Gli scrittori della porta accanto
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Recensione: Il pappagallo muto, di Maurizio De Giovanni

Recensione: Il pappagallo muto, di Maurizio De Giovanni

Recensione: Il pappagallo muto, di Maurizio De Giovanni

Libri Recensione di Davide Dotto. Il pappagallo muto. Una storia di Sara di Maurizio De Giovanni (Rizzoli). Il giallo nell'era dell'IA e la rivincita dell'intuizione: non soltanto un gioco logico, ma luogo in cui la letteratura custodisce la dimensione umana dell’indagine.

Da qualche anno il romanzo giallo sta affrontando più di una sfida per restare al passo con i cambiamenti.
Se esiste un “canone”, alcuni aspetti necessitano di un aggiornamento – non solo sul piano della scrittura. Più di un autore se ne è accorto.
Alcuni tratti non reggono il confronto con il presente: non basta più immaginare indagini condotte tra bistrot parigini, pipe fumanti e appostamenti alla Maigret. A meno di ambientare la vicenda in un’epoca passata (anni Ottanta, Novanta o primi Duemila), i nostri anni Venti – e i prossimi Trenta – pongono domande nuove.

Come si conduce un’indagine quando la tecnologia digitale sembra promettere soluzioni istantanee, scandagliando dati e connessioni in pochi secondi, quando tecnici informatici offrono risposte immediate senza muoversi dalla sedia – salvo rocambolesche irruzioni da serie TV come Criminal Minds – mentre ogni dettaglio della vita quotidiana viene archiviato con precisione maniacale?

Il racconto poliziesco deve reinventarsi, e fare del conflitto tra algoritmo e intuizione il suo nuovo motore narrativo.
Ed è proprio su questo che riflette Il pappagallo muto, la settima indagine di Sara Morozzi.
Comparsa per la prima volta nella raccolta Sbirre, Sara porta con sé un passato segnato da scelte radicali: l’amore inseguito a costo di lasciare famiglia e certezze, il prezzo pagato senza concessioni al giudizio altrui. Ex agente dei Servizi, è una protagonista atipica: invisibile per scelta, dotata di un talento raro nell’ascolto e nell’interpretazione dei silenzi. Le sue indagini non puntano mai sulla spettacolarità, ma sulla capacità di leggere le persone. Anche in questa nuova avventura De Giovanni non cerca l’effetto del “chi è l’assassino?”, bensì la profondità del “perché”.



Il giallo non è soltanto un gioco logico, è il luogo in cui la letteratura custodisce la dimensione umana dell’indagine.

Qui si incontrano luce e ombra, memoria e oblio.
Qui soprattutto il conflitto non si esaurisce nell’arresto del colpevole, ma diventa contatto con i demoni interiori, con le ferite e le fragilità che nessun software può archiviare. È questa tensione – irriducibilmente umana – a costituire l’identità profonda del genere.
Il detective classico, da Sherlock Holmes a Frate Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa, è tormentato dalla vertigine dell'enumerazione infinita degli indizi. L'intelligenza artificiale, per sua natura, risolve questo problema. La macchina non si perde nella lista, ma la elabora interamente, fornendo la base oggettiva su cui l'intuizione umana può finalmente agire, senza perdere il controllo.
Non è una questione da poco se oggi si parla di trasparenza algoritmica, ovvero della necessità di comprendere i processi attraverso i quali una macchina giunge a una decisione.

Se l’intelligenza umana è fallibile, quella artificiale è spesso opaca.

E non ci si può accontentare di un generico «Lo ha stabilito l’algoritmo» o «Il software ha deciso». La differenza tra un detective e una scatola nera, del resto, è proprio questa: l’umano, anche quando intuisce la soluzione, sa ricostruirne i passaggi.
In fondo, l'IA diventa un prezioso ausilio di quel "ragionamento all'indietro" che è la cifra di Holmes e la chiave per uscire dall'opacità dei dati. Holmes lo spiega con chiarezza in Uno studio in rosso (1887):
In solving a problem of this sort, the grand thing is to be able to reason backward… You see, I have already arrived at the conclusion without having all the facts. I then proceed to verify my solution. Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, CAP 3

Un giallo che rinunciasse a tale percorso logico cadrebbe nel paradosso: un enigma con una soluzione inaccessibile. Ma se il giallo classico si fonda sulla dimostrazione logica, la realtà contemporanea spinge in direzione opposta.



E se Sherlock Holmes indagasse oggi?

Il fascino dell'investigatore inglese nasceva dal gap tra ciò che sfuggiva a tutti e ciò che lui, grazie a osservazione e ragionamento, riusciva a scovare. Quel vuoto di percezione era lo spazio in cui fioriva il giallo classico.
Oggi, però, quel margine rischia di venire colmato – o peggio banalizzato – dalla tecnologia: non serve più il colpo d’occhio sul fango sugli stivali se esistono tracciamenti GPS, né riconoscere una certa cenere di tabacco se un database può segnalarlo in un istante.
Il giallo contemporaneo deve quindi reinventare quello spazio narrativo, mostrando che, anche nell’epoca degli algoritmi, resta un gap umano che nessuna macchina può azzerare: la memoria, la capacità di leggere ciò che non si lascia tradurre in dato.
La rivoluzione digitale non è solo una questione di strumenti; è una forza trasformativa che rimette in discussione il valore di certe abilità. Il classico investigatore che si affida all’intuizione, alle confidenze, all’osservazione sul campo, è a rischio di obsolescenza. Perché affaticarsi con lunghi interrogatori quando un’IA può tracciare movimenti, incrociare dati finanziari?

Emergono nuove professioni, esperti di cybersecurity, mentre le competenze "analogiche" passano in secondo piano.

In questa corsa al digitale, le abilità analogiche rischiano di sembrare superflue: riconoscere un’esitazione nello sguardo, condurre un interrogatorio con pazienza, conquistare la fiducia di un testimone.
Eppure sono proprio questi i dettagli che nessun software sa riprodurre, e che spesso aprono varchi decisivi nelle indagini. Il giallo diventa così la cartina di tornasole di questi mutamenti, mettendo a confronto generazioni investigative e metodologie diverse.

Il pappagallo muto. Una storia di Sara di Maurizio De Giovanni ribadisce l’insostituibilità dell’elemento umano.

Le doti di Sara Morozzi e del suo gruppo (Andrea, Teresa), considerate marginali o anacronistiche, trovano invece spazio nelle zone d’ombra che la tecnologia non sa illuminare.
Si rivela decisiva la capacità di collegare fatti, e di trasformare anomalie ed errori in indizi.
Il romanzo non si concentra sul “chi” o sul “come” del crimine, ma soprattutto sul “perché”.
I personaggi, e in particolare Sara, mostrano come il delitto affondi le radici nella complessità delle relazioni umane, nei segreti, nelle passioni e nelle fragilità.
Sara Morozzi e Andrea Catapano, messi a riposo, diventano così figure considerate anacronistiche in un mondo di tecnici informatici e analisti forensi digitali. Eppure, proprio la loro marginalità diventa forza narrativa. Non sono reliquie, ma personaggi centrali di un nuovo paradigma narrativo: resistono non per nostalgia, ma perché incarnano ciò che nessuna tecnologia può sostituire.

Il giallo diventa allora un atto di memoria.

Indagando nei segreti e nelle motivazioni di situazioni e personaggi, si riportano alla luce frammenti di verità in cui il male e le debolezze umane ripropongono schemi che nessuna IA può cogliere fino in fondo. La saggezza, contaminata dall’esperienza, continua a battere il dato puro.
Scrivere un giallo oggi significa misurarsi con tensioni che esigono di restituire spessore umano a un genere che vive di dettagli, esitazioni, illuminazioni. È una sfida duplice: narrativa ed etica, perché il giallo interroga il rapporto tra verità e giustizia, tra prova e interpretazione.
Maurizio De Giovanni sceglie di rimettere al centro l’esperienza, la memoria e il dubbio. Sara Morozzi non è l’antitesi della tecnologia, ma la dimostrazione che nessuna macchina può sostituire la capacità di leggere l’animo umano. È in questa frattura che il giallo contemporaneo trova nuova linfa: nel ricordarci che la verità non si riduce a un calcolo, ma nasce da uno sguardo che coglie ciò che sfugge alle griglie degli algoritmi.

Vale la pena aggiungere due ulteriori aspetti.

L’Intelligenza Artificiale procede per sequenze lineari, mentre l’intelligenza umana vive di simultaneità: può cucinare e nello stesso tempo rispondere a una telefonata, ascoltare una canzone e collegare tra loro dettagli marginali. È questa capacità di intrecciare piani e tempi che distingue Sara e Andrea, restituendo al lettore l’impressione che l’indagine sia, prima di tutto, un atto umano.
Ciò che chiamiamo “intelligenza artificiale” è, in fondo, un’intelligenza alternativa: potente nei dati, nei calcoli e negli incroci logici, ma priva della simultaneità incarnata della coscienza. Lo ricorda Jeanette Winterson in 12 Bytes. Come siamo arrivati fin qui, dove potremmo finire in futuro, invitandoci a “rallentare” per capire cosa significa davvero essere umani. La via scelta da Sara Morozzi – intrecciare intuizione, memoria e presenza corporea – non è solo moralmente difendibile: è forse l’unico modo per non lasciarci definire da algoritmi troppo veloci e troppo silenziosi.

Non a caso, l’interesse intorno a Sara Morozzi si sta ampliando anche oltre i libri.

Dai primi due romanzi della serie è tratta una serie TV, con protagonista Teresa Saponangelo, che porta sullo schermo la “donna invisibile” creata da Maurizio De Giovanni. Non si tratta soltanto di un adattamento, ma della conferma che la sua vicenda parla al nostro tempo, intercettando paure e desideri che vanno oltre la cronaca nera. La serie televisiva coglie con precisione questa dimensione liminale di Sara: un personaggio-soglia che scosta la cortina, muovendosi con agilità tra luce e ombra. Non più soltanto una donna invisibile, ma una guardiana silente, un’Atena dagli occhi cerulei, immagine che avevo già evocato in un’altra recensione dedicata alla serie di Sara Morozzi.

