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Recensione: È stata tutta vita, di Valentina Mastroianni

Recensione: È stata tutta vita, di Valentina Mastroianni

Recensione: È stata tutta vita, di Valentina Mastroianni

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. È stata tutta vita – Cesare, il viaggio che ci ha cambiato il cuore di Valentina Mastroianni (De Agostini). Un memoir che è una discesa agli inferi: il congedo di una madre da suo figlio a causa di una malattia rara che lo ha portato via in tenera età.

Ci sono storie che non dovrebbero mai esistere. Sono contro l’ordine naturale delle cose. Un bambino che si ammala in tenerissima età per poi lasciare questo mondo all’inizio della prima elementare suona come un errore del creato. Non è giusto che un bambino muoia. Non è giusto nemmeno che trascorra la maggior parte della sua vita soffrendo. Non è giusto in nessun modo la si guardi. Eppure, talvolta, accade.

La storia di Cesare – Cece – Zambon è nota a molti.

Io stessa ne sono venuta a conoscenza, nelle ultime fasi, seguendo la pagina di Instagram La storia di Cesare gestita dalla madre Valentina Mastroianni.
Cesare era un bel bambino biondo e allegro, amante della musica, a cui a pochi mesi, nel 2018, era già stata diagnosticata la neurofibromatosi di tipo 1, una malattia genetica rara che sarebbe potuta persino rimanere silente. Invece a diciotto mesi Cesare aveva già perso la vista, a causa di un glioma sul chiasmo ottico.

È stata tutta vita è il terzo libro in cui Valentina Mastroianni parla di Cesare, questa volta per raccontarne il congedo.

La storia inizia otto mesi prima della morte del bambino quando la famiglia di Cesare, col padre Federico e i fratelli Alessandro e Teresa, a metà del 2024 si trasferisce dalla provincia di Trieste a Genova dove, tra le altre cose, c’è l’ospedale Gaslini, un’eccellenza per la cura dei minori.
Per qualche anno il tumore di Cesare è stato tenuto sotto controllo e il piccolo ha imparato a convivere con la cecità; lui e la sua famiglia hanno dovuto inventarsi una vita a misura di disabilità e ci sono anche riusciti.
La situazione cambia nell’estate del 2024 quando si evidenzia che i farmaci chemioterapici che Cesare assume di continuo gli hanno compromesso i reni e allora vanno sospesi, la terapia va ricalibrata, tutto si sballa di nuovo. Ogni equilibrio, già precario, salta, a questo punto Valentina comincia a intuire di essere arrivati al punto di non ritorno. Cesare perde mordente, lentamente si spegne, non è più lo stesso.

L’argento vivo del bimbo biondo e vivace sfuma.

Valentina, prima di tutti gli altri in famiglia, in un continuo braccio di ferro tra cuore e cervello, tra speranza e tristi presagi, deve metabolizzare l’idea con cui nessuna madre vorrebbe mai dover fare i conti: suo figlio presto la lascerà. Suo figlio non tornerà più quello di prima, suo figlio morirà e lei dovrà accettarlo e lasciarlo andare, anche perché le sofferenze costanti con cui il piccolo combatte ogni giorno non renderebbero accettabile la sua qualità di vita.

Da un punto di vista umano, fisico, il libro è una discesa agli inferi.

Si parte da una situazione di relativa stabilità per rotolare sempre più giù, verso una condizione straziante. I momenti di svago per Cesare diventano sempre meno numerosi, le sue risate sempre più rare, e per questo sempre più preziose: Valentina e Federico sono determinati ad afferrare e a vivere in pienezza ogni piccola gioia. A cercare normalità e amore in ogni piega positiva della giornata.
Ma poi il tracollo di Cesare è inevitabile, gli ultimi giorni verranno trascorsi al Guscio, una specie di hospice, quasi una casa, all’interno del Gaslini, per i malati terminali.

Dal punto di vista fisico e umano è una sconfitta, non credo di fare spoiler perché gli eventi sono già noti ai più.

