, oltre al giaciglio accanto alla stufa, c’era anche un angolo riparato, per tenere al caldo il bene più prezioso che la famigliola possedesse: una gallina bianca di nome Matilde. Matilde ogni giorno faceva un uovo, che si metteva scrupolosamente dentro un cestino di vimini per poi essere barattato.
La mamma di Paulina era molto malata, così la bambina doveva pensare a tutto da sola. Il pavimento era sempre spazzato e le finestre lucidate. Sul treppiede era appeso un paiolo, dove cuoceva l’unico pasto della giornata: una minestra fatta di una patata, due foglie di cavolo, una cipolla e due manciate di erbe di campo. Però, piccola com’era, la bambina non riusciva a trasportare la legna pesante, e i ramoscelli che raccoglieva bastavano appena per cucinare qualcosa di caldo. Così, da mesi vivevano solo con quello che Paulina riusciva a trovare nei campi e con le uova di Matilde.

Una mattina, la mamma non ce la fece più neanche ad alzarsi da sola. Paulina temette il peggio e decise di rompere l’uovo fresco deposto da Matilde e di farlo bere alla mamma. Questa dapprima tentò di rifiutare, ma, debole com’era, non ce la fece a opporsi.
La mattina seguente sembrava che stesse un pochino meglio. Così, Paulina ruppe un altro uovo e costrinse la mamma a inghiottirlo. La cosa si ripeté anche il terzo giorno. Il viso della mamma era diventato meno pallido. Però la brutta malattia continuava a schiacciarle il petto. Inoltre, si preoccupava per Paulina: erano tre giorni che la bambina non mangiava altro che mele acerbe ed erbe selvatiche. Allora la mamma chiamò Paulina e le disse: «Sai, Paulina, quando ero piccola, un viandante mi raccontò della Fonte dell’Acqua della Vita. Questa guarisce i malati e fa rivivere i morti. Solo che nessuno si ricorda più dove sia questa fonte…»
Paulina strinse le mani fredde della mamma e le rispose: «Madre cara, se io sapessi dove trovare l’Acqua della Vita, non ci penserei neanche un attimo e andrei a prenderla per voi. Ma chi mi dice in che direzione andare?»
Rimasero così, abbracciate, piangendo lacrime silenziose, quando all’improvviso sentirono un rumore strano.
«Te lo dico io, dove andare!» gracchiò una vocina.
«Che ci aiuti il buon Dio e ci protegga dagli spiriti maligni!» esclamò la mamma spaventata, e si segnò con la mano tremante.
«Ma cos’era, madre, chi ha parlato?» domandò Paulina, sconcertata.
«Ho parlato io, la vostra Matilde.» «Matilde? – Paulina guardò la gallina accovacciata nel suo cestino, si alzò e si avvicinò – Come fai a parlare se sei una gallina? Dai, parla ancora, Matilde, sennò io non ci credo.» Allora Matilde scosse la sua testolina bianca, guardò Paulina negli occhi e le disse: «Ehi, Paulina, ci sono cose che non vedi eppure sai che ci sono, e altre che vedi, e non ci credi lo stesso. Ti fidi di me se ti dico di sapere dove si trova la Fonte dell’Acqua della Vita?» «Beh, non lo so» disse Paulina confusa. «E se ti dico che potresti salvare la vita di tua madre, vorresti almeno provarci?» continuò con voce saggia la gallina. «Certo che ci proverei mille volte, e poi ancora altre mille volte ci proverei!» esclamò la bambina. «Allora ascoltami bene, Paulina: la Fonte dell’Acqua della Vita si trova a cinque giorni di cammino, verso il sole che tramonta. Domani dovrai barattare l’uovo magico che farò la mattina e ricavarne mangiare e legna per tua madre per dieci giorni. Io le rimarrò vicino e ogni giorno le darò un uovo, ma sono pur sempre solo una gallina, e non posso fare altro che consigliarvi. Poi devi procurarti da mangiare anche per te stessa: nei luoghi dove andrai, non troverai nessuno ad aiutarti.»

E così fu.

