Gli scrittori della porta accanto
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Recensione: Io, Emanuela, di Annalisa Strada

Recensione: Io, Emanuela, di Annalisa Strada

Recensione: Io, Emanuela, di Annalisa Strada

Libri Recensione di Tamara Marcelli. Io, Emanuela, agente della scorta di Paolo Borsellino, di Annalisa Strada (Einaudi Ragazzi). Anche di fronte alla paura, legittima, ci si deve comportare da Uomini. Anzi, da Donne.

Io, Emanuela, di Annalisa Strada, racconta la storia di due sorelle, unite da un sogno, divise dal destino. Una nella sfortuna si è salvata, l'altra nella fortuna è perita. Una storia raccontata con estrema delicatezza, anche nei suoi aspetti più crudi e dolorosi, con un tatto e un pudore che rendono questo libro adatto ai bambini. Che dovremmo far leggere anche nelle scuole.
Due sorelle, una vita normale, una famiglia come tante altre in un piccolo centro di provincia. Su un'isola meravigliosa: la Sardegna. Un sogno, un bivio, il destino.
Un'altra isola all'orizzonte, tra le onde di un mare cavalcato da un traghetto stanco e arroventato dal sole. L'inquietudine, inspiegabile, la paura che poco a poco si fa strada, compagna scomoda di quella voglia di fare il proprio dovere.

Il bisogno di credere in quello che si fa, nella strada che si è scelta, anche se spesso, dolorosamente, la malinconia pervade lo spirito e la voglia di tornare indietro, a casa, si fa invadente. 

La forza di un carattere che non si lascia sopraffare, che spinge a guardare sempre oltre, a non dimenticare che anche di fronte alla paura, legittima, ci si deve comportare da Uomini. Perché la paura fa parte della vita, del gioco della vita, e rispettandola se ne può trarre una forza che non si credeva di avere. E che ogni sacrificio non è vano.
La vita a volte è strana, ma nella sua stranezza manda chiari messaggi, illumina il cammino, apre alcune porte. Non sempre finisce bene. Non sempre siamo noi a scegliere.
È così che la vita sembra una favola da leggere, che anche se sai come finisce la storia speri sempre fino all'ultimo che qualcosa cambi. Allora rallenti la lettura, assapori le parole, una dopo l'altra, ma l'angoscia aumenta. È la consapevolezza di quel che ci aspetta. La speranza non basta. La storia è già scritta. Anche se vorremmo cambiarla. Dare un'altra possibilità, un nuovo finale.


Perché specchiarsi nel baratro ci fa cadere dentro. E in fondo c'è solo la paura. 

Quel senso di impotenza che ci aspetta al varco e che, spesso, sembra toglierci il respiro. Che rischia di confonderci. Ma alla paura non puoi opporti. O impari a conviverci, oppure ti risucchia in un vortice senza ritorno. E non possiamo permettercelo, altrimenti spegneresti anche l'ultima fiammella di possibilità di salvezza.
Alcune storie purtroppo sembrano già segnate fin dall'inizio, anche se remiamo in un'altra direzione, la corrente ci porta altrove. Dove non vorremmo andare.
Uno strappo, come quando da un libro tiriamo via una pagina, violentemente, con forza, lasciando piccoli lembi attaccati a ricordarci cosa abbiamo perso. Così è la vita di questa donna, strappata agli affetti, ai suoi sogni, alla sua vita. Estirpata in un attimo, come erba giovane e vigorosa.
Un attimo, uno sguardo, il buio.
Rumore assordante, nubi di veleno e sangue, corpi come petali. Strappati. Lanciati lontano, irriconoscibili.
Una vita cos'è? Quanto vale?
Un senso, trovare un senso, che non c'è.
Il Male ci inghiotte come spuma di mare, ci rigurgita e ci disperde.
Cosa rimane di noi, delle nostre vite? Il ricordo. Il ricordo di chi ci ha amati, di chi ha letto in noi un senso, un insegnamento, una speranza, un esempio.

La vita può darci possibilità infinite per imparare il valore dell'esistenza umana, dei principi della Giustizia, del rispetto reciproco, dei sogni. 

Sta a noi comprendere e agire secondo questi valori, senza svendere le nostre anime al Male.
Ed è proprio questo che emerge dalle pagine di Io, Emanuela di Annalisa Strada, questo piccolo libro per ragazzi, ma che anche gli adulti dovrebbero leggere: il valore di una vita. Non una vita qualunque, una vita come tante altre sì, ma spesa per la giustizia, per quei valori fondanti della nostra civiltà. Una giovane vita con dei sogni, affetti, un forte senso della famiglia e amore per la propria terra, con quel senso del dovere che unisce persone tanto diverse. Che le rende in un attimo parte di una squadra.
Quando indossi una divisa non sai mai se tornerai a casa, lo speri ma non ne hai certezza. Ma la indossi lo stesso, con onore e convinzione. Diventa un rito, un modo per anestetizzare la paura e allontanarla da sé. Per allontanare la morte.
19 luglio 1992, domenica. Palermo, Via D'Amelio, ore 16:58.
Io, Emanuela, una donna della scorta del giudice Borsellino, io ci ho creduto fino alla fine, fino a che i miei occhi non hanno incrociato quella Fiat 126, parcheggiata troppo vicino all'ingresso, troppo a ridosso del marciapiede. Ci ho creduto fino alla fine, fino a che non mi hanno strappata e lanciata lontano, lontano da me. Fino a che il buio non ha fatto scendere il sipario sulla mia vita. Ci ho creduto. E' questo che gli altri ricorderanno di me.
Annalisa Strada, Io, Emanuela

Io, Emanuela

di Annalisa Strada
Einaudi Ragazzi
Young adult 12 + | Non-fiction
ISBN 978-8866563105
Ebook 4,99€
Cartaceo 10,45€

Sinossi

Emanuela Loi, assegnata alla squadra di scorta del giudice Paolo Borsellino, si aggiudicò il triste primato di “prima donna agente di polizia morta in servizio”.
Aveva 24 anni, un fidanzato, una famiglia unitissima e una volontà di ferro. Una carica di esplosivo ha fermato il suo sogno.
Questa è la storia degli ultimi mesi della sua vita.
Un romanzo appassionato, nato da una dettagliata ricerca di fonti per raccontare ai più giovani una pagina intensa e drammatica della nostra storia.




Per approfondire
"Novantadue", ed. Castelvecchi, antologia di saggi sull'anno che ha cambiato l'Italia.
Rai Storia, le donne nelle scorte.
Blu notte: Paolo Borsellino.


Tamara Marcelli
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Recensione: Prima o poi mi capisco, di Arianna Berna

Recensione: Prima o poi mi capisco, di Arianna Berna

Recensione: Prima o poi mi capisco, di Arianna Berna

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Prima o poi mi capisco di Arianna Berna (PubMe). Un romance che ci prende per mano e ci porta con sé per farci rivivere gli stessi palpiti di quando avevamo diciotto anni e tutto il futuro davanti.

Prima o poi mi capisco è una storia di crescita.
L’autrice, Arianna Berna, ci prende per mano per trasportarci nel delicato passaggio dall'adolescenza al mondo adulto; nel momento esatto del superamento di quel labile confine che differenzia le illusioni e i sogni dalla realtà e dall'affermazione dei propri progetti.
Prima o poi mi capisco è un titolo che rende bene la complessità dei mutamenti e delle incertezze di chi si sta schiudendo alla vita. Arianna Berna, assieme alla sua protagonista – Alessandra –, ci fa tornare indietro nel tempo al momento della nostra adolescenza. E noi ci ritroviamo nei suoi turbamenti, nelle sue prese di posizione, negli entusiasmi e nelle paure.

Perché siamo stati così anche noi, a quell'età: bozzoli di future farfalle, essenza non visibile del potenziale del futuro. 

Convinti delle nostre idee, spesso in continuo mutamento. Capaci di profonde contraddizioni ma incessanti speleologi del proprio io. Alla ricerca del senso della vita e di un riconoscimento che, spesso, si confonde con il bisogno di omologazione, con l’identificarsi in gruppi mantenendo però la propria individualità.
Alessandra, la protagonista, è piena di incoerenze, si agita nel suo vivere quotidiano con piglio da adulta nonostante le tante insicurezze. Passionale, testarda, incapace a definirsi davvero si impantana in innamoramenti senza futuro, in litigi tra migliori amiche, in corteggiamenti non ricambiati.
Alessandra sbaglia, inciampa, combina guai ma alla fine si rialza sempre. E continua a cercare la propria identità, il proprio posto nel mondo, il modo di chiarirsi le idee e i sentimenti su aspettative e desideri.

Alessandra ci rappresenta tutti.

