Gli scrittori della porta accanto
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Recensione: Sur la dalle, di Fred Vargas

Recensione: Sur la dalle, di Fred Vargas

Recensione: Sur la dalle, di Fred Vargas

Libri Recensione di Davide Dotto. Sur la dalle un noir in lingua originale di Fred Vargas (Flammarion). Una nuova indagine del commissario Adamsberg, lo spalatore di nuvole.

Come è noto, il commissario Jean-Baptiste Adamsberg, nato dalla penna di Fred Vargas, si distingue per la particolare tecnica investigativa.
Contrariamente a un approccio convenzionale, Adamsberg si affida in modo sorprendente all'istinto e all'intuizione più spinti, tanto che chi non lo conosce può sentirsi sopraffatto.
Questo stile “non lineare” è in fondo famigliare: abbiamo spesso visto il tenente Colombo cogliere un dettaglio insignificante e seguire un disegno già chiaro in testa, fino alla chiusura dell’indagine.
Nel caso di Adamsberg, però, tale disegno non c’è, o ve ne è uno intricatissimo. Non è nemmeno un disegno, ma una serie indefinita di cause prime, seconde e terze, date dalle “causali convergenti”, dallo “gnommero” che toglie il sonno al dottor Ingravallo, il commissario di Polizia di Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana.

La mente visionaria del commissario Jean-Baptiste Adamsberg (lo spalatore di nuvole), la capacità di avvertire qualcosa oltre l’evidenza immediata della ragione, sono un “unicum” nel suo genere.

I suoi percorsi tortuosi si inoltrano negli strati profondi e inaccessibili della psiche, e in nessun caso – contrariamente a Sherlock Holmes – gli consentono di appoggiarsi alla ragione o al metodo deduttivo.
C’è piuttosto una forma di estraniazione, qualcosa di simile a uno stato di “trance”, perché lasciarsi prendere da una di queste intuizioni significa quasi essere assente a se stesso.
«Torni tra noi commissario. Ma in quali nebbie ha perso la vista, porca miseria?»
«Nella nebbia ci vedo benissimo.» Fred Vargas, Il morso della reclusa (Einaudi)
I momenti migliori sono le lunghe camminate dedicate alla meditazione e a mettere insieme i pensieri; il tempo trascorso a scarabocchiare e disegnare, in attesa di qualche illuminazione; infine le pause di riflessione davanti al menhir nei dintorni di Combourg, in Bretagna, scenario di Sur la dalle.

Un po’ tutti i suoi collaboratori hanno peculiarità che rendono la squadra del commissario fuori dal comune.

Tra costoro c’è il capitano Adrien Danglard, che «ama la carta fino alla nevrosi, e lo scritto in ogni sua forma, e i suoi rapporti sono curatissimi». Figura speculare rispetto al commissario (che evita quanto gli è possibile le scartoffie burocratiche, le relazioni, gli inventari e gli elenchi) è noto per l'ostinata razionalità catalogatrice, che si accompagna a una memoria formidabile, tanto che ci si domanda se abbia tre cervelli in più nascosti con cura («si son adjont n'était pas doté de trois cerveaux supplémentaires soigneusement dissimulés»).

Non tutti i lettori affezionati sembrano entusiasti dell’ultima avventura di Adamsberg, forse perché supera le cinquecento pagine, oppure perché, a metà di una storia intricata e ricca di deviazioni, è difficile pensare a cosa possa venire dopo senza che la trama diventi ancora più ingarbugliata.

Ecco alcuni degli elementi presenti in Sur la Dalle:
  • Un probabile diretto discendente del visconte François-René de Chateaubriand
  • Una serie di delitti che richiamano leggende locali
  • Un assassino che è mancino, o forse no (un faux gaucher)
  • Un branco di adolescenti scapestrati
  • Una pericolosa organizzazione criminale
  • Un rapimento

L’edificio creato a qualcuno è parso farraginoso per via di piste che sulle prime sembrano non condurre a niente, elementi di un gioco a scatole cinesi di cui si tirano le somme solo da un certo momento in poi.

Con il numero impegnativo di pagine, ciò contribuisce a una certa lentezza del romanzo, almeno nella prima metà.
Insomma: Sur la Dalle è di fatto un movimentato intreccio di diversi casi polizieschi che si collegano a quello principale, ciascuno con la sua vittima, il suo colpevole, e soprattutto il suo movente. Per comprendere a fondo un tale groviglio, il lettore ha bisogno di assimilare il tutto e prepararsi a ulteriori sorprese e colpi di scena. Ci vuole un po’ per capire che l'intrico deriva dalla sovrapposizione di interi universi esistenziali.
Il difficile è comprendere – tra i tanti elementi raccolti – quale sia rilevante, quale no. In tali universi, per via di qualche congettura di troppo, uno Sherlock Holmes non brillerebbe affatto. La ragione infatti non arriva dappertutto, ma uno come Adamsberg diventa piuttosto pericoloso. E infatti a un certo punto arrivano i riscontri, le prove incontrovertibili davanti alle quali non si può più scappare.

Il romanzo decolla davvero, superata la metà. Tutto si incastra alla perfezione in un mosaico dettagliato e composito.

Sur la dalle di Fred Vargas richiede alla fine una soglia di attenzione superiore, maggiore pazienza e una lettura accorta.
La particolarità del romanzo – cui non siamo troppo abituati – è una sorta di azzardo: smantella dall'interno la struttura tipica del giallo per poi ricomporlo, non prima di aver concluso un bel po' di storie secondarie e smontato false piste. Tutto con l'aiuto di un filo d'Arianna sui generis: quello che orienta in un labirinto intricato le cui stanze sono i misteri che si intersecano tra loro, i collegamenti nascosti, e dove, da qualche parte, attende la soluzione, qualcosa di simile al Minotauro.


Sur la dalle

di Fred Vargas
Flammarion
Giallo | Noir
ISBN 978-2080420503 [ed. francese]
Cartaceo 23,00€
Ebook 14,99€

Quarta 

- Le dolmen dont tu m'as parlé, Johan, il est bien sur la route du petit pont ?
- A deux kilomètres après le petit pont, ne te trompe pas. Sur ta gauche, tu ne peux pas le manquer. Il est splendide, toutes ses pierres sont encore debout.
- Ca date de quand, un dolmen ?
- Environ quatre mille ans.
- Donc des pierres pénétrées par les siècles.
C'est parfait pour moi.
- Mais parfait pour quoi ?
- Et cela servait à quoi, ces dolmens ? demanda Adamsberg sans répondre.
- Ce sont des monuments funéraires. Des tombes, si tu préfères, faites de pierres dressées recouvertes par de grandes dalles. J'espère que cela ne te gêne pas.
- En rien.C'est là que je vais aller m'allonger, en hauteur sur la dalle, sous le soleil.
- Et qu'est-ce que tu vas foutre là-dessus ?
- Je ne sais pas, Johan.


Davide Dotto
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Recensione: La paziente silenziosa, di Alex Michaelides

Recensione: La paziente silenziosa, di Alex Michaelides

Recensione: La paziente silenziosa, di Alex Michaelides

Libri Recensione di Stefania Bergo. La paziente silenziosa di Alex Michaelides (Einaudi). Un noir psicologico che indaga gli angoli in ombra, i traumi dell'infanzia, la personale reazione di ognuno davanti ad essi, le cicatrici che tornano a pulsare e fanno fuoriuscire il buio.

Alicia Berenson ha ucciso brutalmente il marito sparandogli cinque colpi di pistola in faccia e poi si è chiusa in un mutismo assoluto per i seguenti sei anni, momento in cui il co-protagonista, lo psichiatra forense Theo Faber, inizia a raccontare la storia. Quella di Alicia e la sua.

Alicia è una pittrice realista affermata, sposata con Gabriel, un fotografo professionista di moda. Hanno entrambi successo e una vita apparentemente perfetta.

Ma Alicia ha anche delle crepe, un passato che emerge pagina dopo pagina e mette paradossalmente in luce le sue ombre.
La madre è morta in un incidente d'auto e zia Lydia si è presa cura del fratello vedovo e della nipote in modo tutt'altro che amorevole. Fino a quando anche il padre di Alicia muore, suicida. E lei ha il primo tracollo emotivo.
Alicia continua a non parlare. Tutto quello che sappiamo di lei viene raccontato dalle persone che Theo Faber interroga come stesse indagando su un caso giudiziario per scoprire chi sia davvero la sua paziente. È così che conosciamo Max, fratellastro di Gabriel, la sua segretaria Tanya, il gallerista amico di vecchia data di Alicia, Jean-Felix, Barbie, la sgargiante e invadente vicina, il cugino Paul, i medici e gli infermieri del centro psichiatrico. Ognuno aggiunge un tassello al puzzle, anche se non sufficiente a completarlo.

Alicia stessa racconta, attraverso la sua arte, una verità che però deve essere interpretata.