Cesare si spegne un mattino di febbraio del 2025, vicino al suo cane Joy che non lo ha mai abbandonato.
Però in un libro la trama e il finale non sono tutto: conta molto il modo in cui gli eventi sono raccontati. Valentina Mastroianni non si abbandona mai alla disperazione: lei celebra la vita. Sempre. E celebra l’amore. Dichiara, ben due volte, in questo libro, di non avere mai incontrato la fede. Tuttavia non esclude che alcuni eventi siano curiose coincidenze, che alcune scelte non siano venute per caso. Che sia stato Cesare a guidarli fino a Genova, dove era destino che iniziassero la loro nuova vita. Che alcuni sogni siano stati premonizioni di ciò che stava per accadere. E ci spiega che anche il viaggio con Cesare, per quanto drammatico, ha avuto un senso: ha cambiato il cuore di tutti quelli che ha avuto intorno. Li ha aperti all’amore. E l’amore rimane.

Nonostante tutto, Cesare è stato un immenso dono e non scomparirà mai, anche se ha concluso il suo cammino sulla terra.

Mi viene in mente una vecchia canzone dei Gen Rosso: "[Dio] ha nascosto amore dietro apparenze di morte e di dolore”.
La morte di un bambino, di un figlio, è straziante. Non dovrebbe accadere mai. Non sappiamo perché Dio, il Destino, la Vita, il Caso lo permettono. Eppure accade.
Solo l’Amore può trovare un senso.


È stata tutta vita
Cesare, il viaggio che ci ha cambiato il cuore

di Valentina Mastroianni
Memoir
DE AGOSTINI
ISBN 979-1221220728
Cartaceo 17,00€
Ebook 10,99€

Quarta

Dall'autrice che ha toccato il cuore di oltre 150.000 lettori, l'ultimo libro di Cesare:
 un racconto struggente di amore che continua oltre la fine.
Il tempo ha un suono diverso quando sai che sta per finire. Una mamma lo sa, lo sente. Gli ultimi mesi sono volati, scanditi da visite mediche, nuove sfide e momenti preziosi: Cesare ascolta in loop le sue canzoni preferite, esprime desideri. Vuole andare al parco, fare un giro in moto, poi in barca a vela. E mentre Valentina cerca un modo per restare aggrappata all'amore, ai ricordi di ogni risata, il suo Cece si sta spegnendo.
Sono momenti in cui tutto vacilla, il destino si fa crudele e tu puoi scegliere se chiuderti alla vita o prenderla per mano, anche quando fa più male, e lasciare che l'amore seminato continui a fiorire anche dopo. Perché anche se non puoi salvare tuo figlio, puoi salvare la dignità di quel tempo insieme, i momenti felici, la memoria. Puoi salvare te stessa e chi ti sta intorno, scegliendo di vivere e abbracciare la bellezza anche nel dolore. Come un amore che si espande, che non salva una vita, ma dà vita a tutto ciò che la circonda.
Così, Valentina torna a raccontare. Tra le corsie del Gaslini e il mare di Genova, tra le avventure in canoa e le gite in treno, questo libro celebra ciò che rimane quando la vita si trasforma. Racconta l'amore che continua a vivere in chi resta, il dolore che chiede di essere attraversato, ma soprattutto una storia di vita piena, intensa, bellissima.
Perché Cece ha combattuto contro una malattia rara e feroce, ma ha anche riso, cantato, amato con forza. E soprattutto, ha vissuto. Così tanto da insegnare a chiunque lo ha incontrato come si lotta e vive davvero, con coraggio, fino in fondo.
È stata tutta vita è un messaggio per chi non ha smesso di credere. Per chi, anche nel dolore, cerca la luce. Per non dimenticare che a volte i figli arrivano da altri pianeti e ci insegnano come si vola, anche quando vanno via.


