Gli scrittori della porta accanto
Rizzoli Editore
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Recensione: Memorie di una lettrice notturna, di Elisabetta Rasy

Recensione: Memorie di una lettrice notturna, di Elisabetta Rasy

Recensione: Memorie di una lettrice notturna, di Elisabetta Rasy

Libri Recensione di Samantha Terrasi. Memorie di una lettrice notturna di Elisabetta Rasy, Rizzoli. Un viaggio personale tra le scrittrici del XX secolo, quello «del talento delle donne».

Girando per mercatini ci si imbatte in tanti libri. Alcuni si nascondono. Questo era in una cesta sotto parecchi romanzi gialli. Aveva sbagliato cesta? Può darsi. Il bordo rosso di stoffa mi ha fatto scattare la mano per prenderlo. L’ho tenuto in libreria per un anno. Quando ho traslocato a Dresda l’ho portato con me. È stata quasi una rivelazione. E la migliore recensione a queste pagine è l’averlo letto per ben due volte quasi di fila.
Elisabetta Rasy ci trasmette subito la passione per la lettura, la passione di chi, come tanti di noi ha divorato libri nell’infanzia e adolescenza. E di questi libri, ma soprattutto delle sue scrittrici, ci mostra il volto forse un po’ segreto.
Seguendo il fiume della loro vita ripercorre i loro romanzi o poesie. Non è sempre semplice ripercorre questo fiume, vado forse contro corrente riproponendo le sue pagine, ma vorrei che chi si trovasse come me un libro di tali ricchezze ne sappia attingere come a una fonte per rimanere giovani per sempre, ammaliata di come tante scrittrici, conosciute o meno, abbiano percorso un anello di storia. E come ci abbiano lasciato un’eredità profonda da non dimenticare. Donne, quelle dell’Ottocento, che erano un’eccezione, ricercavano cioè l’eccezionale. Nel Novecento cambiano, non sono più eccezione e non sono neanche regola. In posizione precaria, rappresentano però un punto fermo e fecondo. Alla fine del XX secolo il talento però si esaurisce. Elisabetta Rasy ci riporta donne che scrivono, ma senza sentire la "bestia che parla". Cambiano le condizioni economiche e sociali e tutto si trasforma di nuovo. 

La recensione di Memorie di una lettrice notturna, di Elisabetta Rasy, parte da qui, dalla voce delle donne che cambiano. Ma cosa ci aspettiamo di leggere da queste donne? Verità o singole storie?

Elisabeth Bishop, ispiratrice del personaggio Lakey a Mary McCarthy, veste l’eleganza e la raffinatezza. Miracolo a colazione è una vasta raccolta dei suoi poemi dove il fuori diventa il dentro, dove c’è la trasformazione di un essere che non trova una chiara collocazione neanche sessuale dopo la morte del padre. Scrive che la sua casa, semmai ce ne dovesse essere una, è: elsewhere, sempre altrove.
Anna Achmatova, poetessa,  nel 1961 riconobbe nella poesia Noi quattro un vincolo di parentela con i poeti Boris Pasternak, Osip Mandel’stam e Marina Cvataeva. La sua è stata una vita ricca, appassionata, scandalosa quanto disgraziata dopo l’incarcerazione del figlio. Segnata da periodi di forti silenzi il suo io interiore continuava a scavare rocce di poesie. Ricordi, spettri e specchi si rincorrono nei suoi versi.
Marina Cvataeva poetessa e anch’essa senza casa, si infrange quasi nelle stesse strofe. La rivoluzione russa le ha portato via marito e un figlio. La sua vita una fiaba dal finale tragico. «C’è troppo nella vita di questa donna più di quanto una sola vita può contenere», scrivono di lei. Su Marina si abbatte l’incubo della Storia, il primo conflitto mondiale. La rivoluzione russa e il colpo di stato dei bolscevichi. Lei, come Anna, rimane tradita dalla storia. «Nella mia vita ho amato tutto con l’addio», scrive.
Nina Berberova, per lei la disperazione sarà il motore della poesia.
Sopravvivere non alla fame o al freddo, significa non andare a picco, ma cercare chi ce l’ha fatta. 
È una sopravvissuta alla storia, al contrario delle altre due potesse che la Storia le ingloba e le mastica. È un caso letterario.
L’emigrè, il profugo, il senza patria, una creatura attaccata alla sua singolarità some al suo unico bene, che non cerca il nuovo e non contesta il vecchio perché porta entrambi con sé.

Memorie di una lettrice notturna di Elisabetta Rasy è un viaggio personale tra le scrittrici del XX secolo, «il secolo del talento delle donne».

Barbara Pym.  Il suo ambito letterario spazia tra il terrificante e il confortevole, il piacere e il dispiacere nella solitudine, dove la femminilità si esprime condensandosi. L’eroe è la donna sola, la donna in rapporto con la solitudine. Ma non si compiange nei suoi romanzi di questa condizione. La donna non è sola perché abbandonata o sola perché ricopre eroismi maschili accarezza la solitudine come essenza femminile. Lavora a maglia, cucina, si prende cura della famiglia. C’è un piacere nella solitudine dove l’amore si rivela al centro.
Etty (Esther) Hillesum. I centri cambiano diametro quando si dilatano. Il 30 novembre ad Auschwitz muore una giovane donna ebrea. Scrive il suo Diario perché in quel pezzo di mondo in cui vive c’era bisogno di poesia. È un Diario diverso da quello di Anna Frank, lei non cede all’orrore, all’oscurità.
E sii pure triste, semplicemente e sinceramente triste, ma non costruirci sopra drammi. Una persona dev’essere semplice anche nella sua tristezza…


Margherite Duras, autrice di L’amante, libro letto subito dopo queste pagine. Una storia che viene raccontata insieme alla sua assenza di essere un diario. Esiste un tempo privato che coincide con il tempo che scorre. Non la storia di una perdita ma di un’occasione persa. 
Carson McCullers ritaglia cuori che rappresenta come un cacciatore solitario. Cerca la diversità in ogni relazione umana, siano esse donne o uomini, dice: «Ama spiazzare il lettore».
Magda Szabò. Vive nella seconda metà del Novecento. L’evocazione materna è potere e potenza. Potere della figlia e potenza della madre. La ballata di Iza: due donne a confronto, una madre e una figlia nell’Ungheria degli anni ’60, spuntano dalla sua penna. Due drammi diversi che si scontrano.
Muriel Spark, autrice di Atteggiamento sospetto:  un seducente ritratto dello scrittore da giovane. Lo scrittore è una ragazza che occupa un ruolo importante nella seconda metà del Novecento, ma di fama minore. Comunica l’idea di libertà e di meraviglia. Anche lei approda ai sogni come termine invalicabile.
Sono i Sogni, e non parlo soltanto di quelli notturni, che danno vita alla realtà e ispirano le nostre azioni. Ancora più dei desideri, perché i sogni sono anche immagini, responsabili del bene e del male del mondo.

Memorie di una lettrice notturna di Elisabetta Rasy, «donne che con le loro parole hanno plasmato il Novecento e cambiato la nostra coscienza».

Zhang Ailing paragona i sogni alla desolazione.
Desolato era questo quello che sentivo, una sconcertante minaccia. 
Esistenza precaria in una Cina che prima la porta al successo e poi la cancella, dove le donne sono costantemente in lotta per la sopravvivenza. La storia del giogo d’oro è stata definita il più bel racconto della letteratura cinese anche se si tratta di un romanzo breve. Da un lato il benessere materiale, da un altro lo sprezzante destino di speranze calpestate. Dopo la sua morte, la Cina ne riconosce la fama e la venera.
Wislawa Szymborska. Nel 1966 le fu assegnato il Nobel, ma nessuno la conosceva. In Polonia era una poetessa importante ma scrivere in una lingua marginale le dava una difficile collocazione. Discorso all’ufficio degli oggetti smarriti offre un autoritratto di una poetessa nel tempo. Scritto a partire dal 1945, descrive il cerchio Amore-dubbio-Morte. Per lei tutto è impoetico finché non diventa poesia. Osserva il tempo e il suo prezioso insegnamento.
Il poeta non riesce a stare al pari con il tempo, rimane indietro e osserva.