La mattina seguente, Matilde depose un uovo meraviglioso: aveva tutte le sfumature del cielo e della terra, dell’acqua e del fuoco. Matilde comandò a Paulina di portare quell’uovo al ricco Mercante che abitava al centro del paese, sotto il Castello. Il Mercante dapprima non volle ricevere la bambina vestita di stracci. Se la trovò accanto quando stava per uscire da casa, e sul palmo della mano che la bambina gli allungava, era posata una pietra a dir poco abbagliante. «Mai visto una cosa così! – disse il Mercante con la voce rombante – Dove l’hai rubata, piccola ladra? Dimmi la verità!» «Non l’ho rubata – si mise a piangere Paulina, intimorita. – È un uovo della nostra Matilde, ve lo giuro, signore, l’ha fatto stamani perché io potessi scambiarlo con le provviste.» Il Mercante le credette, e mandò a casa di Paulina tante buone cose da mangiare e della legna. «Questo tesoro vale di più – pensava il Mercante – molto di più di quelle poche cosucce che ho dato a quella stupida bambina. Ora guardo dove piazzarlo, e poi sarà il caso di dare un’occhiata a quella gallina che depone pietre preziose al posto delle uova…» Così ragionando, il Mercante decise di partire il giorno stesso, per trovare un acquirente facoltoso per l’uovo magico di Matilde.


La trama

Paulina e l'Acqua della Vita, di Michaela Šebőková Vannini

È una fiaba che mischia il folclore tradizionale a una sensibilità moderna. Paulina è una bimba dolce e gentile, ma è anche molto determinata: si imbarca in un’avventura difficile che la porterà lontano da casa, in terre ostili e desolate, per amore della propria madre e in nome di un futuro migliore che la piccola sente tutto nelle sue mani. Durante la pericolosa traversata, incontrerà degli animali guida che, oltre a ricoprire la funzione di aiutanti, fondamentale nella fiaba tradizionale, nascondono anche delle sorprese, che verranno svelate al momento giusto e contribuiranno a un toccante lieto fine.
Caratteristica peculiare di Paulina e l’Acqua della Vita sono i richiami a una mitologia e a un folclore popolare che non è quello italiano e latino, ma appartiene al mondo dei racconti dell’Est Europa.
Una fiaba per giovani lettori e adulti, che mette al primo posto valori come l’amicizia, la solidarietà, ma anche la forza d’animo, la ricchezza interiore, il potere di decidere e la determinazione di fronte alle avversità.
Età di lettura 10+

Michaela Šebőková Vannini

Michaela Šebőková Vannini è nata nel 1975 in allora Cecoslovacchia socialista, in una città di campagna in Pianura Danubiana, vicino ai confini con l’Ungheria. Risiede in Italia dal 2001; nel 2021 è tornata, dopo tredici anni in Veneto, a vivere in Toscana, in comune di Barga (LU). Lavora a distanza per una multinazionale di Padova dove si occupa del servizio clienti e dell’amministrazione dei paesi dell’Europa Centrale, alternando così all’italiano l’utilizzo di altre tre lingue – slovacco, ceco e ungherese.
Madrelingua slovacca di origini ungheresi, l’italiano ormai è la sua seconda lingua. Da autodidatta intraprende un percorso che la porta nel 2019 a conseguire la certificazione PLIDA C2. Su richiesta delle edizioni Eastone Books di Bratislava, Slovacchia, ha realizzato in slovacco il manuale di grammatica Nuovo Italiano per autodidatti (2016) con Eserciziario (2019). Nasce così la sua passione per l’insegnamento delle lingue e oggi insegna online l’italiano agli slovacchi, e lo slovacco agli italiani.
Ha curato la traduzione in italiano di diverse opere ceche: I racconti sul cagnolino e la gattina di Josef Čapek (Poldi Libri, 2014); l'importante raccolta di fejetony politici sulla Primavera di Praga Primavera è arrivata del giornalista dissidente Ludvík Vaculík (Edizioni Forme Libere, 2018, con S.Mella); l'autobiografia Nelle braccia del Destino del musicita e compositore Karel Moor (Lumen Harmonicum, 2019).
Nel 2012 ha vinto il Premio Speciale SlowFood-Terra Madre, nella cornice del Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre, con il racconto "Il profumo della domenica". Oggi cura la rubrica L’angolo di Michaela e Detti e proverbi slovacchi per BuongiornoSlovacchia, periodico slovacco online in lingua italiana.
Ha esordito nel 2013 con il romanzo Dal diario di una piccola comunista (Besa Editrice), il romanzo che nel 2020 è stato riproposto in una sua versione ampliata, arricchita di elementi storici, culturali e linguistici, e corredata di un apparato di note.
La sua fiaba Paulina e l’Acqua della Vita nasce nel 2011.


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L'occasione di una vita, di Elena Genero Santoro: incipit

L'occasione di una vita, di Elena Genero Santoro: incipit

L'occasione di una vita, di Elena Genero Santoro: incipit

Incipit #202 L'occasione di una vita, di Elena Genero Santoro (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Spaccati di quotidianità e temi importanti, ma soprattutto tanto sentimento che cerca il modo giusto per esprimersi.