Subito dopo l'omicidio del marito, per il quale non ha mai provato a difendersi né ha mostrato il minomo rimorso, ha dipinto un quadro iperealistico che la raffigura davanti a una tela bianca, nuda, con delle cicatrici ai polsi e un pennello in mano da cui cola un rivolo rosso – sangue?, vernice? In basso la sua firma: Alcesti.
(Alcesti è la protagonista della tragedia greca di Euripide, la moglie che si sacrifica per salvare la vita al marito morendo al posto suo, perché nessun altro, nemmeno i genitori di lui, erano disposti a farlo. Ercole, ospite del vedovo Admeto, saputo dell'estremo atto d'amore della moglie, la riporta dall'Ade. Tornerà, però, muta e velata come uno spettro irriconoscibile: per tre giorni dovrà stare in silenzio e scordarsi di tutto ciò che ha visto nell'aldilà. Come se fosse sospesa tra la vita e la morte.)
Le emozioni che restituiscono i quadri di Alicia sono indecifrabili ma nette, primitive. Molto più esplicito il suo diario, che, intervallato ai capitoli, le dà voce raccontando le settimane precedenti il tragico evento.

Chi raccoglie i frammenti e li ricompone è Theo, che non si limita a narrare di Alicia ma parla anche di sè.

Del suo amore travolgente e totalizzante con la moglie Kathy, delle ombre della sua vita, a partire dall'infanzia traumatica, affidata a sua volta alle cure di una psicologa.
Lui, che ha trovato la salvezza nella sua stessa professione, per tutto il tempo puntualizza quanto quella di "salvare" Alicia sia una missione che si sente chiamato a svolgere, a tal punto da farsi assumere presso il centro di detenzione psichiatrico dove lei è ricoverata. Anche se, la sua smania di scovare indizi pare più protesa a scagionarla dall'accusa di omicidio che a raggiungerla nel suo buio per ridarle voce.
Il finale è sorprendente. Durante la lettura, man mano che si scoprono i tasselli della trama, si è spinti a fare congetture, collegando gli "indizzi" che vengono proposti al lettore dalla voce narrante o dagli stralci del diario di Alicia. Ma è solo quando tutto viene svelato che ci si rende conto dell'espediente letterario necessario a depistare dalla reale spiegazione del dramma.

La paziente silenziosa è un noir psicologico che indaga gli angoli in ombra, i traumi dell'infanzia, la personale reazione di ognuno davanti ad essi, come le cicatrici possano tornare a pulsare e far fuoriuscire il buio.

Ognuno dei personaggi ha un segreto, un lato del carattere deprecabile, una pulsione interiore che alla fine ha il sopravvento – «Forse alcuni di noi nascono malvagi e non cambiano». 
Alex Michaelides tiene il lettore incollato alle pagine, in un climax di verità e bugie, ma più per la curiosità di sapere come finalmente metterà insieme quelle che sembrano sottotrame che per la scrittura, forse a volte non abbastanza incisiva ed empatica. Alcuni dei personaggi sveleranno la loro natura, funzionale alla narrazione: comparse necessarie a imbastire una fitta rete in cui intrappolare il lettore per poi restare come rami secchi a corollario del finale.
Michaelides, come Theo, si è concentrato sull'aspetto thriller del romanzo toccando forse con troppa superficialità la pazzia, sfiorando il baratro senza caderci dentro. Manca avvertire il buio, l'angoscia delle anime fagocitate dagli eventi per fare di La paziente silenziosa un capolavoro.
Resta comunque un ottimo romanzo.


La paziente silenziosa

di Alex Michaelides
Einaudi
Narrativa | Noir psicologico
ISBN 978-8806244583
ebook 7,99€
cartaceo 12,50€

Sinossi

Alicia Berenson sembra avere una vita perfetta: è un'artista di successo, ha sposato un noto fotografo di moda e abita in uno dei quartieri piú esclusivi di Londra. Poi, una sera, quando suo marito Gabriel torna a casa dal lavoro, Alicia gli spara cinque volte in faccia freddandolo. Da quel momento, detenuta in un ospedale psichiatrico, Alicia si chiude in un mutismo impenetrabile, rifiutandosi di fornire qualsiasi spiegazione. Oltre ai tabloid e ai telegiornali, a interessarsi alla «paziente silenziosa» è anche Theo Faber, psicologo criminale sicuro di poterla aiutare a svelare il mistero di quella notte. E mentre a poco a poco la donna ricomincia a parlare, il disegno che affiora trascina il medico in un gioco subdolo e manipolatorio.

«Quando la dichiararono in arresto restò in silenzio, rifiutando di negare la sua colpa o confessarla. Alicia non parlò mai piú. Il suo silenzio incrollabile trasformò una banale tragedia domestica in qualcosa di ben altra portata: un giallo, un enigma che conquistò i titoli dei giornali e catturò l'immaginario pubblico per mesi e mesi».


Stefania Bergo
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Recensione: Un colpo al cuore, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: Un colpo al cuore, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: Un colpo al cuore, di Piergiorgio Pulixi

Libri Recensione di Stefania Bergo. Un colpo al cuore di Piergiorgio Pulixi (BUR Rizzoli). Oltre 500 pagine che scorrono veloci, una narrazione che dosa perfettamente momenti noir, suspense, scene pulp e ironia, una caratterizzazione efficace dei personaggi e il solito stile raffinato.

Un colpo al cuore. È una canzone di Mina, scelta come sigla di una trasmissione televisiva che esalta notizie, non necessariamente verificate ma sensazionali, al fine di aumentare lo share. Ma un colpo al cuore è anche l’epilogo – oltre al titolo – dell'ultimo romanzo di Piergiorgio Pulixi. Un finale spiazzante che resta celato sottotraccia per tutta la narrazione, illudendoci a metà romanzo, per poi esondare nelle ultime pagine.

Piergiorgio Pulixi si conferma un abile narratore di noir.

La suddivisione in capitoli brevi che seducono il lettore – “Ne leggo ancora uno, tanto è breve” e si divora metà libro –, il suo stile che si sofferma sui dettagli quasi fossero un fermoimmagine o una inquadratura stretta, danno a Un colpo al cuore la connotazione vincente di un film. Anzi, di una serie TV, dato che le ispettrici Mara Rais ed Eva Croce e il vicequestore Vito Strega li abbiamo già incontrati nei suoi romanzi precedenti. E se già la coppia Croce-Rais è risultata vincente in L’isola delle anime, il trio è senza dubbio l’abile e giusta chiusura del cerchio.


Ancora una volta, come in Lo stupore della notte, Piergiorgio Pulixi affronta un tema sociale impegnativo calandolo nel thriller, cucendolo a filo doppio a una trama che tiene viva la curiosità di sapere che succederà dopo fino all'ultima pagina.

È il suo modo di denunciare, credo, di dire la sua relativamente alla questione, mettendo in luce, come sotto una lampada durante un interrogatorio, gli aspetti su cui dovremmo effettivamente soffermarci a riflettere.
La vicenda ha luogo sempre nella sua amata Sardegna, salvo poi spostarsi a Milano.
Si apre con una scena di giustizia sommaria: un killer tortura un pedofilo graziato da un sistema giudiziario troppo spesso fallace. Gli strappa 29 denti, portandoli come omaggio alla vittima. Non solo: si riprende in un discorso che parla «alla pancia del popolo», indossando una maschera e una parrucca, in un travestimento che ricorda, anche per le dinamiche successive, il Joker di Todd Phillips. Invia poi il video via WhatsApp a un gran numero di persone, in tutta Italia, intitolandolo "La giustizia sei tu", interrogandole su quale debba essere la sorte del pedofilo – «Io vi ho dato l'opportunità di avere giustizia nella sua forma più primitiva e animale», al prezzo di trasformarle di fatto in complici di un omicidio.


Il messaggio è molto semplice: il sistema giudiziario ha fallito, è avariato, ma per fortuna c’è chi rende giustizia alle vittime, punendo i cattivi.

Come dargli torto. Peccato che il criminale sia di fatto consegnato alla giustizia sommaria degli utenti da un altro criminale.
Il confine è labile, delicatissimo, quello che distingue tra vera giustizia e mera vendetta: quello che viene osannato come un eroe è di fatto un criminale, né più né meno di quello che si vuole punire. Il fatto che torturi un “cattivo” non dovrebbe essere sufficiente a redimerne l’immagine. Eppure…
Eppure il popolo diventa un suo fan contro il sistema giudiziario. Spunta la sua maschera, così come i cittadini di Gotham osannavano il Joker. Più di qualche scena pare la descrizione del film di Todd Phillips o della serie Netflix La casa di carta, quando la folla assiepata al di fuori della banca di Spagna sostiene quelli che si sono voluti dipingere come degli eroi nazionali, dei partigiani simbolo di resistenza, mentre a conti fatti altro non sono che ladri e sequestratori.
Una logica che dà molto da riflettere e che anche nel romanzo di Pulixi mi ha fatto pensare.


L’altro tema sollevato è senza dubbio l’influenza dei media sul senso di giustizia delle persone.

