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Non abbiam bisogno di parole, un film Netflix original

Non abbiam bisogno di parole, un film Netflix original

Non abbiam bisogno di parole, un film Netflix original

Cinema Di Elena Genero Santoro. Non abbiam bisogno di parole, un film Netflix original, l'adattamento italiano del celebre La famiglia Bélier. La storia di una figlia udente in una famiglia di non udenti, il punto di vista capovolto sul significato di "normalità".

Correva l'anno 1988 quando, in terza media, un supplente di italiano ci fece guardare Figli di un dio minore. Era un film che all'epoca aveva avuto successo e che pare essere invecchiato dignitosamente bene. Era la storia di una ragazza sorda che si esprimeva nella lingua dei segni (LIS) e di un docente che insegnava in una scuola per sordi, incentivandoli al linguaggio verbale per dare loro più chance. La ragazza, Sarah, si opponeva con tutte le sue forze. Lei voleva essere rispettata per quella che era: una sorda, non una sorda che viveva come una udente.
Ricordo che in classe era seguita una discussione su cosa fosse la normalità, che ai nostri occhi adolescenziali assumeva, dopo aver visto il film, i contorni di un concetto relativo. Il professore aveva concluso: se nel mondo fossimo tutti sordi, quella sarebbe la normalità, la comunicazione tra gli esseri umani si sarebbe sviluppata diversamente.
Già allora avevo intuito che tra i sordi ci sono diversi approcci. Ci sono gli oralisti, che imparano a leggere le labbra e a parlare, e ci sono quelli che si affidano solo alla lingua dei segni. Nel mezzo, quelli che integrano le abilità e le usano a seconda delle circostanze.

Su Netflix è uscito un film con protagonista Sarah Toscano, già cantante e vincitrice di Amici, che interpreta Eletta, sedicenne e unica figlia udente in una famiglia di non udenti.

Il titolo del film è Non abbiam bisogno di parole, che è la famosa canzone di Ron e Lucio Dalla che la protagonista si ritrova a cantare nel corso della vicenda, ma è anche la modalità con cui Eletta comunica con i suoi genitori: senza parole.
Il film è ispirato all'esperienza personale dell'autrice Véronique Poulain ed è l'adattamento italiano del celebre successo La famiglia Bélier. Figlia udente di genitori sordi, ha lavorato come interprete della Lingua dei Segni e ha raccontato la sua vita nel libro autobiografico Les Mots qu'on ne me dit pas (Le parole che non mi si dicono).

In Non abbiam bisogno di parole siamo in Italia, tra Alessandria e Torino.

I genitori di Eletta, col fratello maggiore, anch'egli sordo, hanno una cascina in campagna e lei inizia un nuovo triennio scolastico.
Sarah si destreggia tra scuola, famiglia e corso di canto. Perché lei ha una passione: la musica, e le riesce anche bene, ma è qualcosa che non può condividere con i suoi famigliari.
Non la condivide e nemmeno racconta loro che farà un saggio e forse un'audizione, perché i genitori non approverebbero.

Alessandro e Caterina, padre e madre di Eletta, appartengono alla comunità di sordi che si esprimono a gesti.

Sono persone che usano la LIS e che ritengono la loro sordità un motivo di identificazione culturale e linguistica. Ho letto che alcune comunità di sordi non oralisti diventano anche molto chiuse perché per i sordi comunicare a gesti, nella loro vera lingua, è più semplice e meno faticoso. Leggere le labbra, tentare di articolare dei suoni, indossare l'impianto cocleare laddove indicato, comporta un gran dispendio di energie. In questo senso, pretendere che i sordi "si adeguino" al mondo udente, non è nemmeno giusto.
Quando Eletta è venuta al mondo ed è stata diagnosticata "udente", la madre ha pianto: la bambina non era "una di loro". Ma il padre le aveva promesso che l'avrebbe cresciuta "sorda dentro". Ovviamente questo non è stato possibile, Eletta sente e ha anche un udito piuttosto fine.

Peraltro nel film mi ha incuriosito un dettaglio: i sordi, non sentendo, producono parecchio rumore!

Nelle prime scene sbattono posate e scodelle in cucina senza avere alcuna cognizione del fracasso che fanno ed Eletta è parecchio infastidita.
Nonostante l'orgoglio non oralista, Eletta funge da ponte tra la sua famiglia e il resto del mondo. I genitori se la portano ovunque: quando vanno a vendere i loro prodotti al mercato, quando il padre si candida a sindaco con lo slogan geniale "io vi ascolto". Senza di lei sarebbero persi. Quindi, parenti ingombranti e a tratti imbarazzanti.

Si parla tanto di disabilità e di inclusione, del fatto che il mondo a misura dei "normali" calzi male a chi ha una diversità.

Eletta è una "normale" in una famiglia di "diversi", quindi la "diversa" nella sua micro-comunità è lei.
È una visione capovolta, un po' come quella di Peet Montzingo, musicista e scrittore americano, noto su YouTube e TikTok, riconoscibile per i suoi occhi azzurri, i suoi capelli rossi, il suo metro e ottantacinque di statura. Fin qui non ci sarebbe nulla di straordinario se Peet Montzingo non avesse padre, madre, fratello e sorella tutti affetti da nanismo. A otto anni era già il più alto della famiglia. Loro sono molto ironici e affiatati e ci scherzano su nei loro video.

La storia di Eletta mi ha lavorato dentro perché, per certi versi, io sono nella sua situazione.

A cinquant'anni ho scoperto che molte persone intorno a me sono autistiche (senza compromissioni cognitive né manifestazioni eclatanti, quindi non di facile identificazione a un occhio non esperto; sono le classiche persone a cui viene detta la frase: "se sei autistico tu, siamo autistici tutti!", eppure le diversità ci sono). Sono cresciuta come quella "diversa" in nucleo che, da fuori, potrebbe essere etichettato come "diverso".
E anche la mia scelta di frequentare il Politecnico, dove è pieno così di nerd ex-Asperger, forse non è nata per caso.

L'autismo e la sordità non sono la stessa cosa, ma c'è in ballo comunque un modo di comunicare che si discosta da quello della maggioranza.

Un codice che va appreso, che, nel caso dell'autismo, ho avuto modo di introiettare, non senza fatica e non senza effetti collaterali e con la costante sensazione di camminare sulle uova. Qualcuno dice che neurotipici e neuro divergenti hanno "sistemi operativi diversi", come un iPhone e un Android: funzionano entrambi, ma affinché comunichino c'è bisogno di una interfaccia. Ecco, talvolta il lavoro di conversione richiede una certa cura.
E adesso che ho capito meglio cos'è l'autismo, mi rendo conto che gli autistici intorno a me tra loro si riconoscono, entrano in sintonia con molta più rapidità di quanto riesca a fare io.
Eppure ho diverse amiche che a un certo punto sono uscite fuori dicendo: “Sai, sono autistica”. Non mi hanno ancora disconosciuta.

Non abbiam bisogno di parole è un film molto carino.

Lascia spazio all'amicizia, al primo amore e naturalmente finisce a tarallucci e vino, con una Sarah Toscano molto graziosa e dal viso pulito.
I genitori capiscono che la figlia ha il dono del canto e anche se loro non possono beneficiarne, negli "altri", quelli fuori, questo dono porterà emozioni.





Elena Genero Santoro
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The Plastic Detox: un documentario Netflix original

The Plastic Detox: un documentario Netflix original

The Plastic Detox: un documentario Netflix original

Cinema Di Elena Genero Santoro. The Plastic Detox: microplastiche nel corpo umano, un documentario Netflix original che riprende gli studi della dottoressa Shanna Swan sul legame tra inquinamento chimico e calo della fertilità.

Quando qualche anno fa ho scritto Plasticamente, in cui parlavo della sovrabbondanza di plastica intorno a noi, e dei modi in cui, ognuno a casa propria, poteva impegnarsi a ridurla, avevo molto chiaro il problema dell'invasione dei mari, del fatto che la plastica ci ritornasse nel piatto attraverso gli animali di cui ci nutriamo.
Tuttavia, Plasticamente aveva un taglio molto orientato alla riduzione dell'inquinamento, all'ambiente. Leggevo che nel mare finiscono ogni anno dalle cinque alle undici tonnellate di plastica e mi sembrava spaventoso. Le magagne che la plastica poteva causare agli organismi umani e animali era stato da me appena accennato.

Plasticamente

Plasticamente
Le materie plastiche e le scelte ecofriendly

di Elena Genero Santoro
PubMe - Gli scrittori della porta accanto HOWTO
Manuale pratico
ISBN 979-1254582497
Cartaceo 14,00€
Ebook 5,99€

Di recente mi sono imbattuta in uno studio della dottoressa Shanna Swan per poi scoprire che era alla base di un documentario Netflix uscito di recente, The Plastic Detox.

La dottoressa Swan, che da anni si occupa di salute riproduttiva, ha esaminato centinaia di studi scientifici e condotto i suoi: tutti indicano che il numero di spermatozoi sta diminuendo a livello globale negli ultimi 50 anni osservati a un tasso dell'1%, con un calo che supera il 2,6% osservando studi dopo l'anno 2000. In pratica la fertilità nel mondo è diminuita del 50% negli ultimi quattro decenni.
Qualcuno potrebbe dire che è un bene, visto che siamo più di otto miliardi di persone. Poi, però, c'è chi vorrebbe figli e non riesce ad averne.
Per completezza di narrazione, è giusto dire che altri studi hanno imputato il calo della fertilità anche al cambiamento climatico. Laddove ci siano cambiamento climatico e sostanze chimiche, l'effetto è sinergico e aumentato.

Tornando agli studi di Swan, il declino degli spermatozoi è associato all'utilizzo di sostanze chimiche.

Gli ftalati e i bisfenoli sono degli interferenti endocrini, e significa che condizionano gli ormoni delle persone che ne vengono a contatto.
Gli ftalati hanno un effetto antiandrogenico che abbassa il testosterone. Di conseguenza, possono eliminare l'ondata di testosterone in utero, con impatti sullo sviluppo genitale del feto maschio che nascerà con dimensioni minori della distanza ano-genitale (AGD) e testicoli non discesi.
Il BPA imita l’estrogeno, l’ormone femminile, quindi può indurre nel corpo cambiamenti simili a quelli prodotti da tali ormoni e anch'esso inibisce la fertilità.

E dove si trovano ftalati e bisfenoli? Nella plastica. Elementare, Watson.

Gli ftalati sono dei plastificanti che in Unione Europea sono già stati pesantemente vietati, alcuni ovunque, altri nei giocattoli.
Il bisfenolo si usa sia come monomero di reazione del policarbonato (avete presente i biberon di plastica?) sia come monomero per la produzione delle resine epossidiche, molto usate in edilizia, ma anche nell'arte. Il bisfenolo A in Unione Europea è vietato nella carta termica.
Negli Stati Uniti, dove la dottoressa Swan ha effettuato i suoi studi, queste sostanze non sono vietate.