E la sua storia è un po’ anche la nostra storia.
Così è impossibile non fare il tifo per lei e partecipare emozionati alle sue disavventure, scoperte, vittorie, sconfitte.
Alessandra ci prende per mano e ci porta con sé per farci rivivere gli stessi palpiti di quando avevamo diciotto anni e tutto il futuro davanti che, oltre a darci entusiasmo, ci faceva anche un po’ paura.
Prima o poi mi capisco di Arianna Berna è una bella storia, ben scritta.
La consiglio.


Prima o poi mi capisco

di Arianna Berna
PubMe
Young Adult | Romance
ISBN 978-8833662985
Cartaceo 13,99€
Ebook 2,99€

Sinossi 

Cosa c’è di più bello dell’ultimo anno di liceo? E con quanta ansia si attendono i fatidici esami di maturità? Alessandra non vede l’ora di leggere il proprio nome sui tabelloni affissi alle vetrate della scuola per capire se il suo sogno di andare all’università possa avversarsi o meno. Il giorno del verdetto, assieme a Leo, il suo più caro amico, incontra Marco, il ragazzo di cui è sempre stata stracotta, peccato che lui le preferisca Marzia, la sua migliore amica. Decisa ad andare oltre, Ale resta ammaliata dai modi gentili di Raffaele, il cugino maggiore di Marco e, a ridosso delle vacanze estive, le nuove coppie partono per una lussuosa crociera in Croazia. Sul panfilo dei cugini, Ale scopre di essere stata tradita, non solo dall’amica, che punta anche Raffaele, ma dai suoi stessi sentimenti. È in mare aperto, lontana da casa, quando capisce di essere innamorata di Leo… Leo che nel frattempo sta per trasferirsi lontano da lei…

Loriana Lucciarini
Impiegata di professione, scrittrice per passione. Spazia tra poesia e narrativa. Molte pubblicazioni self e un romanzo Il Cielo d'Inghilterra con Arpeggio Libero. È l'ideatrice e curatrice delle due antologie solidali per Arpeggio Libero, la prima di favole per Emergency Di favole e di gioia nonché autrice con la fiaba Si può volare senza ali e la seconda di 4 Petali Rossi – frammenti di storie spezzate, racconti contro il femminicidio per BeFree. È fondatrice e admin di “Magla-l'isola del libro”.
Una felicità leggera leggera, Le Mezzelane.
Ritrovarsi, Le Mezzelane.
Racconti di stelle al bar Zodiack, Le Mezzelane.
I legami dell'anima, PubMe Gli scrittori della porta accanto.
Doppio carico, Viaggio Maori Edizioni.


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Recensione: Fazzoletti rossi, di Roberta Marasco

Recensione: Fazzoletti rossi, di Roberta Marasco

Recensione: Fazzoletti rossi, di Roberta Marasco

Libri Recensione di Stefania Bergo. Fazzoletti rossi di Roberta Marasco (Piemme - Il Battello a vapore). Un romanzo sull'adolescenza ad ampio spettro che tocca diversi temi, soprattutto il rapporto conflittuale delle ragazze col proprio corpo, con un punto di vista efficace.


Non mi piace per niente che sia tutto segreto. Lo fa sembrare sbagliato. Come se dovessi vergognarmi. Mi fa sentire sporca.
[...] Mi piacerebbe arrivare a scuola domani e che le mestruazioni non fossero un segreto per niente, anzi, che fosse fortissimo averle, tanto che tutte andrebbero in giro con un fazzoletto rosso, tipo, per vantarsene.
Roberta Marasco, Fazzoletti rossi
Camilla ha tredici anni e «un vuoto a forma di mamma». Insieme al fratellino minore e al padre si trasferisce nella grande e lussuosa casa della nuova fidanzata di papà, che ha una figlia di poco più grande di lei. Ma non è facile, per una adolescente, affrontare una nuova vita, senza il supporto di una madre, proprio nel momento di evoluzione psicofisica di una ragazza che si affaccia all'età adulta e deve fare i conti con le sue prime mestruazioni.
Camilla è timida e non propriamente popolare. Noi adulti diremmo originale, gli adolescenti, che subiscono sulla loro pelle la discriminazione, si sentono invece semplicemente diversi, spesso sbagliati, e a volte subiscono veri e propri atti di bullismo fisico e psicologico.

Fazzoletti rossi di Roberta Marasco è un romanzo sull'adolescenza ad ampio spettro. 

Il tema principale è legato alle mestruazioni, certo, ma tratta molti argomenti estremamente attuali e delicati, riuscendo ad amalgamare tutto in una storia dalle svariate sfumature, narrate in modo fluido ed efficace, con un linguaggio pulito, adatto ai giovani lettori, essendo Fazzoletti rossi indirizzato ad un pubblico di adolescenti.
Si parla di bullismo, ad esempio, soprattutto di quello perpetrato sul web. Quanti casi di cronaca ci hanno raccontato di ragazzine – le più esposte alla gogna mediatica, sebbene non le uniche – vittime di cyberbullismo, finite sotto i riflettori per via di video condivisi in rete con o senza il loro consenso? E molto intuitiva ed efficace è stata la scelta del ruolo giocato dalla co-protagonista, Luna, meglio conosciuta, proprio sul web, come Lunatika, celebre tik toker alle prese con la mania di perfezione fisica che spesso determina scelte alimentari dannose. Il suo personaggio, così astutamente attuale, è di sicuro appeal tra i giovani – appena ho detto alla mia bimba di quasi dieci anni che una delle protagoniste è una tik-toker si è incuriosita, ha sentito che Fazzoletti rossi poteva parlare anche di lei, non solo di qualcuno inventato – e consente di trattare anche la ricerca ossessiva dell'approvazione mediatica attraverso like e follower e il delicato tema dei disturbi alimentari, facendolo scivolare quasi con nonchalance, come uno dei vestiti alla moda di Luna.
C'è spazio anche per relazioni problematiche coi genitori. Camilla, come dicevo, deve affrontare nuovi equilibri famigliari, un'assenza prepotente – si affaccia anche il tema del dolore legato alla perdita –, e una presenza invadente, quella della matrigna e della sorellastra. Luna, concentrata sulla sua apparenza stereotipata, si deve invece misurare con una mamma femminista, che grida nelle piazze ma che ha messo da parte la sua passione per il disegno per dar modo al compagno di seguire la propria, che lo porta dall'altra parte del mondo.

Non è semplice parlare ai ragazzi di problematiche della loro età senza sembrare degli adulti facili alle ramanzine. Roberta Marasco è riuscita a mettersi dalla loro parte, a parlare la loro lingua.

Si tuffa nelle sfaccettature della pubertà e dell'adolescenza raccontandole quasi casualmente mentre racconta la storia di Camilla, di Luna e dei loro coetanei. Si tratta di ragazze e ragazzi con sensibilità e vite  differenti, «ognuno col suo viaggio, ognuno diverso». E tutto viene riferito con un punto di vista adolescenziale, così come è giusto che sia: valutare col senno di adulti maturi le pulsioni degli adolescenti che si affacciano alla vita non fa altro che aumentare la distanza tra genitori e figli; mettersi nei loro panni – noi possiamo farlo, loro no – ci aiuta a capirli e quindi, se serve, ad aiutarli.
Il fil rouge – non a caso, rosso – che lega l'intera trama, è comunque il rapporto conflittuale delle ragazze con il proprio corpo. Con un corpo che cambia, come accade col menarca, con il senso di vergogna e di sporco di cui, da sempre, le mestruazioni si macchiano. Con un corpo che assurge alla ossessiva perfezione, che appare così come gli altri lo vogliono, dettando legge nell'intimità del prossimo. Con un corpo che seduce e provoca, nella mente dei ragazzi, e che quindi è colpevole dei loro comportamenti sgradevoli.

Ma poi le ragazze di Fazzoletti rossi fanno pace col loro corpo. Fanno pace con se stesse e scoprono la sorellanza.

Il risvolto finale di Fazzoletti rossi l'ho trovato commovente. Tutto trova il suo spazio, si riduce l'entropia, come se fosse inevitabile. E ogni ragazza, proprio sfruttando la propria peculiarità, contribuisce alla svolta. La rivoluzione dei fazzoletti rossi ha la potenzialità di uscire dalle pagine del romanzo creando un legame con i giovani lettori – non solo ragazze, è una lettura senza pregiudizi –, facendo cadere il velo di omertà che ancora oggi, in modo del tutto anacronistico, copre le mestruazioni. Ma non solo. Mi ripeto, le mestruazioni sono solo un aspetto. Non è un romanzo che parla solo alle e di ragazze. Parla di prese di posizione chiare, di lotta a comportamenti discriminatori o insalubri per il singolo, dettati solo da una superficialità di gregge che rischia di trascinare con sé troppi dei nostri ragazzi. Isolare le mele marce e far sentire la propria sana voce collettiva è possibile, non è solo il lieto fine di un romanzo. Basta un tratto distintivo per aiutare a riconoscersi. Ad esempio un fazzoletto rosso.