Io credo che ormai la maggior parte delle persone abbia difficoltà a distinguere tra reale e virtuale. [...] Il mezzo e la teatralità del messaggio condizionano il giudizio. La scelta che ha dato al pubblico era del tutto illusoria. Li ha manipolati [...]
Piergiorgio Pulixi, Un colpo al cuore
Una riflessione che potrebbe passare inosservata, presi come si è a seguire la vicenda, sulla diffusione di video atti a trascinare le folle in una o nell’altra direzione, sullo sfruttamento di una certa parte dell’informazione per fare spettacolo e aumentare il gradimento televisivo, senza preoccuparsi delle conseguenze, per puro tornaconto personale.
Nell'epoca dell'odio digitale, con quest'ostilità diffusa e la rabbia sociale che anima le persone, la situazione rischia di esplodere [...]
Piergiorgio Pulixi, Un colpo al cuore

Un colpo al cuore è un gran romanzo. Oltre 500 pagine che scorrono veloci.

I capitoli sono tanti ma abilmente alla fine di ognuno Piergiorgio Pulixi lascia piccoli interrogativi o fa grandi rivelazioni che gettano il lettore in una sorta di crisi d'astinenza.  Una narrazione che dosa perfettamente momenti noir, suspense, scene pulp, ironia – «Palamara aveva smadonnato così tanto che probabilmente tutte le statue della Vergine in città avevano lacrimato sangue» –, eteree descrizioni.
[...] la qualità della luce nell'isola era diversa: aveva una sorta di sfumatura lattiginosa, e la morbidezza pingue con cui indugiava e si adagiava sopra le cose gli ricordava Marrakech [...] Il maestrale, che or soffiava con meno vigore, pareva quasi aromatizzare l'aria spargendo profumi mediterranei.
Piergiorgio Pulixi, Un colpo al cuore


In Un colpo al cuore Piergiorgio Pulixi ci fa conoscere un dettaglio fisico o un tratto caratteriale dei suoi personaggi un po' per volta, quasi per caso. E si arriva alla fine del romanzo che pare di averli seduti accanto.

I dialoghi tra i protagonisti sono talmente realistici che viene da chiedersi a chi si sia ispirato, a quali persone reali della sua vita. Nessuno di loro è perfetto, inarrivabile, si finisce facilmente con l'identificarsi o desiderare di conoscerli davvero – mi farei volentieri un'Ichnusa con l'irriverente Rais, la surfista malinconica Croce e il protettivo Strega.
Tutto funziona, tutto è equilibrato, nulla è scontato, superfluo o ridondante. Piergiorgio Pulixi ha molto da dire e lo fa con il suo solito stile raffinato, sia quando descrive un giustiziere seriale che strappa i denti alla sua vittima, sia quando fa dialogare due poliziotte di mestruazioni o descrive il profumo del mirto nell'aria.
Un colpo al cuore ha il giusto equilibrio di adrenalina e descrizioni per riprendere fiato. La trama, come si evince anche dalla sinossi, è ampia, articolata, ma non ci si perde mai. L'idea di fondo è originale e ancor più lo è il suo approccio alla narrazione.
Si arriva alla fine col fiato sospeso... e si vorrebbe legegrne ancora. Oppure iniziare un nuovo romanzo di questo autore che si conferma una tra le voci più interessanti del panorama noir italiano.

Un colpo al cuore

di Piergiorgio Pulixi
BUR Rizzoli
Noir | Thriller
ISBN 978-8817147361
cartaceo 15,20€
ebook 9,99€

Sinossi

"Occhio per occhio, dente per dente" è la regola del serial killer che ha deciso di riparare i torti del sistema giudiziario. Dove non arrivano le giurie, arriva lui, rapendo, torturando ed eliminando i criminali che l'hanno fatta franca. Indossa una maschera dai tratti demoniaci, e si fa annunciare ogni volta da un video intitolato La Legge sei tu in cui chiede alla gente di pronunciarsi in giudizio tramite votazioni anonime e irrintracciabili. A colpi di clic il richiamo alla giustizia sommaria diventa virale. Vendicatore spietato come il conte di Montecristo, villain incendiario al pari del Joker che sollevò Gotham City, il Giustiziere gioca la sua partita mortale. L'indagine sul caso che sta scuotendo l'Ita- lia è affidata al vicequestore Vito Strega, esperto di psicologia e filosofia, tormentato criminologo dall'intuito infallibile, avvezzo alla seduzione del Male. Lo affiancano le ispettrici Mara Rais ed Eva Croce. Diverse come il giorno e la notte, le due formano una coppia d'eccezione: i modi bruschi e l'impulsività di Mara sono compensati dall'acutezza e dal riserbo sfuggente di Eva. Tra la Sardegna e Milano, i tre poliziotti dovranno mettere in gioco tutto per affrontare un imprendibile nemico dai mille volti e misurarsi ciascuno con i fantasmi del proprio passato. Piergiorgio Pulixi compone un viaggio nell'incubo di questo tempo rabbioso segnato dall'odio, dal furor di popolo e dalla gogna mediatica, fino alla scoperta di una verità che illumina di luce sinistra il senso stesso del fare giustizia.

Stefania Bergo
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Recensione: L'isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: L'isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: L'isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi

Libri Recensione di Stefania Bergo. L'isola delle anime di Piergiorgio Pulixi (BUR Rizzoli). Cold case e personaggi femminili tridimensionali, una Sardegna mistica, temibile ma meravigliosa, raccontata dosando realtà e mito senza mai svelarne le proporzioni.

Dopo Lo stupore della notte, in attesa di leggere l'ultimo romanzo di Piergiorgio Pulixi, Un colpo al cuore, in uscita proprio oggi, ho letto L'isola delle anime. Vi ho ritrovato lo stile raffinato dell'autore, la sua narrazione che si sofferma spesso sulla descrizione minuziosa ed emozionale dei paesaggi, confermando il grande amore per la sua terra e il rispetto per i personaggi dei suoi romanzi, cui conferisce sempre estrema tridimensionalità.


Ancora una volta, dopo Rosa Lopez, le indagini dell'intricato caso, che pesca direttamente dalle oscure leggende nuragiche della Sardegna, sono condotte da poliziotte.

Questa volta da una coppia splendidamente assortita delle cui dinamiche mi sono subito innamorata: Eva Croce e Mara Rais – che si ritroveranno in Un colpo al cuore, e viene da chiedersi perché questa  predilezione per il genere femminile con pistola e distintivo. Pulixi ne fa una descrizione realistica, psicologicamente plausibile, a tal punto che sembrano essere raccontate da una autrice.
L'isola delle anime è la Sardegna, intrisa di tradizioni paleolitiche incuneate tra le aspre montagne e le gole, trappole millenarie in cui rimangono incagliati i corpi che nessuno più potrà recuperare ma da cui emergono fantasmi e maledizioni. Anzi, benedizioni, come quelle che si vorrebbe scaturissero da riti propiziatori sanguinosi. Credenze millenarie che incutono timore, violenze mascherate da azioni necessarie, sacrifici famigliari nel nome di un bene più grande e prezioso: la comunità.

L'isola delle anime si apre con un bambino che si imbatte proprio in uno di questi sacrifici umani nel cuore di un bosco dell'entroterra sardo, in un luogo sacro avvolto da foschia, nel 1961.

I sensi gli gridavano di andarsene, eppure non riusciva a muovere nemmeno un muscolo. [...] Accennò qualche passo, approssimandosi all'essere umano. Era una donna, nuda sotto i velli di pecora. Il sangue gocciolava da una ferita slabbrata alla gola, inzuppando il terreno umido. Le mani erano legate dietro la schiena. Si trovava al centro di un circolo megalitico, in un cerchio con andamento a spirale, davanti al tempio che proteggeva il pozzo sacro. Piergiorgio Pulixi, L'isola delle anime
Di questo crimine non rimane traccia, se non nella mente del bambino, a tal punto da condizionare tutta la sua vita.

Dalla voce onnisciente del narratore sappiamo che altri due ritrovamenti del tutto analoghi, uno nel 1975 e l'altro undici anni dopo, diventeranno indagini irrisolte della procura di Cagliari.

Dei cold case che verranno riportati alla luce dall'ispettore capo Eva Croce – «anfibi scuri, jeans strappati e un giubbotto di pelle dall'aria vissuta [...] piercing al naso» –, per metà irlandese, trasferita sull'isola da Milano, e Mara Rais, cagliaritana verace di aspetto elegante e lingua tagliente – «portatrice sana di un carattere di merda» –, "declassata" dalla Omicidi alla Delitti Insoluti.
Le donne dei romanzi di Piergiorgio Pulixi sono dense, determinate, con trascorsi burrascosi, vite difficili, da cui emergono con profonde ferite, luci e ombre, fragilità e forza interiore granitica. Eva Croce ha dovuto affrontare il dolore della perdita di una figlia, Mara Rais lo spettro di molestie sul lavoro cui nessuno ha voluto credere, col risultato, di fatto, di essere molestata due volte. Una coppia che mi ha coinvolto e convinto fin da subito per l'intesa, sottolineata da continui e spassosi scambi di gentilezze. Due personaggi delineati lentamente pagina dopo pagina, costruiti psicologicamente e nell'aspetto, fino a renderle reali, complete solo all'ultimo capitolo.

Quello che emerge dalle indagini, è un passato immobile – millenario e recente – che si intreccia strettamente al presente frenetico.