Il pappagallo muto
Una storia di Sara

di Maurizio De Giovanni
Rizzoli
Gialli/crime/noir
ISBN: 978-8817182072
Cartaceo 18,05€
Ebook 10,99€
Ascolta l'audiolibro

Quarta

Al parco, seduti su una panchina vicino ai bambini che giocano, potrebbero sembrare due innocui vecchietti, Sara Morozzi e Andrea Catapano. Nessuno indovinerebbe che sono stati per anni i migliori agenti sulla piazza. A sorpresa, ora, i Servizi hanno di nuovo bisogno della donna invisibile e del cieco dalle straordinarie doti investigative. Si tratta di un'operazione in cui non possono usare mezzi tecnologici, solo l'intercettazione personale alla vecchia maniera, che i due maneggiano come nessun altro. Decidono di accettare: se hai fatto quel lavoro, ti resta nel sangue, non riesci a tirarti indietro nemmeno dopo anni.
Ma Sara e Andrea capiscono presto di aver sbagliato a rimettersi in attività. L'incarico potrebbe portarli a rischiare grosso, stretti in un ingranaggio troppo più grande di loro. Per fortuna non è sola, Mora: Teresa è sul piede di guerra, e ci sono i fidatissimi Pardo e Viola, oltre al Bovaro del Bernese Boris, a vegliare sul suo destino incerto e su quello di Andrea, in un'indagine che rivelerà, una svolta dopo l'altra, un intricato groviglio di interessi segreti.



Davide Dotto
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Recensione: Chi dice e chi tace, di Chiara Valerio

Recensione: Chi dice e chi tace, di Chiara Valerio

Recensione: Chi dice e chi tace, di Chiara Valerio

Libri Recensione di Davide Dotto. Chi dice e chi tace di Chiara Valerio (Sellerio). Un giallo atipico: un riepilogo di esistenze che si dilatano e occupano tutto lo spazio possibile fino a immergersi in quelle degli altri, una lente di ingrandimento che serve non al caso narrato ma a guardarsi dentro.

Il romanzo Chi dice e chi tace di Chiara Valerio si muove tra chiaroscuri, esplorando ciò che è evidente e ciò che rimane sospeso. Il titolo stesso solleva una questione cruciale: cosa trasforma una storia in un giallo e cosa, invece, in un’indagine più profonda dell’animo umano?

L’avvocato Lea Russo, protagonista e voce narrante, non è il classico detective, anche se a suo modo si rivela un’osservatrice attenta e meticolosa.

Ogni enunciato insegue il perché di un dettaglio, mantenendo la visione d’insieme e senza lasciare fili in sospeso.
Il racconto acquisisce così la coerenza e la coesione che ci si aspetta. È qui che racconto e giallo si intrecciano, tanto più che Chi dice e chi tace può e deve essere letto due volte: la prima per apprezzarne il valore narrativo e scoprire il più classico dei romanzi alla maniera di Georges Simenon; la seconda per coglierne gli elementi che lo avvicinano a un puzzle poliziesco, dove manca una pura e fredda logica deduttiva e si fa più flessibile. Esplora infatti una certa varietà di scenari e tematiche, fino a un diretto coinvolgimento emotivo nei fatti e nelle vicende narrate.
È, in questo caso, qualcosa di ancora diverso dall’empatia di un commissario Maigret che si immerge totalmente nella psicologia e nel vissuto dei colpevoli o dei sospettati dando all’indagine – e quindi al testo narrativo – una particolare e quasi inaudita profondità. Ci sono momenti, tra l’altro, in cui i nodi da sciogliere appartengono in modo viscerale più all’avvocato Lea Russo che ad altri.

Non è necessario, pertanto, seguire con scrupolo le regole piuttosto rigide del giallo: possono essere trasgredite con intelligenza, ma non impunemente.

L’indagine sulla morte di Vittoria, avvenuta in circostanze sospette, diventa una lente attraverso la quale si può curiosare ovunque, senza dover di necessità seguire le linee guida di un’inchiesta tradizionale che forse nemmeno c’è e che, se ci fosse, sarebbe di troppo. Questo altro che permea ogni pagina del libro è qualcosa che prende tutto, che si può scavare all’infinito. Giungere a una soluzione equivale a spegnere una candela che si è miracolosamente accesa.

Se Chi dice e chi tace non è un’inchiesta, lo diventa in fondo ogni narrazione per il modo in cui è concepita e portata avanti.

Una volta risolta, al caos iniziale non subentra un nuovo ordine. L’universo descritto e narrato – quello di una cittadina di provincia, la città di Scauri – è lo stesso. Si è fatta solo un po’ di luce intorno e soprattutto si tirano le fila di un discorso più ampio. Si tratta di un “microcosmo” connesso senz’altro a un universo più grande.
Qualcuno in effetti ha detto che i libri devono suscitare domande, non dare risposte: la protagonista, l’avvocato Lea Russo, inizia a porsi domande che non è detto ricevano o debbano ricevere risposta. Esse sono frecce lanciate in diverse direzioni che colpiscono, alla fine, bersagli inaspettati. Da lì se ne porranno altre e nuove, alle quali non si è pensato. Dipende dall’urgenza del momento, e nel loro porsi, rispondono comunque a qualcosa, a un’esigenza dello spirito.

La lente di ingrandimento cui ricorre Chiara Valerio non ha nulla a che fare con quella di Sherlock Holmes, perché serve, alla fine, a guardarsi dentro.

Ed è sufficientemente “deformante”, questa lente, per essere in grado di mostrare le cose non solo per quel che sono, ma come dovrebbero essere. Che poi è la sfida di un testo narrativo, individuare un punto di fuga per guadagnare una qualche verità: della storia, dei personaggi, una verità sostanziale, processuale, o semplicemente quella di una vox populi qualsiasi.
È un riepilogo di esistenze che devono dilatarsi e occupare tutto lo spazio possibile fino a immergersi in quelle degli altri. Per farlo, però, occorre raccogliere elementi e dettagli che vengono riposti e custoditi perché non se ne perda il senso.


Chi dice e chi tace

di Chiara Valerio
Sellerio
Giallo
ISBN: 978-88389462573
Cartaceo 14,25€
Ebook 9,99€

Quarta

Un golfo dalla linea morbida, una lunga spiaggia di sabbia che corre parallela alla via Appia tra due colline, il Monte d’Oro e il Monte d’Argento. Un lungomare pieno di oleandri scandito da stabilimenti colorati e a volte sbiaditi, ognuno diverso dall’altro: la Tintarella, il Lido Delfini, il Lido del Pino, il Lido Maria, e molti altri. E poi la pizzeria Lu Rusticone, il bar Luccioletta, due chiese, una sola vera piazza. Poco più a sud scorre il fiume Garigliano e inizia la Campania. Subito a nord ci sono Formia, Gaeta, Sperlonga; in meno di due ore si arriva a Napoli e a Roma. Scauri, nel Lazio, sul Tirreno, seimila residenti nei mesi invernali e centomila nei mesi estivi. Un paese né bello né brutto, ma con una sua grazia scomposta. Qui ha scelto di vivere Vittoria, che è morta nella sua vasca da bagno. È stato uno stupido incidente. L’avvocato Lea Russo, un marito e due figlie, è sempre stata affascinata da Vittoria. Una donna distante ma curiosa, accogliente ed evasiva; nel parlare ha un fatalismo che lascia sgomenti. Era arrivata a Scauri con la sua risata che cominciava bassa e finiva acuta, aveva comprato una casa nella quale tutti potevano entrare e uscire, non aveva mai litigato con nessuno, non aveva mai cambiato taglio di capelli. Viveva con Mara, forse l’aveva adottata, forse l’aveva rapita, si dicevano tante cose. Ora Vittoria è morta per uno stupido incidente in una vasca da bagno, e Lea Russo non ne è convinta. Lea non vuole più accontentarsi di ciò che ha avuto sempre davanti agli occhi. Vuole capire come è morta Vittoria, e chi era davvero. Il primo romanzo per Sellerio di Chiara Valerio segna una traiettoria narrativa inedita. Storia nera di personaggi, indagine su una provincia insolita, ritratto di donne in costante mutazione. Niente è fermo, in Chi dice e chi tace, le emozioni, gli amori, le verità e gli enigmi, i silenzi del presente e il frastuono della memoria: tutto si muove, tutto si trasforma, tutto può sempre cambiare.

   

Davide Dotto

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Recensione: Sur la dalle, di Fred Vargas

Recensione: Sur la dalle, di Fred Vargas

Recensione: Sur la dalle, di Fred Vargas

Libri Recensione di Davide Dotto. Sur la dalle un noir in lingua originale di Fred Vargas (Flammarion). Una nuova indagine del commissario Adamsberg, lo spalatore di nuvole.

Come è noto, il commissario Jean-Baptiste Adamsberg, nato dalla penna di Fred Vargas, si distingue per la particolare tecnica investigativa.
Contrariamente a un approccio convenzionale, Adamsberg si affida in modo sorprendente all'istinto e all'intuizione più spinti, tanto che chi non lo conosce può sentirsi sopraffatto.
Questo stile “non lineare” è in fondo famigliare: abbiamo spesso visto il tenente Colombo cogliere un dettaglio insignificante e seguire un disegno già chiaro in testa, fino alla chiusura dell’indagine.
Nel caso di Adamsberg, però, tale disegno non c’è, o ve ne è uno intricatissimo. Non è nemmeno un disegno, ma una serie indefinita di cause prime, seconde e terze, date dalle “causali convergenti”, dallo “gnommero” che toglie il sonno al dottor Ingravallo, il commissario di Polizia di Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana.

La mente visionaria del commissario Jean-Baptiste Adamsberg (lo spalatore di nuvole), la capacità di avvertire qualcosa oltre l’evidenza immediata della ragione, sono un “unicum” nel suo genere.

I suoi percorsi tortuosi si inoltrano negli strati profondi e inaccessibili della psiche, e in nessun caso – contrariamente a Sherlock Holmes – gli consentono di appoggiarsi alla ragione o al metodo deduttivo.
C’è piuttosto una forma di estraniazione, qualcosa di simile a uno stato di “trance”, perché lasciarsi prendere da una di queste intuizioni significa quasi essere assente a se stesso.
«Torni tra noi commissario. Ma in quali nebbie ha perso la vista, porca miseria?»
«Nella nebbia ci vedo benissimo.» Fred Vargas, Il morso della reclusa (Einaudi)
I momenti migliori sono le lunghe camminate dedicate alla meditazione e a mettere insieme i pensieri; il tempo trascorso a scarabocchiare e disegnare, in attesa di qualche illuminazione; infine le pause di riflessione davanti al menhir nei dintorni di Combourg, in Bretagna, scenario di Sur la dalle.