Flannery O’Connor. La saggezza nel sangue e Il cielo è dei Violenti, sono i suoi gioielli. Malata di lupus dall’età di 39 anni (siamo nel 1964) scrive lettere a editor, conoscenti, amici che diventano un documento prezioso. Apprendiamo così il suo dono: prendere le distanze così da non perdere il centro dell’Essere. Anche la malattia viene analizzata. Capisce che non si comprende fino in fondo se si rimane in superficie. Successo e malattia rappresentano un connubio che salvifica. Nei suoi racconti è molto legata alla fede. Crede che la grazia abiti nel terreno del diavolo. La disgustava la stupidità umana dei tanti soddisfatti e persuasi. La fede non come ancora ma come strada dove i nostri limiti sono le nostre consapevolezze.
Ingeborg Bachmann. Malina, il suo grande romanzo. Di lei si ricorda forse più la sua tragica fine che la sua vita. Morì dopo venti giorni di agonia a causa di un incendio divampato nella sua ultima abitazione romana. Era una persona sempre in fuga. Laica, insisteva sull’amore estatico, l’amore che si riceve dalla sorte. Non esisteva barriera tra l’accadere interno e il divenire esterno, diceva. In questo divario cade l’umanità. Scrive radiodrammi dando al corpo dei suoni. Tutto è un’avventura spirituale dove abitano due ossessioni: la prima è il ritirarsi, la seconda è la verità delle parole. Lo spazio del suo narrare è un’alternanza tra dentro e fuori, vero e falso, notte e giorno. Il sogno è un dentro infinito per eccellenza, evoluzione del sogno che diventa un incubo. Il dolore ci rende sensibili all’esperienza.

Memorie di una lettrice notturna di Elisabetta Rasy, «una insolita e utile guida alle autrici di questo tempo lontano e vicino».

Alice Munro. Scrive storie di donne oppresse costrette con figure maschili opprimenti. Ma la realtà femminile non è il focus, lo è più l’interazione con l’ambiente in un’accezione negativa. Prima che tutto cambi, le donne che hanno appena partorito, esibiscono i loro figli come fossero ferite imposte. Tutto si assembla così insieme al paesaggio umano e si compara in maniera negativa a quello geografico. Scrive in prima persona onnicomprensiva e ha il dono degli incipit. Racconta le storie entrando dritta, regalando alle donne qualcosa di eroico anche nella disgrazia. Io è il luogo che trasforma l’ordinario in straordinario.
Silvia Path. Conosciuta e amata, da me compresa. La rinascita per un giovane che a 20 anni porta il segno della morte. Tenta il suicidio ma non muore. Lady Lazarus, la sua poesia più famosa. Il suo carattere l’ha fatta passare dalla letteratura alla leggenda e per impossessarsi di questa “nomea”, sottolinea che il corpo si deve fondere con il corpus. C’era per lei un mondo che divora tutto anche lei. Conosce la poesia come consolazione. Non conosce felicità tutto è frastornato. La campana di vetro, è il suo romanzo che finalmente tiene conto del pesante fardello che ha tenuto nella sua infanzia. Il sogno si trasforma così in mito, futuro incantato. Per Silvia la poesia è rinascita, non crede però alla risurrezione carnale e si uccide, lasciando due figli piccoli.


Agota Kristof. Trilogia della città, la sua opera più imponente, dove non è la ricerca della verità, ma il lento sconfiggere la menzogna.
Accade a certi scrittori, che l’urgenza della verità, sia piuttosto che l’asserzione di un orine positivo, il frutto disperato delle tenebre, l’estrema difesa dalla disarmonia e dall'abbandono.
- Elisabetta Rasy
Ungherese scappa in Austria dopo l’invasione sovietica. Si stabilisce in Svizzera e scriverà in francese, lingua dell’esilio, una sua Verità che denuda, sveste gli spazi di narrazione già ristretti e parlerà di fuga che è o la chiave per uscire o l’ultima verità della vittima. Le donne non sono vere eroine anzi sono solo figure che esternano il loro male.
Jamaica Kincaid, autrice di Autobiografia di mia madre. Non c’è il folclore nella sua scrittura, l’origine è solo una perdita. Un’orfana che ripercorre sua madre attraverso un sogno dove le appare come intensa la figura materna. Madre come impronta. Mr Potter è uno scritto che come un’onda si abbatte e si fa tagliente. L’uomo che l’ha generata è un’ombra una riga nera sui certificati. La ricerca di un’identità si confonde nelle sue pagine a cui è difficile sottrarsi.


E tu a che donne vorresti assomigliare?

Memorie di una lettrice notturna

Memorie di una lettrice notturna

di Elisabetta Rasy
Rizzoli
Narrativa | Saggio
ISBN 978-8817033701
Cartaceo 9,30€

Sinossi
Segnata fin dall'infanzia da un amore per la lettura che aveva tutti i tratti di una passione fatale, Elisabetta Rasy ha dedicato il suo nuovo libro ad alcune donne che con le loro parole hanno plasmato il Novecento e cambiato la nostra coscienza. "Memorie di una lettrice notturna" è un viaggio personale tra le scrittrici predilette, con soggettive e imprevedibili inclusioni ed esclusioni. Insomma quanto di più simile a un album di famiglia, con tanto di fotografie. Ma è anche una insolita e utile guida alle autrici di questo tempo lontano e vicino, suggerita dalla convinzione che il XX secolo è stato il secolo del talento delle donne, l'epoca in cui la loro voce, ribellandosi a un lungo silenzio, ha illuminato con una luce nuova il mondo delle emozioni e dei corpi. Per questo c'è anche una pittrice, Frida Kahlo, che lavorando sul suo corpo ha proposto un'immagine sconosciuta e sorprendente della femminilità.

Immagine di copertina © Daniele Molajoli
samantha-terrasi

Samantha Terrasi
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Recensione: Macbeth, di Jo Nesbø

Recensione: Macbeth, di Jo Nesbø

Recensione: Macbeth, di Jo Nesbø

Libri Recensione di Davide Dotto. Macbeth di Jo Nesbø, Rizzoli 2018. Il celebre autore norvegese riscrive in chiave crime la tragedia di Shakespeare.

«Allora, Strega» disse Ecate. «Credi che il seme che abbiamo piantato in Macbeth crescerà?»
Il vicecommissario Malcolm fissò la scena a bocca aperta. Perché sapeva che qualunque cosa fosse accaduta, in vita sua non avrebbe mai più visto qualcosa del genere. Una locomotiva che mangiava le pietre e tracciava un suo binario lungo Workers' Square. 

Calare il Macbeth di Shakespeare nella struttura di un thriller in piena regola, con tanto di inseguimenti, sparatorie, può sembrare azzardato. Alla base dell'esperimento c'è l'inaugurazione, da parte della Hogarth Press, di una collana di opere shakespeariane riscritte da alcuni dei più importanti autori dei nostri giorni.
I personaggi della tragedia originale vengono utilizzati come attori che si muovono in una scena particolare, recitando però il ruolo consueto e conservando, a parte trascurabili varianti, il nome.
Il termine usato - attori - è impreciso. I personaggi shakespeariani per loro natura sono delle maschere, dei tipi che incarnano totalmente un carattere. In quanto tali mancano sfumature, evoluzioni: Macbeth è Macbeth dall'inizio alla fine, come Re Lear è Re Lear e Otello è Otello. In una parola: sono teatro, riconoscibili una volta per tutte. Ciò può apparire incompatibile con la dinamicità propria del thriller. Il teatro nella sua staticità esige un apprezzabile sforzo di adattamento a riguardo.
C'è una figura, in particolare, che fa da perno al tutto: è l'ispettore Duff (il Macduff shakespeariano). Non è uguale a se stesso, si avverte nel corso del non breve romanzo un'evoluzione, una crescita. Per adempiere a fondo il suo compito deve per forza di cose muoversi agilmente sull'intera scacchiera delle possibilità.
Se vi è, insomma, una notevole aderenza da parte di Jo Nesbø al testo teatrale, questo non è tale da sconvolgere la struttura del romanzo uscito dalla sua penna. Cosa assai ardua perché i colpi di scena cui siamo abituati seguono altre strade - ci sono e non ci sono.

Il Macbeth di Shakespeare dà ritmo alla narrazione, siamo consci a grandi linee di quello che dovrà succedere (condizione indispensabile è aver letto/riletto la tragedia), ma ignoriamo come. 

Probabilmente è questo che ha colto alla sprovvista più di un lettore: l'ineludibilità di un mondo parallelo senza Shakespeare, dove i nomi dei personaggi evocano non quello che è accaduto (nell'Inghilterra del '600 per intenderci) ma quello che accadrà.
È inevitabile che, nel momento in cui se ne appropria riscrivendola, Jo Nesbø offra al lettore una sua interpretazione della tragedia shakespeariana. Lo si può vedere dalle libertà che si prende dove gli è consentito, accentuando per esempio il legame tra Duff e Macbeth.
Cruciale la domanda posta tra le righe: quale disegno c'è dietro? Ovvero: perché Macbeth e non un altro ha ricevuto la rivelazione del proprio destino? È una domanda da thriller che chiude la porta (a doppia e a tripla mandata) alla tragedia. Alla ineluttabilità del destino subentra il puro calcolo, la prevedibilità di un certo scenario, la logica di un caso da risolvere. Questa la forza, ma anche la debolezza del romanzo.
Viene meno infatti la drammaticità di alcune battute che non sono state espunte (si pensi a quella di Lady Macbeth «Ciò che è fatto è fatto»). Allontanate dal loro contesto diventano modi di dire, come se venissero pronunciati da altri (del resto è quello che avviene). È un paradossale corto circuito cui non si poteva ovviare, assai simile a una locomotiva che traccia da sé i suoi binari.
Concludo con una curiosità. Entro certi limiti il commissario capo Macbeth richiama il commissario Harry Hole, interpretato al cinema di recente da Michael Fassbender nella trasposizione de L'uomo di neve.