Elena Genero Santoro
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Wormhole e materia esotica: la fisica di Stranger Things

Wormhole e materia esotica: la fisica di Stranger Things

Wormhole e materia esotica: la fisica di Stranger Things

Scienza Di Stefania Bergo. L'ultima stagione di Stranger Things, che si concluderà su Netflix il 1° gennaio, si conferma, come Contact e Interstellar, un perfetto equilibrio tra rigore scientifico e immaginazione, chiamando in causa wormhole e materia esotica per raccontare il Sottosopra e l'Universo alternativo di Vecna. Ma di cosa si tratta?

Per chi non ha ancora visto l'ultima stagione di Stranger Things, questo articolo potrebbe risultare tanto uno spoiler quanto una guida per comprendere meglio le nuove rivelazioni.
Partiamo dall'assunto finale, la conclusione cui arriva il geniale Dustin, che riscrive l'interpretazione iniziale del Sottosopra: non una realtà alternativa ma un wormhole, ovvero un tunnel spazio-temporale che unisce due Universi.

Facciamo un passo indietro e mettiamo prima a fuoco il punto di partenza, ovvero la teoria messa insieme nella prima stagione da Dustin e dal professore di fisica, Scott Clarke, che spiegò l'esistenza di universi paralleli.

Si parlava di realtà alternative, come si pensava fossero la Hawkins in cui vivono i personaggi della serie e quella del Sottosopra, in cui abitano – o meglio si pensava abitassero – i demogorgoni.
Questa spiegazione riprendeva la teoria della meccanica quantisticache ho provato a spiegare alla "signora Maria" qualche tempo fa – secondo la quale la materia può essere spiegata con un modello che prevede un dualismo corpuscolare-ondulatorio. Cioè, parlando di particelle infinitamente piccole, la materia può essere vista sia come un corpuscolo, per cui valgono le leggi della fisica classica, sia come un'onda elettromagnetica, per cui valgono leggi diverse. Queste leggi, introducono un concetto che non sempre è afferrabile, ossia quello della probabilità e, di conseguenza, di stati sovrapposti.


Secondo la meccanica quantistica, ogni "realtà" alternativa – stato – ha la stessa probabilità di esitere di quella in cui ci troviamo.

E se Erwin Schrödinger parlava di collasso degli stati possibili in un'unica realtà nel momento dell'osservazione – quando si apre la scatola del celeberrimo gatto, per intenderci, che può essere vivo o morto e non più vivo e morto allo stesso tempo, come accade prima dell'osservazione –, Hugh Everett III riformulò la teoria parlando di ramificazione della realtà: tutti gli stati possibili coesistono in parallelo, e l'osservazione rappresenta solo una scelta, come quando ci si presentano davanti più strade parallele e noi ne prendiamo una. Le altre non finiscono di esistere solo perché noi non le percorriamo.
Secondo il professor Clarke, quindi, il Sottosopra altro non era che una realtà alternativa di Hawkins, esistente in parallelo – ciò però non spiegava, ad esempio, perché la casa dei Wheeler del Sottosopra fosse indietro nel tempo di due anni o perché nel luogo in cui Henry era stato spedito dalla Undici bambina non fosse presente la perenne polvere che lo contraddistingue...

La nuova stagione ha dato un'altra spiegazione sulla natura del Sottosopra, chiamando in causa wormhole e materia esotica.

Non si tratta – del tutto – di invenzioni degli sceneggiatori.
Secondo l'intuizione di Dustin, il Sottosopra non è una realtà alternativa ma un wormhole, cioè un tunnel spazio temporale che permette la comunicazione istantanea tra due "mondi", nella fattispecie, quello di Hawkins e quello in cui vive davvero Vecna. E questo collegamento sarebbe tenuto aperto e stabile dalla materia esotica.
Vediamo ora nel dettaglio di che si tratta e fin dove arriva la spiegazione fisica per cedere poi il passo alla fantasia.

Cos'è un wormhole?