L'occasione di una vita

di Elena Genero Santoro
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
ISBN 979-1254580981
cartaceo 15,00€
ebook 2,99€

Quella sera Futura attendeva il rientro di Patrick con più ansia del solito.
Patrick e Futura convivevano in un loft di Camdem Road da più di un anno. I piccoli dissapori iniziali, legati alle diverse abitudini, non erano mai stati così aspri da compromettere il loro rapporto. Patrick, di madre inglese, lavorava per una software house della City, dopo aver conseguito una doppia laurea in ingegneria informatica in Italia e nel Regno Unito. Lei, ottenuta a Londra la laurea triennale in ingegneria gestionale, aveva continuato in Inghilterra gli studi per prendere una specializzazione alla South Bank University in Borough Road.
Futura stava finendo di mettere la cena sulle piastre elettriche della cucina laccata di rosso scuro, quando udì la porta aprirsi e richiudersi.
Le tremavano le mani.
Patrick la cinse da dietro e le stampò un bacio sulla guancia. Futura intuì che era particolarmente di buon umore.
«Piccola, ho una bella novità!»
«Davvero? – prese fiato lei – Anch’io devo dirti una cosa – proseguì con un sorriso imbarazzato – Ma parla prima tu.»
Patrick non parve accorgersi dei suoi tentennamenti: «Il capo ha affidato a me lo sviluppo integrale di un pacchetto di applicazioni per un nuovo smartphone che sarà presto lanciato sul mercato! Riguarderanno il fitness, la salute e la motivazione personale, ma richiedono una grafica accattivante e una parte audio ottenuta con un sintetizzatore vocale. È la mia grande occasione per fare un balzo in avanti nella mia carriera!»
«E lavorerai da solo?» chiese lei con lo sguardo sulla pentola.
«No, mi daranno una mano Ed, Peter e Claire. Te li ricordi, vero?»
«Come no.»
Futura si ricordava bene di Ed, Peter e Claire. Avevano bazzicato a casa loro, a cena o per serate di lavoro. Non era inusuale che Patrick si dedicasse ai suoi progetti la sera a casa, soprattutto in vista di una consegna. Non era insolito neppure che altri colleghi lo raggiungessero per aiutarlo.
Ed e Peter erano due anonimi informatici che, come unico interesse, avevano il loro lavoro di programmazione.
Claire invece svolgeva le sue mansioni come creativa e a Futura non piaceva neanche un po’.
Longilinea, con pelle molto chiara, capelli rossi lunghi con la frangia e occhi azzurri, era una bella ragazza dalla parlantina loquace. A lei pareva una grandissima stronza. Quando conversavano tutti insieme a cena, Claire ignorava la presenza di Futura e si rivolgeva esclusivamente a Patrick, con molte moine e tanti complimenti. All’inizio pareva persino che il nome di Futura non le entrasse in testa. In un paio di occasioni quest’ultima le aveva fatto notare che aveva parlato in inglese troppo in fretta e le aveva chiesto, per favore, di ripetere. Claire aveva risposto con un: «Oh, sorry» e un sorrisetto provocatorio. Insomma, Claire aveva tutta l’aria di prenderla in giro, e, quando non la ignorava in modo palese, di trattarla come una specie di povera scema.
Non che Claire fosse mai stata sgarbata o le avesse risposto male in modo diretto. Al contrario, ogni tanto le riservava anche alcuni salamelecchi esagerati. Insomma, Claire non le ispirava la minima fiducia e Futura non era affatto contenta che il suo ragazzo ci lavorasse gomito a gomito.

«Sembra delizioso questo ragù!» disse Patrick con una nota entusiasta nella voce.

Dalla finestra quadrata e senza tende entrava il buio della sera.
«Ma cos’è che mi dovevi dire?»
«Sediamoci a tavola.»
Patrick parve rendersi conto che Futura aveva da rivelargli qualche novità importante.
Si sedette, stropicciò il tovagliolo che voleva mettersi sulle ginocchia e domandò con uno sguardo obliquo: «Qualcosa di grave? Di brutto?»
«Qualcosa di serio, se è bello o brutto me lo dirai tu.»
La fissò senza parlare.
Lei proseguì, con la voce che le vibrava: «Sono incinta».
Patrick posò la forchetta che stava per portare alla bocca.