«Rituali arcaici di morte e violenza» legati al culto della Dea Madre e di Dionisio. Famiglie chiuse in un mondo a parte, sepolte nella Barbagia inviolabile, violenta, agreste. Da cui non si riesce a uscire. Piergiorgio Pulixi descrive le tradizioni sarde come nodi serrati di una corda che lega alla terra, senza possibilità di andare oltre la propria condizione, senza speranza di cambiare. È una Sardegna incantevole e terribile, quella che racconta. Ci si innamora dei suoi paesaggi, del profumo del mare, del dialetto, ma ci si sente serrare la gola da quelle tradizioni ingiuste, anacronistiche, chiedendosi: sarà davvero così? E resta il dubbio che la maestria dell'autore dosi realtà e mito senza svelarne mai in quale rapporto. 

L'isola delle anime è un continuo scoprire e interrogarsi, il lettore non può che fare congetture basandosi sui colpi di scena o su filoni di trama più lenti che si arricchiscono a poco a poco, consolidandosi.

Una lettura coinvolgente che si fatica a lasciare.
Amo lo stile narrativo di Piergiorgio Pulixi. È insolitamente descrittivo, per un romanzo giallo in cui si può pensare che ciò che conta siano l'azione e l'attenzione al dettaglio investigativo. Aggiunge una necessaria staticità alle scene di indagine in continuo movimento, soffermandosi sul paesaggio, da cui emergono anche suoni e odori, e sulla psicologia dei protagonisti, come continui fermo immagine che permettono di metabolizzare l'accaduto e respirare. A tratti mi è capitato di ripensare alle descrizioni deliziose, eteree, sublimi di Francis Scott Fitzgerald...
L'aria trasudava un sentore mefitico di zolfo che ubriacava le persone di tristezza.
[...] Nell'aria si avvertiva la resa del pomeriggio alla sera
[...] Vinta da quella straziante certezza, Dolores smise di resistere alle lusinghe dell'oscurità e si abbandonò alle maree carnivore del buio.
[...] La luce purpurea del tramonto stava sfebbrando, attenuandosi ogni minuto di più.
[...] Le rispose solo il solfeggio del vento.
Piergiorgio Pulixi, L'isola delle anime
Piergiorgio Pulixi è efficace nelle scene d'azione e in quelle drammatiche o intime, che mi hanno fatto commuovere fino alle lacrime. Leggere le pagine dei suoi libri è come guardare un film, essere guidati da una telecamera in presa diretta, cambiare ambientazione, senza perdersi mai. E si diventa avidi di sapere cosa succede oltre, come andrà a finire, legandosi ai personaggi che diventano familiari. 
   

L'isola delle anime

di Piergiorgio Pulixi
BUR Rizzoli
Noir | Poliziesco
ISBN 978-8817129930
Cartaceo 18,05€
Ebook 9,99€

Sinossi

Li chiamano cold case. Sono le inchieste senza soluzione, il veleno che corrompe il cuore e offusca la mente dei migliori detective. Quando vengono confinate alla sezione Delitti insoluti della questura di Cagliari, le ispettrici Mara Rais ed Eva Croce ancora non lo sanno quanto può essere crudele un'ossessione.
In compenso hanno imparato quant'è dura la vita. Mara non dimentica l'ingiustizia subita, che le è costata il trasferimento punitivo. Eva, invece, vuole solo dimenticare la tragedia che l'ha spinta a lasciare Milano e a imbarcarsi per la Sardegna con un biglietto di sola andata.
Separate dal muro della reciproca diffidenza, le sbirre formano una miscela esplosiva, in cui l'irruenza e il ruvido istinto di Rais cozzano con l'acume e il dolente riserbo di Croce. Relegate in archivio, le due finiscono in bilico sul filo del tempo, sospese tra un presente claustrofobico e i crimini di un passato lontano. Così iniziano a indagare sui misteriosi omicidi di giovani donne, commessi parecchi anni prima in alcuni antichi siti nuragici dell'isola. Ma la pista fredda diventa all'improvviso rovente. Il killer è tornato a colpire. Eva e Mara dovranno misurarsi con i rituali di una remota, selvaggia religione e ingaggiare un duello mortale con i propri demoni.
Interrogando il silenzio inscalfibile che avvolge la sua Sardegna, Piergiorgio Pulixi spinge il noir oltre se stesso, svela le debolezze della ragione inquirente in un mondo irredimibile, in cui perfino la ricerca della verità si trasforma in una colpa.


Stefania Bergo
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Recensione: Lo stupore della notte, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: Lo stupore della notte, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: Lo stupore della notte, di Piergiorgio Pulixi

Libri Recensione di Stefania Bergo. Lo stupore della notte di Piergiorgio Pulixi (BUR Rizzoli). Linguaggio realistico ma non pulp, capitoli che si susseguono come scene di una serie TV, un noir che sonda anche le motivazioni e le modalità della propaganda terroristica.

Lo stupore della notte di Piergiorgio Pulixi è un noir, anzi, mi piace chiamarlo poliziesco, perché i protagonisti appartengono alle forze dell’ordine.
Rosa Lopez, commissario dell’Antiterrorismo a Milano, è una donna sulla quarantina, determinata, abile, affascinante, che conosce, come fosse lingua madre, l’arabo e la cultura del Medio Oriente. Si è fatta le ossa combattendo le cosche calabresi prima di trasferirsi al Nord. Nel suo lavoro è la più brava, una superpoliziotta. La sua squadra ha piena fiducia in lei, la stima, la rispetta.
Ma Rosa Lopez non è una supereroina uscita da un cartone animato, è realistica. La sua vita privata vacilla, non è stabile come la sua mano quando tiene sotto tiro un terrorista. Ha delle perdite che ne aumentano l’entropia, come è normale che sia, perché non si riesce a essere superlativi su tutti i fronti nella vita reale, qualcosa si lascia umanamente indietro. Rosa Lopez è una donna tremendamente sola che finisce la biancheria intima pulita perché non ha nemmeno il tempo di fare una lavatrice ogni tanto, per dire. Piergiorgio Pulixi è riuscito a tratteggiare intensamente questo personaggio, a tal punto che, malgrado sia una superpoliziotta che combatte il terrorismo, ci si può identificare in lei, soprattutto nei suoi fallimenti, nei suoi fantasmi, nella sua umanità. Io l’ho adorata fin da subito.

Ma Lo stupore della notte non è solo Rosa Lopez. È un romanzo che non si riesce a smettere di leggere, che trasporta, scena dopo scena, verso un epilogo che lascia addosso lo stupore di cui narra.

Il canovaccio della trama è semplice: Milano è in stato di emergenza, la minaccia di un attacco terroristico di matrice islamica è alta, c’è stata una soffiata. Si cercano tre fucili, tre furgoni di una ditta di consegne rubati e soprattutto si cerca il Maestro, che indottrina i martiri pronti a farsi saltare in aria o travolgere le folle con un mezzo pesante in nome di Allah. In tutto questo si insinua la 'ndrangheta – i terroristi nostrani – che con gli jihadisti fanno accordi, spacciano per finanziare la loro causa e alimentano il mercato delle armi, e tutto il sottobosco di pirati informatici – fino al gruppo Anonymous – che hanno un ruolo fondamentale nel criptare o scovare messaggi e terroristi nell'etere e che quindi collaborano ora con l'ISIS ora con le forze dell'ordine.

È il modo in cui Lo stupore della notte è scritto che arricchisce la trama e la rende più complessa, multisfaccettata, leggibile su più piani.

Piergiorgio Pulixi narra la vicenda con uno stile raffinato, con descrizioni e linguaggio realistici ma non pulp. È elegante, analitico, pulito ma non scarno, non ci sono mai parole in più né in meno di quelle che servono per descrivere efficacemente una scena o caratterizzare psicologicamente un personaggio.
Non esprime giudizi ma cambia spesso punto di vista, entrando nella mente dei personaggi – un esercizio che gli riesce molto bene, senza sbavature o incongruenze.
Non c'è il rischio di perdersi tra personaggi e punti di vista perché sono talmente ben delineati che restano impressi fin da subito.
I capitoli del romanzo si susseguono come cambiamenti di scena di una serie TV, il ritmo è serrato ma non si mangia i tempi narrativi, misurati, efficaci nello svelare tenendo sempre una parte per le pagine successive. 


Piergiorgio Pulixi non narra semplicemente una vicenda. Indaga la psicologia del terrorismo. Punta un riflettore sul bacino d’utenza, sondando le motivazioni, le condizioni di disagio economico e sociale che diventano terreno fertile per la propaganda. 