Un po’ tutti i suoi collaboratori hanno peculiarità che rendono la squadra del commissario fuori dal comune.

Tra costoro c’è il capitano Adrien Danglard, che «ama la carta fino alla nevrosi, e lo scritto in ogni sua forma, e i suoi rapporti sono curatissimi». Figura speculare rispetto al commissario (che evita quanto gli è possibile le scartoffie burocratiche, le relazioni, gli inventari e gli elenchi) è noto per l'ostinata razionalità catalogatrice, che si accompagna a una memoria formidabile, tanto che ci si domanda se abbia tre cervelli in più nascosti con cura («si son adjont n'était pas doté de trois cerveaux supplémentaires soigneusement dissimulés»).

Non tutti i lettori affezionati sembrano entusiasti dell’ultima avventura di Adamsberg, forse perché supera le cinquecento pagine, oppure perché, a metà di una storia intricata e ricca di deviazioni, è difficile pensare a cosa possa venire dopo senza che la trama diventi ancora più ingarbugliata.

Ecco alcuni degli elementi presenti in Sur la Dalle:
  • Un probabile diretto discendente del visconte François-René de Chateaubriand
  • Una serie di delitti che richiamano leggende locali
  • Un assassino che è mancino, o forse no (un faux gaucher)
  • Un branco di adolescenti scapestrati
  • Una pericolosa organizzazione criminale
  • Un rapimento

L’edificio creato a qualcuno è parso farraginoso per via di piste che sulle prime sembrano non condurre a niente, elementi di un gioco a scatole cinesi di cui si tirano le somme solo da un certo momento in poi.

Con il numero impegnativo di pagine, ciò contribuisce a una certa lentezza del romanzo, almeno nella prima metà.
Insomma: Sur la Dalle è di fatto un movimentato intreccio di diversi casi polizieschi che si collegano a quello principale, ciascuno con la sua vittima, il suo colpevole, e soprattutto il suo movente. Per comprendere a fondo un tale groviglio, il lettore ha bisogno di assimilare il tutto e prepararsi a ulteriori sorprese e colpi di scena. Ci vuole un po’ per capire che l'intrico deriva dalla sovrapposizione di interi universi esistenziali.
Il difficile è comprendere – tra i tanti elementi raccolti – quale sia rilevante, quale no. In tali universi, per via di qualche congettura di troppo, uno Sherlock Holmes non brillerebbe affatto. La ragione infatti non arriva dappertutto, ma uno come Adamsberg diventa piuttosto pericoloso. E infatti a un certo punto arrivano i riscontri, le prove incontrovertibili davanti alle quali non si può più scappare.

Il romanzo decolla davvero, superata la metà. Tutto si incastra alla perfezione in un mosaico dettagliato e composito.

Sur la dalle di Fred Vargas richiede alla fine una soglia di attenzione superiore, maggiore pazienza e una lettura accorta.
La particolarità del romanzo – cui non siamo troppo abituati – è una sorta di azzardo: smantella dall'interno la struttura tipica del giallo per poi ricomporlo, non prima di aver concluso un bel po' di storie secondarie e smontato false piste. Tutto con l'aiuto di un filo d'Arianna sui generis: quello che orienta in un labirinto intricato le cui stanze sono i misteri che si intersecano tra loro, i collegamenti nascosti, e dove, da qualche parte, attende la soluzione, qualcosa di simile al Minotauro.


Sur la dalle

di Fred Vargas
Flammarion
Giallo | Noir
ISBN 978-2080420503 [ed. francese]
Cartaceo 23,00€
Ebook 14,99€

Quarta 

- Le dolmen dont tu m'as parlé, Johan, il est bien sur la route du petit pont ?
- A deux kilomètres après le petit pont, ne te trompe pas. Sur ta gauche, tu ne peux pas le manquer. Il est splendide, toutes ses pierres sont encore debout.
- Ca date de quand, un dolmen ?
- Environ quatre mille ans.
- Donc des pierres pénétrées par les siècles.
C'est parfait pour moi.
- Mais parfait pour quoi ?
- Et cela servait à quoi, ces dolmens ? demanda Adamsberg sans répondre.
- Ce sont des monuments funéraires. Des tombes, si tu préfères, faites de pierres dressées recouvertes par de grandes dalles. J'espère que cela ne te gêne pas.
- En rien.C'est là que je vais aller m'allonger, en hauteur sur la dalle, sous le soleil.
- Et qu'est-ce que tu vas foutre là-dessus ?
- Je ne sais pas, Johan.


Davide Dotto
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Recensione: La libreria dei gatti neri, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: La libreria dei gatti neri, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: La libreria dei gatti neri, di Piergiorgio Pulixi

Libri Recensione di Stefania Bergo. La libreria dei gatti neri di Piergiorgio Pulixi (Marsilio Editore). Un cozy mystery adatto anche ai giovani lettori dal ritmo accattivante e con un doppio colpo di scena: uno spiazzante, l'altro commovente.

La libreria dei gatti neri è l'ultimo romanzo di Piergiorgio Pulixi, un cozy mystery uscito il 10 gennaio per Marsilio Editore. Racconta le rocambolesche indagini di un gruppo di lettura d’eccezione: gli Investigatori del martedì, appassionati di gialli. Il loro quartier generale è la libreria Les Chats Noirs. Neri sono Miss Marple e Poirot, i gatti che sovrintendono alle loro malefatte. Nero è l’umore del proprietario, Marzio Montecristo. Ma ancora più nero sarà il caso per risolvere il quale dovranno mettere in società le loro preziose «cellule grigie».
Dopo numerosi thriller, come Un colpo al cuore (Rizzoli 2021), intensi noir psicologici, come Per mia colpa (Mondadori 2021), e il noir per ragazzi Il Mistero dei bambini d’ombra (Rizzoli 2022), Piergiorgio Pulixi si cimenta con un cozy mystery, la cui precorritrice ideale è Agatha Christie – non a caso i gatti neri hanno i nomi dei suoi celebri investigatori.

La libreria dei gatti neri è un giallo intriso di ironia, cosa che per altro non manca mai nei romanzi di Pulixi, dosata abilmente con la componente poliziesca.

Fin dal primo capitolo, dove si passa dalla scena ilare di due genitori reduci dalla festa del compleanno del figlioletto al terrore che bussa alla porta. È questo il primo crimine su cui la sovrintendente Angela Dimase dovrà indagare per fermare un serial Killer che lascia sulla scena una clessidra. Il lettore sa che anche il modus operandi è il medesimo: l'assassino uccide addossando alle vittime il peso della scelta su chi, dei tre presi in ostaggio, meriti di sopravvivere. E si tratta sempre di familiari, quindi di una decisione impossibile da prendere.
Per ritrovare il bandolo dell'ingarbugliato caso, Angela Dimase chiede aiuto, come già una volta in passato, all'amico – e segretamente innamorato – Marzio Montecristo, uomo burbero, carismatico, malinconico e dall'ironico cinismo, proprietario della libreria del titolo – «Decise di limitarsi a sorridere ignorandola, consapevole che l'indifferenza è un vaffanculo in abito da sera».

Les Chats Noirs, infatti, diventa settimanalmente sede di un curioso club del libro ora ridotto a un manipolo di lettori ben assortiti amanti delle diverse gradazioni di gialli.

«È un gruppo strano», ammette Pulixi in una sua intervista rilasciata in anteprima su questo sito, tutti intrisi di quelle letture, da Simenon a Christie, Edgar Allan Poe e Conan Doyle che hanno allenato le loro «cellule grigie». Una signora ottantenne che adora i thriller più violenti, un frate cappuccino imponenete ma sempre sorridente, una ragazzina dark-goth amante dei romanzi polizieschi ambientati in epoca vittoriana, e un anziano gentiluomo che sembra uscito da un libro di Georges Simenon.
Ma sarà Montecristo ad avere la giusta intuizione e risolvere il caso, con un colpo di scena davvero inimmaginabile. Un finale con ulteriori risvolti inaspettati che riempiono di commozione.

In Montecristo Pulixi concentra tutti i suoi aneddoti rivelando un trascorso da libraio – «Ce l'ha Sequestro un uomo di Primo Levis?»

Sebbene sia lui l'indiscusso protagonista, tutti i personaggi sono come sempre ben caratterizzati, dall'aspetto ai dialoghi, al modo di pensare e agire. Non è difficile, leggendo un libro di Pulixi, intuire l'inflessione e la tonalità della voce dei protagonisti. Le descrizioni sono puntuali, con un'estrema cura per i dettagli, per quegli indizi abilmente disseminati lungo le pagine che, per quanto evidenti, si notano solo alla rivelazione finale, quasi mai coincidente con quella ipotizzata.
I capitoli brevi che terminano con un espediente narrativo che lascia sospesi, come sempre proiettano il lettore alle pagine successive. Il formato tascabile lo rende un libro anche fisicamente piacevole.
Una nuova declinazione dello stile di Piergiorgio Pulixi, La libreria dei gatti neri è un cozy mystery adatto anche ai giovani lettori, che riporta le atmosfere nostalgiche della letteratura gialla del secolo scorso ma con un taglio contemporaneo, citando qua e là titoli di libri che verrà voglia di leggere. Come se lo scrittore a tratti mettesse da parte la sua anima per far posto a quella del libraio che fu.