La trama

L'occasione di una vita, di Elena Genero Santoro

«Spiegami, a che serve darsi da fare se poi basta un imprevisto e va tutto a rotoli? Questi due anni con te sono stati bellissimi, ma hanno comportato anche numerosi sacrifici da parte mia. Sono venuta a vivere a Londra perché tu hai deciso di abbandonare l’Italia, mi sono adattata a numerosi cambiamenti. Ho fatto tutto con amore e non ti rinfaccio niente. Ma poi è capitata questa cosa, e non so se ho il coraggio di ricominciare a lavorare su me stessa, pensando che a un certo punto qualcos’altro potrà scombinare le carte»

Una grande storia d’amore che rischia di andare in frantumi, la bizzarra volontaria di una casa di accoglienza che vuole portare le sue aspirazioni glamour e l’alta moda tra le donne che fuggono da una situazione di violenza, lo sfottò amaro a un certo tipo di TV spazzatura che lucra sulle disgrazie della gente.
In sottofondo, tanto sentimento che cerca il modo giusto per essere espresso.

Elena Genero Santoro



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DAD – Divertendosi A Distanza, di Chiara Rossi: incipit

DAD – Divertendosi A Distanza, di Chiara Rossi: incipit

DAD – Divertendosi A Distanza, di Chiara Rossi: incipit

Incipit #201 DAD: Divertendosi A Distanza, di Chiara Rossi (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto KIDS). Un viaggio emozionante e avventuroso di libro in libro.




DAD
Divertendosi A Distanza

di Chiara Rossi
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa 10+
ISBN 978-8833669687
cartaceo 8,00€
ebook 2,99€

Mi ritrovo in un’immagine in cui non dovrei essere.
Sento la musica di un pianoforte davvero invitante. Ma non posso seguirla.
Come farò a tornare a casa?
Allora ripenso a quel che mi stava accadendo…

Qualche minuto prima sono a casa, nella mia stanza, a studiare in DAD, la didattica a distanza, con tutti i miei compagni di scuola e la maestra. Purtroppo per qualche giorno dobbiamo rimanere a casa, non possiamo stare tutti insieme in classe.
Giulia è ancora in pigiama, Giovanni ha mandato un messaggio alle maestre e a noi compagni dicendo che non riesce a collegarsi, Anna chiede di andare in bagno. Amira, come al solito, non sente: ha problemi con l’audio del computer. Quello di Michele, invece, funziona benissimo, si sente il fratellino piccolo che urla: «Conquisterò tutti!»
Inizia la lezione di storia e la maestra comincia a spiegare i popoli italici: finalmente, ne avevo abbastanza dei Greci! Ulisse era sempre in viaggio, non li sopportava neppure lui!
L’ultima cosa che mi ricordo è che, a un certo punto, tra le funzioni dell’applicazione che stavo utilizzando, ho cambiato sfondo allo schermo del computer. Ho trovato una bellissima biblioteca con una scrivania e una lampadina accanto. L’ho fissato intensamente fino a perdermi nei miei pensieri e ora, magicamente, mi ritrovo qui, in questa stanza senza entrata né uscita.
Tra le note del pianoforte continuo a sentire da lontano la spiegazione della maestra. Sono nel panico: ma si sarà accorta che non ci sono più? E se mia mamma, che è nell’altra stanza a cucinare, apre la porta e non mi trova? Speriamo che il poster di Fat Lady, la donna grassa che nei libri di Harry Potter si trova in un quadro e fa da guardiana alla porta della sala dei Grifondoro, faccia bene il suo lavoro anche sulla porta della mia camera e riesce a fermarla.
È pieno di libri, dal pavimento al soffitto, sopra degli scaffali antichi e marroni. È la stanza dei miei sogni, ma adesso non so se è un sogno o un incubo. Le pareti sono molto familiari, alte e fatte di legno.
Dove li ho già visti?
Nel mezzo agli alti scaffali ci sono dei tavoli con delle panche dove sono seduti molti ragazzi a leggere e studiare. Guardando bene, vedo i libri che volano e si mettono a posto da soli. Certi sono proprio vecchi: hanno delle pagine rotte o mancanti, sono giallognoli e con qualche macchia marrone, hanno le rilegature sfilacciate e le copertine sporche e polverose. Mi avvicino ancora di più e scopro che i ragazzi indossano una divisa, fanno parte sicuramente di una scuola...
Ma non gli manca qualcosa?
Hanno il viso scoperto e vedo le loro labbra e il loro naso. Parlano tra di loro vicini, vicini. La mascherina! Oops, nemmeno io ne ho una, ma non ho il tempo di preoccuparmi perché vengo distratta da un vento fortissimo e vedo due ragazzi dai capelli rossi volare su una scopa e lanciare dei fuochi d’artificio in aria per tutto l’edificio.

