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Recensione: I love Tokyo, La Pina

Recensione: I love Tokyo, La Pina

Recensione: I love Tokyo, La Pina

Libri Recensione di Andrea Pistoia. I love Tokyo. Viaggio nella capitale del Sol Levante con La Pina e la colonna sonora di Emiliano Pepe, di La Pina (Vallardi): «La Pina si racconta e dice la sua su tutto ciò che ha visto in questi anni, dando un punto di vista sempre onesto, sincero, leggero e divertente, soprattutto emozionante e romantico, di questa città, nazione e popolo».

Chiariamo subito: I love Tokyo non è un diario di viaggio né un romanzo né una guida. È il resoconto di ciò che La Pina, la famosa speaker radiofonica di Radio Deejay, ha appreso in 43 viaggi a Tokyo.
Ma andiamo con ordine.

I love Tokyo incomincia spiegando le basi dell'organizzazione del viaggio nel Sol Levante.

Da come preparare la valigia a cosa metterci dentro, da quando comprare i biglietti aerei ai vantaggi di andarci a seconda della stagione, da come affrontare il volo aereo al jet lag, dalle zone migliori dove dormire (con tanto di test) al tipo di alberghi che si possono trovare, da cosa e come mangiare (con disegni annessi) ai mezzi di trasporto per spostarsi a Tokyo, da come interagire con i giapponesi alle differenze tra i vari bagni (compreso il famoso "wc tecnologico"), dai problemi col bancomat e carte similari all'abbigliamento fantasioso, estremo e bizzarro dei giapponesi (focalizzandosi soprattutto su certi usi e costumi dei nipponici a noi familiari in quanto entrati nel nostro immaginario di “figli di manga e cartoni animati”).
Senza contare che La Pina c’insegna anche parole curiose e interessanti (quali: waku waku, ryokan, konbini, bento e ofuro).
Infine, conclude il libro con un programma da lei stilato per ammirare in 7-8 giorni il più possibile e il meglio di Tokyo e dintorni.

Ma altre peculiarità rendono unico questo libro, ad esempio è arricchito dalla colonna sonora composta da suo marito, Emiliano Pepe, ascoltabile inquadrando il QR a ogni inizio capitolo.

Non solo, ma ci sono anche disegni, vignette e foto fatte da La Pina (e da chi ha viaggiato con lei) nonché interventi del marito, amici e colleghi che sono stati in ferie a Tokyo o che ci hanno addirittura vissuto e che danno la loro personale opinione su questa città e sul mondo giapponese.
Tutto ciò alleggerisce ancor di più l'atmosfera del libro e al tempo stesso fornisce informazioni e spiegazioni utili a chi vuole conoscere questo misterioso mondo.

Ma la vera protagonista resta sempre La Pina: si racconta e dice la sua su tutto ciò che ha visto in questi anni, dando un punto di vista sempre onesto, sincero, leggero e divertente ma soprattutto emozionante e romantico di questa città, nazione e popolo.

Non si perde in chiacchiere inutili ma dà continui e dettagliati consigli su come affrontare questa esperienza e godersi nel miglior modo possibile il viaggio. Lo fa con uno stile semplice, chiaro e con trovate stilistiche che rendono il libro ancor più piacevole, simpatico, scorrevole e interessante. In pratica ci fornisce tutto il necessario per comprendere quanto Tokyo sia una città tutta da scoprire e come i giapponesi abbiano mille sfaccettature fuori dall'ordinario ma soprattutto siano così lontani da noi occidentali da risultare in alcuni frangenti persino buffi.
Concludo confidandovi che, dopo aver letto questo libro, mi è venuta una gran voglia di visitare Tokio e, più in generale, il Giappone. E credo che questo sia lo scopo prefissato da La Pina scrivendolo: incuriosire il lettore al punto da indurlo a preparare subito i bagagli e partire. E, detto tra noi, con me il suo obiettivo è stato raggiunto!


I love Tokyo
Viaggio nella capitale del Sol Levante con La Pina e la colonna sonora di Emiliano Pepe

di La Pina
Vallardi
Memoir di viaggio
ISBN 978-8869873522
ebook 9,99€
cartaceo 32,00€

Quarta

Se non siete mai stati in Giappone, se ci siete già andati mille volte, se Tokyo è il vostro sogno nel cassetto, se non ve ne potrebbe fregare di meno, QUESTO LIBRO FA PER VOI.

La cosa che La Pina ama di più nella vita, dopo suo marito, è il Giappone.
Ci va da quando era ragazzina e nei suoi molti viaggi ha visto tanto e imparato ancora di più. È qui per condividerlo con noi.

SIETE PRONTI A EMOZIONARVI?

«I love Tokyo è una canzone d’amore. L’amore mio per il Giappone e per questa città in particolare. Mettere piede a Tokyo è un flash, perché è come entrare nei cartoni animati che guardavamo da piccoli. Le divise alla marinaretta, i dolcetti, le scritte fluo, le ragazze carine, i ragazzi timidi… È tutto esattamente così!
Sono stata in Giappone quarantatré volte. Ho deciso di scrivere questo libro perché in questi anni ho fatto da madrina ai viaggi di amici e amiche. Ho disegnato loro centinaia di mappe sui tovaglioli dei ristoranti, ho consigliato dove fare shopping, indicato le strade dove perdersi, i parchi dove riposarsi e, stremata all’idea di dover continuare a farlo, ho detto ‘Ok, lo faccio una volta per tutte!’. Ma l’ho fatto anche per me. Per dare un ordine, anche se mio, a tutto quello che questo posto mi ha dato. E poi perché Tokyo se lo merita.
Più di Tokyo amo solo Emi, mio marito. A lui ho chiesto di comporre la musica per questa canzone d’amore.
Con I love Tokyo potrete organizzare il vostro primo viaggio, visitare la città senza muovervi dal divano o ritornarci, ricordarla, rivedere sotto altri punti di vista questa meravigliosa capitale asiatica. Vi chiedo solo una cosa: trattatemela bene e amatela come la amo io. I love Tokyo!»
La Pina

La colonna sonora di Emiliano Pepe e contenuti speciali video accessibili via QR Code.



Andrea Pistoia
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Recensione: Le coordinate della felicità, di Gianluca Gotto

Recensione: Le coordinate della felicità, di Gianluca Gotto

Recensione: Le coordinate della felicità, di Gianluca Gotto

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Le coordinate della felicità di Gianluca Gotto (Mondadori). Un viaggio avventuroso alla ricerca della libertà e della realizzazione personale.

Tutto ha inizio quando Gianluca, l’autore, decide di abbandonare la via più sicura dell'italiano medio, ovvero scuola e poi lavoro a tempo indeterminato, per gettarsi in un’impresa ardita: andare all’avventura e trasferirsi in Australia con la fidanzata. Qui trova lavoro prima in un ristorante e poi in una fabbrica di polli (un'esperienza che lo sconvolge a tal punto da indurlo a diventare vegetariano). Prima della scadenza del visto, ne approfitta per girare l'Australia in auto con la propria dolce metà. Ma dopo esser tornato in Italia e un altro periodo in Australia, un cambio di programma inaspettato li conduce in Canada.

Anche in Canada Gianluca prova a svolgere un lavoro ordinario, ma ciò cozza col suo bisogno di sentirsi libero, di non conformarsi agli altri e soprattutto di realizzare il sogno di girare il mondo vivendo di ciò che ama di più fare nella vita: scrivere.

Ma come? Diventando un Nomade digitale, ovvero colui che può lavorare ovunque attraverso un computer e una connessione internet. E, nel suo caso, scrivendo articoli per dei siti web (e non solo) mentre gira il mondo.
Così con la fidanzata vivono non solo in Thailandia, ma esplorano anche Laos, Vietnam e Bali, sperimentando questo nuovo stile di vita.
In tutto questo viaggiare, Gianluca Gotto è perennemente alla ricerca della propria strada e s’interroga su quale sia il senso di vivere in Italia, ovvero in uno dei tanti paesi dove ci si omologa alla massa per inseguire un lavoro sicuro ma insoddisfacente, mettere su famiglia e raggiungere una pensione che dovrebbe portare l’agognata libertà e serenità. Controcorrente, Gianluca e la sua fidanzata si mettono in gioco per evitare di seguire i soliti binari sociali che impongono di mantenersi nella propria comfort zone e nel proprio lavoro insoddisfacente a scapito della felicità.

Continuando la lettura si delinea sempre più la personalità dell’autore, un ragazzo che non vuole essere un semplice ingranaggio della società moderna, un’ennesima vittima del consumismo compulsivo o una patetica pedina del dio denaro.

Così, abbraccia il minimalismo, accumulando non oggetti materiali ma piuttosto luoghi, persone, esperienze e insegnamenti spirituali.
Quindi, che dire di questo romanzo? Il suo fascino risiede proprio nel fatto che Gianluca Gotto e la sua ragazza continuino a uscire dalla propria comfort zone cercando modi alternativi per raggiungere il loro obiettivo tanto desiderato: viaggiare e sentirsi liberi di creare il proprio presente in piena libertà e lasciandosi trascinare dall'istinto e dal desiderio di mettersi in gioco.

Ciò che mi ha colpito di più non sono tanto le descrizioni dei luoghi da loro visitati o le esperienze affrontate, ma le conclusioni a cui l'autore è giunto riguardo al lavoro, al soddisfare le aspettative degli altri, al seguire la massa, al lasciarsi controllare dalla società e all’accumulare oggetti in fondo superflui.