Aveva attirato a sé – e alla sua visione della lotta – decine e decine di giovani che non riuscivano più a tollerare il senso di impotenza che li paralizzava a livello sociale: emarginati, piccoli delinquenti alla deriva che avevano abbandonato il vero Islam. Sogni infranti, speranze disattese, illusioni spezzate; era su quelle rovine interiori che aveva costruito la sua propaganda. Piergiorgio Pulixi, Lo stupore della notte
Ci sono eventi che tendiamo a trascurare ma che hanno pesanti conseguenze. È come un voler responsabilizzare tutti e non assolvere nessuno. Spesso è la società stessa che crea i suoi mostri.
Mi è piaciuto moltissimo il suo approccio, il punto di vista fluido e personalizzato dei diversi protagonisti: non esistono solo i buoni e i cattivi, esistono anche persone che stanno nel mezzo e vengono spinte dalla corrente più persistente che li incanala in una o nell’altra direzione, magari facendo appello a qualcosa di intimo e coinvolgente come può esserlo la religione o una causa comune. Fogli bianchi su chi è possibile scrivere parole contrapposte a seconda di chi regge la penna, delle sue intenzioni. 

Piergiorgio Pulixi dimostra di conoscere non solo le dinamiche della propaganda del terrorismo ma anche delle modalità con cui viene contrastato dalle forze dell’ordine.

Del lavoro intenso e della totale dedizione di chi lo combatte impugnando una pistola o da dietro lo schermo di un computer, rincorrendo le reti criptate delle cellule estremiste. Ma anche dei metodi non proprio ortodossi di estorcere confessioni o informazioni che a volte vengono usati – in questo caso dai servizi segreti internazionali con base al fantomatico Lovers Hotel. Ancora sfumature, gradazioni di grigio, sponde contrapposte con una palude nel mezzo che mescola di continuo acqua pulita e sabbia melmosa.

Un finale spiazzante, un epilogo che lascia la voglia di scoprire cosa viene dopo. 

Ho voltato l’ultima pagina e ho subito sentito la mancanza di Rosa Lopez, così vera, avrei voluto continuare a leggere di lei – da indiscrezioni dello stesso Pulixi durante una diretta su Instagram con Gli Scrittori della Porta Accanto, il personaggio riprenderà vita in un altro romanzo.
Lo stupore della notte è il primo libro di Piergiorgio Pulixi che leggo, amo la sua narrazione decisa ma non gridata, il suo stile, le storie che racconta e soprattutto il modo in cui le racconta. La sua empatia nel tratteggiare i personaggi coinvolgendo il lettore cui è lasciata la scelta di incasellarli come “buoni” o “cattivi” o di lasciarli umanamente nel mezzo.
Sul comodino mi aspetta L’isola delle anime e non vedo l’ora di ricominciare.



Lo stupore della notte

di Piergiorgio Pulixi
BUR Rizzoli
Noir | Poliziesco
ISBN 978-8817119771
Cartaceo 11,40€
Ebook 7,99€

Sinossi

Se la incontri non la dimentichi, perché il commissario Rosa Lopez è pronta a sacrificare un ostaggio per riportare la situazione in parità. La ricordano ancora in Calabria, dove si è fatta le ossa nella guerra alle cosche. Non la dimenticano oggi, a Milano.
Lettere minatorie e proiettili nella cassetta della posta sono il premio per una carriera che l'ha condotta ai vertici dell'Antiterrorismo. Ma dietro la scorza da superpoliziotta, Rosa cova il tormento: il suo compagno è in coma, vittima di un attentato. E non c'è solo il senso di colpa, ci sono anche le frequentazioni con quelli del Lovers Hotel, il luogo che non esiste, in cui niente è proibito e quando qualcuno deve cantare si attacca la musica della tortura. La sbirra, però, non può cedere alla donna. Una minaccia gravissima incombe sulla città: la più perfida delle menti criminali ha ordito un piano di morte.
Lo chiamano il Maestro e insegna l'arte della guerra. Per fermarlo, la Lopez scivolerà in una spirale di ricatti, tradimenti e vendette.


Stefania Bergo
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Recensione: Una lettera per Sara, di Maurizio De Giovanni

Recensione: Una lettera per Sara, di Maurizio De Giovanni

Recensione: Una lettera per Sara, di Maurizio De Giovanni

Libri Recensione di Davide Dotto. Una lettera per Sara, di Maurizio De Giovanni (Rizzoli). Una guardiana silente, una indisturbata Atena dagli occhi cerulei con la vocazione irresistibile di giustiziera.

E le bastò uno sguardo per interpretare i segni che aveva davanti. Un sopracciglio appena inarcato, il mento un po’ sollevato, il pugno sul fianco, un piede leggermente in avanti rispetto all'altro tradivano curiosità...
Maurizio De Giovanni, Una lettera per Sara
Una lettera per Sara di Maurizio De Giovanni è  il terzo romanzo dedicato a Sara Morozzi. L’abbiamo conosciuta in Sara al Tramonto, incontrata di nuovo in Le parole di Sara e nella raccolta di racconti noir Sbirre, tutti editi da Rizzoli.

Per chi ancora non lo sapesse, Sara è una poliziotta in pensione, esperta in intercettazioni ambientali. 

Non sono le parole a parlare, ma un linguaggio diverso che ha imparato a decifrare. Si guarda bene, però, dall'utilizzarlo. È la donna invisibile, impenetrabile che «scava dove non si vede», scopre «le passioni celate dietro le espressioni».
La affiancano, come sempre, l'arruffato ispettore Davide Pardo, la nuora Viola, componenti di un nucleo investigativo semiufficiale e improvvisato, tanto scalmanato quanto infervorato nel tirare le fila di inchieste dagli esiti tutt'altro che certi e non privi di pericoli.
Non si conosce mai abbastanza, in fondo, il torbido che si va a rimestare.
È il vicecommissario Angelo Fusco, ex superiore di Pardo, a riproporre un caso di trent'anni prima mai risolto, cui non pensa più nessuno e pochi sembrano avere motivi per farlo.



È il 1990.

Sul piatto la scomparsa di una ragazza che lavorava in una libreria antiquaria e una lettera smarrita e ritrovata dentro un libro; un ex cancelliere di tribunale in carcere a scontare una condanna per falso in atto pubblico e abuso d'ufficio; l'inquietante discussione tra questi e il futuro compagno di Sara.
Più che i fatti, impalpabili e non documentabili, a essere passati al setaccio sono i ricordi. I propri e quelli altrui. Del genere di quelli che ricoprono i visi di rughe, imbiancano i capelli, riempiono di aspettative o conducono alla rassegnazione. E nascondono qualcosa di rilevante, drammatico e urgente.

Quale ruolo gioca il tempo nelle vicende, quali gli sviluppi nel vissuto dei singoli personaggi, Sara compresa?

Perché qualcuno, conoscendo cose inenarrabili e delicate, ha voluto e potuto insabbiarle?
Queste le domande che spingono – con motivazioni diverse – ad andare a fondo, indagare, chiudere finalmente il cerchio, strappare all'oscurità un barlume di verità fino a ora negata.
In Una lettera per Sara di Maurizio De Giovanni vi è più che mai una guardiana silente, una indisturbata Atena dagli occhi cerulei con la vocazione irresistibile di giustiziera.

Una lettera per Sara

di Maurizio De Giovanni
Rizzoli
Noir
ISBN 978-8817146388
Cartaceo 18,05€
Ebook 10,99€

Sinossi 

Mentre una timida primavera si affaccia sulla città, i fantasmi del passato tornano a regolare conti rimasti in sospeso, come colpi di coda di un inverno ostinato. Che aprile sia il più crudele dei mesi, l'ispettore Davide Pardo, a cui non ne va bene una, lo scopre una mattina al bancone del solito bar, trovandosi davanti il vicecommissario Angelo Fusco. Afflitto e fiaccato nel fisico, il vecchio superiore di Davide assomiglia proprio a uno spettro. È riapparso dall'ombra di giorni lontani perché vuole un favore. Antonino Lombardo, un detenuto che sta morendo, ha chiesto di incontrarlo e lui deve ottenere un colloquio. La procedura non è per niente ortodossa, il rito del caffè delle undici è andato in malora: così ci sono tutti gli estremi per tergiversare. E infatti Pardo esita. Esita, sbaglia, e succede un disastro. Per riparare al danno, il poliziotto si rivolge a Sara Morozzi, la donna invisibile che legge le labbra e interpreta il linguaggio del corpo, ex agente della più segreta unità dei Servizi. Dopo tanta sofferenza, nella vita di Sara è arrivata una stagione serena, ora che Viola, la compagna del figlio morto, le ha regalato un nipotino. Il nome di Lombardo, però, è il soffio di un vento gelido che colpisce a tradimento nel tepore di aprile, e lascia affiorare ricordi che sarebbe meglio dimenticare. In un viaggio a ritroso nel tempo, Maurizio de Giovanni dipana il filo dell'indagine più pericolosa, quella che scivola nei territori insidiosi della memoria collettiva e criminale di un intero Paese, per sciogliere il mistero di chi crediamo d'essere, e scoprire chi siamo davvero.
Davide-Dotto

Davide Dotto
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Recensione: Dodici rose a Settembre, di Maurizio de Giovanni

Recensione: Dodici rose a Settembre, di Maurizio de Giovanni

Recensione: Dodici rose a Settembre, di Maurizio de Giovanni

Libri Recensione di Davide Dotto. Dodici rose a Settembre di Maurizio de Giovanni (Sellerio). Una commedia noir a tutti gli effetti: leggerezza e profondità, come i movimenti di una sonata, mantengono l'armonia del tutto.