Con delle scope? Ma dove sono finita?

La stanza si sta riempiendo di fumo, non si respira. «Dobbiamo evacuare tutti» grida uno degli studenti. Io, correndo, entro nel bagno delle femmine e mi nascondo dietro la porta impaurita. Mi batte forte il cuore, lo sento in gola. Rimango nascosta fin quando non sento più nessun rumore e ricomincio a respirare tranquillamente.
Mi faccio coraggio, apro la porta del bagno e una voce fastidiosa all’improvviso mi dice: «Che ci fai nel mio bagno?»
Sobbalzo dalla paura, rimanendo per un attimo senza parole. Mi ritrovo davanti il fantasma di una ragazza con i codini e gli occhiali. Balbettando rispondo: «Mi stavo nascondendo da quei due ragazzi sulle scope, lanciavano botti».
«Uuh! Sempre quei due birbanti a rovinare il mio sonno. L’altro ieri mi hanno trattata come se fossi uno straccio che deve pulire il pavimento uuh...»
Al solo pensiero delle bravate dei due, lei scappa via piangendo. La seguo fin quando la vedo attraversare un muro e la perdo di vista. Assorta nel guardare il fantasma, mi scontro con un ragazzo alto, con occhi e capelli castani e delle grandi sopracciglia. «Siamo spacciati – si alza da terra urlando – tra pochi minuti inizierà la partita del quidditch e ci manca un cacciatore, all’ultimo momento il nostro si è fatto male.»
Super, super spaziale: libri che volano, Mirtilla Malcontenta, il quidditch… Per tutti i libri del mondo, ma sono in Harry Potter?!


La trama

DAD – Divertendosi A Distanza, di Chiara Rossi

Durante una lezione in DAD, in pigiama e pantofole, Chiara si ritrova a viaggiare tra scenari fantastici, di libro in libro, attraversando mondi dove giocare in libertà con i propri amici e i protagonisti delle tante storie lette, a volte scontrandosi con loro. Harry Potter, Mulan, Capitan Uncino, il GGG, tanti sono i personaggi che incontrerà in un viaggio emozionante e avventuroso, durante il quale dovrà affrontare delle prove e dimostrare coraggio, altruismo, gentilezza, intuito, umiltà.
Ma sarà davvero tutto reale? O è solo un sogno a occhi aperti per fuggire dalle limitazioni della pandemia?

«Ho cambiato sfondo allo schermo del computer, ho trovato una bellissima biblioteca con una scrivania e una lampadina accanto. L’ho fissato intensamente fino a perdermi nei miei pensieri e ora, magicamente, mi ritrovo qui, in questa stanza senza entrata né uscita. Tra le note del pianoforte continuo a sentire da lontano la spiegazione della maestra. Sono nel panico: ma si sarà accorta che non ci sono più?»
Età di lettura 10+

Chiara Rossi

Chiara Rossi è una studentessa nata a Pisa il 26 novembre 2010 e vive a Ponsacco.
Le piace viaggiare con il suo camper alla scoperta di nuovi luoghi e ama tanto leggere. Tra una pagina e l’altra impugna il suo fioretto e tira di scherma.
Nel tempo libero cura la sua pagina YouTube Chiara e la stanza libri dove condivide le sue letture.
Nel 2018 il suo racconto “La ragazza delle palline di Natale” è stato pubblicato nella raccolta di Racconti assortiti di Natale.
Ama la scuola e ha un gatto che ogni tanto gli porta delle prede in casa.


★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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Il viaggio che rifarei, di Johnny Do: incipit

Il viaggio che rifarei, di Johnny Do: incipit

Il viaggio che rifarei, di Johnny Do: incipit

Incipit #200 Il viaggio che rifarei, di Johnny Do (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un memoir di viaggio, il libro di una vita, il racconto di una professione, tra paesaggi unici, party esclusivi, suggerimenti di viaggio e grotteschi aneddoti sui turisti italiani.




Il viaggio che rifarei

di Johnny Do
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Memoir di viaggio
ISBN 9788833669984
cartaceo 18,00€
ebook 2,99€