La libreria dei gatti neri

di Piergiorgio Pulixi
Marsilio Editore
Giallo | Cozy mystery
ISBN
ebook 7,99€
cartaceo 15,00€

Quarta

Grande appassionato di gialli, Marzio Montecristo ha aperto da qualche anno nel centro di Cagliari una piccola libreria specializzata in romanzi polizieschi. Il nome della libreria, Les Chats Noirs, è un omaggio ai due gatti neri che un giorno si sono presentati in negozio e non se ne sono più andati, da lui soprannominati Miss Marple e Poirot. Nonostante il brutto carattere del proprietario, la libreria è molto frequentata, ed è Patricia, la giovane collaboratrice di Montecristo, di origini eritree, a salvare i clienti dalle sfuriate del titolare. La libreria ha anche un gruppo di lettura, “gli investigatori del martedì”, un manipolo di super esperti di gialli che si riuniscono dopo la chiusura per discettare del romanzo della settimana. È una banda mal assembrata ma molto unita, di cui Marzio è diventato l’anima, suo malgrado. Un anno prima il gruppo si è dimostrato capace di aiutare una vecchia amica di Montecristo a risolvere un vero caso da tutti considerato senza speranza. Ora la sovrintendente Angela Dimase torna a chiedere la loro collaborazione per un’indagine che le sta togliendo il sonno: un uomo incappucciato si è presentato a casa di una famiglia, ha immobilizzato due coniugi e il loro figlioletto e ha intimato all’uomo di scegliere chi doveva morire tra la moglie e il figlio; se non avesse deciso entro un minuto, li avrebbe uccisi tutti e due. Il sadico killer viene presto soprannominato «l’assassino delle clessidre», visto che sulla scena del crimine ne lascia sempre una. Riusciranno gli improbabili “investigatori del martedì” a sbrogliare anche questo caso, intricato quanto agghiacciante, permettendo alla polizia di fermare il feroce assassino prima che colpisca di nuovo? Pulixi firma un giallo pieno di suspense e ironia che parla di libri e omaggia i classici del mystery, rendendo i lettori i veri protagonisti di questa storia.


Stefania Bergo
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Recensione: Il Francese, di Massimo Carlotto

Recensione: Il Francese, di Massimo Carlotto

Recensione: Il Francese, di Massimo Carlotto

Libri Recensione di Davide Dotto. Il Francese di Massimo Carlotto (Mondadori). Un nuovo, iconico personaggio «disposto a tutto pur di tutelare il suo patrimonio».

Il titolo concentra l’attenzione del lettore sul protagonista, il cui mestiere – se di mestiere si tratta – si identifica secondo una molteplicità di registri, di lessico e di punti di vista. Toni Zanchetta – il Francese – è un macrò, un lenone, un prosseneta, un pappone, un magnaccia, uno sfruttatore. Si considera un imprenditore e, in quanto tale, «disposto a tutto pur di tutelare il suo patrimonio» e il suo discutibile posto nel mondo. Intorno si è costruito una fugace comfort zone, una parvenza di irrinunciabile normalità. Uscirne significa avere la polizia alle calcagna, ma anche essere braccato dalla criminalità organizzata con molti meno scrupoli dei suoi.

Chi è quindi il Francese?

Con la scomparsa di una delle sue ragazze inizia il suo calvario. Toni Zanchetta è il colpevole perfetto, ma anche un investigatore sui generis: è il primo ad avere interesse a sciogliere i nodi della vicenda per tornare alla routine di sempre. Quella che cerca non è necessariamente la verità in sé, quella cui mirano le indagini della Ardizzone, commissario di polizia, poco incline a fargli sconti.
Il Francese in questi tentativi pecca di ingenuità, anche se in alcuni momenti le sue indagini sembrano le uniche possibili, tanto quelle ufficiali si arenano davanti agli ostacoli di un ambiente che non perdona. Ma in ciò – è lui stesso a riconoscerlo – è «l’ultimo dei dilettanti». Tuttavia vive di illusioni, per esempio quella di «essersi allontanato per sempre dall’ambiente criminale e violento, ottuso e implacabile». Ma egli stesso – per necessità e virtù – lo è (criminale, violento, ottuso).

Molto più concreta è la sua avversaria, la commissaria Ardizzone, con la quale entra subito in competizione, braccando l’unico colpevole possibile.

Alla fine questo angelo custode implacabile e di cattivo umore inquadra esattamente il Francese, non si fa abbindolare dalla di lui “arte manipolatoria”, né dal suo modo di vedere e considerare ogni donna. Ha capito che l’uomo per indole è imprigionato in una strada senza uscita, anche se lastricata di buone intenzioni. È un'anima pericolosamente in bilico, cui è negata qualsiasi tipo di redenzione.
È a un passo, tuttavia, dallo strappare un velo che gli mostri le cose così come sono (e conosce molto bene) e che lo separa dall’essere mostro tra altri mostri. Non vi è un’esistenza che si sia lasciata alle spalle, non ci sono veri e propri giri di boa. La caduta è inevitabile, salvo il gioco di circostanze favorevoli o contrarie che da lui non dipendono, e gli consentono di restare a galla, o gli offrono insperate scappatoie. Le stesse che contribuiscono ai meccanismi della storia e dell’intreccio.

Le attenuanti cui Toni ricorre (tipo che il mondo è corrotto e non esistono eroi senza macchia) non sono alla fine gran cosa.

Altro che mostro. Toni si convinse una volta di più di essere un onesto uomo d’affari, a tratti un benefattore. Tutti si riempiono la bocca di paroloni sul sesso, ma soltanto chi conosce il mondo della prostituzione sa cosa sia realmente: una stanza buia dove ognuno può soddisfare ogni desiderio, voglia, perversione. Legale o illegale. Tutto è permesso, basta pagare.
Massimo Carlotto, Il Francese
Ha molto da espiare. Il come è tutto da vedere.
La Ardizzone insegue tutt’altro genere di normalità: quella che fa volentieri a meno di simili personaggi, che attenua le contraddizioni del contesto sociale e rafforza l’esigenza di giustizia e di legalità, facendo in modo che queste non alberghino troppo sullo sfondo.
Si tratta di due universi che si contendono lo stesso spazio, costretti a confrontarsi e a comunicare per scalzarsi a vicenda. In altre parole: scarsi i punti di contatto, e molte le occasioni di scontro.

Troppe sono le ombre e le minacce di un contesto reale che pone nel nulla ogni possibile illusione.

Anche quella di riuscire a difendersi da insidie velenose di cui egli stesso è compartecipe. Le regole del gioco che il Francese stesso ha accettato non danno scampo e non lo aiutano di certo a “coltivare uno spazio interiore". Inizierà a compiere un errore dopo l’altro dato che sembra aver perso (o non ha mai posseduto del tutto) la spregiudicatezza che gli serviva.



Il Francese

di Massimo Carlotto
Mondadori
Giallo
ISBN 978-8804746614
Cartaceo 16,15 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Lo chiamano il Francese. Gestisce una "maison" di dodici donne. Ognuna ha un nome d'oltralpe, ognuna recita un personaggio diverso: dalla pin-up d'altri tempi alla manager in carriera, il Francese è in grado di soddisfare le fantasie di commercianti, imprenditori, professionisti. È un giro medio-alto, il suo, le mademoiselle non lavorano in strada, e non tutti se lo possono permettere. Tutto precipita quando una di loro scompare nel nulla: è lui l'ultimo ad averla vista viva, e quindi il primo sulla lista degli indagati. Il commissario Franca Ardizzone non gli dà tregua, lo vuole sbattere in galera a tutti i costi. E la sua maison fa gola alle bande che gestiscono la prostituzione in zona.
Per salvarsi, il Francese è costretto a cercare la verità, un gioco pericoloso dove nessuno rispetta le regole.
Massimo Carlotto, uno degli autori più amati, incisivi e schierati del noir italiano, debutta nel Giallo Mondadori con un nuovo, iconico personaggio, dimostrando per l'ennesima volta il suo talento unico nel raccontare la nostra società e gli scheletri che cerca di nascondere nell'armadio.


Davide-Dotto

Davide Dotto

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Recensione: Nelle sue ossa, di Maria Elisa Gualandris

Recensione: Nelle sue ossa, di Maria Elisa Gualandris

Recensione: Nelle sue ossa, di Maria Elisa Gualandris

Libri Recensione di Silvia Pattarini. Nelle sue ossa di Maria Elisa Gualandris (Bookabook). Precariato, femminicidio e violenza di genere in un giallo ambientato sulle rive del lago Maggiore.

Nelle sue ossa è il romanzo d’esordio di Maria Elisa Gualandris, promettente autrice che non conoscevo.
La vicenda si svolge ai giorni nostri sulle rive del Lago Maggiore, territorio suggestivo e pieno di fascino, custode di antichi segreti.
La protagonista, Benedetta Allegri, per gli amici Benny, 35 anni, è reporter freelance di un giornale on line, alle prese con la condizione di lavoro precario e una situazione sentimentale abitudinaria.

In una villa sul lago vengono ritrovati dei resti umani. Risultano appartenere a una donna.

Benny inizia un’indagine destinata a riportare a galla una verità scomoda, che negli anni in paese, quasi tutti avevano dimenticato.
Aiutata dal commissario Giuliani, non demorde, è decisa a scoprire il mistero e fare giustizia per la povera ragazza, nonostante le reticenze di avvocati omertosi e compaesani diffidenti.
Solo nei libri gialli i magistrati sono generosi nel divulgare informazioni. O forse in procure più grandi. Qui di sicuro no. I giornalisti vengono visti come la peste, salvo quando c’è bisogno di far sapere al mondo una notizia che faccia comodo, ovviamente.
Maria Elisa Gualandris, Nelle sue ossa

Chi è questa ragazza, chi l’ha uccisa e perché ha nascosto il cadavere nella cantina di Villa Camelia?
Domande a cui si troverà risposta un po’ alla volta, scorrendo pagina dopo pagina, facendo un salto temporale indietro nel tempo di una quarantina d’anni, mentre la vicenda intricata si dipana e il lettore ha ampio spazio per immedesimarsi nel contesto e nei sentimenti dei protagonisti.

Ho trovato la scrittura di Maria Elisa Gualandris scorrevole e godibile, è riuscita a creare una bella atmosfera, in cui non mancano scene di suspense, mistero e intrighi; insomma tutti i crismi del giallo.

I protagonisti sono ben caratterizzati e credibili, tant’è che la lettura non risulta mai ridondante e si legge volentieri fino all’ultima pagina, desiderosi di scoprire l’assassino.
Maria Elisa Gualandris è riuscita a realizzare un bel pretesto letterario per affrontare argomenti, purtroppo, sempre d’attualità: precariato, femminicidio e violenza di genere. Per questo motivo non mi limito a consigliarlo solo agli amanti del genere giallo e thriller, ma anche a quanti amano il giornalismo d’indagine, le storie vere e d’attualità.


