Gli scrittori della porta accanto


Ultime uscite


  • Elena Genero Santoro

    Desiria
    Tutta colpa del cuore

    Rom-com | Chick-lit
  • The TØP
    Rosanna Costantino e Silvia Zaccour

    The TØP
    Il mondo dei Twenty One Pilots

    Biografia | Musicale
  • I rischi del web
    Tamara Marcelli

    I rischi del web

    Saggio
  • La Putina dele Strasse
    Maurizio Spano

    La Putina dele Strasse

    Fantasy
  • Il passato alle spalle
    Stefano Caselli

    Il passato alle spalle

    Noir | Thriller
  • Mutilazioni genitali femminili. Oltre il rito e la ferita
    Giulia La Face

    Mutilazioni genitali femminili
    Oltre il rito e la ferita

    Saggio
  • Scopri la
    nostra collana
    editoriale

Ultimi articoli

Recensione: Nessunə è normale, di Vera Gheno

Recensione: Nessunə è normale, di Vera Gheno

Recensione: Nessunə è normale, di Vera Gheno

Libri Recensione di Davide Dotto. Nessunə è normale, un saggio di Vera Gheno (Utet). L’etimologia dentro i grandi nodi del presente, trasformandola in una chiave interpretativa per interrogare le categorie sociali e le dinamiche che le attraversano.

Nessunə è normale appartiene a un filone saggistico ormai riconoscibile: quello etimologico-culturale, a cui si affianca una marcata vocazione civile. L’intento – come in Grammamanti e, più in generale, nell’intero percorso divulgativo e accademico di Vera Gheno – è improntato a una riflessione costante sul metodo.
C’è dunque qualcosa che va oltre l’affinità tematica con testi spesso accostati a questo filone: quelli di Gian Luigi Beccaria, che indaga la lingua come memoria collettiva, o di Andrea Marcolongo, per la quale essa diventa visione del mondo. Un discorso in parte diverso merita L’orso bianco era nero di Roberto Vecchioni, dove – coerentemente con la sua poetica – la parola viene inseguita come forma di educazione sentimentale, quasi in senso flaubertiano.
Nessunə è normale porta invece l’etimologia dentro i grandi nodi del presente, trasformandola in una chiave interpretativa per interrogare le categorie sociali e le dinamiche che le attraversano.


Un saggio tra etimologia e vocazione civile.

Non è quindi un pamphlet né un manuale di buone pratiche linguistiche, ma un mezzo per dotarsi di strumenti critici. Le parole, il loro uso e il loro significato, costituiscono solo il primo passo di una sorta di educazione allo sguardo linguistico (ri-alfabetizzazione).
A questo punto si può entrare nel merito di un vocabolo – normale – la cui complessità non può essere arginata da un puro e semplice sguardo erudito. L’etimologia, semmai, è la sacca che contiene strumenti affilati e impegnativi, da maneggiare con cura.
I contesti in cui il termine ricorre sono molteplici. Può essere usato in una prospettiva statistica o tecnica, ma sul piano etico e sociale assume connotati che impongono qualche domanda in più.

È qui che si apre un motivo di attenzione, se non di vera e propria preoccupazione.

Questa trasformazione, infatti, non avviene mai in modo brusco. Come ricordato anche in una recentissima puntata di Amare Parole, richiamando la cosiddetta finestra di Overton, ciò che una società percepisce come normale cambia per gradi. Ciò che in un primo momento appare impensabile o inaccettabile diventa prima dicibile, poi discutibile, infine familiare.

Lo slittamento dal descrittivo al prescrittivo non è un atto improvviso, ma un processo di assuefazione linguistica e culturale.

È tanto più efficace quanto meno viene percepito. Il significato dei correlativi oggettivi segue a ruota. Essi cessano di riferirsi a un dato statistico — l’id quod plerumque accidit — e iniziano invece a misurare la distanza da un modello implicito: ciò che dovrebbe essere, ciò che si fa.

Tornare alle parole e renderle di nuovo visibili.