Ho trovato anche molto interessante come l’autore abbia specificato con novizia di particolari alcuni elementi difficili da trovare in altri libri di questo genere, quali le spese affrontate per restare nel budget prefissato durante i loro viaggi o le difficoltà nello svolgere lavori che cozzavano con la propria coscienza animalista.
Infine, ho trovato affascinante come l'autore e la sua ragazza si siano mossi facendo esperienze sempre diverse e con mezzi alternativi e improvvisati, quali ad esempio girare l'Australia dormendo in auto per limitare le spese o andare alla scoperta di alcuni paesi asiatici facendo affidamento solo sul loro desiderio di scoprire terre e culture nuove. Al tempo stesso, questi continui cambi di rotta e gli imprevisti lungo il percorso mantengono sempre alto l'interesse del lettore.
In conclusione, Le coordinate della felicità di Gianluca Gotto è un romanzo che io considererei motivazionale, in quanto sprona il lettore a inseguire i propri sogni e la propria felicità accantonando le paure inculcate dalla società.
Quindi non posso che promuoverlo a pieni voti.


Le coordinate della felicità

di Gianluca Gotto
Mondadori
Narrativa di viaggio
ISBN 978-8804745693
Cartaceo 12,50€
Ebook 9,99€

Quarta

Io la sognavo una vita così. Una vita in cui poter girare per l'Asia per mesi, per poi svegliarmi una mattina a Bali e decidere su due piedi di voler tornare in Europa. Passare un paio di giorni a Bangkok per mangiare pad thai e salutare l'Oriente. Andare a trovare mia nonna a Torino, poi salire a bordo della mia casa su ruote e ripartire. E alla prima sera on the road, guardando le stelle, discutere con la mia anima gemella della prossima meta. Oppure viaggiare e basta, senza meta, inseguendo solo ed esclusivamente le coordinate della felicità. Sognavo di poter fare della stanza di una guest-house o della hall di un aeroporto il mio ufficio e del mondo intero la mia casa. Poter lavorare in remoto da qualsiasi punto del pianeta e guadagnarmi da vivere facendo ciò che più amo. La sognavo una vita così: libera. E vi dico la verità, da qualche parte tra la testa e il cuore sentivo di potercela fare per davvero, fin dal primo giorno. Forse è quello che ha fatto la differenza: crederci. Crederci sempre.


Andrea Pistoia
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Recensione: Sempre dalla parte dei sogni, di Claudio Pelizzeni

Recensione: Sempre dalla parte dei sogni, di Claudio Pelizzeni

Recensione: Sempre dalla parte dei sogni, di Claudio Pelizzeni

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Sempre dalla parte dei sogni di Claudio Pelizzeni (Sperling & Kupfer). Tornare a viaggiare dopo la paralisi mondiale per la pandemia: un libro di viaggi, scoperte e riscoperte di culture e paesi del mondo.

Che Claudio Pelizzeni sia uno dei miei autori preferiti del momento non ne faccio mistero, potete immaginare quindi il mio entusiasmo quando ho scoperto che il suo nuovo libro Sempre dalla parte dei sogni era disponibile in tutte le librerie italiane.

Leggi anche Andrea Pistoia | Recensione: In viaggio, di Claudio Pelizzeni

Pensate che mi sia accaparrato subito una copia e gettato nella lettura, certo che non ne sarei stato deluso?
Infatti così è stato.
Ma, bando alle premesse, veniamo subito alla recensione.

Sempre dalla parte dei sogni descrive un periodo importante, nonché drammatico, della vita di Claudio Pelizzeni, ovvero quello compreso tra gennaio 2020 e marzo 2021, dal pre al dopo “paralisi mondiale” causa Covid.

Narra di come Claudio Pelizzeni sia passato dall’essere un accompagnatore di un tour operator al ritrovarsi segregato in casa fino ai primi barlumi di normalità, ovvero quando è tornato a viaggiare.
Ma questo è in primis un libro di viaggi, di scoperte e riscoperte di culture e paesi del mondo. Lo s’intuisce fin dal primo capitolo, quando affronta il Kilimangiaro per testare sulla sua pelle se sia un tour adatto anche ai principianti per un possibile viaggio futuro in comitiva. Da qui è un susseguirsi di esperienze tra Islanda, India, Namibia e persino Italia con l’obiettivo di restare sempre nel giusto stato mentale per non rischiare che questo vivere perennemente “con lo zaino in spalla” diventi una routine ordinaria e noiosa.


Infine, ciliegina sulla torta, viene narrato il viaggio (tante volte accennato nei libri precedenti) che ha messo in discussione tutti i valori e le priorità esistenziali di Claudio Pelizzeni, ovvero quello in Australia.

Ciò che accumuna tutte queste esperienze e con cui l’autore deve fare i conti ogni giorno è il suo sempre presente compagno di avventure: il diabete. Un compagno non certo da sottovalutare, dato che più volte gli ha dato del filo da torcere, in quanto la convivenza con questo “inquilino” è tanto scomoda quanto letale se la si prende sottogamba.
È d’uopo precisare che questo romanzo non è un mero racconto di spostamenti su mezzi più o meno improbabili, di luoghi esotici o blasonati e di incontri appaganti o inaspettati. È un immergersi nella cultura del luogo per poter carpire le sfaccettature di ogni civiltà con cui l’autore viene a contatto.


Ciò permette al lettore di ottenere informazioni senza ombra di dubbio inusuali, curiose e interessanti.

Ne è l’esempio lampante la spiegazione sulle sette presenti in India, sugli asceti e sul Kumbh Mela, ovvero un pellegrinaggio che si conclude con l’immersione dei fedeli in un fiume sacro.
Come detto in precedenza, parte del libro è anche incentrato sull’isolamento domiciliare di Claudio a causa della pandemia. Qui lui prende coscienza di trovarsi impotente di fronte a qualcosa di più grande di lui (e di tutti noi). Al tempo stesso trova quella forza d’animo che lo spinge a non mollare mai e anzi a rimettersi in gioco programmando nuove sfide con se stesso da attuare appena questa folle situazione sarebbe finita (o almeno fosse stata sotto controllo).
Per quanto concerne lo stile, non c’è molto da dire: Claudio Pelizzeni scrive bene. Lo fa col suo solito linguaggio chiaro e ricercato, senza girare troppo intorno alle cose. Anzi, a volte un concetto lo sintetizza in poche righe proprio per andare al nocciolo della questione, in modo da toccare il cuore del lettore, specie quando si tratta di condividere aspetti delicati e drammatici della sua vita attuale “all’ombra del Covid”.


Sempre dalla parte dei sogni

di Claudio Pelizzeni
Sperling & Kupfer
Narrativa di viaggio | Non-fiction
ISBN 978-8820072544
Cartaceo 17,00 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Dalle rive del Gange alla vetta del Kilimangiaro, dalle infinite strade australiane alle salite degli Appennini, un'appassionata riflessione sul senso del viaggio e sulla possibilità di reinventarsi anche quando gli orizzonti si restringono intorno a noi.




Andrea Pistoia
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Recensione: Non so se mi spiego, di Andrea Cabassi

Recensione: Non so se mi spiego, di Andrea Cabassi

Recensione: Non so se mi spiego, di Andrea Cabassi

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Non so se mi spiego di Andrea Cabassi. Da manager a Dubai a viaggiatore in Sudamerica.

Avendo letto e apprezzato il libro d’esordio di Andrea Cabassi, non potevo esimermi dal mettere le mani sulla sua nuova opera letteraria.


Questo perché Permettimi di insistere si concludeva con l’autore che, scontento della sua vita da “italiano medio”, decideva di mollare tutto per rivestire il ruolo di manager a Dubai. Ma come ogni buon libro, mi è rimasta la curiosità di sapere cos’è accaduto dopo. Ed eccola soddisfatta in Non so se mi spiego, incentrato sui suoi anni in questa megalopoli, ma soprattutto sulla sua decisione (e realizzazione) di prendersi un anno sabbatico per visitare gran parte dell’America Latina.

È così che, biglietto aereo solo andata alla mano, Andrea Cabassi parte alla volta di Montevideo.

Da qui è un continuo spostarsi con mezzi di fortuna tra Uruguay, Argentina, Cile, Bolivia, Perù, Ecuador e Colombia.
Ogni nazione gli riserva avventure sempre nuove e inaspettate, paesaggi da sogno, città accoglienti e persone cordiali ma soprattutto momenti di pura e genuina felicità. In tutto questo, Andrea Cabassi preferisce i luoghi naturalistici alle grandi metropoli, mete poco battute dal turismo di massa ai classici tour e ristoranti di periferia a quelli più “spenna-turisti” del centro città. Ha così anche modo di conoscere persone che, pur condividendo con lui anche solo una giornata, gli lasciano un ricordo indelebile nel cuore, da viaggiatori solitari ad abitanti del posto, da famiglie in viaggio perenne a ragazzi che, pur di realizzare un sogno, non si sono lasciati intimidire dai loro deficit fisici (in primis Janis Mc David, un ragazzo nato senza braccia e gambe).

 

Ciò che più stupisce è che Andrea Cabassi trova sempre persone generose, altruiste e ben disposte a dare una mano ai viaggiatori in difficoltà e ad accogliere sconosciuti in casa propria.

Dal canto suo, l’autore affronta ogni esperienza con mente aperta e senza pregiudizi, accantonando paure e timori (per lo più inculcati dalla nostra società retrograda, razzista e ignorante).
Una della particolarità che apprezzo di più di Non so se mi spiego (e del precedente romanzo) è che Andrea Cabassi non si dilunga mai nei dialoghi (in realtà se ne trovano veramente pochi) o sulla descrizione di ambienti e luoghi, preferendo puntare tutto sulle proprie azioni, pensieri ed emozioni. Condivide quindi a cuore aperto dubbi, speranze ma anche delusioni e ostacoli che l’hanno accompagnato per tutto il viaggio.