Un dato che riportavo in Plasticamente è che la plastica che viene realmente riciclata al mondo è il 9%.

Il resto viene vomitato negli oceani.
Riciclare la plastica costa molto di più che produrla nuova. Il dato viene confermato dal documentario con una spiegazione: l'idea che la plastica fosse riciclabile è stata propagandata e diffusa proprio dai suoi produttori. Sembra controintuitivo, eppure ha un senso. Pensare che buttare la plastica di bottiglie e flaconi di detersivo non abbia un impatto sull'ambiente perché "tanto è riciclabile", è un abbaglio. Di fatto non lo è. Però alleggerisce la coscienza dei consumatori. Ma è un inganno.
E non stupisce nemmeno che in sede di Global Plastic Treaty – un'iniziativa globale per regolamentare la plastica – siano stati i Paesi col petrolio a fare arenare il progetto, opponendosi a una riduzione della produzione della plastica vergine.

Se utilizzare la plastica per usi tecnici e durevoli può avere un senso.

Può produrre un alleggerimento di una struttura, una maggior lavorabilità e molti vantaggi a seconda del caso, il fatto che ogni merendina che scartiamo sia imballata in una pellicola di plastica è aberrante. Siamo assuefatti, crediamo che sia normale, ma non è sano usare un materiale eterno per delle applicazioni usa e getta come quelle legate agli alimenti o alla cosmesi. Questo a prescindere.
Se a questo aggiungiamo che essere circondati dalla plastica può avere controindicazioni sono solo sull'ambiente ormai saturo, ma su chi fruisce di cibo confezionato e detergenti, c'è una ragione in più per dire basta.

L'ultimo studio peer-reviewed della dottoressa Swan è uno studio pilota che ha l'ha vista interagire con alcune coppie che non riuscivano a concepire figli o che avevano avuto degli aborti spontanei.

Queste coppie avevano una sterilità idiopatica, cioè: apparentemente non avevano nulla che non andasse.
Le coppie sono state sottoposte a una sperimentazione. Innazitutto, è stata ricercata la presenza, nelle urine e nello sperma, di biomarcatori quali bisfenolo urinario A (BPA), mono-n-butil ftalato (MBP) e monobenzile ftalato (MBzP). Il bisfenolo è stato designato come marcatore principale. All'inizio, nei soggetti in esame i biomarcatori sono risultati molto alti.

Dopodiché è stato imposto loro un percorso tanto semplice e poco invasivo quanto efficace: un cambiamento dello stile di vita legato alla presenza delle plastiche negli oggetti in casa.

In pratica, queste coppie hanno applicato molti dei consigli eco-bio che io stessa, un lustro fa e in tempi non sospetti, avevo suggerito nel mio Plasticamente. Io che, nauseata da tutti i rifiuti di plastica domestica che si buttano quotidianamente, avevo già cercato soluzioni alternative. Detersivi in foglietti, shampoo solido, assorbenti lavabili, spugne di cocco o di luffa, indumenti di tessuti naturali. Non ho inventato nulla di rivoluzionario, beninteso. Ho solo raccolto una lista di micro-soluzioni. Io, che ormai mi sono riprodotta e non ho più nei piani di ripetere l'esperienza, sto continuando ad applicare le regole che mi ero data. I miei detersivi non si trovano nella grande distribuzione, per gli abiti che acquisto evito come la peste acrilico e poliestere. Tollero solo basse percentuali di poliammide (nylon) ed elastan. Unica deroga: i giacconi per l'inverno.
E adesso, dopo aver letto lo studio peer-reviewed della dottoressa Swan e aver visto il documentario su Netflix, scopro che tutto sommato non ho fatto male. Ne ha beneficiato l'ambiente, ma anche la mia salute.

Lo studio della dottoressa Swan si conclude così.

Dopo che le coppie hanno eliminato dalle loro abitazioni e dai loro armadi la plastica di cui erano circondati, i loro valori di bisfenolo e ftalati si sono abbassati notevolmente. E successivamente hanno avuto dei figli.
Ma è la dottoressa Swan la prima a frenare gli entusiasmi: il campione di persone analizzato è troppo piccolo per trarre conclusioni definitive. Ripete: si tratta di uno studio pilota.
Però, ragazzi, fa davvero ben sperare.





Elena Genero Santoro
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Squid Game: la  potente allegoria della società contemporanea

Squid Game: la potente allegoria della società contemporanea

Squid Game: la  potente allegoria della società contemporanea

Serie TV Di Angelo Gavagnin. Squid Game: disponibile su Netflix la terza e ultima stagione, ancora più violenta, irrazionale e disumana, potente allegoria dei meccanismi spietati che regolano la società contemporanea.

La terza e ultima stagione di Squid Game è uscita su Netflix il 27 giugno 2025in abbonamento sono disponibili tutte e tre le stagioni. Io le ho viste tutte e tre. La prima, una novità assoluta.
Tutti ormai sappiamo di cosa stiamo parlando: persone indebitate senza nessuna possibilità di pagare, che decidono (sono spinte), a mettere in gioco loro stesse, ciò che sono. La speranza e promessa è di un guadagno enorme e veloce, risolutore di tutti i problemi. Quello che non sanno fino all’inizio dei giochi, è che uno solo può vincere e tutti gli altri moriranno.
Naturale che questo scateni l’istinto di sopravvivenza e provochi inaudita violenza anche in chi non sospettava nemmeno di esserne capace.

Si vede subito che ci sono personaggi inclini al sotterfugio, abituati a mentire e a raggirare gli altri.

Infatti, all’inizio sono proprio i più buoni e umani che soccombono. Non avere la minima empatia nei riguardi di nessuno è una qualità che salva i peggiori durante i giochi.
Leggere i rapporti sociali con questo genere di lenti è davvero deprimente, ma forse, con meno violenza fisica e qualche regola che non possiamo certo superare, la tendenza nelle moderne società dei guadagni e dei consumi a ogni costo, è proprio questa. Non sono certo i più buoni a farcela, non c’è un’etica per cui se sei empatico, aiuti gli altri, ti comporti bene e sei incline a volere che il tuo prossimo sia felice quanto te, allora la tua vita sarà un successo e avrai tutto ciò che ti serve perché sei onesto. Purtroppo non è così. Raggiungere il successo è più facile per i cinici, quelli che possono anche truffare (nel senso più ampio del termine) senza sensi di colpa o semplicemente sfruttano l’umanità che hanno intorno.

Mors tua vita mea: in Squid Game ogni morte aumenta il montepremi ai sopravissuti.

È sconvolgente perché è così chiaro come non lo è mai stato, è la fine di ogni fiducia negli altri, anche i più buoni per sopravvivere devono adeguarsi alla cattiveria imposta come regola sociale di sopravivenza. Ogni partecipante si rende conto chiaramente che quelli che riescono a sopravvivere ai giochi sono i peggiori esseri che abbiano mai incontrato, loro hanno le qualità per vincere.

Come in tutte le fiabe, c’è sempre “uno sciocco” che ha la crisi di coscienza.

È il protagonista numero 456 Gi-Hun, che dopo aver vinto il premio in denaro alla prima stagione, decide di usarlo per rientrare nel gioco con l’intento di distruggerlo.
Non aggiungo altro perché si entra nella terza stagione che molti probabilmente ancora non hanno visto. Posso solo dire che, la terza e ultima stagione, è ancora più violenta delle due precedenti e che i protagonisti si trovano ad affrontare situazioni sempre più irrazionali e disumane.
L’orrore è nei giochi ma ancora di più in una società che li rende plausibili.

Squid Game è una potente allegoria dei meccanismi spietati che regolano la società contemporanea.

Dietro tutto ciò, ci sono solo dei ricchi annoiati e in cerca di emozioni forti che si possono comprare, che godono a vedere dei poveracci che calpestano i loro stessi principi per guadagnare tanti, tanti soldi: è ciò che hanno fatto da sempre, ma senza rischiare la loro vita.



Mi è capitato di fare la comparsa al trailer girato a Venezia in occasione dell'uscita della seconda stagione.

Comparse al trailer girato a Venezia in occasione dell'uscita della seconda stagione



Angelo Gavagnin
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Dove osano le cicogne e Joy: due film sulla fecondazione assistita

Dove osano le cicogne e Joy: due film sulla fecondazione assistita

Dove osano le cicogne e Joy: due film sulla fecondazione assistita

Cinema Di Elena Genero Santoro. Dove osano le cicogne e Joy, due film sulla fecondazione assistita disponibili su Netflix: una commedia sulla maternità surrogata e un biopic sulla sperimentazione pionieristica che ha portato alla prima bambina concepita in vitro.

Angelo Pintus e la moglie Michela hanno penato a lungo per mettere al mondo il figlio Rafael con l’aiuto della fecondazione assistita. Da questa esperienza complessa e impegnativa, senz’altro dolorosa anche se conclusasi con un lieto fine, è nato il film Dove osano le cicognedisponibile in abbonamento su Netflix – in cui Angelo Pintus, che non si è neppure cambiato il nome, porta in scena una storia di procreazione difficile. Lui e la moglie "fittizia" Marta non riescono a concepire per vie naturali, in parte per l’età, ma soprattutto perché lei soffre di una forma invasiva di endometriosi. Così, consigliati dall’amico Andrea, si rivolgono a una clinica privata spagnola dove viene proposta loro la maternità surrogata.

Dove osano le cicogne
Dove osano le cicogne e Joy: due film sulla fecondazione assistita

Dove osano le cicogne

REGIA Fausto Brizzi
SCENEGGIATURA Gianluca Belardi, Fausto Brizzi, Herbert Simone Paragnani, Angelo Pintus
PRODUZIONE | PRODUTTORE PiperFilm, Lovit, Netflix Studios, Tramp Ltd.
DISTRIBUZIONE PiperFilm
MUSICHE Andrea Bonini
FOTOGRAFIA Marcello Montarsi
ANNO 2025
CAST Angelo Pintus, Marta Zoboli, Beatrice Arnera, Andrea Perroni, Tullio Solenghi, Maria Amelia Monti, Imma Piro, Antonio Catania


C’è una volontaria, Luz, che, pur di trasferirsi in Italia, metterà al mondo, “in forma gratuita”, l’embrione concepito in vitro e biologicamente figlio di Angelo e Marta.

Pur sapendo di violare la legge (la maternità surrogata in Italia è un reato universale), Angelo e Marta accettano. Il concepimento va a buon fine e la coppia torna a casa portandosi dietro Luz. Da quel momento Angelo e Marta devono mettere in atto mille strategie per garantire il parto senza destare sospetti; fingono la gravidanza di Marta comprando protesi di silicone, mentono a tutti, anche al padre di Marta, un carabiniere in pensione sospettoso e pignolo che ricorda Robert De Niro quando si accanisce con Ben Stiller in Ti presento i miei.

La commedia ha un ritmo serrato, tante gag e un tono leggero.

