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Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Libri Recensione di Davide Dotto. Che succede a Baum? di Woody Allen (La nave di Teseo). Il primo romanzo di Woody Allen, tra cinema, nevrosi autoriali e una satira fuori dal nostro tempo. Un Sisifo senza il mito, un alter ego dell'uomo moderno.

Che succede a Baum, pubblicato alla soglia dei novant'anni, è il primo romanzo di Woody Allen. Arriva, però, da un autore da sempre riconosciuto come “scrittore”: lo testimoniano decenni di sceneggiature, racconti e l’autobiografia A proposito di niente.
Nelle pagine del libro riaffiorano così tanti richiami a film, scene e battute del suo cinema, echi shakespeariani, che si è quasi tentati di farne un inventario, o di leggerlo come un omaggio a sé stesso.



Baum, un Sisifo senza il mito, un alter ego dell'uomo moderno.

Le vicende e le confessioni di Baum rievocano in modo esplicito il mito di Sisifo, ma senza la figura di Sisifo: non l’impresa titanica, bensì la condizione umana che riguarda ciascuno di noi. Baum non è una macchietta, ma un alter ego dell’uomo moderno: incarna le paure di Allen e lo stile inconfondibile del regista newyorkese, trascendendo l’idea pura per abbracciare il dubbio e l’ossessione delle grandi domande.



Il controllo del regista: quando il limite diventa sostanza.

Non è del tutto chiaro se prevalga un certo fatalismo, o se esso non sia piuttosto il risultato di una comprensione profonda — e disincantata — della natura umana. È come se ci si limitasse a osservare l’esistenza entro un contesto “stilizzato”, sottraendola alle sue asperità reali per restituirla in una forma che non pretende di risolverla, ma la rende intelligibile.
C’è uno stratagemma narrativo che, almeno all’inizio, può disorientare il lettore: il brusco cambiamento di punto di vista. All’improvviso, infatti, si inserisce un’altra voce — un dialogo con sé stesso, un miscuglio di prima e terza persona — quasi che il racconto si trasformasse in un film e la confessione di Baum diventasse un colloquio con l’autore, con un regista immaginario o, forse, con la propria anima. Si tratta, però, di un espediente coerente, perché sappiamo da dove proviene: l’ingerenza autoriale è inevitabile. Woody Allen è iconico, possiede un dizionario e una grammatica completamente suoi, elementi che rendono riconoscibile ogni sua frase e che, proprio per questo, impediscono qualunque imitazione. Nel senso che, se un altro autore ricorresse allo stesso espediente, il risultato non sarebbe affatto garantito.
A ciò si aggiunge un altro aspetto significativo.

Che succede a Baum è scritto senza stacchi, in un continuum narrativo che sembra adottare un strumento consolidato, quello del flusso di coscienza.

Un continuum narrativo che, in questo caso, si fa addirittura duplice quando interviene il dialogo con sé stesso, creando una corrente che si divide, si confronta e si ricompone. Una scelta che amplifica la sensazione di assistere sia a un monologo sia a una mise en scène dove la mente di Baum e la voce dell’autore condividono lo stesso spazio scenico.
Baum non possiede alcuna vita interiore strutturata: non dialoga davvero con sé stesso, ma con la realtà che lo assedia e lo pervade. Il suo non è un confronto spirituale, bensì una reazione continua agli stimoli del mondo, alle sue paure e ai suoi fantasmi quotidiani. La quiete appartiene solo a chi racconta, all’autore che osserva le vicende dall’esterno e ne orchestra il ritmo. La sorte di Baum è tutt’altra cosa: un moto perpetuo, un’inquietudine che non concede tregua e che lo spinge verso un dialogo incessante con ciò che gli accade, non con ciò che egli è. Proprio da questa distanza (tra l’autore e il suo personaggio) si apre una fessura da cui filtra l’ironia, il paradosso, la nevrosi.

Baum finisce per rispecchiare le paure più profonde di Allen, comprese quelle squisitamente creative.