Fazzoletti rossi

di Roberta Marasco
Piemme - Il Battello a vapore
Young adult
ISBN 978-8856674712
Cartaceo 12,75€
Cartaceo 6,99€

Sinossi

Camilla ha tredici anni e un vuoto a forma di mamma che la accompagna ovunque. Quando il padre decide di andare a vivere con la fidanzata, si ritrova anche una sorellastra, che per tutti è Annina, ma per lei è solo l'odiosa Anastasia. Luna ha un papà che vive a migliaia di chilometri di distanza per studiare i leoni marini (o forse erano elefanti?) e una mamma femminista sfegatata che passa il tempo nel suo studio a disegnare. Ma Luna è anche Lunatika, la tiktoker da milioni di visualizzazioni che le ragazzine adorano e che si è guadagnata la mitica coroncina. Quando Camilla e Luna si ritrovano nella stessa classe, non hanno niente in comune, anzi, a fatica si rivolgono la parola. Ma il giorno in cui un imbarazzante video di Camilla che parla delle sue prime mestruazioni diventa virale, tutto cambia. E la solidarietà tra ragazze si rivela più forte di ogni differenza.


Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, PubMe Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Recensione: Antigone sta nell'ultimo banco, di Francesco D'Adamo

Recensione: Antigone sta nell'ultimo banco, di Francesco D'Adamo

Recensione: Antigone sta nell'ultimo banco, di Francesco D'Adamo

Libri Recensione di Stefania Bergo. Antigone sta nell'ultimo banco di Francesco D'Adamo (Giunti). «L’Antigone è la storia di come bisogna sempre fare quello che è giusto, quello che è il nostro dovere morale. E di come è difficile fare questa scelta.»

Questo è il secondo libro che leggo di Francesco D'Adamo. Antigone sta nell'ultimo banco è tra le nuove uscite di questo mese e mi ha subito attratto, per il titolo e per la copertina. La sinossi mi ha convinto ad acquistarlo.


Il romanzo, adatto a giovani lettori dai dieci, dodici anni in su, racconta la storia di Jo la Peste. Una ragazzina come tante, non propriamente omologata al gruppo, un po' irascibile. Vive con papà Francesco, che chiama per nome, e con suo fratello maggiore detto Pelù. Frequenta l'ultimo anno delle medie e ha la passione del teatro. Ignora completamente il suo compagno di banco, ovviamente nell'ultima fila in fondo, che ha perennemente il cappuccio della felpa calato sugli occhi, per non vedere, anzi, per non essere visto. Eppure con lui ha moltissimo in comune.

Lo spettacolo da mettere in scena a fine anno scolastico è l'Antigone di Sofocle. 

Conoscete la storia? È una tragedia che narra di Antigone che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, sfidando la sua legge che ritiene ingiusta. Chiede aiuto alla sorella Ismene che però si tira indietro per timore della punizione.
Lei vorrebbe interpretare Antigone, ovviamente, quella coraggiosa, fiera, risoluta. Giusta.
Adoravo quella parte perché mi faceva sentire giusta, coraggiosa, fichissima, cioè tutto quello che non ero nella realtà.
Francesco D'Adamo, Antigone sta nell'ultimo banco
Perché la verità è che tutti ammiriamo Antigone e vorremmo essere come lei, protagonisti di prese di posizione coraggiose, impopolari. Ma «L’Antigone non è solo la storia di una ragazza ribelle. È anche la storia di come bisogna sempre fare quello che è giusto, quello che è il nostro dovere morale. E di come è difficile fare questa scelta». Perché in fondo, pur detestandola, siamo tutti Ismene: ci spaventa sfidare il pensiero comune e l'autorità per inseguire un ideale di giustizia, «siamo tutti vili, cosa ti credi?».

Giugno non è solo sole caldo ed esami di fine anno scolastico. È anche il periodo della raccolta dei profumati meloni, del Popolo del Fiume.

Un gruppo di braccianti, per lo più immigrati clandestini, senza documenti – e quindi senza diritti, secondo una disumana equazione – che si accampa sull'Argine Grande, vivendo in baracche di fortuna, per lavorare nei campi, sotto il sole a picco, in condizioni disumane, vittime di un caporalato senza scrupoli. Su di loro si sprecano parole, indifferenza, insofferenza, giudizi. E si scopre che il paese dove vive Jo è popolato da zombi che condividono le stesse idee senza nemmeno capirle fino in fondo o chiedersi se siano giuste o sbagliate. Ciò che avverte Jo è un'imperante, immotivata intolleranza.
Francesco D'Adamo ancora una volta utilizza un'efficace allegoria: zombi e impregnante nebbia aliena per parlare ai giovani lettori – ma anche ai più grandi – di razzisti, lobotomizzati da un'esasperata propaganda, e intolleranza, che impedisce di vedere oltre la coltre grigia della credenza popolare spesso sapientemente ispirata.

Un giorno d'estate, mentre c'è chi prepara uno spettacolo teatrale, un esame, o scende al Fiume per un bagno ristoratore, c'è chi sotto il sole muore di fatica.

Viene ritrovato un Ragazzo senza identità scritta, riverso sull'Argine Grande. Morto di fatica, dirà l'autopsia fatta da Francesco, il padre di Jo. Per un incidente, afferma invece, pubblicamente, il sindaco. Nulla si deve sapere, perché altrimenti il Popolo del Fiume diventerebbe una vittima – della sorte, del caporalato, dell'inumanità. Eppure Jo, malgrado sul palco si senta determinata come Antigone, nella realtà non riesce a difendere dalle maldicenze e dalla rabbia il nome di suo padre, che coraggioso sfida pubblicamente l'autorità per dare sepoltura, a spese del comune, al giovane Ragazzo senza nome. È allora che comprende le parole della sua insegnante di recitazione: «anche Ismene un giorno potrebbe diventare Antigone».

Basta solo che qualcuno dia il buon esempio nella direzione opposta alla nebbia aliena, per dissolverla nello stesso modo in cui le è stata data origine. 

A volte è l'atto plateale di uno in mezzo a molti, altre volte la protesta anonima ma altrettanto determinata – e determinante – di un graffito sul muro. Sta sempre e comunque a noi scegliere da che parte stare, chi ascoltare e seguire. E c'è sempre modo di ravvedersi, quando ci si accorge di essersi sbagliati.


Dopo Il muro, ancora una volta Francesco D'Adamo è riuscito a trovare il giusto espediente narrativo per veicolare efficacemente il suo messaggio e farlo arrivare anche ai giovani lettori: non ci è chiesto necessariamente di dare il buon esempio, basta essere in grado di discernere quello giusto da seguire quando siamo chiamati a farlo.

Antigone sta nell'ultimo banco

di Francesco D'Adamo
Giunti
Young adult | Narrativa per l'infanzia 12+
ISBN 978-8809875067
Cartaceo 11,90€
Ebook 8,99€

Sinossi

In una cittadina del Nord, benestante e conformista, un po' noiosa, ogni anno all'inizio dell'estate arrivano i braccianti clandestini per lavorare alla raccolta dei meloni, una delle ricchezze della zona. Quasi tutti neri, malmessi, vengono da qualche parte dell'Africa. Li chiamano Quelli del Fiume perché vivono accampati sotto l'Argine Grande, in baracche improvvisate. In paese non li vuole nessuno: sono sporchi, rubano, danno fastidio alle donne: così si dice. Che lavorino e basta. Nel caldo soffocante di un giugno particolarmente torrido un ragazzo del Popolo del Fiume viene trovato morto. Si dice che abbia avuto un incidente mentre stava scappando dopo un furto, o che sia rimasto coinvolto in una rissa con altri clandestini, o che sia tutta una storia di droga. Intanto il corpo del ragazzo giace all'obitorio, senza nome, senza esequie: non spetta a noi occuparcene, dice il Sindaco, non è dei nostri. A provare dolore e pietà pare che siano in pochi: Jo la Peste, vivace, anticonformista, di pessimo carattere; il misterioso Cat Fly che di notte con le bombolette spray riempie i muri del paese di graffiti. Nel frattempo, i ragazzi della scuola media stanno per mettere in scena l'Antigone di Sofocle come saggio di fine anno. Può una recita teatrale diventare realtà?


Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Recensione: Da quando ho incontrato Jessica, di Andrew Norriss

Recensione: Da quando ho incontrato Jessica, di Andrew Norriss

Recensione: Da quando ho incontrato Jessica, di Andrew Norriss

Libri Recensione di Stefania Bergo. Da quando ho incontrato Jessica di Andrew Norriss (Il Castoro Edizioni). Un romanzo breve che parla di solidarietà e inclusione contrapposte a bullismo ed emarginazione, di suicidio, di adolescenti che cadono nel «Baratro», della necessità di una comunicazione empatica per salvarli.

Da quando ho incontrato Jessica di Andrew Norriss è un romanzo young adult, pensato per giovani – come lo sono i protagonisti – lettori ma adatto anche agli adulti, per la densità di messaggi intrisi nella trama. Anzi, forse la voce dei diretti interessati, i loro veri pensieri, le emozioni che li stravolgono, sono quello che spesso manca per provare l'empatia necessaria per essere loro di aiuto in certi casi, come ci racconta l'autore...
Ma andiamo con ordine.
Chi è Jessica? È presto detto: è il fantasma di una ragazzina morta da circa un anno. Come? Non se lo ricorda. Sa solo che per qualche motivo deve tornare tutte le sere all'ospedale dove è stato portato il suo corpo e aspettare che qualcuno le dica cosa fare, come «andare avanti».
Un giorno, nel cortile della scuola, sceglie di sedersi sulla panchina di fianco a Francis, un ragazzino solitario. Inaspettatamente, dopo tanta solitudine, Francis la vede e comincia a comunicare con lei. E ne nasce subito un'amicizia che pare far bene ad entrambi.

Francis è un ragazzino diverso, fuori dai soliti schemi entro cui la società tende a incasellare le persone. 

A Francis piace la moda, ha un progetto ambizioso: nella soffitta di casa sta creando una collezione invidiabile per raccontare la storia della moda dal secolo scorso ai giorni nostri. Una collezione indossata da bambole – presumibilmente tipo Barbie – sedute sui numerosi scaffali della stanza. Francis è bravo, ci sa fare davvero, la sua passione lo accompagna da quando aveva quattro anni, ha sempre avuto le idee chiare. Prima che lo diate per scontato, Francis non è gay, anzi, il libro non fa mai riferimento alla sua sessualità. Perché non ha importanza e perché Andrew Norriss probabilmente vuole spezzare le rigide pareti di un altro stereotipo: non è un assioma matematico che un ragazzo creativo con la passione per stoffe e abiti sia anche omosessuale. Si tratta esclusivamente di una passione artistica e solo su questa ci si dovrebbe concentrare per rendersi conto di quanto speciale sia Francis. Eppure, ahimè prevedibilmente, a scuola viene preso in giro, in particolare dal bulletto della classe.

Ma Francis non è il solo a vedere e sentire Jessica. Proseguendo con la narrazione, entrano in scena altri personaggi, altri diversi.

Andi è la figlia dei vicini di casa, anche lei messa sul bordo dell'insieme sociale dei normali, in bilico sul «Baratro». È una ragazza tarchiata, con ispidi capelli rossi e un temperamento tutt'altro che accomodante, anzi, senza dubbio violenta con chi osa deriderla proprio per il suo aspetto, si contrappone allo stereotipo della ragazza alta e snella, con una corporatura da lottatore e una buona dose di sciatteria. Che hanno in comune Francis e Andi? La diversità e Jessica. E un altro dettaglio che verrà svelato solo più in là.
E con Roland?, ragazzo decisamente sovrappeso che ha deciso di chiudere il mondo fuori dalla sua stanza e immergersi nello schermo del suo prestate computer. Anche lui comunica con Jessica, anche lui è tenuto ai margini, spinto dalle prese in giro di bulli insensibili. Anche lui con lo stesso dettaglio in comune.

È Roland, che comunica col web meglio che con le persone, a trovare dettagli su Jessica e a dare delle risposte alle sue domande.

Non è un giallo, Da quando ho incontrato Jessica, non si rischia di rovinare il finale, svelando quali siano queste risposte, lo so. Ma lo stesso non voglio addentrarmi oltre nella trama. Del resto, è un romanzo che si legge in una giornata, comodamente seduti a bordo piscina, come ho fatto io.
Lasciate solo che vi dica che si tratta di un libro che parla di temi estremamente delicati, ma lo fa calandoli in una trama decisamente indovinata, con  semplicità e disinvoltura, senza l'ambizione di insegnare, solo son l'intento di rappresentare uno spunto su cui riflettere, un ragionevole dubbio che, in fondo, una via d'uscita ci sia sempre. Parla di diversità e inclusione, di bullismo – nelle scuole, ponendo anche l'accento sul rilevante ruolo dei presidi nella lotta a questa comune realtà – e depressione. Di empatia – in alcuni momenti mi ha ricordato il film Inside out, quando Gioia cercava di sollevare il morale a Bing bong semplicemente minimizzando il suo dolore ed esortandolo a reagire divertendosi, mentre Tristezza riesce nell'intento semplicemente mettendosi dalla sua parte, ascoltando con empatia, facendogli intendere di sapere esattamente come si sentisse.
«È strano, non trovate», disse Roland, «che quando stai così, il fatto che la gente sia gentile con te non ti aiuta in nessun modo? Tu sai che ti vogliono aiutare, sai che stanno cercando si aiutarti, eppure è come se fossero in un altro mondo. Non hanno idea di come ti senti realmente. Né di che cosa fare».
Andrew Norriss, Da quando ho incontrato Jessica

Da quando ho incontrato Jessica di Andrew Norriss parla dei nostri ragazzi, delle loro difficoltà nell'essere accettati, del nostro continuo ripetere loro che essere diversi è una ricchezza. Ma le nostre sono parole di chi vive in un altro mondo.

Non sappiamo davvero che significhi essere diversi, adolescenti e frequentare una scuola dove l'omologazione mette al riparo dalle cattiverie dei bulli, dalle maldicenze, mentre si vorrebbe solo essere «come gli altri». E se gli adulti non trovano le parole giuste, ci mette in guardia Andrew Norriss, dovrebbero rivolgersi a chi lo sa fare di professione, perché non è semplice comunicare con chi pensa che il suicidio sia una soluzione.
«E tu puoi anche provare a fare finta che vada tutto bene. [...] tutto questo fingere è così sfiancante, che alla fine ti trovi esausto e l'unica cosa che vuoi davvero è fermarti. Fermare tutto.»
Andrew Norriss, Da quando ho incontrato Jessica
Nel romanzo, i tre adolescenti realizzano che parlare con i propri coetanei, aprirsi, aiuta a rendersi conto che avere delle ombre, essere sul «Baratro», è un sentire molto più comune di quanto si pensi, perché le difficoltà della vita sono, ahimé, molteplici. L'importante è riuscire ad «andare oltre», per non perdersi tutto il bello che può venire dopo.
Comprensione, empatia, inclusione, solidarietà, comunicazione, lotta alle varie forme di bullismo e agli stereotipiDa quando ho incontrato Jessica è un romanzo sostenuto anche da Amnesty International proprio per i valori che promuove. E ci ricorda che basta una mano tesa per evitare un salto che sembra «l'unica via possibile», da cui però non si torna più indietro.

Da quando ho incontrato Jessica di Andrew Norriss

Da quando ho incontrato Jessica

di Andrew Norriss
trad. C. Valentini
Il Castoro
Young Adult | dai 12 anni
ISBN 978-8869661297
Cartaceo 12,66€

Sinossi

Quando Francis e Jessica si incontrano, è amicizia a prima vista. Francis non ha paura di mostrarle i suoi segreti, e a Jessica non sembra vero di avere finalmente un compagno di avventure. C'è solo un piccolo particolare: Jessica è un fantasma. Ma è davvero così importante? Be', forse non lo è, ma di sicuro è divertente. Perfino l'ora di matematica passa più in fretta se la tua migliore amica invisibile ti passa le risposte. Presto però si scopre che Francis non è il solo a vedere Jessica, e altri amici si uniscono a lui, dando vita a un trio - o meglio, a un quartetto - tanto unito quanto improbabile. Perché proprio loro? Che cos'hanno in comune? E perché Jessica non ricorda nulla della sua morte?


Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Recensione: Con una rosa in mano, di Antonio Ferrara

Recensione: Con una rosa in mano, di Antonio Ferrara

Recensione: Con una rosa in mano, di Antonio Ferrara

Libri Recensione di Stefania Bergo. Con una rosa in mano di Antonio Ferrara (Feltrinelli). La storia dell'eroe inconsapevole di piazza Tienanmen in un romanzo breve per giovani lettori. Uno dei NO più potenti della storia.