Si ride molto mentre un paio di concetti traspaiono in controluce: avere un figlio per vie non naturali (e in questo caso pure illegali) è un affare costosissimo, infatti i Pintus iniziano a tirare fuori migliaia di euro da quando Luz sale in aereo e pretende la prima classe e continuano fino a corrompere la Doula (Maria Amelia Monti) incaricata di seguire il parto.
E poi, che avere un figlio è un desiderio talmente potente e doloroso da far passare sopra ogni scrupolo morale e legale.
Si arriva a un finale molto più politicamente corretto di quanto atteso, ma balzando tra mille situazioni contorte, battute al vetriolo e qualche colpo di scena. Alla fine il ritmo del film la fa da padrone e l’ora e mezza di pellicola si fa bere come gazzosa.

Rimane la domanda: cosa sareste disposti a fare per avere un figlio? Anche a violare la legge?

I Pintus del film non prendono nemmeno in considerazione altre forme di genitorialità, l’adozione, l’affido; il desiderio struggente che li consuma è quello di avere un bambino tutto loro.
Oggi ci domandiamo se la gestazione per altri sia moralmente accettabile o meno, se sia il reato universale che lo stato italiano cerca di combattere in ogni modo o se, sotto certe condizioni, possa essere anche un gesto di solidarietà o di amore. Siamo tutti d’accordo che se parliamo di posti come l’India, dove le donne partoriscono figli per altri nove volte in nove anni per morire di consunzione prima di arrivare ai trent’anni, stiamo parlando di sfruttamento, abominio e messa al mondo di neonati a fini di lucro. Ma le situazioni intermedie sono tantissime. La prima volta che ho letto, tanti anni fa e in tempi non sospetti, di una nonna che partoriva il nipote per la figlia e il genero, forse in America, ho pensato che fosse una cosa bella. Che io per mia sorella un figlio lo avrei fatto, se fossi stata nelle condizioni fisiche adeguate.

Quindi il dibattito è tutto meno che chiuso.

Più la scienza va avanti, più si aprono possibilità e più le domande di cosa sia lecito fare si infittiscono.
In realtà, forme di maternità surrogata ante litteram sono sempre esistite. È sempre accaduto che, se la “signora” di casa non riusciva a concepire, il padrone mettesse incinta una servetta e si tenesse il bambino. E chissà se la servetta era consenziente.
Poi però è stata inventata la fecondazione in vitro e anche le modalità di concepimento si sono evolute.



Il secondo film che mi è capitato di guardare di recente è Joy, che a dispetto del nome, gioia, ha un tono tristissimo.

Louise Joy Brown, nata nel 1978, è la prima bambina concepita in provetta nel Regno Unito. Prima di arrivare a lei, due medici e un’infermiera hanno sperimentato per almeno tre lustri, con errori, speranze infrante, pochi finanziamenti, opinione pubblica contraria, chiesa ostile.
Loro erano Robert Geoffrey Edwards, Patrick Steptoe e Jean Purdy e Joy racconta la loro storia, specialmente quella di Jean Purdy, che come infermiera non aveva titoli ufficiali per ricevere dei riconoscimenti accademici, ma che ha avuto dei tributi postumi.
Joydisponibile in abbonamento su Netflix – inizia negli anni sessanta, con un giovane ed entusiasta Edwards che assume Jean Purdy come assistente e coinvolge l’anziano Steptoe, ginecologo pioniere della laparoscopia, nella sua sperimentazione. Sappiamo che la storia finisce in gloria, che Edwards ricevette il nobel nel 2010 per il suo contributo alla medicina, e solo lui perché era l’unico ancora in vita, e che grazie al lavoro dei tre sperimentatori sono nati milioni di bambini che diversamente non avrebbero mai visto la luce, ma il film Joy narra gli anni precedenti, quelli in cui non vi era certezza del risultato, quelli fatti di cadute, di sogni infranti, di fallimenti, di voglia di arrendersi.

Joy
Dove osano le cicogne e Joy: due film sulla fecondazione assistita

Joy

REGIA Ben Taylor
SOGGETTO Rachel Mason, Jack Thorne, Emma Gordon, Shaun Topp
PRODUZIONE | PRODUTTORE Pathé, Pathe UK, Wildgaze Films
DISTRIBUZIONE Netflix
MUSICHE Steven Price
FOTOGRAFIA Jamie Cairney
ANNO 2024
CAST Thomasin McKenzie, James Norton e Bill Nighy


Joy narra soprattutto la storia di Jean Purdy, dei suoi scrupoli morali.

Lei era cristiana, appartiene alla comunità che ruota intorno alla chiesa, sua madre è molto devota e la allontana quando lei inizia a sperimentare sugli embrioni. Gli amici le voltano le spalle, il prete le dice che può tornare se si pente. Ma lei non vuole pentirsi. Jean Purdy rimane sola, prosegue la sua attività anche se alcune cose non le piacciono: i suoi colleghi praticano pure gli aborti e per lei, cristiana, non è una bella cosa, il dubbio di coscienza la attanaglia, ma va avanti. Rimane, con una missione: aiutare le donne che desiderano un figlio e che non possono averlo. Lo fa anche perché sa di non poter diventare madre: soffre di una grave forma di endometriosi e non concepirà mai.

Jean Purdy si impegna per le altre, perché quelle come lei possano realizzare il loro sogno.

Non solo svolge il lavoro pratico con gli embrioni, ma anche quello umano con le aspiranti mamme. Le accompagna, rende il loro percorso meno gravoso, le sorregge mentre deve distruggere le loro speranze perché gli esiti delle terapie non sono quelli attesi o perché il bambino che portano in grembo non nascerà.
Jean Purdy, la cui storia è diventata nota solo di recente, si è immolata per le donne, per la fecondazione in vitro, per la scienza. Ha donato la sua vita, con molto amore. Morirà a soli trentanove anni per un cancro, dopo aver lasciato un segno indelebile nella storia della maternità assistita.




Elena Genero Santoro
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Il caso di Laci Peterson, una mini docuserie  Netflix

Il caso di Laci Peterson, una mini docuserie Netflix

Il caso di Laci Peterson, una mini docuserie  Netflix

Serie TV Di Elena Genero Santoro. Il caso di Laci Peterson, una docuserie Netflix in tre episodi ispirata a un caso di omicidio del 2002: la vittima e il mostro dall'atteggiamento mite e cordiale che potrebbe essere il nostro vicino di casa, quello gentile che salutava sempre.

Avete presente l'omicidio di Giulia Tramontano che tanto ha sconvolto l'opinione pubblica? Una donna incinta, in fase avanzata della gravidanza, uccisa dal compagno nonché padre del bambino. Nel raccontare la vicenda si sono scomodate tutte le teorie, si è menzionato il patriarcato, gli abusi domestici, la cattiva educazione dei giovani d'oggi (e dove andremo a finire), finché i criminologi non hanno sentenziato che la misoginia in questa vicenda c'entra poco o nulla. Alessandro Impagnatiello, condannato all'ergastolo, è semplicemente uno psicopatico, un narcisista maligno con una carenza strutturale di empatia che si è macchiato di un duplice omicidio per futili motivi: non voleva più quel bambino e nemmeno quella fidanzata (Roberta Bruzzone gli ha dedicato due puntante nella sua serie Nella mente di Narciso, disponibile su Rai Play).

Il caso di Laci Peterson è una mini docuserie Netflix in tre episodi su un caso di omicidio del 2002 simile a quello di Giulia Tramontano.

Laci Peterson, una ragazza solare e piena di amici, era una giovane sposa incinta all'ottavo mese che la sera della vigilia di Natale 2002 è scomparsa nel nulla a Modesto, in California, dove viveva. Il marito, Scott, di ritorno da una giornata in barca, non l'ha trovata a casa, quindi ha chiamato la suocera chiedendo se la giovane fosse da lei e, appreso che non c'era, ne ha denunciato la sparizione. Ma appena gli investigatori hanno iniziato a scavare, è emersa una verità agghiacciante: il responsabile della scomparsa era proprio il marito. E quando, qualche settimana dopo, il corpo della donna e del piccolo Conner che portava in grembo sono riemersi dalle acque, l'accusa è diventata di duplice omicidio.

Le analogie con il caso di Giulia Tramontano, accaduto in Italia due decenni dopo, sono davvero notevoli.

La gravidanza in stato avanzato, il compagno che commette il reato e poi lancia l'allarme dopo aver cercato di occultare goffamente il corpo senza riuscirci. La presenza di una amante inconsapevole, con cui l'assassino intratteneva una relazione parallela basata sulla menzogna. Guardare il documentario su Laci Peterson mi ha fatto rivivere i momenti di cronaca intorno alla scomparsa di Giulia Tramontano. La dinamica delle due storie corre in parallelo.

Scott Peterson era un ragazzo brillante, dallo sguardo sornione.

Uno di quelli che piacevano proprio a tutti. Laci era davvero innamorata di lui. Le amiche di Laci, che testimoniano nel documentario, non riportano di abusi subiti dalla vittima durante il matrimonio o di episodi spiacevoli che potrebbero far pensare a Scott come a un misogino, o a un soggetto manipolatore che inducesse Laci a fare cose che lei non voleva. Laci era felice con Scott. Se Scott fosse stato geloso o controllante, non è dato di sapere, ma da quel che viene detto nei tre episodi, non sembrerebbe affatto. Questo però, oggi come oggi, possono saperlo solo Laci e Scott. Scott piaceva anche molto alla madre di Laci, aveva conquistato tutta la famiglia. La madre di Laci era tranquilla: vedeva la figlia contenta ed era serena anche lei. Non riporta, nelle sue testimonianze, campanelli d'allarme che le avrebbero fatto prevedere un tale epilogo.

Poco prima di scomparire, però, Laci si lamenta con le amiche perché il marito le pare un po' distaccato. Distacco: questa è la parola chiave.

La famiglia di origine di Scott ancora crede nella sua innocenza. Sarebbe troppo doloroso per le sue sorelle e le sue cognate ammettere che la realtà giudiziaria non è derivata da un malinteso.
Cosa porta dunque un uomo ben voluto a commettere un crimine tanto deprecabile?
Termini come "narcisismo" e "psicopatia" nella miniserie Netflix non vengono menzionati mai.
Eppure Scott viene inchiodato proprio per una mancanza strutturale di empatia che emerge man mano che passano i giorni e viene notata e sottolineata dagli investigatori nella docuserie. Il motivo per cui i detective si concentrano su di lui è perché, di fronte alla scomparsa della moglie, lo vedono prima impassibile, poi privo di qualunque angoscia e infine disinteressato. Distaccato, appunto.

Non è solo una questione di atteggiamento, di manifestazione o meno delle emozioni.