Il timore, ad esempio, di faticare "a creare personaggi che troppo spesso erano solo veicoli per le sue idee". Ma la densità psicologica conferita è tale da far dimenticare ogni strumentalità.
Woody Allen ne è pienamente consapevole: «Ci vuole un grande scrittore per infondere vita a tutte quelle domande senza risposta». Eppure, con la consueta spietatezza, lascia che da Baum emergano solo compitini moralistici, quasi a voler denunciare l’impossibilità di risolvere letterariamente l’enigma dell’esistenza.
E lo fa con lucida intenzione. Baum deve rassegnarsi al proprio destino nel momento esatto in cui cerca di rompere l'incanto narrativo restituendo al mondo la cruda realtà, priva di filtri ironici o schermi protettivi. È un desiderio postumo di autenticità che si scontra con il limite invalicabile della sua natura letteraria: simile a un farmaco con le sue controindicazioni, è filtrata da una messinscena che trasforma il dolore in una posa stilizzata, rendendo la sua ribellione un ultimo, tragico atto di satira.
Se un simile espediente fosse usato da un altro autore, gli si contesterebbe immediatamente un problema di focalizzazione o un'eccessiva ingerenza autoriale. Qui il limite diventa sostanza: significa non smettere i panni del «regista», esercitando una forma di controllo che non concede autonomia al personaggio, ma lo costringe entro il perimetro di una visione precisa.

Una satira fuori dal tempo.

L’esistenza viene esorcizzata, senza doverle attribuire per forza un senso e anzi ci si libera proprio dalla necessità di trovarne uno (come in Un giorno di pioggia a New York). Al massimo si consente — entro certi limiti — un accomodamento tra sogno e realtà (tema centrale anche in La ruota delle meraviglie). E se casomai questa risposta venisse trovata non potrebbe essere  rivelata.
La narrazione — letteraria o cinematografica — non dà un senso, lo sostituisce o persino lo copre per la necessità disperata di un compromesso. Trasforma la vita in struttura, l’angoscia in ritmo, il nonsense in ironia. È questo il modo in cui l'esistenza viene resa maneggiabile: non perché illuminata da un significato, ma perché filtrata dall’atto stesso del raccontare (come accade nel suo cinema più personale, da Interiors in avanti).

Si è parlato di realtà: ma qual è quella descritta? Paradossalmente è fuori dal tempo.

Il linguaggio è lo stesso da decenni, immutabile, e in queste pagine – come nei suoi film – non compaiono tablet, né cellulari, né social. È il mondo sospeso delle sceneggiature e della macchina da scrivere con la quale è stata scritta persino questa storia.
La New York che si vede è astratta e riconoscibile allo stesso tempo, evocata da Gershwin nel celebre incipit di Manhattan, e in cui è ancora possibile esercitare una satira contro la morale piccolo borghese, forse proprio perché oggi non lo si può essere più, “piccolo borghesi”.
Si pone quindi un problema narrativo tutt’altro che secondario: esiste per Allen una linea temporale che non può essere varcata e che lo tiene al riparo dalle dinamiche contemporanee. Al di là di quella soglia – il linguaggio, la tecnologia, il nuovo – Woody Allen non risuonerebbe più. La sua poetica vive in una dimensione laterale, anacronistica e protetta.

Che succede a Baum è un racconto che non coincide con quello in cui viviamo, ma con quello in cui lo scrittore/sceneggiatore/regista può ancora esistere come autore.

Nel romanzo riaffiora anche una satira a tratti feroce, accompagnata da un cinismo che sfiora il macabro. Sono elementi che, letti oggi, possono risultare meno efficaci — complice la presenza di riferimenti non esattamente “a prova di cancel culture”. Ma in fondo è forse proprio questa loro dissonanza a preservarne il valore: ciò che oggi “non funziona” continua a testimoniare uno stile, una firma inconfondibile.
Lo si avverte in una frase che racchiude forse la postura etica più segreta del romanzo: «Gli sembrava l’ennesima ingiustizia in questa esistenza ingrata che cerca di spacciare per indifferenza quella che invece è malvagità pura e semplice».
È un’intuizione profonda: la malvagità quotidiana, che diventa normale per inerzia. È contro questo male minimo — e perciò pericoloso — che la satira si fa feroce. È la percezione di chi, nato negli anni Trenta, ha vissuto con la convinzione che il mondo potesse davvero finire.

Che succede a Baum non propone una divisione morale, né invita a schierarsi dalla “parte giusta”. 