Una cantina piena di tutto e di niente, accozzaglia di detriti generazionali in agguato per riemergere nella vita di qualcuno. Tra contenitori anonimi, mobili vecchi e stoviglie delle zie morte, spicca qualche scatolone etichettato con lettere, quaderni, libri, ninnoli imballati e centinaia di riviste di viaggio, conservate come sacre scritture.
Cinzia era così: ordinata e maniacale. Ogni oggetto, giornale o soprammobile per lei, prima o poi, avrebbe avuto valore per le generazioni future: ogni cosa era catalogata come nei depositi di un museo, in contrasto con il caos tipico delle cantine, cui si adeguano invece gli altri membri della famiglia, appoggiando qualsiasi cosa non serva, occupando ogni spazio libero, spinti da un imprevedibile quanto creativo horror vacui.
Nel totale baccano visivo però, a guardare con più attenzione tra i pilastri traballanti di vite vicine e lontane, riaffiorano enormi bomboniere di cartone. Da un perduto abisso della memoria, una foto illumina l’anima e mi risveglia i sensi, smuove il cuore dal suo ritmo torbido e piatto. C’è, o c’era, o c’era una volta una strada rossa, di un rosso irraggiungibile, se non retrocedendo fino ai meandri della mia infanzia salentina, o sprofondando nell’Africa dei tamburi masai. Un’immagine che ha accompagnato le mie sere d’inverno a studiare, ma soprattutto a sognare un malinconico ritorno ai marciapiedi brinati di tristezza, dopo la fuga dall’angusto grigiore dell’adolescenza torinese.
L’icona di un desiderio irreversibile di mondo, della fame di cielo, della volontà di contrarre un morbo vitale camminando in strade affollate, odoranti di persone, colori, razze. E ripiombo nella più giovane età, cullata dal suono di ritmi lontani che immaginavo prodotti da variopinte orchestre tropicali, mentre i raggi di sole, filtrati dalla finestra della mia camera, diventavano autostrade di sogni.
Rifluisce lento un rivolo di ricordi. L’intuizione che il grimaldello per scassinare la cassaforte delle illusioni poteva essere il lavoro puntuale, onesto, spasmodico di mio padre, inteso a prodigarsi per la crescita del suo terzo figlio: il negozio di moto con la sua officina. Erano gli anni Ottanta e il secondo boom economico toccava anche la sua piccola attività, di cui peraltro poco mi interessavo, finché alcune case produttrici di moto, a fronte di ottimi fatturati, non iniziarono a regalare viaggi per i migliori venditori.
Si trattava di mete lontane, in anni in cui un viaggio dall’altra parte del mondo era un vero privilegio, ma che mi sentivo pronto ad affrontare, avendo idealizzato come miei eroi un nonno giramondo e uno zio ex pilota militare. Una congiuntura magica, di cui peraltro beneficiò anche lo studio che, a essere sinceri, non rappresentava una priorità assoluta. L’idea che a ogni promozione scolastica corrispondesse un tour gentilmente offerto dall’alta fatturazione del negozio, e cedutomi da mio padre, contribuì non poco a consolidare la mia istruzione.


Ha inizio così l’avventura agognata.

Il salvataggio dalla monotonia di un paesaggio che, bambini, per tratti infiniti, ci accompagna dai finestrini di un treno diretto lentamente, troppo lentamente, verso il tanto sospirato Salento.
La strada rossa scompare tra acacie e arbusti fioriti, giraffe curiose e crateri lontani: uno sfondo disegnato nel riflesso dei miei desideri, dispersi in nuvole cumuliformi che corrono vertiginose nell’aria, il cui sapore puro risveglia i polmoni e pulisce ogni singolo alveolo da diciassette anni di polvere, muffa e agonia. Il cuore, come in un feto che brama di nascere, pulsa impazzito: la vita è davanti a me come la strada rossa dell’Amboseli, sul Kilimangiaro, tra gli elefanti enormi, a branchi, a famiglie, in gerarchie declinate su altipiani senza tempo. L’infinito è unità di misura dello spazio, il verde inonda le pupille; le ombre di ciò che è animato si allungano al tramonto. Mi affiancano ed entrano nella mia anima per non uscirne più. Ho diciassette anni e sono nel seno del pianeta, nel fulcro della vita. Diciassette anni e cammino su spiagge solitarie, accompagnato dal fruscio delle palme da cocco, suono instancabile, continuo, quasi perpetuo, come i ritmi e le tonalità che riportano la mente alle canzoni rapite dai dischi di mia madre, colonna sonora della mia infanzia.
Malinconia e storia si annodano in un’emozione profonda, ancora oggi dolorosa e inesprimibile. La mia è stata un’adolescenza timida, riservata e contestata. Ma qui i desideri coltivati mulinano nel vortice di un’inconscia giovinezza, concentrati in migliaia di foglie di palme danzanti ai ritmi improvvisati dal vento. Riecheggiano nelle voci lontane di ragazzi in spiaggia. Parlano lingue incomprensibili di fronte alla bassa marea, che lascia emergere come rocce scultoree i loro giovani corpi neri. Dall’altra parte dell’orizzonte, le praterie sterminate di animali giganteschi, un’idea sovrumana di spazio offerta in un cocktail di odori forti, talvolta ributtanti.