Scott viene tradito da ciò che fa: riempie la camera del nascituro di paccottiglia sua. Gli oggetti di Laci vengono buttati. Lui è pronto per vendere la casa. Insomma, Scott Peterson non prova sentimenti e non riesce neppure a fingere di provarne. Nelle sue azioni si legge in trasparenza tutto il disinteresse per la famiglia che si stava creando.
Inoltre, ha una presunzione di sé scollata con la realtà dei fatti. Intimamente è convinto di poter ricominciare una vita altrove, appena calmate le acque. Crede che presto polizia e giornalisti si dimentichino semplicemente della scomparsa di Laci, come se questo fosse possibile.

La sua supponenza traspare anche dagli errori grossolani che commette nell'organizzare l'omicidio.

Non mette in conto che qualcuno possa notare le sue incongruenze e le strane coincidenze verificatesi durante i giorni precedenti. La sua tracotanza lo acceca. E per questo cade e viene catturato.
La pianificazione dell'omicidio è anche un elemento chiaro che lo rende degno compare di Impagnatiello. Un omicidio compiuto senza rabbia, non d'impeto o al culmine di una lite (che non sarebbe una giustificazione, ma solo il sintomo di un altro tipo di problema), ma come mezzo per disfarsi di quello che da Scott/Alessandro viene vissuto come un impiccio, un fastidio. Il che è un tratto tipico di chi viene definito "psicopatico" dai criminologi. Un vero mostro, dall'atteggiamento mite e cordiale, che potrebbe essere il nostro vicino di casa, quello gentile che salutava sempre.
Scott Peterson è stato condannato a morte in prima battuta, in seguito la pena è stata commutata in ergastolo. Sulla base di quanto indicato nel documentario, per un uomo del genere non pare possibile alcuna possibilità di recupero morale. Se il modo in cui Scott Peterson è stato rappresentato corrisponde al vero, spero che non esca mai più di prigione.


Elena Genero Santoro
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L’infermiera: la miniserie Netflix ispirata a Christina Aistrup Hansen

L’infermiera: la miniserie Netflix ispirata a Christina Aistrup Hansen

L’infermiera: la miniserie Netflix ispirata a Christina Aistrup Hansen

Serie TV Di Elena Genero Santoro. L’infermiera, la miniserie Netflix che racconta la storia di Christina Aistrup Hansen, l'infermiera danese condannata per aver ucciso tre pazienti.

Curioso che dopo aver trascorso una parte degli ultimi mesi in ospedale mi sia venuta voglia di farmi impressionare da una miniserie, tratta, pare fedelmente, da una storia vera, che parla di un’infermiera assassina.
Il titolo, L’infermiera, lascia spazio alla prima riflessione: chi è la protagonista che dà il nome alla serie?
Christina Aistrup Hansen, che uccideva i pazienti, o Pernille Kurzmann, la collega che l’ha scoperta e denunciata?

Siamo tra il 2012 e il 2015 e Pernille, con la piccola Alberte, si è appena trasferita in un paese a sud della Danimarca per stare più vicina al padre di sua figlia, con cui ha dei rapporti amichevoli.

Contestualmente inizia a lavorare al Nykøbing Falster Hospital nel suo primo incarico da infermiera. Viene assegnata al Pronto Soccorso e le viene affiancata Christina, una donna grintosa, energica e una professionista molto stimata, che vive per il suo lavoro e lo sa fare bene. Anzi, sono in molti a ritenerla la migliore, in grado di tenere testa anche ai medici.
Pernille inizialmente ne è affascinata. Christina è in gamba, sa il fatto suo, riesce a motivare Pernille anche quando un paziente viene sciaguratamente a mancare. Christina seduce. C’è una scena in cui Christina e Pernille sono sul tetto e sembra che a momenti si debbano baciare. Si intravede quasi un inizio di tensione erotica.
Ma poi qualcosa inizia a stridere.

Prima ancora di immaginare di che cosa sia capace la sua collega, ci sono aspetti di Christina che non convincono Pernille.

Il suo volersi mettere al centro dell’attenzione quando c’è da intervenire su un paziente, il suo voler attirare l’attenzione con ogni mezzo, drammatizzando e ingigantendo tutto ciò che la riguarda, fino ad arrivare alla menzogna. Come quella volta che Christina racconta di avere avuto un incidente e aver distrutto la macchina, mentre Pernille nota che l’auto della collega non ha nemmeno un graffio. Dunque Christina è una che inventa.
E gli altri colleghi dell’ospedale che dicono?
In realtà tutti sanno che Christina è sempre teatrale, ma nessuno percepisce questo aspetto come un reale problema.
E quando Pernille solleva qualche debole dubbio viene trattata come una pettegola, una che non si adatta, che crea problemi sul lavoro per delle minuzie.

La miniserie Netflix L’infermiera, organizzata in quattro episodi da meno di un’ora ciascuno, ha le atmosfere di un thriller con tanto di resa dei conti finale.

L’ambientazione tra le camere del pronto soccorso è cupa come da copione.
Il pronto soccorso: è molto diverso da quelli a cui siamo abituati in Italia, con barelle ammassate in ogni angolo, pazienti abbandonati anche per una settimana e oss in burnout.
Nulla del genere al Nykøbing Falster Hospital: i pazienti possono permanere al pronto soccorso solo per un massimo di quarantotto ore a cui devono seguire le dimissioni o il trasferimento in un reparto. Inoltre ognuno ha una camera singola. Non so se questo contorno ovattato rispecchi la realtà danese o se sia un espediente cinematografico, ma in questa atmosfera scura, notturna, desolata come un quadro di Hopper, l’infermiera assassina di Netflix può agire indisturbata e somministrare ai pazienti i cocktail di morfina e diazepam che li mandano in arresto cardiaco.

Pernille inizia a nutrire sospetti su Christina come persona, prima ancora di notare che alcuni pazienti deceduti improvvisamente hanno avuto un aggravamento così repentino da risultare inspiegabile.

Ed è questa la bellezza di questa serie: il gioco psicologico.
Alla vera Christina Aistrup Hansen è stato diagnosticato, in fase di processo, un disturbo istrionico della personalità.
La serie Netflix non arriva a raccontare la fase processuale quindi la personalità di Christina viene mostrata, ma non etichettata, durante la visione degli episodi.
Può questa diagnosi spiegare perché Christina porta alla tomba i suoi pazienti?
A un certo punto la Pernilla cinematografica se lo domanda: perché lo fa? Non è un angelo della morte che vuole regalare un trapasso dolce a chi già versa in condizioni disperate. I ricoverati che Christina prende di mira sono talvolta persone che non hanno alcuna patologia grave.
Christina non risparmia energie quando deve fare un massaggio cardiaco, si impegna a fondo nel suo lavoro, compie imprese grandiose, quasi epiche, eppure…
Pare quasi contraddittorio.

In realtà la contraddizione è solo apparente. La professionalità e la prodigalità di Christina (della Christina raccontata nella serie) contro la sua crudeltà sono due facce della stessa medaglia.

Gli individui con disturbi di personalità, che vivono per farsi notare sono capaci di azioni notevoli e molto generose.
Per esempio uno come Ted Bundy, uno dei più famosi serial killer degli USA, ha anche salvato molte vite. Lavorava per il telefono amico, ha prevenuto diversi suicidi. Era uno psicopatico con un narcisismo irrefrenabile, era un seduttore, aveva modi teatrali ed è finito nel braccio della morte perché non è mai riuscito a tenere un profilo basso.
Fare opere buone, o anche eccezionali, non significa automaticamente essere delle brave persone.

Narcisisti, istrioni, psicopatici: sono individui che possono compiere indistintamente il bene o il male, perché non hanno un fine morale, ma solo quello di mettere al centro se stessi e qualunque mezzo è lecito.

Certo non tutti arrivano a uccidere, non tutti sono divorati da quella compulsione, non tutti hanno un tale abisso nero nell’anima, ma tutti bràmano ammirazione.
In questo senso alla Christina di Netflix viene un’interpretazione plausibile.
Nella storia reale, Christina Aistrup è stata condannata inizialmente all’ergastolo per tre omicidi e un tentato omicidio, poi la pena è stata ridotta a 12 anni perché non si possono escludere concause nei decessi.
Si stima che possa avere ucciso qualcosa come 120 persone (40 l’anno per tre anni) e pare che non abbia mai ammesso la sua colpa.




Elena Genero Santoro
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Stranger Things 4: finale al cardiopalma per la serie TV Netflix

Stranger Things 4: finale al cardiopalma per la serie TV Netflix

Stranger Things 4: finale al cardiopalma per la serie TV Netflix

Serie TV Di Loriana Lucciarini. Stranger Things, finale al cardiopalma per la IV stagione della celebre serie di Netflix. In attesa dell'ultimo capitolo previsto per il 2024.

Avevamo lasciato la proiezione della IV stagione di Stranger Things, la serie TV disponibile in abbonamento su Netflix, con una certa curiosità e un profondo timore per le sorti dei nostri amati beniamini. La storia infatti si è complicata e loro, divisi in piccoli gruppetti sparsi, hanno dovuto fare i conti con avvenimenti tragici. Alcuni su uno sgangherato pulmino tra la polvere del deserto. Altri nelle lande desolate e sotto scacco del gelo in Russia. Undici da sola, in un laboratorio segreto con piani da rivedere e situazioni del passato da chiarire. I restanti ad Hawkins, tra case diroccate e oscuri segreti, con un mostro che trasforma in vittima chi è mangiato dai rimorsi, dalla solitudine e dal silenzio.
Undici ha dovuto affrontare i ricordi in un percorso doloroso, alla ricerca dei perduti poteri. Il dottor Brenner, dopo essere riapparso e aver nuovamente fatto ingerenza nella vita di sua figlia, abbandona la serie in una conclusione non scontata ma coerente. Max, tallonata da Vecna quale vittima prescelta, si è opposta a un finale già scritto e, anche se travolta da terribili sofferenze, ha provato a resistergli. Di sicuro Caro Billy, è stata la puntata più emozionante, prima del gran finale di stagione. Ricordate? Ve ne avevo già parlato.

Cosa è accaduto nelle ultime due puntate della serie?

Intanto vi anticipo che il ritmo a questo punto accelera e cresce e che il finale è da cardiopalma!
C’è tanto, tantissimo ma non tutto: il finale apre nuovi spiragli e bisognerà attendere il 2024 per la V stagione, l’ultima e conclusiva di Stranger Things, la serie Netflix tra le più viste.
I fratelli Duffer hanno il pregio di riuscire a costruire un finale di stagione organico, capace di portare alla ribalta i diversi protagonisti, dando a tutti il giusto spazio (tranne Jonathan e Mike, ancora troppo defilati e anonimi), evolvendo la storia con discreta attenzione, senza troppo infodump e senza scivoloni di trama o grossolani errori.
Le ultime puntate, della durata complessiva di oltre quattro ore, portano azione e suspense dove il ritmo si era un po’ allentato e hanno il pregio di portare a compimento eventi e dettagli, piani narrativi e indizi sparsi, che i fan della serie hanno atteso di veder chiarificati. Non tutto, però, eh, sarebbe stato troppo bello, ma è comprensibile…

C’è un grandioso colpo di scena in cui scopriamo chi è davvero Vecna e approfondiamo la sua genesi da antagonista.