Per esempio chiedendosi "normale rispetto a cosa e perché", oppure "diverso rispetto a cosa e perché", ricostruendone contesto e consapevolezza. In mancanza di questo lavoro, ci si muove in un orizzonte kafkiano.
Il caso di Kafka è particolare. Come ha osservato Giuliano Baioni, la sua posizione di ebreo non praticante lo colloca fuori dalla Norma, ma non al riparo da essa. Al contrario: una legge senza appartenenza diventa onnipresente, si insinua nei tribunali, nelle case, nelle stanze private e negli spazi aperti.

Il paradosso kafkiano: quando la norma diventa ambiente.

Il riferimento a Franz Kafka è strutturale e va inteso come situazione limite, non come metafora generalizzante. Nel Processo non assistiamo a una violazione della norma, bensì a una sua presenza diffusa e inafferrabile: la Legge non viene infranta, è già ovunque. Proprio per questo non è mai del tutto nominabile né contestabile.
Ciò aiuta a comprendere scenari di marginalizzazione in cui l’esclusione non passa più per l’infrazione, ma per l’impossibilità di collocarsi di fronte a una regola.
Essa – regola, legge, norma – cessa di essere una descrizione per farsi ambiente: l’id quod plerumque accidit si trasforma in id quod fieri debet, mentre tutto ciò che eccede viene relegato nell’id quod fieri non potest.

Lo spunto che se ne può trarre è inquietante.

L’etichetta è molto più impegnativa e precaria di quanto sembri.
È una condizione su cui nessuno ha davvero controllo, né la certezza di poterla mantenere. Ma è anche uno stato dal quale – anche volendo – può risultare impossibile liberarsi.
È, in fondo, la stessa logica che permea la Legge in Franz Kafka: chi si trova dentro la incontra nei tribunali, nelle case, nelle strade. Chi ne resta fuori, invece, sperimenta in ogni spazio un senso di estraneità profonda.
La tensione che ne deriva non è un fenomeno locale né circoscritto. Non riguarda solo il singolo o situazioni percepite come marginalizzate, ma investe l’intero spazio sociale e ridefinisce ciò che è dicibile, accettabile e atteso.


Nessunə è normale

di Vera Gheno
Utet
Saggio
ISBN 979-1221219241
Cartaceo 14,25€
Ebook 8,99€

Quarta

«Tu non sei normale» è una frase che chiunque, una volta nella vita, si è sentito rivolgere – magari in mezzo a una furiosa litigata. In ogni caso, “normale” è una parola che sentiamo di continuo, poiché è il parametro con cui la società misura la soglia minima dell’accettabile. Ciò che è normale non sarà eccellente, ma almeno ha la decenza di attenersi a uno standard, di conformarsi: essere come tutti, comportarsi come tutti. Ma, a ben vedere, “tutti” chi? Ci voleva una sociolinguista combattiva come Vera Gheno per smontare la circolarità capziosa di questo aggettivo, che indicherebbe sia chi si attiene alla norma sia ciò che detta la norma, costringendo gli altri a seguirla. Un tempo, forse, questa arbitrarietà era meno evidente, quando la società era divisa in grandi gruppi abbastanza omogenei al loro interno. Ma oggi, in una società frammentata in gruppi sociali diversissimi, l’autoreferenzialità del concetto è esplosa: vengono spacciati per normali i corpi filiformi o muscolosi di modelle e attori, politici pluridivorziati discettano di famiglia tradizionale e di valori condivisi, e di contro i media e i social convincono ognuno di noi di essere (o dover essere) speciali, eccezionali – tutto fuorché appunto normali. Vista da vicino, allora, questa fantomatica norma si rivela per quello che è: uno strumento del gruppo dominante per esercitare potere su gruppi meno forti (donne, migranti, poveri, persone lgbtqia+...). Così che chi è bollato come “diverso” si ritrova espulso, oppure misericordiosamente riaccolto se si adegua e rientra nei ranghi. Una ragione in più per ricordarsi che, per fortuna, Nessunə è normale.