Ebbene, è una coincidenza non da poco che l'attore irlandese abbia interpretato Macbeth nella versione di Justin Kurzel del 2015.

Macbeth

di Jo Nesbø
Rizzoli
ISBN 978-8817099516
Cartaceo 17,00€
Ebook 9,99€

Sinossi
Anni '70, una città industriale sull'orlo del collasso fatta di fabbriche chiuse, disperazione, piazze di spaccio. Sotto l'eterna pioggia nera che la flagella, il poliziotto migliore che si muove per le sue strade è Macbeth. Un ex tossico, un uomo fragile dal passato turbolento, abbandonato da bambino, uno sbirro incline alla violenza. Ma è lui, con la sua squadra, a gestire con intelligenza una retata nell'area del porto, un'azione in grande stile che, finalmente, gli fa intravedere la possibilità di ottenere una promozione. E quindi guadagnarsi il rispetto degli altri, avere una vita migliore, e molto più potere, che è ciò che conta. Tutto questo è lì, a portata di mano: ma, pensa Macbeth, davvero mi lasceranno arrivare tanto in alto? Tormentato dalle allucinazioni, vittima di paranoie sempre più acute, Macbeth comincia, lentamente, a soccombere a se stesso e al tarlo dell'ambizione.

Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Sotto il burqa, di Deborah Ellis

Sotto il burqa, di Deborah Ellis

Sotto il burqa, di Deborah Ellis - Recensione

GiroGiroTondo Recensione di Stefania Bergo. Sotto il burqa, di Deborah Ellis, Rizzoli. Tratta dal film di animazione di Nora Twomey, a sua volta ispirato al romanzo della stessa autrice, una graphic novel sul coraggio di una bimba afghana a Kabul, per giovani lettori dagli otto anni in su.

Sono entrata in libreria e mi sono soffermata di fronte allo scaffale delle graphic novel. Le illustrazioni delle copertine mi hanno affascinata. Per non parlare delle pagine. Ho deciso di acquistarne una, anche se pensavo a un titolo per adulti. Poi mi è capitato tra le mani Sotto il Burqa, di Deborah Ellis. Sono rimasta affascinata dalla bimba con gli occhi verdi della copertina, dal titolo, dalla storia che si preannunciava emozionante. E soprattutto ho pensato che potesse essere un buon libro da leggere con la mia bimba di otto anni, cui ho già raccontato qualcosa della condizione della donna in certi angoli del mondo e che già ha letto Il viaggio di Amal, un'altra graphic novel che parla di immigrazione.


La graphic novel Sotto il Burqa di Deborah Ellis si rifà al romanzo omonimo della stessa autrice del 2014 ed è la trasposizione su carta del film di animazione del 2017 a esso ispirato, prodotto da Angelina Jolie e dai creatori di La canzone del mare (film che ho visto con la mia bimba e di cui vi racconterò la prossima volta), candidato agli Oscar e ai Golden Globe come miglior film d'animazione.



La graphic novel Sotto il Burqa di Deborah Ellis, così come il film, visibile su Netflix dal giugno scorso, narra la storia dell'undicenne Parvana nella Kabul caduta in mano ai Talebani.

Una Kabul in cui le donne non possono mostrare il volto, tanto meno uscire da sole senza un padre, un fratello o un marito. Parvana e suo padre, ex insegnante, si arrangiano a vendere i loro averi più preziosi: i libri e un vestito sgargiante rosso con decorazioni in oro. Perché ormai non è consentito avere un'istruzione. E le donne devono nascondersi sotto il burqa. Anche se hanno solo 11 anni.
Quando il padre viene fatto arrestare con una banalissima infamia, Parvana, sua sorella maggiore Soraya e sua madre si trovano sole, quindi senza la possibilità di uscire e procurarsi di che sopravvivere. Questa è la domanda che Emma si è fatta: ma se una donna non è sposata o non ha più il papà, come fa?
Fa che si traveste da maschio, si taglia i capelli e fa lavori anche pesanti, come quello alla fabbrica di mattoni, pur di portare a casa un pezzetto di naan o di andare a prendere l'acqua per il resto della famiglia. O di mettere un gruzzoletto da parte per comprare la libertà del proprio padre, come le suggerisce la sua amica Shauzia, anche lei travestita da maschio.

Sotto il burqa di Deborah Ellis si ispira alla storia vera di una ragazzina incontrata dall’autrice in un campo profughi in Pakistan.

Pone l'accento sui limiti imposti a una donna, fin da piccola, e il travestirsi da maschio è un espediente abbastanza usuale in Afghanistan per sopravvivere in una società in cui «la donna ha la stessa dignità di un animale da cortile».


Ma, di contro, pone l'accento anche sul coraggio, sulla determinazione di Parvana nel voler ritrovare suo padre e difendere il suo diritto ad avere dei sogni per il futuro, qui identificato con una luminosa cartolina di un mare turchese, e soprattutto un'istruzione. Sarà quella, infatti, insieme alla sua intraprendenza, a salvarla.
Alza le tue parole, non la voce. È la pioggia che fa crescere i fiori, non il tuono.
Gioca molto sui toni di colore, Sotto il burqa di Deborah Ellis, oscurando gli interni di una casa in cui le donne si devono nascondere, come fossero colpevoli di qualcosa. Alternandoli ad alcuni esterni luminosi e caldi, in arancione e oro, o sbiaditi, come la sabbia che si solleva dal deserto attorno Kabul.
Pochi i dialoghi, ma le illustrazioni sono emozionanti e rendono le atmosfere narrate anche ai più piccoli. Perché non è mai troppo presto per parlare di diritti violati. Soprattutto alle nostre figlie.

Sotto il burqa

di Deborah Ellis
Rizzoli
Graphic Novel | Narrativa per l'infanzia 8+
ISBN 978-8817099226
ebook 8,99€
cartaceo 15,30€

Sinossi
Tratta dal film di animazione di Nora Twomey e ispirata al romanzo di Deborah Ellis, una graphic novel intensa ed emozionante sulla ribelle Parvana. È afghana, ha undici anni e, come tutte le donne sotto il regime talebano, non è libera di girare da sola. Finché, dopo l'arresto del papà, decide di vestirsi da uomo e uscire di casa per provvedere alla sua famiglia. Un racconto duro, di una vita immaginata ma basata sulla reale condizione di molte donne. Un racconto di privazioni e di diritti negati. Ma anche un racconto di coraggio e di speranza, che invita a lottare sempre per la propria libertà, con determinazione ma mai con violenza, come ricorda, potente, la chiusura affidata al poeta mistico Rumi: "Alza le tue parole, non la voce. È la pioggia che fa crescere i fiori, non il tuono".



Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, Gli scrittori della porta accanto Edizioni (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Sbirre, di  Carlotto, De Cataldo e De Giovanni

Sbirre, di Carlotto, De Cataldo e De Giovanni

Sbirre, di  Carlotto, De Cataldo e De Giovanni - Recensione

Libri Recensione di Davide Dotto. Sbirre, di Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni, Rizzoli, 2018. Tre figure femminili impiegate nelle forze dell'ordine le cui vite si intersecano più di quanto si creda, tra ciò che sono state, sono e saranno nell'immediato futuro.

I tre racconti contenuti in Sbirre, di Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni, scavano nel profondo, lasciando emergere tre ritratti femminili per alcuni versi agli antipodi.
Il vicequestore Anna Santarossa e l'agente in congedo Sara Morozzi (protagonista del recente romanzo di De Giovanni Sara al tramonto) hanno lavorato dietro la scrivania, adempiendo in modo diligente alle proprie incombenze. Se hanno una pistola nella fondina, non hanno avuto motivo di usarla.


Ad Anna, ligia al dovere al punto giusto, sembra mancare quella marcia in più che le avrebbe permesso di raggiungere ulteriori vette. Sara ha perfezionato negli anni la capacità di leggere il labiale, le espressioni facciali, la postura, di  decifrare interi discorsi a distanza. Ha trascorso una vita ad affinare l'arte delle intercettazioni, fino a quando l'eccesso di tecnologia, di software all'avanguardia l'hanno disorientata. All'improvviso «si era sentita normale».


Sara Morozzi ha un passato segnato da una scelta di libertà accettata in tutte le sue implicazioni. 

Per  inseguire l'amore di una vita ha lasciato il marito e un figlio piccolo che, ormai adulto, non ha mai conosciuto. Il giudizio altrui la sfiora appena. 
Certe passioni, se si ha la fortuna di provarle, si riconoscono [...] Si può scegliere se essere sinceri e seguirle alla luce del sole, o vigliacchi e consumarle in segreto. Ma  a quelle passioni è impossibile rinunciare.
Lei osserva (e come osserva!), il suo giudizio non è meno spietato. In fondo ha pagato (e sta pagando) un conto salato, interessi e biasimo compresi. Nulla di diverso da ciò che in un altro fronte, il vicequestore Anna deve combattere.