Ciò che mi ha colpito di più è che Andrea Cabassi si pone continuamente delle domande scomode su quale sia la libertà, su come uscire dalla propria deleteria e insoddisfacente zona di comfort lavorativa e su come liberarsi dalle invisibili catene appioppate dalla società o da se stesso.

Per fortuna durante il viaggio trova risposte che calzano a pennello con la sua nuova vita (ma che potrebbero tranquillamente essere adattate anche alla nostra). Così durante la lettura è inevitabile rispecchiarsi nell’autore e considerarlo uno di noi, in quanto è una persona piena di incertezze e perplessità sul presente e sul futuro ma al tempo stesso sempre alla ricerca della libertà e della felicità. Ecco quindi che oscilla tra la nostalgia di tornare a casa e il desiderio di scoprire cosa il mondo gli riserva, tra ciò che implica l’aver abbandonato i capisaldi della sua vita precedente (lavoro, amici e vita agiata) e godersi avventure sempre diverse e fuori dall’ordinario in terra straniera, tra il non farsi condizionare dalle critiche di chi lo vuole ingranaggio di una società dedita al consumismo fine a se stesso e il difendere a spada tratta la sua nuova realtà esistenziale, fatta più di essere che di possedere.
Senza contare che il suo confidarci ogni pensiero più intimo dimostra quanto l’autore non abbia deciso di mollare un lavoro sicuro e remunerativo a causa di un momento di pazzia o della classica crisi di mezza età, ma ha analizzato il tutto attentamente e senza tralasciare le problematiche annesse a questo cambio di rotta drastico. Si evince così dalle sue valutazioni come non sia affatto uno sprovveduto ma anzi un uomo che prima di affrontare certi cambiamenti pondera ogni cosa nel dettaglio, valutando rischi e soluzioni pratiche atte a evitare certi spiacevoli episodi dovuti a superficialità o negligenza. E lo fa anche per dimostrare al lettore che tutti potrebbero seguire il suo esempio se solo superassero la paura dell’ignoto e dell’uscire dalla propria zona di comfort.

In tutto questo prevenire possibili problemi, lui deve affrontarne uno in più rispetto a noi, ovvero la sua sempre presente compagna di viaggio da una vita: la rettocolite ulcerosa.

È una malattia da non sottovalutare; infatti si mostra all’autore nei momenti più inaspettati e inappropriati, stravolgendo i suoi programmi di viaggio più volte. Ecco perché lui deve sempre tenerla d’occhio, affrontando al tempo stesso le mille difficoltà che ne conseguono, soprattutto viaggiando in paesi e nazioni non sempre con lo standard qualitativo sanitario italiano.
Andando oltre il racconto in sé, l’autore ha inserito nel libro alcune cicche che io personalmente ho apprezzato molto: da una playlist attinente alla storia e accessibile via QR all’idea di dividere i capitoli in “portate” (con tanto di piatti tipici, in modo da dare al lettore l’impressione di essere a una cena amichevole con Andrea Cabassi), da un regalo a fine libro alle citazioni di persone famose (e non) che dimostrano quanto rincorrere la libertà è l’unica soluzione per essere felici.
Infine, pur essendo autoprodotto, il romanzo ha un’impaginazione e un editing ottimo e accattivante, studiato nei minimi particolari per presentare un prodotto professionale e di alto livello.

Che dire, per concludere?

Se adorate i libri di persone che hanno mollato tutto per inseguire un sogno, Non so se mi spiego di Andrea Cabassi fa al caso vostro. Se cercate un romanzo in cui vi potrete rispecchiare pienamente nell’autore (ma soprattutto nelle sue paure esistenziali), compratelo subito. Se volete perdervi nelle descrizioni di luoghi esotici, nell’incontro con persone variopinte e di buon cuore, nelle avventure adrenaliniche, nei racconti di viaggiatori incalliti e di emigrati italiani, vi piacerà immensamente. Ma soprattutto, se volete leggere semplicemente un buon romanzo, correte subito su Amazon e ordinate una copia.
Vivamente consigliato.


Non so se mi spiego

di Andrea Cabassi
Self publishing
Narrativa di viaggio | Memoir
ISBN 979-1220044332
Cartaceo 17,90€
Ebook 8,99€

Sinossi 

Ti piacerebbe essere padrone del tuo tempo?
L’autore ha scelto di diventarlo, a 42 anni, stanco della stressante vita da manager.
Viveva a Dubai facendo quella che in Italia consideriamo “la bella vita”, era nel pieno della carriera, con ottime prospettive professionali e un biglietto da visita in inglese e arabo a gonfiargli l’ego. Ma anche alle prese con budget, riunioni, conti economici, teleconferenze, fogli di calcolo, scadenze, report, cantieri e clienti pressanti.
Risvegliato da un gravissimo incidente a un famigliare, che si trovava la libertà limitata da lunghe riabilitazioni, ha trovato paradossale, potendo scegliere, perseverare a trascorrere ore e ore in quel contesto lavorativo.
Trovato il coraggio di licenziarsi, si è preso un periodo sabbatico per partire con un biglietto di sola andata e lasciarsi lentamente trasportare da eventi, incontri, curiosità e istinto. Il risultato è stato un viaggio insieme alla sua malattia – rettocolite ulcerosa – una sporta di farmaci e al resto del mondo, via terra, in Sudamerica, che ha interamente attraversato da sud a nord in 299 giorni, a piedi, in autostop e coi mezzi pubblici.
Ce lo racconta con grande intimità in un libro a cavallo tra la letteratura di viaggio e il coaching, rivelando anche gli stratagemmi che hanno reso la sua scelta fattibile.
Ad avventura conclusa si è trovato davanti a un bivio: scegliere se tornare al sicuro mondo aziendale o generare una diversa fonte di reddito a sostegno del nuovo stile di vita.

Andrea Pistoia
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Recensione: Sono una mente nomade, di Edoardo Massimo Del Mastro

Recensione: Sono una mente nomade, di Edoardo Massimo Del Mastro

Recensione: Sono una mente nomade, di Edoardo Massimo Del Mastro

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Sono una mente nomade di Edoardo Massimo Del Mastro (Salani). La storia di un sacrificio e di una rinascita, di una partenza che non è stata una fuga, ma un percorso alla scoperta di se stesso e delle meraviglie del mondo.

Il protagonista, stanco di dover dipendere sempre da qualche amico per compiere un viaggio, decide d’intraprendere la sua prima avventura in solitaria.
Così decide di prendere la sua automobile per raggiungere il famoso castello di Neuschwanstein, in Germania, scoprendo come questo modo di viaggiare lo arricchisca interiormente e gli faccia capire quanto sia prezioso e appagante affrontare le avversità e gli imprevisti solo con le proprie forze.
Questa esperienza lo esalta al punto da indurlo a considerare quanto viaggiare sia ormai una necessità e un bisogno a cui non può rinunciare. Ecco perché, appena tornato dalla Germania, decide subito di pianificare un viaggio in Inghilterra. Nel mentre, però, cresce in lui anche il desiderio di condividere con gli altri le proprie esperienze. Indi per cui crea il sito MenteNomade (con profili social annessi).
In tutti i viaggi successivi però non esclude a priori di affrontarli in compagnia. Anzi, la presenza di un amico (di lunga data o conosciuto sul posto) è un valore aggiunto non indifferente e il girovagare in solitudine diventa solo una possibilità tra le tante.

È così che Edoardo Massimo Del Mastro incomincia a girare il mondo (Himalaya, Cina e Cambogia sono solo alcuni dei suoi viaggi più memorabili) fino a organizzare il suo primo viaggio di gruppo in Nepal.

Proseguendo nella lettura si scorge nell’autore non solo una rinascita ma soprattutto una crescita interiore che lo ha condotto dalla depressione pre-Germania alla felicità.
Oltre a ciò, cosa distingue Sono una mente nomade da tanti altri romanzi di viaggio?
In primis l’elemento spiazzante e inatteso è che, rispetto ad altri scrittori-viaggiatori (i quali non hanno particolari legami affettivi e quindi più liberi di mollare tutto e girare il mondo), Edoardo Massimo Del Mastro ha un figlio. Quindi deve fare i conti con il forte rapporto affettivo che ha con lui.
Sono una mente nomade si fonda (anche) su una storia d’amore. O meglio, su una conclusa nel peggiore dei modi e che ha condotto l’autore alla depressione. Ciò spinge il lettore a immedesimarsi inevitabilmente con l’autore (chi non ha mai avuto una storia d’amore finita da tempo ma lascia strascichi di amarezza nel cuore?). Naturale quindi rispecchiarsi nei tumulti interiori e nel profondo dolore del protagonista ma anche nel suo desiderio di rivalsa e di riprendere in mano il proprio destino.

Al tempo stesso non si può non fare il tifo per lui ogni volta che tenta una sfida contro se stesso.

Partire in solitaria, mollare le sicurezze della propria zona di confort e affrontare la propria paura dell’ignoto, dimostrando di avere la forza di superare ogni difficoltà e imprevisto, di essere un uomo che nella disperazione ha trovato il coraggio di combattere contro i propri fantasmi e di essere disposto a cambiare rotta quando anche il lavoro più entusiasmante gli è venuto a noia.
Senza contare che Edoardo Massimo Del Mastro espone concetti che vanno al di là del mero mollare tutto e partire ma vertono anche sul costruire la vita che si è sempre desiderata, sul non avere nessuna intenzione di scendere a compromessi con la società e sullo spingersi oltre i propri limiti, fregandosene soprattutto dei pareri degli altri e dei (presunti) rischi di ogni impresa.