Lo sguardo è universale, quasi antropologico: non giudica, osserva. I soliloqui di Baum non conducono a una crescita, né a un percorso spirituale, perché non c’è nulla da raggiungere; c’è piuttosto un affresco dell’esistenza, una fotografia di piccole meschinità e autoinganni. In altre parole: la spiritualità affiora come sintomo, malattia da curare: qualcosa che non guida, bensì che va contenuto.
Se proprio si volesse tracciare una linea di demarcazione, non sarebbe tra innocenti e colpevoli, ma tra chi rischia — e ha successo — e chi invece “rosica”, imprigionato in una inettitudine da cui vorrebbe uscire, anche a costo di ribaltare le certezze e il mondo di cui fa parte.
Non si può parlare di un “grattare via la vernice nella vita degli altri”. Allen non è un autore che smaschera o che penetra il lato nascosto delle persone: preferisce osservare la superficie attraverso il filtro delle proprie nevrosi. Non indaga, riflette. I personaggi non vengono rivelati, ma rispecchiati: diventano specchi che amplificano il caos interiore. È da questa distanza che emergono la caricatura, l’assurdo e la dimensione grottesca.


Che succede a Baum?


di Woody Allen
La nave di Teseo
Romanzo
ISBN: 978-8834621967
Cartaceo 19,00€
Ebook 11,99€

Quarta

Asher Baum sta perdendo la testa. Come biasimarlo? È un giornalista ebreo di mezza età, diventato romanziere e drammaturgo e consumato dall’ansia per qualsiasi cosa, i suoi ampollosi libri filosofici ricevono recensioni tiepide e il suo prestigioso editore newyorkese lo ha scaricato. Il suo terzo matrimonio è in crisi, teme che la moglie, laureata ad Harvard, sia stata sedotta da suo fratello minore, bello e vincente, mentre sospetta anche del loro vicino in Connecticut. In più, lo mette molto a disagio il legame che sua moglie ha con il figlio, uno scrittore più affermato di lui. Come se non bastasse, in un attimo di follia ha cercato di baciare una giovane e attraente giornalista durante un’intervista, che lei sta per rendere pubblica. C’è da stupirsi che Baum abbia iniziato a parlare da solo? Gli sconosciuti che lo incrociano per strada scuotono la testa e lo evitano. Nel frattempo, però, Baum ha scoperto un segreto esplosivo: meglio tenerlo per sé, o rivelarlo e mandare all’aria il suo matrimonio? Che succede a Baum? è il primo romanzo di Woody Allen ed è tutto ciò che ci si aspetterebbe da lui, e molto di più. Il ritratto di un intellettuale paralizzato dalle nevrosi sulla futilità e il vuoto della vita; uno sguardo irriverente sui miti dell’editoria newyorkese; soprattutto, una storia divertente, dalla trama serrata e dalla scrittura impeccabile, da uno dei più grandi e versatili talenti cinematografici e letterari americani. Un romanzo che farà tremare il mondo letterario.



Davide Dotto
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Recensione: È stata tutta vita, di Valentina Mastroianni

Recensione: È stata tutta vita, di Valentina Mastroianni

Recensione: È stata tutta vita, di Valentina Mastroianni

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. È stata tutta vita – Cesare, il viaggio che ci ha cambiato il cuore di Valentina Mastroianni (De Agostini). Un memoir che è una discesa agli inferi: il congedo di una madre da suo figlio a causa di una malattia rara che lo ha portato via in tenera età.

Ci sono storie che non dovrebbero mai esistere. Sono contro l’ordine naturale delle cose. Un bambino che si ammala in tenerissima età per poi lasciare questo mondo all’inizio della prima elementare suona come un errore del creato. Non è giusto che un bambino muoia. Non è giusto nemmeno che trascorra la maggior parte della sua vita soffrendo. Non è giusto in nessun modo la si guardi. Eppure, talvolta, accade.

La storia di Cesare – Cece – Zambon è nota a molti.

Io stessa ne sono venuta a conoscenza, nelle ultime fasi, seguendo la pagina di Instagram La storia di Cesare gestita dalla madre Valentina Mastroianni.
Cesare era un bel bambino biondo e allegro, amante della musica, a cui a pochi mesi, nel 2018, era già stata diagnosticata la neurofibromatosi di tipo 1, una malattia genetica rara che sarebbe potuta persino rimanere silente. Invece a diciotto mesi Cesare aveva già perso la vista, a causa di un glioma sul chiasmo ottico.

È stata tutta vita è il terzo libro in cui Valentina Mastroianni parla di Cesare, questa volta per raccontarne il congedo.