Davide Dotto
Leggi >
Pi greco: il numero delle meraviglie che governa l'universo

Pi greco: il numero delle meraviglie che governa l'universo

Pi greco: il numero delle meraviglie che governa l'universo

Scienza Di Stefania Bergo. Il 14 marzo non è un giorno qualunque. Secondo la convenzione anglosassone, la data diventa 3.14, numeri che corrispondono alle prime tre cifre della costante matematica più famosa del mondo e della storia: il pi greco.

I fisici e i matematici hanno deciso di  ribattezzarlo il PiDay, per rendere omaggio alla celebre costante e magari avvicinare il pubblico meno appassionato allo studio delle scienze, dato che le iniziative per la ricorrenza sono le più disparate e bizzarre – dalle corse sulla distanza di 3,14 miglia alla gara di torte perfettamente tonde, alle competizioni tra chi ricorda più cifre della serie infinita del pi greco.
Si festeggia rigorosamente alle 15, dato che rappresentano le ulteriori cifre decimali del π. Immaginate, ad esempio, nel 2015, in questo stesso giorno, il 3.14.15: non solo le prime due cifre dopo la virgola del 3,14, ma addirittura le prime quattro! Aggiungendo l'orario, per l'occasione le 9 e 26, si è arrivati fino a otto numeri della serie, mandando in visibilio tutti i geek del mondo!

La festa è stata inventata dal fisico statunitense Larry Show nel 1988.

Organizzò per la prima volta la giornata all’Exploratorium di San Francisco, invitando lo staff a marciare solennemente in tondo per poi dirigersi verso delle crostate di frutta (fruit PIes) preparate per l’occasione, ancora oggi rimaste nella tradizione.
Oltre al Pi Day, esiste anche il Pi Approximation Day, in questo caso davvero un'astrazione da geek incallito, che si festeggia nei giorni che siano approssimazioni, appunto, particolari del pi greco: il 26 aprile (116° giorno dell'anno, quando la Terra percorre un arco di circonferenza pari a 1⁄π volte l'orbita totale intorno al Sole), 22 luglio (22/7 = 3.14), 10 novembre (è il 314° giorno del calendario gregoriano) e il 21 dicembre (alle ore 1:13, quando la formula 355/113 dà un numero approssimato - 3.1415929 - con il maggior numero di cifre decimali).

Ma cos'è il pi greco?

Adesso lo spieghiamo alla signora Maria che sempre mi segue nei miei vaneggiamenti da nerd.
Il pi greco, o meglio il π, è una costante matematica definita in modo astratto, indipendente, cioè, dalle misure fisiche. Nella geometria piana, viene definito come il rapporto fra la circonferenza e il diametro del cerchio, ma è legato a numerose leggi che governano l'universo, dalle onde elettromagnetiche alle formule statistiche per giocare in borsa.
Il π è un numero irrazionale, cioè non è esprimibile come una frazione di due numeri interi (del tipo a/b, come dimostrato nel 1761 da Johann Heinrich Lambert), e trascendente (la signora Maria ha un sussulto), cioè non è un numero algebrico (come provato da Ferdinand von Lindemann nel 1882), vale a dire che non ci sono polinomi con coefficienti razionali di cui π sia radice: è dunque impossibile esprimere il π usando un numero finito di interi, di frazioni o di loro radici.
Signora Maria, venga qui, non scappi proprio ora, la parte difficile è finita, glielo assicuro!
Si goda una fetta di questa deliziosa PIe alle amarene.

La storia del π risale a circa quattromila anni fa. 

Furono i Babilonesi, grandi matematici e architetti, i primi a impiegarlo, approssimandolo con 3,125. Per gli Egizi divenne 3,1605, mentre per i Cinesi semplicemente 3.
Ma fu solo nel 434 a.C. che Anassagora, filosofo presocratico, lo utilizzò per tentare la quadratura del cerchio – che ovviamente è impossibile, lo sa vero signora Maria? No? Ne parleremo un'altra volta – mentre Archimede fu il primo a esplicitare il valore della costante, scientificamente, con calcoli e figure geometriche, utilizzando poligoni regolari di 96 lati inscritti e circoscritti a una circonferenza.
E via così, molti i matematici che si dedicarono al calcolo del π per scoprirne le cifre, da Newton, che calcolò le prime 16, ad Einstein – che curiosamente è nato proprio il 14 marzo – ai supercomputer moderni, che sono arrivati a calcolarne 5 mila miliardi.
Le prime cifre decimali del π sono quindi: 3,14159 26535 89793 23846 26433 83279 50288 41971 69399 37510 58209 74944 59230 78164 06286 20899 86280 34825 34211 70679… Numeri che non si ripetono mai nella stessa sequenza, perché non esiste alcuna periodicità

Il π governa l'universo, senza esso non sarebbero possibili le comunicazioni o il DNA.