Il fascino dei wormhole è legato alla possibilità dei viaggi nel tempo – come in Contact – e tra realtà dimensionali differenti – come in Interstellar. Dal punto di vista scientifico, il wormhole, o ponte di Einstein-Rosen, è una curvatura dello spazio-tempo in grado di unire due regioni asintoticamente piatte di diversi universi o dello stesso universo [1], e si basa su una soluzione speciale dell'equazione di campo di Einstein che descrive la curvatura dello spaziotempo in funzione della densità di materia, dell'energia e della pressione.

Cerco di spiegarmi meglio. Immaginiamo lo spazio e il tempo come un'unica entità. Ciò che la descrive meglio è un tessuno che si può increspare, piegare, incurvare. Le modalità con cui il tessuto si deforma e le regole cui risponde dal punto di vista fisico sono descritte dal modello matematico formulato da Albert Einstein e che va sotto il nome di Relatività Generale, la cui equazione centrale è quella di campo. Supponiamo ora di dover andare da un punto A a un punto B del tessuto – che possono essere lontani anche anni luce. Ma invece di spostarci lungo il tessuto, lo ripieghiamo su se stesso, in modo tale da far sovrapporre il punto di partenza col punto di arrivo. I due lembi uno sopra l'altro rappresentano le "due regioni asintoticamente piatte". Immaginiamo ora di prendere un paio di forbici e di praticare un buco attraverso i due strati. Si può così arrivare in un istante dal punto A al punto B, semplicemente attraversando il buco, che rappresenta per l'appunto un wormhole che collega i due punti dello stesso tessuto – "stesso universo". Analogamente, si potrebbe pensare di praticare un buco tra due pezzi di stoffa differenti sovrapposti – collegamento tra "diversi universi". Il wormhole si può in definitiva immaginare come un tunnel che ha un ingresso e un'uscita a forma di imbuto e una parte centrale detta gola.


Ma i wormhole, o Ponti di Einstein-Rosen, esistono davvero? Che differenza c'è coi buchi neri?

Mentre i wormhole si possono immaginare come dei tunnel nell'Universo o tra Universi paralleli, i buchi neri sono corpi celesti infinitamente densi, cioè con un campo gravitazionale così intenso da non far sfuggire nemmeno la luce. [2] I primi a ipotizzare l'esistenza dei buchi neri furono John Michell nel 1783 e, indipendentemente, Pierre-Simon Laplace nel 1795, basandosi sulla fisica classica newtoniana. Fu solo nel 1916 che Karl Schwarzschild identificò i buchi neri come soluzione matematica – singolarità – delle equazioni della Teoria della Relatività Generale di Einstein.
A differenza dei buchi neri, che vennero osservati per la prima volta nel 2019, i wormhole sono solo costrutti matematici, esistono solo teoricamente, non sono ancora stati osservati – il che può significare che siano solo un virtuosismo da nerd o che semplicemente non abbiamo ancora la tecnologia necessaria a rilevarli. Il primo fisico a teorizzare l'esistenza dei wormhole fu Ludwig Flamm nel 1916, a partire dalla soluzione di Schwarzschild dell'equazione di campo di Einstain, mentre Albert Einstein e il suo collega Nathan Rosen ripresero e approfondirono la sua intuizione nel 1935 – da qui il nome Ponti di Einstein-Rosen.

Proprio secondo la relatività generale stessa, i wormhole sarebbero fortemente instabili e si chiuderebbero istantaneamente appena formati a causa della gravità.