Nelle sue ossa

di Maria Elisa Gualandris
Bookabook
Giallo | Thriller
ISBN 978-8833234069
cartaceo 15,00€
ebook 6,99€

Sinossi

Durante un restauro, nella cantina di una villa sul lago vengono trovate ossa umane. Sono lì da almeno quarant'anni e nessuno ha idea di chi possano essere. La giornalista Benedetta Allegri si imbatte nella vicenda e spera che possa essere l'occasione per rilanciare la sua carriera precaria. Aiutata dall'affascinante commissario Giuliani, scopre che le ossa sono di Giulia Ferrari, una studentessa scomparsa nel 1978 che nessuno ha mai veramente cercato. La procura ha fretta di archiviare il caso e cerca di far ricadere la colpa su quello che all'epoca era il fidanzato della ragazza. Benedetta, però, intuisce che la sua tranquilla cittadina di provincia nasconde molti segreti ed è pronta a tutto pur di giungere alla verità e ottenere giustizia per Giulia.


Silvia Pattarini
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Recensione: Per mia colpa, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: Per mia colpa, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: Per mia colpa, di Piergiorgio Pulixi

Libri Recensione di Stefania Bergo. Per mia colpa di Piergiorgio Pulixi (Mondadori). Un romanzo emozionale che gioca col chiaroscuro dei personaggi, rendendoli ulteriori filoni narrativi.

Ho letto altri libri di Piergiorgio Pulixi. Ho iniziato ad amarlo con Lo stupore della notte. Ho amato i personaggi, il suo racconto della Sardegna e il pathos che tiene legati alle pagine fino alla fine. Ho continuato a seguirlo con L'isola delle anime e Un colpo al cuore. Non potevo certo farmi scappare il suo ultimo romanzo, Per mia colpa, uscito il 28 settembre.
Anche qui, protagonista è una donna, una commissaria, Giulia Riva. È figlia di una madre che, rimasta vedova, se ne va in giro per il mondo, tra party esclusivi e crociere, ad affascinare uomini anche più giovani di lei, forse per metabolizzare, a modo suo, il lutto. È collega e soprattutto amica di un poliziotto, Flavio Caruso, che invece non riesce a metabolizzare il suo, di trauma – anche se fino alla fine non ci è dato di sapere quale – ma è anche la quota ironica del romanzo – che, malgrado la trama e gli scenari, non manca mai nei romanzi di Piergiorgio Pulixi.

Due casi, in cui i protagonisti palesi o sottesi sono i sensi di colpa, sconvolgono Giulia Riva, tanto da indurre una brusca virata alla sua vita: si tratta di una avvocata accusata di aver ucciso l'amante del marito e di una donna scomparsa da un anno.

Riflettere sul primo caso la porta a troncare una relazione clandestina con un suo superiore, che si trascina ormai da qualche anno in un vicolo cieco di possibilità negate. Chiede il trasferimento, vuole andare lontano da Cagliari per tagliare ogni cordone ombelicale con una storia senza futuro. Non prima di aver risolto l'ultimo caso, quello di una donna scomparsa da un anno, per una promessa fatta alla figlia, una bambina di nove anni che si presenta al Commissariato, implorando di ritrovare la mamma  malgrado tutte le indagini abbiano portato solo a binari morti: Virginia Piras non aveva alcun motivo per lasciare la sua famiglia e la sua vita e non è mai stato trovato il suo corpo. Ma è davvero così? Sarà ancora viva?

Per mia colpa è un romanzo psicologico che scandaglia l'animo umano.

Mette in luce le ombre dei suoi protagonisti, paradossalmente dando loro maggiore profondità. Ognuno ha un lato oscuro, un trauma passato, un senso di colpa che scava da dentro fino a bucare la superficie.
Il filone giallo è quasi secondario, sebbene il finale, completamente inaspettato, abbia un effetto pirotecnico. Anche le poetiche descrizioni dei luoghi, da cui traspare l'amore incondizionato di Piergiorgio Pulixi per la Sardegna, che elevano i suoi romanzi a eccellente narrativa, lasciano spazio all'approfondimento psicologico. Un approccio che risulta abilmente condiviso col lettore: ognuno di noi ha un senso di colpa che influenza la nostra vita. Può essere cosciente o restare latente fino a un episodio scatenante. Ed è allora che rompe gli argini come la piena di un fiume.

La suspense che aleggia tra le pagine di Per mia colpa non è la solita al cardiopalmo, non si inorridisce per delitti efferati. Si viene ipnotizzati dai personaggi stessi che si mettono a nudo, diventando ognuno un filone narrativo di cui si vuol conoscere l'epilogo.

Complici anche i capitoli brevi che si concludono sempre con presunti puntini di sospensione e che inducono nel lettore assuefazione.
Ho trovato un romanzo più emotivo, commovente, che gioca col chiaroscuro emozionale più che con l'azione, in particolare col senso di colpa che fa filtrare un po' di luce nel buio e di oscurità nei meandri inondati dal sole, senza uniformare, ma creando piccole o grandi discontinuità. Lo dimostra il fatto che il vero epilogo non è la sorprendente soluzione del caso ma, a mio avviso, l'ultimo capitolo, dove insieme a un nodo stretto del passato si è sciolta anche la mia commozione.
«Nonostante tutto, le capisco entrambe» le rivelai, riflettendo su come l'amore, oltre al dolore, spesso di portasse dietro anche l'odio e la vendetta [...]

Per mia colpa

Per mia colpa

di Piergiorgio Pulixi
Mondadori
Narrativa | Giallo
ISBN 978-8804743675
Ebook 9,99€
Cartaceo 17,00€

Sinossi

A volte l'unico modo per voltare pagina è andare via. È quello che si rassegna a fare la vicecommissaria Giulia Riva, decisa a chiudere una storia clandestina con un superiore che le procura soltanto dolore. Ha appena chiesto il trasferimento, che al commissariato di Cagliari si presenta Elisa, nove anni e una richiesta che raggela: ritrovare la mamma scomparsa. Giulia non può tirarsi indietro, anche se Virginia Piras era una moglie e una madre serena, e dunque per sparire così probabilmente è stata uccisa. Ma da chi? E perché? Tutti sembrano essersi dimenticati di lei, compreso l'ispettore Flavio Caruso, il partner e mentore di Giulia, a cui l'indagine è affidata. Caruso però non è più il poliziotto di un tempo, e Giulia capisce che potrebbe aver commesso errori fatali. Così si fa assegnare il caso, nella speranza di risolverlo ed evitare una possibile onta al suo partner. Non immagina che la ricerca la spingerà a interrogarsi anche sui propri errori passati: perché il cuore ha due lati, uno con cui si ama e uno con cui si odia. Piergiorgio Pulixi, vincitore del premio Scerbanenco 2019, debutta nel Giallo Mondadori con un noir sulle maschere a cui ricorriamo per preservare le emozioni che ci fanno sentire vivi – anche quando potrebbero esserci fatali.


Stefania Bergo
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Recensione: L'isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: L'isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi

Recensione: L'isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi

Libri Recensione di Stefania Bergo. L'isola delle anime di Piergiorgio Pulixi (BUR Rizzoli). Cold case e personaggi femminili tridimensionali, una Sardegna mistica, temibile ma meravigliosa, raccontata dosando realtà e mito senza mai svelarne le proporzioni.

Dopo Lo stupore della notte, in attesa di leggere l'ultimo romanzo di Piergiorgio Pulixi, Un colpo al cuore, in uscita proprio oggi, ho letto L'isola delle anime. Vi ho ritrovato lo stile raffinato dell'autore, la sua narrazione che si sofferma spesso sulla descrizione minuziosa ed emozionale dei paesaggi, confermando il grande amore per la sua terra e il rispetto per i personaggi dei suoi romanzi, cui conferisce sempre estrema tridimensionalità.


Ancora una volta, dopo Rosa Lopez, le indagini dell'intricato caso, che pesca direttamente dalle oscure leggende nuragiche della Sardegna, sono condotte da poliziotte.

Questa volta da una coppia splendidamente assortita delle cui dinamiche mi sono subito innamorata: Eva Croce e Mara Rais – che si ritroveranno in Un colpo al cuore, e viene da chiedersi perché questa  predilezione per il genere femminile con pistola e distintivo. Pulixi ne fa una descrizione realistica, psicologicamente plausibile, a tal punto che sembrano essere raccontate da una autrice.
L'isola delle anime è la Sardegna, intrisa di tradizioni paleolitiche incuneate tra le aspre montagne e le gole, trappole millenarie in cui rimangono incagliati i corpi che nessuno più potrà recuperare ma da cui emergono fantasmi e maledizioni. Anzi, benedizioni, come quelle che si vorrebbe scaturissero da riti propiziatori sanguinosi. Credenze millenarie che incutono timore, violenze mascherate da azioni necessarie, sacrifici famigliari nel nome di un bene più grande e prezioso: la comunità.

L'isola delle anime si apre con un bambino che si imbatte proprio in uno di questi sacrifici umani nel cuore di un bosco dell'entroterra sardo, in un luogo sacro avvolto da foschia, nel 1961.

I sensi gli gridavano di andarsene, eppure non riusciva a muovere nemmeno un muscolo. [...] Accennò qualche passo, approssimandosi all'essere umano. Era una donna, nuda sotto i velli di pecora. Il sangue gocciolava da una ferita slabbrata alla gola, inzuppando il terreno umido. Le mani erano legate dietro la schiena. Si trovava al centro di un circolo megalitico, in un cerchio con andamento a spirale, davanti al tempio che proteggeva il pozzo sacro. Piergiorgio Pulixi, L'isola delle anime
Di questo crimine non rimane traccia, se non nella mente del bambino, a tal punto da condizionare tutta la sua vita.

Dalla voce onnisciente del narratore sappiamo che altri due ritrovamenti del tutto analoghi, uno nel 1975 e l'altro undici anni dopo, diventeranno indagini irrisolte della procura di Cagliari.