La storia inizia otto mesi prima della morte del bambino quando la famiglia di Cesare, col padre Federico e i fratelli Alessandro e Teresa, a metà del 2024 si trasferisce dalla provincia di Trieste a Genova dove, tra le altre cose, c’è l’ospedale Gaslini, un’eccellenza per la cura dei minori.
Per qualche anno il tumore di Cesare è stato tenuto sotto controllo e il piccolo ha imparato a convivere con la cecità; lui e la sua famiglia hanno dovuto inventarsi una vita a misura di disabilità e ci sono anche riusciti.
La situazione cambia nell’estate del 2024 quando si evidenzia che i farmaci chemioterapici che Cesare assume di continuo gli hanno compromesso i reni e allora vanno sospesi, la terapia va ricalibrata, tutto si sballa di nuovo. Ogni equilibrio, già precario, salta, a questo punto Valentina comincia a intuire di essere arrivati al punto di non ritorno. Cesare perde mordente, lentamente si spegne, non è più lo stesso.

L’argento vivo del bimbo biondo e vivace sfuma.

Valentina, prima di tutti gli altri in famiglia, in un continuo braccio di ferro tra cuore e cervello, tra speranza e tristi presagi, deve metabolizzare l’idea con cui nessuna madre vorrebbe mai dover fare i conti: suo figlio presto la lascerà. Suo figlio non tornerà più quello di prima, suo figlio morirà e lei dovrà accettarlo e lasciarlo andare, anche perché le sofferenze costanti con cui il piccolo combatte ogni giorno non renderebbero accettabile la sua qualità di vita.

Da un punto di vista umano, fisico, il libro è una discesa agli inferi.

Si parte da una situazione di relativa stabilità per rotolare sempre più giù, verso una condizione straziante. I momenti di svago per Cesare diventano sempre meno numerosi, le sue risate sempre più rare, e per questo sempre più preziose: Valentina e Federico sono determinati ad afferrare e a vivere in pienezza ogni piccola gioia. A cercare normalità e amore in ogni piega positiva della giornata.
Ma poi il tracollo di Cesare è inevitabile, gli ultimi giorni verranno trascorsi al Guscio, una specie di hospice, quasi una casa, all’interno del Gaslini, per i malati terminali.

Dal punto di vista fisico e umano è una sconfitta, non credo di fare spoiler perché gli eventi sono già noti ai più.

Cesare si spegne un mattino di febbraio del 2025, vicino al suo cane Joy che non lo ha mai abbandonato.
Però in un libro la trama e il finale non sono tutto: conta molto il modo in cui gli eventi sono raccontati. Valentina Mastroianni non si abbandona mai alla disperazione: lei celebra la vita. Sempre. E celebra l’amore. Dichiara, ben due volte, in questo libro, di non avere mai incontrato la fede. Tuttavia non esclude che alcuni eventi siano curiose coincidenze, che alcune scelte non siano venute per caso. Che sia stato Cesare a guidarli fino a Genova, dove era destino che iniziassero la loro nuova vita. Che alcuni sogni siano stati premonizioni di ciò che stava per accadere. E ci spiega che anche il viaggio con Cesare, per quanto drammatico, ha avuto un senso: ha cambiato il cuore di tutti quelli che ha avuto intorno. Li ha aperti all’amore. E l’amore rimane.

Nonostante tutto, Cesare è stato un immenso dono e non scomparirà mai, anche se ha concluso il suo cammino sulla terra.

Mi viene in mente una vecchia canzone dei Gen Rosso: "[Dio] ha nascosto amore dietro apparenze di morte e di dolore”.
La morte di un bambino, di un figlio, è straziante. Non dovrebbe accadere mai. Non sappiamo perché Dio, il Destino, la Vita, il Caso lo permettono. Eppure accade.
Solo l’Amore può trovare un senso.


È stata tutta vita
Cesare, il viaggio che ci ha cambiato il cuore

di Valentina Mastroianni
Memoir
DE AGOSTINI
ISBN 979-1221220728
Cartaceo 17,00€
Ebook 10,99€