NB: di seguito è stato inserito un filtro "no spoiler" che rende sfocate alcune frasi; per leggerle basta passarci su con il mouse da pc o toccare lo schermo da mobile.

Vecna è Henry. Henry è Uno. Uno è il primo dei ragazzi superdotati del laboratorio segreto di Hawkins. Il primo, e anche il più potente e ingestibile. Non conoscevamo la sua identità perché fin da subito tutti evitano di parlare di lui e Undici non lo ricorda. Il passato di Vecna apre spiragli sulla sua esistenza del prima, permettendo ai fan più attenti e accaniti di completare alcuni pezzi mancanti di puzzle. Undici bambina lo incontra sulla propria strada nel laboratorio, lo affronta e combatte, dando via all’intera vicenda.
Uno è dunque il punto Zero, la genesi, l’inizio. È infatti in questo scontro che si apre il varco nel Sottosopra in cui Uno rimane prigioniero, evolvendosi in Vecna e prendendo possesso delle energie e delle creature che lo popolano. Nell’adrenalinico confronto tra Uno e Undici scopriamo che non sono più così diversi. Tranne che per le differenti scelte che compiono.

Le scene più epiche vedono come protagonista la solita Undici opposta a Vecna, ma questa volta anche Max e Eddie diventano motori della storia, i pilastri che ci traghettano da una puntata all’altra.

Le loro vicende suscitano elevati livelli di partecipazione e commozione.
La dura battaglia finale contro Vecna, senza esclusioni di colpi e con dipartite importanti, ha un ritmo in crescendo e il climax ci toglie quasi il fiato. Poi, quando tutto sembra risolto, ecco che il nemico riappare – ferito sì ma non sconfitto – e il destino di Hawkins sembra segnato quando un terremoto scatena l’apocalisse. Nel dopo sisma osserviamo una città spazzata via, con i superstiti raccolti in una comunità operosa. A questo punto gli ultimi personaggi lontani raggiungono il gruppo, si è di nuovo tutti insieme. Tra gli abbracci e le lacrime l’inquadratura si concentra su un inquieto Will. Lui “sente” che tanto altro deve ancora accadere; dunque la fine è vicina ma non è adesso… Bisognerà aspettare, pazientemente, il 2024 per sapere come se la caverà Nancy Weeler tra le macerie della vita di Uno, a contatto con l’anima di Vecna e con la sua furia distruttrice. Per vedere se Undici recupererà totalmente i suoi poteri e se sarà in grado di fronteggiare il suo nemico. Se Max tornerà indietro dall’oblio che la tiene prigioniera.

Ma altre risposte si attendono.

Il Sottosopra potrà offrirci inaspettati sviluppi sulla sorte di Eddie, che abbiamo lasciato agonizzante, cibo per mostri volanti e pianto per morto? Rivedremo Otto, la sorella di Undici, che avevamo incontrato in passato e che sembra sparita dalla sceneggiatura? Il varco aperto sarà richiuso, oppure il destino del mondo è alla fine, con il dominio di Vecna esteso oltre la labile barriera spaziotemporale? Si salveranno i nostri eroi o ci saranno altri pianti dietro l’angolo?
La soluzione di alcuni indizi e l’incastro di piccoli dettagli, che ancora non hanno avuto collocazione nel grande dipanarsi della trama, è dunque probabile che troveranno risposta nella futura e ultima stagione. Una stagione in cui immaginiamo un ruolo cardine per Will – lui che fin qui è protagonista offuscato e sempre un passo indietro agli altri – magari grazie al suo “collegamento” con il Sottosopra e il Mindflyer.
Per conoscere l’epilogo di una storia che ha tenuto incollate al teleschermo milioni di appassionati in tutto il mondo bisognerà solo aspettare e incrociare le dita. Ma di una cosa sono certa: che i nostri beniamini saranno tutti pronti a dare battaglia e che i fratelli Duffer non ci deluderanno.
Ne vedremo delle belle!


Loriana Lucciarini
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Stranger Things IV: solitudine e sensi di colpa nella serie TV Netflix

Stranger Things IV: solitudine e sensi di colpa nella serie TV Netflix

Stranger Things IV: solitudine e sensi di colpa nella serie TV Netflix

Serie TV Di Loriana Lucciarini. Stranger Things IV: la quarta stagione della celebre serie di Netflix gioca con la solitudine, i sensi di colpa, i muri che costruiamo attorno a noi e le paure che ci atterriscono.

Primissima impressione già dopo le prime scene del Volume 1 di Stranger Things IV: “Urca! Si è passati all’horror!”.
Sì, c’è stato un cambio di passo per la celebre serie TV disponibile in abbonamento su Netflix che immagino gli spettatori come me, poco avvezzi al genere horror, hanno notato immediatamente: le atmosfere, alcune scene, il nuovo nemico che si profila all’orizzonte, tutto marcatamente più cupo rispetto alle stagioni precedenti. O almeno, c’è più di questo.

I temi cardini di questa IV stagione di Stranger Things sono sicuramente la solitudine e il senso di colpa che paiono e trasudare in ogni fotogramma nei momenti topici.

Dai primi piani su visi atterriti dalla paura e dai propri segreti che sono poi i mostri che ci portiamo dentro. Dai piani sequenza verso i singoli protagonisti, spesso ripresi con il vuoto attorno. Dalla colonna sonora, il brano di Kate Bush diventato la hit del momento, che parla proprio di questo.
Di solitudine e senso di colpa si ciba anche il nuovo mostro del Sottosopra, che pare infatti prediligere vittime che sono alle prese con il trauma, in silenzio. Proprio come Max, che vive un dramma simile, e come Nancy, ancora scossa per la morte della sua amica Barb.

Seguendo gli eventi, arriviamo anche ad altri temi: alla difficoltà di essere accettati per quel che si è, la spinta all’omologazione, la cattiveria della società, il bullismo.

Lo sanno bene i ragazzi di Hawkins: Mike e Dustin che continuano a cercare un posto nella loro nuova scuola. Lo sa bene Lukas, che ha iniziato a frequentare il gruppo dei “popolari” cercando di staccarsi da un passato da nerd. Purtroppo lo vive sulla sua pelle anche Undici, nella nuova vita in California: persi i poteri, lontana dagli amici, in una nuova scuola, si ritrova a fare i conti con scherzi crudeli e prese in giro che la avviliscono e ne accentuano il senso di solitudine e di disperazione, già è fortemente radicato in lei a causa del suo passato e dei recenti tragici avvenimenti di Hawkins.

Scavare in sé per affrontare i propri mostri.

Undici si ritroverà, suo malgrado, a tornare indietro con la memoria e scavare nei ricordi. Nel suo viaggio in solitaria alla scoperta di dolorose verità su se stessa, ritroverà persino chi l’ha delusa e abbandonata. E affronterà tutto da sola, in una grande prova di coraggio.
Ma anche gli altri avranno la loro dose di guai. Prima fra tutti Max – che in questa stagione è stra-to-sfe-ri-ca! Così come Hopper – lui, puntata dopo puntata, ha acquisito sempre più spessore ed è diventato colossale!

La forza delle prime due stagioni di Stranger Things erano il gruppo e l’ambientazione anni Ottanta. Dalla terza stagione si assiste a uno sfilacciamento di queste dinamiche.

Tanto che i diversi personaggi – tutti ben tratteggiati con le loro peculiarità – si ritrovano a salvare il mondo in gruppetti sparsi.
In questa IV stagione la distanza è sempre più evidente e lo scostamento da ciò che erano le relazioni del passato si è fatto più pesante, solido. Un elemento che fa anche male dover appurare. Comunque, per alcuni legami che si perdono, nuovi se ne creano ed ecco che l’entrata di Svitato crea nuovi equilibri, apre nuovi piani narrativi. Andando avanti però, quello che era un punto di forza della serie ritorna: l’importanza del gruppo, del darsi una mano, dell’amicizia che non fa sentire soli torna a essere preponderante.

Così, se il muro si scioglie, se qualche crepa si apre ci si salva.

Ci si salva dalla morte grazie alle persone e alle cose che amiamo. La scena clou con Max nell’episodio “Caro Billy” è emblematica e da pelle d’oca.
Per deformazione professionale, la mia mente da scrittrice si concentra sempre sulla trama, sulla struttura narrativa, sul detto-non-detto e ciò che lascia intuire – che non sempre sono poi le rivelazioni, ma spesso anzi sono messe lì per creare falsi indizi. Quindi sono andata in brodo di giuggiole in questa stagione. L’ho rivista ben due volte per raccogliere particolari, trovare ganci, spiegazioni, piccole rivelazioni. Perché tutto è legato al passato e al futuro. Occorrerebbe trovare la chiave…
Potranno le ultime due puntate dare risposte ai tanti interrogativi? Perché tirare le fila può essere difficile e complesso, soprattutto mantenendo organicità narrativa e coerenza strutturale.

Il passato che ci portiamo dietro può diventare un peso. Le paure che ci hanno dominato e da cui scappiamo possono diventare i nostri peggiori nemici.

I nostri mostri da combattere e che, prima o poi, dovremo affrontare. Ecco ciò che mi lascia la visione di questa IV stagione, che mi ha coinvolto e che ho amato, almeno fino a questo punto.
Per ora l’ho trovata di ottimo livello, superiore ai precedenti. E anche se alcuni episodi sono eccessivamente lunghi e potevano essere ridotti, ho apprezzato le citazioni a pellicole più famose, i piccoli omaggi neanche troppo velati. Così, anche se alcune novità mi hanno spiazzata, certi personaggi mi hanno piacevolmente stupita (Murray unico!), alcuni impercettibili cambi di rotta, di ritmo, di luce mi hanno condotta laddove non pensavo di arrivare; e anche se un paio di protagonisti li ho trovati davvero sottotono – il che mi fa sperare che possano prendersi la rivincita negli ultimi due appuntamenti di chiusura stagione, come Will, Jonathan, relegati ai margini e decisamente sottotono rispetto al passato – sono certa che il finale di stagione sarà con il botto!
Ancora pochi giorni poi tireremo le somme, almeno fino ad arrivare al finale conclusivo della V stagione.




Loriana Lucciarini
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Hitler's Circle of Evil: una serie TV Netflix

Hitler's Circle of Evil: una serie TV Netflix

Hitler's Circle of Evil: una serie TV Netflix

Serie TV | Netflix Di Elena Genero Santoro. Hitler's Circle of Evil, una serie disponibile su Netflix: l’ascesa e la disfatta di Hitler attraverso i suoi fedelissimi, quelli che l'hanno sostenuto e concretizzato i suoi deliranti piani.