Dei cold case che verranno riportati alla luce dall'ispettore capo Eva Croce – «anfibi scuri, jeans strappati e un giubbotto di pelle dall'aria vissuta [...] piercing al naso» –, per metà irlandese, trasferita sull'isola da Milano, e Mara Rais, cagliaritana verace di aspetto elegante e lingua tagliente – «portatrice sana di un carattere di merda» –, "declassata" dalla Omicidi alla Delitti Insoluti.
Le donne dei romanzi di Piergiorgio Pulixi sono dense, determinate, con trascorsi burrascosi, vite difficili, da cui emergono con profonde ferite, luci e ombre, fragilità e forza interiore granitica. Eva Croce ha dovuto affrontare il dolore della perdita di una figlia, Mara Rais lo spettro di molestie sul lavoro cui nessuno ha voluto credere, col risultato, di fatto, di essere molestata due volte. Una coppia che mi ha coinvolto e convinto fin da subito per l'intesa, sottolineata da continui e spassosi scambi di gentilezze. Due personaggi delineati lentamente pagina dopo pagina, costruiti psicologicamente e nell'aspetto, fino a renderle reali, complete solo all'ultimo capitolo.

Quello che emerge dalle indagini, è un passato immobile – millenario e recente – che si intreccia strettamente al presente frenetico.

«Rituali arcaici di morte e violenza» legati al culto della Dea Madre e di Dionisio. Famiglie chiuse in un mondo a parte, sepolte nella Barbagia inviolabile, violenta, agreste. Da cui non si riesce a uscire. Piergiorgio Pulixi descrive le tradizioni sarde come nodi serrati di una corda che lega alla terra, senza possibilità di andare oltre la propria condizione, senza speranza di cambiare. È una Sardegna incantevole e terribile, quella che racconta. Ci si innamora dei suoi paesaggi, del profumo del mare, del dialetto, ma ci si sente serrare la gola da quelle tradizioni ingiuste, anacronistiche, chiedendosi: sarà davvero così? E resta il dubbio che la maestria dell'autore dosi realtà e mito senza svelarne mai in quale rapporto. 

L'isola delle anime è un continuo scoprire e interrogarsi, il lettore non può che fare congetture basandosi sui colpi di scena o su filoni di trama più lenti che si arricchiscono a poco a poco, consolidandosi.

Una lettura coinvolgente che si fatica a lasciare.
Amo lo stile narrativo di Piergiorgio Pulixi. È insolitamente descrittivo, per un romanzo giallo in cui si può pensare che ciò che conta siano l'azione e l'attenzione al dettaglio investigativo. Aggiunge una necessaria staticità alle scene di indagine in continuo movimento, soffermandosi sul paesaggio, da cui emergono anche suoni e odori, e sulla psicologia dei protagonisti, come continui fermo immagine che permettono di metabolizzare l'accaduto e respirare. A tratti mi è capitato di ripensare alle descrizioni deliziose, eteree, sublimi di Francis Scott Fitzgerald...
L'aria trasudava un sentore mefitico di zolfo che ubriacava le persone di tristezza.
[...] Nell'aria si avvertiva la resa del pomeriggio alla sera
[...] Vinta da quella straziante certezza, Dolores smise di resistere alle lusinghe dell'oscurità e si abbandonò alle maree carnivore del buio.
[...] La luce purpurea del tramonto stava sfebbrando, attenuandosi ogni minuto di più.
[...] Le rispose solo il solfeggio del vento.
Piergiorgio Pulixi, L'isola delle anime
Piergiorgio Pulixi è efficace nelle scene d'azione e in quelle drammatiche o intime, che mi hanno fatto commuovere fino alle lacrime. Leggere le pagine dei suoi libri è come guardare un film, essere guidati da una telecamera in presa diretta, cambiare ambientazione, senza perdersi mai. E si diventa avidi di sapere cosa succede oltre, come andrà a finire, legandosi ai personaggi che diventano familiari. 
   

L'isola delle anime

di Piergiorgio Pulixi
BUR Rizzoli
Noir | Poliziesco
ISBN 978-8817129930
Cartaceo 18,05€
Ebook 9,99€

Sinossi

Li chiamano cold case. Sono le inchieste senza soluzione, il veleno che corrompe il cuore e offusca la mente dei migliori detective. Quando vengono confinate alla sezione Delitti insoluti della questura di Cagliari, le ispettrici Mara Rais ed Eva Croce ancora non lo sanno quanto può essere crudele un'ossessione.
In compenso hanno imparato quant'è dura la vita. Mara non dimentica l'ingiustizia subita, che le è costata il trasferimento punitivo. Eva, invece, vuole solo dimenticare la tragedia che l'ha spinta a lasciare Milano e a imbarcarsi per la Sardegna con un biglietto di sola andata.
Separate dal muro della reciproca diffidenza, le sbirre formano una miscela esplosiva, in cui l'irruenza e il ruvido istinto di Rais cozzano con l'acume e il dolente riserbo di Croce. Relegate in archivio, le due finiscono in bilico sul filo del tempo, sospese tra un presente claustrofobico e i crimini di un passato lontano. Così iniziano a indagare sui misteriosi omicidi di giovani donne, commessi parecchi anni prima in alcuni antichi siti nuragici dell'isola. Ma la pista fredda diventa all'improvviso rovente. Il killer è tornato a colpire. Eva e Mara dovranno misurarsi con i rituali di una remota, selvaggia religione e ingaggiare un duello mortale con i propri demoni.
Interrogando il silenzio inscalfibile che avvolge la sua Sardegna, Piergiorgio Pulixi spinge il noir oltre se stesso, svela le debolezze della ragione inquirente in un mondo irredimibile, in cui perfino la ricerca della verità si trasforma in una colpa.


Stefania Bergo
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Recensione: Fantasmi del passato, di Marco Vichi

Recensione: Fantasmi del passato, di Marco Vichi

Recensione: Fantasmi del passato, di Marco Vichi

Libri Recensione di Davide Dotto. Fantasmi del passato: un'indagine del commissario Bordelli di Marco Vichi (Guanda). Un affresco di Firenze, un anno dopo l'alluvione.

Fantasmi del passato, di Marco Vichi non è un giallo puro. Le prime 25, 30 pagine fanno da anticamera, un po’ sbilanciano anche il lettore meno sprovveduto. Assomiglia molto ai roman roman di Simenon. Per essere precisi il racconto poliziesco sta nel mezzo, non avvolge l’intera trama, a volte ce ne dimentichiamo persino. Il poliziesco arretra di fronte ad altro: intorno vortica un intreccio di storie parallele e di ricordi che si alternano tra loro senza creare disarmonie di sorta. Questa sensazione è tanto vera che una volta risolto il delitto, il romanzo non è ancora concluso, all’autore servono ancora una trentina di pagine per sciogliere nodi (gli ultimi) di diverso genere, di quelli che non si possono ignorare.


Fantasmi del passato è soprattutto un affresco di Firenze, un anno dopo l’alluvione (siamo nel 1967).

Le sue strade si fanno scenario imprescindibile di incontri inaspettati, punto nevralgico e snodo di vicende che si intersecano. È così che ogni personaggio assume una identità e una geografia definite, divenendo correlativo oggettivo dei luoghi che frequenta e nei quali vive.
Il Commissario Bordelli entra con tutto se stesso nel giallo, certo, ma si muove soprattutto fuori: nel ricordo di Eleonora (il suo antico amore), di sua madre, dei trascorsi bellici, della liberazione, delle lotte partigiane. Non è il classico poliziotto distaccato dagli eventi. Freme, sospira, sonda, ingenuo e a tratti bambinesco, protagonista di un denso capitolo incentrato sulla sua esistenza, le cui fila si susseguono tra un racconto e l’altro.
Insomma, scopo del romanzo non è solo risolvere il giallo, scoprire l’identità di colui che ha assassinato con un colpo di fioretto tale Antonio Migliorini, ma anche chiudere un capitolo dell’esistenza del commissario e far primeggiare quel volto, quella inflessione leggermente infantile che ce lo rendono simpatico, ingenuo quanto basta per non pregiudicare la perizia e l’intuito richiesti dal suo mestiere.  

Leggi anche Gianna Gambini | Recensione: Morte a Firenze, di Marco Vichi


Fantasmi del passato
Un'indagine del commissario Bordelli

di Marco Vichi
Guanda
Giallo
ISBN 978-8850240159
Cartace 9,50€
Ebook 2,99€

Sinossi 

Firenze, dicembre 1967. L’Alluvione è passata da poco più di un anno, lasciando a sua memoria una spessa riga nera sui muri dei palazzi, ma la vita in città ha ripreso a scorrere con i ritmi di sempre. Il commissario Bordelli è appesantito dai rimorsi di una faccenda non lontana nel tempo e dal desiderio struggente di una donna che ha perduto. Il ricordo di sua madre, scomparsa ormai da diversi anni, lo avvolge di dolce malinconia. Nel freddo di dicembre, in una villa sulle colline, un uomo molto ricco e benvoluto da tutti viene ucciso con un fioretto, e l’assassino non lascia nessuna traccia. Alle prese con questo difficile caso, Bordelli cercherà di scovare un minimo indizio che possa metterlo sulla buona strada per inchiodare il colpevole, ma nel frattempo si troverà a vivere situazioni del tutto inaspettate... e a dominare ogni cosa saranno i fantasmi del passato. Con questo romanzo Marco Vichi, con la partecipazione di Leonardo Gori, ci consegna un’altra sorprendente storia ricca di personaggi memorabili.
Davide-Dotto

Davide Dotto
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Recensione: Il giro della verità, di Fabio Bonifacci

Recensione: Il giro della verità, di Fabio Bonifacci

Recensione: Il giro della verità, di Fabio Bonifacci

Libri Recensione di Elena Genero Santoro. Il giro della verità di Fabio Bonifaccila (Solferino). Un viaggio attraverso il mondo della droga, le ragioni per cui i ragazzi ne sono attratti e il rischio che assumere pastiglie tagliate male può comportare.