Il π permea tutta la nostra esistenza e non mi riferisco solo alla geometria, signora Maria. Mi riferisco al fatto che la costante matematica è presente ogni volta che viene presa in considerazione una forma in qualche modo circolare, che si tratti di un'onda elettromagnetica o della spirale del DNA, rientrando, quasi di prepotenza, in quasi tutte le formule fisiche e matematiche che descrivono i fenomeni della realtà.
Dall'elettromagnetismo alla meccanica quantistica il π ha a che fare, ad esempio, con il Principio di indeterminazione di Heisenberg, la cui equazione comprende la costante di Planck ridotta, h/2π, col periodo di oscillazione di un pendolo, proporzionale a 2π, o con la forza di Coulomb, descritta da una legge la cui costante dipende in modo inversamente proporzionale dal π, quella che si manifesta tra cariche elettriche.
Ha ragione, signora Maria, le avevo assicurato che la parte difficile fosse finita.
Ma si ricorda che le ho già parlato della Meccanica quantistica? Sì, anche del Principio di indeterminazione di Heisenberg.


Il π, quindi, regola le oscillazioni dei fenomeni fisici descritti da funzioni periodiche, di periodo uguale o proporzionale a esso.

Ma anche altre discipline possono essere spiegate e analizzate utilizzando funzioni e algoritmi che prevedano il π: dalle scienze sociali, alla statistica , basti pensare alla distribuzione dei valori a campana, detta gaussiana, dalla finanza alle strategie di marketing e persino alla medicina.
Lo sapeva, signora Maria, che il rapporto tra la distanza che separa l’alluce e l’ombelico e quella tra quest’ultimo e la punta della testa è proprio 3,14? Curioso, no?
Come dice? Cos'è una gaussiana? La prenda per buona, signora Maria, ora non ho tempo per chiarire questa cosa!

Il π appare quindi come parte integrante dell'esistenza stessa, senza di esso non sarebbe possibile spiegarla. 

E questa è quasi una magia: il π appare come la chiave di volta, come il tassello che permette la comprensione dell'universo, senza il quale non sarebbe stato possibile alcun progresso.
Nel corso della storia, il π è stato fondamentale per gli architetti per poter progettare correttamente archi, cupole e tunnel perfetti e proporzionati. Copernico e Galilei l'hanno utilizzato per calcolare le dimensioni dei pianeti e la distanza della Terra dal sole e da altri astri.
Il microonde, i cellulari, esistono solo grazie allo studio sulle onde elettromagnetiche: siamo riusciti a spiegarle e quindi utilizzarle per i nostri scopi, solo grazie alle formule che le descrivono, legate a filo doppio al π. Così come qualsiasi forma circolare che possiamo trovare in natura: nei cerchi concentrici che si formano quando si lancia un sasso in uno specchio d’acqua, nelle iridi degli occhi, nelle spirali delle conchiglie, negli arcobaleni.

Il 14 marzo, o meglio, il 3.14, non è solo una ricorrenza da geek.

Celebra un numero che riveste un ruolo fondamentale nella nostra esistenza. La vita di ognuno di noi è regolata dal π. Ciò non significa che senza questa costante non esisterebbe nulla e noi non saremmo qui a parlarne. Significa solo che, curiosamente, ogni cosa che esiste è spiegata dalla stessa costante che si ripete in una moltitudine inimmaginabile di fenomeni. Curioso, no?
O inquietante.
A me piace pensare sia magico...