Anna deve gestire un presente colmo di incognite, imprigionata tra le spire della mafia bulgara, e coinvolta nell'inchiesta che pregiudicherà l' esistenza e la carriera in polizia. 

Il magistrato che indaga è solerte nell'andare «a caccia di sbirri corrotti», «non è tipo da restare a mani vuote». Questo il prezzo della vita parallela alla quale si è votata, fuggendo alla routine, alla normalità di cui non si sentiva portata:
L’inquietudine che l’aveva portata a imboccare la strada sbagliata aveva radici lontane, finalmente l’aveva capito.

Il giovane commissario Alba Doria è di un'altra pasta, più spregiudicata e votata all'azione, determinata, con un futuro tutto da scrivere, non necessariamente nelle forze dell'ordine. 

Al contrario di Sara è a suo agio con le nuove tecnologie, (applicazioni keylogger incluse) che utilizza e sfrutta nel corso di un'indagine nei meandri della rete, social media e dark web. In sé riassume ben altri talenti rispetto a quelli che ci si aspetterebbe: una miscela di machiavellismo, di narcisismo unite a un pizzico di psicopatia che le consentono di affrontare un nemico a dir poco insidioso.
Sono figure di confine, le cui linee si intersecano più di quanto si creda, in bilico tra ciò che sono state, ciò che sono o diventeranno nell'immediato futuro.


Sbirre

di Massimo Carlotto, Giacarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni
Rizzoli
ISBN 978-8817101592
cartaceo 15,72€
Ebook 10,99€

Sinossi
Ci sono poliziotti che combattono il crimine e difendono la legge. A volte pagano con la vita. E ci sono poliziotti corrotti che tradiscono, diventando peggio dei peggiori banditi. Poi ci sono loro: le donne in divisa. Fragili e determinate, vittime e carnefici, le sbirre di questi racconti sono creature di confine, paladine mancate, guerriere comunque sconfitte, sedotte dal delitto, soggiogate dalla vendetta, in bilico tra bene e male. Il commissario Alba Doria indaga nel magma ribollente della rete telematica, tra le pieghe più segrete del dark web, laddove alligna l'odio che consuma il Paese. Il vicequestore Anna Santarossa è già passata dall'altra parte e vende informazioni alla mafia bulgara. Sara Morozzi legge le labbra della gente e interpreta il linguaggio del corpo. Ha i capelli grigi e un passato tra i ranghi di un'unità impegnata in intercettazioni non autorizzate: ora ha anche un conto da regolare. Dall'estremo Nordest di una frontiera selvaggia fino alla Napoli anonima di sobborghi e quartieri residenziali, passando per una Roma in cui davvero aprile è il più crudele dei mesi e la primavera ha smesso di riscaldare i cuori, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni raccontano l'Italia al tempo dell'illegalità globalizzata, delle fake news, del condizionamento di massa. Svelano le ossessioni, le paure e la privata ferocia di coloro che dovrebbero difendere l'ordine pubblico. Inaugurano una new wave della letteratura nera, in cui la donna non ha più nulla di fatale, ha rinunciato alle pose marziali della giustiziera e, lontana dall'eroismo inquirente, restituisce la cupezza di una realtà quanto mai controversa.

Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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La quarta sorella, di Vittorino Andreoli: pagina 69

La quarta sorella, di Vittorino Andreoli: pagina 69

La quarta sorella, di Vittorino Andreoli: pagina 69

Pagina 69 #134 La quarta sorella, di Vittorino Andreoli, Rizzoli, 2013. Un "romanzo scientifico" dove si coniugano scienza e letteratura, che descrive il dramma delle famiglie di oggi, polveriere pronte a esplodere.

Non aveva dubbio, anche se faticava a pronunciare quella parola che sapeva di giudizio e di morte. 
Le sembrava troppo grande il mistero della vita per intromettersi.
Nemmeno la scienza lo può fare, poiché il sapere si riempie sempre di mistero. «Aumentando il sapere aumenta il mistero e il dolore.» La scienza è una modalità di conoscere il mondo e, al contempo, i propri limiti e il proprio nulla. Una corsa nel deserto infinito inseguendo una illusione.
Carlotta mosse le labbra e da un filo di voce usciva una giaculatoria: «Virgo potens» e le altre rispondevano: « Ora pro ea». «Virgo pulcherrima, ora pro ea, Virgo veneranda, ora pro ea, Sancta Maria, sancta dei genitrix, Virgo clarissima, Virgo inviolata, ora pro ea.» . Quella filastrocca ebbe il potere di rendere tutte delle sonnambule, come se le loro menti si fossero bloccate e vivessero di suoni profetici, capaci di ipnotizzare il dolore.
Così le trovò il professor Carlo Tarantola al suo ritorno e si meravigliò, anche se non riuscì a fare alcun commento, poiché l'atmosfera sapeva di morte e forse di resurrezione.
Fu Claudia a salutare per prima. Si alzò e gli fece posto come ad obbligarlo a sedere, poiché certo si sarebbe dovuto fermare un po'.
Entrò subito nel merito e gli disse, mentre lui si guardava attorno senza incontrare lo sguardo della moglie, che di solito lo attraeva, che stavano parlando di tanti anni fa, di quando in America lui era visiting professor. Gli disse che in quel periodo era successa una cosa di cui egli era all'oscuro: doveva nascere Lucia, la quarta figlia, ma non era venuta al mondo. 
Il professore la fissava profondamente, come se stesse per svelargli qualche cosa di distruttivo e di gigantesco. 
Claudia, nonostante la conoscenza psicologica e la consapevolezza che il padre aveva per lei un debole, come sovente accade per la più piccola, non riusciva a pronunciare la parola morte, ma era come se rintronasse nella stanza.
Il professore spostò lo sguardo sulla moglie, che era fredda come il ghiaccio e immobile come la pietra. «Hai abortito?» chiese. A rispondergli fu il silenzio assoluto. 
Tutte si aspettavano che fosse lui a dire qualcosa, e invece rimase zitto. Chissà quante domande si poneva in quel momento, ripensando a quel periodo, che egli ricordava soltanto per le ricerche con il ciclotrone della Cornell University.
Passò un tempo lungo, almeno così era sembrato, ma poi incominciò a parlare.
«L'esperimento al ciclotrone andò male, distrusse la mia ipotesi che pensavo solida quanto la ragione su cui si era fondata. Ero convinto che quell'esperimento avrebbe siglato con la prova un assunto, una sorta di a priori, una verità che da quel momento si si sarebbe sparsa per il mondo.
«Ricordo ancora quella mattina, quando il gruppo che mi assisteva era pronto a far partire le due particelle che si sarebbero mosse dentro il grande magnete raggiungendo velocità che non si distanziavano molto da quella luce. Dovevano collidere e frammentarsi, e tra i frammenti dovevano esserci delle particelle che, pur prive di forza, erano saldamente connesse tra loro.
«A quel tempo, nella fisica delle particelle, tutti gli scienziati erano alla ricerca di come la materia, al livello dell'infinitamente piccolo, stesse legata. Per analogia, è come cercare le modalità di relazione tra gli esseri umani, le affinità elettive che mettono insieme una donna e un uomo per l'eternità. Si sapeva che per tenere unite due particelle serve l'energia, l'energia di legame - qualcosa che ricorda le motivazioni per cui un uomo sta con una donna -  e il principio che dominava era di ritenere che, laddove ci fossero degli insiemi, si poteva stabilire un quantum di energia necessario a tenerli uniti. 




Quarta di copertina
"La quarta sorella" di Vittorino Andreoli

Laura Tarantola, madre di tre figlie e moglie del professor Carlo, fisico delle particelle, viene trovata morta nella vasca della luminosa salle de bains di casa circondata da specchi, che dovrebbero esaltare la bellezza e non il crimine. È l'ultimo atto di un conflitto familiare scatenato intorno a una quarta sorella, che non c'è ma che è dentro la loro mente. Vittorino Andreoli, che da anni segue i delitti estremi al centro delle cronache di morte del nostro Paese, racconta una storia in cui i personaggi somigliano a ciascuno di noi. Persone normali trascinate in un vortice che culmina con un processo. Una vicenda che tocca i punti nevralgici di una società smarrita dove famiglia e violenza formano un binomio sempre più stretto e dove sempre più la violenza sembra compatibile con storie "ordinarie", come se fosse sufficiente un piccolo conflitto per scatenarla. E così lo stupore ci colpisce ogni qualvolta un fatto di sangue, un omicidio, trasforma la casa in un teatro tragico.
Vittorino Andreoli ci guida verso la comprensione degli eventi, coinvolgendoci nelle pagine di un "romanzo scientifico" dove si coniugano due campi apparentemente incompatibili come scienza e letteratura. Ma soprattutto descrive il dramma delle famiglie di oggi che si sono trasformate in polveriere pronte a esplodere. Sta a noi disinnescarle.