Ci sono però altre chicche che mi hanno fatto apprezzare Sono una mente nomade.

Fin dalle prime pagine, ciò che salta all’occhio è la profondità dell’autore, il quale in poche frasi d’impatto e incisive ci fa mettere in discussione le nostre certezze e abitudini sociali.
Poi, salta all'occhio com'è impaginato, ovvero con continui cambi di carattere e di stile atti a enfatizzare i concetti.
Ciliegina sulla torta, ho apprezzato gli appunti “scritti a mano” dall’autore nei posti più disparati del libro, i quali catturano l’attenzione del lettore su alcune riflessioni o simpatiche battute.
Tutto ciò dà quel tocco di originalità e d’impatto visivo accattivante che distingue questo romanzo dai suoi simili.
Mi sono piaciute molto anche le continue citazioni di altri autori e libri (spicca fra tutte quella da Nelle terre estreme, da cui è stato tratto il film Into the wild, ovvero il libro che ha ispirato Edoardo Massimo Del Mastro a realizzare uno dei suoi sogni: andare in Alaska e raggiungere il Magic Bus).
Che dire infine?

Ovviamente questo libro mi è piaciuto.

Rispetto ad altri che ho letto di questo genere, Sono una mente nomade è più breve perché non si sofferma sulla descrizione dei paesaggi o sulle conversazioni con le altre persone. Ciò che l’autore fa è focalizzarsi sulle proprie emozioni, stati d’animo e riflessioni personali invece di soffermarsi sugli aspetti più materiali delle sue esperienze. Il suo è più un dialogo intimo che instaura con il lettore, mettendosi a nudo senza remore né vergogna per mostrare la propria fragilità e forza.
Come lui stesso afferma, Edoardo Massimo Del Mastro non è uno scrittore. Ciò non toglie, però, che non bisogna necessariamente essere Umberto Eco per riuscire a trasmettere ciò che si prova. Basta solo scrivere con il cuore. E lui ci è riuscito.

Sono una mente nomade

di Edoardo Massimo Del Mastro
Salani
Narrativa
ISBN 978-8831000765
Cartaceo 11,12 €
Ebook 7,99€

Sinossi 

«Qui non troverete la storia di qualcuno che si è stufato del posto fisso e ha deciso di girare il mondo per scappare dai suoi fallimenti. Questa è la storia di come sono uscito dalla nuvola nera in cui mi ero perso. È la storia di un sacrificio e di una rinascita, di una partenza che non è stata una fuga, ma un percorso alla scoperta di me stesso e delle meraviglie che si aprono davanti a noi quando troviamo il coraggio di andare. È il racconto di un viaggio in solitaria, dei tanti che sono venuti dopo e di quelli che verranno: dalle montagne della Baviera in bicicletta, passando per l’Alaska di Into the Wild, fino in Nepal. Quando credevo di aver perso tutto e il senso delle cose sbiadiva sotto i miei occhi, sono partito. Viaggiando ho trovato la felicità e la libertà in questa vita imperfetta, in questo tempo presente che è tutto ciò che abbiamo. Spero che la mia storia possa dare speranza a chi adesso si sente in gabbia, magari risvegliando la voglia di preparare lo zaino e partire»

Andrea Pistoia
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Recensione: Sulla strada giusta, l'autobiografia di Francesco Grandis

Recensione: Sulla strada giusta, l'autobiografia di Francesco Grandis

Recensione: Sulla strada giusta, l'autobiografia di Francesco Grandis

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Sulla strada giusta di Francesco Grandis (Rizzoli). Dal male di vivere in una condizione lavorativa stressante alla libertà di seguire i propri sogni, la storia di chi ha mollato tutto per viaggiare nel mondo.

Premessa: pensavo fosse il classico libro di un ragazzo che, stanco della propria vita da lavoratore dipendete rassegnato a una vita ordinaria, molla tutto e gira il mondo, zaino in spalla.
Invece mi sono dovuto piacevolmente ricredere.
Ma andiamo con ordine.
Sulla strada giusta è un romanzo ovviamente autobiografico: narra le vicende di Francesco Grandis, il quale, dopo la classica trafila scolastica, si è gettato nel mondo del lavoro come ingegnere di robot industriali. Gli bastano però pochi anni per capire quanto gli stia stretta quella vita, fatta di fabbriche sporche, ambienti poco sicuri, turni massacranti, stress a livelli insopportabili e lavoro ripetitivo con zero soddisfazioni personali.
Per Francesco Grandis incominciano così le prime riflessioni profonde e sconvolgenti sul consumismo e sulla società degli sprechi, seguite dalla paura legata all'abbandonare un impiego sicuro e ben retribuito, la quale si scontra con il suo impellente desiderio di essere un uomo libero piuttosto che un piccolo ingranaggio di un sistema fallace che lo vorrebbe lavoratore depresso e consumatore compulsivo.
Ma è proprio quando sta toccando il fondo che decide di remare contro il vuoto di un’esistenza monotona e priva di sorprese.


Francesco Grandis molla tutto e acquista un biglietto che lo condurrà in giro per il mondo. 

Visita così il Sud America e l’Asia sfidando la difficoltà di lingue sconosciuta, le mille insidie di una realtà con cui non è mai venuto a contatto ma soprattutto la sua timidezza nell'interagire con le persone. Per fortuna, ogni volta che il suo vecchio io sedentario e socialmente sottomesso riemerge nelle sue decisioni, l’autore trova sempre quell'energia e quella forza che lo spingono a non rassegnarsi, a cercare in ogni situazione “la strada giusta” verso la propria felicità e a vivere esperienze fuori dalle classiche vicissitudini affrontate da un viaggiatore zaino in spalla. È così che, successivamente, decide di diventare un nomad worker (ovvero colui che gira il mondo senza trascurare il proprio lavoro, eseguito grazie a un computer e una connessione internet) o di compiere un’avventura on the road fino all'estremo Nord dimostrando un’inventiva e una voglia di sperimentare fuori dall'ordinario.
Tutto questo fino al gran finale (niente spoiler, ovviamente) in cui un’inaspettata sorpresa gli fa mettere in discussioni la propria attuale vita.


Ed ora, la mia opinione sul romanzo.

Innanzitutto, parla sì di viaggi ma in una veste inconsueta, originale e spiazzante (vedi il nomad working, l’esperienza in auto in Nord Europa, le zingarate improvvisate e il finale inaspettato). Senza contare che l’autore offre ottimi consigli pratici per chi volesse seguire la sua strada, ovvero viaggiare lavorando lo stretto necessario. Non possono mancare quindi dritte su come pianificare un viaggio, preparare lo zaino, muoversi nelle varie nazioni e interagire con i locali per ricevere informazioni preziose.
Ma al di là della storia in sé, fatta di incontri, paesaggi mozzafiato ed esperienze da raccontare ai posteri, ciò che più colpisce, e che lo fa entrare di diritto tra i miei libri preferiti, sono le riflessioni dell’autore: dal male di vivere in una condizione lavorativa stressante alla libertà di costruirsi un futuro fondato sui propri sogni e desideri, dalla paura di rinunciare a un lavoro sicuro al coraggio di gettarsi in un’esperienza ricca di incognite, dal remare contro le aspettative di parenti, amici e società che lo vogliono insignificante ingranaggio del sistema al desiderio di immergersi in culture misteriose, dallo sfidare se stesso e i propri limiti all'affrontare difficoltà e pericoli che rendono la sua vita più eccitante.


C’è però anche spazio per le considerazioni riguardanti i dubbi infondati, le domande esistenziali che richiedono una riposta appropriata e le riflessioni profonde sul suo posto nel mondo. 

Non manca infine la consapevolezza di essere in una società che lo vuole assuefatto, dipendente, da ciò che possiede e che lo spinge ad accumulare sempre più oggetti superflui illudendolo che sia il possedere e non l’essere a dargli la felicità.
Per quanto riguarda infine lo stile narrativo e letterario: nessun appunto da fare. È scritto bene, con un linguaggio ricercato e soprattutto diretto e incisivo, atto a trasmettere senza mezzi termini quanto l’adeguarsi alle aspettative della società lo allontana sempre più dalla felicità.
Di conseguenza, promosso a pieni voti!


Sulla strada giusta

di Francesco Grandis
Rizzoli
Biografia | Narrativa di viaggio
ISBN 978-8817093583
Ebook 7,99€

Sinossi 

Da una scogliera a picco sul Mar Glaciale Artico, un uomo respira finalmente la libertà. Intorno ha solo il silenzio e davanti l'orizzonte infinito e limpido. Appena qualche mese prima non l'avrebbe mai creduto possibile. Aveva trentun anni e un lavoro stabile: il sogno di molti, ma non il suo. Così un giorno ha detto basta e si è messo in cammino su sentieri sconosciuti, per cercare una risposta ai confini del mondo, senza ancora sapere se quello alla vita di prima sarebbe stato un arrivederci o un addio. Dal Sudamerica a Budapest, dall'India alla Scandinavia, tra paesaggi mozzafiato e momenti di intima condivisione, Francesco vive esperienze inattese che gli mostrano chi è davvero, un giorno dopo l'altro. Lontano da casa o tra la propria gente, l'importante è mettersi in gioco. Un "urlo nel silenzio" per svegliarci dal torpore della routine e ricordarci che se non inseguì la felicità non avrai chance di trovarla.