Verso la fine degli anni '80, i fisici Kip S. Thorne e Michael S. Morris trovarono una soluzione delle equazioni di Eistein che descriveva un diverso tipo di wormhole: stabile e, di conseguenza, attraversabile per un ipotetico viaggio interstellare e nel tempo. Questa soluzione prendeva in considerazione un valore negativo di energia, e di conseguenza di massa – dal momento che massa ed energia sono legate dalla celeberrima equazione di Einstein E=mc2, dove c è la velocità della luce nel vuoto. Una materia di questo tipo è detta esotica – quindi il termine utilizzato nella quinta stagione di Stranger Things non è frutto della fantasia degli sceneggiatori! –, nel senso che violerebbe uno dei principi fondamentali della Relatività Generale che prevede che massa ed energia siano sempre positive. La materia esotica resta quindi qualcosa di puramente teorico – David Thouless, Duncan Haldane e Michael Kosterlitz nel 2016 vinsero il Premio Nobel per la fisica per le loro ricerche in quest'ambito –, necessaria a giustificare un risultato matematico, da non confondersi con l'antimateria o la materia oscura.

Materia esotica, materia oscura e antimateria: che differenza c'è?

L’antimateria è una forma di materia prevista e descritta dal Modello Standard della fisica delle particelle: ogni particella di materia ha una corrispondente antiparticella con la stessa massa, carica elettrica opposta e numeri quantici – che ne descrivono caratteristiche e stato – invertiti. Proprio per queste sue caratteristiche, quando materia e antimateria entrano in contatto, si annichiliscono, producendo fotoni. L'antimateria, obbedisce alle stesse leggi fisiche della materia ordinaria ed è stata osservata e prodotta sperimentalmente in laboratorio, utilizzata in applicazioni reali – come ad esempio la PET –, oltre ad essere presente naturalmente nell'Universo, prodotta nei raggi cosmici e nei decadimenti radioattivi.
La materia oscura non è descritta dal Modello Standard e non è ancora stata rilevata a livello di particelle, ma costituisce l'85% della materia dell'Universo. Non ha proprietà elettromagnetiche – non emette, assorbe o riflette luce –, interagisce solo gravitazionalmente. È necessaria per spiegare numerose osservazioni astrofisiche e cosmologiche, come la dinamica rotazionale delle galassie e la radiazione cosmica di fondo.
La materia esotica è un concetto teorico usato in relatività generale e fisica teorica per descrivere fenomeni quantistici – come l'effetto Casimir e la stabilità dei wormhole – che richiedono densità di energia e massa negative.


Così come Contact e Interstellar, Stranger Things si muove sul terreno affascinante e scivoloso che separa la scienza dalla fantascienza.

Sono molte le pellicole e i libri che attingono a concetti reali della fisica quantistica e li spingono oltre i limiti. Oltre ai già citati Contact e Interstellar, mi viene da pensare alla serie Il problema dei tre corpi, al motore a dark metter di Capitan Harlock, al tunnel in cui cade Alice, che la porta nel Paese delle Meraviglie.
Allo stesso modo, anche Stranger Things si muove sul terreno affascinante e scivoloso che separa la scienza dalla fantascienza. I wormhole, la materia esotica e persino l’idea di una connessione spazio-temporale tra Hawkins e il mondo di Vecna non sono invenzioni arbitrarie, ma rielaborazioni narrative di modelli matematici e ipotesi teoriche reali, trasformando equazioni e paradossi in una serie suggestiva che promette un finale col botto – l'ultima puntata sarà disponibile in abbonamento su Netflix a partire dalle 2:00 del 1° gennaio 2026.
[1] Luca Pedrelli, I Wormholes ed il loro impiego per il viaggio interstellare
[2] Esistono buchi neri primordiali, generati subito dopo il big bang, ma in generale i buchi neri sono il risultato dell'implosione di stelle sufficientemente grandi – con una massa critica superiore a quella del sole di almeno dieci volte – in seguito all'esaurimento dei combustibili nucleari: la stella morente collassa catastroficamente su se stessa, concentrando tutta la sua massa in un volume piccolissimo, tendente allo zero, con conseguente densità enorme, tendente all'infinito.