Era il 4 giugno 1989 quando un ragazzo, tuttora sconosciuto, si oppose ai carro armati cinesi inviati dal Partito Comunista per sgomberare piazza Tienanmen dai manifestanti, quasi tutti studenti.
Quel giorno, i morti furono centinaia, l'oppressione vinse, e vince anche oggi, grazie all'oscurantismo che la Cina sta facendo, vietando la memoria di quel giorno. Ma noi non possiamo dimenticare. La foto di un ragazzo con due borse di plastica che, da solo, si oppone all'avanzata dei cingolati semplicemente restando fermo è intatta come allora. Una prova di coraggio e di ribellione civile. Perché, anche se la protesta finì nel sangue, pose un riflettore sulla repressione del governo cinese in tema di diritti umani e libertà di espressione: censura e manipolazione dell'informazione sono all'ordine del giorno in Cina, che oggi sfrutta anche gli algoritmi dei social media per ricercare parole chiave tra i post degli utenti.

Con una rosa in mano di Antonio Ferrara è un romanzo breve per giovani lettori che racconta la storia di quelle proteste studentesche in piazza Tienanmen. 

In particolare narra di Wang, figlio di contadini, che dalla campagna si trasferisce a Pechino per studiare matematica. Un ragazzino di sedici anni come tanti, abituato a non pensare, a non avere desideri, a imparare lezioni a memoria senza farsi domande. Diventerà un simbolo di ribellione, un eroe inconsapevole senza averlo mai voluto, forse senza nemmeno realizzarlo.
Antonio Ferrara ci regala quasi un romanzo di formazione, perché nel corso della narrazione Wang cresce, si evolve la sua coscienza sociale. Viene coinvolto dai suoi compagni di corso nelle proteste contro il governo comunista e l'oppressione, ma inizialmente non comprende il loro ardore. Di sicuro non ne vorrebbe far parte, lui, dicevamo, non ha sogni, sta bene così, non avverte la gabbia che gli sta intorno, preferisce non sapere di diritti calpestati.
Xu disse che sua madre, in ospedale, ne vedeva tante, ogni giorno. Vedeva le donne che per forza dovevano abortire perché avevano già un figlio, e più di uno non ne potevi avere. [...] Io stavo zitto e pensavo: Questi sono matti, veramente matti, io non ho nessuna voglia di finire in prigione, proprio no. [...] mi girai dall'altra parte e feci finta di dormire.
Antonio Ferrara, Con una rosa in mano

Ma poi Wang si innamora di una ragazza, Sue, che, al contrario, non ha alcuna intenzione di farsi imbavagliare dal sistema.

[...] mi pareva strano che una ragazza parlasse come un capo.
Antonio Ferrara, Con una rosa in mano
E così si aggrega a un gruppo di studenti che per settimane bivacca in piazza Tienanmen — «gli studenti erano là perché volevano cambiare le cose storte della Cina [...] e volevano farlo senza le armi» –, maturando lentamente un sentimento sociale cosciente:
«Voglio cambiare, voglio capire quello che succede intorno a me mentre succede, non dopo.»
[...] «Non so se ce la faremo, Wang» attaccava Lu, «ma almeno avremo dimostrato che si può alzare la testa»
Antonio Ferrara, Con una rosa in mano
I ragazzi del suo gruppo vengono tutti uccisi. Anche Sue. Non prima di aver urlato, insieme a tutta la piazza, un «NO da far tremare i vetri delle finestre di tutte le case di Pechino». Anche lui grida il suo NO, anche se si sente un vigliacco, anche se ha paura. Diviene eroe inconsapevole, senza nemmeno volerlo essere. Affronta i carro armati con in mano una borsa di pere rubate dai frutteti nelle campagne. Lo fa non per coraggio, ma per resa: una volta rimasto solo, non ha più nulla da perdere.
E mentre fronteggia il nemico con il suo NO, incrocia i suoi occhi, gli occhi di chi sta dall'altra parte e deve eseguire degli ordini. E se il vero coraggio fosse la disobbedienza a quegli ordini?


Su questo si interroga Antonio Ferrara, questa la sua interpretazione dei fatti di piazza Tienanmen di trent'anni fa racchiusa in Con una rosa in mano.

A mio avviso efficace e mirata a scuotere le coscienze dei tanti che ritengono di non poter fare nulla in quanto singoli individui senza particolari velleità da eroe – «un giovane cosa può fare? Mica può cambiare il mondo». Ed è curioso che mia figlia proprio ieri mi abbia chiesto che senso avrebbe "disobbedire", ribellarsi a ciò che non condividiamo, se abbiamo una sola voce, chi ci ascolterà?
La verità è che il mondo ha bisogno di eroi inconsapevoli che diano il buon esempio, che raggruppino le voci in un unico coro di NO. E non necessariamente debbono stare sulla stessa sponda del fiume, basta che abbiano lo stesso rispetto per i diritti umani e la certezza di volerli difendere.
Tutti pensano che il coraggioso sia stato io, ma quel giorno ero impazzito, ecco, ero pazzo. Ma lui sapeva bene quello che faceva e, anche se alla radio gli avevano ordinato di passarmi sopra col suo carro [...], lui decise in un momento che non lo avrebbe fatto, che non poteva farlo.
Antonio Ferrara, Con una rosa in mano


Con una rosa in mano

di Antonio Ferrara
Feltrinelli
Romanzo breve | Young Adult
Cartaceo 8,50€
Ebook 6,99€

Sinossi

Wang trascorre la sua infanzia nella campagna cinese. Si studia, si zappa la terra, si va al fiume a lavarsi, si beve il tè alla luce del tramonto. Quando il padre muore, Wang ha sedici anni e si trasferisce a Pechino per studiare matematica. Si impegna, viene istruito secondo i canoni della Rivoluzione culturale e ne scopre le atrocità. Mentre tra i giovani serpeggia aria di cambiamento e protesta, Wang si innamora di Sue, ma sia in amore sia sul piano politico è debole, timoroso, conservatore. "Un vigliacco", lo accusano i suoi compagni di stanza. In facoltà le assemblee diventano sempre più frequenti, la protesta inizia a suonare come un tamburo in piazza Tienanmen. Wang, trascinato da Sue, partecipa alle manifestazioni, ma come molti altri coetanei non è pienamente consapevole delle ragioni per cui sta prendendo parte alla rivolta. Lui è quello che va negli orti pubblici a rubare le pere per tutti gli altri. Poi il governo reagisce, in piazza arriva l'esercito, cominciano gli incendi.


Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Recensione: Il Muro, di Francesco D'Adamo

Recensione: Il Muro, di Francesco D'Adamo

Recensione: Il Muro, di Francesco D'Adamo

Libri Recensione di Stefania Bergo. Il Muro di Francesco D'Adamo (DeA). Una crepa sul muro dei pregiudizi e della paura che separa sempre un noi da un loro, un libro da leggere coi bambini dai dieci anni in su.

Sto leggendo molti libri dedicati ai lettori più giovani, in questo periodo. Un po' perché ho poco tempo da dedicare alla lettura e non vorrei trascinarmi per settimane un libro, un po' perché sto investendo sul futuro di mia figlia, che di anni ne ha nove, e mi piacerebbe crearle una piccola biblioteca di storie che lascino il segno, che la facciano riflettere.
Ho appena finito di leggere Il Muro (DeA), di Francesco D'Adamo. Un titolo che mi ha attratta subito.
Il Muro.
I muri che si sollevano tra noi e gli altri, senza che nemmeno che ne accorgiamo.
Era comparso un mattino, uscendo all'improvviso dalle brume della notte, tanti anni prima. Aveva rotto le tenebre ed era là, immenso.
Francesco D'Adamo, Il Muro
Un muro nero, liscio, senza appigli o brecce. Come ce ne sono tanti.

C'è chi i muri li costruisce e chi li vuole attraversare.

Inizia così, il racconto di Francesco D'Adamo, con la piccola Teresa, di dodici anni, che vuole attraversare il muro e andare Di Là. Scritto maiuscolo, sì. Perché Di Là è il Paradiso, un luogo di cui si narra, dove tutti sono felici e sereni, in cui si lavora e si viene ripagati equamente, si hanno diritti e opportunità – il che non dovrebbe essere prerogativa del Paradiso, ma del Mondo intero, no? Anche se nessuno sa veramente come sia Di Là. Ciò che sanno è che non sarà difficile trovare qualcosa di più. Perché dove vive Teresa ora, c'è «un accidenti di niente», spesso mancano anche i diritti, la libertà. E i genitori, gli adulti, lo sanno bene che se vogliono dare un futuro ai loro figli li devono caricare sul Tren de la muerte e spedirli Di Là, oltre il Muro – o magari oltre il Mare...

Non è difficile capire a quale muro di riferisca Francesco D'Adamo, lo suggeriscono anche i nomi ispanici dei bambini protagonisti del romanzo.