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Io che conosco il tuo cuore, di Cervi, e L'uomo che dorme, di De Rosa

Io che conosco il tuo cuore, di Cervi, e L'uomo che dorme, di De Rosa

Io che conosco il tuo cuore, di Cervi, e L'uomo che dorme, di De Rosa - Recensione, Libri

Libri Minirecensioni di Beatrice Rurini. Io che conosco il tuo cuore. Storia di un padre partigiano raccontata da un figlio, di Adelmo Cervi, Piemme, e L'uomo che dorme, di Corrado De Rosa, Rizzoli.


Io che conosco il tuo cuore. Storia di un padre partigiano raccontata da un figlio, di Adelmo Cervi, Piemme, 2018. Un mondo da raccontare in mezzo a due foto, un padre morto troppo presto e una madre china sui campi.

Una storia recente, una di quelle che lasciano il segno anche sui muri, storia di tutti comunque, un po' pesante per chi l'ha vissuta, scritta con parole semplici che nascono dal ricordo un po' evanescente di uno dei fratelli che hanno combattuto, prima con l'ingegno del lavoro dei campi, poi per un'idea di libertà, per un'Italia più giusta.
Chi erano i partigiani, come nasce il mito che accompagna le escursioni tra l'appennino reggiano, quello parmense e quello modenese? Cosa pensavano le famiglie rurali per mettere a repentaglio i propri cari? E perché proprio i Cervi, un po' matti e troppo numerosi? La risposta c'è, semplice e chiara come l'esposizione che ne fa questo figlio orfano, che ha ricostruito il puzzle della vita di suo padre, degli zii e di un repubblichino poi divenuto amico di famiglia. Puzzle non facile perché parecchi pezzi mancano e quelli che ci rimangono stanno sbiadendo. Un libro scritto come si narravano le storie una volta, nel caldo della stalla, tra una mucca e le galline, semplice ma efficace.

Io che conosco il tuo cuore
Storia di un padre partigiano raccontata da un figlio

di Adelmo Cervi
Piemme
Romanzo storico
ISBN 978-8856637175
Cartaceo 14,36€
Ebook 8,99€

Sinossi
Un ex-ragazzo di oggi, figlio di un padre strappato alla vita, racconta la vicenda di quel padre, Aldo, partigiano con i suoi sette fratelli nella banda Cervi, per rivendicare la sua storia e, al tempo stesso, per rivendicare di essere figlio di un uomo, non di un mito pietrificato dal tempo e dalle ideologie. Una vicenda racchiusa tra due fotografie. La prima, degli anni trenta: una grande famiglia riunita, sette fratelli, tutti con il vestito buono, insieme alle sorelle e ai genitori. La seconda, dopo la fucilazione dei sette fratelli da parte dei fascisti: solo vedove e bambini, soli di fronte alle durezze del periodo, alla miseria, ai debiti, anche alle maldicenze. 


L'uomo che dorme, di Corrado De Rosa, Rizzoli, 2018. Una commedia nera dal tono amaro e scanzonato, dedicata a una generazione a tratti infantile e maldestra in amore.

Non è un noir, non è un thriller e non ha neppure quegli exploit pirotecnici che vi possono far saltare sulla sedia. Eppure riesce perfettamente a tener incollato il lettore ai capitoli, uno dopo l'altro, nella successione degli eventi.
Una scrittura giovane e ricca di sfumature ironiche, mai banale ma ben costruito.
Antonio è il prototipo dell'uomo immaturo, che nella quotidianità incasinata ci si trova comunque a suo agio, incapace di risolvere i propri guai sentimentali ma un ottimo psichiatra. Pochi amici, incasinati pure quelli, un amore che fu ma difficile da lasciar andare, un figlio bravo e buono vittima del bulletto della classe, fanno di questo romanzo le corolle che aprono le porte a parecchi momenti di riflessione.

L'uomo che dorme

di Corrado De Rosa
Rizzoli
Narrativa
ISBN 978-8817099462
Cartaceo 14,45€
Ebook 9,99€

Sinossi
Da un po' di tempo, Antonio Costanza ha preso la vita contromano: non per scelta e nemmeno per ostinazione. A quarant'anni, è vittima di un'indolenza che niente riesce a scalfire, neppure i brutali omicidi di due prostitute. Non sarebbe troppo grave se Antonio fosse solo Antonio. Invece è anche il dottor Costanza, psichiatra e consulente del Tribunale per i crimini violenti. Uno che se la vede con disadattati cronici, finti pazzi e bastardi veri. Così, quando l'ombra di un serial killer si allunga su Salerno, città sospesa tra vecchi sapori di provincia e vanità da metropoli sul mare, Antonio fa l'impossibile per non essere coinvolto. La sveglia però sta suonando, tanto più che di mezzo ci si mette una giornalista dal sorriso favoloso. Il sonno della svogliatezza è finito e al dottor Costanza toccherà sondare la mente omicida di uomini che odiano le donne, trascinato in un caso in cui la Legge sembra incapace di fare giustizia. 


Beatrice-rurini

Beatrice Rurini
Sono appassionata di lettura e musica sin da piccola. Ho conseguito la maturità magistrale (senza insegnare), studiato pianoforte e violoncello. Lavoro come restauratrice d'arte. Sono sposata con prole e, soffrendo d'insonnia, mi appoggio alla lettura per evitare di stare con le mani in mano.
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La tata ci ripensa, di Emma McLaughlin e Nicola Kraus

La tata ci ripensa, di Emma McLaughlin e Nicola Kraus

La tata ci ripensa, di Emma McLaughlin e Nicola Kraus

Libri Recensione di Elena Genero Santoro La tata ci ripensa, di Emma McLaughlin e Nicola Kraus, Rizzoli, 2010. Uno spaccato agghiacciante della tipica famiglia ricca e disfunzionale newyorkese, l’esasperazione di quello che tutti noi potremmo diventare.

Quando ho letto e recensito l’ultimo libro di Jo Jo Moyes, Sono sempre io, ambientato nella New York degli stra-ricchi di un decennio fa, il mio pensiero è volato in automatico al romanzo Il diario di una tata delle autrici Emma McLaughlin e Nicola Kraus, il quale, seppure con toni diversi, si svolgeva nello stesso contesto.


Ed è stato a quel punto che ho scoperto che Il diario di una tata, dal quale, nel 2007, era stato anche tratto un film, ha avuto un sequel, seppure meno noto: La tata ci ripensa. Il diario di una tata è ambientato alla fine degli anni Novanta. Il sequel dieci anni dopo. 
Nanny (un nome, un programma), che nel primo libro era poco più che ventenne e faceva la tata per una ricca famiglia newyorkese per mantenersi agli studi, adesso è una professionista affermata ed è sposata proprio con lo studente sexy di Harvard di cui si era innamorata nel capitolo precedente. E noi lettori tiriamo un sospiro di sollievo, perché il primo libro si concludeva con molti punti aperti e molte angosce sospese. Il lieto fine della love story non era poi così scontato. 
Ma andiamo con ordine.

Negli anni Novanta, Nanny si ritrova a fare la baby sitter al piccolo Grayer X, che all’epoca ha quattro anni ed è un bambino tanto ricco quanto solo. 

I genitori non si curano di lui, lo usano come status symbol e Nanny deve sopperire a ogni loro mancanza, anche affettiva. Quello che all’inizio doveva essere un lavoro part time diventa un impegno totalizzante che lei prende molto a cuore. 
La signora X, completamente anaffettiva, le chiede sempre di più, persino di non presentarsi alla discussione della sua tesi di laurea per accompagnarli tutti in vacanza, e alla fine, dopo aver messo zizzania tra Nanny e lo studente sexy di Harvard, la licenzia costringendola a lasciare da sola di notte l’isola in cui stavano trascorrendo le ferie. 
Il diario di una tata, che viene classificato come un chick-lit, è in realtà un libro per certi versi angosciante, con una sfilza di episodi surreali (e proprio per questo, probabilmente, veri), e una scrittura non poi così lineare che ci accompagna con un senso di instabilità fino all’ultima pagina. L’unico pensiero positivo che salva il lettore dall’angoscia è il sapere che Nanny ora si è laureata, che non farà la tata per sempre, che avrà una vita migliore, che non sarà più la schiava di nessuno. Insomma, Nanny avrà una vita sua e non sarà più costretta a liquidare al telefono le amanti del signor X nel tentativo di assicurare a Grayer una famiglia più stabile.
Ed è in effetti quello che accade. 

Quando la ritroviamo, nel libro successivo, tutte le sue belle speranze si sono realizzate. 