Andrea Pistoia
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Recensione: Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo

Recensione: Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo

Recensione: Con la mia valigia gialla, di Stefania Bergo, «un Natale  tra la terra rossa»

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Con la mia valigia gialla di Stefania Bergo (PubMe – Collana Gli scrittori della porta accanto). Un Natale tra la terra rossa, la bellezza dell’Africa e dell’esistenza sulle «montagne russe emozionali».

Ora che il Natale è sempre più vicino mi viene voglia di parlare di un libro letto poco tempo fa, la storia di una donna che per le feste fa qualcosa di diverso: si mette su un aereo diretto in Kenya e va a costruire una doccia nel reparto di pediatria di un ospedale perso nel bush africano, a 300 km da Nairobi. Tre settimane di lavoro tra la terra rossa, quella terra che Stefania Mwende Bergo, l’autrice, mi ha già fatto amare con il suo secondo romanzo sul tema (che ho letto per primo) Mwende. Ricordi di due anni in Africa.


Giovane ingegnere clinica, in Con la mia valigia gialla Stefania ci racconta l’Africa attraverso la sua esperienza. Leggendola sono stata travolta dal sole che brilla sulla vallata, dal ritmo dei tamburi che la notte si spande nel buio, dai sorrisi dei bambini ricoverati che colorano il Natale e addobbano un tamarindo anziché un abete, donne e uomini che hanno trascorso le ferie con le infradito e la paura degli scorpioni, svegliandosi con tanta energia e dando un significato a quelle giornate piene e stancanti. Con Stefania ho conosciuto la cittadina di Matiri e le persone che camminano, vanno e vanno ma non si sa mai dove, i bambini che si bagnano nel fiume incuranti dei coccodrilli, la capra mangiata con le mani, tutti insieme, al buio, il mercato tropicale e la polvere rossa.

Lo stile è leggero e intenso, intimo.

Stefania Bergo ci parla come se stesse scrivendo delle lettere a degli amici e pare quasi di leggerle al tepore del caminetto, mentre l’immaginazione è tra le percussioni notturne e le costellazioni tropicali, in un mondo nel quale uomo e natura sono ancora fusi l’uno nell’altro.
Tutto prende vita lungo le loro sponde, la natura e le persone, che poi qui sono la stessa cosa.
Stefania Bergo, Con la mia valigia gialla
Oltre alla bellezza dell’Africa, leggiamo anche della bellezza dell’esistenza, di quei bambini che vengono alla luce, di quegli uomini che si attaccano tenacemente alla vita, di quelli che invece se la fanno scivolare via tra le dita come la terra della vallata. Siamo accanto alla Bergo sulle sue «montagne russe emozionali», come le chiama lei, ci sentiamo vivi perché lei lo è, perché lei ha dato un senso.

In Con la mia valigia gialla assaggiamo la sua Africa, l’Africa di Stefania Bergo, e con il seguito Mwende la assaporiamo appieno.

Io alzo gli occhi e rimango puntualmente senza fiato. Il cielo di notte, in Africa, è un miracolo. C’è una stella in ogni direzione. Sono talmente tante che non si distingue dove finisca una costellazione e ne cominci un’altra. Rimango in silenzio. Rimaniamo tutti in silenzio. Mi sembra quasi di sentirle respirare o di vederle pulsare come piccoli cuori argentati. Piccoli cuori che di tanto in tanto piangono e ogni lacrima lascia una scia di lustrini leggeri. Le stelle cadenti. Resterai a contemplare il cielo ogni notte.
A volte, quando ormai tutti sono rientrati nelle loro stanze, mi trattengo qualche minuto sotto la pergola. Mi immergo nel buio, della vallata, accesa da qualche piccolo fuoco silenzioso. È suggestivo sentire i tamburi nell’oscurità e immaginare che là, n quella direzione, ma lontano lontano, ci sia una festa di iniziazione.
Stefania Bergo, Con la mia valigia gialla



Con la mia valigia gialla

di Stefania Bergo
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Memoir di viaggio | Narrativa non fiction
ISBN 978-8833667829
Cartaceo 12,00€
Ebook 1,09€

Sinossi

È un diario di viaggio autobiografico.
Stanca della superficialità di una vita nemmeno troppo tranquilla, Stefania decide di partire. Da sola. Casualmente, trova in internet i contatti di un'associazione che gestisce il St. Orsola, un ospedale in un'area rurale del Kenya, Matiri. E parte con una valigia gialla, poche aspettative, tanta curiosità e voglia di cambiare, non certo il mondo, ma almeno la sua piccola insignificante esistenza.
Con la mia valigia gialla è il racconto dei piccoli eventi quotidiani (solo apparentemente banali) accaduti in quelle tre settimane, conditi con una manciata di riflessioni dell'autrice sulle diverse abitudini e sulla cultura locali, scanditi dai messaggi che inviava regolarmente via mobile a un caro amico con cui ha voluto condividere, in tempo reale, la sua esperienza.
Contrariamente a quanto si pensi, però, non è un libro sul volontariato. Il volontariato è solo un dettaglio. L'intenzione dell'autore era di raccontare il viaggio, una piccolissima parte d'Africa, quella che lei ha conosciuto, diversa dalla miriade di altre facce di una terra magica, unica. Ne racconta le usanze locali, i profumi, i colori, i suoni, il quotidiano. Le emozioni. E ne ha dato una sua personale chiave di lettura, intervallando ai dipinti della natura le sensazioni restituite, i pensieri suggeriti, le domande che si è posta e che pone a chi vorrà leggere le pagine del suo libro e soffermarsi, come lei, a cercare una risposta. Anche se spesso risposte non ce ne sono. Ecco perché questo libro non vuole insegnare nulla. È un semplice mezzo messo a disposizione dall'autrice per far compiere al lettore lo stesso viaggio (anche se non sarà mai lo stesso) senza prendere un aereo, semplicemente con l'immedesimazione.


Credits: foto originale di Stefania Bergo


Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Nonostante la struggente nostalgia per la mia laguna veneziana, vivo a Canton, nel sud-est della Cina, dopo aver vagato per il Sud-est asiatico, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco “Durga – Servizi editoriali”, ma soprattutto porto avanti i miei progetti letterari.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
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Recensione: Il silenzio dei miei passi, di Claudio Pelizzeni

Recensione: Il silenzio dei miei passi, di Claudio Pelizzeni

Recensione: Il silenzio dei miei passi, di Claudio Pelizzeni

Libri Recensione di Andrea Pistoia. Il silenzio dei miei passi di Claudio Pelizzeni (Sperling & Kupfer). Un pellegrinaggio zaino in spalla ma anche, e soprattutto, di un viaggio interiore alla scoperta dei valori che dovrebbero guidarci in questo meraviglioso cammino che è la vita.

Il suo primo libro L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là mi aveva letteralmente conquistato. Inevitabile quindi che mi sarei accaparrato il secondo di Claudio Pelizzeni, Il silenzio dei miei passi, un romanzo che parla sempre di un viaggio, o meglio, di un cammino, quello di Santiago, ma questa volta compiuto in totale silenzio.
Ma andiamo con ordine.
Il libro si apre con Claudio che giunge a Saint-Jean-Pied-de-Port, sotto le montagne dei Pirenei francesi, per poi fare un salto temporale indietro, quando tutto ha avuto inizio, ovvero in Italia, a Bobbio. Già, perché chi pensa al Cammino di Santiago s’immagina che una persona affronti il classico percorso Francia-Spagna. Ma anche in questo caso Claudio si spinge un po’ più in là , intraprendendo un suo personale pellegrinaggio zaino in spalla che, attraverso Italia, Francia e Spagna, lo condurrà dopo settanta giorni di viaggio alla meta: Santiago di Compostela.



Il tutto facendo voto di silenzio: potrà solo comunicare attraverso gesti o parole scritte sul suo taccuino.

Facile all’inizio, quando il suo pellegrinaggio è incominciato in solitaria. Più difficile quando si arricchirà di compagni di viaggio mossi da un unico obiettivo: raggiungere insieme la meta senza mai lasciarsi andare allo sconforto e dandosi man forte a vicenda per affrontare le avversità del tragitto.
Tra intemperie, cambi di programmi repentini, acqua che scarseggia, meteo imprevedibile, pressanti problemi alle gambe ma soprattutto un crescente sconforto dovuto ai disagi di questa impresa che rischia di mandare all’aria tutto, Claudio Pelizzeni affronta gli ostacoli, sia fisici che interiori, con tenacia e determinazione, riuscendo ogni giorno a macinare quelle decine di chilometri giornaliere da lui prefissate che lo condurranno sempre più vicino alla meta.
Come nel precedente libro, anche qui incombe l’ombra del diabete, suo perenne compagno di vita. Ma l’autore lo affronta come tutto ciò che gli accade nella vita: con coraggio e positività, senza mai dargliela vinta, dimostrando al tempo stesso come la forza di volontà permette di abbattere ogni limite.


Il silenzio dei miei passi di Claudio Pelizzeni è diviso in tanti capitoli che racchiudono ognuno una tratta del viaggio. 

Qui l’autore alterna sapientemente le informazioni storiche, ma anche culturali, folkloristiche e geografiche, del paese o della regione che sta attraversando ai suoi stati d’animo e riflessioni sul viaggio (e sulla vita in generale).
In tutto questo, il silenzio è parte integrante del viaggio. Questo permette a Claudio Pelizzeni, durante il cammino, di ascoltare con più attenzione gli altri e di concentrarsi pienamente su di loro. Non solo, ma il dover scrivere continuamente ciò che pensa lo costringe a ridurre tutto all’essenziale, a eliminare il superfluo che, in quanto tale, non arricchisce la comunicazione ma al contrario fa perdere di vista ciò che è veramente fondamentale trasmettere. Ne è diventato così consapevole l’autore che vorrebbe portare questa saggia conclusione anche nella vita di tutti i giorni, nel suo quotidiano, vivendo il silenzio più spesso per apprezzare meglio gli altri ma soprattutto la propria interiorità che non comunica a parole ma a sensazioni.