Teresa, quella determinata e coraggiosa, che vuole andare oltre il Muro per ritrovare sua sorella Consuelo, partita l'anno prima e di cui non si hanno più notizie. Pato, un bambino di sei anni con un curioso berretto da giovane marmotta, spelacchiato e fuori luogo, nel deserto, che vuole andare Di Là a cercare Batman per portarlo al suo villaggio a combattere contro i cattivi, contro le ingiustizie, come faceva il suo papà, che però ora è sparito. Pedro Uno e Due, fratelli, spediti oltre il Muro dalla famiglia, in cerca di fortuna per loro stessi e per chi è rimasto all'Inferno. Màrquez, che porta il nome del grande scrittore, perché Cent'anni di solitudine è tutto ciò che gli ha lasciato in eredità suo padre, un minatore, prima di morire di lavoro. Coyote – un vero coyote – che racconta a Teresa – sì, lei parla con alcuni animali, li sente – di dover andare Di Là per raggiungere la sua compagna che ha attraversato il Muro in cerca di un posto sicuro dove mettere al mondo i loro cuccioli.
Gli ingredienti ci sono tutti, i riferimenti alle tante storie di migranti sono evidenti. Ma Francesco D'Adamo fa anche di più. Aggiunge alla sua storia magia e mistero – una nonna sciamana, ad esempio –, aggiunge la fantasia dei bambini, il loro bisogno di supereroi, in modo non solo da rendere Il Muro una lettura adatta ai giovani lettori, dai dieci anni in su, ma anche di presentarci le loro percezioni della realtà: la fiducia dei più piccoli, il disincanto dei più grandi.

Francesco D'Adamo narra questa storia con un linguaggio semplice ma estremamente efficace, ricco di immagini e sensazioni.

E lo fa con intelligenza e imparzialità. Perché non c'è solo la storia di Teresa, il suo punto di vista – che poi è quello di chi cerca di attraversare il muro per andare Di Là. C'è anche il punto di vista di Màrquez, che Di Là non ha mai voluto andare, pur abitando vicinissimo al Muro, perché la sua libertà se l'è creata da solo, perché ci si è accomodato dentro. E c'è anche il punto di vista di Signore, che il Muro lo deve controllare e difendere, seduto nella stanza dei bottoni, a fissare monitor e dare ordini a soldati e macchine. Perché gli hanno detto di presidiare il muro, è il suo lavoro.
Chi lavorava nella Sala di Controllo non era pagato per farsi domande o avere scrupoli. Doveva difendere la Sicurezza.
Francesco D'Adamo, Il Muro
Ci sono anche gli Sciacalli, nel racconto, quelli che guidano il Tren de la muerte e convincono le madri a dare loro tutti i risparmi, quelli di una vita, magari raccolti da famiglie intere, per garantire ai figli un futuro – «Dacci tuo figlio, lo metteremo sul Tren, lo porteremo Di Là, diventerà ricco». Ammaliatori, criminali, che guidano il treno nel deserto, un carico di vita di cui non si curano, perché a loro interessano solo i soldi. Poco importa se le condizioni dei bambini a bordo sono disumane, poco importa se sui tetti dei vagoni si muore di freddo di notte e ci si brucia la pelle di giorno, poco importa se non c'è cibo, né acqua. L'importante è portare forza lavoro a basso costo laddove certi compiti non vengono svolti, perché troppo faticosi o sporchi – «Dicono che puzziamo e facciamo troppa cacca ma hanno bisogno di noi, per tosarci e sfruttarci». Perché c'è anche questo, nel libro di Francesco D'Adamo: la denuncia di chi sulla disperazione della gente ci marcia, ancora una volta acutamente da più punti di vista.

Ma chi vive Di Là dal Muro – o dal Mare –, come vede i disperati che cercano di attraversarlo?

La verità – Teresa lo sapeva bene, non era sciocca – era che chi viveva Di Là – in Paradiso – non voleva straccioni stranieri tra i piedi. Per questo avevano alzato il Muro e lo difendevano a fucilate.
Francesco D'Adamo, Il Muro
Eppure, malgrado vogliano difendere con i Muri il loro Paradiso, quelli «mica sembrano felici», come osserva il piccolo Pato, intriso di sogni di giustizia nelle mani di un supereroe, accorgendosi solo alla fine che i veri supereroi non portano certo maschere ed eccentrici costumi.
Il mondo si divide sempre tra chi è di qua e chi è di là. E non sempre i muri sono veri e propri confini, non sempre sono monoliti che si estendono a perdita d'occhio – a volte sono distese d'acqua, porti chiusi. Quelli più invalicabili cono i muri che costruiamo con i nostri comportamenti, con il pregiudizio, con la paura di perdere ciò che abbiamo, compresi i sogni, alimentata da chi questa paura cerca di sfruttarla a proprio favore. Del resto il Muro è piatto, liscio, uguale su ogni lato, equo. Separa e basta. Chi può dire chi siano i veri prigionieri, se chi sta da un lato o dall'altro. L'unica certezza è che certi muri vanno abbattuti. Ma come?
Non voglio dire di più, non voglio svelarvi l'epilogo, perché Il Muro di Francesco D'Adamo ha una buona dose di suspense da non rovinare. Leggetelo con i vostri figli più piccoli o fatelo leggere a quelli adolescenti. Sarà una crepa su quel Muro.

Il Muro

di Francesco D'Adamo
DeA
Young Adult | Narrativa per l'infanzia 12+
ISBN 978-8851163082
cartaceo 11,81€
ebook 6,99€

Sinossi

Esiste un Muro, una barriera così alta che è impossibile vederne la cima. Un Muro che cresce, allungandosi di giorno in giorno. Un muro di pregiudizi, bugie e parole non dette. Non si sa bene che cosa ci sia dall'altra parte. In tanti hanno provato a oltrepassarlo, nessuno è mai tornato per raccontarlo. A Márquez, invece, non è mai interessato scoprire cosa c'è oltre il Muro: lui ha un cavallo, un fucile e tutta la libertà che può desiderare. Ma la mattina in cui conosce Teresa le cose cambiano. Perché Teresa ha due grandi occhi neri a cui è difficile resistere. E le idee chiare. Vuole andare Di Là e salvare sua sorella, che è partita mesi prima sul Tren de la muerte e non ha più fatto sapere nulla di sé. Insieme a Teresa c'è Pato. Pure lui non ha dubbi, anche se ha solo sei anni: è praticamente certo che dall'altra parte del Muro ci sia Batman, l'eroe di Gotham City, e vuole trovarlo per chiedergli di salvare il suo villaggio. Infine c'è Coyote, che si unisce al gruppo per trovare qualcosa per cui valga la pena di lottare: la sua compagna, i suoi cuccioli, la vita. Comincia così un viaggio che porterà Teresa, Márquez e i loro improbabili compagni a scoprire il valore dell'amicizia e della libertà. Dalla penna dell'autore di "Storia di Iqbal", un romanzo attuale, una metafora sul mondo di oggi e sulla paura dell'altro: perché quando la paura cresce può diventare una barriera invalicabile.



Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Recensione: Mio fratello rincorre i dinosauri, di Giacomo Mazzariol

Recensione: Mio fratello rincorre i dinosauri, di Giacomo Mazzariol

Recensione: Mio fratello rincorre i dinosauri, di Giacomo Mazzariol

Libri Recensione di Claudia Gerini. Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol (Einaudi). Un libro che stupisce, commuove, diverte e fa riflettere, da cui sarà presto tratto un film.

Mio figlio frequenta la prima liceo e la sua professoressa di italiano gli consiglia molti libri da leggere. Tra i tanti Mio Fratello Rincorre i Dinosauri di Giacomo Mazzariol, edito da Einaudi, mi ha molto incuriosito.
Prima di tutto ha catturato la mia attenzione la storia dell’autore. Giacomo Mazzariol è molto giovane, classe 1997, ed è diventato famoso per un video girato con suo fratello Giovanni, The Simple Interview. Suo fratello Giovanni è nato con la sindrome di Down, ha insomma un cromosoma in più. Il video in poco tempo diventa virale ed è da questo che poi nasce anche l’idea del libro.
Giacomo cresce in una famiglia già di per sé numerosa, è il secondo di tre figli, unico maschio tra due sorelle. Un giorno riceve la notizia della gravidanza inaspettata della madre. Il figlio in arrivo, comunicano i genitori ai tre bimbi già elettrizzati dalla notizia, sarà un maschio.

Giacomo inizia a fantasticare su come sarà il futuro fratello e cosa potrà fare con lui. 