Stefania Bergo
Leggi >
Senza permesso, un'antologia di racconti sulle ferite, i silenzi, i sogni delle donne

Senza permesso, un'antologia di racconti sulle ferite, i silenzi, i sogni delle donne

Senza permesso, un'antologia di racconti sulle ferite, i silenzi, i sogni delle donne

Libri Comunicato stampa. Senza permesso (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto), del collettivo Gli Scrittori della Porta Accanto: un'antologia di racconti in cui le donne sono protagoniste, storie in bilico tra permessi negati, concessi o da concedere, da dover chiedere o prendersi. Frammenti di esistenze e destini intrappolati: la complessa condizione femminile tra oppressione e riscatto.

Guardo mio figlio. Ha quattro mesi. Sembriamo una pietà: la Madre con il Figlio fra le braccia. Le lacrime, il cuore e il corpo di marmo, niente più carne.
Lui piange e cerca il mio seno. Mio figlio dormiva, non è morto. E io, sospesa fra vita e vita, mi rialzo.
Sono già oltre. Oltre le valigie preparate di nascosto, oltre la fuga, oltre la paura. Me ne vado senza chiedere il permesso.
Non te lo racconterò mai, figlio mio, ma io e te siamo sopravvissuti mille e una volta. «Mamma, raccontami la storia di Barbablù».
E io invento ogni sera una versione diversa, perché non c’è mai un solo lieto fine. Emma Fenu, "Dalle mie ferite nasceranno rose", Senza permesso


Senza permesso

di Cristina Basile, Stefania Bergo, Adriana Cavazzini, Davide Dotto, Emma Fenu, Elena Genero Santoro, Claudia Gerini, Nicolò Maniscalco, Veronica Marzi, Silvia Pattarini, Elvira Rossi
PubMe – Collana Gli scrittori della porta accanto
Racconti
ISBN 979-1257261542
Ebook 3,99€ – IN USCITA


Quarta

Frammenti di esistenze e destini intrappolati: la complessa condizione femminile tra oppressione e riscatto.

Senza permesso non è solo un titolo che richiama la violazione dei confini personali attraverso la violenza e il controllo sociale o l'atto di autodeterminazione. È un confine.
Da una parte, c’è il racconto crudo di ciò che accade quando alle donne viene negato il diritto di decidere: la violenza che abita le case silenziose, l’arroganza di chi dispone dei corpi altrui come fossero oggetti, il peso soffocante di una società che pretende di spiegare alle donne come comportarsi, la colpevolizzazione delle vittime nelle aule di tribunale. Dall’altra, c’è il ruggito silenzioso di chi quel permesso smette di chiederlo e se lo prende. È la donna che chiude la porta e non si volta indietro, che sia per fuggire da una violenza o da un amore proibito, è l’attrice che torna sul palco per riprendersi la propria identità, è la ragazza che viaggia da sola verso il proprio sogno, ignorando chi vorrebbe vederla ferma, obbediente, prevedibile.
Attraverso i racconti di autori diversi, questa antologia esplora le ferite, i silenzi che diventano grida e le grida che diventano silenzi, i sogni che si realizzano e quelli che vanno in frantumi.
È un florilegio di vite il cui baricentro è una soglia mobile tra il subire l’arbitrio altrui e l’agire in totale autonomia.
È un coro che condanna la mano o la parola che accartocciano l’essere umano fino a sfumarlo nel niente.
È un testo che non ha la pretesa di parlare di tutte le donne, di lotte femministe o diritti inalienabili paradossalmente ancora da conquistare, ci ricorda semplicemente l’equilibrio sottile su cui si basa l’esistenza femminile, in bilico tra un permesso negato, uno concesso o da concedere, da dover chiedere o prendersi.



ESTRATTI E RECENSIONI

SCRIVI UNA RECENSIONEALTRI LIBRI DEL COLLETTIVO
Leggi >
ARTICOLO PRECEDENTE >>
Post più vecchi
Home page
Servizi editoriali
CREAZIONE BOOKTRAILER
Realizzazione professionale di booktrailer
utilizzando immagini, animazioni, musica e video royalty free o personali, forniti dall'utente per una durata massima di 2 minuti
(guarda la lista dei booktrailer già realizzati)


i più letti della settimana