Quando si racconta un libro bisognerebbe concentrarsi sull’opera e non su chi l'ha scritta, ma ciò non è sempre possibile quando si ha già avuto modo di conoscere l’autore e di annoverarlo tra quelli che hanno qualcosa da dire.
Fabio Bonifacci, al suo primo vero romanzo, è già un noto sceneggiatore di film che hanno avuto un ottimo riscontro tra il pubblico, per esempio Benvenuto presidente.
Quindi per questo autore non è certo una novità scegliere le parole con cura, renderle il punto di forza. Ed è veramente un castello di parole soppesate una a una questo romanzo, Il giro della verità. Ogni frase è un mattoncino strutturale incastrato con tutti gli altri per dar forma a un’architettura perfetta.
Di certo un romanzo del genere non avrebbe potuto scrivere un principiante, perché la trama è complessa, a un novellino sarebbe sfuggita di mano, e perché in questa trama elaborata si affacciano molteplici psicologie tutte accurate e cesellate e tutte credibili.

Fabio Bonifacci esplora le molteplici psicologie con un punto di vista onnisciente, saltando a volte senza preavviso dal pensiero di un personaggio a quello di un altro.

Forse questa è la scelta stilistica che mi è piaciuta di meno, ma tutto sommato non incide sulla fruizione immediata del testo, che nel lessico talvolta riflette il linguaggio giovanile.
I protagonisti sono un gruppo di ragazzi, compagni di classe, liceali al quarto anno.
La maggior parte di loro è benestante, Serena è la figlia del candidato sindaco, Pigi è il figlio di un noto avvocato, Mirco abita in una casa enorme. Solo Lele proviene da una famiglia modesta, il padre è idraulico, la madre possiede un’edicola e se lui frequenta quell’istituto classico è solo perché ama le materie letterarie e la docente delle scuole medie lo vedeva sprecato all’istituto tecnico.
Succede che Lele ha da sempre una cotta per Serena, che è ricca-bionda-bella-brava-simpatica, cioè ha tutte le caratteristiche che la fanno sembrare inarrivabile per lui. Ma poi proprio Serena invita Lele al Tempio, la discoteca frequentata dei giovani delle famiglie più abbienti del circondario. Lo stuzzica, lo provoca e gli fa comprare la Madam, cioè la MDMA, una droga simile all’ecstasy, la assume insieme a lui. Serena e Lele finiscono a letto insieme, Lele crede di aver coronato il suo sogno, ma Serena non è a sua disposizione, finito l’effetto della droga si mostra scostante e per Lele è l’inizio di un incubo.
E allora lui, che è sempre stato un bravo ragazzo, che ha sempre rigato dritto, nel tentativo di far colpo su Serena inizia a frequentare il Tempio, inizia a comprare Madam come gli altri, anche se non se lo potrebbe permettere.

Ma come a volte accade, gli eventi assumono una piega imprevista quando uno dei ragazzi, dopo una pastiglia, viene trovato morto.

E quella sera la vittima aveva comprato la pastiglia proprio da Lele.
Da questo momento la narrazione ruota prevalentemente su Lele e sul suo senso di colpa.
Prima il ragazzo ha paura che lo scoprano, ma poi è dilaniato dai dubbi morali. Il lettore arriva a percepire fisicamente lo stato di ansia e di prostrazione del ragazzo.
È davvero Lele il colpevole? O le cose sono più complicate di quello che lui stesso crede?
Il ritmo del romanzo, psicologico ma con il respiro di un thriller, si fa sempre più incalzante di pagina in pagina, e diventa un’occasione per porgere diversi spunti.

Che Lele sia materialmente colpevole di aver passato all’amico una pastiglia tagliata male oppure no, lo sgrava della responsabilità che ha?

Lele non è un cattivo ragazzo, è stato un ingenuo, è stato avventato, ma imparerà che le azioni hanno conseguenze – è lo stesso pensiero che ho avuto quando ho scritto Un errore di gioventù: le azioni sciagurate, anche quelle commesse nella più candida buona fede, possono avere conseguenze; se sei fortunato, no. 
Mi è venuto in mente il film Match point di Woody Allen, dove basta un piccolo dettaglio a determinare l’accusa o l’assoluzione del colpevole. Questo però non cancella la cattiva azione che sta a monte.

Il secondo spunto: il libro descrive un bello spaccato di quella società-bene che nasconde non poche ipocrisie.

Nel momento in cui Lele inizia a raccontare una parte della sua verità, scoperchia letteralmente il vaso di Pandora, una reazione a catena, che investe tutti i suoi amici e anche i loro genitori – da cui il titolo del romanzo. Questi ultimi, che non ci fanno sempre una bella figura, appaiono specchiati nei loro figli e il leitmotiv è proprio la somiglianza tra figlio e genitore. Patti, Pigi, Serena, Spinoza sono costretti a fare i conti con ciò che hanno ereditato da chi li ha messi al mondo, e nel loro processo di affermazione individuale, di maturazione e di crescita, di scoperta di se stessi, i vizi e i peccati dei genitori saranno i macigni da cui affrancarsi.

Infine lo spunto didattico, il viaggio attraverso il mondo della droga, le ragioni per cui i ragazzi ne sono attratti e il rischio che assumere pastiglie tagliate male può comportare.

Se assumi droghe sintetiche, nel migliore dei casi puoi soffrire di tachicardie, puoi avere una fase up seguita da una fase down, puoi avere sintomi fisici di scarsa rilevanza nel breve periodo, ma alla lunga, in pochi anni, i neuroni del tuo cervello subiscono dei danni. Nel peggiore dei casi, anche la prima pastiglia che assumi può condurti a un trapianto di fegato o dritto nella tomba se il principio attivo è stato tagliato male, con metalli pesanti, o con sostanze topicide o con qualunque altra schifezza gli spacciatori avessero sottomano.
Qui aggiungo una nota personale, occupandomi di mestiere di sostanze pericolose, e conoscendo a quali prove le sostanze chimiche di cui siamo circondati devono essere sottoposte prima che si possa farne un qualunque uso, mi si accappona la pelle all’idea che dei criminali senza scrupoli possono mescolare qualunque immondizia e venderla a peso d’oro testandone la tossicità sui clienti.

E arriviamo quindi all’ultimo spunto di riflessione a cui il libro ci conduce: la connessione tra droga e verità.

Serena, che è il secondo personaggio principale dopo Lele, ha un rapporto contorto con la verità: incarna il prototipo di colei che più di altri usa la droga per fare ciò che senza, quando è solo se stessa, non riesce a fare.
Lele un certo punto realizza che non si smette di drogarsi perché si è diventati più salutisti, ma si smette di drogarsi quando si prova a fare i conti con la verità.
È proprio la loro professoressa di italiano che mette Lele e gli altri in guardia dalla droga, essendoci passata negli anni 70. Lei ha visto dei conoscenti cadere nel baratro dell’eroina e spiega ai suoi studenti il dettaglio cruciale: gli anni trascorsi a sballarsi sono anni persi perché ciò che viene vissuto in quello stato di coscienza alterato e sopra le righe non viene interiorizzato né elaborato. Porta l’esempio di un conoscente che, uscito dall’eroina a 31 anni, aveva la maturità di un diciassettenne, cioè di quando aveva cominciato (ma il fisico era sfatto e invecchiato).

Ed è per questo che la verità va affrontata, anche se le conseguenze non sono sempre piacevoli o prevedibili.

Non aggiungo altro sulla trama, che sarebbe per davvero troppo complicata da comprimere in poche righe, di questo romanzo di formazione dove tutti i protagonisti dovranno mettersi alla prova e affrontare un percorso di crescita.
O meglio, avranno la possibilità di crescere, ma non tutti lo faranno per davvero.
Concludo dicendo che per gli amanti del genere vale la pena leggere questo romanzo, perché tiene incollati alle pagine dall’inizio alla fine.


Il giro della verità

di Fabio Bonifacci
Solferino
Giallo | Thriller
ISBN 978-8828204916
Cartaceo 16,15€
Ebook 9,99€

Sinossi

«E così, dopo 17 anni e 10 mesi vissuti più o meno da bravo ragazzo, si trovò davanti alla Questura dove indagavano per l'omicidio che aveva commesso.» Ma come è finito Lele in quella stanza e come ne uscirà? È nato e cresciuto in periferia ma il talento della scrittura lo ha portato a studiare in un liceo classico del centro dove si è innamorato di Serena, bella e irraggiungibile. Per avvicinarsi a lei esce con un gruppo che fa uso di ecstasy, la prova per non essere da meno e finisce per entrare nel giro. Ma un amico muore per una «pasta» tagliata male ed è solo l'inizio di una serie di eventi a cascata incontrollabili. Custode di un segreto inconfessabile e sottoposto a sfide più grandi di lui, il protagonista è costretto a crescere a marce forzate mentre attorno, in una trama che procede implacabile come un giallo, si svelano le verità nascoste degli amici e, in un intreccio inarrestabile, quelle dei genitori dei ragazzi.
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.
Ovunque per te, PubMe – Collana Policromia.
Claire nella tempesta, Leucotea.
L'utima risata, PubMe – Collana Policromia
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Recensione: A bocce ferme, di Marco Malvaldi

Recensione: A bocce ferme, di Marco Malvaldi

Recensione: A bocce ferme, di Marco Malvaldi

Libri Recensione di Giulia Mastrantoni. A bocce ferme di Marco Malvaldi (Sellerio Editore). Un giallo che ha il sapore della commedia: un insieme ben riuscito di luoghi, personalità e parole.

Se ancora non conoscete i vecchietti del BarLume, allora A bocce ferme del chimico e autore Marco Malvaldi vi inizierà a una serie di gialli di costume unica.
Pilade, Ampelio, Aldo e il Rimediotti (aka Gino) sono giovani da ottant’anni perché, a conti fatti, l’età anagrafica non conta poi così tanto. I quattro, presenze fisse al BarLume, hanno il vizio alquanto diffuso di farsi i fatti altrui. Ma non quelli che si fanno anche le nostre nonne su fidanzatini e fidanzatine, eh.

I quattro vecchietti del BarLume sono più propensi a farsi i fatti dei morti ammazzati.

Ogni volta che a Pineta, Toscana, c’è un cadavere, state pur certi che Pilade, Ampelio, Aldo e il Rimediotti ne sapranno più della polizia nel giro di poche ore. A favore dei vecchietti gioca il fatto che Alice Martelli, vicequestore, è la fidanzata di Massimo, proprietario del BarLume e nipote di Aldo. Seppure non sempre collaborativa, Alice non disdegna i consigli dei vecchietti e ha (quasi) sempre tempo per ascoltarne le congetture.