Ma le sue fantasie vengono sconvolte da una nuova notizia che i genitori gli comunicano: il fratello sarà un po’ speciale, avrà un cromosoma in più. Avrà bisogno di attenzioni speciali e di tanto amore.
Nella fantasia di Giacomo il futuro fratello si trasforma in un supereroe con tanto di mantello e poteri. Ma ben presto, dopo la nascita di Giovanni, Giacomo si accorge che non sarà niente di tutto questo. Anzi, con lui non potrà mai fare le cose che si era immaginato di poter fare, come costruire una casa sull’albero o fare la lotta. Giovanni vive in un mondo tutto suo, fatto di libri e dinosauri.
Giacomo, in piena adolescenza, non solo non capisce le esigenze del fratello ma finisce quasi per far finta che non esista. Durante gli anni delle scuole medie, infatti, non rivela a nessuno di avere un fratello. Con il passare del tempo, però, Giacomo riscopre il fratello e costruisce un rapporto solido con lui.

Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol, scritto in prima persona, è un susseguirsi di episodi e pensieri personali. 

Scritto con un linguaggio semplice e giovanile è diretto e di lettura scorrevole. L’ho letto velocemente, desiderando di arrivare alla fine per vedere se la storia di Giacomo e Giovanni aveva o no un lieto fine. Ci si sente un po’ parte di questa famiglia che risulta essere uguale a tante altre, magari anche alla nostra. Un libro che rispecchia un pezzo di realtà. Mio figlio l’ha letto in prima liceo ma lo consiglio decisamente a tutti perché è una storia semplice, di sentimenti veri, a volte buoni a volte cattivi, ma proprio per questo così reali.


Mio fratello rincorre i dinosauri

di Giacomo Mazzariol
Einaudi
Young Adult
ISBN 978-8806239060
Cartaceo 10,20€
Ebook 7,99€

Sinossi
Hai cinque anni, due sorelle e desidereresti tanto un fratellino per fare con lui giochi da maschio. Una sera i tuoi genitori ti annunciano che lo avrai, questo fratello, e che sarà speciale. Tu sei felicissimo: speciale, per te, vuol dire «supereroe». Gli scegli pure il nome: Giovanni. Poi lui nasce, e a poco a poco capisci che sí, è diverso dagli altri, ma i superpoteri non li ha. Alla fine scopri la parola Down, e il tuo entusiasmo si trasforma in rifiuto, addirittura in vergogna. Dovrai attraversare l'adolescenza per accorgerti che la tua idea iniziale non era cosí sbagliata. Lasciarti travolgere dalla vitalità di Giovanni per concludere che forse, un supereroe, lui lo è davvero. E che in ogni caso è il tuo migliore amico. Con Mio fratello rincorre i dinosauri Giacomo Mazzariol ha scritto un romanzo di formazione in cui non ha avuto bisogno di inventare nulla. Un libro che stupisce, commuove, diverte e fa riflettere.
Insomma, è la storia di Giovanni, questa. Giovanni che ha tredici anni e un sorriso piú largo dei suoi occhiali. Che ruba il cappello a un barbone e scappa via; che ama i dinosauri e il rosso; che va al cinema con una compagna, torna a casa e annuncia: «Mi sono sposato». Giovanni che balla in mezzo alla piazza, da solo, al ritmo della musica di un artista di strada, e uno dopo l'altro i passanti si sciolgono e cominciano a imitarlo: Giovanni è uno che fa ballare le piazze. Giovanni che il tempo sono sempre venti minuti, mai piú di venti minuti: se uno va in vacanza per un mese, è stato via venti minuti. Giovanni che sa essere estenuante, logorante, che ogni giorno va in giardino e porta un fiore alle sorelle. E se è inverno e non lo trova, porta loro foglie secche. Giovanni è mio fratello. E questa è anche la mia storia. Io di anni ne ho diciannove, mi chiamo Giacomo.
Dallo stesso autore, è ora disponibile, il nuovo romanzo Gli squali.


Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
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Recensione:  La scatola dei bottoni di Gwendy, di Stephen King e Richard Chizmar

Recensione: La scatola dei bottoni di Gwendy, di Stephen King e Richard Chizmar

Recensione:  La scatola dei bottoni di Gwendy, di Stephen King e Richard Chizmar

Libri Recensione di Stefania Bergo. La scatola dei bottoni di Gwendy di Stephen King e Richard Chizmar (Sperling & Kupfer). Un romanzo breve adatto anche ai lettori più giovani. Più che un horror, il racconto psicologico di quello che a tratti pare un esperimento sociale.  

Ogni volta che scendiamo a Bari dai nonni di Emma abbiamo come tappa fissa almeno un'incursione alla Feltrinelli. Io faccio il pieno di libri, sempre troppo pochi, Emma sceglie un libro e un gioco creativo. E torniamo entrambe a casa contente!
Questa volta volevo a tutti i costi acquistare un romanzo di Stephen King, di cui ammetto contrita di non aver mai letto nulla prima d'ora. Ma l'horror non è decisamente il mio genere letterario preferito, così ho optato per un libro meno aggressivo, almeno per iniziare in sordina un esordio che avrebbe dovuto aver luogo molto, molto prima. Mi sono lasciata ispirare dalla sinossi e dalla copertina — ebbene sì, ho giudicato il libro dalla copertina — e ho infilato nel cestino La scatola dei bottoni di Gwendy, edito da Sperling & Kupfer. Solo dopo mi sono resa conto si tratta di una collaborazione, di un romanzo scritto a quattro mani da Stephen King e Richard Chizmar. Non so se sie stata la scelta migliore per iniziare a leggere il Re. In ogni caso, il libro mi è piaciuto e l'ho trovato, contrariamente a molte recensioni, coinvolgente.


La mia intenzione di evitare l'horror raffinato ma pur sempre spaventevole di Stephen King mi ha condotto all'altro estremo. Salvo un paio di scene e parolacce, potrei classificare La scatola dei bottoni di Gwendy addirittura come un libro young adult. 

Salvo le suddette parti, infatti, che comunque si snocciolano verso la fine, mentre lo leggevo pensavo addirittura di farlo leggere alla mia bimba di otto anni e mezzo. Oltre alla storia, a metà tra il racconto lungo e il breve romanzo di formazione, anche l'impaginazione è adatta ad un pubblico molto giovane: le pagine hanno una cornice tutt'attorno e i caratteri utilizzati sono grandi.
La scatola dei bottoni di Gwendy racconta una storia bizzarra che alla fine implode su se stessa, ma senza fare rumore. Gwendy, ragazzina complessata che passa l'estate a faticare su e giù per la scalinata dei suicidi — ripida e stretta — per dimagrire e non essere più derisa, incontra al parco un uomo misterioso, in ombra, con uno strano cappello, che mi ha fatto pensare al Dr. Facilier del Principe Ranocchio della Disney. Si siedono su una panchina e lui le consegna una scatola, facendole capire di averla "osservata" a lungo prima di decidere di affidarla proprio a lei. È una scatola dei bottoni, ma non nel senso che contiene bottoni da cucire sugli abiti, come pensavo. Si tratta di pulsanti da premere. O da non premere.
L'uomo la inclina per mostrarle i piccoli bottoni sopra, sei in gruppi di due e uno alle estremità. Otto in totale. Quelli appaiati sono verde chiaro e verde scuso, giallo e arancione, blu e viole. Gli altri due sono uno rosso e uno nero. C'è anche una levetta per lato e una specie di feritoia nel mezzo.


La scatola dei bottoni che Richard Farris consegna a Gwendy è un rompicapo senza soluzione.

L'uomo dà una superficiale spiegazione del significato dei bottoni, lasciando intendere a noi lettori che in fondo Gwendy sappia già in realtà tutto, come quelle certezze inspiegabili, quelle intuizioni che spesso abbiamo. A cosa servono i bottoni? Non c'è che dire, un pulsante da premere è ipnotico, suggestivo, un antistress. Ma se non sapessimo cosa accade lontano da noi premendo quel pulsante saremmo ancora così rilassati nel farlo? E se si trattasse di una catastrofe?
Stephen King e Richard Chizmar giocano su questo, sulla sospensione del dubbio del lettore, che continua a leggere nell'avida curiosità di trovare una spiegazione, almeno all'ultimo capitolo. Quello che viene invece descritto, è la vita di Gwendy nei successivi dieci anni, la sua maturazione, da goffa ragazzina insicura con occhiali spessi e voti mediocri, a splendida giovane donna, atletica, intelligente, sicura di sé perché colleziona successi su successi, dallo sport al college. Dalla scatola impara presto a trarre il meglio: dei cioccolatini che la saziano e dei dobloni d'argento che la sostengono economicamente. Ma non solo. La scatola dei bottoni pare essere un porta fortuna per lei e la sua famiglia, una sorta di protezione dalle avversità. Ma è davvero così?

La scatola dei bottoni di Gwendy di Stephen King e Richard Chizmar a tratti pare il racconto di un esperimento sociale.