Quarta

Dall'autrice che ha toccato il cuore di oltre 150.000 lettori, l'ultimo libro di Cesare:
 un racconto struggente di amore che continua oltre la fine.
Il tempo ha un suono diverso quando sai che sta per finire. Una mamma lo sa, lo sente. Gli ultimi mesi sono volati, scanditi da visite mediche, nuove sfide e momenti preziosi: Cesare ascolta in loop le sue canzoni preferite, esprime desideri. Vuole andare al parco, fare un giro in moto, poi in barca a vela. E mentre Valentina cerca un modo per restare aggrappata all'amore, ai ricordi di ogni risata, il suo Cece si sta spegnendo.
Sono momenti in cui tutto vacilla, il destino si fa crudele e tu puoi scegliere se chiuderti alla vita o prenderla per mano, anche quando fa più male, e lasciare che l'amore seminato continui a fiorire anche dopo. Perché anche se non puoi salvare tuo figlio, puoi salvare la dignità di quel tempo insieme, i momenti felici, la memoria. Puoi salvare te stessa e chi ti sta intorno, scegliendo di vivere e abbracciare la bellezza anche nel dolore. Come un amore che si espande, che non salva una vita, ma dà vita a tutto ciò che la circonda.
Così, Valentina torna a raccontare. Tra le corsie del Gaslini e il mare di Genova, tra le avventure in canoa e le gite in treno, questo libro celebra ciò che rimane quando la vita si trasforma. Racconta l'amore che continua a vivere in chi resta, il dolore che chiede di essere attraversato, ma soprattutto una storia di vita piena, intensa, bellissima.
Perché Cece ha combattuto contro una malattia rara e feroce, ma ha anche riso, cantato, amato con forza. E soprattutto, ha vissuto. Così tanto da insegnare a chiunque lo ha incontrato come si lotta e vive davvero, con coraggio, fino in fondo.
È stata tutta vita è un messaggio per chi non ha smesso di credere. Per chi, anche nel dolore, cerca la luce. Per non dimenticare che a volte i figli arrivano da altri pianeti e ci insegnano come si vola, anche quando vanno via.


Elena Genero Santoro
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Wormhole e materia esotica: la fisica di Stranger Things

Wormhole e materia esotica: la fisica di Stranger Things

Wormhole e materia esotica: la fisica di Stranger Things

Scienza Di Stefania Bergo. L'ultima stagione di Stranger Things, che si concluderà su Netflix il 1° gennaio, si conferma, come Contact e Interstellar, un perfetto equilibrio tra rigore scientifico e immaginazione, chiamando in causa wormhole e materia esotica per raccontare il Sottosopra e l'Universo alternativo di Vecna. Ma di cosa si tratta?

Per chi non ha ancora visto l'ultima stagione di Stranger Things, questo articolo potrebbe risultare tanto uno spoiler quanto una guida per comprendere meglio le nuove rivelazioni.
Partiamo dall'assunto finale, la conclusione cui arriva il geniale Dustin, che riscrive l'interpretazione iniziale del Sottosopra: non una realtà alternativa ma un wormhole, ovvero un tunnel spazio-temporale che unisce due Universi.

Facciamo un passo indietro e mettiamo prima a fuoco il punto di partenza, ovvero la teoria messa insieme nella prima stagione da Dustin e dal professore di fisica, Scott Clarke, che spiegò l'esistenza di universi paralleli.

Si parlava di realtà alternative, come si pensava fossero la Hawkins in cui vivono i personaggi della serie e quella del Sottosopra, in cui abitano – o meglio si pensava abitassero – i demogorgoni.
Questa spiegazione riprendeva la teoria della meccanica quantisticache ho provato a spiegare alla "signora Maria" qualche tempo fa – secondo la quale la materia può essere spiegata con un modello che prevede un dualismo corpuscolare-ondulatorio. Cioè, parlando di particelle infinitamente piccole, la materia può essere vista sia come un corpuscolo, per cui valgono le leggi della fisica classica, sia come un'onda elettromagnetica, per cui valgono leggi diverse. Queste leggi, introducono un concetto che non sempre è afferrabile, ossia quello della probabilità e, di conseguenza, di stati sovrapposti.


Secondo la meccanica quantistica, ogni "realtà" alternativa – stato – ha la stessa probabilità di esitere di quella in cui ci troviamo.

E se Erwin Schrödinger parlava di collasso degli stati possibili in un'unica realtà nel momento dell'osservazione – quando si apre la scatola del celeberrimo gatto, per intenderci, che può essere vivo o morto e non più vivo e morto allo stesso tempo, come accade prima dell'osservazione –, Hugh Everett III riformulò la teoria parlando di ramificazione della realtà: tutti gli stati possibili coesistono in parallelo, e l'osservazione rappresenta solo una scelta, come quando ci si presentano davanti più strade parallele e noi ne prendiamo una. Le altre non finiscono di esistere solo perché noi non le percorriamo.
Secondo il professor Clarke, quindi, il Sottosopra altro non era che una realtà alternativa di Hawkins, esistente in parallelo – ciò però non spiegava, ad esempio, perché la casa dei Wheeler del Sottosopra fosse indietro nel tempo di due anni o perché nel luogo in cui Henry era stato spedito dalla Undici bambina non fosse presente la perenne polvere che lo contraddistingue...