Il quadro della situazione si comprendeva un po' alla volta attraverso ogni monologo, pezzo per pezzo come un puzzle di cui si capisce la figura solo alla fine.
Maurizio de Giovanni, Dodici rose a Settembre
Ci troviamo a Napoli, precisamente nei Quartieri Spagnoli, dove opera la protagonista, l’assistente sociale Gelsomina Settembre.
Mina, già apparsa in precedenti racconti, vive con sua madre Concetta (problema 1) nella stessa camera occupata da ragazzina. Ha quarantadue anni, un’indole scontrosa, «a volte esageratamente reattiva». È una donna prosperosa (problema 2), lavora in un consultorio insieme a Domenico Gammardella, ginecologo somigliante a Robert Redford (potremmo considerarlo il problema 3).
Le vicende si svolgono in un doppio binario, quindi separatamente e nella medesima direzione, confluendo, però, in uno sviluppo comune. Da una parte una serie di delitti da risolvere le cui vittime sono un avvocato, una casalinga, un musicista, uno scenografo. Unici indizi un mazzo di dodici rose a gambo lungo e un colpo sparato da una Luger P108, «una pistola che hanno sì e no i collezionisti.»
Dall’altra una serie di episodi di violenza domestica contro i quali la legge – in mancanza di denunce e riscontri – è «un recinto dentro il quale e fuori dal quale si muovono gli esseri umani». Tuttavia, ciò non significa non si possa, tra le pieghe del lecito e dell’illecito, ingegnarsi e riuscire a fare qualcosa.



Nel nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni,  Dodici rose a Settembre, si incastrano due registri: il drammatico e il comico. 

Quest’ultimo non è un semplice intermezzo, utilizzato per attenuare la tensione, o a semplice raccordo di una parte con l’altra. Non vi sono cioè siparietti di contorno, simili a quelli tra l'invisibile Sara Morozzi e lo sgualcito ispettore Davide Pardo,  conosciuti in precedenza (Sara al tramonto, Le parole di Sara). La loro combinazione, adeguatamente graduata e modulata in base al contesto (fughe e rocamboleschi inseguimenti compresi) fa di Dodici rose a Settembre una commedia noir a tutti gli effetti: la profondità unita alla leggerezza – simili ai movimenti di una sonata –  ne mantengono l’armonia.



Dodici rose a Settembre

di Maurizio de Giovanni
Sellerio
Noir
ISBN 978-8838938306
Cartaceo 11,90€
Ebook 9,99€

Sinossi 

«Mi chiamo Flor, ho undici anni, e sono qui perché penso che mio padre ammazzerà mia madre». Gelsomina Settembre detta Mina, assistente sociale di un consultorio sottofinanziato nei Quartieri Spagnoli di Napoli, è costretta a occuparsi di casi senza giustizia. La affiancano alcuni tipi caratteristici con cui forma un improvvisato, e un po' buffo, gruppo di intervento in ambienti dominati da regole diverse dall'ordine ufficiale. Domenico Gammardella «chiamami Mimmo», bello come Robert Redford, con un fascino del tutto involontario e una buona volontà spesso frustrata; «Rudy» Trapanese, il portiere dello stabile che si sente irresistibile e quando parla sembra rivolgersi con lo sguardo solo alle belle forme di Mina; e, più di lato, il magistrato De Carolis, antipatico presuntuoso ma quello che alla fine prova a conciliare le leggi con la giustizia. Vengono trascinati in due corse contro il tempo più o meno parallele. Ma di una sola di esse sono consapevoli. Mentre Mina, a cui non mancano i problemi personali, si dedica a una rischiosa avventura per salvare due vite, un vendicatore, che segue uno schema incomprensibile, stringe intorno a lei una spirale di sangue. La causa è qualcosa di sepolto nel passato remoto. Il magistrato De Carolis deve capire tutto prima che arrivi l'ultima delle dodici rose rosse che, un giorno dopo l'altro, uno sconosciuto invia. Mina Settembre e gli altri sono figure che Maurizio de Giovanni ha già messo alla prova in un paio di racconti. In "Dodici rose a Settembre" compaiono per la prima volta in un romanzo. Sono maschere farsesche sullo sfondo chiassoso di una città amara e stanca di tragedie. Un mondo di fatica del vivere che de Giovanni riesce a far immaginare, oltre all'intreccio delle storie, già solo con il linguaggio parlato dai vari personaggi di ogni strato sociale: ironico, idiomatico, paradossale, immaginoso.
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Recensione: Le parole di Sara, di Maurizio De Giovanni

Recensione: Le parole di Sara, di Maurizio De Giovanni

Recensione: Le parole di Sara, di Maurizio De Giovanni

Libri Recensione di Davide Dotto. Le parole di Sara di Maurizio De Giovanni (Rizzoli). Torna la poliziotta in pensione Sara Morozzi, con un gruppo di lavoro fuori dagli schemi e dalle procedure: verità assai scomode da scoperchiare e un nuovo avversario camaleontico e pericoloso.

Ma vuoi spiegarmi come da qualche fotogramma sgranato e incomprensibile, voi, senza inviare nessuno sul campo e senza uno straccio di audio, avete la presunzione d’individuare il luogo del prossimo attentato?
[..]
Se avessimo avuto a disposizione un programma del genere ai nostri tempi, saremmo stati tentati di indirizzare gli eventi, invece di osservarli accadere.
Maurizio De Giovanni, Le parole di Sara
Nel recente romanzo di Maurizio De Giovanni, Le parole di Saraincontriamo di nuovo Sara Morozzi, poliziotta in pensione dopo essere stata in forze nei Servizi Segreti, in un’unità investigativa dedita alle intercettazioni ambientali. In tale contesto, insieme alla collega Teresa Pandolfi, ha perfezionato e affinato la lettura delle espressioni del volto, dei movimenti corporei, dei tic. Ha imparato a decifrare «le reali intenzioni dietro i giochi della finzione». È una dote che può rivelarsi scomoda, dato che le consente sin troppo facilmente, nel quotidiano, di leggere libri assai brutti.
Queste e altre abilità vengono messe a frutto in indagini compiute a margine delle vie ufficiali.


In Le parole di Sara di Maurizio De Giovanni torna un gruppo di lavoro fuori dagli schemi e dalle procedure, costituito da Sara, dall’eccentrico ispettore Davide Pardo, da Viola, la nuora dell’ex poliziotta.

Viola, vera outsider del gruppo e quindi esterna dai “rapporti gerarchici” di qualsiasi tipo, mette qua e là in luce l’ingegnosa intraprendenza che serve.
Teresa, la collega di un tempo, ora è coinvolta in prima persona per la scomparsa di Sergio Minucci, assistente universitario nonché stagista dell'unità investigativa che dirige.
Comprensibilmente in crisi, Teresa fatica a metabolizzare sentimenti e passioni di solito osservati a distanza, addestrata com'è a esprimerli col contagocce contraddicendo un’impervia e incontenibile impulsività.
Difficilmente può eguagliare l’amica Sara. Poco abituate a parlare, capaci di intuire le parole coperte dai rispettivi silenzi, entrambe hanno affrontato situazioni personali delicate, non ultima una comune solitudine, declinata però in modo differente. Il proprio vissuto, più o meno devastante, è in grado di rompere il prezioso involucro in cui si sono rintanate un po' per indole, un po' per ragioni professionali.

L’inchiesta, che assorbe energie e richiede attenzioni, non solo è un gioco più grande della vittima designata, ma appare presto più grande di tutti gli altri messi insieme.

Si percepiscono pressioni da alte sfere, di vertici compromessi con la criminalità organizzata. Le leve di comando non si sa bene nelle mani di chi siano e si fa strada – sottobanco – l’idea di una «industria criminale tesa a orientare l’opinione pubblica e a spostare il consenso».
Il tutto si ripercuote sui sistemi investigativi e sulla stessa unità speciale di ascolto e intercettazione. Acquisisce nuova luce l’antagonismo e la malcelata, reciproca diffidenza tra modalità di lavoro che, a conti fatti, potrebbero convivere efficacemente qualora operassero sullo stesso piano o in spazi appositamente assegnati. Invece serpeggia una «nota stonata», un certo «ronzio di fondo», una «vaga inquietudine» di incerta provenienza. Le tecniche di indagine tradizionali si scontrano con quelle d’avanguardia. Ciò che prima era una faccenda artigianale (e umana) ora viene affidata a scatola chiusa alle nuove tecnologie e a complessi e rassicuranti algoritmi. Provetti tecnici informatici navigano tra i social media, incrociano parole ricorrenti nell'universo caotico dei grandi numeri. Ciò è  in linea con budget sempre più scarsi e le esigenze di spending review.


In Le parole di Sara si parla, invero, di verità assai scomode da scoperchiare. 

Il registro del romanzo cambia radicalmente, inserendosi (con le dovute proporzioni) nel filone dei Bastardi di Pizzofalcone: l’avversario è camaleontico e pericoloso, esperto nell’arte di cavarsela e di rimanere a galla, arduo da combattere con strumenti ordinari. Si tratta di nemici al di fuori non solo dalla propria, ma di ogni portata.