Lo studente sexy di Harvard, che adesso ha anche un nome e si chiama Ryan, è diventato suo marito. Insieme hanno girato il mondo per lavoro, ma ora Nanny vuole tornare a New York, dove hanno comprato una casa da ristrutturare. 
Ma proprio a New York Nanny si imbatterà nuovamente nella famiglia X, sempre più disfunzionale. Scoprirà che i signori X hanno avuto un altro figlio, Stilton, che ora ha sette anni (ed è nato con un utero in affitto, da un donatore e da una donatrice), ma anche che il signor X ha appena lasciato la moglie per una nota attrice, e la signora X, devastata per lo scandalo e per l’umiliazione, non esce nemmeno più dalla sua camera da letto. 
Contestualmente Nanny viene assunta in veste di consulente dalla scuola superiore frequentata da Grayer e da tutti gli altri ex bambini, ormai adolescenti, figli di quei genitori anaffettivi e folli che si servivano del suo lavoro dieci anni prima.
La prima grossa differenza rispetto al romanzo precedente è che in La tata ci ripensa Nanny è meno coinvolta a livello emotivo. Il suo sguardo è un po’ più distaccato. Ma ciò non toglie che, per il bene di Stilton e Grayer, sarà parecchio impegnata, e dovrà ancora occuparsi di loro, nonostante il marito assente per lavoro e la casa inagibile, perché entrambi i signori X, a un certo punto, diventeranno irreperibili.

Quel che ne esce è uno spaccato agghiacciante della famiglia-ricca-e-disfunzionale newyorkese. 

Genitori egocentrici fino all’esasperazione che mettono al mondo figli di cui non hanno nessuna intenzione di occuparsi. Figli adolescenti, frutto di tale educazione, che si danno al bullismo e alle droghe pur di attirare, senza riuscirci, l’attenzione dei genitori e che si preparano a essere gli adulti di domani. Famiglie più giovani e di neo formazione (le mogli sono le coetanee e amiche di Nanny) con mariti sempre alla ricerca di una scappatella e bisogno perenne di evadere. Inoltre, il rapporto conflittuale con gli insegnanti i quali diventano il capro espiatorio di tutte le nefandezze dei giovani bulli e che verranno sacrificati dalla scuola stessa, che non può permettersi di perdere i finanziamenti dei genitori degli allievi più (pre)potenti. Insomma, ogni comportamento (dall’intervento di chirurgia estetica alle promesse fatte ai figli) sarà dettato da un unico movente: il bisogno assoluto di salvare le apparenze.
Insomma, sembra che l’alta società newyorkese sia pervasa dalla schizofrenia e che non si salvi proprio niente. E in effetti, alla fine del romanzo non ci sarà redenzione per nessuno. La signora X dimostrerà ancora una volta di avere più a cuore il proprio benessere economico che l’affetto dei suoi figli. Il signor X rimarrà la figura squallida e inconsistente che avevamo già conosciuto nel primo libro. Le apparenze, però, saranno salve.
Nanny e Ryan spiccheranno come le uniche figure sane e costruttive.
Dunque il mondo qui rappresentato pare molto lontano dal nostro, ma forse, a ben guardare, è solo l’esasperazione di quello che tutti noi potremmo diventare, se avessimo qualche mezzo in più.

Postilla: quando ho scritto questa recensione, il libro mi sembrava per certi versi un'esagerazione. 

Descriveva alcune dinamiche in cui tutti noi possiamo ritrovarci, ma l'ambientazione newyorkese e la disponibilità economica dei protagonisti rendeva il racconto, seppure ispirato a qualcosa di vero, molto lontano da noi quaggiù.
Poi è uscito su internet il video dell'insegnante bullizzato dal suo studente del quale tanto si è parlato e tanto si è discusso, e allora ho pensato che forse la realtà newyorkese non è poi così lontana. Che l'insegnante che diventa il capro espiatorio delle frustrazioni che si accumulano in famiglia non è così irrealistico. Che i genitori molto impegnati hanno buon gioco a scaricare le responsabilità educative su altre figure, salvo poi contestarle. Che le nazioni in cui gli insegnanti non sono né valorizzati né rispettati non stanno preparando nel migliore dei modi gli adulti di domani. Ma soprattutto, che i libri sono belli e fantasiosi, ma la realtà supera sempre la fantasia.


La tata ci ripensa

di Emma McLaughlin e Nicola Kraus
Rizzoli
ISBN 978-8817040778

Sinossi
Molti anni sono passati dal giorno in cui Nanny, allora ingenua studentessa in cerca di un innocuo lavoretto part-time, aveva fatto il suo ingresso per la prima volta nel superattico di proprietà dei signori X, in qualità di babysitter. E non si può certo dire che Nanny serbi un buon ricordo dei mesi trascorsi a inseguire il piccolo Grayer e a tamponare i mille capricci e disastri di una famiglia tra le più ricche e nevrotiche dell'intera Manhattan. Ma oggi che Grayer, ormai sedicenne, è tornato a cercarla, Nanny non può sfuggire al richiamo del suo sguardo tenero e disperato: adesso più che mai Grayer ha bisogno di una Tata al suo fianco, di una presenza dolce e autorevole che lo ricopra d'amore e sappia fargli da guida. E Nanny si scopre disposta a tutto - a trascurare marito, carriera e perfino il progetto spaventosamente esaltante di un figlio tutto suo - pur di aiutarlo a navigare le acque per nulla tranquille di un'adolescenza, e di una famiglia, ormai completamente allo sbando. Perché, se il signor X se n'è andato con una attricetta pressoché minorenne; la signora X inghiotte psicofarmaci dalla mattina alla sera, e il fratellino di Grayer - nato da un utero in affitto non ha mai conosciuto nulla di simile a una vera mamma, la luce che guizza negli occhi cangianti di Grayer, del suo Grayer, induce Nanny a sperare che, almeno per lui, non tutto sia perduto...
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Il tesoro dentro, 0111 Edizioni.
Immagina di aver sognato, PubGold.
Diventa realtà, PubGold.
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Sara al tramonto, di Maurizio De Giovanni

Sara al tramonto, di Maurizio De Giovanni

Sara al tramonto, di Maurizio De Giovanni - Recensione

Libri Recensione di Davide Dotto Sara al tramonto, di Maurizio De Giovanni, Rizzoli, 2018. Un romanzo con una precisa presa di posizione, da un'indagine tradizionale stile Sherlock Holmes alle tecniche investigative d'avanguardia.

Pardo era inquietato dalla capacità della donna di privarsi di ogni espressione, annullando anche i movimenti del corpo e nascondendosi dietro a una perfetta immobilità. Assomigliava a una bambola dimenticata nell'angolo di una soffitta.
Se vuoi passare inosservata, pensò Davide in un lampo di consapevolezza, quegli occhi non mostrarli. Mai.
Sono varie le sottotrame dell’ultima fatica di Maurizio De Giovanni. Il titolo concentra l’attenzione del lettore su Sara Marozzi, una poliziotta in pensione dagli insoliti talenti investigativi dei quali è impossibile fare a meno. Poi abbiamo il caso da romanzo giallo, risolto sulla carta con la responsabile assicurata alla giustizia. Tuttavia il maldestro ispettore Davide Pardo ha motivo di dubitare dell’arresto effettuato. Al centro della storia non vi è soltanto un'innocente da prosciogliere, vi sono pure le cospirazioni di un disegno criminoso in atto, capaci di causare a breve un’altra vittima: una bambina di sei anni.
In modo diverso Sara e Davide percepiscono l’urgenza di risolvere il dramma. Entrambi hanno un passato da rimestare e col quale confrontarsi. Le difficili scelte di Sara non hanno tardato a presentarle un conto salato: ha perso Massimiliano, il compagno di una vita per il quale ha lasciato la sua famiglia. Poco prima le è morto il figlio che, ormai adulto, aveva rinunciato ad allevare e non conosceva:
La notte non era una nemica, no. Lo era diventata da quando sia il figlio che aveva abbandonato sia l’amore per cui aveva sacrificato tutto si erano trasformati in anime morte, abitanti del buio acquattati come belve pronte a saltarle alla gola urlando stridule: a lei, colpevole di essere rimasta viva.
All’ispettore Pardo pesa un errore giudiziario e il suicidio in carcere di un innocente. A loro si aggiungono Teresa, ex collega della poliziotta, e Viola, sua nuora. Nasce un quartetto inedito non privo di risorse, che stempera la tensione regalando qua e là un tocco di commedia se non di cabaret.
Ciascuno si adopera ponendo sul piatto le proprie attitudini, scandagliando a fondo vicende in apparenza concluse. Sara, per esempio, non ha bisogno di marchingegni tecnologici per decifrare a distanza le conversazioni più articolate. Qui non si tratta di spulciare referti e documenti alla ricerca di dettagli non adeguatamente evidenziati nell'inchiesta ufficiale.

Sono le espressioni facciali, la postura, i movimenti di mani e occhi a fare la differenza, elementi che Sara è in grado di leggere come in un libro aperto. 