Radar charts | © www.cs.middlebury.edu

Avete presente una radar chart?
È un grafico che sembra una ragnatela, con bracci che si diramano dal centro, ognuno dei quali rappresenta una caratteristica o un parametro, di qualsivoglia tipo.
A ogni parametro viene attribuito un punteggio in scala relativa, per esempio da 1 a 5 o da 1 a 10. L’insieme di tutti i parametri darà la visione d’insieme di qualcosa, il confronto tra radar chart con gli stessi parametri permetterà di confrontare due o più soggetti.
Qui c’è un esempio tratto dal web che mette a confronto le performance di tre atleti.
Ciascuno di essi ha caratteristiche diverse che riguardano la difficoltà dell’esercizio, l’atterraggio, lo stile, la creatività, l’esecuzione.
L’atleta numero 3, in verde, ha un punteggio complessivamente migliore, (l’area è più grande), ma secondo i parametri dello stile e dell’esecuzione gli altri atleti hanno fatto di meglio.


Ecco, guardando le dieci puntate che compongono la serie Hitler’s Circle of Evil, disponibile su Netflix, ho pensato a una radar chart man mano che i protagonisti venivano introdotti e si muovevano sulla scena.

Hitler's Circle of Evil è una serie documentario del 2018, dove alla voce narrante di alcuni storici, quali Guy Walters, Michael Lynch, Sönke Neitzel e Toby Thacker si alternano immagini d'epoca integrate da scene mute, impersonate da attori. Il risultato è un racconto senza tempi morti e senza scene cruente, che consente la visione anche alle persone più sensibili.
Le serie ripercorre la storia dalla fine della prima guerra mondiale al 1945 e racconta l’ascesa e la disfatta di Hitler, ma lo fa focalizzandosi sugli uomini che gli erano fedelissimi e attraverso i quali i piani deliranti di Hitler hanno potuto trovare una realizzazione concreta.
Per ciascuno di loro ho immaginato di riempire una radar chart, assegnando punteggi differenti nelle varie voci. Ognuno di loro aveva delle indubbie abilità, dei talenti individuali e delle motivazioni personali, ma erano tutti accomunati, in porzioni diverse, da una lista di caratteristiche: sadismo, fanatismo, razzismo, ambizione, arroganza, narcisismo, follia, devozione al Fuhrer ma, soprattutto, una enorme dose di frustrazione.

Dietrich Eckart.

Era uno scrittore. È morto nel 1923 quindi non ha visto l’ascesa del nazismo, ma fece in tempo ad aiutare Hitler a scrivere il Mein Kampf, libro che sarei persino curiosa di leggere, se non mi dispiacesse spendere ventitré euro per 550 pagine di deliri. Eckart fu il primo mentore di Hitler, contribuì a crearne il mito. Nella sua radar chart vediamo come parametri più spiccati il fanatismo e un radicato antisemitismo. È morto per un attacco di cuore, dovuto anche a una vita poco salutare che conduceva. È stato forse l’unico ad avere avuto una morte naturale.

Heinrich Himmler.

Fu uno dei primi seguaci di Htiler, che lo riteneva un fedelissimo. Himmler era un giovane deluso dopo la prima guerra mondiale. Avrebbe voluto essere un soldato, ma la guerra era finita prima che potesse arruolarsi: era troppo giovane. In realtà quando gli sarà data la possibilità di dimostrare le sue doti belliche, non sarà all’altezza.
Himmler incarnava la delusione dei tedeschi nei primi anni dopo la disfatta del 15-18. Aveva in sé un enorme sentimento di rivalsa. Sentimento che i tedeschi dimenticheranno negli anni Venti, con il ritorno del benessere, e che invece li porterà a dare potere al nazismo con la crisi del 1929.
Se non ci fosse stato il 29, il nazismo forse non avrebbe mai avuto in mano il potere. I nazisti stavano in un partito di nicchia, con pochi seggi e una manciata di punti percentuali. Ma come si dice, quando la fortuna incontra il talento… Il 29 fece la fortuna del nazismo, che con la sua propaganda, d’un tratto, parve la soluzione ai nuovi problemi della Germania e in un paio di anni ebbe in mano il potere totale. Molti tedeschi decisero di ignorare il risvolto immorale dell’antisemitismo, pur di riportare ricchezza in patria. Lo considerarono come uno scotto da pagare per tornare a prosperare.


Himmler divenne il capo delle SS.

Scelse le sue truppe tra uomini prestanti, che incarnassero l’ideale ariano. Nella sua radar chart spiccano la meticolosità, l’antisemitismo, il culto per la razza ariana, l’ambizione e la frustrazione. Rappresentava la più completa banalità del male. Riusciva ad appuntare nella stessa pagina di diario di aver telefonato alla famiglia e di aver mandato a morte dieci polacchi.
Ma era soprattutto un vigliacco. Quando la Germania si trovò vicino alla resa, il fedelissimo pensò di tradire Hitler, di vendersi al nemico come un nazista buono, sgombrando campi di concentramento e occultando prove. Ma quando le cose si misero male, per sfuggire a qualunque condanna, si suicidò col cianuro.
Himmler fu quello che assunse Heydrich.

Reinhard Heydrich.

Nella sua radar chart spiccano il sadismo e l’arroganza. Fu l’uomo che materialmente diede vita ai campi di concentramento. Probabilmente non era un ipocrita, perché si sporcava le mani in prima persona. I suoi soprannomi erano: il Macellaio di Praga, il Boia, la Bestia Bionda, il Genio del Male di Himmler, Giovane Dio Malvagio della Morte, l’uomo dal cuore di ferro, l’angelo della morte, il mostro del Fuhrer. Insomma, si qualificava da solo. E pensare che era figlio di un musicista, amava il violino e, nella vita privata, era timido.
Morì in seguito di un attentato a Praga, perché nel suo delirio di onnipotenza, si sentiva invincibile e viaggiava su un’auto scoperta. Aveva trentotto anni e stava tornando a Berlino per un'ulteriore promozione. Qualcuno ipotizza che il medico mandatogli da Himmler lo avesse eliminato, ma è anche possibile che l’infezione che aveva contratto, negli anni Quaranta, semplicemente non fosse curabile.

Hermann Göring.

Fu uno dei primi seguaci di Hitler. Nella prima guerra mondiale era stato un eroe dell’aviazione. Era un militare. Nella sua radar chart vediamo al primo posto la sete di potere, l’arroganza, l’orgoglio, e solo al secondo posto l’antisemitismo. Il documentario lo descrive come più bramoso di gloria che razzista. Guidò la Germania fino alla disfatta bellica. Era dipendente dagli oppiacei. Al processo di Norimberga era convinto di poter discutere le proprie condizioni come un ordinario prigioniero di guerra. Anche lui si suicidò con una capsula di cianuro prima di poter essere messo a morte.
Una nota: a un certo punto, quando furono varate le leggi antisemite, i gerarchi si trovarono in disaccordo. Come definire un ebreo? Quanti nonni doveva avere un individuo per rientrare nel perimetro delle leggi razziali? Bastava un nonno? Il matrimonio di un partente? Praticare il culto?
Fu il caos per un attimo, ma questo prova anche l’assurdità della legge. Perché gli ebrei non erano distinti dal resto della popolazione, erano parte integrata della popolazione. Ciascuno aveva un vicino o un parente ebreo, più o meno stretto.

Hitler's Circle of Evil

Joseph Goebbels.

È una delle figure più affascinanti e al contempo inquietanti. Era un oratore spettacolare, curò la propaganda del nazismo dall’inizio alla fine. Aveva degli indubbi talenti dialettici che metteva al servizio del male. Ebbe il potere di controllare le radio e le trasmissioni di tutta la Germania. Oltre all’ambizione, in lui spiccano la frustrazione, un antisemitismo granitico e, soprattutto, una fanatismo e un’attrazione per il Fuhrer che nel documentario viene definita addirittura omoerotica.
Goebbels fu fedele al Fuhrer fino alla fine con la moglie Magda, fanatica quanto lui: rimase con lui nel bunker fino al suicidio e, una volta morto Hitler, in accordo con la moglie, uccise col cianuro i suoi sei figli e si suicidò.

Rudolf Hess.

Fu uno dei primi seguaci di Hitler e ne divenne presto il vice, ma in breve perse crediti. Non era scaltro né astuto abbastanza da non farsi scavalcare dagli altri funzionari. Quando Hitler gli affidò la ristrutturazione del Kehlsteinhaus, la fortezza in Baviera costruita sul picco di una montagna, subappaltò il lavoro a Bormann che grazie a ciò accrebbe il suo potere.
Nella radar chart di Hess c’è prepotente la follia, a braccetto con l’ossessione. Pare che fosse attratto dalle arti occulte, che cercasse di controllare il movimento degli oggetti con la forza del pensiero. La sua follia più significativa, una vera chicca surreale durante la seconda guerra mondiale, fu l’idea di volare una notte da solo fino in Scozia nel tentativo patetico e disperato di farsi ricevere da Churchill e discutere la pace con il Regno Unito. Atterrò vivo tra i campi e lo catturarono. Rimase in prigione fino all’età di 93 anni, quando lo trovarono impiccato in cella. I motivi della sua iniziativa in Gran Bretagna rimasero un mistero. Non è chiaro se volesse rientrare nelle grazie di Hitler o se davvero cercasse la pace, ma di certo non era stabile di mente al punto da rendersi conto dell’improbabilità della riuscita.

Albert Speer.

Figura controversa. Dopo il nazismo trascorse la sua vita a ripulirsi l’immagine, a cercare di passare per il nazista buono, che non sapeva ciò che stava realmente accadendo nei campi di concentramento. A Norimberga, dove si presentò umile e dimesso, fu condannato solo a vent’anni di carcere, li scontò e in seguito scrisse dei libri sul nazismo. In effetti in origine era solo un architetto, aveva con Hitler un rapporto personale ed era fuori dai giochi di potere degli altri gerarchi. Con Hitler condivideva una visione utopistica dell’architettura di regime e sognava di regalare una nuova immagine imperiale a Berlino (Hitler si sentiva un artista, da giovane aveva provato a entrare nell'accademia d'arte, era affascinato dall'estetica).
Le cose cambiarono quando Speer divenne, a sorpresa, il ministro degli armamenti, nel momento in cui la Germania iniziava ad accusare pesantemente la propria debolezza, e si dimostrò astuto e capace. Per anni parve avere meno colpe di altri capi nazisti, ma l’indagine storica successiva concluse che avesse anche lui delle importanti responsabilità. Una nota di merito: quando Hitler, nella sua pazzia, gli intimò di radere al suolo tutta la Germania alla fine della guerra (muoia Sansone con tutti i filistei), lui si rifiutò di farlo, ritenendo che la popolazione sconfitta avesse bisogno almeno delle infrastrutture per ripartire.

Martin Bormann.

Viene definito come uno psicopatico puro. Secondo il documentario, aveva un aspetto da padrino di mafia. Era una figura defilata, che agiva nell’ombra, faceva poco rumore. Era un burocrate, un funzionario di partito che a un certo punto divenne l’ombra di Hitler. Tutto passava attraverso le sue mani. Seguì il Fuhrer nel bunker, ma alla fine scappò, per poi suicidarsi quando capì di non avere scampo, accerchiato dai nemici. Ebbe dieci figli, il suo primogenito, Adolf Martin, noto come Martin jr. prese oceaniche distanze da lui e divenne prete cattolico.