Tuttavia al di fuori di ogni portata è pure il destino, come il caos che si vuole assecondare senza coglierne le implicazioni profonde:
Ma il destino – l’avresti dovuto prevedere – non sta là ad aspettare. Al destino piace scegliere e disporre da sé, senza lasciarsi influenzare dalla volontà delle persone.
Maurizio De Giovanni, Le parole di Sara
È questo, in fondo, il motivo per cui non esiste il delitto perfetto. Da qualsiasi parte ci si trovi non accadrà mai di prevedere tutto, qualcosa sfuggirà: e le divinità ora impotenti (perché osservano senza poter fare granché), prima o poi, nelle vesti di Ananke, ne approfitteranno.
Le parole di Sara contiene in coda il racconto Sara che aspetta, uscito nell'antologia Sbirre, sempre edita da Rizzoli.


Le parole di Sara

di Maurizio De Giovanni
Rizzoli
ISBN 978-8817109925
Cartaceo 16,15€

Sinossi
Due donne si parlano con gli occhi. Conoscono il linguaggio del corpo e per loro la verità è scritta sulle facce degli altri. Entrambe hanno imparato a non sottovalutare le conseguenze dell'amore. Sara Morozzi l'ha capito molto presto, Teresa Pandolfi troppo tardi. Diverse come il giorno e la notte, sono cresciute insieme: colleghe, amiche, avversarie leali presso una delle più segrete unità dei Servizi. Per amore, Sara ha rinunciato a tutto, abbandonando un marito e un figlio che ha rivisto soltanto sul tavolo di un obitorio. Per non privarsi di nulla, Teresa ha rinunciato all'amore. Trent'anni dopo, Sara prova a uscire dalla solitudine in cui è sprofondata dalla scomparsa del suo compagno, mentre Teresa ha conquistato i vertici dell'unità. Ma questa volta ha commesso un errore: si è fatta ammaliare dagli occhi di Sergio, un giovane e fascinoso ricercatore. Così, quando il ragazzo sparisce senza lasciare traccia, non le resta che chiedere aiuto all'amica di un tempo. E Sara, la donna invisibile, torna sul campo. Insieme a lei ci sono il goffo ispettore Davide Pardo e Viola, ultima compagna del figlio, che da poco l'ha resa nonna, regalandole una nuova speranza.

Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Recensione: Fancy Red, di Caterina Bonvicini

Recensione: Fancy Red, di Caterina Bonvicini

Recensione: Fancy Red, di Caterina Bonvicini

Libri Recensione di Paola Casadei. Fancy Red di Caterina Bonvicini, Mondadori. Un noir hitchcockiano, un thriller psicologico, una storia d’amore e di desiderio indomabile, un romanzo storico, dalle miniere in Angola alla guerra di Sarajevo, dalla storia del Koh-i-Noor ai Pink Panthers, alle aste invalidate in Argentina.

«I diamanti sono condannati a guardare da vicino la miseria estrema e la ricchezza estrema. Solo loro conoscono intimamente questi due opposti che non si toccano mai. Solo loro conoscono davvero il mondo. E non lo possono nemmeno raccontare.»
Fancy Red di Caterina Bonvicini, dopo una dedica che mi è piaciuta molto («Alle mie amiche scrittrici»), si apre con questa immagine: un uomo, a Lindos, in Grecia, in una notte d'estate si sveglia in una lussuosa camera da letto che non riconosce. Sente una goccia sulla mano, poi un’altra. Sono le lacrime di una ragazza vicino a lui, sul bordo del cuscino, che sta piangendo. Distesa a terra, un'altra donna. È sua moglie Ludovica, o meglio Ludò: morta. «Sei stata tu?» chiede alla ragazza. «No, sei stato tu» risponde lei. 
Lui, Filippo, fa il gemmologo per Sotheby’s. Si descrive in questo modo: 
«Sono un gemmologo, e lo sono per vocazione. Lo ero anche prima di studiare. Da piccolo smettevo di piangere solo se qualcuno mi dava una collana in mano. I grandi pensavano che a calmarmi fosse il movimento, l’ipnotica oscillazione.
Invece erano le pietre, mi bastava toccarle.
Mi piace guardarli, i diamanti, non possederli: quando ho infranto questo patto con loro, è cominciata la mia fine.»
Dopo la rivelazione da parte della ragazza accanto a lui, Isabel, Filippo non sa cosa pensare; non ricorda niente. Guarda sua moglie, Ludò, a terra nel suo sangue, al naso porta il solito rarissimo diamante rosso montato come un piercing. Nel panico, la prima reazione dell’uomo è quella di sbarazzarsi del cadavere. Con l’aiuto della ragazza, decide di buttare il cadavere della moglie in mare, assieme al suo prezioso piercing.

Ludò, per tutti, è annegata durante una nuotata. Un bigliettino scritto da lei lo conferma e rappresenta un ottimo alibi.

Filippo e Ludò si erano incontrati in un caveau. Lei, giovane, inquieta, ambigua, complicata, ribelle e molto ricca, figlia – adottiva – di un grosso finanziere milanese, si era presentata lì per vendere tutti i gioielli della madre che da poco aveva ereditato. Tutti tranne il Fancy Vivid Red al naso. Sei mesi dopo l’incontro, i due, diversi in tutto, si sposano e a modo si amano con grande passione, nonostante alcuni tradimenti, sempre dichiarati, da parte di Ludò. E viaggiano tanto; li vediamo in Grecia, a Lisbona, a Cuba, nelle Fiandre, in Argentina: Ludò, donna indomabile, è sempre in cerca di qualcosa
Il suo Fancy Vivid Red, un diamante raro, dalle peculiari sfumature di rosso che lo rendono praticamente un esemplare unico e riconoscibile, non è solo un piccolo ammasso di atomi di carbonio: quel diamante, che doveva essere stato sepolto in mare assieme alla sua proprietaria, diventa un vero protagonista quando, alcuni mesi dopo la vicenda, riappare.
Il caso viene riaperto. Il padre di Ludò non si dà pace. E i sensi di colpa investono Filippo. Ma davvero lui sarebbe stato capace di fare una cosa simile a sua moglie? E chi è davvero Isabel?
Cercando di darsi delle risposte, l’uomo trova delle lettere che lei gli aveva scritto senza mai dargliele e riesce poco a poco a scoprire chi era la sua Ludò, da dove nascevano certi suoi comportamenti e quali drammi ha attraversato nella sua breve vita.
A partire da quel momento ho guardato al romanzo con occhi diversi.

Non ho più letto Fancy Red di Caterina Bonvicini come un romanzo noir, perché ci ho trovato dentro altri generi, una storia d’amore, un romanzo storico, un romanzo di guerra. 

E tutto il contorno mi piaceva più del noir che ha dato il via alla storia. È come se la trama fosse una traccia lineare a cui tornare di tanto in tanto, mentre tutto intorno si aprono mondi laterali, e il lettore viene condotto in modo studiato al dramma delle miniere in Angola, alla guerra di Sarajevo, ai RUF in Sierra Leone, alla storia del Koh-i-Noor, ai Pink Panthers, alle aste invalidate in Argentina.
Da dove nasce un romanzo che contiene tanto all’interno?
Ho letto qualche intervista alla Bonvicini; pare che il titolo della prima parte, L’odore dolce della miseria, sia il titolo di un racconto che lei aveva scritto in precedenza. E che ha fatto bene ad approfondire. E in un’altra (rilasciata a Gli Scrittori della Porta Accanto, a cura di Silvia Pattarini, GSDPA), Caterina Bonvicini spiega che ogni romanzo non solo ha una genesi diversa, ma: 
[...] ha tante genesi diverse. Nemmeno l’autore riesce a ricostruirle tutte. Se cerco fra i miei motori, posso mettere insieme un’ossessione per Sarajevo che risale ai miei diciassette anni e l’incontro con una gemmologa capitato per caso due anni fa, un amore dell’adolescenza e il mio viaggio di nozze in Argentina. Tutto così. Fancy Red è nato ufficialmente dopo una delusione editoriale.


È proprio quell’ossessione per Sarajevo ha dato origine a una parte del romanzo che ho trovato particolarmente affascinante. Sono pagine intense, l’autrice deve aver letto tanto per conoscere e poter dare una simile testimonianza con tanta passione e precisione!

Infine la storia dei diamanti, di quelle pietre che si portano al dito ma che provengono dalla sofferenza di chi con le dita deve scavare nel fango per trovarli. 

Eppure, nonostante le condizioni di vita e di lavoro degli uomini che li cercano nelle miniere in condizioni disumane, il loro fascino resta invariato. Ho vissuto in Sudafrica, ho visitato le miniere di diamanti di Cullinan, vicino a Pretoria e conoscevo la storia del Cullinan, che Caterina Bonvicini fa raccontare a Filippo:
La storia del Cullinan mi è sempre piaciuta. Il 26 gennaio del 1905, il signor Frederick Wells, il responsabile della miniera sudafricana acquistata da Thomas Cullinan, rimuove con il suo coltello a serramanico una pietra che pesa più di mezzo chilo. Tutti pensano che sia solo un pezzo di vetro, invece è un diamante grezzo di tremila e centosei carati.
Ma come esistono spesso disparità economiche e sociali enormi al mondo, di certo non può esserne esente il mondo che gira intorno ai diamanti.