Tante sono le lezioni che un Cammino del genere può insegnare.

E Claudio le condivide con noi: dal bisogno di staccarsi ogni tanto dalla routine quotidiana al prendere le distanze da social e affini che ci bombardano con troppe (inutili) informazioni, dal piacere d’immergersi in se stessi a quello di condividere gioie e dolori con sconosciuti (di ogni estrazione sociale e nazionalità, senza stupidi pregiudizi razzisti), dal riscoprire l’amore incondizionato e quasi riverenziale verso la natura alla ricerca di una spiritualità che va oltre la religione. Senza contare che ci mostra cosa significhi essere pellegrino, l’importanza di circondarsi solo dell’essenziale (sia nel proprio zaino che nella propria mente), il godersi i piccoli piaceri offerti dalla natura ma soprattutto affrontare a testa alta e senza mai perdersi d’animo le prove della vita.
Claudio Pelizzeni ci trasmette tutto questo, con quella sua spiccata sensibilità nel tradurre sensazioni ed esperienze di vita in narrazione quasi poetica e capacità di commuovere con il suo modo delicato di dipingere incontri, esperienze ed emozioni.
Di conseguenza, un libro che parla di un pellegrinaggio zaino in spalla ma anche, e soprattutto, di un viaggio interiore alla scoperta dei veri valori e principi che dovrebbero guidarci in questo meraviglioso cammino che è la vita.
Vivamente consigliato.


Il silenzio dei miei passi

di Claudio Pelizzeni
Sperling & Kupfer
Memoir di viaggio
ISBN 978-8820067182
Cartaceo 14,36€
Ebook 9,99€

Sinossi 

«Sono un pellegrino sul Cammino di Santiago di Compostela. Ho scelto di percorrerlo facendo voto di silenzio: pertanto tu parlami, ma io potrò comunicare con te solo scrivendo.» Con questo biglietto, scritto in cinque lingue, Claudio Pelizzeni ha percorso a piedi gli oltre duemila chilometri che separano Bobbio, nell'Appennino piacentino, da Santiago di Compostela. Tantissime sono le persone che ogni anno intraprendono «il Cammino», il viaggio per eccellenza: c'è chi lo fa come pellegrinaggio della fede e chi lo affronta in chiave laica, come tappa simbolica di un percorso personale o, più semplicemente, come esperienza immancabile nel curriculum di un viaggiatore che si rispetti. Per Claudio il Cammino di Santiago ha rappresentato un ritorno alla purezza del viaggio: «gli incontri, le persone, la vita, quella vera. Camminare lento, secondo le stagioni e il ritmo del sole». È stato un disconnettersi dal mondo virtuale che ormai segna le sue - e le nostre - giornate, per tornare ad ascoltare se stesso, il suo corpo e i suoi pensieri. Senza parlare, per aprirsi totalmente agli altri: pronto ad accogliere le storie di chi avrebbe incontrato lungo la strada. Se è vero che il viaggio è metafora della vita, nel Cammino la vita ritrova la sua essenza: affrontare la solitudine ma anche condividere col prossimo; accettare la sofferenza del corpo ma anche emozionarti per le cose più semplici; metterti in dubbio e credere in te stesso, cadere e rialzarti mille volte, pur di raggiungere quella meta, quel sogno che ti guida come un faro. «Perché la forza non è nei tuoi passi, ma dentro di te.»


Andrea Pistoia
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Recensione: Mwende. Ricordi di due anni in Africa, di Stefania Bergo

Recensione: Mwende. Ricordi di due anni in Africa, di Stefania Bergo

Recensione: Mwende. Ricordi di due anni in Africa, di Stefania Bergo

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Mwende. Ricordi di due anni in Africa di Stefania Bergo (Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni). Una storia che fa venire voglia di terra rossa e natura immensa.

Di solito quando viaggio porto sempre con me un libro; e di solito, quando sono ferma, prendo un libro e viaggio.
Negli ultimi giorni, accomodata sul balcone di casa mia a godermi la primavera/estate tropicale cinese, ho fatto un bel giro dall’altra parte del mondo: se mai andrò in Kenya certamente porterò con me Mwende, ricordi di due anni in Africa, di Stefania Bergo.
Non è un diario di viaggio, né un resoconto sulla cultura dell’Africa orientale, ma è la storia di un cuore che è sprofondato nella terra rossa del Tharaka e che non è mai più uscito. È la storia di chi lascia tutto, persino se stessa, per una buona causa e alla fine si ritrova a essere parte di quel mondo come lo sono il tamarindo e la vallata, tanto spesso nominati.
E in questa cornice bucolica, impreziosita ulteriormente dalla vallata su cui si affacciava, gli inquilini venivano accolti e sedotti, solleticando tutti i loro sensi all’unisono, dall’olfatto, alla vista, all’udito, con il cinguettio degli uccellini tra le fronde fruscianti del tamarindo, il silenzio dirompente della valle, le grida dei pastori che spingevano al pascolo le capre, il canto del fiume Mutonga. Sotto quell’atrio di paradiso, si consumavano le colazioni, i pranzi, le cene, le serate a chiacchierare, ridere, piangere, cantare. Vivere.
Stefania Bergo, Mwende. Ricordi di due anni in Africa
È come se li vedessi, quel tamarindo e quella vallata di Matiri, a poche centinaia di chilometri da Nairobi, ora quasi secchi e polverosi come i piedi sporchi di terra rossa, ora verdi e lussureggianti per le piogge equatoriali. Mentre leggo, sento l’odore della natura che si apre alla benedizione del cielo dopo mesi di siccità e il vagito dei bimbi nati in quell’angolo dimenticato da Dio, ma non dai volontari che si susseguono pagina dopo pagina, riempiendo la vita e le giornate di Stefania, e aiutandomi a vivere, almeno per un’ora al giorno, il Kenya.

E poi ci sono i dolori e gli amori della protagonista/autrice Stefania Bergo, la sua ipersensibilità sbocciata in quella terra come la natura dopo la stagione delle piogge, e che forse in una vita lineare non sarebbe mai fiorita. 

È una storia di gioie, ma anche di problematiche di chi è lontano da casa, e di chi è dalla parte dei deboli, è una storia di chi si apre alla vita, diventa multipla e scopre mille nuove possibilità di esistenza fuori dal tracciato comune, è una storia che fa venire voglia di terra rossa e natura immensa.
«Che cos’è normale?» mi chiede [Apophie], con la comprensione di una mamma ma anche con il cuore libero di una donna indipendente. «La vita normale è quella che noi scegliamo di vivere, il normale dipende da noi, non dalla definizione degli altri.»
[…] Questo vivere senza limitarsi al piccolo nido in cui si è nati, essere a proprio agio ovunque come se il mondo intero fosse il giardino di casa, mi ha sempre affascinato.
Stefania Bergo, Mwende. Ricordi di due anni in Africa



Mwende
Ricordi di due anni in Africa

di Stefania Bergo
Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa di viaggio | Romanzo autobiografico
ISBN 978-8827565001
ebook 2,99€
Cartaceo 10,62€

Sinossi
Emozioni intense, natura prepotente di indescrivibile bellezza, persone straordinarie, vita quotidiana in un ospedale missionario, viaggi on the road tra Kenya, Tanzania, Zanzibar e Sudan.
A 35 anni, malgrado una carriera avviata come ingegnere clinico, Stefania sente il bisogno di cambiare rotta. Decide di mollare tutto, un lavoro sicuro e gli affetti, e riparte con la sua valigia gialla per trasferirsi nell’arido villaggio di Matiri, in Kenya, come Direttore generale dell'ospedale St. Orsola. Lì conoscerà altri volontari, troverà amici tra i residenti, si scontrerà con una realtà a volte affascinante altre difficile da accettare, spesso combattuta tra ciò che le bisbiglia la testa e quello che le grida il cuore, sperimentando indimenticabili e logoranti montagne russe emozionali. E inaspettatamente, Stefania troverà anche l’amore.
In questo memoir, sequel del suo romanzo d’esordio “Con la mia valigia gialla”, l’autrice ripercorre la sua vita durante quei due anni, raccontando a volte fedelmente, a volte romanzandole per esigenze narrative, le storie che si è trovata a vivere. Per dare una sbirciatina alla sua Africa, una delle tante facce del seducente continente.



Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Nonostante la struggente nostalgia per la mia laguna veneziana, vivo a Canton, nel sud-est della Cina, dopo aver vagato per il Sud-est asiatico, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco “Durga – Servizi editoriali”, ma soprattutto porto avanti i miei progetti letterari.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
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Recensione: Lo zaino è pronto, io no, di Marco Lovisolo

Recensione: Lo zaino è pronto, io no, di Marco Lovisolo

Recensione: Lo zaino è pronto, io no, di Marco Lovisolo

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Lo zaino è pronto, io no di Marco Lovisolo (Youcanprint). Africa, Messico, India, Perù, Patagonia, Vietnam, Laos e Cambogia: sei viaggi, personaggi strampalati, incontri originali, situazioni bizzarre e piccoli disastri.