In questa puntata della serie, godibile anche in modo a sé stante, i vecchietti sono alle prese con un cold case. 

Camillo Luraschi, proprietario della Farmesis negli anni ’60, venne ucciso con un colpo di fucile ravvicinato nel ’68. L’opinione comune trovò un colpevole senza troppi giri di parole: il Bonci. Non era forse vero che il Bonci e il Luraschi avevano battibeccato proprio pochi giorni prima del delitto?
Anni dopo, però, il figlio adottivo di Luraschi, Alberto, muore di morte naturale e lascia un testamento unico nel suo genere. La Farmesis andrà a suo figlio, Matteo, ma Alberto approfitta delle ultime pagine di testamento a sua disposizione per confessare l’omicidio del patrigno, Camillo Luraschi.
La vicequestore Alice Martelli è, a dir poco, basita: normalmente non si potrebbe indagare un morto, ma in questo caso la questione dell’eredità costringe gli inquirenti a riaprire il caso.

Se Alberto ha ucciso Camillo, infatti, allora non avrebbe potuto ereditare la Farmesis anni prima. Questo significherebbe che ora la Farmesis non spetta a Matteo...

Un giallo che ha il sapore della commedia, in cui tutti i personaggi parlano in quel toscano così invidiato e così semplice da immaginarselo mentre si legge. Non si tratta di un romanzo in cui il delitto è il fulcro della storia, ma più di un insieme ben riuscito di luoghi, personalità e parole in cui è inserito un elemento giallo. Sotto questo punto di vista, si tratta di una lettura che vi farà affezionare al BarLume.

Odore di chiuso, un'altra commedia di Marco Malvaldi dipinta di giallo.

Per tutti coloro che dovessero gradire la serie di Pilade, Ampelio, Aldo e del Rimediotti, vi suggerisco di dare un’occhiata anche a Odore di chiuso dello stesso autore. Ambientato nell’Ottocento, ha come protagonista Pellegrino Artusi, un commerciante di stoffe con lo stomaco dai gusti ricercati. Inutile dirlo, Artusi gode di un’intuizione e di una perspicacia rare che lo aiuteranno, a più riprese, a risolvere delitti e misteri di ogni sorta. Anche in questo caso, si tratta di una serie gialla in cui la morte incontra la commedia. I personaggi, gli ambienti e le descrizioni dei piatti amati da Artusi rendono la lettura gradevole e, soprattutto, approcciabile ma mai banale. La non-banalità di trame e delitti è dovuta, ovviamente, alla professione di Marco Malvadi, chimico. Resterete piacevolmente colpiti dai mondi che il Malvaldi crea mescolando scienza e tradizione.


A bocce ferme

di Marco Malvaldi
Sellerio Editore
Giallo
ISBN 978-8838937750
Cartaceo 13,30 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Un cold case per i Vecchietti del BarLume.
Un vecchio omicidio mai risolto, avvenuto nel fatidico 1968, si riapre per una questione di eredità.
Muore nel suo letto Alberto Corradi, proprietario della Farmesis, azienda farmaceutica del litorale toscano. Alla lettura del testamento, il notaio ha convocato anche la vicequestore Alice Martelli, perché nelle ultime volontà del defunto è contenuta una notizia di reato. Erede universale è nominato il figlio Matteo Corradi, ma nell'atto il testatore confessa di essere stato lui l'autore dell'assassinio del fondatore della fabbrica, suo padre putativo.
Il 17 maggio del 1968 Camillo Luraschi, capostipite della Farmesis, era stato raggiunto da una fucilata al volto. Le indagini non avevano trovato risultati, forse perché il clima politico consigliava di non scavare troppo. L'imbroglio nella linea di successione obbliga alla riapertura dell'inchiesta.
Matteo Corradi non potrebbe, infatti, ereditare ciò che il padre ha ottenuto mediante un delitto. Alice Martelli, la fidanzata (eterna) di Massimo, in questo caso non può fare a meno dell'archivio vivente di pettegolezzi costituito dai quattro vecchietti, che erano stati coinvolti tutti in modi diversi nel Movimento. Le indagini si svolgono, come al solito, tra la questura e il BarLume di Pineta dove Aldo, nonno Ampelio, Pilade Del Tacca del Comune, il Rimediotti (detti anche i quattro «della banda della Magliadilana ») dissipano gli anni della loro pensione, vanamente contenuti dal gestore Massimo, costretto a esorcizzare con la logica le ipotesi dei senescenti occupanti della sala biliardo del bar. Da dove passano storielle toscanacce di ogni genere.
L'inchiesta si imbatte in svolte e nuovi delitti obliquamente diretti a occultare. E scomoda, in stolidi playback, i ricordi del Sessantotto nella zona. Finché - tra dialoghi alla Ionesco o da signor Veneranda, battute micidiali in polemica tra i vecchietti e tra loro e il mondo, perle di saggezza buttate lì nel lessico più scostumato e inattuale - si fa strada l'unica maschera triste di tutto il palcoscenico, Signora la Verità.
Marco Malvaldi, con la serie del BarLume, ha rinnovato un genere, il giallo comico di costume. E, in "A bocce ferme", la parte del giallo puro si prende una sua rivincita senza sacrificio per la risata.


Giulia Mastrantoni
Ho collaborato per quattro anni all’inserto Scuola del Messaggero Veneto. Ho scritto per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare. Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada e ora vivo in Australia. Ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
La forma del sole, Gli Scrittori della Porta Accanto.
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Recensione: Grilli e Sangiovese, un giallo di Paola Casadei e Cinzia Tonelli

Recensione: Grilli e Sangiovese, un giallo di Paola Casadei e Cinzia Tonelli

Recensione: Grilli e Sangiovese, un giallo di Paola Casadei e Cinzia Tonelli

Libri Recensione di Davide Dotto. Grilli e Sangiovese, di Paola Casadei e Cinzia Tonelli (Ciesse Edizioni). Un giallo in cui l'universo narrativo si apre come un ventaglio sfiorando dimensioni diverse e questioni rilevanti.

«Tutto è cominciato con una storia di entomofagia.»
Paola Casadei e Cinzia Tonelli, Grilli e Sangiovese
Grilli e Sangiovese  di Paola Casadei e Cinzia Tonelli è un giallo scritto a quattro mani, ambientato nella provincia romagnola nell'agosto di una calda estate. Qualche "ombra dietro una tapparella" osserva quel che avviene nel vicinato finché, a poco a poco, si scatenano eventi inquietanti, al di là di semplici pettegolezzi condominiali.

Non si sa bene cosa stia accadendo. Gli avvenimenti ruotano intorno al comportamento sospetto di un giornalista scientifico freelance, tale Carlo Alberto Ferreri.

Alla scomparsa di Rodolfo Michelacci, di professione parrucchiere; al brutale assassino di Elvira Caselli, «la tuttofare del quartiere»; all'allontanamento e la morte di Raul Gorini, «un magazziniere col piglio da primario».
Difficile capirci qualcosa tra affari loschi, debiti, frodi alimentari, personaggi che si ignora fino a che punto e a quale profondità sono coinvolti (come e in cosa?), dicono e non dicono, sanno e non sanno. Troppe teste ragionano su tutto mettendo in ombra connessioni, legami, certezze.
Se questo è il quadro, a scombinarlo ulteriormente contribuiscono la fretta, "attori" che non raccontano le cose come in realtà sono, fantasticandoci sopra o nascondendo qualcosa. Eppure non mancano le piste, né i sospetti che si insinuano – a torto e a ragione – un po' su ognuno, man mano che si delineano trame e oscuri disegni.
Ma così si rischia di dire troppo o troppo poco.

Sullo sfondo emergono temi che non lasciano indifferenti.

Tra cui l'entomofagia, ovvero l'alimentazione a base di insetti: grilli, cavallette, larve di bambù, mosche spagnole.
«In questo scenario, l’approccio verso nuove fonti per l’alimentazione animale – specie per quanto riguarda le proteine – può essere facilmente innovato e ottimizzato. Non si può continuare con le fonti tradizionali, o non ce ne saranno più a sufficienza per tutti.»
Paola Casadei e Cinzia Tonelli, Grilli e Sangiovese

L'universo narrativo di Grilli e Sangiovese si apre e si chiude come un ventaglio.

Sfiora dimensioni diverse e questioni enormi, dove l'immaginazione e le competenze investigative di un commissario di polizia non possono molto.
Oltre la piccola dimensione condominiale, il romanzo accenna a emergenze planetarie, disputa di soluzioni miracolose che provocano ed esasperano tantissimi altri problemi.
Rimane, a caso risolto, la consapevolezza che il contributo decisivo non possano darlo le cellule grigie di un Poirot esperto. Né bastano le mosse di un giocatore di scacchi tra pedine che avanzano, arretrano, bluffano, pensando di giocare una partita diversa o, cosa interessante, ritenendo di non giocarne nessuna.

Grilli e Sangiovese

di Paola Casadei, Cinzia Tonelli
Ciesse Edizioni
ISBN 978-8866603474
Cartaceo 15,20€
Ebook: 1,99€

Sinossi 

Estate 2017. In una provincia romagnola, a fine agosto tutto sembra scorrere monotono. Cristina, divorziata e single, consuma annoiata le sue ferie in città. Al pari di Luisa e Zaira, le anziane impiccione vicine di casa, osserva i movimenti di Agata, la bella badante polacca di un anziano vedovo, e di Livia, detta “l'Africana”. A curare la regia del chiacchiericcio pare essere Rodolfo, il parrucchiere del quartiere. Saranno la sua improvvisa scomparsa e una serie di omicidi a favorire l’incontro tra Livia e Cristina che, sino ad allora, si erano studiate a distanza. Con le due donne dovrà fare i conti anche il commissario Ronchi contenendo il loro desiderio di collaborare. In un susseguirsi di eventi, compreso un originale invito a una cena esclusiva a base di grilli e Sangiovese, traffici illeciti di cantaridi e angiomi sulle natiche, il commissario Ronchi, con l'aiuto e, a volte, l'intralcio di Livia e Cristina, forse troverà la casella per ogni tassello.
Davide-Dotto

Davide Dotto
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