Stefania Bergo
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Canzoni come poesie: «Barche di carta» di tellynonpiangere

Canzoni come poesie: «Barche di carta» di tellynonpiangere

Canzoni come poesie: «Barche di carta» di tellynonpiangere

Musica Di Stefania Bergo. Dai versi alle note, quando le canzoni sono poesie: Barche di carta, di tellynonpiangere, una nuova voce del panorama indie-pop italiano. Un testo che racchiude la storia di affido del cantautore, parole come grida di disagio, ma anche empatiche e accoglienti. Perché basta una brezza appena più sostenuta per affondarci, ma la stessa può anche sospingerci lontano, verso un futuro luminoso.

Giorgio Campagnoli, in arte tellynonpiangere, classe 2001, è un cantautore emiliano, una delle rivelazioni dell'edizione appena terminata di X-Factor.
Anima sensibile, «mood tendente al blu», come lui stesso dice, ha incantato il pubblico con la dolcezza della sua voce e la profondità del suo inedito, Barche di carta. Criticato per la sua mancanza di estensione vocale, ha riconfermato – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che non è la performance muscolare che fa l'artista, ma la capacità di veicolare messaggi ed emozioni, facendoli arrivare oltre la superficie, tra il respiro e il battito.
Di lui si dice abbia cominciato a cantare per gioco, registrando i primi brani tra amici con il cellulare. Più probabilmente, per tellynonpiangere l'espressione musicale, e in generale quella artistica – dato il suo percorso di studi –, è un bisogno, per raccontarsi e forse mettere ordine nel suo caos.

Se la timidezza gli dimezza le parole e pone una barriera invalicabile tra lui e qualsiasi interlocutore dal vivo e sul web, la scrittura gli ha permesso di farci conoscere la sua storia.

Non ha mai conosciuto suo padre . Ha vissuto con la madre naturale la prima infanzia e poi è stato affidato a diverse famiglie – «Ho cambiato tante case come fossero T-shirt». Una vita che gli ha lasciato addosso tracce indelebili che lui ha riempito di note e parole.
Nel 2022 ha esordito con il singolo Blu, cui sono seguite altre canzoni, tra cui – non in ordine cronologico – Vocine, Canterino, Acqua, Non mi piacciono molto le persone, Spinario, Appeso e L’unica, rivelandosi una delle voci più autentiche della nuova scena indie-pop italiana.
I ritmi non sempre sono malinconici, a volte il testo è apertamente in contrasto con la melodia, specchio di due aspetti della personalità di tellynonpiangere, in bilico perenne tra malinconia e ironia.

Barche di carta è l'inedito presentato da tellynonpiangere a X-Factor. Racconta il suo passato, ma può parlare di ognuno di noi, che almeno una volta nella vita ci siamo sentiti impotenti, in balia del vento.

«Dentro sto male e fuori è pure peggio» inizia a cantare. Barche di carta, come le altre sue canzoni, ha un peso specifico notevole, racconta la sua storia di affido, che diviene protagonista in un singolo dalle frasi che aprono brecce anche nei cuori più insipidi. Ma non c'è rabbia nelle sue parole, nessuna recriminazione o accusa, se non quel «Mi hai dato una carezza e mi hai centrato in pieno», immagine nitida di un gesto apparentemente affettuoso che in realtà ferisce per tutte le condizioni al contorno. La voce è dolce, carezzevole, grave. Quello che colpisce in piena faccia sono le parole, senza enfasi artificiosa, dritte, lineari, fendenti.
Racconta una quotidianità di amici che si sostengono – «quando ci vediamo parliamo, ridiamo» – che sono famiglia, che cercano un modo per sentirsi meglio, anche se a volte ne trovano di sbagliati.
«Siamo ciò che ci manca» canta tellynonpiangere nel ritornello, riferendosi a un'assenza pesante, un nulla con cui inevitabilmente si deve confrontare quando si guarda allo specchio e nota dei lineamenti che parlano di chi non c'è, non c'è mai stato – «Ho gli occhi di mio padre e non so come sia», e sono proprio gli occhi malinconici il suo tratto distintivo.

Ci sono modi diversi per reagire alle ferite della vita.