Il grande assente di questo documentario è proprio Hitler.

Tutto gira intorno a lui, ma non si parla di lui, se non un po’ all’inizio. Nulla viene approfondito della sua follia, delle sue ossessioni, delle sue motivazioni. In compenso dei collaboratori di Hitler vengono narrate tutte le gesta, che avevano un solo scopo: avanzare con la carriera e il prestigio, a discapito degli altri. Da quando negli anni Trenta il nazismo aveva preso il potere, fu tutto un susseguirsi di danze, di giochi per accaparrarsi la compiacenza di Hitler e una fetta di potere in più. I gerarchi erano così ambiziosi, invidiosi e carenti di empatia da non riuscire mai a instaurare tra loro delle alleanze durature. Complotti, sgarbi, calunnie. Erano talmente intrisi del male che non riuscivano neppure a collaborare per la loro diabolica causa comune. Sono definiti i diavoli di Hitler. E i diavoli sono tutti primedonne. Per questo hanno segnato la loro stessa disfatta, dopo aver sparso morte devastazione intorno a loro.




Elena Genero Santoro

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Squid Game: una serie TV Netflix da censurare?

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Squid Game: una serie TV Netflix da censurare?

Serie TV | Netflix Di Elena Genero Santoro. Squid Game, la serie originale Netflix che fa discutere: elementi visivi K-pop per una rappresentazione espressionista della società coreana. È davvero da censurare?

Ho appena terminato la visione di Squid Game, una serie bellissima e potentissima, che ha fatto lievitare gli incassi di Netflix per più di un motivo.
E l’ho guardata con i miei figli, entrambi minori di quattordici anni, censurando le scene più cruente.
Facciamo un passo indietro.

Per settimane lo scandalo urlato ai quattro venti su Facebook è stato: «Oddio, i ragazzini guardano Squid Game! Nessuno li sorveglia!».

Non avevo intenzione di mostrarla ai miei due visti, appunto, i contenuti violenti di cui è intrisa. Ma poi ho fatto due scoperte.
La prima scoperta è che i miei figli sapevano già tutto. Non perché avessero guardato la serie, non ci pensavano neanche, uno perché Netflix lo tengo sotto chiave, due perché nelle prime settimane era disponibile solo in coreano sottotitolato in inglese. Eppure i ragazzi conoscevano a menadito lo svolgimento dei sei giochi e il filo conduttore della storia perché, in giro per il web, non c’era un solo tiktoker o un vlogger che non avesse fatto il verso a Squid Game.
La seconda scoperta l’ho fatta quando ho iniziato a guardare Squid Game io.
Anziché focalizzarsi sul gioco vero e proprio, la prima puntata introduce la vita del protagonista, Seong Gi-hun.

Siamo in Corea del Sud, in epoca contemporanea. Gi-hun è quello che si potrebbe definire uno sfigato.

Quarantasette anni, divorziato e con una figlia che vede solo saltuariamente, non ha un lavoro, vive sulle spalle della madre anziana, scommette sui cavalli ed è pieno di debiti. È di certo molto sfortunato, ma è talmente sprovveduto da apparire ridicolo. E in effetti un paio di risate le strappa. Non riesce a stare lontano dai guai. Non riesce a tenersi i soldi in tasca. Non riesce a smettere di indebitarsi, peggio di Paolino Paperino. Alcune sue azioni rasentano l’idiozia.
Imbranato, squattrinato, ingenuo. Il candidato ideale per la società segreta che organizza lo Squid Game, il torneo di sei giochi nel quale il vincitore porterà a casa l’equivalente di 33 milioni di euro.

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Lo spettatore che si approccia a Squid Game, fin da subito, intuisce che, a braccetto col dramma, c’è una venatura dissacrante. I fatti che accadono sono drammatici, ma il contorno è grottesco.

Le divise delle guardie che dirigono il gioco, rosa fucsia, sono farsesche. Il capo delle guardie, il Front Man, ha un costume che lo fa sembrare un piccolo Dart Fener. Guardie e Front Man, con quelle maschere nere, con le armi in mano, sono minacciosi, eppure hanno un che di kitsch. E anche le bare dei concorrenti morti, enormi scatole regalo nere sormontate da un fiocco rosa, fanno a botte con la serietà del contesto.
La serie è intrisa di elementi visivi K-pop, estrosi e colorati, pacchiani, diremmo noi in occidente, che sminuiscono la sacralità del gioco, l’importanza del sacrificio. Inseriscono in un contesto divertente qualcosa che di per sé non lo sarebbe affatto.
E in effetti qualcuno che si diverte c’è.

Gi-hun accetta di partecipare al gioco e si risveglia in un’enorme camerata, con una imponente struttura di letti a castello, insieme ad altri 455 concorrenti. Lui è l’ultimo.

Le regole sono poche e giochi sono semplici, da bambini, e si svolgono in ambientazioni che sembrano allegri parchi giochi. Ciò che i concorrenti non sanno è che fallire un gioco comporta l’eliminazione fisica e rimangono pertanto traumatizzati quando, durante il primo round – Uno, due, tre, stella – più della metà di loro muore sotto i colpi di un mitra attivato da un sensore.
I sopravvissuti, sotto shock, non vogliono proseguire oltre. E poiché una delle regole del gioco permette di interrompere la corsa al bottino se la maggioranza dei concorrenti vota per l’interruzione, i partecipanti procedono a una votazione. Per un unico voto vince l’interruzione e i circa duecento superstiti tornano alla miseria delle loro vite. Tuttavia le loro esistenze sono così disperate che 187 di loro decidono di tornare a giocare. Tra essi Gi-hun che, una volta a casa, ha dovuto affrontare la malattia della madre, un diabete grave per curare il quale sono necessari molti soldi.
Ciò con cui non hanno fatto i conti è che, se nel primo gioco la sopravvivenza di ognuno era indipendente da quella degli altri, nei giochi successivi vale il mors tua, vita mea. I concorrenti non devono solo dimostrare di saper fare qualcosa, ma anche sfidare i loro compagni, sopravvivere a discapito della morte di qualcun altro. Inoltre, ogni volta che uno di loro muore, qualunque sia la ragione, il montepremi aumenta. E le alleanze tra i giocatori, che si erano create nelle prime fasi, iniziano a saltare.

In Squid Game il sangue si spreca.

Accoltellamenti e sparatorie sono quotidiani, e queste scene sono state da me oggetto di censura verso i miei figli. Loro sapevano ciò che stava accadendo, ma evitavano di guardarlo, perché l’immagine (show, don’t tell) fa la differenza sulla psiche di un ragazzino.
Su tutto il resto abbiamo ragionato insieme, perché senza opportune riflessioni una mente giovane può assimilare Squid Game e l’eliminazione fisica dei concorrenti come un folle videogioco senza anima, come lo presentano gli YouTuber. Invece Squid Game l’anima ce l’ha e la distinzione tra bene e male è netta (meno netta la distinzione tra buoni e cattivi).

Squid Game è una narrazione di denuncia. È una rappresentazione espressionista della società coreana.

Ho letto che in Corea del Sud è molto facile ottenere prestiti e rimanere indebitati, in balia degli usurai. Quindi essere un Gi-hun, in Corea, non è poi così difficile. E laddove c’è una massa di poveri disperati, si trovano sempre alcuni ricchi che non vedono l’ora di approfittarne.
In Squid Game sono i VIP, un gruppo di uomini ricchi, mascherati e annoiati, che si divertono ad assistere ai giochi e che scommettono sui concorrenti come se fossero cavalli. Intanto i poveri si prostituiscono, si vendono per denaro, bramando un’occasione più unica che rara.
Un po’ come avviene con il Grande Fratello, che è legale, non prevede l’uccisione di nessuno, ma che sa essere comunque immorale, quando lucra sulle vicissitudini di uno sconosciuto che svende la propria intimità nella speranza di ottenere visibilità e mettere le mani su un montepremi ricco.

Tra i concorrenti in Squid Game serpeggia un mix di disperazione e avidità. La vita fuori dal gioco è squallida, senza speranza, ma fino a che punto è lecito combattere per vincere?

I VIP dall’alto si divertono a vedere i concorrenti scannarsi. Li mettono uno contro l’altro. Fomentano la classica guerra tra poveri e distolgono l’attenzione da se stessi. Il montepremi è uno specchio per le allodole, che traveste i carnefici da salvatori. E infine il dubbio morale. Quanto una persona disperata, che lotta per la vita, nel tentativo di salvare se stesso, ha il diritto di sacrificare gli altri?

Squid Game ci mostra un ventaglio di comportamenti possibili.

C’è Jang Deok-su, criminale, che partecipa al gioco per scappare da qualche pesce più grosso di lui che vorrebbe farlo fuori. È gradasso, voltagabbana, non ha scrupoli di alcun tipo. Stringe alleanze per convenienza, ma poi non rispetta i patti.
C’è Cho Sang-woo, amico di infanzia di Gi-hun. Lui è quello intelligente, laureato, ambizioso, non si accontenta di una vita mediocre. La madre lo crede all’estero, alle prese con un lavoro importante. Invece ha truffato, è indebitato fino al collo, non riesce ad affrontare le proprie responsabilità per sfuggire alle quali si fa coinvolgere nello Squid Game. È un debole, che col procedere del gioco si macchierà di azioni abbiette. Sempre in bilico tra il bene e il male, alternerà atti di gentilezza e gratitudine ad altri di pura crudeltà. Non è privo di coscienza, ma, fissato sul suo obiettivo, preferirà metterla da parte.

La rivelazione sarà Gi-hun. Nonostante la situazione rimarrà sempre umano, empatico nei confronti dei concorrenti più deboli. È questo ciò che lo rende davvero l’eroe positivo della serie, non le prove che supera.

È questo che volevo che i miei figli capissero. Se ti diverti a guardare degli esseri umani vendersi e ammazzarsi per trenta denari, come se fossero pupazzi in un videogioco, sei uno psicopatico tale e quale ai VIP.
Se invece cogli che la grandezza del protagonista risiede nella sua umanità, allora hai capito il senso del racconto.



Elena Genero Santoro
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Strappare lungo i bordi: la serie TV Netflix di Zerocalcare

Strappare lungo i bordi: la serie TV Netflix di Zerocalcare

Strappare lungo i bordi: la serie TV Netflix di Zerocalcare

Serie TV | Netflix Di Claudia Gerini. Strappare lungo i bordi, di Zerocalcare, una serie originale Netflix: irriverente, scanzonato, ironico, a tratti comico, Zerocalcare si dimostra ancora una volta un narratore dei nostri tempi.