Ho trovato Fancy Red di Caterina Bonvicini un romanzo complesso e ricco, che vuole colpire e non lasciare indifferenti.

Ho apprezzato anche la nota finale dell’autrice, dove chiarisce molti punti sulle realtà di cui ha raccontato nel romanzo.
Nell’ultima piccola nota finale ci rivela di aver costruito il romanzo come un ottaedro (le otto facce triangolari diventano otto capitoli da tre paragrafi) perché è la struttura cristallina del diamante.
Io ho trovato utile l’informazione: una costruzione molto originale e diversa, come originale è questo romanzo.



Fancy Red

di Caterina Bonvicini
Mondadori
Giallo | Noir | Thriller
ISBN 978-8804702016
cartaceo 15,30€
ebook 9,99€

Sinossi
Lindos, Grecia. È una notte d'estate. Un uomo si sveglia in una lussuosa camera da letto che non riconosce. Sdraiata accanto a lui c'è una ragazza che sta piangendo. Distesa a terra, un'altra donna. È sua moglie Ludovica: morta. «Sei stata tu?» chiede alla ragazza. «No, sei stato tu» risponde lei. Lui è Filippo, fa il gemmologo per Sotheby's. L'incontro con Ludo risale a cinque anni prima: lei, giovane e ribelle, figlia di un finanziere milanese, vuole vendere tutti i gioielli della madre, appena ereditati. Tranne uno: un Fancy Vivid Red, il rarissimo diamante rosso che porta al naso, montato come un piercing. A Filippo i diamanti piace guardarli, non possederli, è la sua regola da sempre. Ma la infrange quando si innamora di Ludo e del suo Fancy Red. Lì comincia la sua fine. Nel giro di sei mesi lui e Ludo sono sposati. Si amano molto, di un amore geloso e passionale, fatto di tradimenti veri e presunti, in un gioco erotico che li porta ai quattro angoli del mondo, da Lisbona a Cuba, dalle Fiandre all'Argentina, alla ricerca dell'avventura perfetta. Di quella notte fatale in Grecia, Filippo non ricorda nulla. Sa solo che lui e la ragazza, nel panico, si sono sbarazzati del corpo, buttandolo in mare. Ludo, per tutti, è annegata durante una nuotata. Ma dieci mesi dopo il diamante ricompare e il caso viene riaperto. Il Fancy Red è tornato, come un fantasma destinato a perseguitare Filippo e a metterlo di fronte alle sue colpe. Può davvero essere stato lui a uccidere la donna che amava? E perché? Per gelosia? Quanto tempo ci vorrà prima che il padre di Ludo e la polizia lo scoprano? Chi è davvero la ragazza con cui lui e sua moglie hanno passato la notte? Fancy Red è un noir hitchcockiano, un thriller psicologico pervaso da una suspense costante, una storia d'amore il cui protagonista indiscusso è il desiderio, indomabile e capriccioso come Ludo e la sua pietra.

Paola Casadei

Paola Casadei
In origine farmacista e direttore tecnico di laboratorio omeopatico, ha lasciato Forlì per trasferirsi prima a Roma, poi a Montpellier, quindi per dodici meravigliosi anni in Africa (otto in Sudafrica e quattro in Mozambico), dove ha insegnato musica e italiano. Ora risiede a Montpellier con la famiglia.
L'elefante è già in valigia, Lettere Animate Editore.
Malgré-nous. Contro la nostra volontà, traduzione, Ensemble Edizioni.
Dal buio alla luce. Il bisso marino e Chiara Vigo, traduzione, Cartabianca Editore.
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Sbirre, di  Carlotto, De Cataldo e De Giovanni

Sbirre, di Carlotto, De Cataldo e De Giovanni

Sbirre, di  Carlotto, De Cataldo e De Giovanni - Recensione

Libri Recensione di Davide Dotto. Sbirre, di Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni, Rizzoli, 2018. Tre figure femminili impiegate nelle forze dell'ordine le cui vite si intersecano più di quanto si creda, tra ciò che sono state, sono e saranno nell'immediato futuro.

I tre racconti contenuti in Sbirre, di Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni, scavano nel profondo, lasciando emergere tre ritratti femminili per alcuni versi agli antipodi.
Il vicequestore Anna Santarossa e l'agente in congedo Sara Morozzi (protagonista del recente romanzo di De Giovanni Sara al tramonto) hanno lavorato dietro la scrivania, adempiendo in modo diligente alle proprie incombenze. Se hanno una pistola nella fondina, non hanno avuto motivo di usarla.


Ad Anna, ligia al dovere al punto giusto, sembra mancare quella marcia in più che le avrebbe permesso di raggiungere ulteriori vette. Sara ha perfezionato negli anni la capacità di leggere il labiale, le espressioni facciali, la postura, di  decifrare interi discorsi a distanza. Ha trascorso una vita ad affinare l'arte delle intercettazioni, fino a quando l'eccesso di tecnologia, di software all'avanguardia l'hanno disorientata. All'improvviso «si era sentita normale».


Sara Morozzi ha un passato segnato da una scelta di libertà accettata in tutte le sue implicazioni. 

Per  inseguire l'amore di una vita ha lasciato il marito e un figlio piccolo che, ormai adulto, non ha mai conosciuto. Il giudizio altrui la sfiora appena. 
Certe passioni, se si ha la fortuna di provarle, si riconoscono [...] Si può scegliere se essere sinceri e seguirle alla luce del sole, o vigliacchi e consumarle in segreto. Ma  a quelle passioni è impossibile rinunciare.
Lei osserva (e come osserva!), il suo giudizio non è meno spietato. In fondo ha pagato (e sta pagando) un conto salato, interessi e biasimo compresi. Nulla di diverso da ciò che in un altro fronte, il vicequestore Anna deve combattere.


Anna deve gestire un presente colmo di incognite, imprigionata tra le spire della mafia bulgara, e coinvolta nell'inchiesta che pregiudicherà l' esistenza e la carriera in polizia. 

Il magistrato che indaga è solerte nell'andare «a caccia di sbirri corrotti»«non è tipo da restare a mani vuote». Questo il prezzo della vita parallela alla quale si è votata, fuggendo alla routine, alla normalità di cui non si sentiva portata:
L’inquietudine che l’aveva portata a imboccare la strada sbagliata aveva radici lontane, finalmente l’aveva capito.

Il giovane commissario Alba Doria è di un'altra pasta, più spregiudicata e votata all'azione, determinata, con un futuro tutto da scrivere, non necessariamente nelle forze dell'ordine. 

Al contrario di Sara è a suo agio con le nuove tecnologie, (applicazioni keylogger incluse) che utilizza e sfrutta nel corso di un'indagine nei meandri della rete, social media e dark web. In sé riassume ben altri talenti rispetto a quelli che ci si aspetterebbe: una miscela di machiavellismo, di narcisismo unite a un pizzico di psicopatia che le consentono di affrontare un nemico a dir poco insidioso.
Sono figure di confine, le cui linee si intersecano più di quanto si creda, in bilico tra ciò che sono state, ciò che sono o diventeranno nell'immediato futuro.


Sbirre

di Massimo Carlotto, Giacarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni
Rizzoli
ISBN 978-8817101592
cartaceo 15,72€
Ebook 10,99€

Sinossi
Ci sono poliziotti che combattono il crimine e difendono la legge. A volte pagano con la vita. E ci sono poliziotti corrotti che tradiscono, diventando peggio dei peggiori banditi. Poi ci sono loro: le donne in divisa. Fragili e determinate, vittime e carnefici, le sbirre di questi racconti sono creature di confine, paladine mancate, guerriere comunque sconfitte, sedotte dal delitto, soggiogate dalla vendetta, in bilico tra bene e male. Il commissario Alba Doria indaga nel magma ribollente della rete telematica, tra le pieghe più segrete del dark web, laddove alligna l'odio che consuma il Paese. Il vicequestore Anna Santarossa è già passata dall'altra parte e vende informazioni alla mafia bulgara. Sara Morozzi legge le labbra della gente e interpreta il linguaggio del corpo. Ha i capelli grigi e un passato tra i ranghi di un'unità impegnata in intercettazioni non autorizzate: ora ha anche un conto da regolare. Dall'estremo Nordest di una frontiera selvaggia fino alla Napoli anonima di sobborghi e quartieri residenziali, passando per una Roma in cui davvero aprile è il più crudele dei mesi e la primavera ha smesso di riscaldare i cuori, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni raccontano l'Italia al tempo dell'illegalità globalizzata, delle fake news, del condizionamento di massa. Svelano le ossessioni, le paure e la privata ferocia di coloro che dovrebbero difendere l'ordine pubblico. Inaugurano una new wave della letteratura nera, in cui la donna non ha più nulla di fatale, ha rinunciato alle pose marziali della giustiziera e, lontana dall'eroismo inquirente, restituisce la cupezza di una realtà quanto mai controversa.

Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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