Ognuno trova il proprio, arrendendosi al buio o aggrappandosi a un tenue raggio di sole.
Giorgio Campagnoli pare inseguire un bagliore che da dentro gli graffia la pelle per uscire. E dall'esofago gli è salita anche Barche di carta, una poesia che parla a molti. Perché se il dolore può indurire l'anima, può anche metterci in vibrazione con altre persone che hanno percorso il nostro stesso sentiero di sassi e spine. Ed è proprio l'empatia che affiora da questo testo – «Ed ogni tuo dolore me lo sento mio» –, l'esortazione ad avvicinarci a chi sentiamo a noi simile, a chi è famiglia anche senza legami di sangue – noi, che almeno una volta nella vita ci siamo sentiti inutili come «cocci rotti», trascurabili come «il giallo dei semafori», dimenticati, come fazzoletti «nelle tasche dei jeans». Il rischio è quello di restare soli – «Chi si salva da solo poi ci resta da solo».
Barche di carta è anche un invito a riconoscere i nostri piccoli grandi successi quotidiani, ad essere per primi fan di noi stessi, mentre spesso capita di non spaer riconoscere il proprio valore – «Tagliamo dei traguardi e poi non ci premiamo».
Siamo fragili come barche di carta nel vento, è vero, basta una brezza appena più sostenuta per affondarci. Eppure, la stessa brezza può anche sospingerci lontano, verso un futuro luminoso. Sta a noi imbrigliarla a nostro favore. E mi piace pensare che tellynonpiangere ci sia riuscito e stia prendendo il largo.

«All’essere un pó blu ti ci affezioni.»
tellynonpiangere




Barche di carta di tellynonpiangere

Musica: Gianmarco Manilardi, Giorgio Campagnoli, Teseghella
Testo: Gianmarco Manilardi, Giorgio Campagnoli, Teseghella
Prodotto da: Gianmarco Manilardi
Etichetta: Atlantic Records Italy/Warner Music Italy‬
Dentro sto male e fuori è pure peggio
Con 'sto casino in giro almeno non ci penso
Che quando ci vediamo parliamo, ridiamo
Tra i fantasmi che sbuffiamo in cerchio
Se c'è un modo sbagliato per sentirci meglio
Che alla fine famiglia è con chi stai
Ma anche foto dove non ci sei
Non ci sei

Siamo ciò che ci manca
Chi si salva da solo poi ci resta da solo
Io ci canto con l'ansia
E ogni tuo dolore me lo sento mio
Quasi mi sento a casa
Non c'è un cane per strada come diceva Dalla
Qua nessuno che abbaia
Solo il vento ci affonda
Siamo barche di carta

Dentro un raggio di sole, fuori piange il cielo
Mi hai dato una carezza e mi hai centrato in piеno
Hai i pensieri incisi su un banco di scuola
Cercando lе parole, una parola sola
Che quando siamo soli pensiamo, pensiamo
Tagliamo dei traguardi e poi non ci premiamo
Vi piace, non so manco se mi piaccio io
Ho gli occhi di mio padre e non so come sia

Siamo ciò che ci manca
Chi si salva da solo poi ci resta da solo
Io ci canto con l'ansia
Ed ogni tuo dolore me lo sento mio
Quasi mi sento a casa
Non c'è un cane per strada come diceva Dalla
Qua nessuno che abbaia
Solo il vento ci affonda
Siamo barche di carta

Siamo cocci rotti
Il giallo dei semafori
Carta straccia in lavatrice
Nelle tasche dei jeans
Chi siamo, chi siamo
Se alla fine famiglia è un "come stai?"
Ma anche posti che ricorderai
Ricordi

Siamo ciò che ci manca
Chi si salva da solo poi ci resta da solo
Io ci canto con l'ansia
Ed ogni tuo dolore me lo sento mio
Quasi mi sento a casa
Non c’è un cane per strada come diceva Dalla
Qua nessuno che abbaia
Solo il vento ci affonda
Siamo barche di carta



Immagine di copertina: screenshot del video.


Stefania Bergo
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