Lo zaino è pronto, io no di Marco Lovisolo non è un romanzo, o forse un po’ sì. È la narrazione di sei viaggi importanti di cui l’autore, di Torino come me, è stato protagonista.
Africa, Messico, India, Perù, Patagonia, Vietnam, Laos e Cambogia: queste le mete che Marco Lovisolo ha raggiunto, sempre da solo, in modo anche avventuroso, talvolta trovando temporanei compagni di viaggio.
La struttura di ogni capitolo è la stessa: vi è la cronaca, spesso in chiave ironica, di tutte piccole disavventure e le ingenuità del viaggiatore solitario, che si mischia con interi paragrafi di excursus storici nei quali l’autore spiega con rigore le origini del luogo che sta visitando.
Alla fine del capitolo, per ogni destinazione, vengono suggerite le dieci cose da fare e quelle da non fare.
Così il lettore si immerge nel viaggio insieme all'autore, apprende qualcosa di come le persone vivano dall’altra parte del mondo, cioè in un modo molto diverso dal nostro.

Voglio porgere i miei complimenti all'autore Marco Lovisolo, anzi, al viaggiatore.

Per aver affrontato ogni genere di scomodità, aver dormito in tenda vicino a un ghiacciaio e in un ostello con tre energumeni, di aver condiviso spazi ristretti e odori intensi con sconosciuti durante spostamenti di mezze giornate su mezzi improbabili.
Io che pure a vent’anni andavo in campeggio in tenda e prima ancora, con il coro con cui facevo tournée estive, dormivo e mangiavo a casa di sconosciuti, o, peggio, su sacchi a pelo in camerate lerce con altre cinquanta persone, superati i quarant’anni, voglio, esigo e pretendo solo alloggi confortevoli e, in mancanza della mia famiglia, camere rigorosamente singole. Sono diventata schizzinosa. Quindi leggere di latrine improvvisate in mezzo al nulla mi ha pervasa di un’angoscia non indifferente.

Vi è poi un’omogeneità nel romanzo Lo zaino è pronto, io no che non riguarda solo la struttura, ma proprio ciò che Marco Lovisolo scopre strada facendo.

Innanzitutto, che si parli dei Maya, degli Aztechi, degli Inca, o dei popoli africani, gli europei non ci fanno mai una bella figura. Stessa cosa dicasi degli americani in Asia. Ogni volta che gli spagnoli o gli inglesi, e non solo loro, sono approdati da qualche parte, lo hanno fatto per depredare quei luoghi delle loro ricchezze. Non sono stati accorti nemmeno al punto di studiare e replicare i punti di forza presenti nelle altre culture, anzi, spesso, con la scusa della religione si sono sentiti legittimati a compiere mattanze, annullare le altrui civiltà, sfoggiando un complesso di superiorità piramidale.
Il secondo messaggio è che si può essere felici anche senza soldi e senza nulla. I sorrisi che il nostro protagonista ha incrociato, in luoghi in cui la gente ha appena di che vestirsi e di che mangiare, sono ciò che più fa riflettere sulla nostra civiltà per così dire evoluta. Ed è ciò che spingerà il vero viaggiatore a partire ancora.


Lo zaino è pronto, io no

di Marco Lovisolo
Youcanprint
Narrativa di viaggio | Memoir
ISBN 978-8892636880
Ebook 4,99€
Cartaceo 14,45€

Sinossi
Personaggi strampalati, incontri originali, situazioni bizzarre e piccoli disastri prendono vita nel corso di questo piacevole diario che ci accompagna in giro per il mondo, dall'Africa Orientale all'America Centrale, dall'India al Perù, dal Sud-est asiatico alla Patagonia. L'autore interpreta il viaggio come esperienza esistenziale e ricostruisce, con ironia e disincanto, gli aneddoti che hanno segnato indelebilmente i suoi straordinari vagabondaggi. Marco vive intensamente l'esperienza del viaggio in solitaria, abbandona le rigide convenzioni che regolano la sua esistenza quotidiana e segue un percorso di crescita interiore che lo porta ad affermare: "Ho capito che il viaggio è un'autentica forma d'arte perché rappresenta la vita nelle sue mutevoli sfumature, permette di conferire una nuova dimensione alle cose, ti inebria con il senso di libertà che sa regalarti. I viaggiatori, in realtà, sono artisti".
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.
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Recensione: L'orizzonte ogni giorno un po' più in là, di Claudio Pelizzeni

Recensione: L'orizzonte ogni giorno un po' più in là, di Claudio Pelizzeni

Recensione: L'orizzonte ogni giorno un po' più in là, di Claudio Pellizeni

Libri Recensione di Andrea Pistoia. L'orizzonte ogni giorno un po' più in là di Claudio Pelizzeni (Sperling & Kupfer). Quarantaquattro paesi in quattro anni di viaggio intorno al mondo.

Ci sono libri che sono difficili da descrivere: bisogna solo leggerli e farsi trasportare dalla magia in essa contenuta. Se poi nel profondo si è un incorreggibile viaggiatore e ogni occasione è buona per prendere e partire, certe opere devono tassativamente far parte della propria libreria. E questo romanzo è uno di quelli.
Ma andiamo con ordine.
Il libro è uno spaccato di vita dell’autore, ovvero di un bancario che ha deciso di mollare tutto e girare il mondo per più di tre anni, in quanto la sua vita precedente, quella di lavoratore dipendente e pendolare che accumula denaro a discapito della propria felicità e libertà, è giunta ormai al capolinea (come descrive splendidamente nel secondo capitolo del libro).
È così che, zaino in spalla, seguiamo Claudio Pelizzeni nelle tappe più significative del suo viaggio, dall’Argentina al Nepal fino all’India, per poi spostarsi in Cina, Birmania, Laos, Cile, Patagonia, Australia e tanti altri luoghi meravigliosi e da togliere il fiato, in un susseguirsi di incontri, esperienze e panorami naturalistici che incantano il lettore e lo trascinano in un mondo reale ma al tempo stesso lontano da quello occidental-consumistico che conosciamo.


Claudio Pelizzeni intraprende questo viaggio non come un “turista da tour operator” ma come un vero viaggiatore.

Dormendo in posti inusuali e squallidi, lavoricchiando per ottenere vitto e alloggio, spostandosi per lo più in autostop e sostando nei luoghi più spartani per entrare meglio in contatto con usi e costumi dei locali e per il piacere di apprendere cose che un turista occasionale non avrebbe il piacere di conoscere. Tutto questo per estendere il suo viaggio il più possibile e al tempo stesso per non farsi sfuggire le mille opportunità che ogni luogo ha da offrirgli.
Ecco allora Claudio catapultato a macinare chilometri su chilometri toccando quarantaquattro nazioni e a scontrarsi con mille difficoltà burocratiche e non, imprevisti inaspettati, cambi di programma improvvisi, incidenti di percorso e situazioni difficili da gestire. Ma soprattutto affrontando ciò che farebbe desistere una persona dall’intraprendere un’avventura del genere: il diabete, suo onnipresente compagno di viaggio.

L'orizzonte ogni giorno un po' più in là: Claudio Pelizzeni dipinge in modo dettagliato ogni luogo visitato, cogliendone l’essenza, sia a livello paesaggistico che sociale. 

Ma è solo la punta dell’iceberg, in quanto Claudio Pelizzeni non riporta solo una mera descrizione dei luoghi visitati e spostamenti effettuati ma condivide con il lettore anche le sue considerazione sul viaggiare e, più in generale, sulla vita, offrendo degli spunti riflessivi su cui meditare e tante piccole e grandi verità in cui inevitabilmente si rispecchia il lavoratore seriale con una vita ordinaria e sedentaria.


Non mancano anche momenti drammatici, divertenti e commoventi che spiazzano e coinvolgono ancora di più il lettore, mostrandogli come una vita da viaggiatore non è solo divertimento e spensieratezza ma anche ostacoli da affrontare con coraggio e fiducia in se stessi.
Durante la lettura di L'orizzonte ogni giorno un po' più in là si prova solo il desiderio che quelle trecento pagine in cui sono racchiusi quattro anni di viaggio non finiscano mai, diventino una trilogia, un’intera collana di libri, in modo da non perdere neppure una sfaccettatura, un incontro, un luogo toccato con mano e con cuore da Claudio Pelizzeni.
Che dire? È uno di quei libri che avrei voluto scrivere, ma soprattutto una vita che avrei voluto e che vorrei vivere. È palese quindi il mio invito a leggerlo, per tutti coloro che si sentono viaggiatori nel profondo ma anche per quelli che vogliono sognare terre lontane e inesplorate ma raggiungibili con un minimo di buona volontà e, perché no, genuina pazzia.