È un metodo di indagine tradizionale che conferma la propria validità in aggiunta a nuove tecnologie non prive di effetti collaterali:
... ci hanno dato questo software americano, sviluppato dai tedeschi, che incrocia tutto quello che è possibile incrociare. Associa le parole, verifica le frequenze d’uso dei vocaboli, esprime delle curve emotive. È come infilare pensieri, passioni, perversioni del pianeta in un frullatore, e osservare il vomito che salta fuori…
Al giorno d’oggi pareva che non potesse esistere colpevole senza una scia di DNA lasciata come la bava di una lumaca, o senza una prova che si rilevasse sulla luce bluastra del Luminol. Anche alla televisione non c’era scena del crimine che non avesse un pelo dal quale si poteva risalire al segno zodiacale del potenziale assassino, individuato per avere il sole in Saturno.
Tra le righe è evidente una precisa e interessante presa di posizione tra un prima, in cui si rivelano preziose le doti di uno Sherlock Holmes, e un dopo in cui esse sono messe da parte a favore di infallibili algoritmi informatici e tecniche investigative d'avanguardia. Le quali tendenzialmente, rincorrendo un mondo assai complicato, si perdono in un troppo che stroppia. Paradossalmente (crime fiction a parte) l'abbondanza di indizi e di tracce da enumerare, sondare, può ritardare ogni oltre dire il momento delle ipotesi, o moltiplicarle all'infinito, rendendo inaccessibile la verità. A meno di soccombere alla sindrome del Fratello Maggiore (il Big Brother di Orwelliana memoria), o ritagliare un apposito spazio ad abilità di altra natura, più tradizionali e, soprattutto, più umane e difficilmente catalogabili.


Sara al tramonto

di Maurizio De Giovanni
Rizzoli
Noir
ISBN 978-8817099431
Cartaceo 16,15€
Ebook 10,99€

Sinossi
Sara non vuole esistere. Il suo dono è l'invisibilità, il talento di rubare i segreti delle persone. Capelli grigi, di una bellezza trattenuta solo dall'anonimato in cui si è chiusa, per amore ha lasciato tutto seguendo l'unico uomo capace di farla sentire viva. Ma non si è mai pentita di nulla e rivendica ogni scelta. Poliziotta in pensione, ha lavorato in un'unità legata ai Servizi, impegnata in intercettazioni non autorizzate. Il tempo le è scivolato tra le dita mentre ascoltava le storie degli altri. E adesso che Viola, la compagna del figlio morto, la sta per rendere nonna, il destino le presenta un nuovo caso. Anche se è fuori dal giro, una vecchia collega che ben conosce la sua abilità nel leggere le labbra - fin quasi i pensieri - della gente, la spinge a indagare su un omicidio già risolto. Così Sara, che non si fida mai delle verità più ovvie, torna in azione, in compagnia di Davide Pardo, uno sbirro stropicciato che si ritrova accanto per caso, e con il contributo inatteso di Viola, e del suo occhio da fotografa a cui non sfugge nulla.

Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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L'estate degli inganni, di Roberto Perrone

L'estate degli inganni, di Roberto Perrone

L'estate degli inganni, di Roberto Perrone - Recensione, libri, scrittori

Libri Recensione di Beatrice Rurini L'estate degli inganni, di Roberto Perrone, Rizzoli, 2018. Via di mezzo tra Rambo e James Bond, ritorna l'ex carabiniere Canessa in una storia piacevole e intrigate.

Una via di mezzo tra Rambo e James Bond, ritorna alla grande l'ex carabiniere Canessa, con la banda di cui si circonda, pronto ad offrire il suo lavoro ed il suo intuito per una giusta e buona causa.
Interessante per come è costruito l'intreccio delle varie situazioni, che permette di svagarsi e rilassarsi con la formula del classico giallo, costruito ad hoc sulla nostra storia (non troppo distante) con cui la trama diventa verosimile grazie al suo rimandare e ricalcare eventi noti ai più: una strage alla stazione, le revisioni degli atti di altre indagini, lo spione, l'hacker, il Mossad, diventano via via le chiavi conosciute nella realtà su cui vengono imbastite una serie di delitti internazionali, che vedono coinvolta un'intera nazione che, come dice uno dei cattivi, «è pronta a sopportare tutto, tranne la verità». Lo stesso Roberto Perrone avverte che i fatti menzionati sono stati presi in prestito dalla realtà, ma ben si concatenano con l'invenzione romanzesca, frutto della conoscenza profonda, quale giornalista di punta di un noto giornale milanese che conosce comunque i fatti.
Ne esce fuori una storia piacevole e intrigate. Il ritmo, a parte quei capitoli riguardanti il passato, è un crescendo che ci accompagna verso un finale difficile da anticipare ma che non rimane sospeso.
A volte potrebbe assomigliare all'Alligatore di Carlotto.


Dialettica e terminologia perfette, Perrone può a tutti gli effetti annoverarsi tra gli scrittori noir che danno lustro alla nostra produzione letteraria.



L'estate degli inganni

di Roberto Perrone
Rizzoli
Giallo
ISBN 978-8817098847
Cartaceo: 16,57
Ebook 9,99€

Sinossi
Rischiare la pelle non è mai stato un problema per l'ex colonnello dei carabinieri Annibale Canessa, fin dai tempi in cui era ai vertici del Nucleo antiterrorismo, durante gli anni di piombo. Sguardo obliquo che incenerisce o seduce, implacabile charme da eroe solitario, "Carrarmato Canessa" sembra cambiato, adesso che divide la sua vita con Carla Trovati, la giovane, irresistibile giornalista capace di stregargli il cuore. Ma per chi, malgrado tutto, continua a credere nella giustizia, niente può cambiare davvero. E quando il Mossad gli fornisce la prova per riaprire il caso dell'attentato alla stazione, la strage consumata in una torrida estate d'inizio anni Ottanta, Canessa decide d'investigare. In principio con ritrosia, poi con la testarda determinazione che l'ha reso una leggenda. Oscure presenze del passato stanno tornando per ingaggiare una partita letale. Così Annibale si lascia coinvolgere in un intrigo che rimanda ai segreti della guerra fredda e al conflitto invisibile combattuto, tre decenni prima, dalle grandi potenze nei cieli del Mediterraneo. Al suo fianco, i "soci" di sempre: il fidato maresciallo Ivan Repetto, l'eccentrico miliardario Piercarlo Rossi, detto "il Vampa", e il prefetto Calandra, dirigente dei Servizi con la passione per la buona cucina e le belle donne. Mentre indaga sugli enigmi dell'estate di sangue, stagione d'inganni, depistaggi e tradimenti che ha spazzato via l'ultimo resto di innocenza in Italia, Canessa finirà per mettere in gioco ciò che gli è più caro in nome della verità.

Beatrice-rurini

Beatrice Rurini
Sono appassionata di lettura e musica sin da piccola. Ho conseguito la maturità magistrale (senza insegnare), studiato pianoforte e violoncello. Lavoro come restauratrice d'arte. Sono sposata con prole e, soffrendo d'insonnia, mi appoggio alla lettura per evitare di stare con le mani in mano.
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La casa nel bosco, di Gianrico e Francesco Carofiglio: pagina 69

La casa nel bosco, di Gianrico e Francesco Carofiglio: pagina 69

La casa nel bosco, di Gianrico e Francesco Carofiglio: pagina 69

Pagina 69 #128 | La casa nel bosco, di Gianrico e Francesco Carofiglio, BUR Rizzoli, 2016. Un memoir a quattro mani: amicizie perdute, affetti e rivalità, in un ricettario metaforico che parla dell’infanzia, dell’adolescenza e di un’età adulta ancora capace di riservare sorprese.

Ci andavamo a pranzo quasi ogni domenica, dai nonni paterni. Abitavano in una casa con tanta luce e i soffitti alti. Era piena di cose interessanti: armadi da esplorare, scaffali carichi di libri misteriosi, cassapanche con i diavoli intagliati nel mogano, ripostigli inaccessibili. Soprattutto, oggetti proibiti di cui impadronirsi quando il nonno dormiva: il binocolo, il sestante, un coltello a serramanico dall'aria pericolosa, il cappello con la visiera, le spirali di carta che si muovevano al calore del termosifone, il barattolo di vetro con quelle caramelle di zucchero colorate che avevano tutte lo stesso sapore, di sapone.
E poi c'era la dispensa. Quasi nascosta, proprio in fondo al corridoio, dietro una madia, con una porta bianca sempre chiusa a chiave. Nella dispensa era tassativamente vietato entrare, o anche solo sbirciare. Dunque per noi era diventata una questione di di principio, violare quel divieto.
Una domenica pomeriggio, mentre il nonno sonnecchiava e la nonna al suo fianco leggeva il "Radiocorriere tv", dissi a Francesco di seguirmi. Mi chiese perché e io bisbigliai che, spiando la nonna, avevo scoperto il nascondiglio della chiave della dispensa. Era dentro un vaso enorme di Amarena Fabbri, di quelli bianchi e blu, zeppo di cianfrusaglie: monetine, penne senza inchiostro, graffette, viti e bulloni, un taglierino arrugginito. Era giunto il momento di aprire quella porta, conclusi con tono drammatico.
Così recuperammo la chiave, ci avvicinammo alla porta con circospezione e la aprimmo cercando di ridurre al minimo l'inevitabile cigolio.
Una volta all'interno, quello che vedemmo ci lasciò senza fiato. Era una stanza a pianta quadrata con i muri così alti da perdersi nell'oscurità, o almeno così mi parve in quel momento di sovraeccitazione. Su ciascuna parete scaffali stracolmi di barattoli, scatole di latta, contenitori di paglia intrecciata, vasi di conserve. Ciliegie, gelsi, albicocche, e ancora pomodori sott'olio, melanzane, carciofini, peperoni, lamponi, lampascioni; e poi dolci di mandorla, agrumi canditi, frutta secca, caramelle, cioccolatini e decine di bottiglie di salsa.
Dopo qualche istante di smarrimento diventammo pratici e, devo dire, piuttosto efficaci.
Ci riempimmo le tasche, senza esagerare, dolcetti, caramelle e cioccolatini. Scivolammo fuori, chiudemmo la porta attenti a non far rumore, riponemmo la chiave al suo posto e tornammo nella zona abitata della casa. Senza guardarci, consapevoli di avere un segreto e una risorsa in comune.
Non ne parlammo mai, neanche tra noi, come se temessimo che parlarne potesse rompere un incantesimo, ma per anni - insieme o ciascuno per conto proprio - attingemmo con discrezione ai tesori della camera segreta.
I nonni non se ne sono mai accorti, ma sono sicuro che non se la prenderanno.