La trama

Il viaggio che rifarei, di Johnny Do

Il primo viaggio in Kenya, ancora adolescente, è il punto di partenza per inseguire un sogno chiamato mondo.
Il mal d’Africa dà inizio a una vita alla ricerca della libertà personale, delle latitudini più lontane, delle solitudini più profonde, del luogo perfetto dove vivere, della conoscenza di persone eccezionali, svolgendo un lavoro per certi aspetti sconosciuto ed esplorando i luoghi più suggestivi del pianeta.
Il viaggio che rifarei è il libro di una vita. Una prima sintesi, più che il bilancio, di un percorso ancora vivo ma già ricco, del suo svolgersi tra il racconto di una professione, poetiche descrizioni di paesaggi unici, lussi e party esclusivi, piccole solitudini e grandi lontananze, suggerimenti di viaggio e grotteschi aneddoti sui turisti italiani. Brasile, Giordania, Egitto, Estremo Oriente, Santo Domingo, Tenerife, Mykonos, Bali, Cuba e Miami, sono alcune delle mete vissute da Johnny Do come tour leader e da residente.

Il libro è stato scritto con la collaborazione di Salvatore Gerace, insegnante di lettere presso il liceo “Norberto Bobbio” di Carignano (TO) e scrittore di saggi, articoli di teatro e letteratura italiana e sportiva.

Johnny Do

Johnny Do è nato a Torino nel 1969. A sedici anni, dopo aver usufruito di un primo viaggio incentive cedutogli da suo padre, inizia a maturare il desiderio di lavorare nell’ambito del turismo. Nel 1990 si trasferisce a Toronto dagli zii, per affinare la sua pratica dell’inglese, e successivamente lavora per grossi tour operator prima a Ibiza come assistente, successivamente come capo-area a Tenerife, Mykonos, Bali, Cuba e Miami. Nel 1997 si dedica per un breve periodo alla moda, altra sua passione, ma presto ritorna al turismo rientrando a Mykonos e trasferendosi a New York fino alla crisi del settore, successiva al crollo delle Torri Gemelle. Brasile, Giordania, Egitto, Estremo Oriente, Caraibi, sono alcune delle mete vissute da residente e come tour leader, ruolo che, dopo la morte della sorella Cinzia nel 2006, svolge solo d’inverno per stare vicino alla famiglia. Dal 2003 vive e lavora a Ibiza, accogliendo migliaia di turisti a stagione.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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Storie di mare e di orizzonti, a cura di Cultura al femminile: incipit

Storie di mare e di orizzonti, a cura di Cultura al femminile: incipit

Storie di mare e di orizzonti, a cura di Cultura al femminile: incipit

Incipit #199 Storie di mare e di orizzonti, a cura di Cultura al femminile (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un'antologia che aiuta Casa AIL di Sassari: venticinque storie che vengono dal mare.




Storie di mare e di orizzonti

a cura di Cultura al Femminile
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Racconti
ISBN 978-8833666242
cartaceo 10,00€
ebook 2,99€