Ho iniziato a seguire Zerocalcare nel periodo della quarantena. Ho trovato i suoi video che parlavano della quarantena nel quartiere di Rebibbia divertenti e geniali. Zero raccontava in maniera perfetta e molto veritiera, ma ironica, la situazione di allora. La gente chiusa in casa, le code al supermercato, la solitudine, la speranza che a volte lasciava il posto alla rabbia e all’impotenza.
Ho capito che era una cosa per pochi, per una sorta di nicchia, quando ne parlavo lo conoscevano in pochi.
Poi arriva la serie su Netflix e adesso Zerocalcare lo conoscono tutti. E meno male! Perché davvero era un peccato che le sue storie non appartenessero a un pubblico molto più vasto.

Irriverente, scanzonato, ironico, a tratti comico.

Strappare lungo i bordi, la serie TV firmata da Zerocalcare originale Netflix, racconta la vita di Zero e dei suoi amici: Secco e Sarah amici fin dai tempi della scuola, Alice conosciuta nel periodo dell’adolescenza. Con Alice ha un rapporto non sempre facile, da cotta adolescenziale Alice diventa una persona importante che si affida a Zero nei periodi più bui e complicati della sua vita.
Spesso i sentimenti dei due scorrono paralleli, molto vicini, quasi a sfiorarsi senza però incontrarsi mai davvero. Finché un giorno Alice si arrende e Zero, Sarah e Secco si ritrovano di fronte una realtà triste che ti ferisce dentro.

Duro e crudo, tagliente nella sua semplice rappresentazione della realtà.

Quasi una seduta psicanalitica allo specchio di una generazione che spesso non ha punti di riferimento, con poche certezze e tanti dubbi.
Strappare lungo i bordi è lo specchio della società di oggi, delle nostre paure più grandi, dei nostri dubbi e dei mostri che spesso non riusciamo a sconfiggere. E nel caso in cui non ci riusciamo… “Gnamo a Pija un gelato?”
Contro le diverse critiche dell’uso del dialetto romano nel racconto, credo che diversamente non sarebbe stato lo stesso. Zero e i suoi amici non sarebbero stati lo stesso.
E vogliamo parlare dell’armadillo, la coscienza di Zero?! Tutti dovrebbero avere un armadillo nell’armadio!

Zerocalcare si dimostra ancora una volta un narratore dei nostri tempi.

C’è chi lo fa con i film, chi con i libri… Lui con i fumetti.
E con i fumetti che diventano serie TV!
Per me geniale.


Claudia Gerini

Claudia Gerini
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SanPa: la serie TV Netflix sulla comunità di Vincenzo Muccioli

SanPa: la serie TV Netflix sulla comunità di Vincenzo Muccioli

SanPa: la serie TV Netflix sulla comunità di Vincenzo Muccioli

Serie TV Di Elena Genero Santoro. SanPa. Luci e tenebre di San Patrignano: interviste e immagini d'archivio, una serie TV Netflix sulla comunità di riabilitazione per tossicodipendenti fondata e gestita da Vincenzo Muccioli.

Siamo nel 1978. Basaglia sta chiudendo i manicomi e si scaglia contro ogni forma di contenzione. Nessuno può decidere di trattenere una persona in una struttura contro la sua volontà.


Ma in Italia l'eroina dilaga. I "tossici" sono zombie in giro per le piazze e le strade delle città e lo stato non ha soluzioni. La psichiatria circa il trattamento delle dipendenze è agli albori. Il metadone è l'unico palliativo, ma non basta.

In questo panorama desolante, dove gli unici che si occupavano dei casi umani erano i preti, un uomo laico, un romagnolo grande, grosso e carismatico, decide di fare qualcosa e fonda una comunità per il recupero dei tossicodipendenti.

A Coriano, vicino a Rimini, in collina, pone le basi di quella che sarebbe diventata presto un punto di riferimento per il recupero dalle dipendenze. Lui è Vincenzo Muccioli ed è deciso a ridare dignità alle vite dei ragazzi eroinomani. La sua filosofia è molto pratica: queste persone devono ritrovare uno scopo e farle lavorare nella sua fattoria, affidare loro compiti concreti, come la cura degli animali, è un modo per riabilitarli.
All'inizio Vincenzo Muccioli segue qualche decina di ragazzi. Si occupa di loro da quando li raccoglie per strada a quando li inserisce nella vita di comunità.
Li cura personalmente durante le crisi di astinenza. Muccioli non crede negli psicofarmaci, nel metadone, nelle terapie sostitutive. Somministra infusi di erbe e pratica massaggi. Contiene i ragazzi in stanze separate finché la crisi di astinenza non è passata. E poi li affida ad altri ragazzi, ad altri ex tossicodipendenti, affinché li seguano. Un po' come in un gruppo di autoaiuto.

Vincenzo Muccioli è convinto che quella disciplina non possa che essere positiva. Non fa mistero di usare qualche scappellotto rieducativo con i suoi ragazzi, come farebbe un buon padre di famiglia.

E quando i tossici scappano (e scappano), lui corre a riprenderli, come Gesù pastore delle pecore smarrite. Perché, e questo è il primo assunto che pone dubbi etici, è vero che non si può costringere una persona a restare rinchiusa da qualche parte contro la propria volontà, ma è anche vero che un drogato non è in grado di intendere e di volere. Che se prosegue nella strada che ha intrapreso, incontrerà solo la morte. Invece Muccioli vuole dare valore a tutte le vite che gli chiedono aiuto. Non solo, i tossici li avvisa prima. Dice loro prima cosa farà se si affideranno a lui. Se vorranno vivere e uscire dalla tossicodipendenza, se sono realmente motivati, dovranno lasciarlo fare.
Il metodo funziona. Ha successo. Comunque, in giro non ce ne sono di migliori.

Le famiglie degli eroinomani vedono in lui il Salvatore.

Le madri e i padri sfiniti gli affidano quei figli che paiono ormai irrecuperabili. E lui li recupera. Tutti o quasi. Quindi pazienza se qualcuno si lamenta, se le catene impiegate in alcune situazioni non sono state gradite da qualche ospite. Muccioli riesce comunque, in tribunale, a difendere la sua posizione: a mali estremi, estremi rimedi. Il fine ha giustificato quei mezzi. L'alternativa era la morte certa di quei giovani.
La sua popolarità cresce ancora. Gianmarco e Letizia Moratti sono tra i suoi primi sostenitori. Credono in lui ciecamente.
Sembra tutto bellissimo. Lo è. Migliaia di giovani salvati. Pochi scontenti. La comunità cresce, si gonfia. Anche Muccioli, che arriva a pesare 160 chili. E, pare, anche il suo ego diventa delle stesse dimensioni. Si espone molto per avere finanziamenti per una struttura sempre più grande.

Il documentario Netflix SanPa di Fabio Cantelli, scrittore, filosofo, ex tossicodipendente, ex portavoce di San Patrignano e oggi vicedirettore del Gruppo Abele di Don Ciotti, racconta l'iperbole della comunità di recupero più famosa d'Italia tra il 1978 e gli anni Novanta.

Lo fa con uno spirito critico, anche se durante i suoi interventi non riesce a nascondere acrimonia e risentimento. Tuttavia dà spazio anche ad altre voci, come quella di Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo, o quella di Red Ronnie, che hanno sempre difeso Vincenzo a spada tratta. O a quella di Antonio Boschini, ex tossicodipendente, divenuto medico a San Patrignano, dove esercita tutt'ora da quarant'anni. O la voce di Walter Delogu, padre della presentatrice Andrea, ex tossico, fedelissimo di Muccioli nel primo periodo (era il suo autista e guardia del corpo), ma divenuto critico nella seconda parte della gestione, fino a entrare in conflitto profondo con Vincenzo.
E lui, Vincenzo Muccioli, ottimo oratore, sempre presente in tv: in un'epoca in cui non esistevano social né telefonini, compare in mille filmati, coi suoi occhi scuri, magnetici e la sua parlata rassicurante.

E poi tutto cambia. I novanta ospiti, diventano mille, duemila. Vincenzo Muccioli non può più seguire personalmente i suoi ragazzi, non può più massaggiar loro le gambe durante le crisi di astinenza, e delega.

La disciplina che lui tiene, come un buon padre di famiglia, a suon di scappellotti affettuosi, viene delegata ad altri, a ex tossici, che sono meno affettuosi di lui. Che hanno ancora tanti problemi da risolvere prima di poter diventare un sostegno per altri.
La comunità è divisa in gruppi, in settori chiusi, rigidi, che fanno parte di una struttura piramidale al cui vertice c'è sempre Vincenzo Muccioli.
Ed è allora che accadono i fattacci. Prima due suicidi a distanza di pochi giorni. In seguito l'omicidio di Roberto Maranzano, nel reparto macelleria, compiuto da Alfio Russo. Omicidio da cui Muccioli ha sempre preso le distanze e di cui, in un'organizzazione dove vigeva un iper-controllo, non poteva non sapere. Il corpo di Maranzano fu ritrovato a seicento chilometri di distanza, nel napoletano e fu fatto passare per un delitto di camorra. Poteva Muccioli non sapere che i suoi ragazzi avevano preso la macchina per un viaggio del genere? Poteva Muccioli pensare che per il bene della comunità fosse lecito ed etico sacrificare qualcuno troppo scomodo?
I processi assolsero Muccioli, ma lo fiaccarono completamente e da quelli non si riprese più.
Un uomo come lui, abituato a catturare le telecamere, si era contraddetto troppe volte. Ma lui non era uno che amasse le critiche o mettersi in discussione.

E forse l'errore più grande di San Patrignano, che Cantelli contesta, è stato non aver voluto prendere coscienza dei propri errori e non ammettere le colpe.

Cantelli, portavoce della comunità al tempo dei processi per omicidio, entrò in crisi perché non riusciva più a difendere l'indifendibile.
Bisognava ammettere che affidare dei tossici a gente come Alfio Russo, un povero ragazzo siciliano con personalità borderline e incline all'ira, era stato un errore. Che sarebbe stato meglio scegliere del personale qualificato. Che il metodo Muccioli funzionava solo quando a praticarlo c'era Muccioli stesso. E che comunque ciò che va bene per molti, non necessariamente va bene per tutti. Che non tutti i drogati sono uguali, che ci possono essere patologie psichiatriche dietro a un abuso di sostanze, e che servono i medici per curarle, non solo disciplina e buona volontà.

La San Patrignano di oggi, diretta da Letizia Moratti, è molto diversa.

Le crisi di astinenza non vengono più gestite internamente, ma dai SERT di competenza. Oggi ci sono medici, educatori, personale qualificato. Ci sono meno eroinomani, ma molti cocainomani, perché le dipendenze sono di genere diverso.
Resta a Vincenzo Muccioli, pioniere della lotta alle tossicodipendenze, il merito di aver dato il via a un'opera grandiosa che nonostante gli errori ha salvato molte famiglie. E come sempre, «fa più rumore un albero che cade che un'intera foresta che cresce» (Lao Tzu).


Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
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