Quarta di copertina
"La casa nel bosco" di Gianrico e Francesco Carofiglio, BUR Rizzoli.

Vite diverse, caratteri diversi e forse anche qualche lontano rancore lasciato covare sotto la cenere per troppo tempo: due fratelli che non si frequentano molto, anzi, che forse nemmeno si sopportano, sono costretti a stare insieme, almeno per qualche ora, nella casa di villeggiatura della loro infanzia, prima di consegnare le chiavi al nuovo proprietario. Ma in questa casa nel bosco ha inizio un viaggio nella memoria, un inventario buffo e struggente di oggetti, luoghi, odori, storie, sapori, che li conduce verso il principio di una riconciliazione. Un memoir a quattro mani che racconta di amicizie perdute, di amori rubati, di affetti e rivalità, in un ricettario metaforico, ma non solo, che parla dell’infanzia, dell’adolescenza e di un’età adulta ancora capace di riservare sorprese.


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Tre donne, di Dacia Maraini

Tre donne, di Dacia Maraini

Tre donne, di Dacia Maraini

Libri | Recensione di Davide Dotto. Tre donne. Una storia d'amore e disamore  di Dacia Maraini, Rizzoli, 2017. Tre le generazioni di donne che convivono, tre personalità radicalmente distinte a confronto, diverse concezioni del mondo e del tempo.

Sono tre le generazioni di donne che convivono; tre personalità radicalmente distinte si confrontano, nutrendo l’urgenza di raccontare di sé: in una lettera, in un piccolo apparecchio, in un diario. Emergono differenti concezioni del mondo, del tempo:
La lentezza ha il suo valore nascosto ma profondo: la lentezza del pensiero, la lentezza delle parole, la lentezza della scrittura, il grande privilegio di un tempo di sciatta velocità.
In Tre donne. Una storia d'amore e disamore, tra nonna Gesuina e la nipote Lori, c’è Maria. 
Figlia e madre, sognatrice, innamorata di un francese. Non manda mail ma spedisce lettere vergate con la stilografica; in casa tiene libri e poi libri e poi ancora libri. Involontaria epigona di Madame Bovary, è immersa nella letteratura, distante dal mondo reale. Si è costruita una dimensione personale, grazie alla quale vive senza cappi e trappole. Uno spazio prezioso in cui alimenta le proprie illusioni, cercando di dare a esse un barlume di concretezza. Tuttavia trabocca di dedizione e sacrificio, un troppo che stroppia al quale risponde la vispa Gesuina, che mette i puntini sulle “i”.
Gesuina straripa di vitalità, adora divertirsi e rischiare, “puntare sul rosso e sul nero e poi aspettare la sorpresa della vincita o della perdita”. Sulla sua libertà non negozia, non si ritiene una istituzione familiare, erge sani paletti su quanto si debba imporle.
Lori, la più giovane e la più delicata, è provvista di uno spirito indomito e sbarazzino, chiave di volta delle storie in cui si mescolano amore e le vicende del disamore. Sullo sfondo si stagliano l’universo affettivo e un registro tra il leggero e il dissacratorio, pronto ad aprirsi al dramma più serio.


Alla fine qualcosa si rompe, la narrazione in Tre donne. Una storia d'amore e disamore procede per voce sola. Le altre a un tratto tacciono, mute e disperate.

È venuta meno la fragile armonia tra i membri di una famiglia sui generis. La causa è da imputare alla forza dirompente di un estraneo (François), le cui prerogative demoliscono un edificio che, tra alti e bassi, ha fino a ora resistito. Gesuina, Maria e Lori, pur condividendo lo stesso spazio, non occupano il centro del medesimo cerchio. Tra loro non c'è nessuna gara, se non il manifestarsi di una ordinaria competizione generazionale. I paletti, a corredo della reciprocità e della simmetria necessarie ai rapporti umani, ci sono comunque: al confine tra ciò che il singolo può fare e ciò che la comunità può pretendere da esso. Se ciascuna delle tre donne ha la sua idea di libertà, sa o percepisce che essa non si pone mai come un assoluto. Anzi, niente deve porsi come tale: né la comunità (soffocando il singolo), né l’individuo (ponendosi ai margini o al di sopra di qualsiasi relazione). Nemmeno la più rigida morale e l’imperturbabile etica hanno l’ultima parola.
A parte indispensabili punti fermi, è ammessa ogni circonvoluzione sentimentale, persino percorrere sentieri pericolosi – come fa nonna Gesuina. Meno scontata l’esigenza di evitare le estreme conseguenze, quando nessun ritorno (o perdono) è consentito. Entrare nel profondo – soprattutto nelle relazioni umane – significa porre in discussione molte cose, anche le più rodate. Ci si scontra, insomma, con ciò che fatalmente accade, è accaduto e accadrà di nuovo (l’id quod plerumque accidit dei latini). Fatalità, a ben guardare, è un concetto che ricorre spesso nel libro di Flaubert, tradotto da Maria. La quale, insieme alla legge dei grandi numeri, obbliga a mettere in preventivo gli esiti in grado di porre nel nulla i sentimenti più sacri. Ma, appunto perché sacri, esigono riguardo e discernimento: non cibarsi dei frutti dell’albero altrui, non violare le intime ragioni di una qualsiasi vita in comune.
La questione non è dare la preminenza a questo o a quello. La comunità va preservata quanto l’individuo che ne è parte. Non si tratta nemmeno di una presa di posizione contro la parte maschile di una relazione (l'amante, il marito, il padre). Sarebbe una interpretazione riduttiva di Tre donne. Una storia d'amore e disamore. Basti pensare all'occhio di riguardo che Dacia Maraini esprime, en passant, nei confronti di Charles Bovary, marito di Emma:
E sempre più mi convinco che la persona più umana del racconto è proprio il tartassato Charles, che Flaubert tratta come l'ultimo degli ultimi.
Giudizio che ricalca le conclusioni alle quali Dacia Maraini era giunta nel saggio Cercando Emma, edito anch'esso da Rizzoli:
Rozzo, goffo e pigro, si direbbe persino scemo, in realtà si mostra capace di ciò che nessuno dei personaggi flaubertiani sa fare: amare con dedizione materna, con tenerezza protettiva, con generosità infinita, la persona che ha scelto di amare.


Tre donne

di Dacia Maraini
Rizzoli
Narrativa
ISBN 978-88-170-9696-6
cartaceo 15,30€
ebook 9,99€

Sinossi
Ogni donna è una voce, uno sguardo, una sensibilità unica e irripetibile. Lo sono anche Gesuina, Maria e Lori, una nonna, una madre e una figlia forzate dalle circostanze a convivere in una casa stregata dall'assenza prolungata di un uomo. Tanto Gesuina, più di sessant'anni e un'instancabile curiosità per il gioco dell'amore, è aperta e in ascolto del mondo, quanto Maria, sua figlia, vorrebbe fuggire la realtà, gli occhi persi tra le carte di traduttrice e i sentimenti rarefatti rivolti a un altrove lontano. Il ponte tra questi due universi paralleli è Lori, sedici anni fatti di confusione e rivolta, che del cuore conosce solo il ritmo istintivo dell'adolescenza. Ma il fragile equilibrio che regola la quotidianità di queste tre generazioni è destinato a incrinarsi quando un uomo irrompe nelle loro vite, e ristabilirne uno nuovo significherà abbandonarsi alla forma più pura di passione, quella per la libertà. Tre donne illumina i percorsi nascosti e gli equilibri impossibili del desiderio, li fotografa con un taglio inedito che ne coglie le delicate sfumature in tutte le età della vita.


Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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