La nuova stagione ha dato un'altra spiegazione sulla natura del Sottosopra, chiamando in causa wormhole e materia esotica.

Non si tratta – del tutto – di invenzioni degli sceneggiatori.
Secondo l'intuizione di Dustin, il Sottosopra non è una realtà alternativa ma un wormhole, cioè un tunnel spazio temporale che permette la comunicazione istantanea tra due "mondi", nella fattispecie, quello di Hawkins e quello in cui vive davvero Vecna. E questo collegamento sarebbe tenuto aperto e stabile dalla materia esotica.
Vediamo ora nel dettaglio di che si tratta e fin dove arriva la spiegazione fisica per cedere poi il passo alla fantasia.

Cos'è un wormhole?

Il fascino dei wormhole è legato alla possibilità dei viaggi nel tempo – come in Contact – e tra realtà dimensionali differenti – come in Interstellar. Dal punto di vista scientifico, il wormhole, o ponte di Einstein-Rosen, è una curvatura dello spazio-tempo in grado di unire due regioni asintoticamente piatte di diversi universi o dello stesso universo [1], e si basa su una soluzione speciale dell'equazione di campo di Einstein che descrive la curvatura dello spaziotempo in funzione della densità di materia, dell'energia e della pressione.

Cerco di spiegarmi meglio. Immaginiamo lo spazio e il tempo come un'unica entità. Ciò che la descrive meglio è un tessuno che si può increspare, piegare, incurvare. Le modalità con cui il tessuto si deforma e le regole cui risponde dal punto di vista fisico sono descritte dal modello matematico formulato da Albert Einstein e che va sotto il nome di Relatività Generale, la cui equazione centrale è quella di campo. Supponiamo ora di dover andare da un punto A a un punto B del tessuto – che possono essere lontani anche anni luce. Ma invece di spostarci lungo il tessuto, lo ripieghiamo su se stesso, in modo tale da far sovrapporre il punto di partenza col punto di arrivo. I due lembi uno sopra l'altro rappresentano le "due regioni asintoticamente piatte". Immaginiamo ora di prendere un paio di forbici e di praticare un buco attraverso i due strati. Si può così arrivare in un istante dal punto A al punto B, semplicemente attraversando il buco, che rappresenta per l'appunto un wormhole che collega i due punti dello stesso tessuto – "stesso universo". Analogamente, si potrebbe pensare di praticare un buco tra due pezzi di stoffa differenti sovrapposti – collegamento tra "diversi universi". Il wormhole si può in definitiva immaginare come un tunnel che ha un ingresso e un'uscita a forma di imbuto e una parte centrale detta gola.


Ma i wormhole, o Ponti di Einstein-Rosen, esistono davvero? Che differenza c'è coi buchi neri?

Mentre i wormhole si possono immaginare come dei tunnel nell'Universo o tra Universi paralleli, i buchi neri sono corpi celesti infinitamente densi, cioè con un campo gravitazionale così intenso da non far sfuggire nemmeno la luce. [2] I primi a ipotizzare l'esistenza dei buchi neri furono John Michell nel 1783 e, indipendentemente, Pierre-Simon Laplace nel 1795, basandosi sulla fisica classica newtoniana. Fu solo nel 1916 che Karl Schwarzschild identificò i buchi neri come soluzione matematica – singolarità – delle equazioni della Teoria della Relatività Generale di Einstein.
A differenza dei buchi neri, che vennero osservati per la prima volta nel 2019, i wormhole sono solo costrutti matematici, esistono solo teoricamente, non sono ancora stati osservati – il che può significare che siano solo un virtuosismo da nerd o che semplicemente non abbiamo ancora la tecnologia necessaria a rilevarli. Il primo fisico a teorizzare l'esistenza dei wormhole fu Ludwig Flamm nel 1916, a partire dalla soluzione di Schwarzschild dell'equazione di campo di Einstain, mentre Albert Einstein e il suo collega Nathan Rosen ripresero e approfondirono la sua intuizione nel 1935 – da qui il nome Ponti di Einstein-Rosen.