L'orizzonte, ogni giorno un po' più in là

di Claudio Pelizzeni
Sperling & Kupfer
Narrativa di viaggio
ISBN 978-8820063399
Cartaceo 14,36€
Ebook 6,99€

Sinossi 
Questa è la storia di un ragazzo che, a poco più di trent'anni, ha già raggiunto traguardi che sfuggono a tanti suoi coetanei: una laurea in un'università importante, un impiego di responsabilità, uno stipendio fisso che gli consente di vivere da solo e di circondarsi del più desiderabile superfluo. Un ragazzo che, nonostante questo, non ha paura di guardarsi dentro e farsi la domanda più importante: sono davvero felice? Di fronte ad aspettative che non sente come sue, a tragitti sempre identici che non aprono nuove prospettive, a una routine che stritola tempo, energia e passione, non può che rispondersi di no. Finché un giorno, davanti a un tramonto, la consapevolezza si accende in lui: i sogni non possono aspettare. E, con quella luce, il coraggio di dare un taglio netto a tutto per inseguire la sua più grande passione: viaggiare. Viaggiare per allargare gli orizzonti di quel mondo che si sta facendo sempre più stretto e soffocante intorno a lui. Viaggiare per sfidare i limiti del corpo e le barriere della mente. Viaggiare con lentezza, senza aerei, per toccare con mano i confini, per «il gusto stesso del viaggio, degli imprevisti, delle scoperte e delle sorprese, delle correnti dell'universo a cui abbandonarsi.» Questa è la storia di un sogno diventato realtà, di un'avventura che ha portato a una nuova vita. Un viaggio lungo mille giorni, attraverso cinque continenti e quarantaquattro Paesi. Ma anche un viaggio dentro di sé, a stretto contatto con le proprie paure, debolezze, risorse inaspettate. In dialogo profondo con quella voce intima e nascosta che, quando accettiamo di ascoltarla, sa sempre indicarci la direzione.
Andrea-Pistoia
Andrea Pistoia
Nasco in una solare giornata di luglio a Vigevano. A dodici anni scoppia l’amore per la letteratura. Affronto la scuola come un condannato a morte. In compenso la mia cultura extra-scolastica cresce esponenzialmente. Dopo due anni vissuti a Londra, torno in Italia come blogger, giornalista, recensore di fumetti e sceneggiatore di un fumetto online per una nota casa editrice. Chitarrista dei ‘Panama Road’, direttore editoriale di una fanzine online.Ancora e mai più (nelle mutande), Youcanprint.Di donne, di amori e di altre catastrofi, Youcanprint.
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Recensione: Ombre giapponesi, di Lafcadio Hearn

Recensione: Ombre giapponesi, di Lafcadio Hearn

Recensione: Ombre giapponesi, di Lafcadio Hearn

Libri Recensione di Alessandra Nitti. Ombre giapponesi di Lafcadio Hearn (Adelphi). Un libro che conduce oltre il velo che separa la grandiosa modernità del Giappone dalla sua antica anima, in un viaggio nel viaggio.

Una leggera malinconia accompagna il mio volo mentre ripenso ai bei giorni appena trascorsi. Sarei rimasta più a lungo in quella terra lontana, insolita, mitica, ma il viaggio è finito. Osservo dal finestrino il Giappone rimpicciolirsi e poi perdersi al di sotto delle nuvole, forse per sempre, forse no.
Sospiro.
Potrei accendere la macchina fotografica e rivedere le foto scattate in due settimane, invece allungo la mano nella tasca anteriore del mio inseparabile zaino verde e tiro fuori una bellissima edizione Adelphi di Ombre giapponesi di Lafcadio Hearn. Accarezzo la copertina dorata con fiori geometrici in rilievo, annuso il profumo buono di carta: qui dentro ci sono le storie che hanno fatto da colonna sonora al mio viaggio, leggende del Paese del Sol Levante sussurratemi nelle orecchie prima di andare a dormire dopo una giornata tra tori shintoisti, Buddha dorati, giardini Zen, tatami e porte di carta di riso. Racconti antichi come il Giappone, trattengono tra le righe e poi dispiegano davanti ai miei occhi l’anima di un paese lontano, di una storia antica.

Il giornalista greco-irlandese Lafcadio Hearn parte alla scoperta del Giappone.

Alla fine del Diciannovesimo secolo, il giornalista greco-irlandese Lafcadio Hearn parte alla scoperta di questo arcipelago ancora poco conosciuto in Occidente e aperto ai traffici commerciali stranieri solo da qualche decina di anni, per approdare in Honshu come giornalista per le riviste americane Harper’s e The Atlantic Monthly. Lì si innamora del Giappone e di una donna giapponese figlia di un samurai; abbandona la sua identità occidentale e prende il nome di Koizumi Yakukomo.
In questa nuova veste insegna letteratura inglese all’Università Imperiale di Tokyo e racconta, in diversi volumi, la vita, la religione, la cultura e i modi del Nippon in Glimpses of Unfamiliar Japan (1894), Exotics and Retrospective (1898), Nel Giappone spettrale (1899), Shadowings (1900), A Japanese Miscellany (1901), Kokoro, il cuore della vita giapponese (1896) e molte altre opere. Tutt’oggi è ricordato con affetto a Matsue, nella prefettura di Shimane.

La missione di Lafcadio Hearn è quella di cogliere l’essenza del Giappone.

Di un Giappone imperiale e quasi mitologico che sta sfumando via per sempre, una terra la quale, sotto l’Imperatore Meiji, tenta di assomigliare alle potenze che lo hanno assoggettato: come un vaso aperto lascia sfuggire la sua immacolata giapponesità. Lafcadio Hearn, determinato a non farla evaporare nel sogno del progresso, la rincorre, l’afferra, va alla ricerca di leggende narrate oralmente dai pescatori e di frammenti nascosti in testi antichi che cantano le gesta dei samurai e i dispetti degli spiriti. Alcuni racconti sono incompiuti, persi per sempre nella mente, oramai polvere, di chi li aveva concepiti; altri narrano di orribili rospi che di notte si trasformano in bellissime fanciulle e trascinano i giovani nelle profondità dei corsi d’acqua amandoli e nutrendosi del loro sangue, di mostri che strappano la testa dei neonati per i peccati delle madri, del mitico Urashima che sparì per tre secoli nel regno del Re Drago per adorarne la bella figlia, o di dipinti di pesci i quali, immersi nei flutti del lago Biwa in Kansai, divengono reali. Fantasmi maligni, spiriti vendicativi, samurai orgogliosi, donne abbandonate, mondi paradisiaci e inferni dolenti, la fantasia atroce e poetica di un intero popolo raccolta in 300 pagine da chi, in quel mondo, vi si è immerso fino a raggiungerne il kokoro, il cuore.

Compagno silenzioso, Ombre giapponesi di Lafcadio Hearn mi lascia fluttuare nella nostalgia per i giorni passati e poi mi conduce oltre il velo che separa la grandiosa modernità del Giappone fino alla sua antica anima, in un viaggio nel viaggio.

Avete mai provato a salire su per la scala di una vecchia torre che ascende a spirale attraverso le tenebre e, nel cuore di quelle tenebre, vi siete poi trovati sull’orlo coperto di ragnatele del nulla? O avete mai seguito un sentiero lungo la costa che taglia la parete di una scogliera, per poi scoprirvi, a una svolta, sul bordo frastagliato di una faglia? Il valore emotivo di una simile esperienza – dal punto di vista letterario – lo dimostra la forza delle sensazioni suscitate e l’intensità con cui le ricordiamo. Ebbene, nelle antiche raccolte di storie giapponesi sono stati curiosamente conservati certi frammenti narrativi che provocano un’esperienza emotiva non molto diversa.
Lafcadio Hearn, In una tazza di tè, Ombre giapponesi

Ombre giapponesi

di Lafcadio Hearn
Adelphi
Narrativa
ISBN 978-8845932694
Cartaceo 11,25€
Ebook 7,99€

Sinossi
«Darei non so che cosa per essere un Colombo letterario, per scoprire un'America Romantica in qualche regione delle Indie Occidentali, del Nordafrica o dell'Oriente dove i comuni cristiani non amano andare!» scriveva Lafcadio Hearn. Sin dall'inizio, del resto, la vita lo aveva passo dopo passo indirizzato a questo scopo. Alla fine dell'Ottocento il Giappone, pur aperto ai commerci con l'Occidente da mezzo secolo, rimaneva un mistero, e Lafcadio Hearn, «nomade civilizzato», si imbarca per scrivere un libro-reportage sul paese. Nato in Grecia, cresciuto in Irlanda, Francia e Inghilterra, vissuto in America un ventennio, celebre per i pezzi di cronaca nera e di squisita, insolita erudizione, è la persona più adatta. Ha sapienza proteiforme e «partecipazione animica», il segreto del grande interprete. Ed è il primo a cogliere il volatile incanto del Paese degli Dei, dove resterà sino alla morte. Naturalizzato giapponese, sposa la figlia di un samurai e prende il nome di Koizumi Yakumo. Fa di più: «pensa con i loro pensieri» e accede al kokoro, al cuore della gente. Miracolo d'innesto, assolve il delicato compito di catturare la bellezza dell'antico Nippon nel momento cruciale che precede la sua sparizione. Riporta alla luce antichi racconti orali e testi classici, facendo riscoprire anche ai nativi capolavori tuttora letti e amati. Come Andersen e i fratelli Grimm, Lafcadio Hearn è più una letteratura che un autore. Sono qui raccolti i testi narrativi sparsi nei suoi volumetti miscellanei: racconti per lo più a sfondo fantastico, pieni di atroci vendette di fantasmi – che si manifestano come insetti, ragni, rane, salici, peonie –, di mogli abbandonate, ma anche di pietose riconciliazioni fra due mondi separati dalla sottile membrana di un fusuma.



Alessandra Nitti
Sinologa, viaggiatrice, appassionata lettrice, yogini e scrittrice. Trascorro le giornate nel mio mondo di poesia inventando trame di racconti, progettando viaggi intorno al mondo o in posizioni yoga a testa in giù. Laureata in lingue e letteratura straniere solo per il gusto di conoscere lingue difficili. Nonostante la struggente nostalgia per la mia laguna veneziana, vivo a Canton, nel sud-est della Cina, dopo aver vagato per il Sud-est asiatico, per insegnare italiano a giovani cinesi. Tra una lezione e l’altra gestisco “Durga – Servizi editoriali”, ma soprattutto porto avanti i miei progetti letterari.
L’amuleto di giada, Arpeggio Libero Editore.
Faust – Cenere alla cenere, Arpeggio Libero Editore.
Esilio, Arpeggio Libero Editore.
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