Cosa accade se a qualcuno si danno le migliori condizioni in cui crescere e lo si responsabilizza facendogli comprendere che non sia un atto dovuto ma una fortuna? Probabilmente quel qualcuno diventerà una persona di successo, sicura di sé, stimolata a migliorarsi in ogni dettaglio, senza l'ansia di prestazione, ma quasi come un atto riconoscente per tanta fortuna ricevuta.
C'è anche una piccola parte "horror" — che poi così horror non è —, altrimenti non potrebbe definirsi un romanzo di Stephen King, ma La scatola dei bottoni di Gwendy è sostanzialmente un bel romanzo psicologico, intrigante, che si legge in poche ore — io l'ho letto nel viaggio in treno di ritorno da Bari —, consigliato anche ad un pubblico di giovanissimi. Probabilmente chi ama il King più oscuro non sarà affatto del mio avviso, ma io l'ho trovato piacevole e non così banale come sembra.


Non lo ritengo un vero e proprio battesimo di King, il mio. Mi lascerò consigliare da qualche amica sulle prossime letture, non appena avrò terminato un altro libro che mi ha tratto in inganno con la grafica di copertina ma che sono felice di aver acquistato: Il mistero dei tre quarti di Sophie Hannah, di cui vi parlerò presto.

La scatola dei bottoni di Gwendy

di Stephen King e Richard Chizmar
Sperling & Kupfer
Romanzo psicologico | Young Adult
ISBN 978-8820064334
cartaceo 15,21€
ebook 9,99€

Sinossi
Gwendy Peterson ha dodici anni e vive a Castle Rock, una cittadina piccola e timorata di Dio. È cicciottella e per questo vittima del bullo della scuola, che è riuscito a farla prendere in giro da metà dei compagni. Per sfuggire alla persecuzione, Gwendy corre tutte le mattine sulla Scala del Suicidio (un promontorio sopraelevato che prende il nome da un tragico evento avvenuto anni prima), a costo di arrivare in cima senza fiato. Ha un piano per l'estate: correre tanto da diventare così magra che l'odioso stronzetto non le darà più fastidio. Un giorno, mentre boccheggia per riprendere il respiro, Gwendy è sorpresa da una presenza inaspettata: un singolare uomo in nero. Alto, gli occhi azzurri, un lungo pastrano che fa a pugni con la temperatura canicolare, l'uomo si presenta educatamente: è Mr. Farris, e la osserva da un pezzo. Come tutti i bambini, Gwendy si è sentita mille volte dire di non dare confidenza agli sconosciuti, ma questo sembra davvero speciale, dolce e convincente. E ha un regalo per lei, che è una ragazza tanto coscienziosa e responsabile. Una scatola, la sua scatola. Un bell'oggetto di mogano antico e solido, coperto da una serie di bottoni colorati. Che cosa ottenere premendoli dipende solo da Gwendy. Nel bene e nel male.



Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, Gli scrittori della porta accanto Edizioni (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Recensione: Sogniamo più forte della paura, di Saverio Tommasi

Recensione: Sogniamo più forte della paura, di Saverio Tommasi

Recensione: Sogniamo più forte della paura, di Saverio Tommasi

Libri Recensione di Claudia Gerini. Sogniamo più forte della paura di Saverio Tommasi (Sperling & Kupfer). Una favola moderna, la storia di un’adolescente e della sua strampalata famiglia.

Aspettavo di leggere questo libro dal giorno della sua uscita nelle librerie. L'opportunità di acquistarlo è arrivata il giorno in cui Saverio Tommasi lo ha presentato al Museo Piaggio di Pontedera, a due passi da casa mia. Così ho avuto modo di conoscere in anteprima la storia e i personaggi da lui raccontati in Sogniamo più forte della paura, edito da Sperling & Kupfer, e quando ho iniziato a leggerlo mi sembrava già di conoscerli tutti come dei vecchi amici.
Saverio Tommasi lo ha definito una favola moderna e in effetti gli elementi che rimandano al genere letterario della favola ci sono tutti.

In Sogniamo più forte della paura si racconta la storia di un’adolescente e della sua strampalata famiglia. 

Filadelfia è una ragazzina che come tante si ritrova a dover affrontare situazioni e a vivere emozioni tipiche di una ragazza di sedici anni. Timida e introversa cerca di non farsi notare dagli altri per paura di confrontarsi con loro. A volte si sente inadeguata, inopportuna. Ma in realtà è il mondo intorno a lei che molte volte è sbagliato. Filadelfia ha una famiglia come se ce ne sono tante: una mamma, un babbo assente troppo preso dalla sua nuova vita per accorgersi della figlia, un nonno, vero pilastro della famiglia, al quale la ragazzina si rapporta per affrontare le prove della vita, e una gatta parlante. Quello che manca a Filadelfia sono degli amici. La scuola non è di certo l’ambiente ideale per intrecciare rapporti, la società in cui vive tende anzi a voler dividere gli individui e a isolare chi appare più debole o diverso dallo standard che la società stessa ha deciso sia la normalità.
Nonostante tutto, Filadelfia conosce Mario con il quale riuscirà a instaurare un’amicizia prima e un tenero amore poi.

Filadelfia vive in un mondo grottesco dove a farla da padrone c’è una fabbrica che dà lavoro a tanta gente ma che allo stesso tempo inquina e rovina la natura intorno a lei. 

Tutti vivono una vita standardizzata, schematizzata e chi osa alzare un po’ la voce o semplicemente dire la sua viene emarginato o addirittura fatto sparire. 
Il nonno è il personaggio che preferisco in questa storia. Forte, determinato, qualche volta risulta essere strampalato ma è assolutamente positivo e rivoluzionario, quel tanto che basta per cercare di ribaltare un destino ormai scritto. Il nonno è il miglior amico di Filadelfia, colui al quale la ragazzina chiede consigli e il solo a cui dia ascolto. Il loro rapporto è amore puro. 
E il nonno aspettò senza una spiegazione, senza un motivo se non il fatto che glielo aveva chiesto la nipote [….] E in quei sessanta secondi Filadelfia pensò che quella, forse, sarebbe stata l’ultima volta in cui il nonno l’avrebbe tenuta in collo, perché lei aveva sedici anni e il nonno già tante rughe.
Come in tutte le favole che si rispettino ci sono i buoni e i cattivi. I cattivi sembrano avere il sopravvento ma… alle volte con i sogni e con un pizzico di fortuna le cose possono anche cambiare.


Sogniamo più forte della paura di Saverio Tommasi è un libro che a prima vista può sembrare semplice ma che, andando avanti con la lettura, diventa complesso e articolato sia per gli argomenti trattati che per gli spunti di riflessione che cela dentro di sé. 

Durante la lettura sono diventata Filadelfia, il nonno, Mario a seconda dei sentimenti che riusciva a trasmettermi. Decisamente consigliato a chi non ha paura di sognare e di combattere, a chi sogna un mondo migliore e a chi pensa, come il nonno, che prima di giudicare qualcuno bisogna cambiare prospettiva almeno quattro volte.


Sogniamo più forte della paura

di Saverio Tommasi
Sperling & Kupfer
Young Adult
ISBN 978-8820066260
Cartaceo 14,36€
Ebook 9,99€

Sinossi
Capita di rado di rendersi conto dell'ultima volta in cui si fa qualcosa. L'ultimo gelato dell'estate, l'ultimo abbraccio a un amico che poi muore o parte, l'ultima canzone che poi la serata finisce. Quando ancora vedeva le rondini volare in cielo a primavera, Filadelfia non sapeva che sarebbero state le ultime. Poi più niente. E neanche libellule, lumache, pesci nel fiume. Perché il mondo si era fatto grigio e sporco. Filadelfia ha sedici anni. Altissima, magra, cento soprannomi che le hanno rifilato i bulli della scuola, si è appena trasferita in una nuova città, in cerca di altri colori e di giorni meno difficili. Perché, nonostante tutto, ci prova a sognare più forte. È così che le ha insegnato suo nonno, che sa tante cose e sembra venuto, più che da un'altra epoca, da un altro pianeta. Lui, questo mondo in cui non ci si saluta più per risparmiare sulle parole e si ringhia davanti a una tastiera, non lo riconosce più. E non si dà pace per quegli alberi spogli e quel fiume logoro per gli scarichi della fabbrica di Ilvo, il principale imprenditore della zona. Il giorno in cui il nonno sparisce, tocca a Filadelfia mettersi alla sua ricerca. E si troverà a fare molto più di questo. Si batterà per salvare tutto ciò in cui crede, senza sapere se ce la farà, ma non avendo altra scelta che provarci. Una favola moderna che con ironia, dolcezza e un tocco di magia ci invita a non perdere la speranza di poter cambiare questo mondo malconcio.



Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
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