Proprio secondo la relatività generale stessa, i wormhole sarebbero fortemente instabili e si chiuderebbero istantaneamente appena formati a causa della gravità.

Verso la fine degli anni '80, i fisici Kip S. Thorne e Michael S. Morris trovarono una soluzione delle equazioni di Eistein che descriveva un diverso tipo di wormhole: stabile e, di conseguenza, attraversabile per un ipotetico viaggio interstellare e nel tempo. Questa soluzione prendeva in considerazione un valore negativo di energia, e di conseguenza di massa – dal momento che massa ed energia sono legate dalla celeberrima equazione di Einstein E=mc2, dove c è la velocità della luce nel vuoto. Una materia di questo tipo è detta esotica – quindi il termine utilizzato nella quinta stagione di Stranger Things non è frutto della fantasia degli sceneggiatori! –, nel senso che violerebbe uno dei principi fondamentali della Relatività Generale che prevede che massa ed energia siano sempre positive. La materia esotica resta quindi qualcosa di puramente teorico – David Thouless, Duncan Haldane e Michael Kosterlitz nel 2016 vinsero il Premio Nobel per la fisica per le loro ricerche in quest'ambito –, necessaria a giustificare un risultato matematico, da non confondersi con l'antimateria o la materia oscura.

Materia esotica, materia oscura e antimateria: che differenza c'è?

L’antimateria è una forma di materia prevista e descritta dal Modello Standard della fisica delle particelle: ogni particella di materia ha una corrispondente antiparticella con la stessa massa, carica elettrica opposta e numeri quantici – che ne descrivono caratteristiche e stato – invertiti. Proprio per queste sue caratteristiche, quando materia e antimateria entrano in contatto, si annichiliscono, producendo fotoni. L'antimateria, obbedisce alle stesse leggi fisiche della materia ordinaria ed è stata osservata e prodotta sperimentalmente in laboratorio, utilizzata in applicazioni reali – come ad esempio la PET –, oltre ad essere presente naturalmente nell'Universo, prodotta nei raggi cosmici e nei decadimenti radioattivi.
La materia oscura non è descritta dal Modello Standard e non è ancora stata rilevata a livello di particelle, ma costituisce l'85% della materia dell'Universo. Non ha proprietà elettromagnetiche – non emette, assorbe o riflette luce –, interagisce solo gravitazionalmente. È necessaria per spiegare numerose osservazioni astrofisiche e cosmologiche, come la dinamica rotazionale delle galassie e la radiazione cosmica di fondo.
La materia esotica è un concetto teorico usato in relatività generale e fisica teorica per descrivere fenomeni quantistici – come l'effetto Casimir e la stabilità dei wormhole – che richiedono densità di energia e massa negative.


Così come Contact e Interstellar, Stranger Things si muove sul terreno affascinante e scivoloso che separa la scienza dalla fantascienza.

Sono molte le pellicole e i libri che attingono a concetti reali della fisica quantistica e li spingono oltre i limiti. Oltre ai già citati Contact e Interstellar, mi viene da pensare alla serie Il problema dei tre corpi, al motore a dark metter di Capitan Harlock, al tunnel in cui cade Alice, che la porta nel Paese delle Meraviglie.
Allo stesso modo, anche Stranger Things si muove sul terreno affascinante e scivoloso che separa la scienza dalla fantascienza. I wormhole, la materia esotica e persino l’idea di una connessione spazio-temporale tra Hawkins e il mondo di Vecna non sono invenzioni arbitrarie, ma rielaborazioni narrative di modelli matematici e ipotesi teoriche reali, trasformando equazioni e paradossi in una serie suggestiva che promette un finale col botto – l'ultima puntata sarà disponibile in abbonamento su Netflix a partire dalle 2:00 del 1° gennaio 2026.
[1] Luca Pedrelli, I Wormholes ed il loro impiego per il viaggio interstellare
[2] Esistono buchi neri primordiali, generati subito dopo il big bang, ma in generale i buchi neri sono il risultato dell'implosione di stelle sufficientemente grandi – con una massa critica superiore a quella del sole di almeno dieci volte – in seguito all'esaurimento dei combustibili nucleari: la stella morente collassa catastroficamente su se stessa, concentrando tutta la sua massa in un volume piccolissimo, tendente allo zero, con conseguente densità enorme, tendente all'infinito.



Stefania Bergo
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