La “Giannina”, di Elvira Rossi

Ogni giorno Erminio tra i dirupi della costiera percorreva un sentiero sassoso per raggiungere una spiaggetta poco accessibile e protetta alle spalle da un roccione scosceso, che a tratti era coperto da arbusti ed erbe cristalline.
La sinuosità delle rocce disegnava una insenatura dove il mare si infiltrava con prepotenza e le onde prima crespe andavano poi a stendersi piatte sulla battigia. Il vento incurante delle barriere riusciva a incunearsi tra le rocce diffondendo nell’aria salmastra una malinconica sinfonia. Sulla parte alta dell’arenile, a ridosso di una duna sabbiosa, una vecchia barca sonnecchiava con i remi usurati stesi all’interno dello scafo. Lo scafo era dipinto di azzurro, il colore preferito da Graziella che se n’era andata troppo presto nel dare alla luce quella bambina tanto desiderata.
Tanti anni addietro Erminio e Graziella lì si erano amati nell’armonia della risacca, lì avevano sognato di salire su un traghetto per raggiungere il Continente dove, come qualcuno giurava, sarebbe stato possibile fare fortuna. E invece di quel sogno di amore era rimasto solo un nome “Giannina” scritto a pennellate nere sulla fiancata della imbarcazione.
Una sera d’inverno, mentre il mare in lontananza rumoreggiava spaventando le povere case dei pescatori, Graziella e Giannina in un unico abbraccio se n’erano andate come trascinate dal maestrale che faceva sbattere le imposte delle finestre.
Quel cordone ombelicale, appena tagliato dalla sola levatrice di quel piccolo borgo, fu presto riannodato in un’unica bara.
La vita di Graziella, che nel grembo custodiva Giannina, era stata spezzata come un albero maestro abbattuto da una invincibile tempesta. Da quel momento a infrangersi contro gli scogli non furono solo le onde ma la mente di Erminio, che più irato di un mare in burrasca precipitò in un silenzio impenetrabile come abissi oceanini.
Erminio iniziò a camminare con la schiena curva, il capo rivolto verso terra per schivare ogni sguardo e con il tempo sia i vecchi che i giovani pescatori, già poco avvezzi alla parola, si adattarono alla sua taciturnità.
In ogni stagione il vecchio marinaio verso sera raggiungeva quel lembo di spiaggia e andava a sedersi in quell’angolo solitario accanto alla “Giannina”, un nome che di fatto non aveva mai potuto pronunciare.
Quello era l’unico momento in cui Erminio chiuso nei propri pensieri sollevava il capo e mentre il corpo restava immobile, gli occhi protetti dalle palpebre corrucciate esploravano l’immensa distesa alla ricerca incessante dell’orizzonte.
Quando distoglieva lo sguardo da quel confine tra cielo e terra era per rivolgerlo alla “Giannina”, che non riusciva a nascondere i rattoppi che la rendevano simile agli abiti sdruciti dell’uomo.
Erminio spesso poggiava una mano sullo scalmo quasi a chiedere conforto, altre volte con un gesto monotono passava la ruvida mano sul fasciame della barca come se avesse voluto accarezzarla.

Sembrava che parlasse con la sua “Giannina”.

Di cosa discorressero rimane un mistero.
Chi ha detto che le cose non hanno un’anima? E la “Giannina” un’anima l’aveva e come se la possedeva! Di legno, segnata dalla fatica e dal dolore. E proprio da quei solchi che si schiudevano come labbra le proveniva la facoltà di raccontare.
Era un racconto sommesso che non ammetteva uditori.
Poi il pescatore tornava a guardare dinanzi a sé, scrutava il mare alla ricerca perenne di quell’orizzonte, così vicino così lontano. La sua inquietudine, risaputa solo dalle rupi, si placava nel protendersi verso l’infinito.
Quella caletta, difficile da raggiungere da terra, era la dimora preferita dai volatili.
A interrompere la solitudine di questa gola remota era un vecchio gabbiano che stanco di inseguire le barche a vela, con uno slancio ardito ad ali spiegate si calava a precipizio dal cielo e placido andava a posarsi sulla prua della “Giannina”.
Il grande uccello restava raggomitolato su sé stesso, gli occhietti vivaci osservavano con discrezione Erminio che simulava indifferenza. In realtà il marinaio lo aspettava e quando l’amico pennuto non c’era, ne avvertiva la mancanza.
I due figli del mare erano lì, in silenzio, uno accanto all’altro, stretti da un patto di fratellanza. Ognuno indovinava nell’altro il dolore custodito nella segretezza del proprio animo.

La trama

Storie di mare e di orizzonti, a cura di Cultura al femminile

È un'antologia di racconti brevi risultato della selezione di testi a seguito del concorso letterario indetto dall'associazione culturale "Cultura al Femminile". Sono storie intense di onde di memoria e di oceani di epoche ed etnie che si abbracciano e fondono nell'utero di una sola Storia. Tutto il ricavato della vendita di questa antologia sarà devoluto a Casa AIL di Sassari, che ospita pazienti e parenti dei pazienti malati di leucemia.
«I venticinque racconti vengono dal mare, e sembrano uno stormo di uccelli migratori che abbiano percorso una lunghissima rotta immaginaria per approdare su una costa sicura. Hanno viaggiato per tantissimo tempo nella testa e nelle emozioni di chi li ha scritti. Sono tutte storie di mare, come diceva il bando, così le storie sono tutte intrise di salsedine, hanno piedi bagnati o sporchi di sabbia, e il vento in faccia che ti fa strizzare gli occhi.»
[dalla prefazione di Pier Bruno Cosso]

Cultura al Femminile

Cultura al Femminile è un'associazione culturale, con rispettivi portale web e gruppo Facebook, che si propone la diffusione della cultura, in particolare della letteratura, delle e sulle donne; la difesa dei diritti umani; la promozione della lettura; l'organizzazione di eventi, spettacoli, convegni e laboratori in tutta Italia.

★★★★★

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